CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Friday, June 29, 2018

Diossina a Monselice, i cittadini chiedono la chiusura del cementificio

Diossina a Monselice, i cittadini chiedono la chiusura del cementificio



Migliaia di persone lo scorso 11 maggio hanno raccolto l’invito del Movimento civico Cambiamo aria, portando per le strade di Monselice fiaccole e striscioni, cartelli e slogan con i quali chiedevano a gran voce di chiudere la fonte del grave inquinamento registrato nell’area del Monte Ricco.
PCB, diossine, benzene, IPA e altre sostanze tossiche e cancerogene sono state infatti ritrovate nelle zone di ricaduta dei fumi del cementificio di Monselice, risultando in alcuni casi superiori alla soglia di contaminazione, in altri superiori ai livelli di attenzione.
Se stanno emergendo queste situazioni lo dobbiamo all’iniziativa del Comitato popolare Lasciateci respirare che attraverso la collaborazione della cooperativa di ricerca Ecoscreen di Trieste lo scorso anno ha fatto analizzare un pollo ruspante alle pendici del Colle. I risultati hanno portato a dichiarare “non commestibile” quella carne di gallina per le elevate presenze di diossine e PCB.
Solo a seguito di questa denuncia abbiamo visto muoversi gli organi competenti, con un’analisi analoga su un altro pollo ruspante. E alla luce di risultati che confermavano la contaminazione, con nota dell’1 febbraio 2018 il Dipartimento di Prevenzione dell’ULSS 6 evidenziava la necessità di “intraprendere ulteriori azioni anche al fine di stimolare un approccio proattivo volto a ridurre la presenza di diossine e PCB dando disponibilità ad eseguire ulteriori campionamenti in presenza del comitato civico”.
Dobbiamo purtroppo registrare che a distanza di più cinque mesi non è stato preso alcun provvedimento per estendere le verifiche sugli animali allevati all’aperto.
Nel frattempo, tra novembre 2017 e gennaio 2018, ARPAV ha effettuato analisi sui terreni nelle aree di ricaduta dei fumi della cementeria, all’interno della scuola “G. Cini” e sul sentiero del Monte Ricco registrando superamenti della soglia di contaminazione delle diossine e alte presenze di PCB, IPA e Benzene ma tendendo a minimizzare l’inquinamento.
Ci è voluta una vera e propria sollevazione di genitori e residenti perché ARPAV, in accordo con il Comune di Monselice ai primi di giugno eseguisse ulteriori campionamenti sempre nelle zone di ricaduta dei fumi, i cui risultati potrebbero essere a breve disponibili.
Le mobilitazioni della cittadinanza hanno portato l’Amministrazione comunale ad una presa di posizione decisa che si è tradotta nell’Ordinanza n. 57 del 23 aprile 2018, con la quale si avvia il procedimento per vietare l’uso della “marna speciale”o altri prodotti non espressamente autorizzati nell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
Questi “prodotti a base marna” sono i maggiori imputati perché registrano un alto contenuto di ceneri provenienti da inceneritori di RSU (Rifiuti Solidi Urbani), successivamente trattate e miscelate in quantità e percentuale minore con silice e marna naturale.
Inoltre il Comune di Monselice, sempre sullo stimolo del Movimento, ha sollecitato una revisione all’AIA del cementificio, ma la Provincia di Padova sembra incredibilmente orientata a respingere la richiesta
La società Cementeria di Monselice ha risposto il 14 giugno scorso con un ricorso al TAR del Veneto contro il Comune di Monselice, chiedendo l’annullamento previa sospensione dell’Ordinanza, che porterebbe un danno economico di 550 € per ogni giorno di funzionamento del forno, a cui a suo dire dovrà essere aggiunto il danno alla “reputazione”. Una mossa intimidatoria questa nei confronti di Enti, Comitati e Movimento alla quale non intendiamo sottometterci.
Questo braccio di ferro si sta giocando sulla pelle di bambini, di residenti, dei lavoratori e delle altre attività produttive, in barba al principio di precauzione. Purtroppo registriamo un tentativo in atto da parte degli enti preposti al controllo e alla prevenzione, di minimizzare il fenomeno d’inquinamento e di non voler ricercare le responsabilità.
E dire che tutto questo accade all’interno del Parco Colli, il cui Piano Ambientale dichiara i cementifici “impianti incompatibili” con le proprie finalità, in un’area SIC-ZPS (Sito di Interesse Comunitario – Zona di Protezione Speciale) che fa parte della rete Natura 2000 Colli Euganei, Monte Lozzo, Monte Ricco, il tutto nell’assordante silenzio della Regione Veneto direttamente coinvolta nel “suo” Parco e nella tutela di queste aree.
Ancora una volta saranno i cittadini con le loro iniziative ad assumersi la responsabilità di salvaguardare la propria salute e a favorire modelli di produzione e sviluppo coerenti con la vocazione di questo territorio.


