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Tuesday, August 28, 2018

L'Uomo, la Donna e la Bestia (SPELL)-Dolce Mattatoio (1977) Alberto Cavallone #09



L'UOMO, LA DONNA E LA BESTIA - SPELL (DOLCE MATTATOIO) di Alberto Cavallone (Italia 1977) Durata: 100' - Genere: Disturbing drama.

Nascevo proprio in quell'anno, quando il nostro regista Cavallone, persona intelligente, acculturata, visionaria, a tratti geniale (basta vedere gli stralci di alcune sue interviste), girava questo gioiello davvero imperdibile. In un paesino del centro Italia (dove Cavallone è cresciuto) si intrecciano situazioni che rispecchiano uno spaccato della nostra società dell'epoca, in un piccolo grande dramma sociale di assoluto spessore, ricco di inserti visionari ed onirici, che spazia tra situazioni che sconfinano l'una nell'altra, disagio esistenziale, sesso, follia, perversione, religione, politica, arte, pregiudizi, falso perbenismo, ipocrisia sociale. Una gamma di sfumature coloratissime accompagna e sostiene tutta la visione, stordendo lo spettatore con un fiume di immagini forti, un vortice multicolore di emozioni ed esperienze. Un comunista affascinato dall'arte, sua moglie affetta da una psicopatologia, con pulsioni che coniugano sesso e morte; un macellaio perverso che sfoga le sue voglie sessuali con i quarti di bue appesi nella cella frigorifera, una splendida prostituta che vive ai margini del paese e si scopre capace di amare, una ragazzina alla disperata ricerca di emancipazione che si scopre essere incinta e rivela alla madre la tragica verità, e poi quello sembra essere il simbolo vivente ed incarnato che connette tutte le vicende, un misterioso giovane vagabondo che appare in un cimitero e si comporta esattamente come Dioniso, l'estraneo che porta scompiglio ed ebbrezza ovunque passi, fino ad andare incontro al suo tragico destino proprio nell'unione sessuale con la donna afflitta da follia. Un po' mito, un po' storia, documento antropologico e sociologico, che include riflessioni filosofiche (quando il comunista riflette se sia più importante la realtà o la sua immagine), che anticipano alcuni grandi temi attuali. Fantastico il finale con scena scat che sancisce l'unione di Eros e Thanatos. Un film da vedere e rivedere, figlio di una stagione del nostro cinema che ha offerto tra le ultime grandissime prove di quella che sembrava l'età dell'oro della nostra arte visiva!



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Monday, August 27, 2018

TORINO HOTEL ROMA 27 Agosto 1950

TORINO HOTEL ROMA  27 Agosto 1950



All'Hotel Roma di Torino si toglie la vita lo scrittore Cesare Pavese, lasciando sulla prima pagina del suo libro Dialoghi con Leucò, il messaggio: "Perdono a tutti ed a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.". Aveva 42 anni ed era nato a Santo Stefano Belbo, aveva appena vinto il premio Strega con il volume di racconti La bella estate. Fra le sue opere vanno ricordate Paesi tuoiLa casa in collinaLa luna ed i falò, paese.


