CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Friday, September 28, 2018

Il sistema immunitario contro il cancro: un lavoro da Premio Nobel

Il sistema immunitario contro il cancro: un lavoro da Premio Nobel


La Nobel Assembly del Karolinska Institutet ha conferito a James P. Allison e Tasuku Honjo il Premio Nobel 2018 per la Medicina. I loro studi sul trattamento del cancro attraverso la rimozione dell’inibizione del sistema immunitario hanno aperto la strada a nuove terapie contro questa malattia





Ogni anno milioni di persone nel mondo si ammalano di cancro e, purtroppo, in moltissimi perdono questa difficile battaglia. Proprio per questa alta prevalenza numerose sono le ricerche volte a cercare un trattamento valido per questo insieme di patologie. Il Premio Nobel 2018 per la Medicina è stato assegnato agli autori di due importanti studi che hanno permesso un enorme passo in avanti nella lotta al cancro.
James P. Allison e Tasuku Honjo sono stati premiati per dei lavori risalenti alla prima metà degli anni ’90 nei quali si mostrò come delle proteine potessero agire da freni all’azione delle cellule del sistema immunitario, in particolare delle cellule T. L’inibizione di queste proteine è alla base della maggiore attivazione dell’immunità, che acquista così un’efficacia molto maggiore nel combattere le cellule tumorali.

James P. Allison e i suoi studi

Il Prof. Allison, attualmente professore presso la University of Texas, negli anni ’90 si trovava a Berkeley, più precisamente alla University of California. Fin dai primi anni ’90, nel suo laboratorio, Allison studiò una proteina presente sulle cellule immunitarie, CTLA-4. Una volta compreso che questa funziona come un freno per i linfociti T molti suoi colleghi pensarono ad una relazione tra la stessa proteina e le patologie autoimmuni.
Allison ebbe tutt’altra idea. Rimuovere il freno alle cellule T poteva essere un sistema per aumentare la capacità dei linfociti di fronteggiare il cancro. Nel 1994 i primi esperimenti diedero dei risultati eccezionali. I topi trattati erano effettivamente in grado di sconfiggere la malattia.

Nel 2010 Allison mostrò alla comunità scientifica che i suoi risultati potevano essere validi anche sull’uomo, trattando con successo alcuni pazienti affetti da melanoma in stadio avanzato.

Tasuku Honjo: PD-1 e il trattamento del cancro










1992, Giappone. Il Prof. Honjo, della Kyoto University, fa una scoperta molto interessante. Una proteina, chiamata PD-1 ed espressa sulla superficie di alcune cellule del sistema immunitario, le cellule T, agisce come un freno sulla loro attività.
Ph. nobelprize.org
Due anni prima rispetto al lavoro del Prof. Allison si era dimostrato come una proteina specifica potesse sopprimere l’attività dell’immunità di un soggetto. Honjo ed altri gruppi di ricerca furono in grado di evidenziare come un’inibizione di questa proteina potesse avere dei significativi benefici nella lotta al cancro.
Nel 2012 arrivarono le prime dimostrazioni sull’uomo. Risultati incredibili: i pazienti affetti da condizioni prima considerate intrattabili potevano finalmente guarire. Sopprimendo PD-1 i miglioramenti erano eccezionali.

Ed oggi a che punto siamo?

Inutile dire che oggi siamo ancora lontani dal poter dire di aver trovato una cura contro il cancro. Le scoperte dei due laureati hanno mostrato diversi effetti collaterali dovuti ad un’eccessiva attivazione del sistema immunitario stesso, in grado di mettere a repentaglio la vita stessa dei pazienti.
Sebbene la terapia contro PD-1 si sia dimostrata più efficace, oggi si sta provando una combinazione delle due tecniche. Si è potuto osservare, infatti, un effetto di sinergia in pazienti affetti da melanoma.
Molte altre proteine sono oggi sotto studio per valutare gli effetti di una loro inibizione.
La possibilità di scatenare lo stesso sistema immunitario del paziente per contrastare le cellule tumorali è stato un obiettivo della ricerca per più di un secolo. Grazie agli studi dei due neo Premi Nobel si è potuto fare un passo in avanti senza precedenti nello sviluppo di tecniche immunoterapiche.

Tuesday, September 25, 2018

JOHN LENNON,BATTIATO,DE ANDRE',STEVE WONDER,STING,BEATLES,ROLLING STONES,MUSICA

JOHN LENNON,BATTIATO,DE ANDRE',STEVE WONDER,STING,BEATLES,ROLLING STONES,MUSICA JOHN LENNON,BATTIATO,DE ANDRE',STEVE WONDER,STING,BEATLES,ROLLING STONES,MUSICA

Peia "Machi" from Four Great Winds

Peia "Machi" from Four Great Winds

Midwinter - Sanctuary Stone




Midwinter - Sanctuary Stone

Monday, September 24, 2018

Frati miu, nuddu arricchisci con le mani pulite

Frati miu, nuddu arricchisci con le mani pulite
Siamo nel 2014
Aveva RE-iniziato la Sua consiliatura di Sindaco e subito DISASTRO ECONOMICO che si trascina ancor OGGI con le stesse modalità gli stessi comportamenti lo stesso LASSISMO (adda passa a iurnata) la stessa ARROGANZA lo stesso menefreghismo...