“Occidente senza utopie” di M. Cacciari e P. Prodi

 “Occidente senza utopie” di M. Cacciari e P. Prodi 

Posted by Paolo Missiroli on venerdì, giugno 29, 2018 · Leave a Comment  


Recensione a: Massimo Cacciari, Paolo Prodi, Occidente senza utopie, Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 141, € 14,00  (scheda libro).

La parola Utopia ha oramai assunto una valenza negativa. Qualcosa di utopico è qualcosa di non realizzabile e quindi non realista (aggettivo che ha invece una valenza assiologica positiva). Segno dei tempi?  Eppure, ogni moderno ha sentito su di sé la brezza del futuro radicalmente altro, dell’avvenire che si trasforma già sotto i nostri occhi. Ogni moderno ha percepito, da una parte o dall’altra, dal reale che gli stava di fronte o dall’altrove assoluto, un vento forte che soffiava verso un altro tempo, del tutto differente dal presente. Chi non ha mai provato nulla di tutto ciò, non è mai stato moderno.
Riflettere oggi sui temi della profezia e dell’utopia, come fanno Paolo Prodi e Massimo Cacciari in Occidente senza utopie, vuol dire riflettere sulla vicenda della modernità e più in generale, se si ha il coraggio di non essere così moderni da pensare quest’incredibile epoca come in rottura radicale con il prima, dell’Occidente tout court. Non vi è Occidente senza profezia, come non vi è modernità senza utopia. Il libro è diviso in due parti: nella prima, Paolo Prodi attraversa la storia dell’ebraismo e del cristianesimo intrecciandola con la storia della modernità dal punto di vista che vi svolgono la profezia e l’utopia.
Allora il Signore scese dalla nube e parlo a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i sessanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano tra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosé e disse “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”. Giosuè, figlio di Num, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse “Mosè, mio signore, impediscili.” Ma Mosè gli disse: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse porre su di loro il suo spirito! (Numeri 11, 25-29)
Questo testo è il punto di riferimento di Prodi per tutto il suo saggio. La sua argomentazione si situa al cuore di questo movimento di “cercar casa” della profezia, che anima la storia prima dell’ebraismo, poi del cristianesimo (ma anche, in un certo senso, l’antica Grecia, con il fenomeno, indagato anche da Michel Foucault, della parresia, il dir vero di fronte alla comunità riunita). La profezia è la parola divina, che si incarna in una parola proferita dall’uomo, e si colloca sempre al contrario del potere che si burocratizza e si istituzionalizza. “Lo spirito discese su di loro” ma Giosué, il comandante degli eserciti, vuole fermarli. Non vi è Occidente se non nella lotta tra un potere e una “parola contraria”, che sussiste, e che viene da un fuori che il potere non controlla mai. Questo incredibile moto della profezia nei secoli successivi attraversa tutto, “cercando casa” sempre là dove non vi è burocratizzazione; è possibile così leggere la storia della Chiesa come passaggio da una “profezia istituzionalizzata”, cioè dalla Chiesa militante dei primi secoli, ad una Chiesa medievale che si situa nel “pratico-inerte”, nella burocrazia e nella volontà di potenza. Qui la profezia “viene respinta ai margini delle vita della Chiesa, fuori dal tempo della storia […] la figura del profeta coincide nel medioevo totalmente con la figura dell’eretico”. La profezia è sempre una “parola contraria”, per citare un grande poeta contemporaneo. Essa non si colloca mai dalla parte del principe di questo mondo. In questo senso, la dicotomia “profezia-riforma” diviene ora il centro della storia occidentale. Se la profezia attraversa trasversalmente la storia dell’Occidente, è solo nel tempo moderno che vi può essere utopia, solo quando il tempo si scioglie in una sola dimensione ci può essere un pensiero ed un’azione informata dal totalmente altro qui ed ora. La profezia diviene così unita all’utopia, e si incarna in tutte le rivoluzioni moderne. Per Prodi, come per molti altri storici e filosofi, solo i moderni possono credere alla secolarizzazione, e possono dimenticare che si tratta sempre di teologia politica, di teologia civile.
