CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Tuesday, August 29, 2017

Friday, August 25, 2017

N. 00376/2017REG.PROV.COLL N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO

N. 00376/2017REG.PROV.COLL  N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO 



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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
in sede giurisdizionale
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 973 del 2015, proposto da:
Orazio Cataldo Nella Qualità di Titolare del Lido Balneare "Lido Miramare", in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Giovanni Immordino, Giuseppe Immordino, con domicilio eletto presso lo studio Giovanni Immordino in Palermo, via Liberta' 171; 
contro
Comune di Isola delle Femmine, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Giancarlo Pellegrino, con domicilio eletto presso il suo studio in Palermo, via Principe di Granatelli, 37; 
per la riforma
della sentenza del T.A.R. SICILIA – PALERMO, Sez. I, n. 1015/2015, resa tra le parti, concernente la certificazione di agibilità e l’autorizzazione edilizia rilasciate al “Lido Miramare”, nella parte in cui circoscritte alla sola stagione estiva.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Isola delle Femmine;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 maggio 2017 il Cons. Nicola Gaviano e uditi per le parti gli avvocati Giovanni Immordino e M. B. Miceli su delega di Giancarlo Pellegrino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
1 Il sig. Orazio Cataldo, titolare di concessione demaniale marittima per la gestione di uno stabilimento balneare attivo sotto la denominazione di “Lido Miramare” nel Comune di Isola delle Femmine, con ricorso al T.A.R. per la Sicilia impugnava gli atti (autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013 e certificazione di agibilità n. 9 del 11.6.2013) con cui il Comune aveva circoscritto alla sola stagione estiva (con termine al 30 settembre) l’efficacia del certificato di agibilità e dell’autorizzazione edilizia rilasciati per tale Lido, e aveva imposto, senza distinzione fra le sue diverse parti, lo smontaggio di tutte le sue strutture e il ripristino dello stato dei luoghi entro quindici giorni dalla fine della stagione estiva.
Il ricorrente deduceva, in particolare, che il concessionario demaniale marittimo avrebbe avuto il pieno diritto, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, previa una mera comunicazione all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente (in seguito, semplicemente A.R.T.A.), di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle aree oggetto di concessione e mantenere in situ le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie, un chiosco bar e relativi annessi).
Con il ricorso si lamentava, inoltre: la contraddittorietà della condotta del Comune, che negli anni precedenti avrebbe autorizzato l’utilizzo del chiosco bar anche nel periodo invernale; la carenza di motivazione; la mancata indicazione dell’interesse pubblico sotteso a una scelta fortemente lesiva dell’interesse privato; la mancata comunicazione di avvio del procedimento.
Il Comune resisteva all’impugnativa del sig. Cataldo rappresentando, in sintesi, quanto segue.
Lo stesso A.R.T.A., nel riscontrare, con la sua nota del 14 febbraio 2012, la comunicazione con cui l’interessato aveva manifestato la propria intenzione di mantenere anche nel periodo invernale il menzionato chiosco bar con i relativi annessi, lo aveva invitato a produrre a supporto dell’istanza “copia della concessione edilizia rilasciata dal Comune di Isola delle Femmine … e provvedere all’accatastamento delle opere in questione”, in quanto il mantenimento delle opere in situ per tutto l’anno ne avrebbe escluso eo ipso la natura precaria.
La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, inoltre, con nota del 30 aprile 2012 aveva rappresentato di non aver mai “emesso alcuna autorizzazione in merito all’intera struttura dello stabilimento balneare in oggetto”, precisando che nella specie non sarebbe stato applicabile l’art. 46 della L.R. 17/2004 (silenzio assenso) in quanto le opere si trovavano entro i 150 metri dalla battigia, fascia soggetta ex lege a inedificabilità assoluta in forza dell’art. 15 L.R. n. 78/1976.
Il Comune evidenziava, infine, che la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
La domanda cautelare di parte ricorrente veniva respinta dal T.A.R. con ordinanza recante la seguente motivazione: “Ritenuto che, ad una sommaria cognizione, il ricorso non appare assistito da adeguato fumus boni juris avuto riguardo alle articolate deduzioni difensive di cui alla memoria del Comune resistente e, in particolare, al richiamato disposto dell’art. 15, lettera a, della l.r. n. 78/1976 ed alla prospettabilità della destinazione alla diretta fruizione del mare solo relativamente alla stagione estiva”.
Questo C.G.A. riformava però il provvedimento di prime cure con ordinanza del 17 gennaio 2014, osservando che “si manifestano anche sotto il profilo del danno attuale profili di rilevanza per le ragioni del ricorrente che giustificano la richiesta misura cautelare”.
Il ricorrente, infine, dopo aver puntualizzato che “la materia del contendere non verte sulla pacifica legittimità delle opere installate, ma sulla possibilità o meno di mantenerle anche dopo la chiusura della stagione balneare”, insisteva sul proprio “diritto alla destagionalizzazione” assicurato dall’art. 2 L.R. n. 15/2005, da riferirsi “non solo al titolo demaniale, ma anche a quelli relativi ad interessi pubblici concorrenti”.
2 Il Tribunale adìto con la sentenza n. 1015/2015 in epigrafe respingeva il ricorso, reputandolo infondato.
3 Seguiva avverso tale sentenza la proposizione del presente appello da parte del soccombente, che riproponeva le proprie doglianze e sottoponeva a critica gli argomenti con cui il Tribunale le aveva disattese.
Il Comune appellato resisteva all’impugnativa dell’interessato anche nel nuovo grado di giudizio, deducendone l’infondatezza e concludendo per la conferma della sentenza di prime cure.
La domanda cautelare proposta unitamente all’appello trovava accoglimento con ordinanza del 17-18 dicembre 2015.
Il Comune ribadiva le proprie tesi con una successiva memoria, cui faceva riscontro ex adverso uno scritto di replica con il quale l’appellante riprendeva i propri argomenti e contro deduceva alle obiezioni dell’Ente, insistendo per l’accoglimento dell’appello.
Alla pubblica udienza del 16 novembre 2016 la causa è stata trattenuta in decisione.
4 L’appello richiede un preventivo inquadramento in fatto e in diritto della materia del contendere.
5a La controversia, com’è stato già osservato dal Tribunale, verte sulla previsione dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, secondo il quale “La gestione di stabilimenti balneari è consentita per tutto il periodo dell'anno, al fine di svolgere le attività collaterali alla balneazione avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive, previa comunicazione di prosecuzione dell'attività all'autorità concedente competente per territorio con l'indicazione delle opere e degli impianti da mantenere installati”.
5b In proposito giova subito ricordare che l’attuale appellante si è avvalso di tale previsione in occasione della propria domanda del 23 dicembre 2008 di autorizzazione di variazioni alla concessione demaniale già assentitagli, come si evince, in particolare, dalla relazione tecnica del 4 marzo 2008 allegata alla domanda (figurante negli allegati all’appello come doc. 6), recante appunto l’enunciazione della “intenzione del committente di proseguire, anche nel periodo invernale, le attività collaterali alla balneazione, quali ristorazione e somministrazione di cibi e bevande, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15 del 2005”.
Va dato inoltre atto che l’A.R.T.A. con il proprio provvedimento dell’8 febbraio 2010 risulta avere assentito tale domanda nei termini in cui era stata proposta. Ciò si desume dalla clausola della pag. 2 del provvedimento, che prescrive che “Tutte le strutture situate entro la fascia di 20,00 mt dalla linea di battigia dovranno essere comunque rimosse alla fine della stagione balneare”. La clausola lascia difatti intendere, a contrario, come alcuna rimozione sia dovuta, alla fine della stagione estiva, per le strutture del Lido ubicate a più di 20 metri dalla battigia.
DIRITTO
Con il ricorso di primo grado l’attuale appellante ha impugnato in parte qua due provvedimenti amministrativi emanati dal Comune di Isola delle Femmine, vale a dire:
a) la certificazione di agibilità n. 9 del giorno 11.6.2013, nella parte in cui l'Ufficio Tecnico — III Settore — Urbanistica - Edilizia Privata del Comune di Isola delle Femmine ha imposto, con riferimento allo stabilimento balneare denominato "Lido Miramare" che "... la presente certificazione di agibilità si intende valida per la sola stagione balneare 2013 e comunque fino alla data del 30.9.2013, così come previsto dalla relativa concessione con obbligo di smontaggio delle strutture entro i gg. 15, fatte salve eventuali altre proroghe che l 'A.R.T.A. intenderà rilasciare in forma esplicita e che potrà essere concessa in virtù del relativo provvedimento...;";
b) la precedente autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013, notificata 1110.5.2013, con riferimento alla parte in cui lo stesso Ufficio ha disposto con riferimento allo stabilimento balneare "Lido Miramare" che "... a conclusione della stagione balneare, vengano smontate le strutture e ripristinato lo stato dei luoghi entro il termine di gg 15 dalla fine stagione balneare fissata per il 30.09.2013";
L’impugnazione dei due provvedimenti è avvenuta in parte qua poiché il ricorrente si lamenta esclusivamente della violazione dell’articolo 2 della leggere regionale n. 15 del 29 novembre 2005, deducendo che la apposizione di un termine ai detti provvedimenti, non accompagnato da l’esercizio motivato di un potere, viola la norma stessa.
Giova precisare e sottolineare che gli unici provvedimenti impugnati sono quelli citati in epigrafe e altresì che la materia del contendere è stata limitata, sin dal ricorso di primo grado, alla sola legittimità della apposizione di un termine alla dichiarazione di agibilità e dell’ordine di rimozione decorsa la medesima data.
Sono, e sono state sempre, del tutto estranee al presente ricorso le questioni inerenti l’onere del titolare di munirsi o meno di concessione edilizia e di provvedere all’accatastamento delle costruzioni. Altresì estranee al thema decidendum è la eventuale necessità di munirsi della autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, o della localizzazione delle strutture entro i 150 metri dalla riva, di cui all’articolo 15 della legge regionale n. 78 del 1976 o infine dell’avvenuto perfezionamento del silenzio assenso ex articolo 46 della legge regionale n. 17 del 2004 sulla domanda di autorizzazione.
Tali questioni sono state prospettate in sede di difesa dal Comune quali eccezioni, ma non hanno mai trovato ingresso nel corpo dei provvedimenti impugnati né, a maggior ragione, hanno mai costituito la giustificazione e la motivazione degli stessi. Questi hanno esclusivamente recato una temporizzazione stagionale, come d’uso per altro prima della citata legge regionale, alle facoltà del privato ed esattamente sulla legittimità di questa ultima disposizione verte l’intera causa e non altro.
Pertanto, giova ribadire, non afferiscono alla materia del contendere considerazioni spurie circa le valutazioni della soprintendenza, motivazioni di ordine urbanistico o edilizio, il regime definitivo delle concessioni marittime in Sicilia, l’obbligo o meno di munirsi di licenza o permesso di costruire, la durata delle concessioni etc., tutti argomenti incidenter tantum toccati dalle parti e dal Tar ma che, all’evidenza, sono estranei al petitum e alla causa petendi, e che non sono mai stati prospettati nei provvedimenti impugnati.
