CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Wednesday, November 14, 2018

Quei petali di Rosa che sono patrimonio Unesco: musica e storie della Balistreri

Quei petali di Rosa che sono patrimonio Unesco: musica e storie della Balistreri: Nel 2020 il trentennale della sua scomparsa: l'attivista, poetessa, cantante siciliana Rosa Balistreri che diceva 'Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto' Quei petali di Rosa che sono patrimonio Unesco: musica e storie della Balistreri

Report Corruzione e dossieraggi: arrestato Montante, ex responsabile legalità di Confindustria

Il caso Montante a Report (aprile 2016)
00:44
04:03





















E’ stato arrestato questa mattina Antonio Calogero Montante, attuale presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta e presidente di Retimpresa Servizi di Confindustria Nazionale, dove aveva ricoperto in passato anche la carica di responsabile nazionale per la legalità. Agli arresti domiciliari anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe D'Agata, ex capocentro della Dia di Palermo tornato all'Arma dopo un periodo nei servizi segreti, Diego Di Simone, ex sostituto commissario della squadra mobile di Palermo, Marco De Angelis, sostituto commissario prima alla questura di Palermo poi alla prefettura di Milano, Ettore Orfanello, ex comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza a Palermo, il “re dei supermercati” siciliani Massimo Romano. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di essersi associati allo scopo di commettere più delitti contro la pubblica amministrazione e di accesso abusivo a sistema informatico, nonché più delitti di corruzione. 
Il 22 gennaio 2016, come raccontato l’aprile successivo da Report nell’inchiesta di Bernardo Iovene “Padroni si nasce” (guarda la clip in questa pagina), Montante aveva ricevuto un avviso di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. A fare il suo nome, alcuni collaboratori di giustizia e due ex amici dell’imprenditore, Marco Venturi, ex assessore regionale, e Alfonso Cicero, ex presidente dell'Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive. Ora gli inquirenti gli contestano di aver creato, per spiare detta inchiesta, una rete illegale di informatori di cui avrebbero fatto parte gli agenti arrestati stamane. Altre 22 persone, che avrebbero contribuito a veicolare le informazioni a Montante, risultano indagate ma non sono state raggiunte da provvedimenti cautelari: tra di loro l'ex presidente del Senato Renato Schifani, l'ex generale Arturo Esposito, ex direttore del servizio segreto civile, Andrea Cavacece, capo reparto dell'Aisi, Andrea Grassi, ex dirigente della prima divisione del Servizio centrale operativo della polizia. All’origine di questo filone di indagine il ritrovamento, durante una perquisizione nella villa dell’imprenditore, in una stanza nascosta da una libreria, di archivi cartacei e informatici che riportavano contatti, incontri, e compensi per i corrotti.

Secondo quanto riferito oggi in conferenza stampa dal procuratore nisseno Amedeo Bertone, non sarebbero state acquisite sufficienti prove per formulare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Nondimeno, Bertone delinea un quadro composto da corruzione, amicizie con mafiosi e dossieraggio in danno di una quarantina di magistrati, giornalisti, colleghi di Confindustria Sicilia e di potenziali nemici che avrebbero potuto ostacolare la propria ascesa ai vertici di Camera di Commercio e Confindustria.

(lunedì 14 maggio 2018)

Report Corruzione e dossieraggi: arrestato Montante, ex responsabile legalità di Confindustria