Nella lotta tra queste due teologie (in cui la prima incarna la profezia) c’è una lettura possibile della storia del Novecento. Cosa accade oggi? Il tema del momento, in questo “cercar casa” della profezia, è la vicenda di Papa Francesco, secondo Prodi. Francesco può incarnare la figura della profezia e sembra che la mobilitazione della Chiesa che sta mettendo in atto abbia quindi una storia antica. Difficile non porsi una domanda, a questo punto: questa profezia, questa parola contraria, non sarà forse essa stessa fonte di questo “incancrenimento” a cui Prodi fa spesso riferimento? Ed il suo problema non potrebbe essere in fondo anche la sua forza, cioè il suo venire sempre da fuori, l’essere sempre, in fondo, il portato di un pontifex, di un qualche creatore di connessioni tra dimensioni radicalmente differenti, a cui bisKAogna guardare come ad una figura essenzialmente autoritaria? Che rapporto può avere una visione simile della profezia con la democrazia e con una visione che vuole garantire una prospettiva non autoritaria?
“Per parte mia confesso che non mi manca il coraggio di portare un pensiero fino in fondo; finora non mi sono imbattuto in nessun pensiero di quelli che fanno paura.” Il saggio di Cacciari mi pare sia da leggere all’insegna di questa frase di Kierkegaard, come mostrerò concludendo. In questo saggio Cacciari traccia una storia dell’Utopia, dal Rinascimento, in cui, nelle opere di Tommaso Moro e di Campanella, dice Cacciari, l’Utopia svolge un ruolo di legame tra la scienza e la politica; ogni Utopia è scientifico-politica, perché la promessa di liberazione viene in primo luogo da questa scienza che è appena nata e che proietta, ancora fino al Novecento, la sua immagine di liberazione materiale lungo tutto il futuro. Nel Novecento, sembra dire Cacciari, l’Utopia passa invece completamente nel campo del marxismo. Qui Cacciari fa una distinzione importante tra due modi possibili di vedere l’Utopia: da un lato un gruppo di pensatori, il cui rappresentante principale è, per Cacciari, Bloch, che vedono l’Utopia come il sogno che viene sempre da fuori e che porta il novum in questo mondo; a partire dalle lotte in questo mondo, è il novum assoluto che si presenta alla scena politica. Dall’altra parte Lukacs, che vede invece solo nell’immane potenza del negativo, di quel negativo che è la classe operaia, il motore, certo, ma anche il contenuto della rivoluzione. Solo immanenza emerge dall’immanenza, mentre per Bloch ogni rivoluzione è in fondo rivoluzione religiosa, è trascendenza che irrompe.
Dopo aver così ricostruito la storia dell’Utopia e della profezia, Cacciari si lascia andare ad alcune considerazioni personali, tanto dense quanto interessanti. In queste ultime pagine, che mi paiono centrali, anche alla luce delle contemporanee riflessioni sulla “teoria italiana”, perché esse mettono in luce un modo differente, se si vuole tragico, di leggere gli ultimi trent’anni di storia occidentale da parte di un pezzo di quella sinistra rivoluzionaria tanto importante, che la si chiami theory o no, per la storia della filosofia non solo politica italiana.
Secondo Cacciari, è finito il tempo dell’Utopia. Il movimento teorico e pratico che la rendeva possibile, sempre oscillante ed “alternativo” tra la trascendenza, il novum che si muove ed entra nella storia, e la lotta interna alla materialità, la potenza della negazione interna al capitalismo da parte della classe operaia, è ormai arrestato. Infatti, se “il pensiero rivoluzionario passa dalla conoscenza del capitalismo vittorioso e delle forze che, al suo interno, vi si contrappongono, alla forma della profezia, i suoi giudizi divengono giudizi di valore e perdono ogni scientificità, determinandone il suicidio” (p.126), anche l’utopia che sta nel mondo qui ed ora, “perderà se stessa non appena elimina la trascendenza di quest’ultimo rispetto ad ogni figura del divenire storico e a ogni progetto mondano” (p.127). Ma questo secondo passaggio, per quale motivo crolla nell’amministrativismo, nella ripetizione dell’infinitamente identico, per Cacciari? Qui dobbiamo fare un passo successivo rispetto al filosofo, o quantomeno, implicito nel testo. Qui infatti, Cacciari ci spiega anche la lunga parabola del comunismo italiano. Perché questo è scivolato nel realismo dell’eternamente identico? Perché, secondo Cacciari, è venuta meno la potenza immane della classe operaia e della sua capacità di creare egemonia e, al fondo, la sua stessa esistenza. Il punto di questa crisi, della fine della politica come utopia (concreta) e della potenza della profezia (il vento del novum che soffia, in fondo, a questo punto, da fuori ma anche da dentro, o meglio, soffia da fuori proprio perché è già da sempre dentro) è la scomparsa delle “forze reali” che hanno sempre combattuto il capitalismo.