Sin dai motivi esposti in primo grado, infatti, il ricorrente ha invocato il disposto dell’articolo 2 citato, nella parte in cui opera la così detta destagionalizzazione delle strutture balneari. La norma, giova rammentarlo, riconosce ai concessionari demaniali marittimi di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle arre oggetto di concessione e di mantenere le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie si tratta di un chiosco bar).
In altri termini, a seguito della sola dichiarazione della volontà di destagionalizzare, l’occupazione del sito demaniale sarebbe sic et simpliciter permessa al concessionario anche nel periodo invernale quale esercizio di un diritto soggettivo perfetto.
In questi rigidi termini la tesi non è pienamente condivisibile, mentre è fondata, come poi si vedrà, con alcune precisazioni.
Come ha osservato convincentemente CGA 10 luglio 2014 n. 408, “Il Collegio ritiene che il problema debba essere risolto nel senso di riconoscere all’amministrazione poteri valutativi delle intenzioni del concessionario, alla luce di apprezzabili interessi pubblici, per le ragioni che seguono, con esclusione quindi di un rifiuto dell’amministrazione che si fondi unicamente sul termine di mantenimento degli impianti, apposto nell’atto di concessione.
Il Collegio, in primo luogo, considera che l’attività del privato si svolge, in forza di un provvedimento di concessione, su un bene pubblico, qual è il lido del mare, che per sua natura, appartenendo al c.d. demanio necessario, è destinato a soddisfare esigenze pubbliche. … Per quanto quindi il concessionario possa godere di tutele della sua attività, soprattutto in termini di durata della medesima, non può ritenersi che egli sia sottratto a ogni potere di intervento dell’amministrazione nel caso in cui i modi di conduzione dell’attività arrechino evidente danno agli interessi tutelati dall’amministrazione e quindi arrechino danno alla collettività. Questi princìpi, che il Collegio ritiene corretti, se da un lato non confliggono con la possibilità riconosciuta al concessionario di mantenere intatte le strutture realizzate in forza della concessione oltre il termine stagionale, portano a ritenere che l’amministrazione possa intervenire quando, in maniera documentata, constati il prodursi di conseguenze nocive per la collettività per negligenze del concessionario stesso.”
Già con questa pronuncia, quindi, il CGA ha ritenuto che sia illegittimo il provvedimento che impone una scadenza temporale per il mantenimento delle strutture, sia pure prevista in provvedimenti amministrativi precedenti, avulsa da una puntuale valutazione degli interessi pubblici alla rimozione, in presenza del contrario disposto del citato articolo 2, il quale per rescriptum principis elide qualsiasi temporalità del mantenimento delle strutture precedentemente recata in provvedimenti amministrativi.
In altri termini, la norma di cui all’articolo 2 permette il mantenimento delle strutture per l’intero anno solare travolgendo qualsiasi temporizzazione precedentemente imposta in via amministrativa, fatto salvo il potere della Amministrazione, nel caso concreto e con motivazione esplicita e puntuale, individuare altre ragioni di interesse pubblico che, a prescindere dalla temporizzazione, rendano indifferibile la rimozione. La ratio, è noto, è quella di permettere lo svolgimento di attività imprenditoriali turistiche e ricreative anche nel periodo invernale e quindi favorire una gestione aziendale non puramente stagionalizzata con tutte le conseguenze negative dal punto di vista di economia aziendale proprie di tali tipi di aziende.
Il Legislatore regionale ha colto l’esistenza di un interesse pubblico concreto alla destagionalizzazione, dato che l’equilibrio dei costi aziendali possibile mediante una migliore utilizzazione, e quindi ammortamento, delle strutture fisse nel periodo invernale permette l’esercizio concorrenziale estivo nei prezzi dei servizi balneari, altrimenti seriamente compromesso dalla mera stagionalità della impresa gravata da costi fissi e organizzativi affrontabili solo con un ridotto tempo di esercizio. Sussiste quindi anche un interesse pubblico a favorire la destagionalizzazione che ridonda a favore anche dei cittadini fruitori del mare.
Tornando al merito del ricorso, quindi, non è condivisibile l’eccezione del Comune per cui la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
Sul primo punto, basta ribadire che la limitazione al solo periodo estivo invocata dal Comune è appunto contenuta nelle NTA del P.R.G.C. , vale a dire in un provvedimento amministrativo generale superato e travolto dalla disposizione primaria. Si è detto, e si ribadisce, che l’articolo 2 ha voluto sopprimere qualsiasi limitazione temporale amministrativamente già imposta, ivi comprese quelle scaturenti dal PRGC e dalle NTA..
Sul secondo punto, si osserva che il vincolo di inedificabilità si riferisce alla realizzazione di opere definitive che rechino una modifica permanente del territorio, mentre nella specie si tratta sempre e comunque di opere precarie, destinate a una precisa utilizzazione transeunte, sempre sottoponibili a rinnovate valutazioni degli interessi pubblici, che prescindano dalla più o meno ampia loro temporizzazione.
Infatti, l’interpretazione rigida sopra segnalata, e cioè che l’articolo 2 abbia del tutto obliterato i poteri pubblici di gestione del bene demaniale e del territorio comunale entro il quale il bene è situato individuando un diritto soggettivo perfetto in capo al concessionario, non è del tutto condivisibile, come si accennava. Come ha osservato il CGA nella sentenza citata, residua sempre e comunque la potestà degli organi gestori dei diversi interessi pubblici (demaniali, comunali, paesaggistici, urbanistici etc.) di incidere sulle posizioni giuridiche soggettive del concessionario, ove sussistano motivi di interesse pubblico tali da rendere incompatibile la permanenza delle strutture per motivi ovviamente diversi da quello del mero rispetto della scadenza originariamente fissata dato che questa è stata irrimediabilmente travolta dal disposto dell’articolo 2.
Orbene, nella fattispecie, il petitum del ricorso di primo grado, riproposto in grado di appello, è appunto esclusivamente e semplicemente la dichiarazione di illegittimità della apposizione di una data alla validità della agibilità e alla permanenza delle strutture e quindi del conseguente obbligo di smontaggio, avulsa da una valutazione qualsivoglia degli interessi pubblici danneggiati dalla continuazione dell’attività e della occupazione. In tutta evidenza ciò è esattamente il contrario di ciò che ha voluto il Legislatore regionale, come spiegato, il quale esclude che il solo decorso del tempo sia giustificazione per l’ordine di smontare le strutture.
E’ appena il caso di osservare che i provvedimenti impugnati non contengono altra giustificazione e motivazione che la scadenza del termine già contenuto nel provvedimento di concessione e che le impugnazioni in parte qua riguardano appunto esclusivamente questa apposizione di termine.
Non è condivisibile, quindi, la sentenza impugnata quando ritiene che l’articolo 2 in questione si riferisca esclusivamente all’esercizio delle potestà demaniali e quando dal mantenimento in capo al Comune del potere di gestione del territorio che si esercita mediante le potestà urbanistiche, fa discendere in automatico la legittimità della apposizione del termine per la rimozione.
La questione è in realtà molto più articolata. Il Tribunale si fonda sulla considerazione che la norma regionale, nell’intento di favorire lo sviluppo delle attività turistiche anche oltre il consueto orizzonte temporale, abbia operato un’estensione ex lege dei relativi titoli abilitativi, privando l’autorità preposta al rilascio di tali concessioni del potere di subordinarle a una valutazione discrezionale propriamente intesa. La norma, tuttavia, secondo il TAR sia pure in questa ottica di deprivazione del potere discrezionale, sarebbe, “con ogni evidenza, tesa alla (sola) regolamentazione del potere (regionale) di gestione del demanio marittimo e non pare aver inteso sovrapporsi, torcendola, sull’ordinaria ripartizione della potestà amministrativa in punto di gestione del territorio.”
Sarebbe pertanto “ragionevole … riferire gli effetti dell’art. 2 alle sole deliberazioni dell’autorità cui compete la gestione del demanio marittimo: conseguentemente, la “destagionalizzazione” della concessione demaniale marittima prosciuga (…) lo spatium deliberandi dell’autorità demaniale, ma non determina anche la parallela evaporazione degli altri e diversi presidi autorizzativi (urbanistici, sanitari, ambiental-paesistici) previsti dalla legge ed esclusi dalla “liberalizzazione” proprio perché afferenti (quanto meno anche) ad altri interessi pubblici e (non a caso) attribuiti alla cura di diverse autorità.”
In altri termini, secondo il TAR, la destagionalizzazione riguarderebbe solo il provvedimento di concessione demaniale marittima. Una tale posizione non è condivisibile nella misura in cui circoscrive il superamento dei liniti temporali esclusivamente all’esercizio dei poteri della autorità demaniale e dei relativi provvedimenti autorizzatori, e quindi ritiene ininfluente la norma quanto ai poteri propri del Comune. Infatti, sia la formulazione letterale della norma sia la sua ratio legisconducono a ritenere che essa si riferisca a qualsiasi provvedimento autorizzatorio da qualsiasi autorità emanato relativamente all’esercizio dell’attività in questione.
Sotto il primo profilo letterale, l’espressione “avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive …” in tutta evidenza si riferisce a qualsiasi provvedimento ampliativo sia stato emanato nella circostanza per l’esercizio dell’attività in questione, e quindi a qualsiasi termine di scadenza qualunque di essi abbia mai contenuto.
Sotto il secondo profilo, l’obiettivo della legge sarebbe del tutto frustrato se a fronte di un legittimo mantenimento delle strutture dal punto di vista del Demanio, si sovrapponesse una limitazione temporale derivante dall’automatismo della scadenza di provvedimenti non demaniali.
Pur non afferendo alla questione in esame, giova precisare, però, che l’articolo 2 nemmeno produce quella che il TAR chiama con immaginifico linguaggio balneare “evaporazione” o “prosciugamento” totale delle potestà pubbliche di tutti i soggetti competenti alla rimozione dei limiti per l’esercizio di tale attività e l’espansione del diritto di impresa, residuando, come si è detto sopra, comunque i normali poteri pubblici interdettivi ove congruamente fondati su comparazioni di interesse valutate e motivate. E ciò vale, anche, per i poteri esercitati dall’Autorità demaniale, come già posto in luce a suo tempo da CGA 18 settembre 2012, n. 782, la quale da un lato è vincolata al rispetto di una concessione e di una autorizzazione alle opere non più limitate nel tempo, ma dall’altra mantiene pur sempre il potere di valutare “la compatibilità del protrarsi dell’occupazione con gli interessi pubblici coinvolti”.
Ne consegue che i provvedimenti impugnati in primo grado sono illegittimi nella parte in cui limitano ad una scadenza (30 settembre) il riconoscimento dell’agibilità delle strutture balneari destinate alla destagionalizzazione e ne impongono la rimozione dopo tale termine.
Resta impregiudicato, ovviamente, l’esercizio autonomo dei poteri di tutela e interdittivi propri del Comune, e di qualsiasi altro soggetto pubblico dotato di potestà sulla gestione del territorio e dei beni pubblici coinvolti, da esercitarsi nei consueti modi previsti dalla legge e ove ne sussistano i presupposti.
In conclusione l’appello è fondato e va accolto.