Vite (quasi) parallele nelle Langhe di Cesare Pavese & Beppe Fenoglio

Giuliano Confalonieri
PREFAZIONE
Nel 1960 uscì “Il taccuino di un vecchio”, conclusione della trilogia del poeta Giuseppe Ungaretti (1888/1970), versi che sottolineano l’ansia dell’esistenza quotidiana, sempre in bilico tra la positività e la negatività dell’esperienza. Nel lavoro di Giacomo Leopardi (1798/1837) affiorano i dualismi ‘natura e morte’, ‘piacere e dolore’, temi atemporali e universali che ci angosciano da sempre; anche il ‘poeta del limbo’ Francesco Petrarca (1304/1374) parla del regno dove il dolore è eterno. Marco Tullio Cicerone (106 a.C./43) ha lasciato lo scritto “La vecchiezza – De senectute” nel quale dialoga sull’argomento lodando “quella vecchiezza che sta salda sui fondamenti posti nella giovinezza ... La vecchiezza ha un’autorità così grande che vale più di tutti i piaceri della giovinezza”. Ippolito Nievo scrisse “Confessioni di un italiano ottuagenario”, Italo Svevo (1861/1928) si sofferma sull’arida inerzia della “Senilità”, Giuseppe Berto subisce il “Male oscuro” (1914/1978), ovvero una inquieta autoanalisi psicologica. Albert Caraco, nato a Costantinopoli nel 1919 e morto suicida nel 1971 il giorno dopo la morte del padre, ha pubblicato due libretti nei quali nichilismo e anarchia soverchiano ogni altra interpretazione della realtà: “Post mortem” e “Breviario del caos”.
L’inglese Oscar Wilde (1854/1900) in “De profundis” – opera scritta in carcere e pubblicata postuma – esprime una torbida amarezza cancellando la sua propensione all’autocompiacimento estetico. Fèdor Dostoevskij (1821/1881) in “Umiliati e offesi” e in “Memorie del sottosuolo” esprime la sofferenza infernale della solitudine e della malinconia: “Se ciascuno di noi fosse obbligato a rivelare i lati più nascosti di se stesso, nel mondo si spargerebbe una tale puzza da soffocare tutti quanti”. Il suo contemporaneo Ivan S. Turgenev (1818/1883) in “Padri e figli” appoggia l’analisi dei comportamenti sul nichilismo che nega la realtà. William Shakespeare (1564/1616) propende in molte sue tragedie al pessimismo con il quale conferma l’irrazionale tramite personaggi sanguigni. L’astrofisica Margherita Hack (Firenze 1922) commenta “L’idea che esista Dio mi sembra talmente assurda! Non c’é né Dio, né l’aldilà, né l’anima. Quello che noi chiamiamo anima è il nostro cervello”.
L’anticonformismo sulla ‘mostruosa quotidianità’ dell’americano Charles Bukowski (1920/1994) è un altro modo di negare l’esistenza così come – con un azzardato confronto letterario – in “Viaggio al termine della notte” lo scrittore francese Louis Céline (1894/1961) riflette la sua concezione della vita, disperata e sarcastica. Cesare Pavese (1908/1950) è perentorio quando afferma che “la guerra rialza il tono della vita perché organizza la vita interiore di tutti intorno a uno schema d’azione semplicissimo – i due campi – e sottintendendo l’idea della morte sempre pronta fornisce alle azioni più banali un suggello di gravità più che umana”. Blaise Pascal (1623/1662) completa il sintetico “So solo che non so nulla” di Socrate (Atene 469/399 a.C.) con la riflessione: “Io non so chi mi abbia messo al mondo né che cosa siano il mondo o me stesso. Sono in una terribile ignoranza di tutte le cose. Non so cosa siano il mio corpo e i miei sensi, la mia anima e quella parte stessa di me che pensa ciò che io dico, che riflette su tutto e su se stessa e non si conosce più che le altre cose. Non vedo intorno a me che infiniti, che mi imprigionano come un atomo e come un'ombra destinata a durare un attimo senza ritorno. Ciò solo io conosco: che presto dovrò morire; ma quel che più mi è ignoto è questa morte appunto cui non posso sfuggire”. Nel “Trattato sulla natura umana”, il filosofo scozzese David Hume (1711/1776) rileva che “tutto è ignoto, un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione del giudizio, appaiono l’unico risultato della nostra più accurata indagine in proposito. Ma tale è la fragilità della ragione umana e tale il contagio irresistibile delle opinioni, che non è facile tener fede neppure a questa posizione scettica se non guardando più lontano e opponendo superstizione a superstizione, in singolar duello. Intanto, mentre infuria il duello, ripariamoci felicemente nelle regioni della filosofia, oscure ma tranquille”.
Nei discorsi del Buddha (‘il risvegliato’ Siddhartha Gautama, 565/486 a.C.) affiora l’insegnamento che la rettitudine dell’agire porti alla liberazione delle rinascite, per affermare che la vita è vacuità e sofferenza. In molti grandi pensatori, collegati al caleidoscopio della ‘Commedia umana’ di Honorè de Balzac (1799/1850), persiste un fondo di nostalgia per ‘Il Paradiso perduto’ vagheggiato dal poeta inglese John Milton (1608/1674), confermato dalla locuzione di Marcel Proust (Parigi (1871/1922) “I veri paradisi sono i paradisi perduti”. Siamo agitati dal mistero che aleggia dentro e fuori di noi, navighiamo nel turbine di un ciclone che ci porta dove la nostra volontà non può inserirsi. Nel vecchio catechismo cattolico la prima domanda “Chi è Dio?”, in nome del quale si compiono tutte le efferatezze, dà risposte che sembrano certezze. Il male è una pulsione che spinge l'essere umano ad interrogarsi, da Caino in poi.
Il persistente senso distruttivo della razza esigerebbe un responso tentato dalla filosofia e dalla religiosità; nelle tradizioni mitologiche di tutto il mondo esiste una netta contrapposizione tra divinità benevole e maligne: “Così, per gli egiziani Osiride si contrappone al dio del male Seth, per il parsismo Ahriman a Mazda, per gli scandinavi e i germani Loki a Thor”. È comunque nell'antica Grecia, con le definizioni che ne hanno dato Socrate e gli Stoici, che ha avuto origine una vera e propria indagine sull’origine del male. Al di là dell’azione istintiva – animalesca – il comportamento umano ha a disposizione la scelta, il ‘libero arbitrio’, il cui concetto fomentò una serie di diatribe dal IV al XVI secolo tra Girolamo e Agostino, tra Lutero e Calvino: il principio non può essere accettato poiché troppe incognite circondano e condizionano la volontà. Il concetto della scelta del padre della Chiesa Agostino (354/430), l’aut-aut del danese Soren Kierkegaard (1813/1855, ideologo dell’esistenzialismo), sottolineano la possibilità di autogestione ma nello stesso tempo suggeriscono uno splendido abbandono al fatalismo.
LANGHE
Mezzo secolo fa, con due vecchissimi motorini rossi Guzzi Trotter di 40 cc. ricuperati dalle discariche e restaurati con molto tempo e fatica, insieme a mia moglie siamo partiti alla scoperta delle Langhe partendo dalla Liguria già allora cementificata. I motorini - aiutati dai pedali - non superavano i 30 kmh. in pianura ma era un piacere viaggiare su strade ancora poco battute e assaporare la libertà di quei siti come le sensazioni espresse da Kerouac nel libro Sulla strada. Quando ci siamo affacciati al paesaggio, dopo diverse soste per problemi di superamento dei dislivelli, siamo rimasti affascinati dalle alture dolci e degradanti in un verde intenso. Non era ancora il tempo dei pirati della strada e quindi costeggiando il bordo delle statali il pericolo di essere tranciati era minimo. Abbiamo girato mezzo mondo approdando a Buenos Aires, New York, Cape Canaveral, Medio Oriente, Spagna, Turchia, Grecia. Però quel fazzoletto di terra italica ci ha lasciato dentro il rimpianto di chi non è più giovane e sa di non poter rifare il cammino di tanti anni fa.
Il gruppo di colline piemontesi tra il Tanaro e la Bormida costituiti da terreni adatti alla coltivazione dei vitigni è costellato da pittoreschi paesini e dai ruderi di vecchi manieri dislocati in cima alle alture. Perciò ricordo ancora adesso, dopo molti anni, i dolci saliscendi che permettono di affacciarsi su paesaggi sempre nuovi. Può darsi che anche quel territorio sia stato manomesso dalla frenesia del cambiamento: la società agricola si sarà comunque modificata sulla spinta del cosiddetto progresso e quindi il mondo dei due piemontesi ha inevitabilmente assunto nuove prospettive e nuove caratteristiche.
Continuano però le tradizioni della produzione vinicola e quella dei Presepi: infatti, oltre alla rievocazione storica con oltre 100 figuranti in costume, si disseminano nel territorio una serie di iniziative che rievocano il clima natalizio sullo sfondo delle case di pietra, delle cascine, dei mulini, dei castelli diroccati, delle botteghe che mantengono le antiche costumanze. Il paese di Mombaldone, citato nel volumetto I borghi più belli d'Italia, è ancora cinto dalle mura originarie; la dinastia dei Marchesi del Carretto ricorda Ilaria Del Carretto – morta di parto a 19 anni – sposa del Signore di Lucca, nel cui Duomo è tuttora conservata la statua sepolcrale scolpita da Jacopo della Quercia.
Oltre alla terra d'origine ambedue gli scrittori sono accomunati dall'attività di traduttori dall'inglese (Lewis, Hemingway, Lee Masters, Anderson, Melville, Joyce, Don Passos, Steinbeck, Defoe, Dickens, Faulkner), un lavoro che li soddisfaceva pienamente non solo per la perfetta conoscenza della lingua ma anche per le loro attitudini letterarie. La differenza sostanziale tra i due è che mentre Pavese, malgrado tutto, fu un uomo pubblico Fenoglio rimase attecchito alle sue origini paesane.
CESARE PAVESE (nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, morto suicida nel 1950 a Torino)
Di estrazione contadina, ricevette dalla madre una educazione austera intrisa di nostalgia per le origini malgrado più tardi avrebbe scritto: "La campagna sarà buona per un riposo momentaneo dello spirito ... ma la vita, la vera vita moderna, come la sogno e la temo io è una grande città, piena di frastuono, di fabbriche, di palazzi enormi, di folle e di belle donne (ma tanto non le so avvicinare)". In questa affermazione si evidenzia la tribolazione e la timidezza di un uomo che per l'intera vita soffrì di quelle irresolutezze che lo avrebbero portato alla fine tragica.
A Torino, pubblicò la prima raccolta di versi, Lavorare stanca quasi ignorata dalla critica e collaborò con l'editore Einaudi. Alla fine della guerra si iscrisse al P.C.I. e pubblicò sul quotidiano l'Unità I dialoghi col compagno. Esordì con i romanzi Il carcere e Paesi tuoi, con il sottofondo della solitudine. Spesso ribadisce i temi della campagna vissuta come infanzia innocente pur arricchendole con problematiche ormai adulte, ovvero il contrasto città-campagna e dell'incomunicabilità metropolitana. Il riconoscimento ufficiale della critica giunse con il premio Strega del 1950 ma la depressione, dovuta soprattutto alla fragilità psicologica ed ai difficili rapporti umani, lo convinse che l'unica soluzione fosse il suicidio. Affermò: "Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome - ripeto - sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti 'Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là".