In fondo oggi è proprio l’esercizio della critica materiale che è precluso, perché “il fine si riduce all’infinito procedere del presente e i conflitti al suo interno, anche i più tragici, non appaiono più riconducibili a un orizzonte“. Qui bisogna porre estrema attenzione. Su queste poche righe e le seguenti infatti si gioca tutta la storia di quanto è seguito alla gloriosa tradizione dell’operaismo italiano. Prima di proseguire, però, conviene non lasciarsi prendere da sentimenti pregiudiziali. Infatti, solo chi non ha mai letto nulla di quanto veniva scritto negli anni Settanta da parte degli operaisti o dei militanti del movimento che ha scosso l’Italia ed il mondo, solo chi non conosce la storia anche personale di Cacciari, può parlare di “arrendevolezza” o di “atteggiamento piccolo-borghese” di fronte a queste pagine. La critica “sociologica” non vale quasi mai, ma qui solo chi ignora la storia può farsene forza. Solo chi non ha mai colto, nemmeno nella ricostruzione storica, il calore emanato dall’aurora del’68, può sbuffare annoiato di fronte a frasi come “la rivoluzione non regge di fronte al disincanto weberiano, né a quella dell’idea messianica”. Quella a cui assistiamo qui, infatti, è la disillusione di un importante rappresentante di questo movimento, non di un commentatore esterno. Come vedremo in conclusione, questo è uno dei possibili esiti di una vicenda di cui Cacciari (di cui è possibile leggere un’intervista fatta da Pandora qui) è stato fino in fondo protagonista.
Cacciari scrive, dunque: “i soggetti che agiscono sono una moltitudine sradicata e, letteralmente, anarchica, senza che al loro interno riesca ad emergere alcuna egemonia. Di volta in volta è possibile assumere questo o quel punto di vista, che resta del tutto immanente all’occasione specifica. La perdita della dimensione trascendente di teoria e prassi sembra totale e definitiva” (p.129). Cacciari non usa a caso il termine moltitudine. Questo termine è, come tutti sanno, il cavallo di battaglia di Antonio Negri, vecchio compagno ed amico di Cacciari, estremamente importante per la formazione intellettuale di quest’ultimo. Mi pare appaia qui tutta la loro differenza, ad oggi. Sull’analisi, i due filosofi sono molto vicini. Per entrambi si tratta di parlare oggi di moltitudine. L’unica differenza è che per Cacciari questa è una sconfitta, è il segno della fine dell’utopia, per Negri questa è la forza che rende il movimento dell’oggi infinitamente superiore rispetto alla storia del movimento operaio. Proprio per questa intrinseca molteplicità dell’attacco portato all’Impero, esso crollerà. Proprio perché il comune si diffonde a tutti i livelli della valorizzazione, la moltitudine colpisce sempre con maggiore violenza. Il capitale non può che contenerla, mettere toppe. Non riuscirà per sempre nel suo intento repressivo. Per Cacciari questa originaria anarchia della moltitudine è il segno della sua inadeguatezza per la lotta. Una lotta policroma, molteplice, non può che essere fallimentare. Ci sono qui, sarebbe lungo parlarne, tradizioni politiche e teoriche che Cacciari si carica sulle spalle, come d’altra parte fa anche Negri, che sono completamente diverse per i due filosofi. Nella tradizione francese di fine secolo, infatti, la molteplicità delle lotte è assunta come un dato e valorizzata. Non solo Deleuze, che è l’ovvio riferimento di Negri, ma anche Michel Foucault ha sempre ragionato nei termini della fine della lotta politica “a senso unico”, cioè rivolta solo all’antagonismo proletariato-borghesia.  Se l’evento dell’89 ha portato Negri alla lotta aperta, movimentista, molteplice (semplificando brutalmente idee altrimenti complesse), quello stesso evento ha portato Cacciari non certo ad un abbraccio dell’idea social democratica, perché essa viene posta dal filosofo veneziano alla stregua dell’amministrazione dell’esistente, e quindi della politica non utopica e non profetica, quanto ad un cedimento nel campo pratico di ogni speranza per l’azione politica intesa in senso trasformativo
Vi è qualcosa di grandioso in questa tragica conclusione di Cacciari. Vi è tutta la coerenza di un pensiero che affonda le sue radici in un certo tipo di lettura di Karl Marx, di Lukacs, di Tronti. Un pensiero che vede la fine del soggetto di classe novecentesco come fine della politica dell’Utopia ed in generale del processo storico tout court. Non vi è più, per Cacciari, speranza per costruire o far irrompere il novum. Tutto ciò che possiamo fare, dice, è “tenere lo sguardo sgombro”, per coglierne, prima o poi, l’evento. 