P.Q.M.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l 'appello e, per l'effetto annulla in parte qua i provvedimenti impugnati, nei limiti e nei sensi di cui in motivazione.
Condanna il Comune di Isola delle Femmine al pagamento delle spese, competenze ed onorari dei due gradi del giudizio che liquida in complessivi n€ 4.000,00 (quattromila/00) oltre ad IVA e accessori di legge se dovuti, oltre al rimborso del contributo unificato del primo e secondo grado.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 10 maggio 2017 con l'intervento dei magistrati:
Claudio Zucchelli, Presidente, Estensore
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere
Nicola Gaviano, Consigliere
Giuseppe Barone, Consigliere
Giuseppe Verde, Consigliere
 
 
IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Claudio Zucchelli
 
 
 
 
 
IL SEGRETARIO


N. 00376/2017REG.PROV.COLL N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO

N. 00376/2017REG.PROV.COLL  N. 00973/2015 REG.RIC.CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA LIDO MIRAMARE CATALDO ORAZIO 



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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
in sede giurisdizionale
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 973 del 2015, proposto da:
Orazio Cataldo Nella Qualità di Titolare del Lido Balneare "Lido Miramare", in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Giovanni Immordino, Giuseppe Immordino, con domicilio eletto presso lo studio Giovanni Immordino in Palermo, via Liberta' 171; 
contro
Comune di Isola delle Femmine, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Giancarlo Pellegrino, con domicilio eletto presso il suo studio in Palermo, via Principe di Granatelli, 37; 
per la riforma
della sentenza del T.A.R. SICILIA – PALERMO, Sez. I, n. 1015/2015, resa tra le parti, concernente la certificazione di agibilità e l’autorizzazione edilizia rilasciate al “Lido Miramare”, nella parte in cui circoscritte alla sola stagione estiva.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Isola delle Femmine;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 maggio 2017 il Cons. Nicola Gaviano e uditi per le parti gli avvocati Giovanni Immordino e M. B. Miceli su delega di Giancarlo Pellegrino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO
1 Il sig. Orazio Cataldo, titolare di concessione demaniale marittima per la gestione di uno stabilimento balneare attivo sotto la denominazione di “Lido Miramare” nel Comune di Isola delle Femmine, con ricorso al T.A.R. per la Sicilia impugnava gli atti (autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013 e certificazione di agibilità n. 9 del 11.6.2013) con cui il Comune aveva circoscritto alla sola stagione estiva (con termine al 30 settembre) l’efficacia del certificato di agibilità e dell’autorizzazione edilizia rilasciati per tale Lido, e aveva imposto, senza distinzione fra le sue diverse parti, lo smontaggio di tutte le sue strutture e il ripristino dello stato dei luoghi entro quindici giorni dalla fine della stagione estiva.
Il ricorrente deduceva, in particolare, che il concessionario demaniale marittimo avrebbe avuto il pieno diritto, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, previa una mera comunicazione all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente (in seguito, semplicemente A.R.T.A.), di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle aree oggetto di concessione e mantenere in situ le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie, un chiosco bar e relativi annessi).
Con il ricorso si lamentava, inoltre: la contraddittorietà della condotta del Comune, che negli anni precedenti avrebbe autorizzato l’utilizzo del chiosco bar anche nel periodo invernale; la carenza di motivazione; la mancata indicazione dell’interesse pubblico sotteso a una scelta fortemente lesiva dell’interesse privato; la mancata comunicazione di avvio del procedimento.
Il Comune resisteva all’impugnativa del sig. Cataldo rappresentando, in sintesi, quanto segue.
Lo stesso A.R.T.A., nel riscontrare, con la sua nota del 14 febbraio 2012, la comunicazione con cui l’interessato aveva manifestato la propria intenzione di mantenere anche nel periodo invernale il menzionato chiosco bar con i relativi annessi, lo aveva invitato a produrre a supporto dell’istanza “copia della concessione edilizia rilasciata dal Comune di Isola delle Femmine … e provvedere all’accatastamento delle opere in questione”, in quanto il mantenimento delle opere in situ per tutto l’anno ne avrebbe escluso eo ipso la natura precaria.
La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, inoltre, con nota del 30 aprile 2012 aveva rappresentato di non aver mai “emesso alcuna autorizzazione in merito all’intera struttura dello stabilimento balneare in oggetto”, precisando che nella specie non sarebbe stato applicabile l’art. 46 della L.R. 17/2004 (silenzio assenso) in quanto le opere si trovavano entro i 150 metri dalla battigia, fascia soggetta ex lege a inedificabilità assoluta in forza dell’art. 15 L.R. n. 78/1976.
Il Comune evidenziava, infine, che la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
La domanda cautelare di parte ricorrente veniva respinta dal T.A.R. con ordinanza recante la seguente motivazione: “Ritenuto che, ad una sommaria cognizione, il ricorso non appare assistito da adeguato fumus boni juris avuto riguardo alle articolate deduzioni difensive di cui alla memoria del Comune resistente e, in particolare, al richiamato disposto dell’art. 15, lettera a, della l.r. n. 78/1976 ed alla prospettabilità della destinazione alla diretta fruizione del mare solo relativamente alla stagione estiva”.
Questo C.G.A. riformava però il provvedimento di prime cure con ordinanza del 17 gennaio 2014, osservando che “si manifestano anche sotto il profilo del danno attuale profili di rilevanza per le ragioni del ricorrente che giustificano la richiesta misura cautelare”.
Il ricorrente, infine, dopo aver puntualizzato che “la materia del contendere non verte sulla pacifica legittimità delle opere installate, ma sulla possibilità o meno di mantenerle anche dopo la chiusura della stagione balneare”, insisteva sul proprio “diritto alla destagionalizzazione” assicurato dall’art. 2 L.R. n. 15/2005, da riferirsi “non solo al titolo demaniale, ma anche a quelli relativi ad interessi pubblici concorrenti”.
2 Il Tribunale adìto con la sentenza n. 1015/2015 in epigrafe respingeva il ricorso, reputandolo infondato.
3 Seguiva avverso tale sentenza la proposizione del presente appello da parte del soccombente, che riproponeva le proprie doglianze e sottoponeva a critica gli argomenti con cui il Tribunale le aveva disattese.
Il Comune appellato resisteva all’impugnativa dell’interessato anche nel nuovo grado di giudizio, deducendone l’infondatezza e concludendo per la conferma della sentenza di prime cure.
La domanda cautelare proposta unitamente all’appello trovava accoglimento con ordinanza del 17-18 dicembre 2015.
Il Comune ribadiva le proprie tesi con una successiva memoria, cui faceva riscontro ex adverso uno scritto di replica con il quale l’appellante riprendeva i propri argomenti e contro deduceva alle obiezioni dell’Ente, insistendo per l’accoglimento dell’appello.
Alla pubblica udienza del 16 novembre 2016 la causa è stata trattenuta in decisione.
4 L’appello richiede un preventivo inquadramento in fatto e in diritto della materia del contendere.
5a La controversia, com’è stato già osservato dal Tribunale, verte sulla previsione dell’art. 2 della L.R. n. 15/2005, secondo il quale “La gestione di stabilimenti balneari è consentita per tutto il periodo dell'anno, al fine di svolgere le attività collaterali alla balneazione avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive, previa comunicazione di prosecuzione dell'attività all'autorità concedente competente per territorio con l'indicazione delle opere e degli impianti da mantenere installati”.
5b In proposito giova subito ricordare che l’attuale appellante si è avvalso di tale previsione in occasione della propria domanda del 23 dicembre 2008 di autorizzazione di variazioni alla concessione demaniale già assentitagli, come si evince, in particolare, dalla relazione tecnica del 4 marzo 2008 allegata alla domanda (figurante negli allegati all’appello come doc. 6), recante appunto l’enunciazione della “intenzione del committente di proseguire, anche nel periodo invernale, le attività collaterali alla balneazione, quali ristorazione e somministrazione di cibi e bevande, ai sensi dell’art. 2 della L.R. n. 15 del 2005”.
