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Wednesday, July 19, 2017

La figlia di Borsellino: “Nessuno mi ha stretto la mano, né intellettuali palermitani, né giornalisti o uomini delle istituzioni” Io, cresciuto tra i mafiosi, ho conosciuto un Uomo: Paolo Borsellino Nel labirinto delle stragi

La figlia di Borsellino: “Nessuno mi ha stretto la mano, né intellettuali palermitani, né giornalisti o uomini delle istituzioni”




Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, dopo l’intervista concessa a Sandro Ruotolo, torna a parlare con il Corriere della Sera: “La Procura di Caltanissetta era massonica”. E poi una frase amarissima sul 23 Maggio scorso, quando ha parlato con Fabio Fazio. In tanti erano con lei ma nessuno le ha fatto sentire la vicinanza della città e delle istituzioni
Si è stancata di “questi 25 anni di schifezze e menzogne”. Parla di un deserto intorno alla sua famiglia, di come “nessuno di quelli che si ritenevano amici” abbia ritenuto di dare spiegazioni dopo la morte del padre in quel maledetto 19 Luglio del 1992 “neanche da un punto di vista morale”.
Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, torna a parlare dopo l’intervista concessa a Sandro Ruotolo nella quale ricostruisce tutti i passaggi più oscuri che seguirono la strage (potete ascoltarla qui). 
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Su Di Matteo aggiunge che era un magistrato alle prime armi “ma che certo suo padre non meritava magistrati alle prime armi”. 
Torna a parlare con il Corriere della Sera e torna a chiedere giustizia: “Consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio” dice parlando del suo appuntamento con la Commissione Antimafia. La Procura di Caltanissetta che si occupò della prime indagini?

“Una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.

Della serie, uno non c’è più. Ma gli altri…
C’è un passaggio che ci ha colpito tanto quanto le sue denunce sulle indagini e sugli impuniti.
Parla dell’intervista concessa a Fabio Fazio la sera del 23 Maggio scorso. I contenuti sono più o meno quelli dell’intervista a Ruotolo.  Denunce circostanziate, nomi e cognomi. Le indagine del padre che non riguardavano i mafiosi pittoreschi di campagna  ma “i legami tra mafia, appalti e potere economico”. E così via.
Ebbene, dopo quell’intervista, dice Fiammetta Borsellino, “non c’è stato un cane che mi abbia stretto la mano. Fatta eccezione per alcuni studenti napoletani e Antonio Vullo, l’agente sopravvissuto in via D’Amelio. Grande la sensibilità di Fazio. Ma nelle due ore successive mi sono seduta e ho ascoltato. Non sono Grasso che arriva, fa l’intervento e va. C’erano giornalisti, uomini delle istituzioni, intellettuali palermitani. Da nessuno una parola di conforto”.
Vergogna.
Qui sotto, invece, potete ascoltare l’intervista concessa a Sandro Ruotolo:

Strage di via d’Amelio: silenzio, parla Fiammetta Borsellino VD

ULTIMISSIME:

Strage di via D’Amelio: “Si indaghi su Gladio e sull’operazione Britannia”

http://www.inuovivespri.it/2017/07/19/fiammetta-borsellinonessuno-mi-ha-stretto-la-mano-ne-intellettuali-palermitani-ne-giornalisti-o-uomini-delle-istituzioni/#more-26528

Io, cresciuto tra i mafiosi, ho conosciuto un Uomo: Paolo Borsellino


Ho lavorato con Borsellino, se non l'avessero ucciso lui avrebbe scoperto assassini e mandanti di Falcone