Glielo aveva detto la Responsabile del settore economico finanziario
Glielo aveva detto il Collegio dei Revisori dei Conti
Lo aveva DELIBERATO il Consiglio Comunale
Lo aveva DELIBERATO la Corte dei Conti
E il Sindaco?
IL SINDACO LA GIUNTA? 
Non ottemperando, con ATTI, a quanto richiesto: dalla Responsabile settore finanziario;
Non ottemperando a quanto richiesto dal Collegio dei Revisori dei Conti
NON OTTEMPERANDO ALLE DELIBERE DEL CONSIGLIO COMUNALE
NON OTTEMPERANDO ALLE DELIBERAZIONI DELLA CORTE DEI CONTI.

HA ARRECATO UN GRAVE DANNO ECONOMICO CHE RICADRÀ PER DIVERSI ANNI SU TUTTI NOI CITTADINI.
CITTADINI DI ISOLA DELLE FEMMINE È IL FALLIMENTO!!!!!!!
LUI ha di fatto ignorato TUTTE LE RICHIESTE E TUTTI GLI ORGANI DI CONTROLLO. HA IGNORATO PERSINO I CONSIGLIERI COMUNALI DELLA SUA MAGGIORANZA I QUALI CON I CONSIGLIERI DELLA MINORANZA AVEVANO VOTATO LA DELIBERA che " approvare il Bilancio unicamente in maniera funzionale rispetto all'esigenza di assicurare la formazione dello strumento di programmazione finanziaria, quale presupposto imprescindibile al fine di poter ACCEDERE ALLE PROCEDURE DI RIEQUILIBRIO FINANZIARIO PLURIENNALE, di cui all'art 243 bis e seguenti del T.U.E.L. " c'è di più i CONSIGLIERI DI MAGGIORANZA E DI MINORANZA VOTANO LA DELIBERA DANDO MANDATO: " dare mandato alla Responsabile del Servizio Economico Finanziario, di formalizzare i relativi atti necessari e propedeutici"
Lui fregandosene di tutto e di tutti rilancia:
Imperterrito: "finitela voi 4/5 scansafatiche, rompicoglioni SABOTATORI, ma che ve frega a voi del bilancio? Voi siete quelli che odiano il loro paese"


























Sunday, September 23, 2018

"PER NON DIMENTICARE" LIA PIPITONE 23 SETTEMBRE 1983

"PER NON DIMENTICARE" LIA PIPITONE





23 settembre 1983.
PALERMO - Fine estate,1983. Una giovane donna è madre, si trova all'interno di una sanitaria nella borgata palermitana dell'Arenella. 
Due malviventi entrano con le armi in pugno. Si fanno consegnare l'incasso. Esplodono cinque colpi di pistola. Lia Pipitone, 24 anni, colpita prima alle gambe e poi al torace, non ha scampo. Suo figlio Alessio, che di anni ne ha quattro, resta orfano. Lia è figlia di Antonino Pipitone, boss che conta nella mafia che conta. Quella che si è alleata con i corleonesi di Totò Riina e ha fatto e farà strage dei nemici. Ammazzano la figlia di un boss e nulla accade. Il silenzio. Negli anni in cui si moriva per una taliata di troppo due rapinatori massacrano una Pipitone e nulla accade. Vengono perdonati come se si fosse trattato della minchiata di due picciotti maldestri. 

Il boss se ne sta buono. Un ventennio dopo i pentiti spiegano che è stato proprio il padre a farla ammazzare. Perché Lia dei Pipitone portava solo il cognome, ma non era una di loro. Fuga d'amore a diciotto anni, la voglia di andare via da Palermo, le poesie di Neruda, la musica di Guccini e, soprattutto, l'amicizia con un altro ragazzo. Nella borgata si fa presto a parlare di relazione extraconiugale. 
Diventa un marchio infamante per un padre che è anche e soprattutto un boss. L'onore va difeso. Bisogna lavare l'onta patita, anche a costo di farlo nel sangue, nel proprio sangue. Nino Pipitone è morto anni fa. 

Ha avuto il tempo di vedersi assolvere una prima volta, ma non saprà mai come gli sarebbe andata a finire nel nuovo processo che in questi giorni è arrivato all'udienza preliminare. Il pubblico ministero Francesco Del Bene ha chiesto di processare i capimafia Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, boss di Resuttana e dell'Acquasanta. Sarebbero stati loro a ordinare la morte di Lia. Da fondo Pipitone partirono gli squadroni della morte che uccisero Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Pio La Torre, Ninni Cassarà. A fondo Pipitone prepararono l'esplosivo che doveva ammazzare il giudice Giovanni Falcone all'Addaura. Non si fermavano davanti a nulla, neppure di fronte ad una giovane donna e madre, figlia di uno di loro. “Mio fratello mi ha riferito che il padre di Lia, dinanzi alla resistenza della figlia a cessare - ha raccontato il pentito Francesco Di Carlo - una relazione extraconiugale con un altro ragazzo, aveva deciso la punizione della donna perché il capo mandamento non voleva essere criticato per questa situazione incresciosa. In quel periodo - ha aggiunto - il capo mandamento di Resuttana da cui dipendeva l'Acquasanta era Ciccio Madonia che però non prendeva decisioni in quanto malato o detenuto. Il comando era a Nino Madonia, il quale ha convocato Antonino Pipitone dicendogli che aveva preso la decisione di eliminare la figlia, circostanza a cui Pipitone non si è sottratto nel rispetto della mentalità di Cosa nostra”. 