Eppure ebbe una vita intensa, il lavoro editoriale, una vasta produzione letteraria, le amicizie durature con Nuto (Pinolo Scaglione), Tullio Pinelli (al quale inviò una lettera d’addio prima del suicidio) e molti intellettuali. Il diario pregno di esperienze, edito postumo Mestiere di vivere – registra la progressione della personale ricerca umana, iniziato quando fu condannato al confino per un anno a Brancaleone Calabro per avere protetto una donna iscritta al partito comunista – ed il libro di Davide Lajolo Il vizio assurdo (biografia e ritratto psicologico di Pavese) sono essenziali per comprendere l'angoscia esistenziale di una vita dominata dall'incertezza e dal ritegno nei confronti delle donne per le quali nutrì sentimenti contrastanti. Ho conosciuto i suoi lavori nel dopoguerra all'età di venti anni e subito sono rimasto affascinato dallo stile sobrio ed essenziale, carico tuttavia di significati pregnanti. Paragrafi sintetici nei quali ogni vocabolo ne rievoca l'accezione completa. I Dialoghi con Leucò è l'opera che meglio descrive lo sforzo di ricostruire la dimensione interiore ribadendo con note autobiografiche le radici alla propria terra come nei libri La casa in collina e La luna e i falò. L'osservazione della realtà di un mondo piccolo interagisce con problematiche più ampie e le opere postume definiscono meglio la complessa figura intellettuale dello scrittore piemontese.
Alle spalle dell'uomo adulto rimanevano incise le traversie familiari, tre fratelli minori morti prematuramente, la madre di salute cagionevole ed il padre scomparso nel 1914 per un cancro al cervello. In questa situazione tragica il bambino fu allontanato momentaneamente dalla famiglia per poi rientrare sotto la cappa rigorosa della mamma Consolina che ebbe l'incombenza di sostituirsi alla figura del marito: per problemi economici decise di vendere la cascina della famiglia e di trasferirsi in una frazione di Torino. Durante gli anni di liceo, assorbì la lezione decadente di Guido da Verona e Gabriele D'Annunzio fino alla scoperta di Vittorio Alfieri. Si ammalò di pleurite, fu profondamente scosso dal suicidio di un compagno ("Sono andato una sera di dicembre per una stradina di campagna deserta col tumulto in cuore. Avevo con me una rivoltella") e all'Università di Torino si appassionò allo studio della lingua inglese iniziando da Walt Whitman e proseguendo con lo slang: "Credo che lo slang non è una lingua distinta dall'inglese... voglio dire, non c'è una linea che possa essere tracciata tra le parole inglesi e quelle continuamente formate dalla gente che vive".
Nel frattempo le sue conoscenze si allargarono: Norberto Bobbio, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi; ciò gli permise di frequentare gli ambienti intellettuali dell'epoca e di iniziare, professionalmente, l'attività di traduttore con Moby Dick di Herman Melville per 1.000 lire, un introito al quale si assommarono lezioni private e alcune supplenze nelle scuole pubbliche. La sorella Maria (con la quale convisse dopo la morte della madre fino al momento fatale) lo convinse ad iscriversi al partito fascista per facilitargli l'inserimento nei servizi statali; più tardi, dal carcere romano di Regina Coeli, le scrisse: "Per seguire i vostri consigli ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza".
Nel 1933 tradusse Dos Passos e James Joyce, incontrò Tina la "donna dalla voce rauca, una voce di tempi perduti", fronteggiando ancora una volta quel disagio nei rapporti con l'altro sesso che lo avrebbe perseguitato per tutta la vita fino all'ultimo incontro con l'americana che, in parte, fu la causa dell'estrema decisione di ingerire numerose pastiglie di sonnifero. Come la canzone "Se avessi 1.000 lire al mese", accettò per quella cifra l'impiego stabile presso la Casa Editrice di Giulio Einaudi fondata in quel periodo politicamente burrascoso curando alcune collane e proseguendo l'attività di traduttore. Una personalità particolare per l'instabile equilibrio tra il disagio di rimanere solo e la voglia di vivere a contatto con la gente, una dicotomia strana in un uomo intelligente e culturalmente preparato. Probabilmente alcune esperienze negative della gioventù - morti due fratellini e una sorellina, la scomparsa del padre, il forte carattere della madre, il suicidio di un compagno: "Sono andato una sera di dicembre per una stradicciola di campagna tutta deserta, con tumulto nel cuore. Avevo dietro me una rivoltella" - hanno influito su un carattere fondamentalmente introverso.
Accusato di antifascismo per avere avuto contatti con Tina iscritta al P.C.I. clandestino, fu incarcerato a Torino, a Roma e quindi spedito al confino a Brancaleone Calabro. Un guazzabuglio di circostanze lo aveva indicato come simpatizzante del partito comunista, segnalato automaticamente alle autorità e subito condannato. Non furono giorni infelici perché gli permise di confrontarsi con un ambiente completamente diverso al quale era abituato. Scrisse: "Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo "dando volta", leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni ... esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo una inutile castità". Con la domanda di grazia inoltrata, ottenne il biennio di condono che gli permise di tornare a Torino dopo un anno di lontananza.
Nel 1940 Mussolini, alla spasmodica ricerca di un posto al sole, dichiarò guerra a mezzo mondo portando l'Italia a precipitare nel baratro. Pavese ruzzolò nell'ennesima avventura sentimentale con Fernanda Pivano nata a Genova nel 1917, anche lei innamorata della letteratura americana e sua allieva al liceo. Per questo rapporto che avrebbe dovuto concludersi con il matrimonio da lei rifiutato, lo scrittore Davide Lajolo commentò: "Per cinque anni Fernanda fu la sua confidente ed è in lei che Pavese tornò a sperare per avere una casa ed un amore". Gli arrivò anche la cartolina di precetto che riuscì ad eludere per la forma d'asma di origine nervosa che lo costrinse a sei mesi di internamento nell'ospedale militare di Rivoli. Nel 1943 Torino venne occupata dalle truppe tedesche in contemporanea alle prime formazioni delle bande partigiane. Lui si rifugiò con la so­rella in un piccolo centro del Monferrato ma dovette rimanere sempre all'erta per i frequenti rastrellamenti e per questa ragio­ne chiese rifugio ad un convitto di Casale; lì dava lezioni e ripetizioni agli allievi e scriveva. Dopo la liberazione si accorse del­la scomparsa di molti amici assassinati o morti al fronte che lo avevano accompagnato nell'itinerario personale ed intellettuale.
Iscrittosi al P.C.I. e collaborando al quotidiano L'Unità conobbe Italo Calvino presso la Casa Einaudi dalla quale ebbe l'incarico di ristrutturare la sede romana dove lavorava Bianca Garufi, un'altra passione che gli farà scrivere: "Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma, bruciato quattro donne ... Hai la forza, hai il genio, hai da fare ma sei solo; quest'anno hai sfiorato due volte il suicidio". Una costante della vita che lo ossessionerà fino alla camera d'albergo dove compì l'atto finale: "Tutto questo fa schifo. Non parole, Un gesto. Non scriverò più". Chissà se in quel momento fatale ripensò alle parole: "Sei felice? Si, sei felice". Se avesse avuto accanto un cagnetto come nel film 'Umberto D' di Vittorio De Sica, all'ultimo momento si sarebbe riti­rato in una dignitosa solitudine pur nella consapevolezza di un futuro sempre sul baratro dell'incertezza?
Ebbe la soddisfazione di vedere i suoi lavori nelle librerie – saggi, poesie, romanzi – e di essere notato dalla critica. Uno sti­molo che pochi anni prima del suicidio lo indusse a scrivere molto, ossessivamente, fino a comporre l'ultima opera data alle stampe 'La luna e i falò'. Importantissimo il vincolo con l'editore Einaudi che gli pubblicò i manoscritti seguendo passo dopo passo la sua avventura letteraria ed intellettuale. Un rapporto che gli permise di stabilire il contatto con il vasto pubblico dei lettori che, anche in tempi di poca affezione alla lettura come quelli odierni, continua ad in­teressare per i temi rimasti attuali come angoscia, alienazione e nevrosi collettiva. Certamente la percentuale di paura nella so­cietà è molto accresciuta in questi ultimi decenni per il disgregamento della famiglia, per le incertezze globali, per la mancan­za totale di bitte alle quali agganciarsi. Si può dunque capire meglio il disagio di un uomo come Pavese.
In occasione di una trasferta a Roma, pochi mesi prima del suicidio, conobbe l'americana Constance Dowling (alla quale dedicò i versi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) ancora una volta ripiomba nell'innamoramento che per lui significava una pausa dei tormenti giornalieri. Quando la donna riattraver­sò l'oceano, Pavese si sentì abbandonato per l'ennesima volta e neppure il 'Premio Strega' per la costante dedizione al lavoro di scrittore lo aiutò ad allontanarsi temporaneamente dallo squallore di una anonima camera d'albergo. Un ultimo sussulto vi­tale lo ebbe per una ragazza di diciotto anni, non sufficiente a calmare il tumulto interiore. Le scrisse avvilito: "Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo?" Lo scrittore non era certamente l'uomo ideale per at­trarre una adolescente, fu forse un amore mercenario? A prescindere da questi episodi sentimentali, Pavese fu un uomo profi­cuo, la cui cultura spaziava dai vari ismi alla politica, dalla religione alla psicologia. Tuttavia non riuscì a sintetizzare i concetti e farne sicuri basamenti per sicure concretezze, una conseguenza della sofferenza psichica sommata anno dopo anno in un terreno predisposto: "Ho imparato a scrivere, non a vivere perché solo quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno".
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Lavorare stanca (poesie 1943)
Notte di festa (racconti 1953)
Il carcere (1949 - comprende La casa in collina ovvero Prima che il gallo canti)
La bella estate (1949 - comprende Il diavolo sulle colline e Tra donne sole)
Feria d'agosto (racconti 1946)
Dialoghi con Leucò (racconti 1947)
Il compagno (1947)
La luna e i falò (1950)
Il mestiere di vivere. Diario 1935/1950 (1952)
Tutti i romanzi Einaudi 2000 (Pléiade)
Tutti i racconti Einaudi 2006 (Pléiade)