Ho avuto la fortuna, dopo aver frequentato da ragazzo tanti mafiosi, di conoscere tantissimi uomini che col loro sangue hanno scritto la storia alla lotta a Cosa Nostra: magistrati, carabinieri, colleghi della Polizia. Riponevo in Paolo Borsellino, dopo la strage di Capaci, tutte le mie speranze nel combattere con atti concreti Cosa Nostra. Interrogammo il collaboratore Gaspare Mutolo, ma il tritolo in via D'Amelio affossò i nostri progetti
Il primo nome degli imputati che appare al maxiprocesso, quello in cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino misero la mafia alla sbarra,  è quello di Abate Giovanni. Ebbene, sono cresciuto a casa sua, dei suoi genitori e di suo fratello Giuseppe, assassinato da Cosa Nostra: così come ho conosciuto i fratelli Michele e Salvatore Greco, rispettivamente “Papa” e “Senatore”.  Quindi quando si parla di mafia ante corleonesi, credo di capirne un’anticchia (un po’).
Poi, divenuto adulto, ho affrontato a viso aperto Cosa Nostra e se oggi, 19 luglio 2017, scrivo che  alcuni uomini delle istituzioni e della “Palermo bene”, dovrebbero andare in pellegrinaggio per omaggiare Santa Rosalia, per loro esistenza in vita, sarebbe cosa buona e giusta.
Prima di ricordare un Galantuomo Siciliano, giova rimarcare che la mia città natia, Palermo non è mafiosa. Sento il dovere di affermare, da palermitano doc, che la stragrande dei miei concittadini sono persone oneste, e che da anni e anni subiscono la violenza mafiosa. Spesso, per distinguere gli uomini amo dire che essi si distinguono per le loro azioni e le parole che pronunciano. E mutuando il pensiero di Pirandello, affermo che sovente si incontrano tante maschere e pochi volti: aggiungo anche tanti quaquaraquà.
Ho avuto la fortuna, dopo aver conosciuto da ragazzo tanti mafiosi, di conoscere tantissimi uomini che col loro sangue hanno scritto la storia alla lotta a Cosa Nostra: magistrati, carabinieri, miei colleghi della Polizia. Venticinque anni fa esattamente il venerdì 17 luglio 1992, dopo una mattinata trascorsa ad interrogare Gaspare Mutolo, nel salutarci strinsi la mano non a un uomo, ma all’Uomo Paolo Borsellino. “Pippo ci vediamo lunedì o martedì se vado in Germania!”. Le ultime  parole che sentii pronunciargli: poi il buio e  le tenebre che ancora oggi ammantano la verità sulla strage di via D’Amelio.
Purtroppo, non la conosciamo, e non sappiamo nemmeno nulla sul furto dell’Agenda rossa. Strano Paese il nostro, specialmente quando qualcuno afferma che le stragi del 92/93, siano scaturite solo dalla mente bacata di Totò Riina. Ma per favore!   
Il magistrato Paolo Borsellino, rappresentava per me la continuazione dell’opera svolta dal dottor Giovanni Falcone. Riponevo in Borsellino, dopo la strage di Capaci, tutte le mie speranze nel combattere con atti concreti Cosa Nostra. L’opportunità che avemmo, nell’interrogare il collaboratore Gaspare Mutolo, ci faceva sperare di dare un colpo mortale alla Piovra. Il dottor Paolo Borsellino, aveva pianificato in modo certosino, tutti gli interrogatori di Mutolo. Ma il tritolo in via D’Amelio affossò i nostri sogni: i nostri progetti.
Chi era il dottor Paolo Borsellino? Un Galantuomo Siciliano, che questo imbelle Stato  non  meritava di avere alle sue dipendenze. E’ inutile girarci attorno e diciamolo a gran voce, lo Stato lasciò soli sia Falcone che Borsellino: le stragi di Capaci e di via D’Amelio, potevano essere evitate. Posso dimostrarlo. Chi trasse benefici dalle stragi 92/93? Paolo Borsellino, un Uomo fermato col tritolo: Un Uomo, che in vita avrebbe di certo mandato a rotoli gli interessi non solo di Cosa Nostra.
Ho tanta rabbia, ho tanta amarezza in corpo, nonostante siano passati 5 lustri. Non riesco a dimenticare i volti dei migliori figli di questo ingrato Paese, morti per tener fede a un giuramento di fedeltà: perdonatemi non posso! Paolo Borsellino è vivo dentro la mia mente oltre che nel cuore. Mi spiace dottor Borsellino che oggi non è più con noi; fumerei volentieri anche se ho smesso da anni, un’altra sigaretta insieme come quelle fumate nella piccola stanzetta della DIA di Roma.
http://www.lavocedinewyork.com/column/it/cose-nostre/610/