Il merito della riapertura delle indagini è di quel bimbo nel frattempo diventato uomo, Alessio, che ha raccolto testimonianze e ricostruiti fatti. Forse sua madre avrà giustizia. Forse, appunto. È complicato nel caso di Lia Pipitone, figuriamoci per Simone, il suo migliore amico. Un'amicizia che divenne relazione extraconiugale nelle chiacchiere della gente. Il giorno dopo l'esecuzione di Lia, Simone Di Trapani precipitava dal quarto piano di un palazzo in piazza Cascino. Suicidio, si disse, leggendo il biglietto che aveva lasciato: “Mi uccido per amore”. E chi poteva avere dubbio alcuno. Una messinscena dirà di recente un altro pentito, Angelo Fontana. L'ennesima per salvare la faccia di chi si riempiva la bocca pronunciando la parola onore e ammazzava i suoi stessi figli, simulando, sostiene l'accusa, la maldestra azione di due rapinatori. Era la radicalità della prova di appartenenza a Cosa nostra. Solo che la figlia non fu trasformata in animale da un angelo del Signore. Restò carne e ossa, trafitti dal piombo in un pomeriggio di fine estate.
(Scritto da Riccardo Lo Verso, tratto da livesicilia.it).




"Vittime dimenticate" 23 settembre 1983 -Palermo-.
Uccisa Rosalia Pipitone, un delitto camuffato da tentativo di rapina.
"Era il settembre dell'83 quando la giovane donna fu uccisa durante una rapina. Lia aveva 25 anni e non volle rinunciare al rapporto speciale che aveva instaurato con un uomo. Nel quartiere, all’Arenella, il chiacchiericcio divenne ammorbante. La uccisero nel lontano 1983. Il padre, il boss Antonino Pipitone, nulla fece ma accettò la condanna a morte della figlia che aveva tradito le folli regole d’onore di chi onore non ha. Il padre è stato assolto in tutti e tre gradi di giudizio, perché non sono stati trovati riscontri alle dichiarazione dei collaboratori di giustizia. Diversa la sorte toccata a Galatolo e Madonia .
Mio fratello – ha raccontato Di Carlo – mi ha riferito che il padre di Lia, dinnanzi alla resistenza della figlia a cessare una relazione extraconiugale con un ragazzo, aveva deciso di punirla perché il capomandamento non voleva essere criticato per questa situazione incresciosa”. “In quel periodo – ha proseguito – il capomandamento di Resuttana, da cui dipendeva l’Acquasanta era Ciccio Madonia che però non prendeva decisioni in quanto o malato o detenuto. Invero, il comando era assicurato da Nino Madonia e dopo l’arresto di questi dal fratello Salvatore”. E così “Madonia ha convocato Nino Pipitone al quale ha comunicato la decisione di risolvere il problema eliminando la figlia”. Quindi “fu convocato Galatolo, in quel periodo responsabile della ‘famiglia’ era Vincenzo, al quale ha affidato l’esecuzione materiale dell’omicidio”.


Per mascherare il delitto fu inscenata una sparatoria durante una rapina in una sanitaria dove Lia Pipitone era andata per fare una telefonata. "
Nel luglio scorso i boss Vincenzo Galatolo e Nino Madonia sono stati condannati a trent’anni di carcere.



"PER NON DIMENTICARE" LIA PIPITONE 23 SETTEMBRE 1983 23 SETTEMBRE 1983, Alessio, ARENELLA, Carini, corleonesi, DI CARLO FRANCESCO, Enea Vincenzo, GALATOLO, MADONIA,MAFIA NINO PIPITONE, PALERMO, PIPITONE ROSALIA, RESUTTANA, RIINA TOTO', SIMONE DI TRAPANI, SUICIDIO,

ITAS ARACNE DUNE DI RETROSPIAGGIA ISOLA DELLE FEMMINE


Complesso balneare ARACNE viale Marino ISOLA DELLE FEMMINE mq. 15.093 LIQUIDATORE MONTALBANO GIANGIUSEPPE LICENZA EDILIZIA 74 26 GENNAIO 1979 SINDACO DI MAGGIO VINCENZO  VARIANTE AL PROGETTO ORIGINARIAMENTE APPROVATO PROT 3580 27 SETTEMBRE 1979    FOGLIO 1 PARTICELLE 671 672 443 301 21 71



ORDINANZA SINDACALE DEMOLIZIONE N16 7 APRILE 7 APRILE 1997 SINDACO BOLOGNA  Bruno Giovanni socio fratello di Pietro 1946 e di Francesco socio nella B.B.P. di Pomiero Giuseppe socio anche nella COPACABANA NELLA ARACNE VI È  UN SOCIO MAFIOSO DI FTOMMASO NATALE  SOCIETA LA MORGANTINA SRL SEQUESTRATA DA MISURE DI PREVENZIONE NELLO STESSO DECRETO CON CUI SONO STATE SEQUESTRATE LE QUOTE DELLA COPACABANA.
RICORSO AL T.A.R. 