Va dato inoltre atto che l’A.R.T.A. con il proprio provvedimento dell’8 febbraio 2010 risulta avere assentito tale domanda nei termini in cui era stata proposta. Ciò si desume dalla clausola della pag. 2 del provvedimento, che prescrive che “Tutte le strutture situate entro la fascia di 20,00 mt dalla linea di battigia dovranno essere comunque rimosse alla fine della stagione balneare”. La clausola lascia difatti intendere, a contrario, come alcuna rimozione sia dovuta, alla fine della stagione estiva, per le strutture del Lido ubicate a più di 20 metri dalla battigia.
DIRITTO
Con il ricorso di primo grado l’attuale appellante ha impugnato in parte qua due provvedimenti amministrativi emanati dal Comune di Isola delle Femmine, vale a dire:
a) la certificazione di agibilità n. 9 del giorno 11.6.2013, nella parte in cui l'Ufficio Tecnico — III Settore — Urbanistica - Edilizia Privata del Comune di Isola delle Femmine ha imposto, con riferimento allo stabilimento balneare denominato "Lido Miramare" che "... la presente certificazione di agibilità si intende valida per la sola stagione balneare 2013 e comunque fino alla data del 30.9.2013, così come previsto dalla relativa concessione con obbligo di smontaggio delle strutture entro i gg. 15, fatte salve eventuali altre proroghe che l 'A.R.T.A. intenderà rilasciare in forma esplicita e che potrà essere concessa in virtù del relativo provvedimento...;";
b) la precedente autorizzazione edilizia n. 12 del 9.5.2013, notificata 1110.5.2013, con riferimento alla parte in cui lo stesso Ufficio ha disposto con riferimento allo stabilimento balneare "Lido Miramare" che "... a conclusione della stagione balneare, vengano smontate le strutture e ripristinato lo stato dei luoghi entro il termine di gg 15 dalla fine stagione balneare fissata per il 30.09.2013";
L’impugnazione dei due provvedimenti è avvenuta in parte qua poiché il ricorrente si lamenta esclusivamente della violazione dell’articolo 2 della leggere regionale n. 15 del 29 novembre 2005, deducendo che la apposizione di un termine ai detti provvedimenti, non accompagnato da l’esercizio motivato di un potere, viola la norma stessa.
Giova precisare e sottolineare che gli unici provvedimenti impugnati sono quelli citati in epigrafe e altresì che la materia del contendere è stata limitata, sin dal ricorso di primo grado, alla sola legittimità della apposizione di un termine alla dichiarazione di agibilità e dell’ordine di rimozione decorsa la medesima data.
Sono, e sono state sempre, del tutto estranee al presente ricorso le questioni inerenti l’onere del titolare di munirsi o meno di concessione edilizia e di provvedere all’accatastamento delle costruzioni. Altresì estranee al thema decidendum è la eventuale necessità di munirsi della autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, o della localizzazione delle strutture entro i 150 metri dalla riva, di cui all’articolo 15 della legge regionale n. 78 del 1976 o infine dell’avvenuto perfezionamento del silenzio assenso ex articolo 46 della legge regionale n. 17 del 2004 sulla domanda di autorizzazione.
Tali questioni sono state prospettate in sede di difesa dal Comune quali eccezioni, ma non hanno mai trovato ingresso nel corpo dei provvedimenti impugnati né, a maggior ragione, hanno mai costituito la giustificazione e la motivazione degli stessi. Questi hanno esclusivamente recato una temporizzazione stagionale, come d’uso per altro prima della citata legge regionale, alle facoltà del privato ed esattamente sulla legittimità di questa ultima disposizione verte l’intera causa e non altro.
Pertanto, giova ribadire, non afferiscono alla materia del contendere considerazioni spurie circa le valutazioni della soprintendenza, motivazioni di ordine urbanistico o edilizio, il regime definitivo delle concessioni marittime in Sicilia, l’obbligo o meno di munirsi di licenza o permesso di costruire, la durata delle concessioni etc., tutti argomenti incidenter tantum toccati dalle parti e dal Tar ma che, all’evidenza, sono estranei al petitum e alla causa petendi, e che non sono mai stati prospettati nei provvedimenti impugnati.
Sin dai motivi esposti in primo grado, infatti, il ricorrente ha invocato il disposto dell’articolo 2 citato, nella parte in cui opera la così detta destagionalizzazione delle strutture balneari. La norma, giova rammentarlo, riconosce ai concessionari demaniali marittimi di prolungare anche nella stagione invernale l’occupazione delle arre oggetto di concessione e di mantenere le strutture adibite a servizio dello stabilimento balneare (nella specie si tratta di un chiosco bar).
In altri termini, a seguito della sola dichiarazione della volontà di destagionalizzare, l’occupazione del sito demaniale sarebbe sic et simpliciter permessa al concessionario anche nel periodo invernale quale esercizio di un diritto soggettivo perfetto.
In questi rigidi termini la tesi non è pienamente condivisibile, mentre è fondata, come poi si vedrà, con alcune precisazioni.
Come ha osservato convincentemente CGA 10 luglio 2014 n. 408, “Il Collegio ritiene che il problema debba essere risolto nel senso di riconoscere all’amministrazione poteri valutativi delle intenzioni del concessionario, alla luce di apprezzabili interessi pubblici, per le ragioni che seguono, con esclusione quindi di un rifiuto dell’amministrazione che si fondi unicamente sul termine di mantenimento degli impianti, apposto nell’atto di concessione.
Il Collegio, in primo luogo, considera che l’attività del privato si svolge, in forza di un provvedimento di concessione, su un bene pubblico, qual è il lido del mare, che per sua natura, appartenendo al c.d. demanio necessario, è destinato a soddisfare esigenze pubbliche. … Per quanto quindi il concessionario possa godere di tutele della sua attività, soprattutto in termini di durata della medesima, non può ritenersi che egli sia sottratto a ogni potere di intervento dell’amministrazione nel caso in cui i modi di conduzione dell’attività arrechino evidente danno agli interessi tutelati dall’amministrazione e quindi arrechino danno alla collettività. Questi princìpi, che il Collegio ritiene corretti, se da un lato non confliggono con la possibilità riconosciuta al concessionario di mantenere intatte le strutture realizzate in forza della concessione oltre il termine stagionale, portano a ritenere che l’amministrazione possa intervenire quando, in maniera documentata, constati il prodursi di conseguenze nocive per la collettività per negligenze del concessionario stesso.”
Già con questa pronuncia, quindi, il CGA ha ritenuto che sia illegittimo il provvedimento che impone una scadenza temporale per il mantenimento delle strutture, sia pure prevista in provvedimenti amministrativi precedenti, avulsa da una puntuale valutazione degli interessi pubblici alla rimozione, in presenza del contrario disposto del citato articolo 2, il quale per rescriptum principis elide qualsiasi temporalità del mantenimento delle strutture precedentemente recata in provvedimenti amministrativi.
In altri termini, la norma di cui all’articolo 2 permette il mantenimento delle strutture per l’intero anno solare travolgendo qualsiasi temporizzazione precedentemente imposta in via amministrativa, fatto salvo il potere della Amministrazione, nel caso concreto e con motivazione esplicita e puntuale, individuare altre ragioni di interesse pubblico che, a prescindere dalla temporizzazione, rendano indifferibile la rimozione. La ratio, è noto, è quella di permettere lo svolgimento di attività imprenditoriali turistiche e ricreative anche nel periodo invernale e quindi favorire una gestione aziendale non puramente stagionalizzata con tutte le conseguenze negative dal punto di vista di economia aziendale proprie di tali tipi di aziende.
Il Legislatore regionale ha colto l’esistenza di un interesse pubblico concreto alla destagionalizzazione, dato che l’equilibrio dei costi aziendali possibile mediante una migliore utilizzazione, e quindi ammortamento, delle strutture fisse nel periodo invernale permette l’esercizio concorrenziale estivo nei prezzi dei servizi balneari, altrimenti seriamente compromesso dalla mera stagionalità della impresa gravata da costi fissi e organizzativi affrontabili solo con un ridotto tempo di esercizio. Sussiste quindi anche un interesse pubblico a favorire la destagionalizzazione che ridonda a favore anche dei cittadini fruitori del mare.
