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Thursday, December 05, 2019

2019 5 DICEMBRE

I delitti di ’ndrangheta. «Mio figlio ucciso dai clan. Io senza giustizia»


 giovedì 5 dicembre 2019
Dieci anni fa a Rizziconi (Reggio Calabria) il giovane veniva giustiziato per strada, a 18 anni, per vendetta nei confronti del padre che aveva denunciato un boss. Ora parla la madre
Mamma Maria col piccolo Francesco

Mamma Maria col piccolo Francesco

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Dieci anni fa, la sera del 5 dicembre 2009 veniva ucciso a Taurianova il diciottenne Francesco Inzitari. Era appena uscito da una festa in una pizzeria, quando i killer gli spararono dieci colpi di pistola, in gran parte al volto. Un delitto trasversale, una vendetta della ’ndrangheta.“Ciccio”, così come veniva chiamato, non aveva colpe, vittima innocente. La sua morte era il sanguinario e terribile messaggio al papà, Pasquale Inzitari, imprenditore di Rizziconi, ex consigliere comunale e provinciale dell’Udc, che aveva permesso la cattura il 13 luglio 2006 del boss della cosca locale Teodoro Crea, detto «Toro» e, perché fosse chiaro, «dio onnipotente». Di questo sono convinti investigatori e magistrati, ma senza avere finora prove. Una vicenda sul confine, complessa. Ma sicuramente “Ciccio” ne era totalmente estraneo. Ed è soprattutto storia di un paese dominato da paura e violenza. Il 27 aprile 2008 viene ucciso con una bomba sotto l’auto Nino Princi, cognato e socio di Pasquale Inzitari. Il 5 dicembre 2009 l’omicidio del ragazzo. E la scia di sangue non si ferma. Non contenti di avergli ucciso il figlio, il 27 luglio 2017 provano ad uccidere il padre. Ma la missione dei killer a Corigliano (dove lavora l’imprenditore) fallisce. Da allora Inzitari vive sotto scorta. Come l’ex sindaco Nino Bartuccio e l’imprenditore Nino De Masi, che hanno denunciato violenze, estorsioni e affari del clan. Auto blindata e militari davanti alla casa e all’azienda. Così come è blindata la vita di Michele Albanese, cronista della Gazzetta del Sudche queste storie ha raccontato con impegno e professionalità. Quattro scortati in un paese di meno di 8mila abitanti, sciolto due volte per infiltrazione mafiosa. Ma Bartuccio e De Masi non hanno mollato e sono riusciti a far condannare “Toro” Crea e i figli Giuseppe e Domenico, arrestati, questi ultimi, nel 2016 e nell’agosto scorso, dopo dieci e quattro anni di latitanza. Ora sono tutti e tre al 41bis, ma le violenze non si fermano. Lo scorso anno, il giorno di Natale, a Pesaro, viene ucciso Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese. L’unico, interno al clan, ad aver rotto il muro di silenzio nel paese.


«Se c’è qualcuno realmente che sa, ci faccia sapere qualcosa. È l’appello di una mamma che vorrebbe sapere la verità, che avrebbe diritto di sapere la verità sull’uccisione del figlio». Maria Princi, mamma di Francesco Inzitari, ucciso dalla ’ndrangheta il 5 dicembre 2009, ad appena 18 anni, per la prima volta accetta di essere intervistata. In dieci anni non lo aveva mai fatto. «Io vorrei far uscire due messaggi. È vero che c’è la giustizia divina, però io ho fermamente bisogno di quella terrena. Voglio guardare in faccia la persona che ha ucciso mio figlio. Gli devo chiedere “perché lo hai fatto?”. E poi se riuscissi ad avere veramente questo dono di perdonare, mi basterebbe. Poi tutto il resto non conta. Indietro non si può tornare». Un incontro forte, quello con Maria. Lacrime e sorrisi. Accanto ha la figlia Nicoletta, incinta al quarto mese di un maschietto, mentre nella sala scorrazza la primogenita, Francesca, di un anno e mezzo. «Non ho perso la speranza che prima o poi si scopra chi ha ucciso – mi è anche difficile pronunciare questa parola – mio figlio, perché è un atto dovuto per lui, per la famiglia, per la società. Ma vorrei una risposta più convinta da parte dello Stato, che si impegnasse un po’ di più».