RIINA SALVATORE VIA GIANLORENZO BERNINI 52 54  il covo a Isola delle Femmine COSTRUITA DALLA SA.MA. COSTRUZIONI AMMINISTRATORE  SANSONE GAETANO acronimo di SANSONE GAETANO MATANO CONCETTA MOGLIE 

SOCIETÀ "VILLA ANTICA" ISOLA DELLE FEMMINE 1983 ING MONTALBANO GIUSEPPE  INSIEME AL FIGLIO GIANGREGORIO SI OCCUPA DELLA GESTIONE DELLA SOCIETÀ 

BELLOMO GIUSEPPE AFFITTUARIO DELLA CASA CHE HA PRESO CONTATTI CON IL PROPRIETARIO ING MONTALBANO GIUSEPPE 

MONTALBANO ING GIUSEPPE NEL 1983 CONTTATO'  SANSONE GAETANO AMMINISTRATORE DELLA SA.MA. COSTRUZIONI VIA CIMABUE  PA PER ACQUISTARE UNA VILLA . IN QUEL PERIODO VI ERANO SOLO LE STRUTTURE PORTANTI E COPERTURA TETTO. FU STIPULATO UN COMPROMESSO TRA IL MONTALBANO E IL SANSONE PER LA VILLA E SUCCESSIVI LAVORI. NEL 1985 LA CASA ULTIMATA VENNE RESA AL MONTALBANO. 
ING MONTALBANO GIUSEPPE L'AFFITTO' A BELLOMO GIUSEPPE.
IL DOCUMENTO DI IDENTITÀ  DEL RIINA SALVATORE RISULTAVA INTESTATO A BELLOMO GIUSEPPE DI MAZARA DEL VALLO. VIA NAZARIO SAURO.

SANSONE GAETANO 1941 AMMINISTRATORE SA.MA. COSTRZIONI MATANO CONCETTA MOGLIE FRATELLO SANSONE PINO 1946

Saturday, September 22, 2018

Cemento, perché fa così male al clima e come “ripulirlo”

Cemento, perché fa così male al clima e come “ripulirlo”


Con 2,8 mld di tonnellate di CO2 rilasciate ogni anno nell’atmosfera, l’industria cementiera è responsabile di una fetta considerevole delle emissioni inquinanti globali. Efficienza energetica, materiali innovativi, economia circolare: come potrebbe evolversi uno dei settori più difficili da de-carbonizzzare.

L’industria mondiale del cemento inquina più di intere nazioni come la Cina e gli Stati Uniti, con circa 2,8 miliardi di tonnellate di anidride carbonica rilasciate nell’atmosfera in un anno (il dato si riferisce al 2015), pari all’8% delle emissioni totali.
Ecco perché il settore delle costruzioni dovrebbe cambiare pelle, cercando di utilizzare nuovi materiali più “sostenibili”, come evidenzia un approfondimento pubblicato da Carbon Brief, che a sua volta riprende un recente rapporto del centro studi inglese Chatham House (Making Concrete Change, allegato in basso).
Tuttavia, è molto difficile ridurre l’impatto ambientale del cemento, per una serie di ragioni.
Innanzi tutto, circa metà delle emissioni proviene dalla reazione chimica (calcinazione) necessaria alla fabbricazione del clinker, uno dei suoi principali componenti; di conseguenza, l’unico modo per diminuire queste emissioni “di processo”, è sostituire almeno in parte il clinker con “ingredienti” diversi.
Il cemento, poi, è mischiato con acqua, sabbia e ghiaia per realizzare il calcestruzzo, il materiale in assoluto più utilizzato al mondo per le costruzioni (oltre 10 miliardi di tonnellate l’anno).
E con il previsto boom dell’edilizia nei prossimi anni, legato all’espansione delle aree urbane in molti paesi soprattutto asiatici, la produzione di cemento dovrebbe aumentare del 25% al 2030 in confronto ai livelli odierni, passando così da 4 a 5 miliardi di tonnellate/anno.
Per tagliare le emissioni di CO2 del settore cementiero, si legge nell’analisi di Carbon Brief, si può partire dal tipo di combustibile impiegato per riscaldare ad altissime temperature i forni (kilns) in cui avviene il processo di calcinazione, cercando per esempio di rimpiazzare il carbone con fonti alternative, come le biomasse e i rifiuti.
Inoltre, si può migliorare l’efficienza energetica dei forni.
Ma come ridurre quel 50% di emissioni che deriva dalla calcinazione?
Si può provare a diminuire la percentuale di clinker nel cemento, ma è una strada percorribile solo per alcuni tipi di applicazioni, poiché l’uso di materiali differenti, ricavati ad esempio dagli scarti di lavorazione di altri settori industriali, può alterare le caratteristiche del cemento.
Alcune aziende stanno sviluppando cementi basati su materiali sintetici (geo polimeri) o capaci di assorbire la CO2. Addirittura, in alcuni casi, di assorbire più anidride carbonica rispetto a quella emessa nel processo industriale, diventando così “carbon negative”.
Tuttavia, la maggior parte di queste soluzioni non è riuscita a raggiungere la piena maturità, essendo frenata da barriere soprattutto economiche, come la mancanza di finanziamenti necessari a commercializzare su vasta scala i cementi innovativi.
Il problema, poi, è che si tratta di tecnologie con una storia troppo breve, al contrario del classico cemento Portland utilizzato fin dall’800 in un’industria che tende a essere molto conservativa e a mettere al primo posto la sicurezza-affidabilità di materiali ampiamente testati.
Anche l’impiego di sistemi CCS (Carbon Capture and Storage) per catturare le emissioni di CO2 degli impianti industriali, al momento, non sembra una soluzione valida e praticabile in tempi brevi, a causa delle numerose incognite sui costi e sull’efficacia di tali sistemi (vedi anche QualEnergia.it).
Di conseguenza, il cemento è uno dei settori considerati più difficili da de-carbonizzare: per limitare il suo impatto ambientale, termina Carbon Brief, si dovrà necessariamente puntare anche sui metodi di economia circolare, che prevedono, ad esempio, il riciclo-riuso dei materiali e la progettazione di edifici più leggeri, duraturi ed efficienti grazie alle tecniche di bio-edilizia.
ANIDRIDE CARBONICA, BENZENE, CALCESTRUZZO, CLINKER, CROMO ESAVALENTE VI, EMISSIONI, ITALCEMENTI, METALLI PESANTI, nichel, PETCOKE, SICILIA POLVERE E RANCORI, TUMORI INFANTILI, VANADIO, zolfo,