Tornando al merito del ricorso, quindi, non è condivisibile l’eccezione del Comune per cui la limitazione dell’efficacia temporale degli atti impugnati sarebbe scaturita, nelle more dell’approvazione del Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo, sia dall’art. 19 delle N.T.A. del vigente P.R.G., che circoscriveva appunto l’impianto di attrezzature strumentali alla balneazione al solo periodo estivo, sia dall’art. 15, lett. a), L.R. n. 78/1976, che escludeva dal generale vincolo di inedificabilità entro la fascia dei 150 metri dalla battigia le sole opere destinate alla “diretta fruizione del mare”, categoria entro la quale il chiosco non sarebbe stato sussumibile in quanto organismo privo di diretta strumentalità con la fruizione del mare.
Sul primo punto, basta ribadire che la limitazione al solo periodo estivo invocata dal Comune è appunto contenuta nelle NTA del P.R.G.C. , vale a dire in un provvedimento amministrativo generale superato e travolto dalla disposizione primaria. Si è detto, e si ribadisce, che l’articolo 2 ha voluto sopprimere qualsiasi limitazione temporale amministrativamente già imposta, ivi comprese quelle scaturenti dal PRGC e dalle NTA..
Sul secondo punto, si osserva che il vincolo di inedificabilità si riferisce alla realizzazione di opere definitive che rechino una modifica permanente del territorio, mentre nella specie si tratta sempre e comunque di opere precarie, destinate a una precisa utilizzazione transeunte, sempre sottoponibili a rinnovate valutazioni degli interessi pubblici, che prescindano dalla più o meno ampia loro temporizzazione.
Infatti, l’interpretazione rigida sopra segnalata, e cioè che l’articolo 2 abbia del tutto obliterato i poteri pubblici di gestione del bene demaniale e del territorio comunale entro il quale il bene è situato individuando un diritto soggettivo perfetto in capo al concessionario, non è del tutto condivisibile, come si accennava. Come ha osservato il CGA nella sentenza citata, residua sempre e comunque la potestà degli organi gestori dei diversi interessi pubblici (demaniali, comunali, paesaggistici, urbanistici etc.) di incidere sulle posizioni giuridiche soggettive del concessionario, ove sussistano motivi di interesse pubblico tali da rendere incompatibile la permanenza delle strutture per motivi ovviamente diversi da quello del mero rispetto della scadenza originariamente fissata dato che questa è stata irrimediabilmente travolta dal disposto dell’articolo 2.
Orbene, nella fattispecie, il petitum del ricorso di primo grado, riproposto in grado di appello, è appunto esclusivamente e semplicemente la dichiarazione di illegittimità della apposizione di una data alla validità della agibilità e alla permanenza delle strutture e quindi del conseguente obbligo di smontaggio, avulsa da una valutazione qualsivoglia degli interessi pubblici danneggiati dalla continuazione dell’attività e della occupazione. In tutta evidenza ciò è esattamente il contrario di ciò che ha voluto il Legislatore regionale, come spiegato, il quale esclude che il solo decorso del tempo sia giustificazione per l’ordine di smontare le strutture.
E’ appena il caso di osservare che i provvedimenti impugnati non contengono altra giustificazione e motivazione che la scadenza del termine già contenuto nel provvedimento di concessione e che le impugnazioni in parte qua riguardano appunto esclusivamente questa apposizione di termine.
Non è condivisibile, quindi, la sentenza impugnata quando ritiene che l’articolo 2 in questione si riferisca esclusivamente all’esercizio delle potestà demaniali e quando dal mantenimento in capo al Comune del potere di gestione del territorio che si esercita mediante le potestà urbanistiche, fa discendere in automatico la legittimità della apposizione del termine per la rimozione.
La questione è in realtà molto più articolata. Il Tribunale si fonda sulla considerazione che la norma regionale, nell’intento di favorire lo sviluppo delle attività turistiche anche oltre il consueto orizzonte temporale, abbia operato un’estensione ex lege dei relativi titoli abilitativi, privando l’autorità preposta al rilascio di tali concessioni del potere di subordinarle a una valutazione discrezionale propriamente intesa. La norma, tuttavia, secondo il TAR sia pure in questa ottica di deprivazione del potere discrezionale, sarebbe, “con ogni evidenza, tesa alla (sola) regolamentazione del potere (regionale) di gestione del demanio marittimo e non pare aver inteso sovrapporsi, torcendola, sull’ordinaria ripartizione della potestà amministrativa in punto di gestione del territorio.”
Sarebbe pertanto “ragionevole … riferire gli effetti dell’art. 2 alle sole deliberazioni dell’autorità cui compete la gestione del demanio marittimo: conseguentemente, la “destagionalizzazione” della concessione demaniale marittima prosciuga (…) lo spatium deliberandi dell’autorità demaniale, ma non determina anche la parallela evaporazione degli altri e diversi presidi autorizzativi (urbanistici, sanitari, ambiental-paesistici) previsti dalla legge ed esclusi dalla “liberalizzazione” proprio perché afferenti (quanto meno anche) ad altri interessi pubblici e (non a caso) attribuiti alla cura di diverse autorità.”
In altri termini, secondo il TAR, la destagionalizzazione riguarderebbe solo il provvedimento di concessione demaniale marittima. Una tale posizione non è condivisibile nella misura in cui circoscrive il superamento dei liniti temporali esclusivamente all’esercizio dei poteri della autorità demaniale e dei relativi provvedimenti autorizzatori, e quindi ritiene ininfluente la norma quanto ai poteri propri del Comune. Infatti, sia la formulazione letterale della norma sia la sua ratio legisconducono a ritenere che essa si riferisca a qualsiasi provvedimento autorizzatorio da qualsiasi autorità emanato relativamente all’esercizio dell’attività in questione.
Sotto il primo profilo letterale, l’espressione “avvalendosi della concessione demaniale in corso di validità, delle licenze e delle autorizzazioni di cui sono già in possesso per le attività stagionali estive …” in tutta evidenza si riferisce a qualsiasi provvedimento ampliativo sia stato emanato nella circostanza per l’esercizio dell’attività in questione, e quindi a qualsiasi termine di scadenza qualunque di essi abbia mai contenuto.
Sotto il secondo profilo, l’obiettivo della legge sarebbe del tutto frustrato se a fronte di un legittimo mantenimento delle strutture dal punto di vista del Demanio, si sovrapponesse una limitazione temporale derivante dall’automatismo della scadenza di provvedimenti non demaniali.
Pur non afferendo alla questione in esame, giova precisare, però, che l’articolo 2 nemmeno produce quella che il TAR chiama con immaginifico linguaggio balneare “evaporazione” o “prosciugamento” totale delle potestà pubbliche di tutti i soggetti competenti alla rimozione dei limiti per l’esercizio di tale attività e l’espansione del diritto di impresa, residuando, come si è detto sopra, comunque i normali poteri pubblici interdettivi ove congruamente fondati su comparazioni di interesse valutate e motivate. E ciò vale, anche, per i poteri esercitati dall’Autorità demaniale, come già posto in luce a suo tempo da CGA 18 settembre 2012, n. 782, la quale da un lato è vincolata al rispetto di una concessione e di una autorizzazione alle opere non più limitate nel tempo, ma dall’altra mantiene pur sempre il potere di valutare “la compatibilità del protrarsi dell’occupazione con gli interessi pubblici coinvolti”.
Ne consegue che i provvedimenti impugnati in primo grado sono illegittimi nella parte in cui limitano ad una scadenza (30 settembre) il riconoscimento dell’agibilità delle strutture balneari destinate alla destagionalizzazione e ne impongono la rimozione dopo tale termine.
Resta impregiudicato, ovviamente, l’esercizio autonomo dei poteri di tutela e interdittivi propri del Comune, e di qualsiasi altro soggetto pubblico dotato di potestà sulla gestione del territorio e dei beni pubblici coinvolti, da esercitarsi nei consueti modi previsti dalla legge e ove ne sussistano i presupposti.
In conclusione l’appello è fondato e va accolto.