Il caso Montante a Report (aprile 2016)
00:44
04:03









Tuesday, November 13, 2018

L'apostolo dell'antimafia SOCIETÀ di Paolo Mondani

L'apostolo dell'antimafia 











SOCIETÀ di Paolo Mondani
Collaborazione di Norma Ferrara

Per dieci anni è stato a capo degli industriali siciliani che hanno detto “no” al pizzo ma dal maggio scorso è in carcere con l’accusa di associazione a delinquere per corruzione e per aver creato una rete che spiava politici, giornalisti e magistrati. È Antonio Calogero Montante, detto Antonello, imprenditore siciliano costruttore di biciclette nato a Serradifalco, un paesino in provincia di Caltanissetta. Nella sua casa è stato trovato un archivio pieno di fascicoli sui suoi nemici e nella sua rete di informatori figurano i vertici dei servizi segreti civili, esponenti delle forze dell’ordine, il senatore Renato Schifani e l’ex governatore della Sicilia Rosario Crocetta. Per anni Confindustria ha deciso la strategia dello Stato sull’Antimafia ed è stato Antonello Montante ad anticipare la linea che oggi vuole svuotare la normativa sui certificati antimafia per le aziende e consegnare ai privati la gestione dei beni confiscati alla criminalità. L’inchiesta di Paolo Mondani è andata in cerca di risposte: chi ha creato questo falso eroe e perché? A cosa serviva la rete di spionaggio gestita da Montante? Cosa avevano in comune importanti magistrati antimafia, uomini delle istituzioni, del mondo politico e della società civile con questo finto paladino della legalità? Quali accordi sono stati siglati "in nome dell'Antimafia" fra pezzi di Stato e pezzi di Confindustria? Chi ha pianificato la falsa “rivoluzione” degli industriali siciliani? Un testimone racconterà la genesi di una storia che parte dalla Sicilia per arrivare nella Capitale. 



Antimafia, Caltanisetta,CAMILLERI, Catanzaro, CICERO, CONFINDUSTRIA, CROCETTA, CUFFARO,LO BELLO, LOMBARDO,LUMIA, Marino, MATTEO MESSINA DENARO, MERCEGAGLIA, MONDANI PAOLO, PATTI, Report, VALTUR, VENTURI, 
Marino: «Ecco le Istituzioni che hanno coperto il sistema Montante» 

di Mario Barresi

CATANIA. Nomi, cognomi. E, soprattutto, cariche. Tutte importantissime. Ministri, procuratori, togati, politici, imprenditori. È la Marino’s List. Sottotitolo: «Le istituzioni che hanno coperto il sistema Montante». Il magistrato catanese - oggi in servizio alla Corte d’Appello di Roma, dopo il burrascoso commiato da assessore regionale ai Rifiuti - rompe un lungo silenzio. Che durava dall’ultima intervista al nostro giornale, in cui Nicolò Marino per primo denunciò «le ingerenze del potere di Confindustria Sicilia nel governo regionale».
Da quel novembre 2014 a oggi sono cambiate molte cose...
«Quando segnalai lo strapotere di Confindustria nella gestione dell’amministrazione regionale in diversi settori con particolare riferimento a quello dei rifiuti, perché la vicenda Catanzaro docet, non era uscita la notizia che Montante fosse indagato».

E lei è tornato a fare il magistrato. Dopo la rottura con Crocetta.
«Proprio il grande conflitto che si originò dalla mia posizione ferma rispetto a Crocetta fece sì che io dovetti andarmene. Io avevo due possibilità: adeguarmi al sistema di Confindustria, perdendo coerenza e dignità, e restare in piedi. Oppure andare via, con le conseguenze per me e per la mia famiglia: lasciare la Sicilia, accettare un incarico altrove. Ebbene, io scelsi la dignità e la coerenza».
Ha pagato un prezzo per quella scelta?
«Potevo andare a ricoprire determinati incarichi fuori ruolo che mi avrebbero consentito di restare vicino alla linea politica che avevo scelto. Ma, forse sarà una coincidenza, ho trovato ostacoli dappertutto».
Oggi, invece, l’elenco degli accusatori di quel sistema s’è allungato.
«Sì, in ultimo c’è stata l’interrogazione parlamentare dei grillini. E prima ancora il “pentimento” di Marco Venturi, preceduto dalla posizione di Massimo Romano. Quando, molto prima, fui io a denunciare, da uomo delle Istituzioni, mi sarei aspettato che le istituzioni stesse cominciassero a prendere le distanze da chi aveva gestito come centro di potere questo gruppo di Confindustria. Invece non fu così. E io ebbi lo scontro con Crocetta, uscendo dalla governo regionale».
Ma le istituzioni non sono soltanto Crocetta.
«L’elenco è lungo. C’è un passaggio della relazione del presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, Salvatore Cardinale, che Montante lesse a modo suo, in cui si diceva che erano preventivati attacchi a Confindustria. I magistrati del territorio ben conoscevano la posizione di Montante, come dimostra la successiva notizia sulle indagini per mafia, che nascono prima. E che comunque, questo ci tengo a dirlo, sono andate avanti».
Quelle indagini nascono quando era pm a Caltanissetta. E dunque anche lei sapeva.
«Le dichiarazioni di Carmelo Barbieri (uno dei pentiti che accusa Montante, ndr) le raccolsi io, da pm a Caltanissetta, assieme a Sergio Lari nel 2009 e 2010. Io non feci nemmeno domande a Barbieri. Le fece Lari. La posizione di Montante era già ampiamente conosciuta».