Il 22 settembre, con Rosario Livatino, “morì” anche Pietro Ivano Nava

Il 22 settembre, con Rosario Livatino, “morì” anche Pietro Ivano Nava


L'agente di commercio che vide l'omicidio del giudice, si fermò ad Agrigento, avvertì la polizia e non esitò: "Ho visto i killer, saprei riconoscerli"


La ford Fiesta del giudice Rosario Livatino, sul luogo dell'omicidio
Pietro Ivano Nava è stato il primo vero testimone di giustizia in Italia. Vero, autentico: fu testimone di un crimine efferato, l'omicidio del giudice Rosario Livatino. lo ha denunciato, senza se e senza ma, portando alla condanna dei killer. Lui è morto quel giorno, perché lo Stato gli ha dato protezione, sistemazione, una nuova identità. Ma il signor Nava è morto, un’altra persona vive adesso la sua vita, tra le mille difficoltà di chi in un pomeriggio ha perso tutto: il lavoro, la carriera, la casa, gli amici
Oggi, 22 Settembre, ricorre l’anniversario della barbara uccisione di Rosario Livatino, magistrato. Era il 1990. I killer mafiosi lo affiancarono a bordo di una moto, cominciarono a sparare, lui, colpito ad una spalla, scese dalla macchina, scappò per la campagna. Fu una corsa di pochi metri.
Ma oggi, 22 Settembre, non è stato solo Livatino a morire. E’ “morta” un’altra persona. Pietro Ivano Nava. Agente di commercio,  40 anni, lombardo, rappresentante di porte blindate, si trovava casualmente sulla stessa strada di Livatino e dei killer perchè aveva degli appuntamenti in Sicilia.
Vide l’omicidio.
Vide in faccia i killer.
Non esitò un minuto a fermarsi da un cliente, ad Agrigento, a  chiamare la polizia, fornire una ricostruzione dettagliata e dire: “Ho visto i killer, saprei riconoscerli”.
Così avvenne.
Pietro Ivano Nava è stato il primo vero testimone di giustizia in Italia.
Vero, autentico: ha visto un crimine efferato, lo ha denunciato, senza se e senza ma, portando alla condanna dei killer.
Lui è morto quel giorno, perché lo Stato gli ha dato protezione, sistemazione, una nuova identità. Ma il signor Nava è morto, un’altra persona vive adesso la sua vita, tra le mille difficoltà di chi in un pomeriggio ha perso tutto: il lavoro, la carriera, la casa, gli amici.
Ricordiamo sempre Livatino, ma dovremmo non dimenticare Nava.
E’ stato il primo vero testimone di giustizia italiana. Non era  mafioso, non ha parlato perché gli hanno ucciso un parente, o perchè era stanco dell’ambiente in cui viveva. Non ha parlato per rifarsi una vita. Non ha fatto ricostruzioni, supposizioni, congetture. Ha raccontato la meccanica di un fatto, i lineamenti di un volto. Una, due, tre volte, ogni volta che gliel’hanno chiesto.
E, con grande rispetto dello Stato  non ha utilizzato la sua condizione per fare carriera politica o reclamare un posto, giocare con la doppia identità, fare, ancora peggio, il gioco del non potersi mostrare in pubblico per poi mostrarsi, tipico di certe starlette dell’antimafia. Non si è autocelebrato come eroe.
La sua assenza, da allora, parla per lui. E parla di uomo normale, che ha fatto una cosa semplice, responsabile, umana.
“Perchè lo ha fatto?”, gli chiesero una volta i giornalisti, durante l’udienza del processo in cui aveva appena confermato l’identità dei killer di Livatino. “Perchè l’ho fatto? Perchè sono stato educato così”.
Grazie, signor Nava.