Saturday, June 23, 2018

DISCARICHE E INCENERITORI RISPOSTE INADEGUATE ALLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI SOLIDI URBANI ALTERNATIVE POSSIBILI Gioacchino Genchi - Dirigente Chimico. - ppt scaricare

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Thursday, June 21, 2018

Wednesday, June 20, 2018

Tuesday, June 19, 2018

Sunday, June 17, 2018

⚡Presentazione Gioacchino Genchi - Dirigente Chimico Regione Siciliana - ISDE International Society of Doctors for Environment DISCARICHE E INCENERITORI RISPOSTE INADEGUATE.



⚡Presentazione Gioacchino Genchi - Dirigente Chimico Regione Siciliana - ISDE International Society of Doctors for Environment DISCARICHE E INCENERITORI RISPOSTE INADEGUATE. ⚡Presentazione Gioacchino Genchi - Dirigente Chimico Regione Siciliana - ISDE International Society of Doctors for Environment DISCARICHE E INCENERITORI RISPOSTE INADEGUATE.

Saturday, June 16, 2018

Come si fa a vivere a Isola delle Femmine?

Come si fa a vivere a Isola delle Femmine?




Giulio Ambrosetti
Lo sfogo di un cittadino di Isola delle Femmine che, da anni, si batte per la legalità, per la tutela del territorio, per le attività culturali, per portare in questo piccolo centro alle porte di Palermo un po’ di normalità. Invece l’unica normalità di Isola delle femmine, a quanto pare, è la cementeria dentro il centro abitato
da Pino Ciampolillo
riceviamo e pubblichiamo

IO CITTADINO sempre più spesso mi chiedo: che ci faccio in questo paese? Che ci faccio a ISOLA DELLE FEMMINE?
(delizia per i palati per una campagna di marketing del territorio).

Dicevo, che CAVOLO ci faccio in un paese in cui predomina il BRUTTO, la CONFUSIONE, la VOLGARITÀ, la RABBIA, l’URLARE, l’INVIDIA, la GELOSIA, l’ODIO, la SOPRAFFAZIONE, lo SCREDITAMENTO, il MENEFREGHISMO, la SUPERFICIALITÀ, la VIOLENZA, l’AGGRESSIONE, il MERCIMONIO, il LUDDISMO, la “GUERRA” FRA BANDE, la SOPRAFFAZIONE?
IO, CITTADINO, che ci faccio in questo CAVOLO di paese dove sembra prevalere L’ILLEGALITÀ?
IO, CITTADINO, che ci faccio a ISOLA DELLE FEMMINE DOVE NON esiste COMUNICAZIONE, DOVE NON esiste una PIAZZA (AGORA’), DOVE NON esiste un MARCIAPIEDE, DOVE NON esiste un LUNGOMARE degno di questo nome, DOVE NON esistono SERVIZI, DOVE NON esiste un PARCO GIOCHI, DOVE NON esistono NEGOZI, DOVE NON esistono BANCHE, DOVE NON esistono TRASPORTI, DOVE NON esiste ACQUA POTABILE PER IL CONSUMO UMANO, DOVE NON esistono LOCULI CIMITERIALI…
IO, CITTADINO, vivo in un paese DOVE VENGONO DENUNCIATE alle AUTORITÀ GIUDIZIARIE la SPARIZIONE di SALME, la PROFANAZIONE e la DISTRUZIONE di tombe sulle cui macerie vengono costruiti abusivamente nuovi LOCULI. Le circostanziate denunce rivelano persino le ditte che hanno abusivamente eseguito i lavori.
IO, CITTADINO, continuo a chiedermi perché vivo in questo paese, DOVE la CULTURA della SOCIALITA’ è un optional, DOVE NON esistono LUOGHI DI INCONTRO GIOVANILI, DOVE NON esistono CENTRI DIURNI PER ANZIANI, DOVE NON esiste FRONT OFFICE dell’amministrazione per i CITTADINI TUTTI, TURISTI COMPRESI, DOVE NON esiste L’ACCOGLIENZA PARTECIPATIVA, DOVE NON esistono STRUTTURE PUBBLICHE SPORTIVE…
In che paese vivo, IO CITTADINO, SE NON esiste un’AMMINISTRAZIONE IN GRADO DI GESTIRE LA COSA PUBBLICA?
Un PAESE in cui TUTTE le AMMINISTRAZIONI che si sono succedute NON HANNO realizzato NESSUNA OPERA PUBBLICA.
Qualche anno addietro gruppi “contrapposti” hanno avuto il coraggio di farsi le scarpe a vicenda, come in una sorta di competizione, a chi intitolava per prima una piazza a Papa GIOVANNI PAOLO. Ebbene, alla fine? Tutto nel dimenticatoio. Non hanno mai più parlato dell’iniziativa estemporanea.
IO, CITTADINO, vivo in un paese DOVE le AMMINISTRAZIONI che si sono succedute non sono MAI state puntuali nell’approvazione dei BILANCI COMUNALI, sempre la Regione ha dovuto deliberare l’intervento dei COMMISSARI AD ACTA, e poi DELIBERAZIONI della CORTE DEI CONTI DI MISURE CORRETIVE, PARERI NEGATIVI del Collegio dei Revisori dei Conti…
IO, CITTADINO, in che paese vivo se gli amministratori, che dovrebbero comportarsi da “BUONI PADRI DI FAMIGLIA” nella gestione delle risorse economiche, hanno portato il COMUNE sull’orlo del FALLIMENTO (vedasi l’ultima DELIBERAZIONE della CORTE DEI CONTI la n 90 2018 PRSP)?
In che paese vivo, DOVE NON esiste un PIANO REGOLATORE GENERALE?
In QUALE paese vivo SE NON è stato in grado, dopo tantissimi anni, a dare un volto, un nome, all’autore dell’assassinio di VINCENZO ENEA?
UN OMICIDIO MAFIOSO!!!