FILMOGRAFIA
Cesare Pavese, al contrario di molti altri scrittori, ha avuto la buona sorte di essere tradotto in immagini cinematografiche con un ottimo riscontro critico.
Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni, con Eleonora Rossi Drago, Valentina Cortese. La direttrice di un atelier di moda torinese viene coinvolta in un intrigo di amicizie e amori con altre donne e due uomini. Dal racconto Tra donne sole (in La bella estate, 1949) di Pavese, sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico e Alba De Céspedes. Una galleria di caratteri femminili sullo sfondo della Torino borghese, raccontati con intenso realismo psicologico. Leone d'argento a Venezia. Nastri d'argento a Cortese e Antonioni.
Il compagno (1999) di Francesco Maselli. Nel 1939 dalle colline torinesi l’antifascista Pablo va a Roma per prendere parte alla lotta politica con operai comunisti. Liberamente tratto dal roman­zo omonimo (1947) di Pavese, prodotto per la RAI, è un film figurativamente elegante sul teatro po­vero del varietà, congeniale al decadentismo di Pavese.
Dalla nube alla Resistenza di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Dai Dialoghi con Leucò (1947) e La luna e i falò (1950) di Pavese si evidenza la parabola dell'umanità dal mito alla storia in due parti: i dialoghi degli uomini con gli dei che si sono ritirati sull'Olimpo e la ricerca di un uomo detto il Bastardo che torna dall'America a S. Stefano Belbo rievocando la storia sotto il fascismo. Morale: la Resistenza è la ribellione dell'uomo contro il potere e l'intolleranza degli dei.
Il diavolo sulle colline (1985) di Vittorio Cottafavi. Da La bella estate (1949), il film racconta di tre amici influenzati negativamente di un compagno ricco e corrotto. Film TV di basso costo e raffinata eleganza che restituisce le atmosfere tipiche di Pavese. Ottima la rievocazione degli anni Trenta nella Langa.
Quei loro incontri (2006) di Jean-Marie Straub, Danièle Huillet. Dai Dialoghi con Leucò (1947) è stato tratto questo film sperimentale dallo spettacolo teatrale rappresentato in Toscana. Gli dèi greci desiderano conoscere gli uomini e fare le loro esperienze, mentre gli uomini sono insoddi­sfatti della realtà e hanno perso il loro rispetto per gli dèi (il testo è recitato da non-attori).
BEPPE FENOGLIO (Alba 1922 – Torino 1963)
"Nella città natale, capitale delle Langhe, passò quasi tutta la vita. Partecipò alla resistenza ar­mata. Al mondo contadino e partigiano di quelle terre ispirò la sua opera narrativa: da I ventitré giorni della città di Alba a La malora, da Primavera di bellezza, ambientato in parte a Roma, ai postumi Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano Johnny, La paga del sabato, Un Fenoglio alla prima guerra mondiale. Mise nei suoi libri la conoscenza della letteratura anglosas­sone (Shakespeare e Marlowe, Coleridge e Th. E. Lawrence) e la capacità di analisi di una condi­zione umana emblematica, dominata dalla tragica necessità della violenza. Nello sforzo di sottrarsi ai moduli letterari del neorealismo, elaborò uno stile di intensa espressività, grazie alla mescolanza di diversi registri linguistici e alla inserzione (soprattutto nelle ultime opere) di lunghi brani in un inglese personalmente rivissuto. La sua pagina, costruita attraverso un inesausto travaglio forma­le, attinge sovente a un respiro epico".
È la voce dedicata allo scrittore dall'Enciclopedia della Letteratura Garzanti ristampata nel 1991, sintesi di una vita. Nonostante la modesta condizione sociale i genitori arrivarono a gestire faticosamente una macelle­ria e – in seguito ai consigli degli insegnanti che apprezzavano l’intelligenza del ragazzo – furono indotti a fargli proseguire gli studi. Frequentando il liceo, Fenoglio si appassionò alla lingua e quindi alla letteratura inglese/ameri­cana incoraggiato dai professori di filosofia ed italiano, ambedue antifascisti e partigiani. Nel 1943 fu obbligato a frequentare un corso per allievi ufficiali; trasferito a Roma, riuscirà a ritornare ad Alba dopo l'8 settembre dove si arruolò tra i partigiani combattenti sulle colline; mise però a repentaglio i genitori che furono arrestati e poi fortunatamente rilasciati senza conseguenze.
Quando nel 2000 il regista Guido Chiesa realizzò il film omonimo tratto dal romanzo 'Il parti­giano Johnny' dichiarò: "Sono rimasto colpito dalla capacità di Fenoglio di raccontare la Resisten­za con tono epico, assolutamente anti-retorico. Lo sguardo dello scrittore, che si esprime attraverso quello dello studente Johnny, è ironico e critico. Il protagonista della vicenda non tace gli errori dei partigiani, non è dogmatico verso i fascisti, nei confronti dei quali riesce a provare un senti­mento di pietas pur continuando ad odiarli. Durante quel periodo la ragione e il torto, la democra­zia e la violenza sono due mondi ben separati e, attraverso il protagonista, Fenoglio afferma la ne­cessità di schierarsi, di prendere posizione, di compromettersi. Ho individuato una precisa cifra sti­listica, quella della povertà e della miseria: le condizioni di vita dei contadini dell'epoca erano molto misere, quella dei partigiani ancora più dure".
Alba, occupata dai nazi-fascisti, fu liberata dai partigiani divenendo un simbolo ed uno stimolo per l’affrancamento dell'intero territorio nazionale fino al contrattacco delle forze nemiche nel 1944, alle quali il C.N.L. non riuscì a resistere malgrado gli sforzi compiuti: la città, ha vissuto l'epopea della lotta liberandosi per un mese e ponendo le premesse - come in altre zone - per il referendum (monarchia o repubblica) del dopoguerra. Il Piemonte intero fu l'emblema della resistenza armata con sei medaglie d'oro al valore militare: Torino pagò il tributo con impiccagioni, fucilazioni, arre­sti, deportazioni, Cuneo con 2.000 caduti e 1.000 assassinati, la Valsesia con centinaia di persone trucidate per rappresaglia, Boves sottoposta a cannoneggiamenti e rastrellamenti sanguinosi, Biella con i continui sabotaggi e migliaia di ebrei sottratti alla deportazione. Naturalmente al termine della pazzia collettiva, lo strascico degli odi e delle ritorsioni continuò: vendette personali, antiche rivalità, appartenenze a dottrine diverse, ogni piccolo astio finora rimu­ginato in segreto, grazie all’impunità del periodo in preda all’anarchia, ognuno provvide a farsi giu­stizia per conto suo.
Era anche l’epoca del ritorno a casa dei reduci imbestialiti per il coinvolgimento non voluto nel conflitto, magari non trovando il desco familiare per la scomparsa di madri, padri, figli, mogli, fi­danzate. Il 9 Maggio 1936, XIV dell’Era Fascista, il Duce aveva fatto dal balcone di Piazza Venezia un di­scorso altisonante che non poteva non coinvolgere emotivamente una folla disposta ad essere con­vinta: “Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le forze armate dello Stato in Africa e in Italia! Ca­micie nere della Rivoluzione! Italiani e italiane in Patria e nel mondo: ascoltate!” ... “Il popolo ita­liano ha creato col suo sangue l’Impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiun­que con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”.
Improvvisamente la “Gioventù del Littorio”, i “Balilla”, gli “Avanguardisti”, la “Milizia”, le “Camicie nere” e gli “Arditi” (reparti d’assalto con il pugnale tra i denti, le bombe a mano e la fia­schetta del cognac), diventarono obsoleti e vietati. Come gli scalpellini dell’Antico Egitto scalfirono dai bassorilievi i cartigli dei Faraoni o dei potenti in disgrazia, così gli scalpellini di quegli anni rup­pero e deturparono tutto quanto ricordava il Ventennio, dagli innumerevoli Fasci in pietra ai busti in bronzo del Duce, alle scritte sui muri: “Me ne frego!”, “Se avanzo seguitemi, se indietreggio ucci­detemi!”, siglate dalla famigliare "M”. I sussulti del vecchio regime nel periodo della Repubblica Sociale Italiana (600 giorni) fomenta­rono ulteriori tensioni, incattivite dalla consapevolezza di fronteggiarsi fra compatrioti. Episodi odiosi nel conflitto tra repubblichini e partigiani ritardarono e complicarono un chiarimento definiti­vo perché caricati dal timore e dalla vendetta. Sobillata dalle reminiscenze di una storia in divenire, sballottata da un giornalismo improvvisamente senza bavaglio ma chiaramente indottrinato dalle nuove fazioni politiche, la gente faticava a distinguere le nuove maschere delle parti in lotta per il potere.