Nel labirinto delle stragi


Venticinque anni dopo – nonostante le inchieste giudiziarie e gli ergastoli che hanno rinchiuso per sempre nelle segrete del 41 bis i capi della Cupola – siamo ancora dentro il labirinto. Tanti i segreti che sono stati seppelliti in questo quarto di secolo, tante le verità che ancora l’Italia non conosce.

di Attilio Bolzoni
In quei due mesi è accaduto molto ma non tutto. Dal 23 maggio al 19 luglio 1992, cinquantasette giorni, bombe e autobombe, ucciso Giovanni Falcone, ucciso Paolo Borsellino. Tanti i segreti che sono stati seppelliti in questo quarto di secolo, tante le verità che ancora l’Italia non conosce.
A farci entrare nel labirinto delle stragi per il blog Mafie è Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica che con il suo sapere ci accompagna dall’ Addaura ai grandi misteri che ancora si inseguono dopo venticinque anni.E’ un lungo racconto ma non è solo un racconto. E’ anche un ragionamento intorno a fatti e trame che portano Bellavia a un convincimento: per capire cosa è avvenuto nell’estate del 1992 non bisogna guardare indietro ma bisogna guardare avanti: “Non a quello che le vittime avevano fatto ma a quello che avrebbero potuto fare“. Delitti preventivi.
Una ricostruzione divisa in una ventina di capitoli, vicende tutte legate una all’altra anche se lontane nel tempo. C’è l’intrigo della trattativa Stato-mafia e c’è l’oscura parentesi della dissociazione “morbida” che avrebbero voluto alcuni boss dopo la repressione poliziesca-giudiziaria che ha colpito Cosa Nostra, ci sono i retroscena di quel rapporto sugli appalti dei carabinieri dei reparti speciali con le grandi aziende del Nord in affari con Totò Riina, c’è il ricordo degli ultimi giorni del procuratore Borsellino che riceve le confidenze di Gaspare Mutolo e di Leonardo Messina.
Un’estate del 1992 sospesa nel prima e nel dopo. Con eventi ancora oggi indecifrabili. Le telefonate di rivendicazione della famigerata Falange Armata. E il “suicidio” nel carcere di Rebibbia di Antonino Gioè, uno di quei mafiosi che partecipò alle fasi preparatorie dell’attentato di Capaci e che fu trovato cadavere ventiquattro ore prima delle esplosioni – il 27 luglio del 1993 – in via Palestro a Milano e davanti alle basiliche romane.
Con l’apparizione improvvisa di personaggi che hanno depistato le inchieste sino ad affossarle. Come Vincenzo Scarantino, il “pupo vestito”, il pentito fasullo di via D’Amelio creduto oltre ogni ragionevole limite da qualche poliziotto e da schiere di magistrati. Come Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che ha spacciato informazioni tarocche per conto proprio o per conto terzi.
Venticinque anni dopo – nonostante le inchieste giudiziarie e gli ergastoli che hanno rinchiuso per sempre nelle segrete del 41 bis i capi della Cupola – siamo ancora dentro il labirinto.