Ed è a questo che alludeva quando nell’intervista ci disse «io e Lari eravamo assieme a Caltanissetta ed entrambi sappiamo chi è Montante»?
«Sì. Tutta Caltanissetta sa chi è Montante. C’è una parte che lo teme e un’altra che lo rifugge. Le istituzioni di Caltanissetta, tutte, ben sapevano chi fosse. Io sul “Fatto” criticai Lari che additava Montante come simbolo della legalità. Nessuno ne prese le distanze, ma addirittura arrivarono ulteriori tributi a questo sistema di potere, persino conclamato a simbolo della legalità nei discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario».
Si riferisce all’ex pg di Caltanissetta, Roberto Scarpinato?
«Non vorrei parlarne. Dico solo che l’avrei fatto più accorto in questa vicenda. Come poteva non sapere delle accuse dei pentiti a Montante? Poi c’è un altro fatto gravissimo che grida vendetta... ».
Quale?
«Il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza. Il primo si fece per le stragi. Il secondo, alla presenza del ministro Alfano e di altissime autorità, si fa a Caltanissetta. Per celebrare le lodi di una persona che alcuni magistrati dovevano sapere che era indagato o iscritto sul registro delle notizie di reato. Fino alla goccia che fece traboccare il vaso».
Ovvero? A cosa si riferisce?
«Alfano fa un’altra operazione che doveva portare all’assoluto predominio di questa Confindustria: nomina Montante nel Cda dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia. È l’operazione, gravissima, che avrebbe completato il disequilibrio di Confindustria nella struttura più ricca al mondo per il valore dei beni. Ricchezza e potere di orientare le sorti della politica... ».
È l’inizio della fine, per Montante.
«Il sistema Montante, per ironia della sorte, non lo incrinano le istituzioni. Si mette in discussione da solo. Per l’eccesso di tracotanza, per la “hybris” del potere... ».
Il giocattolo si rompe. Perché proprio in quel momento?
«Il giocattolo Montante si rompe quando arriva all’Agenzia, perché proprio le istituzioni che avevano implementato il suo potere creano uno squilibrio nei confronti di quel tipo di Confidustria nella gestione dei beni. Determinando un potere straordinario nelle mani di Montante, manager comunque capace sotto questo profilo, e delle persone a lui vicine».
O magari Montante era arrivato così in alto. Una guerra fra antimafie: “old style” contro “parvenu”?
«Possiamo anche indicarla così. Mi sta chiedendo se c’entri don Ciotti con Libera? Io sono convinto che questo scontro nasca proprio da Libera, che poi incappa nello stesso errore. Perché diventa un’altra struttura, non più spontanea. Ma è un altro discorso... ».
Cosa le fa pensare che c’entri Libera?
«È una mia idea, io ne sono convinto. Ma non ho elementi per dimostrarlo. Posso solo dire che l’unico dato non allineato al consenso che viene fuori dopo la nomina di Montante nel Cda dell’Agenzia è la posizione di Libera, che comunque fino a quel momento non era certo in contrasto con quella Confindustria».
In che senso?
«Io feci una conferenza, assieme a don Ciotti, in una scuola di Lentini, alla quale era stato assegnato un bene proprio da Libera. In quell’occasione non posso dimenticare che don Luigi, persona di grandissima cultura, tesseva le lodi pubbliche di Montante e di Lo Bello. E io, nel mio intervento, anche allora lo criticai. Così come presi posizione contro questo modo fittizio di gestire l’antimafia di Confindustria in diverse occasioni, anche nel 2003 e nel 2004. Anche una volta in cui Lo Bello era relatore. La cosa che mi fa specie è che fior fiori di prefetti e di uomini delle Istituzioni hanno tessuto le lodi o si sono fatti fotografare al momento della firma dei protocolli di legalità, che erano la finzione più grande. Chiunque, anche l’uomo della strada poteva accorgersene. Eppure gli uomini delle istituzioni hanno fatto finta che fossero altro».
Continua a dire che tutti sapevano. Però anche lei sapeva. Perché non andò da un suo collega magistrato a denunciare?