16 SETTEMBRE 70, 23 SETTEMBRE 1983, CORLEONESI, Enea Vincenzo, PIETRO IVANO NAVA, L'ORA, MADONIA NINO PIPITONE, MAFIA, MAURO DE MAURO, PALERMO, PIPITONE ROSALIA,  AGRIGENTO,, RIINA TOTO', LEVATINO ROSARIO,

Sunday, September 16, 2018

SI CHIAMAVA MAURO DE MAURO ED È STATO UCCISO DALLA MAFIA IL 16 SETTEMBRE 1970

SI CHIAMAVA MAURO DE MAURO ED È STATO UCCISO DALLA MAFIA IL 16 SETTEMBRE 1970






Siamo a Palermo. È la sera del 16 settembre 1970. Franca, in compagnia del fidanzato Salvo, sta rientrando nella sua casa in via delle Magnolie 58. Sono all’interno dell’androne quando Franca vede arrivare l’auto del padre, una BMW color blu notte. L’auto si ferma mentre Franca e Salvo si dirigono verso l’ascensore. Franca vede arrivare tre uomini che iniziano a parlare con il padre. Poco dopo salgono tutti sulla BMW che riparte. Franca si meraviglia ma non troppo. In fondo, suo padre, è un cronista di razza e, molto spesso, il suo lavoro è stato più importante della vita privata. Ma di suo padre, dopo quella sera del 16 settembre 1970, non si saprà più nulla. 
auto de mauro 200
La sera successiva, l’auto viene ritrovata a qualche chilometro di distanza in via Pietro D’Asaro, con a bordo piccole vettovaglie che il giornalista aveva acquistato rincasando. L’auto fu ispezionata con cura, il cofano fu aperto dagli artificieri, ma non furono reperiti elementi utili a rintracciare De Mauro. Furono allestiti posti di blocco e si disposero minuziose ricerche, ma senza nessun risultato. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Ma chi è il padre di Franca e perché è scomparso nel nulla?

Si tratta di Mauro De Mauro, giornalista del quotidiano “L’Ora” trasferito, da qualche mese, alla redazione sportiva del quotidiano.
mauro_de_mauro 200
Mauro De Mauro era nato a Foggia il 6 settembre 1921. Era il fratello maggiore di Tullio De Mauro, il celebre linguista che fu ministro della Pubblica Istruzione tra il 2000 e il 2001, durante il secondo governo Amato scomparso il 5 gennaio 2017. In gioventù, Mauro, aveva aderito al fascismo e, dopo l’8 settembre 1943, si era arruolato nella X° MAS, il corpo militare repubblichino comandato da Junio Valerio Borghese che arrivò a contare trentamila uomini, e aveva lavorato a “La Cambusa”, il giornale dell’”Ufficio Stampa e Propaganda della formazione militare”. Per il suo lavoro di giornalista della X° MAS aveva viaggiato di frequente per tutto il territorio della Repubblica Sociale. De Mauro fu assolto, nel 1948, dalle accuse di collaborazionismo e si trasferì, con la famiglia, a Palermo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Lavorò per diversi quotidiani siciliani come “Il Tempo di Sicilia” e “Il Mattino di Sicilia”, prima di arrivare a “L’Ora”. Il quotidiano della sera, vicino al partito comunista e molto combattivo, era famoso per le sue inchieste e le sue battaglie. Lo stesso De Mauro aveva collaborato alal realizzazione di alcune celebri inchieste sulla mafia palermitana. Nel 1962 si era occupato della morte del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, ucciso il 27 ottobre 1962 nell’esplosione in volo dell’aereo partito da Catania che lo stava riportando a Milano. De Mauro stava lavorando su questa vicenda proprio nel periodo della sua scomparsa, perché il regista Francesco Rosi lo aveva incaricato di svolgere ulteriori indagine per il suo film “Il caso Mattei”, poi uscito nel 1972.


Che sia rimasto sepolto per anni sotto al ponte Oreto e poi disciolto nell’acido o strangolato e buttato in un pozzo del fondo agricolo dei Madonia, non è dato saperlo. I pentiti che negli anni raccontano la loro versione della fine del cronista, non hanno mai contribuito a fare chiarezza. Secondo l’ultima versione, in ordine temporale, quella di Rosario Naimo, “l’ater ego di Riina in America” come l’hanno sempre chiamato gli altri pentiti, rilasciata ai magistrati di Palermo Sergio Demontis e Antonio Ingroia “Fu portato a fondo Patti, in una proprietà dei Madonia. C’era Totò Riina ad attenderlo. Il giornalista fu subito soppresso e gettato in un pozzo”. Di fatto, nel 2011, i giudici della Corte d’Assise di Palermo hanno assolto Totò Riina dall’accusa di essere il mandante del rapimento di Mauro De Mauro. I giudici hanno deciso dopo oltre dieci ore di camera di consiglio e hanno ritenuto insufficienti le prove a carico di Riina. L’accusa, sostenuta dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e da Sergio Demontis, aveva chiesto il carcere a vita per il boss mafioso, in prigione dal 1993 e già condannato a numerosi ergastoli.