Il 24 giugno 1943, un mese prima del Gran Consiglio e tre mesi prima della neonata Repubblica Sociale Italiana (“R.S.I.”), Mussolini ordinava: “Non appena il nemico tenterà di sbarcare sia con­gelato su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga (battigia), la linea della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra. Il dovere dei fascisti è di dare questa certezza dovuta a una de­cisione ferrea, incrollabile, granitica”. Più tardi, esiliato a Salò in mano al comando tedesco, il dit­tatore confesserà: “Sono finito, la mia stella è tramontata. Lavoro e faccio sforzi, pur sapendo che tutto non è che una farsa... Aspetto la fine della tragedia e, stranamente distaccato da tutto, non mi sento più attore; mi sento come l’ultimo spettatore. Anche la mia voce, la sento come riprodotta...” Il suo carisma ormai è spento come spenta è la luce dello studio a Palazzo Venezia, solitamente accesa per far sapere agli italiani che il “Dux” vigila e lavora.
Più difficile la suddivisione delle coscienze, combattute da pulsioni contrarie, da sentimenti con­trapposti, da speranze represse dall’incerta quotidianità. Le situazioni personali di molti coinvolti in fatti gravi o insistenti dicerie su partecipazioni alle esecrate coercizioni del regime, contribuivano a creare nell’opinione pubblica una indeterminatezza di giudizio. L’ambiguità del momento di passag­gio tra una dittatura e l’embrione di una democrazia, innescava reazioni che spesso demotivavano ogni ideale di giustizia. La maggioranza della popolazione – intenta a ricuperare le forze fisiche e morali dopo tanti anni di privazioni, a ricostituire il nucleo della famiglia ed a reinserirsi nel clima sufficientemente sereno del tempo di pace – sentiva comunque la pressione della lotta e partecipava con passione al giudizio delle coscienze.
La Liberazione fece perdere alle facce della gente l’espressione luttuosa. Pur nell’angustia dei problemi non più coperti dal roboante rullo della propaganda, pur nella carenza di abitazioni, di strutture pubbliche e di organizzazione programmata, pur nella decimazione del tessuto sociale per lo smembramento delle famiglie, i sopravvissuti sentivano scorrere la linfa nuova di tutte le speranze. Finito il periodo delle lampade oscurate, dei vetri istoriati di strisce di carta incollata per preservarli dallo spostamento d’aria delle bombe, ci accorgemmo del cambiamento sostanziale dai nuovi comportamenti e dal clima reso decisamente più sereno dalla mancanza del miagolio cupo delle si­rene d’allarme, del rombo degli sciami di bombardieri, del fragore delle esplosioni: un incubo la­sciato alle spalle come tante altre mestizie meno incombenti ma che, nella loro molteplicità, aveva­no rappresentato un pesante fardello per tutti.
Dice Fenoglio: “Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in vagoni piombati avevano convinto tutti, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato”. Nel 1944 si aggregò alle prime formazioni partigiane partecipando al combattimento di Carrù e all’effimera Repubblica di Alba durata pochi giorni. Già da adolescente rivelò la sua passione per la lettura incrementando così la conoscenza dell’inglese che gli permetterà da adulto di diventare come Pavese un ottimo traduttore di testi classici. Al liceo ebbe insegnanti di valore (uno impiccato dai tedeschi, l’altro internato in un campo di concentramento) che lo incoraggiarono ad iscriversi alla facoltà torinese di Lettere, studi interrotti nel 1943 dalla chiamata alle armi.
Nel dopoguerra decise di dedicarsi completamente alla scrittura, con dispiacere dei genitori commercianti, iniziando un percorso di vita che lo avrebbe soddisfatto. Come tutti i narratori esordienti, i primi lavori furono valutati da un lettore professionista, in questo caso da Italo Calvino per la Casa editrice Einaudi ma anche lui dovette passare sotto le forche caudine dello scrittore Elio Vittorini che diede un primo parere sfavorevole anche se successivamente gli fece pubblicare “I ventitre giorni della città di Alba” ed il romanzo breve “La malora”. Fenoglio ritornò stabilmente ad Alba dove rimarrà attaccato tenacemente per tutta la vita. Un carattere ostinato e ritroso che riconosce sé stesso solamente nel luogo natio. Si impiegò presso una ditta vinicola, un lavoro che non vorrà mai abbandonare perché "se andassi da un'altra parte non troverei più il tempo per scrivere", passione nata nel dopoguerra.
Nel 1960 sposa Luciana e l'anno dopo nasce la figlia; la sua vita si svolge dunque tra gli affetti famigliari, l'ufficio e la scrittura. Anche lui come Pavese si rivolge ad un editore prestigioso come Einaudi ricevendo i primi rifiuti di pubblicazione fino a quando Vittorini gli fece pubblicare 'I ventitre giorni della città di Alba' 3. Il romanzo breve 'La malora' incentrato sull'ambiente delle Langhe uscì nel 1954 con alcune riserve arrivate ancora una volta dal lettore Vittorini: questi continui distinguo convinsero Fenoglio a cambiare editore, da Einaudi a Garzanti, che gli pubblicò nel 1960 il romanzo 'Primavera di bellezza' (Premio Prato). Nel 1962 a Bra gli fu diagnosticata una forma di tubercolosi, primi sintomi del cancro ai polmoni dovuto soprattutto a causa delle sigarette che aggravarono una forma asmatica della quale soffriva da anni. Morì nell’amata Alba e lì fu sepolto con tiro civile. Come spesso succede il successo pubblico arrivò allo scrittore piemontese con la Laurea ad honorem dell’Università di Torino ed i lavori pubblicati postumi: "Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano".
“Pubblicato per la prima volta nel 1954 nella collana i Gettoni, La malora è certamente l’opera di Fenoglio in cui la tematica della vita contadina sulle Langhe campeggia in tutta pienezza, sia nei motivi che nei luoghi, pur non essendo nuovi all’autore poiché già trattata in Un giorno di fuoco e nella seconda parte de I ventitre giorni della città di Alba. Il libro narra la storia di Agostino e attraverso gli occhi dello stesso, la vicenda della sua famiglia, i Braida, poveri contadini delle Langhe d'inizio secolo, la cui vita è segnata dalla fame, dal duro lavoro sulla terra avara e dalla malora che, come un ombra funesta da cui e impossibile liberarsi, guida il destino dei personaggi del romanzo fenogliano. Immerso in avvenimenti tragici, quali la morte del padre, l'inutile lotta della famiglia di Tobia per emergere dalla propria condizione, la malattia del fratello chiuso in seminario, Agostino vive gli anni della giovinezza chinato di fronte alla propria sorte. L’unico barlume di speranza, l’amore per la servetta Fede viene annullato senza possibilità di opporsi al contratto di matrimonio fatto dai genitori della ragazza. L’unico sogno di Agostino rimane quello di tornare a lavorare la terra che era stata di suo padre, desiderio che in ultimo verrà realizzato anche se il giovane non potrà più contare sulla presenza materna. La malora è il motore primario di tutta la vicenda, i personaggi, costantemente chiusi in una solitaria sopportazione, paiono non avere voce in capitolo. La fame, la miseria, l'avidità, i lutti, le avversità atmosferiche e la sterilità del terreno decidono per loro. Gli abitanti delle Langhe si muovono in un mondo chiuso, un microcosmo i cui orizzonti sono, prima ancora di essere chiusi dalle colline, annullati dalla cieca fatica, dal lavoro che, inizialmente principio fondante di civiltà, è divenuto veicolo d'annullamento di sé. La “roba” di verghiana memoria