«Io feci molto di più. Non solo le critiche e le denunce pubbliche nei convegni, non solo lo scontro con Crocetta perché mi battevo contro questo sistema, ma anche dettagliati riscontri nelle audizioni alle commissioni parlamentari d’inchiesta. E persino degli atti trasmessi ai colleghi, non soltanto della Procura di Palermo, sulla tracciabilità dei rapporti fra le società di Montante e soprattutto di Catanzaro con alcuni personaggi legati a Cosa Nostra. Tutto documento, carte alla mano. Ma di questo, magari, ne parliamo un’altra volta... ».
D’accordo. Riprendiamo il filo. A un certo punto, è il febbraio 2015, lo scoop di “Repubblica” su Montante indagato.
«Questo è un altro fatto esterno: il via libera a “Repubblica”, che quelle vicende le conosceva già da tempo. Perché le scrive allora e non prima? Ma le istituzioni che parteggiano per Montante sono sempre lì e subiscono questo attacco. A quel punto chi aveva il dovere di agire e aveva omesso fino a quel momento di farlo, finalmente interviene, spinto dalla pubblicità delle notizie sull’indagine a carico di Montante».
Ha avuto scontri durissimi con i vertici di Confindustria Sicilia.
«Non solo scontri e querele, di più. Io scopro oggi dal memoriale depositato da Montante che vi è allegato, con data maggio 2015, un esposto a firma Lo Bello, Catanzaro e Venturi, quest’ultimo evidentemente ancora non pentito, contro di me».
Cosa c’è in quest’esposto?
«Nell’utilizzo che ne fa Montante davanti al Tribunale del Riesame, emergerebbe che era in atto una sorta di complotto contro questa Confindustria antimafia. E di questo complotto farebbe parte il sottoscritto, perché così scrive un anonimo che ricevono Lo Bello, Catanzaro e Venturi».
E quali sono le accuse nei suoi confronti?
«Tramite l’avvocato Colonna orienterei le dichiarazione dei collaboratori di giustizia. Un’accusa che io oggi rileggo nel contesto di quelle dichiarazioni di Cardinale sugli attacchi a Confindustria. E l’altra accusa è che io gestirei delle intercettazioni illegali attraverso due ditte».
È indagato per questa vicenda?
«Mai sentito, né altro. Mi viene comunicato da persone di Caltanissetta, anch’esse accusate da Montante di essere dei complottisti. Io dico: ben venga. O si dimostra che Marino ha fatto davvero questa cosa, oppure chi ha utilizzato questo sistema sta ponendo in essere un’azione criminale contro uomini delle istituzioni. Venturi, fra i firmatari di quell’esposto contro di me, ha preso una posizione chiara contro Montante. Mi auguro che sia lui stesso a fare chiarezza sulla vicenda. Se non lo sentirà la Procura di Catania, chiederò di fare eventuali indagini difensive e di poter ascoltare la sua versione».
Perché Venturi ha rotto con Montante?
«Venturi è un po’ codardo. È sempre stato così. Cosa gli abbia chiesto Montante lo sa solo lui, ma secondo me si tratta di una cosa di palesemente e spudoratamente illecito. Perché, tutto sommato, Venturi è una persona perbene».
Lei ebbe uno scontro anche con Lo Bello.
«Lo Bello per me è un uomo che vive di luce riflessa. Paradossalmente stimo di più l’indagato per mafia Montante, rispetto a chi approfitta delle situazioni di convenienza».
Attenzione: non è mai nemmeno sfiorato da un’indagine.
«Io non dico che Bello non possa essere una persona perbene, dico che si è avvalso di questo sistema. Ed è uno che di male ne ha fatto abbastanza: anche lui firma l’esposto contro di me».
E Crocetta in questo quadro che ruolo ha?
«Crocetta è una persona amorale. Ed è perfettamente consapevole di quello che è avvenuto».
Vi siete mai più parlati dopo le sue dimissioni?
«L’ho sentito solo una volta, due anni dopo la mia uscita dalla sua giunta, perché non aveva redatto il parere per la mia ultima valutazione di professionalità attesa da Corte d’Appello di Roma e Csm. Lui, dopo aver esordito con un “che piacere sentirti! ”, mi disse: “Mi dispiace per quello che è accaduto”. E poi utilizzò queste parole: “Non sapevo le cose che tu sapevi”».
E lei gli crede?
«Crocetta è una persona di grande intelligenza. E di grande furbizia. Non so se è più furbo o più intelligente. Ma uno del territorio, così come lo è Lumia, non può far finta di ignorare quello che stava avvenendo, supportando il sistema Montante».