IO, CITTADINO, dico grazie alla magistratura, dico grazie ai pentiti, che con le loro rivelazioni hanno dato un nome ed un cognome al boss mafioso che ha eseguito il truce assassinio e il processo ci ha fatto conoscere la “Kultura dell’OMERTA”, ha delineato l’ambiente criminale in cui è maturato un OMICIDIO.
In che paese vivo, SE due imprenditori PADRE E FIGLIO, MAIORANA, un bel giorno di TANTI ANNI FA “SPARISCONO” e nessuno ne parla. Eppure erano degli imprenditori che lavoravano in QUESTO PAESE, COSTRUIVANO APPARTAMENTI, HANNO CHIESTO LICENZE E AUTORIZZAZIONI eppure TUTTI tacciono. NON SE NE PARLA. NON GLIENE FREGA NIENTE A NESSUNO.
In che paese vivo, IO CITTADINO, dove in un Assordante silenzio, la MAFIA lancia messaggi INTIMIDATORI con TESTE DI AGNELLO nei confronti di attività commerciali.
IO, CITTADINO, in che paese vivo, dove in spregio di tutte le leggi REGIONALI, NAZIONALI e COMUNITARIE tese a TUTELARE LA SALUTE UMANA, IN PIENO CENTRO ABITATO CI RITROVIAMO UN CEMENTIFICIO? Sembra che nessuno sia interessato alla GRAVISSIMA situazione sanitaria, ai tantissimi casi di malattie conseguenza di un inquinamento ambientale ormai fuori controllo (non giustificabili con dei numeri).
In che paese vivo, IO CITTADINO?
ISOLA DELLE FEMMINE.
UN PAESE in cui l’ANTIMAFIA è AUTOREFERENZIALITÀ, è presenzialismo, affari, accordi cordate, è il posto in prima fila al teatro, la sala riservata al ristorante, la suite nei migliori alberghi, i viaggi, le vacanze esclusive.
“ANTIMAFIA” E’ FAVORIRE AMICI E PARENTI, “ANTIMAFIA” E’ ORGANIZZARE AFFARI LECITI E ILLECITI, L’ “ANTIMAFIA” E’ PRONTA A “COLPIRE” NEMICI E AVVERSARI.
IO, CITTADINO, conosco la BELLEZZA, conosco L’ARMONIA, conosco il RISPETTO, conosco il CONFRONTO, conosco la LEGALITÀ, conosco le REGOLE, conosco la SOLIDARIETÀ, conosco la PARTECIPAZIONE, conosco la TRASPARENZA, conosco il DIRITTO, conosco l’AMORE.