Ha un ricordo particolare di quel giorno, prima o dopo l’omicidio?
Prima. Quella sera Francesco, stranamente e diversamente da come faceva solitamente, ora che era grande, prima di uscire mi ha abbracciato e baciato tre volte. Come il segno della Croce: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Cosa sono stati questi dieci anni?
Un inferno. Ho dovuto elaborare la morte di mio figlio e ancor prima quella di mio fratello. E tutti gli altri problemi giudiziari che si sono aggiunti.


1.012
Le vittime innocenti delle mafie raccolte nell’elenco ufficiale di «Libera», aggiornato e purtroppo arricchito ogni anno
75%
È la percentuale di familiari delle vittime innocenti che ancora aspettano giustizia per i propri cari assassinati dalla criminalità
4mila
Le piazze d’Italia nelle quali ogni anno il 21 marzo, giorno della memoria per le vittime di mafia, vengono letti i nomi

Come ce l’ha fatta?
Innanzitutto con la forza della fede che avevo un po’ conservato in un cassetto. L’ho riaperto e ho avuto questo grandissimo aiuto. E poi ce l’ho fatta perché ci sono le altre figlie, Nicoletta e Leonarda, che hanno diritto ad avere una mamma più serena possibile, anche se sereno è un termine che non esisterà più nella mia vita perché io ho una pena che non finirò mai di scontare. Se dovessero arrestare chi ha ucciso mio figlio, la sua pena prima o poi finirà di scontarla, per me, invece, il fine pena è mai. Ma ho una responsabilità verso le mie figlie, e i miei nipoti, che hanno diritto di vivere in maniera meno peggiore possibile. Infine mi sono dovuta impegnare anche per il personale dell’attività commerciale. Se mi avessero visto crollare, se ne sarebbero tutti andati. Così quando vado a lavorare ho un “abito” diverso.

Questa macchina infernale della violenza non si è fermata con l’uccisione di Francesco, perché poi hanno tentato di uccidere suo marito. Non finirà mai? Non è bastato uccidere Ciccio?
La preoccupazione c’è, anche se spero che finisca. Nessun genitore può accettare la morte del figlio prima della propria. È contro natura.

Ma è riuscita a non alzarsi tutte le mattine con pensieri cupi?
Sì, ci sono riuscita. E sto pregando e mi sto sforzando, anche se il cuore mi dice una cosa e la testa un’altra, di riuscire piano piano anche a perdonare. Perché mi potrebbe far stare meglio. Il perdono, come dice la parola, è un dono che ti viene dato. Mi creda, se io riuscissi a perdonare e magari ad aiutare pure i figli di chi ha tolto la vita a mio figlio, sarebbe per me il massimo risultato nell’elaborazione di questo mio grande dolore.

Come ha sentito il paese? Vicino, lontano, impaurito, troppo silenzioso?
Molto vicino ma allo stesso tempo molto impaurito. Siamo stati noi ad allontanarci, forse per vivere da soli il nostro dolore. Ma ogni giorno vedo persone che ci vogliono bene.

Ma c’è ancora paura a Rizziconi?
Penso proprio di sì.


173
Le vittime innocenti della criminalità organizzata uccise dai diversi clan della ’ndrangheta nella sola regione Calabria
34%
La percentuale di vittime innocenti di mafia al di sotto dei 30 anni di età. Il 10,5% erano invece minorenni

Eppure il capi della 'famiglia' sono tutti in carcere al 41bis e chissà quando usciranno.
Non so se definirla solo paura o anche sudditanza.

Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho definì Rizziconi «paese del medioevo, quando era il signore a decidere della vita e della morte dei propri sudditi».
Per questo parlo di sudditanza. Ma sudditanza per paura.

Non si vede una grande spinta al cambiamento...
No. Non la vedo. È come dieci anni fa, come venti anni fa.

Tornando ad allora, a prima dell’omicidio, c’è qualcosa che dovevate fare e non avete fatto? O che avete fatto e non dovevate fare?
Non so rispondere. Ci sono stati errori? Non lo so. È troppo semplice fare delle analisi dopo che le cose succedono.

Sapevate che a Rizziconi c’era la ’ndrangheta. Non pensavate di poter avere anche voi dei problemi?
Lo vedevo come un fenomeno distante. Ora invece leggo tutti i libri che escono sul tema. Seguo tutta la cronaca giudiziaria.

E perché prima no?
Facevo la mamma e l’imprenditrice. Casa, lavoro e chiesa. La ’ndrangheta era per me un fenomeno di altri. Quando poi sei toccata e paghi in prima persona quello che ho pagato io, apri gli occhi, li spalanchi e cominci a capire veramente quello che la ’ndrangheta ha fatto contro la nostra terra.