diviene allora stimolo principale delle azioni, facendosi, in quanto desiderio sempre presente ma destinato a rimanere inappagato, mezzo di svilimento al pari del lavoro. E’ questo desiderio a spingere gli uomini a spezzarsi la schiena lavorando sui campi e a mangiare sempre meno la sera. A questo, ancora, si aggrappano Tobia ed il padre di Agostino come sospesi nel vuoto e su quel Tanaro in cui molti uomini della razza langarola sono andati a porre fine ai propri giorni (si ricordi che anche in questo romanzo è presente il suicidio, quello di Costantino del Boscaccio trovato impiccato dallo stesso Agostino). Nel duro destino e nella sua cieca presenza pare ritrovarsi quanto Sciascia diceva a proposito degli zolfatari siciliani: «quando dalla notte della zolfara ascendevano all'incredibile giorno della domenica, le case nel sole o la pioggia che batteva sui tetti, non potevano che rifiutarlo, cercare nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo». Se si mette a confronto La malora con il racconto Un giorno di fuoco, si può notare come, mentre in quest'ultimo la storia della Langa è tutta vissuta dall’esterno – attraverso il racconto della ribellione ad una sgradita condizione esistenziale – ne La malora le dinamiche sociali e le ragioni dell'amore per la propria terra sono investigate dall'interno. Grande merito di Fenoglio è la capacità di portare sulla pagina la brutalità di quel mondo, rivivendoli nel momento stesso della scrittura l'autore pare volerli raggiungere fisicamente fino a mettersi in contatto con la dimensione esistenziale del lavoro come annullamento di sé. Leggendo il romanzo si scopre costantemente, da parte dell’autore, l’ansia di essere elemento presente del mondo descritto: la lingua utilizzata e i continui flashback sono strumenti letterari di cui Fenoglio si serve proprio a questo scopo. Nell'utilizzo di termini dialettali e di frasi fatte la memoria dell'autore diviene lingua in grado di creare il mondo narrato, diviene uno specchio perfetto nella propria concisione e nella mancanza pressoché assoluta di orpelli, del carattere degli abitanti di queste terre. Nell’opera pochissime sono le descrizioni di luoghi e persone, è come se non ci fosse il tempo per soffermarsi ad osservarli, pur sentendo di riuscire stranamente a scrutare tutto con gli occhi noncuranti di chi è nato e sempre vissuto tra quella gente, anche di dover, un giorno, fatalmente morirci. Le uniche eccezioni sono significativamente legate alle rare visite di Agostino ad Alba, la città nel cuore delle Langhe dove viene descritto l'impatto con la vita cittadina, con i ragazzi, con gli edifici, con il seminario, con la farmacia del padrone: sono brani godibili ma forse stilisticamente eccessivi (probabilmente Vittorini parlava di essi quando, nella discussa presentazione del libro, faceva riferimento ai pericoli di vacuità insiti nell'utilizzo degli afrodisiaci dialettali) e che paiono quasi stridere, se confrontati con la lucida sintesi che caratterizza il resto del libro. Ma è proprio in questi brani, nel desiderio di fare percepire appieno la descrizione, totalmente filtrata attraverso gli occhi di Agostino, che si avverte l'ansia di Fenoglio di prendere le distanze dalla propria città e di sentirsi, così, solo interprete del mondo contadino”.
Uno strascico molto doloroso del conflitto fu quello dei molti mutilatini, ragazzi feriti gravemente dalle bombe o dalle penne esplosive disseminate ovunque come trappole per topi. Intervenne un prete coraggioso e caritatevole, Don Carlo Gnocchi (1902/1956), che dopo l’ordinazione a sacerdote nel 1925, seguì l’innata inclinazione verso la gioventù: “Come è bello giocare con la neve pulita e bianca. Anche Gesù gioca volentieri con le anime dei bimbi quando sono bianche e pulite”. Ebbe sempre un ottimo rapporto con i parrocchiani e l’attività di educatore convinse il cardinale di Milano, Ildefonso Schuster (1880/1954, al termine della II Guerra Mondiale svolse un ruolo di mediatore tra fascisti, tedeschi e partigiani), a nominarlo assistente spirituale dell’Istituto Gonzaga e dell’Università Cattolica, strutture della Diocesi milanese.
L’esperienza più gravosa fu quando partì, come cappellano volontario degli alpini, per il fronte greco-albanese e, successivamente, per il fronte russo. Scrisse a questo proposito: “In quei giorni fatali posso dire di avere visto finalmente l’uomo nudo, completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balia degli istinti più elementari emersi dalle profondità dell’essere”. Al ritorno consegnò a molte famiglie disseminate nell’intera penisola, i ricordi dei commilitoni caduti nella grande tragedia, aiutò ebrei e prigionieri alleati; anche per questo venne imprigionato varie volte al carcere milanese di San Vittore, dal quale uscì per intercessione del cardinale Schuster.
Nel dopoguerra maturò in lui l’idea di offrire un aiuto al mondo che aveva sempre amato e frequentato: il dolore innocente come definiva la sofferenza di chi, senza colpe, portava impresse nel corpo e nello spirito ferite indelebili lo indusse ad istituire la Fondazione Pro Juventute dedicata principalmente all’Infanzia Mutilata, con sedi in svariate città italiane. Aprì anche alcuni Centri di rieducazione per bambini affetti da poliomielite. Con queste esperienze alle spalle scrisse “Pedagogia del dolore innocente”. Morì per una diffusa metastasi con le parole “Grazie di tutto”. Nel testamento chiese di offrire le cornee a due giovani ciechi, primo esempio in Italia di donazione degli organi – all’epoca non ancora legalizzata – e lasciò scritto: “Altri potrà servirli meglio che io non abbia saputo fare; nessun altro, forse amarli più che io non abbia fatto”. La Fondazione è stata istituita per curare e riabilitare ragazzi mutilati ma anche portatori di handicap, assistenza ad anziani non autosufficienti e malati oncologici terminali.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
I ventitre giorni della città di Alba (1952)
La malora (1954)
Primavera di bellezza (1959)
Una questione privata - Un giorno di fuoco (1963)
Il partigiano Johnny (1968)
Un Fenoglio alla prima guerra mondiale (1973)
Opere (edizione critica, Einaudi 1978)
FILMOGRAFIA
Per Fenoglio un solo film tratto dal romanzo omonimo incompiuto, pubblicato postumo nel 1968, più due documentari realizzati dal medesimo regista, autore anche di Il caso Martello, Babylon, Non mi basta mai, Alice in paradiso, Lavorare con lentezza.
Il partigiano Johnny (2000) di Guido Chiesa, ammiratore e studioso dello scrittore al quale ha dedicato anche due documentari (interpretato da Stefano Dionisi selezionato per la somiglianza al giovane Fenoglio) narra dell'universitario che tornato ad Alba dopo l’otto settembre 1943 si unisce alle bande partigiane. Rimanendo disilluso, passa l’inverno del 1944 sui monti prigioniero di neve, sangue, rappresaglie e soprattutto della solitudine che si è scelto. Il film racconta l’angoscia dei rastrellamenti delle milizie fasciste e tedesche. Johnny si ritrova a passare da solo il duro inverno del 1944, scopre la vera ragione di essere partigiano rimanendo sé stesso. In primavera riprende la lotta narrata e lo stile asciutto e severo sottolinea il conflitto per la sopravvivenza sui monti tra pioggia, neve, fango, agguati, fughe, sofferenze, fango, sangue, paura, dubbi, spie. La Resistenza partigiana è trattata dal regista come una brutta guerra qualunque, con eroi ed antieroi, con luci ed ombre, con male e bene insieme, al di sopra delle parti implicate. Partendo dalla lezione di Pavese e da quella americana, i racconti e romanzi di Fenoglio raggiungono una propria rilevante individualità poetica nel rendere con un realismo asciutto intriso di elementi dialettali le contraddizioni fra un ordine di cose costruito su l'iniquità, l'ipocrisia, il male e un mondo ricondotto o da ricondurre alla libertà, alla giustizia, ad un responsabile senso di solidarietà morale e civile.