Corvi e veleni annunciano la guerra

di Enrico Bellavia
Giovanni Falcone, lo aveva chiaro, sugli scogli dell’Addaura si era combattuta una guerra tra chi nello Stato lo voleva morto e chi, nello Stato gli aveva salvato la vita. Ecco perché parlò di “menti raffinatissime” dietro la strage sventata. Sapeva che non era solo affare di manovalanza criminale. Su quella scogliera non c’era solo Cosa Nostra.
Dal 21 giugno 1989 il giudice non dormirà più nel suo letto. Ma sdraiato sul pavimento, sotto il cuscino una pistola. Al suo amico Francesco La Licata confida: «Non mi posso più permettere di dormire a sonno pieno». Ed ai funerali di Nino Agostino sussurra al vicequestore Saverio Montalbano: “Questo è un segnale contro di me e contro di te“.
I sospetti per l’Addaura si addensano sui boss Madonia, mafioso il padre Francesco e tre dei suoi quattro figli, Giuseppe, Nino e Salvino, sicari col diploma in tasca, fedelissimi di Totò Riina. I luogotenenti dei Madonia sono i Galatolo, solida famiglia della costa. Controllano il cantiere navale. E nel loro quartier generale, tra l’Acquasanta e l’Arenella, sono di casa anche alcuni “sbirri”, tra cui quell’uomo con la “faccia da mostro” che era andato a cercare Nino Agostino a casa pochi giorni prima del suo omicidio.
Lorenzo Narracci, il numero due del Sisde a Palermo, fedelissimo del capo locale dei Servizi, Bruno Contrada, ha la barca ormeggiata proprio di fronte casa Galatolo. Ma sugli scogli dell’Addaura, davanti la villa che Falcone, affittava ogni estate, più che indagare si smobilita. Ci si incarica di ripulire in fretta la scena del crimine da ogni traccia. Viene fatto brillare il congegno dell’innesco. E’ cancellato un elemento chiave per dare concretezza alla tesi che di una strage sventata e non di un avvertimento si era trattato.
E così intorno a Falcone inizia il valzer dei sospetti: la bomba?, una messinscena voluta da lui stesso per acquisire meriti e benemerenze, un viatico di carriera. Il Corvo, l’anonimo estensore della lettera in cui la vulgata si tradusse in scritto, lo sostenne. Il resto fu un turbine che travolse il giudice Alberto Di Pisa come autore dell’anonimo – poi scagionato – fermò nei fatti una gigantesca istruttoria sul ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino nel mondo degli appalti e confuse nella sabbia della maldicenza tutto e tutti. A occuparsi di indagini sulle indagini ci mise del suo l’apparato dell’Alto commissariato alla lotta alla mafia, un carrozzone di assoluta inutilità con il quale lo Stato si era lavato la coscienza relegando ancora una volta alla Sicilia il compito di sbrogliarsela con il suo male.
Giovanni Falcone per primo era convinto che così com’era non servisse a molto, tanto più che quando era stato in predicato di dirigerlo, a Roma avevano trovato il modo di impedirglielo. Perché l’Alto commissariato, nei fatti una succursale dell’allora Sisde – il servizio segreto civile – era il crocevia di un certo modo di acquisire informazioni che dovevano restare al sicuro.

https://www.ilcorrieredelgiorno.it/nel-labirinto-delle-stragi/


Strage Di Via D’Amelio: 25 Anni Dopo, Ancora Misteri Irrisolti E Domande Senza Risposta. Nei Giorni Scorsi, Un Processo Di Revisione Ha Assolto Gli Imputati Del Primo


Domenica, 19 luglio 1992: sono passati soltanto cinquantasette giorni dalla strage di Capaci, in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro). Un altro attentato di stampo mafioso: quello di via D’Amelio. Obiettivo, il magistrato Paolo Borsellino.


Ore 16:58. Una Fiat 126, rubata, contenente 90 chilogrammi di Semtex-H (una miscela di tritolo, T4 e PETN),esplode nei pressi del numero civico 21 di Via D’Amelio.
Lì, il giudice Borsellino si è recato, con la scorta, a trovare la madre. Sei, le vittime dell’attentato: il giudice e gli agenti Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi (la prima donna a far parte di una scorta). Sopravvissuto, l’agente Antonino Vullo, ricoverato in gravi condizioni.
Stavo parcheggiando l’auto in testa al corteo, il giudice i miei colleghi erano scesi. Non ho sentito alcun rumore sospetto, assolutamente nulla. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana, sparsi dappertutto”. Questo, il racconto di Vullo.
Decine di auto distrutte, danni ai palazzi, proiettili che esplodono a causa del caldo.
Borsellino sa di essere nel mirino

Il magistrato indaga sulla strage di Capaci. “Devo fare in fretta. Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno. Ma ad aver voluto la mia morte saranno altri”.