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2019 19 FEBBRAIO L'ESPRESSO LA MAGISTRATURA

INCHIESTA

La banda dei giudici corrotti: l'inchiesta che sta sconvolgendo la magistratura

Sentenze vendute, elezioni annullate, depistaggi. C'è una vera e propria rete di toghe sporche al lavoro da Milano alla Sicilia

DI PAOLO BIONDANI
Giustizia corrotta, ai massimi livelli. Con una rete occulta che corrode il potere giudiziario dall’interno, arrivando a minare i pilastri della nostra democrazia. Un’inchiesta delicatissima, coordinata dalle Procure di Roma, Messina e Milano, continua a provocare arresti, da più di un anno, tra magistrati di alto rango. Non si tratta di casi isolati, con la singola toga sporca che svende una sentenza. L’accusa, riconfermata nelle diverse retate di questi mesi, è molto più grave: si indaga su un sistema di contropotere giudiziario, con tutti i crismi dell’associazione per delinquere, che si è organizzato da anni per avvicinare, condizionare e tentare di corrompere un numero indeterminato di magistrati. Qualsiasi giudice, di qualunque grado.

Al centro dello scandalo ci sono i massimi organi della giustizia amministrativa: il Consiglio di Stato e la sua struttura gemella siciliana. Sono giudici di secondo e ultimo grado: decidono tutte le cause dei privati contro la pubblica amministrazione con verdetti definitivi (la Cassazione può intervenire solo in casi straordinari). Molti però non sono magistrati: vengono scelti dal potere politico. Eppure arbitrano cause di enorme valore, come i mega-appalti pubblici. Interferiscono sempre più spesso nelle nomine dei vertici di tutta la magistratura, che la Costituzione affida invece al Csm. Possono perfino annullare le elezioni. L’indagine della procura di Roma ha già provocato decine di arresti, svelando storie allucinanti di giudici amministrativi con i soldi all’estero, buste gonfie di contanti, magistrati anche penali asserviti stabilmente ai corruttori, giri di prostituzione minorile e sentenze svendute in serie, «a pacchetti di dieci». Con tangenti pagate anche per annullare il voto popolare. Un attacco alla democrazia attraverso la corruzione.

L’antefatto è del 2012: un candidato del centrodestra in Sicilia, Giuseppe Gennuso, perde le elezioni per 90 preferenze e contesta il risultato, avvelenato da una misteriosa vicenda di schede sparite. In primo grado il Tar boccia tutti i ricorsi. Quindi il politico siciliano, secondo l’accusa, versa almeno 30 mila euro a un mediatore, un ex giudice, che li consegna al presidente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, Raffaele Maria De Lipsis. Che nel gennaio 2014 annulla l’elezione e ordina di ripetere il voto in nove sezioni dei comuni di Pachino e Rosolini: quelle dove è più forte Gennuso. Che nell’ottobre 2014 conquista così il suo seggio, anche se ha precedenti per lesioni, furto con destrezza ed è indiziato di beneficiare di voti comprati. Il politico respinge ogni accusa. Che oggi risulta però confermata dalle confessioni di due potenti avvocati siciliani, Piero Amara e Giuseppe Calafiore, arrestati nel febbraio 2018 come grandi corruttori di magistrati.

L’esistenza di una rete strutturata per comprare giudici era emersa già con le prime perquisizioni. Nel luglio 2016, in casa di un funzionario della presidenza del consiglio, Renato Mazzocchi, vengono sequestrati 250 mila euro in contanti e una copia appuntata di una sentenza della Cassazione favorevole a Berlusconi sul caso Mediolanum. Altre indagini portano a scoprire, come riassume il giudice che ordina gli arresti, «un elenco di processi, pendenti davanti a diverse autorità giudiziarie», con nomi di magistrati affiancati da cifre. Uno di questi è Nicola Russo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, nonché giudice tributario. Quando viene arrestato, nella sua abitazione spuntano atti di processi amministrativi altrui, chiusi in una busta con il nome proprio di Mazzocchi. Negli stessi mesi Russo viene sospeso dalla magistratura dopo una condanna in primo grado per prostituzione minorile. Oggi è al secondo arresto con l’accusa di essersi fatto corrompere non solo dagli avvocati Amara e Calafiore, ma anche da imprenditori come Stefano Ricucci e Liberato Lo Conte. Negli interrogatori Russo conferma di aver interferito in diversi processi di altri giudici, su richiesta non solo di Mazzocchi, ma anche di «magistrati di Roma» e «ufficiali della Finanza». Ma si rifiuta di fare i nomi. Per i giudici che lo arrestano, la sua è una manovra ricattatoria: l’ex giudice cerca di «controllare questa rete riservata» di magistrati e ufficiali «in debito con lui per i favori ricevuti».