2013 3 OTTOBRE DETERMINAZIONE 30 COSTITUZIONE UFFICIO PROTEZIONE CIVILE MAGGIORE ANTONIO CROCE NGUARDIA COSTIERA BRUNO FRANCO

COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE Provincia di Palermo DETERMINAZIONE DELLA COMMISSIONE STRAORDINARIA N. 30 DEL 03/10/2013 Oggetto: Designazione componenti Servizio Comunale di Protezione Civile: - Coordinatore Comitato Comunale di Protezione Civile - Responsabile Ufficio Comunale di Protezione Civile - Componenti (C.O.C.) Centro Operativo Comunale di Protezione Civile. LA COMMISSIONE STRAORDINARIA Vista la legge 24 febbraio 1992, n. 225, ad oggetto "Istituzione del servizio nazionale di protezione civile" che individua in particolare all'art. 15, le prerogative del Sindaco quale autorità comunale di protezione civile ed all'art. 108 le competenze dei Comuni; Visto il D. P. R. n. 613/1994 "Regolamento di Attuazione del Volontariato di Protezione Civile"; Vista la direttiva 11 maggio 1997 (Metodo Augustus) del Dipartimento della Protezione Civile; Visto il D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, che attribuisce ai Comuni una maggior centralità nel complessivo sistema della protezione civile Vista la Legge Regionale 31 agosto 1998, n. 14 "Recepimento Legge 225 del 1992" la quale sancisce che i Comuni istituiscono uffici di Protezione Civile; Visto il D.L. 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, nella legge 9 novembre 2001, n. 401, recante "Disposizioni urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle strutture preposte alle attività di protezione civile e per migliorare le strutture logistiche nel settore della difesa civile"; Vista la normativa nazionale e regionale sull'istituzione e valorizzazione del volontariato per attività di Protezione Civile (l. n. 266/91, L.R. n.22/94, D.P. n.12/2001, DPR n. 12/92); Vista la direttiva Presidenziale del 14 gennaio 2008, della Presidenza della Regione Siciliana, avente per oggetto: "Attività comunali e intercomunali di Protezione Civile. Impiego del Volontariato. Indirizzi regionali. Art.108 Decreto Legislativo n.112/98" Vista la Legge 8 giugno 1990, n. 142 "Ordinamento Autonomie Enti Locali"; Vista la Legge Regionale 11 dicembre 1991, n. 48 recante "Recepimento della Legge 142/90 e successive modifiche ed integrazioni"; Visto il Regolamento Comunale di Protezione Civile, approvato con delibera della Commissione Straordinaria n. 10 del 6 giugno 2013, dove è prevista la creazione di una struttura organizzativa permanente, come di seguito riportata, volta in modo particolare, alla tutela della salute e della incolumità della popolazione, alla salvaguardia dell'ambiente, dei beni pubblici e privati, alla pianificazione di soccorso in caso di eventi calamitosi sia naturali che connessi all'attività dell'uomo; Preso atto che il citato Regolamento, stabilisce che la struttura denominata Servizio Comunale di Protezione Civile, sia organizzato secondo quanto stabilito dalla direttiva del Dipartimento Regionale Protezione Civile della Regione Sicilia e sia composto dai seguenti organi: - Comitato Comunale di Protezione Civile - C.C.P.C.; (parte III, Capo "B" del Regolamento) - Ufficio Comunale di Protezione Civile - U.C.P.C.; (parte III, Capo "C" del Regolamento) - Nucleo Operativo Comunale - N.O.C.; (parte III, Capo "D" del Regolamento) - Centro Operativo Comunale - C.O.C.; (parte III, Capo "E" del Regolamento) Ritenuto necessario individuare il Coordinatore del Comitato Comunale di Protezione Civile, quale struttura incardinata nel IV Settore - Polizia Municipale, il Responsabile dell'Ufficio Comunale di Protezione Civile nonché i componenti del Centro Operativo Comunale (C.O.C.) e di conseguenza la nomina dei Responsabili delle Funzioni appartenenti a quest'ultimo organo, di cui si avvale il Sindaco per l'espletamento delle sue funzioni ed attribuzioni in materia di Protezione Civile per la gestione della pianificazione delle prevenzione e previsione, nonché delle emergenze come da allegato "A" del vigente Regolamento Comunale di Protezione Civile; Con i poteri della carica nella qualità di Autorità Comunale di Protezione Civile D E T E R M I N A 1) È COSTITUITO, secondo le previsioni del vigente Regolamento Comunale di Protezione Civile approvato dalla Commissione Straordinaria con propria deliberazione N. 10 del 6 giugno 2013, il Servizio Comunale di Protezione Civile (S.C.P.C.) incardinato nel IV Settore - Polizia Municipale con sede all'interno della sede del Corpo di P.M., composto dai seguenti organi: - Commissione Straordinaria attualmente in carica (a regime il Sindaco); - Comitato Comunale di Protezione Civile (C.C.P.C.); - Ufficio Comunale di Protezione Civile (U.C.P.C.); - Nucleo Operativo Comunale (N.O.C.); - Centro Operativo Comunale (C.O.C.); - Personale dei Settori e degli Uffici Comunali; - Associazioni di volontariato di Protezione Civile. 2) ASSEGNARE il coordinamento del Comitato Comunale di Protezione Civile, al Comandante del Corpo di Polizia Municipale, con il compito di promuove ed incentivare: - le iniziative idonee alla formazione di una coscienza di protezione civile, con particolare riguardo agli alunni della scuola dell'obbligo; - elaborare le procedure per allertare gli abitanti nelle situazioni di emergenza o di rischio emergente nel rispetto delle disposizioni emanate dagli organismi di Protezione Civile; - vigilare sul corretto adempimento dei servizi di emergenza da parte delle strutture comunali di Protezione Civile; - fornire consulenza al Sindaco in caso di emergenza; - Coordinare tutte le attività di competenza del Comitato la cui composizione è stabilita come da regolamento comunale di Protezione Civile; 3) NOMINARE quale Responsabile dell'Ufficio Comunale di Protezione Civile, l'Arch. Giovanni Albert, con l'onere di svolgere le seguenti funzioni: - predisposizione e aggiornamento degli atti costituenti il Piano Comunale di Protezione Civile; - curare i rapporti con il gruppo comunale, le Associazioni di volontariato di Protezione Civile e con gli altri Enti ed Organizzazioni che sono preposti al Servizio di Protezione Civile; - creare e tenere aggiornata la banca dati concernenti la Protezione Civile; - porre in essere le necessarie procedure amministrative per l'acquisto dei mezzi, dei materiali e delle attrezzature costituenti la dotazione del Servizio Comunale di Protezione Civile, anche mediante la collaborazione di altri Uffici comunali ed il D.R.P.C.; - avviare le procedure amministrative per l'organizzazione e lo svolgimento delle attività di addestramento e formazione tecnico-operativa dei volontari di Protezione Civile, avvalendosi a tal fine, degli organi tecnici a ciò preposti; - curare le attività di formazione e aggiornamento del personale addetto ai servizi di Protezione Civile, attraverso la partecipazione a corsi, seminari, esercitazioni; - curare la promozione di campagne informative ed iniziative specifiche, rivolte alla popolazione, al fine di creare una maggiore coscienza di protezione Civile. 4) NOMINARE i Responsabili delle Funzioni di Supporto del Centro Operativo Comunale (C.O.C.), individuate conformemente alle direttive regionali stabilite nel c.d. metodo "Agustus" così come riportate nell'allegato "A" al Regolamento Comunale di Protezione Civile, come specificato a fianco di ciascuna funzione: 1) Funzione N. 1 - Tecnica di pianificazione del territorio Settore LL.PP. e Manutenzione - Arch. Sergio Valguarnera 2) Funzione N. 2 - Sanità, assistenza sociale e veterinaria Settore Segreteria e Affari Generali - Servizi sociali - Sig.ra Notarstefano Rosina. 3) Funzione N. 3 - Volontariato (componente esterno) Rappresentanti Associazioni di Protezione Civile con sede nel territorio comunale; 4) Funzione N. 4 - Materiali e mezzi Settore LL.PP. e Manutenzione - Arch. Sergio Valguarnera 5) Funzione N. 5 - Servizi essenziali e attività scolastiche Settore LL.PP. e Manutenzione - Arch. D'Arpa Sandro 6) Funzione N. 6 - Censimento danni a persone e cose e beni culturali Settore Urbanistica - Arch. Monica Giambruno 7) Funzione N. 7 - Strutture operative e viabilità Corpo di Polizia Municipale - Magg. Antonio Croce 8) Funzione N. 8 - Telecomunicazioni Settore LL.PP. e Manutenzione - Arch. D'Arpa Sandro 9) Funzione N. 9 - Assistenza alla popolazione Settore Economico Finanziario - Servizio Economato - Dott. Michelangelo Costanzo 5) Con riferimento alla componente N.O.C. , la designazione degli appartenenti fa riferimento al personale di pronta reperibilità, istituita o da istituire, secondo la turnazione settimanale. 6) Demandare agli Uffici Comunali preposti: - la pubblicazione all'Albo Pretorio della presente determinazione e la sua divulgazione; - la notifica a tutti i soggetti interessati, nonché al Prefetto di Palermo, al Presidente della Provincia di Palermo, al Presidente della Regione Sicilia, al Dipartimento Regionale Protezione Civile, al Segretario Generale. LA COMMISSIONE STRAORDINARIA D.ssa Matilde Mulè Dr. Guglielmo Trovato Dr. Vincenzo Covato