SI CHIAMAVA MAURO DE MAURO ED È STATO UCCISO DALLA MAFIA IL 16 SETTEMBRE 1970 16 SETTEMBRE 70, 23 SETTEMBRE 1983, corleonesi, DI CARLO FRANCESCO, Enea Vincenzo, GALATOLO, L'ORA, MADONIA NINO PIPITONE, MAFIA, MAURO DE MAURO, PALERMO, PIPITONE ROSALIA, RESUTTANA, RIINA TOTO', SUICIDIO,

Friday, September 14, 2018

BACKSTAGE lWIM WENDERS IL VOL

https://youtu.be/uEsa6jAn3RQ



I finanzieri del Gruppo di Locri hanno eseguito, alle prime luci dell’alba, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Locri, che dispone gli arresti domiciliari nei confronti di Domenico Lucano, sindaco del Comune di Riace ed il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell’ambito dell’operazione denominata “Xenia”. La misura cautelare rappresenta l’epilogo di approfondite indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico.





Nel corso dell’attività di indagine è infatti emersa la particolare spregiudicatezza del Sindaco Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell’organizzare veri e propri “matrimoni di convenienza” tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano. Gli elementi di prova raccolti hanno permesso di dimostrare infatti come il Sindaco Lucano, unitamente alla sua compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia. Particolarmente allarmanti si sono rivelate non solo la lunga serie di irregolarità amministrative e di illeciti penalmente rilevanti che costellavano la realizzazione del progetto, ma anche e soprattutto l’estrema naturalezza con la quale il Lucano e la sua compagna si risolvevano a trasgredire norme civili, amministrative e penali. Ancor più disarmante è risultata poi la spigliatezza con la quale il Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, ammetteva pacificamente più volte, ed in termini che non potevano in alcun modo essere equivocati, di essersi reso materialmente protagonista ed in prima persona adoperato, ai fini dell’organizzazione di matrimoni “di comodo”. Sul punto, particolarmente significativi appaiono i dialoghi intercettati dalla Guardia di Finanza, ad esempio, in merito all’illecita organizzazione del matrimonio di una cittadina straniera cui era già stato negato – per ben tre volte – il permesso di soggiorno, in cui il Lucano: “… se ne deve andare, se ha avuto per tre volte il diniego … ecco perché non lo rinnovano più. Ti spiego dal punto di vista dei documenti lei non può stare … mica dipende da … questo purtroppo, dico purtroppo perché io non sono d’accordo con questo decreto, come documenti lei non ha diritto di stare in Italia, se la vedono i carabinieri la rinchiudono … perché non ha i documenti, non ha niente … da un punto di vista umano ovviamente le possibilità che ha a Riace di non avere problemi sono più alte, si confonde in mezzo a tutti, però lei i documenti difficilmente ce li avrà, perché ha fatto già tre volte la commissione, ecco perché non rinnovano il permesso di soggiorno, se lei va alla Questura di Siderno se parla di documenti … io la carta d’identità gliela faccio … io sono un fuorilegge, sono un fuorilegge, perché per fare la carta d’identità io dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità … in più lei deve dimostrare che abita a Riace, che ha una dimora a Riace, allora io dico così, non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità e gli dico va bene, sono responsabile dei vigili … la carta d’identità tre fotografie, all’ufficio anagrafe, la iscriviamo subito …” O anche: “…allora, io fino ad ora la carta d’identità l’ho fatta così, li faccio immediatamente, perché sono responsabile dell’ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. l’impiegato che c’era prima è andato in pensione, sotto i 3.000 abitanti l’ho assunta io questa delega, quindi ho doppia valenza diciamo, sia come sindaco e soprattutto come responsabile dell’ufficio … proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge però non è che le serve molto che ha la carta d’identità …”. Inoltre, “…allora guarda qua, non andare avanti, analizziamo la sua situazione sul piano giuridico. Oggi lei è una diniegata per tre volte, lei non può fare più una commissione, non è più una ricorrente, se è come dice lei che è stata diniegata per tre volte non c’è una quarta possibilità, lei ha solo la possibilità di ritornare in Nigeria però … fammi andare avanti … sai qual è secondo me l’unica strada percorribile, volendo spremere le meningi, che lei si sposa! come ha fatto Stella … Stella si è sposata con Nazareno, io sono responsabile dell’ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente … con un cittadino italiano … guarda come funziona Daniela, se lei … però dobbiamo trovare un uomo che è libero come stato civile … divorziato si … se lei si sposa a noi deve portare soltanto come richiedente asilo … almeno io non sto là a guardare se i suoi documenti sono a posto, mi fa un atto notorio dove dice che è libera di poter contrarre matrimonio e siccome è una richiedente asilo non vado ad esaminare i suoi documenti perché ovviamente uno che è in fuga dalle guerre non ha documenti con lei e mi basta una sua dichiarazione, un atto notorio … dovremmo chiedere all’ambasciata ma mi basta un’autocertificazione dove mi dice che lei è libera. Quello che invece è italiano che si vuole sposare con lei deve portare i documenti che è libero per sposarsi. Se succede questo in un giorno li sposiamo. poi dopo mi chiede al comune il certificato di matrimonio … va