P.Q.M.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l 'appello e, per l'effetto annulla in parte qua i provvedimenti impugnati, nei limiti e nei sensi di cui in motivazione.
Condanna il Comune di Isola delle Femmine al pagamento delle spese, competenze ed onorari dei due gradi del giudizio che liquida in complessivi n€ 4.000,00 (quattromila/00) oltre ad IVA e accessori di legge se dovuti, oltre al rimborso del contributo unificato del primo e secondo grado.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 10 maggio 2017 con l'intervento dei magistrati:
Claudio Zucchelli, Presidente, Estensore
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere
Nicola Gaviano, Consigliere
Giuseppe Barone, Consigliere
Giuseppe Verde, Consigliere
 
 
IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Claudio Zucchelli
 
 
 
 
 
IL SEGRETARIO


Thursday, August 24, 2017

2001 ART 34 DPR 380 2001 ABUSIVISMO EDILIZIO SIINO GIUSEPPE SOPRALLUOGO VIA FALCONE 28 LICENZA NON CONFORME AL PROGETTO LA DUCA GIAMBRUNO IMPASTATO CANEPA

2001 ART 34 DPR 380 2001 ABUSIVISMO EDILIZIO SIINO GIUSEPPE SOPRALLUOGO VIA FALCONE 28 LICENZA NON CONFORME AL PROGETTO LA DUCA GIAMBRUNO IMPASTATO CANEPA

2001 ART 34 DPR 380 2001 AB... by on Scribd

Wednesday, August 23, 2017

Sunday, August 20, 2017

Thursday, August 17, 2017

Wednesday, August 16, 2017

Sunday, August 13, 2017

Friday, August 04, 2017

TAR BASILICATA SENTENZA 564 3 AGOSTO 2017 DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI DEI CONSIGLIERI COMUNALI


sentenza
... , i consiglieri comunali hanno un non condizionato diritto di accesso a tutti gli atti che possano essere d’utilità all'espletamento ... dei consiglieri comunali, poiché tale aggettivo comporta in realtà l’estensione di tale diritto di accesso a qualsiasi atto ravvisato utile ... , in quanto il consigliere è vincolato al segreto d’ufficio. In definitiva gli unici limiti all’esercizio del diritto di accesso dei consiglieri comunali ... di provvedere in relazione all'istanza di accesso agli atti con conseguente ordine al Comune di Marsicovetere al rilascio delle copie ... il diniego opposto da tale Amministrazione comunale all’istanza di accesso agli atti ed estrazione di copie presentata in data 17 gennaio ... , quello riconosciuto ai consiglieri comunali è strettamente funzionale all’esercizio delle loro funzioni, alla verifica e al controllo ... , oggettive o modali, ai fini dell’esercizio dell’accesso in questione. 5.4. L’ampio spettro del diritto di accesso dei consiglieri ... la necessità di contemperare il diritto di accesso con il regolare funzionamento degli uffici comunali, concedendo a questi ultimi adeguato ... degli atti richiesti e per la nomina del commissario ad acta ex art. 117 c. 3 c.p.a.. Visti il ricorso e i relativi allegati; Visto ... l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Marsicovetere; Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa...

http://www.comune.marsicovetere.pz.it/files/1-REGOLAMENTO%20N_%207.pdf

Accesso agli atti da parte del consigliere comunale

Accesso agli atti
Si fa nuovamente fitto il dibattito relativo al diritto di accesso ad atti amministrativi e documenti dell’Ente da parte del consigliere comunale, in seguito al caso che ha coinvolto un consigliere  al quale era stato negato l’accesso agli atti. Il caso concreto in questo caso viene analizzato attraverso la sentenza del TAR Basilicata 3 agosto 2017, n. 564, la quale ha annullato la nota di diniego alla richiesta del consigliere.

Accesso agli atti per il consigliere comunale: la sentenza

A parere dei giudici risulta illegittimo, per difetto di motivazione, il diniego di accesso agli atti della PA, opposto alla richiesta avanzata da un consigliere comunale, motivando tale diniego con un generico riferimento al fatto che l’accoglimento della istanza rischierebbe di paralizzare il competente ufficio della PA.
Il diritto del consigliere comunale ad ottenere dall’ente tutte le informazioni utili all’espletamento delle funzioni non incontra alcuna limitazione derivante dalla loro eventuale natura riservata, in quanto il consigliere è vincolato al segreto d’ufficio.

I limiti all’esercizio del diritto da parte  del consigliere comunale

Gli unici limiti all’esercizio del diritto di accesso dei consiglieri comunali possono rinvenirsi, per un verso, nel fatto che esso deve avvenire in modo da comportare il minor aggravio possibile per gli uffici comunali (attraverso modalità che ragionevolmente sono fissate nel regolamento dell’ente) e, per altro verso, che esso non deve sostanziarsi in richieste assolutamente generiche, fermo restando tuttavia che la sussistenza di tali caratteri deve essere attentamente e approfonditamente vagliata in concreto, al fine di non introdurre surrettiziamente inammissibili limitazioni al diritto stesso.
Ricordiamo che il diritto di acceso e di informazione agli atti del comune è disciplinato dall’art. 10 del d.lgs. n. 267/2000, in cui si stabilisce che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici e che il regolamento assicura ai cittadini, singoli e associati, il diritto di accesso agli atti amministrativi.