Anche De Lipsis, per anni il più potente giudice amministrativo siciliano, ora è agli arresti per due accuse di corruzione. Ma è sospettato di aver svenduto altre sentenze. La Guardia di Finanza ha scoperto che la famiglia del giudice ha accumulato, in dieci anni, sette milioni di euro: più del triplo dei redditi ufficiali. Scoppiato lo scandalo, si è dimesso. Ma anche lui ha continuato a fare pressioni su altri giudici, che ora confermano le sue «raccomandazioni» a favore di aziende private come Liberty Lines (traghetti) e due società immobiliari di famiglia dell’avvocato Calafiore, che progettavano speculazioni edilizie nel centro storico di Siracusa (71 villette e un ipermercato) bocciate dalla Soprintendenza.

L’inchiesta riguarda molti verdetti d’oro. Russo è accusato anche di aver alterato le maxi-gare nazionali della Consip riassegnando un appalto da 338 milioni alla società Exitone di Ezio Bigotti e altri ricchi contratti pubblici all’impresa Ciclat. Per le stesse sentenze è sotto inchiesta un altro ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio: secondo l’accusa, aveva 751 mila euro su un conto svizzero. Per ripulirli, il giudice li ha girati a una società di Malta degli avvocati Amara e Calafiore.

Tra gli oltre trenta indagati, ma per accuse ancora da verificare, spicca un altro presidente di sezione, Sergio Santoro, ora candidato a diventare il numero due del Consiglio di Stato.

A fare da tramite tra imprenditori, avvocati e toghe sporche, secondo l’accusa, è anche un altro ex magistrato amministrativo, Luigi Caruso. Fino al 2012 era un big della Corte dei conti, poi è rimasto nel ramo: secondo l’ordinanza d’arresto, consegnava pacchi di soldi alle toghe sporche ancora attive. Lavoro ben retribuito: tra il 2011 e il 2017 l’ex giudice ha versato in banca 239 mila euro in contanti e altri 258 mila in assegni.

Amara, come avvocato siciliano dell’Eni, è anche l’artefice della corruzione di un pm di Siracusa, Giancarlo Longo, che in cambio di almeno 88 mila euro e vacanze di lusso a Dubai aprì una fanta-inchiesta giudiziaria ipotizzando un inesistente complotto contro l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi. Un depistaggio organizzato per fermare le indagini della procura di Milano sulle maxi-corruzioni dell’Eni in Nigeria e Congo. Dopo l’arresto, Longo ha patteggiato una condanna a cinque anni. Ma la sua falsa inchiesta ha raggiunto il risultato di spingere alle dimissioni gli unici consiglieri dell’Eni, Luigi Zingales e Karina Litwak, che denunciavano le corruzioni italiane in Africa.

Nella trama entra anche il potere politico, proprio per i legami strettissimi tra Consiglio di Stato e governi in carica. Giuseppe Mineo è un docente universitario nominato giudice del Consiglio siciliano dalla giunta dell’ex governatore Lombardo. Nel 2016 vuole ascendere al Consiglio di Stato. A trovargli appoggio politico sono gli avvocati Amara e Calafiore, che versano 300 mila euro al senatore Denis Verdini, che invece nega tutto. L’ex ministro Luca Lotti però conferma che proprio Verdini gli chiese di inserire Mineo tra le nomine decise dal governo Renzi. Alla fine il giudice raccomandato perde la poltrona solo perché risulta sotto processo disciplinare per troppi ritardi nelle sue sentenze siciliane.

Tra i legali ora indagati c’è un altro illustre avvocato, Stefano Vinti, accusato di aver favorito un suo cliente, l’imprenditore Alfredo Romeo, con una tangente mascherata da incarico legale: un “arbitrato libero” (un costoso verdetto privato) affidato guarda caso al padre del solito Russo. Proprio lui, l’ex giudice che sta cercando di usare lo squadrone delle toghe sporche, ancora ignote, per fermare i magistrati anti-corruzione.