Lei dice: non potevano non sapere.
«Sarebbe un oltraggio all’intelligenza pensare che ignorassero o che fossero in buona fede nel non sapere del sistema Montante. Anzi le dico di più: lo stratega di questo sistema è proprio Lumia. L’anima nera di questo gruppo è lui».
A proposito di antimafia. Oltre alle indagini su Montante, un’altra icona caduta in disgrazia è il giudice Saguto.
«Io però porrei una distinzione. Mentre per la Saguto il nodo è nel modo di gestire i beni, e non nei provvedimenti emessi dal magistrato, il sistema Confindustria è la più grande finzione che un uomo delle Istituzioni di medio livello aveva il dovere di leggere. Così come l’abbiamo letta in tanti. Solo che in pochi abbiamo avuto il coraggio di parlare».
Perché questi silenzi? Connivenza, complicità? O cos’altro?
«Montante era riuscito a creare un rapporto istituzionale con vertici della Dia, con magistrati e con ministri. Ed è stato bravo a creare dei rapporti con i vertici che comandavano il Paese».
Di cosa stiamo parlando?
«Ho avuto notizia, fra altro documentata anche dall’allontanamento dell’ex capocentro della Dia di Caltanissetta dopo l’audizione in Antimafia, che uomini delle Istituzioni si erano spesso rivolti a Montante per ottenere alcuni vantaggi nella carriera. Evidentemente ritenendo che questo potere non fosse millantato. Di alcune nomine anch’io mi sono stupito, così come di inspiegabili blocchi di promozioni».
Ha appena parlato di «vertici che comandavano il Paese».
«Non dimentichiamo che il ministro Cancellieri lo definì “apostolo della legalità”. Quando sentii questa affermazione, chiamai il capo di gabinetto del ministro e gli dissi: “Ma come fai a non informare la Cancellieri di chi è Montante? ”. Ma del resto anche lo stesso procuratore Lari definì Montante “simbolo della legalità”. In un convegno giuridico, peraltro».
Lei dà per scontato che Montante sia colpevole. Ma l’indagine potrà finire con la constatazione che è un galantuomo. E in molti gli dovranno chiedere scusa.
«Io prescindo dall’esito dell’indagine, perché la magistratura non può svolgere la funzione di supplenza sotto il profilo morale, etico, amministrativo, politico. Sono proprio le Istituzioni che hanno consentito la crescita di Montante ad avere il dovere di non stare più in silenzio. Proprio per dimostrare di non essere asservite a quel sistema che si spera abbiamo supportato involontariamente».
Quindi l’invito che ha fatto Venturi nell’intervista al nostro giornale è legittimo?
«Legittimo e doveroso. Occorre una posizione dei governi regionale e nazionale. Una chiara presa di distanza rispetto a tutti gli uomini che hanno fatto parte del sistema Montante e anche di quelli che ne hanno preso le distanze. Oggi, ad esempio, non puoi più supportare Lo Bello».
Ufficialmente Lo Bello non ha mai preso le distanze da Montante. Ma alcuni giornali hanno parlato di gelo fra i due.
«Mi dicono che sia una finzione, un gioco delle parti. In ogni caso si sono sempre alternati, Lo Bello ha sempre respirato il sistema Montante. Il tema è questo: è Confindustria nazionale a dover fare pulizia al proprio interno. Squinzi non può far finta che non sta succedendo niente a Montante, aspettando l’esito della vicenda giudiziaria. Questa è la dimostrazione della collusione di questa Confindustria con il sistema Montante. Se il vertice nazionale non prende posizione, azzerando tutti gli uomini che di quel sistema hanno fatto parte, compresi quelli che fingono di aver preso le distanze o l’hanno fatto davvero, significa che assume una posizione di copertura».
È il momento della verità, dunque.
«Le istituzioni non possono più far finta di nulla. A partire dal signor ministro dell’Interno, Alfano, che si è permesso di fare un comitato nazionale a Caltanissetta e che ha il dovere un mea culpa soprattutto per aver cercato di supportare quel sistema con la nomina di Montante all’Agenzia dei beni confiscati».
twitter: @MarioBarresi
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bulgarella