Diritto di accesso agli atti dei consiglieri comunali.
E’ illegittimo, per difetto di motivazione, il diniego di accesso agli atti della P.A., opposto alla richiesta avanzata da un consigliere comunale , motivando tale diniego con un generico riferimento al fatto che l’accoglimento della istanza rischierebbe di paralizzare il competente ufficio della P.A..
Il diritto del consigliere comunale ad ottenere dall’ente tutte le informazioni utili all’espletamento delle funzioni non incontra alcuna limitazione derivante dalla loro eventuale natura riservata, in quanto il consigliere è vincolato al segreto d’ufficio.
Gli unici limiti all’esercizio del diritto di accesso dei consiglieri comunali possono rinvenirsi, per un verso, nel fatto che esso deve avvenire in modo da comportare il minor aggravio possibile per gli uffici comunali (attraverso modalità che ragionevolmente sono fissate nel regolamento dell’ente) e, per altro verso, che esso non deve sostanziarsi in richieste assolutamente generiche, fermo restando tuttavia che la sussistenza di tali caratteri deve essere attentamente e approfonditamente vagliata in concreto, al fine di non introdurre surrettiziamente inammissibili limitazioni al diritto stesso.


http://incomune.interno.it/giuridico/tar-basilicata-sez-i-sentenza-3-agosto-2017-n-564-0


AMMINISTRATORI Il consigliere comunale può accedere a qualsiasi atto amministrativo ma lo deve indicare puntualmente Il consigliere comunale può accedere a qualsiasi documento ed atto amministrativo dell'Ente, anche se ha natura riservata, in virtù del combinato normativo disposto dagli articoli 10 comma 1 e 2 e 43 comma 2 del decreto legislativo 18 agosto 2000 n. 267 e 22 comma 1 lettere a) e d) della legge 7 agosto 1990 n. 241. 

Il diritto politico in questione è collegato al mandato pubblico che il consigliere svolge nell'Ente locale ed è direttamente funzionale all'espletamento delle funzione pubblica volta a curare l'interesse della comunità locale di cui l'amministratore ha la rappresentanza esponenziale. Per l'effetto, gli uffici comunali non possono rimanere silenti o negare espressamente l'accesso ai loro atti, motivando genericamente ed illegittimamente che tale scelta è determinata dal rischio di paralisi dell'intero ufficio con gravi ripercussioni sull'attività amministrativa. Tanto più se, come nel caso di specie, l'istanza del consigliere indichi puntualmente gli atti oggetto della richiesta. Lo ha ribadito con forza il Tar per la Basilicata, sezione I, sentenza n. 564 del 3 agosto 2017. Il generale diritto di accesso e di informazione agli atti del Comune L’ articolo 10 del Dlgs n. 267 del 2000 detta la disciplina generale del diritto di accesso e di informazione agli atti del Comune, disponendo che: 
• tutti gli atti dell'amministrazione comunale sono pubblici, ad eccezione di quelli riservati conformemente a quanto previsto dal regolamento (comma 1); 
• il regolamento assicura ai cittadini, singoli e associati, il diritto di accesso agli atti amministrativi e disciplina il rilascio di copie di atti previo pagamento dei soli costi; assicura il diritto dei cittadini di accedere, in generale, alle informazioni di cui è in possesso l'amministrazione (comma 2). 
Gli amplissimi contenuti del diritto di accesso dei consiglieri comunali L’articolo 43 comma 2 del Dlgs n. 267 del 2000 riconosce ai consiglieri comunali il diritto di ottenere dagli uffici del comune, dalle loro aziende ed enti dipendenti, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all'espletamento del proprio mandato. Essi sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge. Risulta di tutta evidenza come il diritto dei consiglieri ha una ratio diversa da quella che caratterizza l'analogo diritto riconosciuto alla generalità dei cittadini. O meglio, rispetto a chi, in base all'articolo 22 comma 1 lettere a) e d) e seguenti della legge n. 241 del 1990, in quanto portatore di un interesse diretto, concreto ed attuale corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso, intenda prendere visione ed estrarre copia di documenti amministrativi, così come definiti dalla lettera d) dell'articolo 22 in questione. Il diritto di accesso dei cittadini è finalizzato a permettere ai singoli di conoscere atti e documenti per la tutela delle proprie posizioni soggettive eventualmente lese; quello invece riconosciuto ai consiglieri comunali: 
• è strettamente collegato all'esercizio delle loro funzioni; 
• si finalizza per la verifica ed il controllo del comportamento degli organi istituzionali decisionali del Comune ai fini della tutela degli interessi pubblici; 
• si configura come peculiare espressione del principio democratico dell'autonomia locale e della rappresentanza esponenziale della collettività; 
• permette di valutare con piena cognizione la correttezza e l'efficacia dell'operato dell'Amministrazione; 
• consente di esprimere un voto consapevole sulle questioni di competenza del Consiglio; 
• permette di promuovere anche nell'ambito del Consiglio stesso le iniziative che spettano ai singoli rappresentanti del corpo elettorale locale. I limiti al diritto di accesso dei consiglieri comunali e la carenza di personale Ne deriva che, in definitiva, così come riconosciuto costantemente dalla giurisprudenza amministrativa, i consiglieri comunali risultano titolari di un non condizionato diritto di accesso a tutti gli atti: 
• che possano essere utili per l'espletamento del loro mandato e diritto politico (Tar per l'Emilia Romagna - Bologna, sezione II, sentenza n. 3107 del 4 dicembre 2006); 
• o, addirittura, ritenendo già insita la predetta utilità nel fatto stesso della proposizione della richiesta di accesso del consigliere per l'espletamento del mandato, giusta l'interpretazione da fornire in tal modo alla norma speciale derogatoria di cui all'articolo 43 comma 2 del Dlgs n. 267 del 2000 (Consiglio di Stato, sezione V, sentenza n. 2716 del 4 maggio 2004). Per contro, se è vero che non può costituire un valido motivo ostativo al diritto di accesso dei consiglieri comunali la carenza di personale (Tar per il Lazio - Latina, sentenza n. 1359 dell'11 febbraio 2011), è altrettanto vero che il consigliere comunale non può abusare del proprio diritto, essendo stata ritenuta del tutto legittima l'omessa evasione della domanda di accesso in questione laddove essa: 
• si scontri con la notevole mole di lavoro gravante sugli uffici competenti a causa dell'indeterminatezza e genericità della domanda medesima (Tar per la Calabria - Catanzaro, sezione II, sentenza n. 813 dell'11 luglio 2006); 
• ovvero, imponga limitazioni sugli orari degli uffici competenti a rispondere (Tar per la Liguria, sezione II, sentenza n. 514 del 4 luglio 1998). Il caso Un consigliere comunale ha proposto ricorso per l'annullamento di una nota di diniego del responsabile comunale dell'Area tecnica lavori pubblici riguardante il domandato acceso agli atti ed estrazione di copie relativi a elaborati progettuali e tecnici di un plesso scolastico sito nel Comune e per l'accertamento dell'obbligo di provvedere da parte del Comune con conseguente ordine al medesimo al rilascio di copie degli atti richiesti. 

La sentenza La sentenza in rassegna ha pienamente accolto il ricorso, rilevando che: 
• l'istanza del deducente ha indicato puntualmente gli atti richiesti, ritenuti altresì sussumibili tra i documenti amministrativi di cui all'articolo 22 comma 1 lettera d) della legge n. 241 del 1990; 
• il diritto di accesso dei consiglieri comunali è incondizionato anche al fine di permettere di valutare - con piena cognizione - la correttezza e l'efficacia dell'operato dell'Amministrazione e si configura come peculiare espressione del principio democratico dell'autonomia locale e della rappresentanza esponenziale della collettività; 
• ne consegue che sul consigliere comunale non può gravare alcun particolare onere di motivare le proprie richieste di accesso e che il diritto del consigliere ad ottenere dall'ente tutte le informazioni utili non incontra alcuna limitazione derivante dalla loro eventuale natura riservata, in quanto il consigliere è vincolato al segreto d'ufficio; 
• né il regolamento di accesso alla documentazione amministrativa adottato dal Comune, né il regolamento del Consiglio comunale, cui il primo demanda, prescrivono limitazioni, oggettive o modali, ai fini dell'esercizio dell'accesso in questione. 