Dopo l’attentato

Tra i primi a giungere sul posto, il magistrato Giuseppe Ayala. Che ammette di aver tenuto per qualche istante la borsa del collega ucciso (vedi qui). Proprio la borsa e, soprattutto, l’Agenda Rossa, al suo interno. L’Agenda, in quel momento, era nella borsa o no? La moglie e il figlio di Borsellino sostengono di sì. Il carabiniere in borghese accusato del furto, Giovanni Arcangioli, è poi scagionato “per non aver commesso il fatto”.
Borsellino non si separa mai dall’Agenda Rossa, è il suo “taccuino degli appunti”. Indaga sulla morte del collega e amico Falcone. Con lui sta collaborando l’ex autista di Totò RiinaGaspare Mutolo, che svela i nomi delle “talpe nelle istituzioni”.
Che cosa è scritto nell’Agenda Rossa? Il fratello del giudice, Salvatore(qui) dice: “in quel diario sono contenuti i colloqui con i collaboratori di giustizia e con i rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra”. 
 I processi
Nel settembre 1992 viene arrestato Vincenzo Scarantino, accusatosi con Salvatore Candura del furto della Fiat. Scarantino rivela che Totò Riina, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Salvatore Biondino Carlo Greco hanno partecipato alla riunione in cui è stata decisa la sorte di Borsellino.
Scarantino ritratta, dicendo di essere stato costretto, ma i giudici condannano in primo grado nel 1999 gli accusati. Intanto, nel 1998, con le rivelazioni di pentiti come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Calogero Ganci, vengono imputati, tra gli altri, Bernardo Provenzano, Filippo Graviano, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Antonino Geraci. Per alcuni, la condanna è abbreviata nel 2003.
Nel 2008, Gaspare Spatuzza, si accusa del furto della Fiat, smentendo Scarantino e Candura: viene fuori dunque il tentativo di depistare le indagini. Scarantino afferma di essere stato costretto a forti pressioni psicologiche dal gruppo del questore La Barbera. 
Nel 2009, nell’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia, l’ex Ministro Claudio Martelli e l’ex vice-direttrice degli Affari Penali Liliana Ferraro dichiarano di essere stati avvicinati dal Colonnello dei Carabinieri Mario Mori con la richiesta di una copertura politica per i rapporti con Vito Ciancimino. Anche Borsellino era informato dei contatti tra Carabinieri e ambienti mafiosi, in particolare riguardo al Generale Antonio Subranni.
Mori è poi prosciolto dall’accusa di non aver catturato Provenzano.

Oggi

La quarta fase del processo si conclude nell’aprile scorso. Un altro, di revisione, a Catania, assolve gli imputati del primo, tra cui Scarantino, Candura e Gaetano Scotto (vedi qui).
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella afferma: “troppi sono stati gli errori e le incertezze che hanno accompagnato il cammino lungo la strada della verità”.
La figlia minore di Borsellino, Fiammetta, al Corriere della Sera, dichiara che porterà alla Commissione Antimafia “inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla strage”. Aggiunge: “siamo lasciati soli, neppure i colleghi di mio padre ci frequentano”.
A Via D’Amelio, è prevista la commemorazione, all’ora precisa della strage, le 16:58. Seguirà una fiaccolata alle 20.30.  La lotta per la legalità continua, nonostante i recenti atti di vandalismo contro la statua e la scuola dedicate a Falcone.
Intanto, finiscono sotto sequestro beni del valore di 1,5 milioni. Una parte del tesoro di Totò Riina che, peraltro, resta in carcere nonostante le precarie condizioni di salute (si veda qui).


Federica Di Rocco

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