“Quel ruffiano di Treppiedi” Queste le parole dell’imprenditore Bulgarella nei confronti del sacerdote quando questi decise di rendere testimonianza nel processo contro il senatore D’Alì


Intanto la costruzione dei centri commerciali si decidevano nel salone di un barbiere e spunta il nome dell’on. Paolo Ruggirello.
Sono intercettazioni clamorose quanto emblematiche del personaggio, quelle contenute nell’ordinanza dei pm della Dda di Firenze che hanno sottoposto a indagini l’imprenditore trapanese Andrea Bulgarella. Ve ne sono un paio che riguardano i colloqui tra Bulgarella ed una sorta di suo “confessore”, un piccolo imprendiotre trapanese, con un passato da editore della carta stampata, Ignazio Grimaldi. E’ Grimaldi per esempio che la mattina del 19 noivembre 2014, alle 7,07 gli dà notizia dell’arresto di Luca Bellomo, il nipote di Matteo Messina Denaro che con il gruppo Bulgarella aveva avuto rapporti per arredare alcune strutture turistiche. Nell’ordinanza si legge: “Bulgarella comprende subito che è il Bellomo che lui ben conosce ma prudentemente per telefono si limita a dire che si tratta un soggetto che vendeva pialli … cose di rappresentanza. Bulgarella però è curioso e forse anche preoccupalo, ed alle ore 9.32 – non dal suo telefonino ndr – richiama il Grimaldi per avere maggiori notizie sugli arresti e su Bellomo aggiunge: ... si .. io lo conosco …. Forse vendeva …. Suo padre perlomeno ….Vendeva cose per il ristorante….. ma ques to è pericoloso? Grimaldi gli comunica che la moglie del Bellomo è avvocato penalista e che è figliadella sorella di Matteo Messina Denaro. La conversazione si conclude con la richiesta di Bulgarella di fargli avere ulteriori notizie. Alleore I0.12 Bulgarella richiama dal suo telefono Grimaldi ed i due commentano la notizia anche con riferimento agli altri arrestati, Bulgarella su Bellomo dice: .. e questo che suo padre mi vendeva le cose a me ….. questo qui è un minchion e … una cosa inutile” . Ma le telefonate quotidiane tra Bulgarella e Grimaldi, soliti vedersi a Trapani passeggiare insieme sopratutto nei fine settimana, affrontavano diversi argomenti, preferiti quelle sulle indagini antimafia. Quelle riguardanti il senatore Antonio D’Alì, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma non solo, i due, Grimaldi e Bulgarella parlano di Cuffaro e dell’ex prefetto Fulvio Sodano, promosso il primo, bocciato il secondo. Bulgarella esprime ammirazione per Cuffaro, “leader pure in galera”, “uomo vero” per aver confidato ad un amico che era sotto intercettazione, giustificando tale condotta: ” .. .. non è che …che ha rubato… ha tradito cose… niente… solo perchè ad amico … una persona … esatto una persona per bene …”. In altre