Sunday, August 26, 2018

Saturday, August 25, 2018

2013 29 SETTEMBRE ORDINANZA 44 GIAMBRUNO CARDINALE ENRICO ROCCA MORENA PIETRA CAMPANA

COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE Provincia di Palermo SETTORE 3° - TECNICO URBANISTICA ORDINANZA N. 44 DEL 20/09/2013 Oggetto: ORDINANZA DI RIMESSA IN PRISTINO DELLO STATO DEI LUOGHI MEDIANTE LO SMONTAGGIO DELLA STRUTTURA BALNEARE ROCA MORENA SITA IN VIALE MARINO SNC A CARICO DEL SIG. CARDINALE ENRICO NATO A PALERMO IL 04/10/1976 C.F. CRDNRC76R04G273N N,Q, DI TITOLARE DELLA DITTA INDIVIDUALE ROCA MORENA P.IVA 04645830829 CON SEDE IN VIALE MARINO SNC. Il RESPONSABILE DEL III SETTORE - Visto il Verbale di sopralluogo, effettuato da personale dell'ufficio tecnico eseguito in data 09/08/13 congiuntamente a personale della locale Stazione dei Carabinieri, del Comando di Polizia Municipale e della Capitaneria di Porto per le verifiche e gli accertamenti con riferimento alla nota dell'Assessorato Regionale al Territorio ed Ambiente n. 34279 del 07/08/13, con la quale si diffida la ditta a smontare tutta la struttura al termine della stagione balneare e comunque non oltre il 31/10/2013, nonché a sgomberare tutte le strutture abusivamente realizzate e non regolarizzate ai sensi dell'art. 24 del C.d.N.; - Vista la comunicazione di avvio del procedimento a cura di questo ufficio prot. n° 0012100 del 04/09/13, ritualmente notificata a mezzo ufficiale di P.G. il giorno 05/09/2013, con la quale si assegnavano gg 10 al fine di consentire al sig. Cardinale Enrico in oggetto generalizzato, di presentare memorie difensive e/o controdeduzioni, con riferimento al provvedimento che l'amministrazione ha comunicato di dovere adottare, nella fattispecie ordinanza di rimessa in pristino dello stato dei luoghi mediante lo smontaggio della struttura balneare denominata ROCA MORENA; - Accertato che è stata presentata al protocollo di questa Amministrazione in data 13 settembre 2013, prot. n. 12481, pervenuta a questo Ufficio Tecnico in data 19/09/03, una memoria difensiva in ordine all'intimato Provvedimento di Ordinanza di Rimessa in Pristino, nella quale comunica l'inizio dei lavori di smontaggio di alcune strutture, rimozione che avrà fine lavori in pari data; 2 - Considerato che dalla predetta nota non è emerso alcun elemento che possa incidere o modificare la natura del provvedimento sanzionatorio comunicato; - Vista altresì la nota p.llo n. 50665 del 19/09/2013 con la quale lo Sportello Unico delle Attività Produttive di Carini richiedeva a questo Ufficio una verifica relativa alle dichiarazioni rese nel Modello Unico autocertificato p.llo 50088 del 16/09/13 rese dalla ditta in intestazione ed in particolare del verbale redatto dal tecnico incaricato sulla relazione di collaudo e di agibilità redatta ai sensi dell'art. 10 del D.P.R. N. 160/2010; - Vista la nota prot. n. 12875 del 20/09/2013 in risposta al SUAP di Carini con la quale questo Ufficio Tecnico ha accertato che la struttura risulta essere realizzata in assenza di un provvedimento abilitativo soggetto al regime di autorizzazione edilizia o SCIA edilizia e pertanto la dichiarazione risulta resa in assenza dei presupposti di legge e pertanto priva di efficacia; - Ritenuto infine, di avere acquisito sufficienti elementi ai fini di valutare la sussistenza dei presupposti per l'adozione del provvedimento di rimessa in pristino dello stato dei luoghi, mediante lo smontaggio della struttura adibita alla balneazione denominata “ROCA MORENA” formata da un'unica piattaforma in legno sorretta da struttura in tubi di acciaio poggiati sulla scogliera e con la collocazione di alcuni gazebi in legno, uno per infermeria, e ufficio tre chioschi adibiti a w.c. uomo, donna e portatori di handicap ed un' altro più grande collocato al centro della struttura adibito a bar punto ristoro, sita in questo Viale Marino snc; - Considerato che l’area sulla quale sono stati realizzati i manufatti abusivi risulta assoggettata ai seguenti vincoli: - Vincolo paesaggistico di cui alla legge 1497/39 e ss.mm.ii., - Vincolo sismico di cui alle leggi m. 1086/71 e n. 64/74; - vincolo di inedificabilità assoluta poiché rientrante nella fascia di rispetto costiero all’interno dei 150 metri dalla battigia art. 15 L.R. 78/1976; - Fascia di rispetto demaniale marittimo ai sensi degli artt. 54 e 55 del C.d.N. - Visto il d.p.r. n. 380/01; - Vista la L. R. n. 71/78 - Vista la L.R. n. 37/85; - Vista la L.R. n. 23/98; -Vista la L.241/90 e L.R. 10/91; INGIUNGE al sig. Cardinale Enrico nato a Palermo il 04/10/1976 c.f.: CRD NRC 76R04 G273N, n.q. di titolare della ditta individuale "Roca Morena" P.IVA 04845830829, con sede in viale Marino snc., e di esecutore delle opere il ripristino dello stato dei luoghi mediante lo smontaggio della struttura adibita alla balneazione formata da un'unica piattaforma in legno sorretta da struttura in tubi di acciaio poggiati sulla scogliera e con la 3 collocazione di alcuni gazebi in legno, uno per infermeria, e ufficio tre chioschi adibiti a w.c. uomo, donna e portatori di handicap ed un' altro più grande collocato al centro della struttura adibito a bar punto ristoro realizzato in assenza di titolo abilitativo edilizio e della conseguente certificazione di agibilità.; O R D I N A al sig. Cardinale Enrico nato a Palermo il 04/10/1976 c.f.: CRD NRC 76R04 G273N, n.q. di titolare della ditta individuale "Roca Morena" P.IVA 04845830829, con sede in viale Marino snc.,, di eseguire le opere di ripristino su descritte, entro 45 giorni dalla data di notifica del presente provvedimento, con l'obbligo di ripristinare l'originario stato dei luoghi. O R D I N A Altresì, a cessare con effetto immediato ogni attività commerciale all'interno dello stabilimento balneare realizzato in viale Marino snc su area censita al catasto al F. 1 part. n. 1 e denominato "Roca Morena". DISPONE che copia del presente provvedimento venga notificato: Alla Procura delle Repubblica c/o il Tribunale di Palermo al Comando di Polizia Municipale alla locale Stazione dei Carabinieri; alla Capitaneria di Porto di Palermo; all'Assessorato Territorio ed Ambiente; allo Sportello Unico per le Attività Produttive. Alla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Palermo; All’Ufficio del Genio Civile di Palermo; L’Ufficio messi notificatori è incaricato della notifica del presente provvedimento al sig. Cardinale Enrico nato a Palermo il 04/10/1976 c.f.: CRD NRC 76R04 G273N, n.q. di titolare della ditta individuale "Roca Morena" P.IVA 04845830829, con sede in viale Marino snc. Gli agenti di P.M. sono incaricati della vigilanza e dell’esecuzione della presente Ordinanza. Il presente provvedimento può essere impugnato, ai sensi della legge 06/12/1971 n. 1034, aventi al Tribunale Amministrativo Regionale entro SESSANTA giorni dalla notifica dello stesso. IL RESPONSABILE DEL III SETTORE F.to Arch. Monica GiambRUNO 

IL CANCRO GIORGIA SCATAGGIA

Sono 30 anni, praticamente da quando sono nata, che frequento ospedali. Non c'è piu nessuno, oltre me, a portare il cognome. Sono tutti morti, l'ultima mia zia, di cancro. Mio padre, leucemico, diabetico e con un rene solo dopo un cancro, è morto quando avevo 12 anni. Ora da qualche anno combatto anche io... e spero di cambiare la storia della mia famiglia. Quando mi dicono "non sei medico, non puoi parlare" oppure "essere immunodepressi non rende immunologi", penso che vorrei vivere in un cartone animato, in una di quelle classiche scene in cui il mago di turno prende il protagonista e, per insegnargli una qualche lezione, gli fa rivivere il flashback di tutta la sua vita. Ecco, io vorrei fare la stessa cosa con queste persone... vorrei portarle a vedere quanti ospedali ho frequentato, quanti pareri medici ho sentito, quante raccomandazioni... per mio padre e per me. Non mi interessa di ciò che dice il professor "X"... se il professor X dice cose che sono l'opposto di quello che ho sempre saputo, di quello che mi sono sempre sentita raccomandare, di quello che ho sempre vissuto... per me quelle sono e restano affermazioni contestabili. E no, non sto zitta. Non sto zitta perché prima della legge sull'obbligo vaccinale io non avevo mai, mai mai mai MAI sentito dire ne per mio padre, ne per me, che un immunodepresso può frequentare tranquillamente qualsiasi luogo purché frequenti solo persone vaccinate. La Verità è sempre stata quella che, purtroppo, i rischi sono ovunque e occorre al più presto migliorare la situazione del sistema immunitario, se possibile. Mi dispiace, ma ho la presunzione, se vogliamo chiamarla così, di affermare di capirne qualcosina ormai... magari anche un po' di più rispetto ad un genitore di bimbo immunodepresso che parla più per comprensibile panico, che per razionalità. Sì, ho questa presunzione. E siccome ce l'ho, non taccio. Presentate tutte le petizioni che volete, le firmerà solo chi non sa... e a me, di ciò che pensa chi non sa, non interessa nulla. Avete creato un clima di guerra e a me la guerra non piace. Se la volete la avrete, ma sarà una guerra pacifica, fatta solo di informazione, dove le uniche armi sono i cuori dei genitori dei bimbi danneggiati e dei bimbi esclusi. Non voglio vivere in un Paese in cui un bimbo sano non può entrare a scuola perché "non conforme" in quanto non completamente vaccinato. Di quello che pensa la maggioranza non mi interessa, la giustizia e la ragione non sono in mano alla maggioranza. La maggioranza sbaglia e prima o poi lo capirà. Per gli immunodepressi si può e si deve lavorare per trovare soluzioni, ma nessuno deve essere escluso da scuola perché la scuola è per tutti. Questo clima di odio deve finire, questa gara a chi sta più male, bimbi immunodepressi e bimbi danneggiati, deve finire. E si deve tornare a capire che la Salute è un diritto di tutti... e imporre un trattamento sanitario obbligatorio senza distinzioni per niente e nessuno con la Salute non c'entra nulla... non c'entra con la Salute e viola il diritto, sacrosanto, di ricevere trattamenti sanitari adeguati alle proprie esigenze. Meno conflitto e più confronto...

Giorgia Scataggia



Petrucci Di Ruzza Franca conosco benissimo, anche a me mi dicono: lei è un npi? come può parlare di autismo? peccato che ci convivo da oltre 14 anni (mio figlio) qualcosa avrò imparato no?

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Fabio Chierighini Giorgia Scataggia hai l'età dei miei figli, 33 e 28...

Ti adotterei... 💪💪💪

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Alessandra Arra ❤️ contro l’ignoranza e l’accanimento

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Benedetto Baccelliere chi fa più rabbia è chi invoca la scienza solo quando rispecchia la loro verità

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Andrea Florio Di omeopatia si sa poco o nulla. E mi pare così anche nel tuo caso. Non devo vendere nulla, io faccio un altro mestiere. Se parlo è perché sono convinto che, almeno in teoria, è possibile tentare. Ma devi trovare un serio ed esperto medico UNICISTA, capace di andare a fondo del tuo problema. Non sempre chi si spaccia per omeopata ne è capace. Ti ribadisco la mia disponibilità a continuare il dialogo se ti interessa. C'è un mondo da scoprire e possibilità terapeutiche sorprendenti, al limite del miracoloso. E parlo per esperienza vissuta sulla mia pelle.

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