13 commenti
4 giorni fa
giuseppe1950o1

In questo mondo pervaso d’ipocrisia e retorica non è facileliberarsi dalla corruzione.

La lotta a questa piaga sociale, fatta solo di belle parole ebuoni propositi è una guerra persa.

A mio parere c’è solo un antidoto contro questo morbo ed èquello di eliminare dalla circolazione la carta moneta.

Da tempo ormai la tecnologia offre i mezzi per compiere ognitipo di transazione economica.

La carta moneta che garantisce l’anonimato serve, in primo luogoad agevolare i truffatori, gli evasori, i corruttori, i ricatti, le tangenti,il pizzo ed ogni tipo di malaffare; per tanto, andrebbe sostituita con le carteelettroniche.

Si dovrebbe imporre alle banche transazioni a costo simbolicoche, comunque per le stesse,  produrrebbero utili efficaci;  ancora meglio, istituire un  fondo che li gestisca a costi zero producendoutili anche per  i risparmiatori. Soloquesto, a Lotta alla corruzione.

 mio parere, è

15 giorni fa
utente14238
Anche nell' Asburgica Trieste da quando c'é la magistratura italiana le cose non vanno meglio. In molti dovrebbero auto-condannarsi x ripetute violazioni dei trattati internazionali mentre si coprono l'uno con l'altro, comune , prefettura, magistratura, corte dei conti et simili. Un saluto a tutti
17 giorni fa
cleo06
Schifo Schifo Schifo guardate cosa sono riusciti a fare con Eutelia in as. https://www.eutelia.social
20 giorni fa
Jolanda Contini
Agghiacciante. Dove e come,un inerme cittadino potrà  trovare certezze ?!
23 giorni fa
Massimo Gambetta
buongiorno, io ne sono la prova vivente, da ben 12 anni lotto contro le procure di Savona, Genova, Torino, e ufficio ispettivo di ROMA, il danno patrimoniale che mi hanno creato è pari a €20.000.000,00 a nulla sono valse sino ad ora le ripetute denunce. La ramificazione di questa associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata è capillare, si insinua tra le procure gli avvocati, i cancellieri, i professionisti e i prestanome, tutto organizzato in anni di costruzione, ma che ha una efficacia "LEGALE" radicata e irremovibile.
HO TUTTI I DOCUMENTI COMPROVANTI QUANTO AFFERMO, MA IL MURO DI GOMMA CHE MI HANNO CREATO INTORNO E' PRATICAMENTE INSORMONTABILE. POI NON PARLIAMO DELLE ALIQUOTE COLLEGATE AI MAGISTRATI, OSSEQUIENTI E SUSSEGUENTI A QUESTI ULTIMI.    TROPPO POTERE INCONTROLLATO E INCONDIZIONATO ALLA MAGISTRATURA. E' ORA DI RIDIMENSIONARE QUESTO STATO NELLO STATO. 
83 giorni fa
utente70567
Egr Dott Biondani ; Lei ha detto Solo tante bugie per lo meno  per quello che riguarda il mio nome è assolutamente falso ........ come sempre fanno quasi tutti i giornalisti sbattono il nome di una persona senza verificare la verità e come spesso accade poi dopo durante il processo vieni assolto o addirittura archiviato, intanto però sei stato sputtanato su tutti i giornali !!!!!! Questa è la stampa di oggi ........ quasi tutta la stampa e i giornalisti credono a notizie false  senza fare un minimo di indagine e non dando mai un servizio veritiero per L utente .......... si devono dare solo notizie negative per fare scoop senza sapere che così facendo fai del male a delle persone e a famiglie!!!!! La verità non interessa ai giornalisti interessa solo dare notizie false e non verificate !!!!!!! 
83 giorni fa
Gianni Barcella
se cercate materiale su schifezze della magistratura di Reggio Calabria, contattatemi. ma reggetevi forte
83 giorni fa
nauloco
Ma quando nell'articolo si legge " giudice arrestato" significa che è in cella  dietro le sbarre o comodamente ai domiciliari nella villa con giardino, piscina e filippina ? Così tanto per sapere.
84 giorni fa
Antonino Arconte
Era ora. Li combatto da solo da 27 anni! Le bande Bassotti stanno perdendo colpi, finalmente arrivano i nostri!
226 giorni fa
utente49075
Malaffare e corruzione ovunque in questo paese, tra i primi per livello di corruzione nei paesi occidentali!
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