Thursday, June 14, 2018

Tuesday, June 12, 2018






Il processo per l'omicidio di D'Agostino Benedetto del 13 Maggio 1982 



Monday, June 11, 2018

1997 2018 TAORMINA GIACOMO VIA LIBERTA'VICINO AL SARACEN ISOLA GIAMBRUNO D'ARPA MALLIA BOLOGNA

1997 2018 TAORMINA GIACOMO VIA LIBERTA'VICINO AL SARACEN ISOLA GIAMBRUNO D'ARPA MALLIA BOLOGNA



2018 11 GIUGNO SENTENZA 466 2018 RICORSO 01503 2012 BELLIS ERNESTA DINIEGO N 7 24 04 12 CARUSO DANIELE CARUSO CLAUDIO CGA 778 2008 25 NOV 2008 SANATORIA DEL 09 06 06

2018 11 GIUGNO SENTENZA 466 2018 RICORSO 01503 2012 BELLIS ERNESTA DINIEGO N 7 24 04 12 CARUSO  DANIELE CARUSO CLAUDIO CGA 778 2008 25 NOV 2008 SANATORIA DEL 09 06 06 2018 11 GIUGNO SENTENZA 466 2018 RICORSO 01503 2012 BELLIS ERNESTA DINIEGO N 7 24 04 12 CARUSO DANIELE CARUSO CLAUDIO CGA 778 2008 25 NOV 2008 SANATORIA DEL 09 06 06 BELLIS ERNESTA,CARUSO CLAUDIO,CARUSO DANIELE,FANALE,SIINO,ALBERT, RAPPA ING ROCCO, BOLOGNA STEFANO,ABUSIVISMO,VASSALLO GIUSEPPE,USTICANO,GIAMBRUNO MONICA,

Sunday, June 10, 2018

Lo scandalo della cementeria dimenticata sbarca su Striscia - VIDEO

Lo scandalo della cementeria dimenticata sbarca su Striscia - VIDEO
 
Il Tg satirico di Canale 5 ha parlato dello stabilimento di Vibo Marina dismesso nel 2012 che continua a occupare 30 ettari di terreno, circondato da strade colme di rifiuti e degrado  

 
 
 

 
 
I vibonesi non hanno bisogno che qualcuno gli ricordi la sorte di Vibo Marina. Sanno bene come è andata e conoscono perfettamente le situazioni di degrado che prendono forma nel dedalo di strade e stradine che si dipana intorno alla frazione portuale della città capoluogo.  
Rifiuti ovunque, vecchi frigoriferi, divani e lavatrici come se piovesse, topi e nuovi barbari che vengono fin qui per eludere la raccolta differenziata e le più elementari regole di convivenza civile. Vibo Marina è diventata una discarica a cielo aperto e lo sanno tutti, Comune compreso. Così come tutti sanno che qui, tra la verdeggiante collina sulla quale sorge Vibo, e il mare blu della Costa degli Dei, si staglia un monumentale complesso industriale dismesso nel 2012, la fabbrica di Italcementi.
Stasera se n’è accorta anche Striscia la notizia, la trasmissione di Antonio Ricci, che nei tre minuti del servizio del calabrese Luca Gualtieri, quello con la giacca rossa piena di punti interrogativi, si è chiesta come sia possibile che 30 ettari di territorio, a due passi dal mare, siano occupati senza alcuna prospettiva da un “mostro” dormiente, la vecchia cementeria appunto.
 
Che proprio vecchissima non è, visto che fino a sei anni fa macinava fatturati milionari, impiegava 80 dipendenti e creava un indotto per 400 imprese di circa 100mila euro al giorno, tra aziende partner, ristoranti, banche ed esercizi commerciali che ruotavano intorno allo stabilimento.
 
Poi, nel 2016, il passaggio di mano di Italcementi dalla storica famiglia bergamasca dei Pesenti, che comunque aveva già chiuso battenti a Vibo, e il gruppo tedesco Heidelberg Cement, che ha confermato lo stop dello stabilimento, cannibalizzando i macchinari più importanti e smontando pezzo per pezzo le attrezzature da destinare ad altri impianti. Ma le strutture portanti, cioè i grandi capannoni, i forni e le ciminiere, sono rimaste lì, ad accumulare polvere e rimpianti.
 
Stasera Striscia si è chiesta: «Ma perché?». La stessa domanda che da anni si pongono i vibonesi quando passano in prossimità del cementificio abbandonato e rimpiangono i tempi che furono, quando Vibo Marina aspirava addirittura a diventare un Comune indipendente, per la quantità di ricchezza che era capace di produrre grazie agli insediamenti industriali, a cominciare proprio da quella cementeria all’avanguardia che esportava in tutto il mondo e rappresentava un vanto per il tessuto imprenditoriale calabrese.
 