alla questura di Siderno e chiede un permesso di soggiorno per motivi familiari perché si è sposata in Italia con cittadino italiano e non gli deve portare niente … solo il certificato di matrimonio … in quel modo, dopo che lei ha il permesso di soggiorno per motivi familiari, i tre dinieghi non hanno nessun valore è subentrata un’altra situazione civile … non solo, dopo un po’ di tempo prende anche la cittadinanza italiana”. Nel corso delle indagini la Guardia di Finanza ha poi raccolto inconfutabili elementi circa il fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti della cittadina riacese, così impedendo l’effettuazione delle necessarie procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici e favorendo invece due cooperative sociali, la “Ecoriace” e L’Aquilone”. Le predette cooperative sociali difettavano infatti dei requisiti di legge richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, poiché non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore. Le indagini hanno invece dimostrato come il Lucano, al precipuo scopo di ottenere il suo illecito fine, a seguito dei suoi vani e diretti tentativi di far ottenere quella iscrizione, si sia determinato ad istituire un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente, secondo il sistema agevolato previsto dalle norme, lo svolgimento di servizi pubblici. Il Lucano approntava così le condizioni per incaricare, in maniera solo apparentemente conforme al dettato legislativo, la “Ecoriace” e “L’Aquilone” della raccolta e del trasporto di rifiuti nel territorio comunale riacese: l’attività veniva peraltro espletata dall’ottobre 2012 fino all’aprile 2016. Con tale decisione, in sostanza, si procedeva fraudolentemente all’artificioso riconoscimento (del tutto sganciato dalla normativa vigente e dunque sprovvisto di validi effetti) in capo alle due cooperative dei presupposti necessari per la disapplicazione delle regole in materia di selezione, da parte delle amministrazioni pubbliche, dei soggetti cui aggiudicare servizi, lavori od opere. Il Lucano dunque, rilevato a seguito del suo quanto meno inopportuno interessamento per conto delle due cooperative, che queste non sarebbero mai riuscite ad ottenere l’iscrizione tempestiva nel citato albo regionale, si risolveva fraudolentemente ad ammantare di legalità l’assegnazione diretta dei servizi alle citate cooperative: • prima facendo approvare alla Giunta da lui presieduta un albo comunale simile a quello previsto dalle norme; • poi suggerendo con successo al Consiglio comunale di procedere alla suddetta assegnazione diretta; • infine proponendo più volte, ancora alla Giunta comunale, la proroga dell’affidamento, che risultava effettivamente concessa. In conclusione, affidando in via diretta alla “Ecoriace” ed a “L’Aquilone” i servizi di raccolta e trasporto rifiuti, il Lucano ha impedito l’effettuazione delle necessarie e previste procedure di gara, così inevitabilmente: • condizionando le modalità di scelta dei contraenti da parte dell’ente amministrativo da lui gestito e violando il principio di libera e sana concorrenza; • producendo in capo alle due cooperative sociali un ingiusto vantaggio patrimoniale, quantificato in circa un milione di euro. La vasta attività investigativa condotta dalla Guardia di Finanza e diretta da questo Ufficio di Procura, ha poi riguardato numerosi e diversificati profili relativi alla gestione dei rilevanti flussi di denaro pubblico destinati alla gestione dell’accoglienza dei migranti nel Comune di Riace, al cui esito sono emerse e riscontrate diffuse e gravi irregolarità anche in merito: • ad altre e diverse procedure di affidamento diretto alle associazioni operanti nel settore dell’accoglienza; • alla irregolare rendicontazione dei criteri riguardanti la lungo permanenza dei rifugiati; • all’utilizzo di fatture false tramite le quali venivano attestati fraudolentemente costi gonfiati e/o fittizi; • al prelevamento, dai conti accesi ed esclusivamente dedicati alla gestione dell’accoglienza dei migranti, di ingentissime somme di denaro cui è stata impressa una difforme destinazione, atteso che di tali somme non vi è riscontro in termini di corrispondenti finalità. Sulla ricostruzione di tali circostanze, così come rappresentate nel corpo della richiesta di applicazione delle misure cautelari, il GIP presso il Tribunale di Locri ha tuttavia affermato che “Ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti S.P.R.A.R. e C.A.S., ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate”. È evidente che su tali profili, sui quali lo stesso GIP si sofferma per evidenziare che nella delicata materia dell’immigrazione sono stati riscontrati comportamenti superficiali ed improntati ad un diffuso malcostume, questo Ufficio di Procura doverosamente procederà  nei prossimi giorni ad approfondire ogni opportuno aspetto per presentare l’eventuale, apposito ricorso presso il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, fermo restando che dalle indagini è comunque emersa una pluralità di situazioni che, nell’immediatezza, impone la trasmissione degli atti alla Procura Regionale della Corte dei Conti ai fini dell’accertamento del connesso danno erariale. IL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA (Dott. Luigi D’Alessio)

Notizia tratta da: https://www.ciavula.it/2018/10/comunicato-procura-locri-sullarresto-di-lucano/


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