Fonte: Il Sole 24 Ore Autore: Alberto Ceste

Vedi anche:

http://www.upel.va.it/wp-content/uploads/Il-consigliere-comunale.pdf

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l' Abruzzo sezione staccata di Pescara (Sezione Prima) ha pronunciato la presente SENTENZA sul ricorso numero di registro generale 100 del 2012, proposto da: (Omissis), rappresentato e difeso da se medesimo, con domicilio eletto presso (Omissis) in (Omissis), viale (Omissis), (…); contro Comune di (Omissis), non costituito in giudizio; 

per ottenere l’accesso agli atti ed ai documenti richiesti dal ricorrente al Comune di (Omissis) in data 14 novembre 2011. 

Visti il ricorso e i relativi allegati; Visti tutti gli atti della causa; Relatore nella camera di consiglio del giorno 26 aprile 2012 il dott. Michele Eliantonio e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale; 

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue. 

FATTO L’avv. (Omissis), consigliere comunale del Comune di (Omissis), riferisce di aver chiesto il 14 novembre 2011 copia di alcuni atti dell’Amministrazione comunale, ma che tale richiesta era stata evasa solo parzialmente in quanto con nota 21 gennaio 2012, n. 116, il Segretario comunale aveva negato l’accesso agli atti registrati al protocollo ai nn. (…), (…), (…),(…) e (…), rilevando che si trattava di "atti non pubblici, ma strettamente personali". 

Con il ricorso in esame è insorto dinanzi questo Tribunale, ai sensi dell’art. 25, VI comma, della L. 7 agosto 1990, n. 241, al fine di ottenere l’accesso ai predetti atti. Ha dedotto che l’Amministrazione, essendo il ricorrente consigliere comunale, avrebbe dovuto consentire in base all’art. 43, II comma, del D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, l’accesso agli atti 2 richiesti; ha, inoltre, osservato che gli atti richiesti non erano "strettamente personali" in quanto erano relativi: - ad un procedimento esecutivo volto ad aggredire un bene del Comune; - ad una richiesta di rimborso fatta dalla concessionaria della piscina comunale; - ad un procedimento disciplinare nei confronti di un dipendente comunale; - ad autorizzazioni assentite ad un tecnico, peraltro nipote dell’assessore ai lavori pubblici. Il Comune di (Omissis), ritualmente intimato, non si è costituito in giudizio. 

DIRITTO Il ricorso è fondato. Va al riguardo premesso che, come è noto, ai sensi dell’art. 43, comma 2, del D.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, i consiglieri comunali hanno diritto di ottenere dagli uffici del comune tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato. Ora, interpretando tale normativa, il giudice amministrativo ha costantemente chiarito che il diritto di accesso del consigliere comunale agli atti del Comune assume un connotato particolare, in quanto finalizzato al pieno ed effettivo svolgimento delle funzioni assegnate al Consiglio comunale, con la conseguenza che sul consigliere comunale non grava alcun onere di motivare le proprie richieste d’informazione, né gli uffici comunali hanno titolo a richiederle ed conoscerle (Cons. St., sez. V, 29 agosto 2011, n. 4829). In definitiva - come la giurisprudenza amministrativa ha costantemente avuto modo di precisare - tra l’accesso ai documenti dei soggetti interessati di cui agli art. 22 ss. della L. 7 agosto 1990, n. 241, e quello del consigliere comunale di cui al predetto art. 43, sussiste una profonda differenza, poiché il primo è un istituto che consente ai singoli soggetti di conoscere atti e documenti al fine di poter predisporre la tutela delle proprie posizioni soggettive eventualmente lese, mentre il secondo è un istituto giuridico posto al fine di consentire al consigliere comunale di poter esercitare il proprio mandato, verificando e controllando il comportamento degli organi istituzionali decisionali del comune. Per cui, in definitiva, in base al predetto art. 43 i consiglieri comunali, ivi inclusi ovviamente quelli di minoranza, hanno un diritto di accesso incondizionato a tutti gli atti che possano essere "utili" all’espletamento del loro mandato, anche al fine di permettere di valutare con piena cognizione la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, nonché per esprimere un voto consapevole sulle questioni di competenza del Consiglio e per promuovere, anche nell’ambito del Consiglio stesso, le iniziative che spettano ai singoli rappresentanti del corpo elettorale locale. Pertanto, al consigliere comunale non può essere opposto alcun diniego (salvo casi eccezionali e contingenti, da motivare puntualmente e adeguatamente, e salvo il caso - da dimostrare - che lo stesso agisca per interesse personale), determinandosi altrimenti un illegittimo ostacolo al concreto esercizio della sua funzione, che è quella di verificare che il sindaco e la giunta municipale esercitino correttamente la loro funzione. In particolare, è stato precisato che nessuna limitazione può derivare al diritto d’accesso del consigliere comunale agli atti del Comune, qualunque sia il loro destinatario, dall’eventuale natura riservata delle informazioni richieste, essendo il consigliere vincolato al segreto d’ufficio (Cons. St., sez. V, 8 settembre 2011, n. 5053); fermo restando che 3 anche tali richieste sono soggette al rispetto di alcune forme e modalità, quali l’allegazione della qualità di consigliere comunale e la formulazione dell’istanza in maniera specifica e dettagliata, recando l’esatta indicazione degli estremi identificativi degli atti e dei documenti o, qualora siano ignoti tali estremi, almeno degli elementi che consentano l’individuazione dell’oggetto dell’accesso. Peraltro, la stessa giurisprudenza ha anche precisato che il consigliere comunale non può abusare del diritto all’informazione riconosciutogli dall’ordinamento, piegandone le alte finalità a scopi meramente emulativi od aggravando eccessivamente, con richieste non contenute entro gli immanenti limiti della proporzionalità e della ragionevolezza, la corretta funzionalità amministrativa, incidendo in termini rilevanti sulle spese generali dell’Ente. Con riferimento a tali principi costantemente affermati in giurisprudenza e dai quali non sussistono ragioni per discostarsi, sembra evidente al Collegio che l’istante abbia di certo diritto ad accedere a tutti gli atti richiesti con la predetta istanza del 14 novembre 2011. Sembra infatti evidente che tale richiesta, da un lato, sia funzionale allo svolgimento dell’attività di verifica e di controllo propria del consigliere comunale e, dall’altro, non comporti alcun aggravio alle spese ed alla funzionalità dell’Ente; mentre la ipotizzata natura "strettamente personale" degli atti richiesti non avrebbe potuta essere opposta al richiedente, in quanto il consigliere è vincolato al segreto d’ufficio. Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso proposto non può, pertanto, non essere accolto e, per l’effetto, deve ordinarsi al Comune l’esibizione dei documenti richiesti. La spese, come di regola, seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo. 

P.Q.M. Il Tribunale amministrativo regionale per l’Abruzzo, Sezione staccata di Pescara, accoglie il ricorso specificato in epigrafe. Condanna il Comune di (Omissis) al pagamento a favore del ricorrente delle spese e degli onorari del presente giudizio, che vengono liquidate nella complessiva somma di € 1.500 (millecinquecento), oltre agli accessori di legge (IVA, CAP e spese generali) ed al rimborso del contributo unico versato. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa. Così deciso in Pescara nella camera di consiglio del giorno 26 aprile 2012 con l'intervento dei magistrati: Michele Eliantonio, 

Presidente FF, Estensore Dino Nazzaro, Consigliere Alberto Tramaglini, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 07/05/2012

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2012/06/Tar-Abruzzo-sentenza-190-07-05-2012.pdf




Intercettati chiedevano favori commesse e appalti di isolapulita









Intercettati chiedevano favori commesse e appalti - Video Dailymotion: Dal presidente dell’Ars, Francesco Cascio, agli onorevoli Francesco Mineo e Riccardo Savona. Dall’ex assessore del Comune di Palermo Patrizio Lodato al sindaco di Isola delle Femmine, Gaspare Portobello. Nelle carte viene descritta anche la vicenda che coinvolge il deputato regionale Salvino Caputo, impegnato a fare rilasciare l’autorizzazione per una cava. Le cimici piazzate negli uffici palermitani della Sis, e non solo, hanno registrato una sfilza di conversazioni confluite nell’informativa finita sul tavoli dei magistrati. Centinaia e centinaia di pagine che alimentano un’inchiesta scottante partita nel 2006 dalle confidenze che Salvatore Imperiale (la ditta che aveva eseguito i lavori di rifacimento della Via Sciascia a Isola delle Femmine), imprenditore di Partinico che ha patteggiato una condanna per mafia, faceva al suo autista. Alcune persone venute da Catania .....http://nuovaisoladellefemmine.blogspot.com/2011/06/federalismo-fiscale-municipale.html