Il sindaco Elio Costa, intervistato da Gualtieri, ha confermato quello che già si sapeva: il gruppo industriale tedesco non ha nessuna intenzione di riprendere l’attività produttiva, ma è solo disposto a vendere il sito e i terreni. Facile a dirsi, ma quasi impossibile a farsi. L’investimento che occorre è enorme, senza contare che chiunque ci metta mano deve prima procedere alla bonifica.
 
Ecco il punto dolente: la bonifica. Perché se è comprensibile che le leggi di mercato impongano ad una azienda di chiudere (la crisi economica iniziata nel 2008 è la prima responsabile della situazione attuale), non è comprensibile come in Italia sia possibile “usare” il territorio a proprio piacimento e poi lasciarlo così, senza nessuno che obblighi i proprietari di quel sito a pulire tutto e sbaraccare.
 
Non è comprensibile come la politica provinciale, regionale e nazionale non abbia mosso un dito per incentivare l’attività dello stabilimento di Vibo Marina, facendo in modo che continuasse a produrre e dare lavoro. Non è comprensibile come la stessa classe politica abbia continuato a buttare fumo negli occhi dei calabresi, favoleggiando di riconversioni impossibili come quella che prevedeva, ovviamente solo in linea teorica, la creazione di un parco turistico lì dove ancora sorgono le torri alte più di 70 metri. E non c’è destra o sinistra che tenga, perché tutti, ma proprio tutti, hanno dimostrato la propria assoluta incapacità  di confrontarsi con i problemi seri.
 
Stasera il Tg satirico di Canale 5 ce l’ha ricordato, aprendo una ferita che non si è mai rimarginata e che non potrà mai guarire finché lo scempio di questo fallimento violenterà il profilo della costa a più alta densità turistica della regione, con le ciminiere polverose e silenti a ricordarci che in Calabria, purtroppo, il futuro non si vede mai.
 
la fonte:
 
 
 
 
Lo scandalo della cementeria dimenticata sbarca su Striscia - VIDEO BENZENE, BONIFICA, CAGGESE GIUSEPPE, CEMENTIFICI, CROMO ESAVALENTE VI, DIOSSINA, INQUINMENTO, ISOLA DELLE FEMMINE, ITALCEMENTI, Monossido di carbonio,NICHEL, PETCOKE, TUMORI, VANADIO, VIBO MARINA, zolfo,

4 DICEMBRE 2017 A L ....... VIENE NOTIFICATO UN AVVISO DI Garanzia "ABUSO D'UFFICIO" GLI È STATO NOTIFICATO DAL CAPITANO DEI CARABINIERI


4 DICEMBRE 2017 A L ....... VIENE NOTIFICATO UN AVVISO DI  Garanzia "ABUSO D'UFFICIO" GLI È  STATO NOTIFICATO DAL CAPITANO DEI CARABINIERI   

VICENDA NOMINA DEL COMANDANTE DEI VIGILI ....... .....  A RESPONSABILE 2 SETTORE ECONOMICO FINANZIARIO LA DIVERSA DATA DI  NOMINA 13 GENNAIO E LA DTA DELLA FIRMA DIGITALE CHE RISULTA ESSERE 17 GENNAIO 2017











2017 21 AGOSTO BOLOGNA SINDACO DETERMINA 14 ALTA PROFESSIONALITA MAGGIORE CROCE ANTONINO 16 MILA EURO 

2017 13 GENNAIO BOLOGNA SINDACO DETERMINA 2 INCARICHI SETTORI E SERVIZI 

2017 16 MARZO BOLOGNA SINDACO GIUNTA 32 ISTITUZIONE ALTA PROFESSIONALITA 

2017 22 GIUGNO BOLOGNA SINDACO MAGGIORE CRIOCE DETERM 295 MODELLO ALTA PROFESSIONALITA 

2017 1 AGOSTO  VERBALE 1INDIVIDUAZIONE CRITERI DA ADOTTARE PER ALTA PROFESSIONALITA MAGGIORE CROCE ANTONINO 16 MILA EURO

2017 8 AGOSTO VERBALE 2  TRASMETTE CONFERIMENTO INCARICO ALTA PROFESSIONALITA MAGGIORE ANTONINO CROCE

2017 13 GENNAIO FIRMA DIGITALE 17 GENNAIO DETERMINA 2 INCARICO AD INTERIM SETTORE FINANZIARIO 

2016 13 DICEMBRE DEBORAH PUCCIO CHIEDE LA REVOCA INCARICO 

2017 21 AGOSTO BOLOGNA SINDACO MAGGIORE ANTONIN...

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