occasioni i due discutevano della cittadinanza onoraria rifiutata all’ex prefetto Fulvio Sodano, che sarebbe stata uno smacco per il senatore D’Alì, lui si “persona perbene”. Bulgarella e Grimaldi vengono adscoltati a esprimere giudizi negativi sull’ex prefetto Sodano che invece, scrivono i pm fiorentini, “si era distinto per la lotta al patrimonio della cosca mafiosa facente capo a Matteo Messina Denaro, tanto che Bulgarella ripetutamente afferma di non capire il motivo del conferimento di tale onorificenza”. Ancora parlando con l’amico Ignazio Grimaldi è stato sentito esprimere “preoccupazione e timori per un’eventuale condanna nei confronti di D’Alì a seguito dell’ammissione delle nuovetestimonianze ed, in particolare, di quella del sacerdote Treppiedi (teste di accusa nel processo ndr), additato da Bulgarella con iI terminespregiativo di ruffiano”. E’ cosa nota a Trapani che nei salotti trapanesi chi collabora con la giustizia è considerato un untore…ora si apprende che chi decide di testimoniare per tale gente è anche un ruffiano. Tra le carte dell’indagine fiorentina ce ne è anche per l’attuale deputato regionale Paolo Ruggirello, attraverso il quale, annotano la Dda di Firenze e il rapporto dei Carabinieri del Ros, “Bulgarella ed il cognato Peppe Poma (anche lui indagato per autoriciclaggio ndr) intendevano aprire un supermercato a Trapani”. Un accordo che sarebbe stato stretto nella bottega di un barbiere che organizzò pure l’incontro. “Il Bulgarella per tale iniziativa si è incontrato con Ruggirello nella sala del barbiere di quest’ultimo. L’incontro , come documentato da apposito servizio di osservazione , risulta essere avvenuto la mattina di domenica 8 settembre 2013. Due giorni prima Coppola (il barbiere di Ruggirello) aveva per telefono concordato l’appuntamento con Bulgarella senza, però nel corso della telefonata venisse fatto il nome del deputato che è stato indicato come un non meglio specificato“portavoce “ di un soggetto interessato per la realizzazione di un centro commerciale”.
BULGARELLA 2013 DECRETO 4103 2013 PERQUISIZIONE PALENZONA UNICREDIT CALCESTRUZZI ERICINA POMA SERENI MERCURI PROCURA FIRENZE
REPORT 2010 COSI FAN TUTTI PALENZONA UNICREDIT CALCESTRUZZI ERICINA MASSONERIA MAFIA




BULGARELLA 2013 DECRETO 4103 2013 PERQUISIZIONE PALENZONA UNICREDIT CALCESTRUZZI ERICINA POMA SERENI MERCURI PROCURA FIRENZE





BULGARELLA 2013 DECRETO 4103 2013 PERQUISIZIONE RUGGIRELLO PIPPO GIANNI PALENZONA UNICREDIT CALCESTRUZZI ERICINA POMA SERENI MERCURI PROCURA FIRENZE







BULGARELLA 2010 REPORT UNICREDIT PALENZONA RUGGIRELLO PIPPO GIANNI POMA SERENI COSI FAN TUTTI UNICREDIT CALCESTRUZZI ERICINA MASSONERIA MAFIA DECRETO 4103 2013 PROC FIRENZA AUTOPARCO