CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Monday, April 24, 2017

ITALCEMENTI 20 FEBBRAIO A I A DECADUTA







ALL’ASSESSORATO REGIONALE TERRITORIO ED AMBIENTE
   SERVIZIO
1 Via Ugo La Malfa, 169    
90146 – Palermo
Tel. 091.7077121, Fax 091.7077139 

E p.c.
AL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA
ON.LE ROSARIO CROCETTA
PALAZZO D’ORLEANS
PIAZZA INDIPENDENZA 21
90129 PALERMO
Fax 091 7075199 tel 091 7075281

ALL’ASSESSORE REGIONALE DEL TERRITORIO E
DELL’AMBIENTE
Via Ugo La Malfa, 169    
90146 - Palermo
tel.: 091 7077870 - fax: 091 7077963


AL DIRIGENTE GENERALE DEL
DIPARTIMENTO AMBIENTE  DELL’A.R.T.A.
Dott. Gaetano Gullo
Via Ugo La Malfa, 169    
90146 - Palermo
091 7077807 - 091 7077223 Fax: 091 7077294

ALLA
PROCURA DELLA REPUBBLICA
C/O
TRIBUNALE DI PALERMO
PIAZZA
V.E. ORLANDO 1
90138
PALERMO

Comado Carabinieri Tutela per l'Ambiente
Nucleo Operativo Ecologico
Piazza Principe di Camporeale 64
90100 PALERMO
tel. 091/6788076, Fax 091 515142  

Al Presidente della IV Commissione
Ambiente e Territorio
c.a. Giampiero Trizzino
fax 0917054564


Oggetto:
OSSERVAZIONI  –  Procedimento di rinnovo Autorizzazione Integrata       Ambientale della Italcementi S.p.a. di Isola delle Femmine
  
Con riferimento, alla pubblicazione del giorno 8 agosto 2014, apparso sul sito dell’A.R.T.A. dipartimento: “Avviso pubblico procedura di rinnovo aia per cementeria Italcementi di Isola delle Femmine (ex comma 3, art 29-quater, d.lgs. 152/06 e s.m.i.) “     (vedi allegati 1 e 2  )   
il
Comitato Cittadino  Isola Pulita di Isola delle Femmine, associato a Legambiente, formula le seguenti osservazioni:

1. Il Comitato rileva innanzitutto la nullità del DRS 683 del 18 luglio 2008 in quanto emanato da soggetto che non ne aveva titolo.
L’ing. Vincenzo Sansone, firmatario del provvedimento, non era di fatto il dirigente responsabile del Servizio  VIA-VAS poichè il decreto del Dirigente Generale pro tempore che ne approvava il contratto di lavoro fino al 16 dicembre 2008 è datato 17 dicembre 2008 (DDG n. 1474), cioè
risulta essere stato adottato 5 mesi dopo l’autorizzazione concessa dall’ing. Sansone alla Italcementi.
    
Nel citato DDG l’arch. Tolomeo fa riferimento alla nota a sua firma, DTA n. 17818 del 29 febbraio 2008, con la quale avrebbe affidato all’ing. Sansone l’incarico di responsabile del Servizio.
       E’ persino superfluo evidenziare che l’affidamento (o attribuzione) di un incarico dirigenziale non può avvenire con una semplice nota ma esclusivamente con un apposito provvedimento. Altrettanto dicasi nel caso di proroga, in quanto, per la gerarchia degli atti amministrativi, essa può avvenire con un provvedimento di pari livello della precedente attribuzione, giammai con una nota.
    
Sarebbe come concedere o prorogare una autorizzazione, p.e. alle emissioni in atmosfera, un AIA, ecc., con una nota e non con un provvedimento specifico.
    
A tal proposito, il Comitato rileva che deve presumersi che sia il dirigente
generale arch. Pietro Tolomeo che l’ing. Sansone non potessero ignorare, per manifesta evidenza, l’illegittimità di una procedura e di una nomina del tutto irregolare, non valida e, di conseguenza, priva di  ogni efficacia amministrativa.
    
Ma c’è anche di più.
    
Nella nota n. 17818 l’arch. Tolomeo motiva la procedura adottata richiamando l’art. 36, comma 9, del CCRL dell’area della dirigenza.
    
Si tratta di un richiamo del tutto improvvido che contraddice completamente il suo stesso operato, in quanto il comma 9 recita “Nelle ipotesi in cui non vi siano modifiche della struttura né motivi che giustifichino eventuali rotazioni o comunque il mancato rinnovo del contratto, e non vi sia una valutazione negativa dell’operato del dirigente, allo stesso deve essere garantita la stipula di un nuovo contratto individuale senza soluzione di continuità per l’azione amministrativa e gestionale entro e non oltre i successivi trenta giorni”.
    
Ne consegue che l’arch. Tolomeo ha operato anche in palese violazione del CCRL dell’area della dirigenza e che il conferimento dell’incarico all’ing. Sansone è avvenuto in modo irregolare, illegittimo e non retrodatabile, tutte ragioni per cui, in ogni caso, l’ing. Sansone alla data di emanazione del DRS n. 693, il 17 luglio 2008, non aveva il titolo né il potere occorrenti a formalizzare il provvedimento dell’AIA.      
   
2. Stanti i rilievi di nullità sollevati al punto 1) il Comitato potrebbe anche esimersi da ulteriori considerazioni. Cionondimeno, la presunta autorizzazione e l’attuale avvio della procedura del suo preteso “rinnovo” si prestano a far eccepire altri motivi di irregolarità anch’essi di manifesta evidenza.
      a) L’art. 6 del DRS n. 693 prevedeva che “Il provvedimento definitivo sarà subordinato alle risultanze della visita di collaudo. Gli enti preposti al controllo esamineranno in quella sede le risultanze della suddetta visita e potranno, se ritenuto necessario, modificare le condizioni e prescrizioni autorizzative”.
      L’art 7 precisava che “L’Autorizzazione Integrata Ambientale viene subordinata al rispetto delle condizioni e di tutte le prescrizioni impartite dalle competenti attività intervenute in sede di conferenza dei servizi…che fanno parte integrante e sostanziale del presente decreto…”. Nelle pagg. 4-11 venivano specificati le “Prescrizioni relative alle attività di recupero di rifiuti come materie prime”, i “Limiti alle emissioni”, le “Prescrizioni relative all’impianto”, le “Prescrizioni relative ai combustibili utilizzati ed ai consumi energetici “, le “Prescrizioni relative ai rifiuti prodotti “ e le “Prescrizioni relative alle attività di monitoraggio (Piano di monitoraggio e controllo)”. Veniva fatto obbligo all’azienda di procedere “entro 24 mesi dal rilascio dell’autorizzazione alla conversione tecnologica (“revamping”) dell’impianto con il completo allineamento alle Migliori Tecnologie Disponibili previste per il settore del cemento…”, ma nel caso del mancato “revamping” “…comunque adeguare l’impianto esistente alle M.T.D. attraverso i seguenti interventi” [quelli sopra specificati].
      Tuttavia, alla scadenza dei 24 mesi risulta che nessuna delle autorità preposte si è premurata di  adempiere agli obblighi discendenti dalle prescrizioni di propria competenza contenute nel DRS n. 693 al fine di rendere definitiva o meno l’autorizzazione.
      b) Il 9 giugno del 2011, a distanza di 36 mesi e cioè con un anno di ritardo, il Servizio 1, riconoscendo che “il decreto prevedeva condizioni e
prescrizioni da attuare con scadenze temporali…da effettuarsi entro 24 mesi dalla data di rilascio
”, teneva la riunione di un tavolo tecnico “al
fine di verificare se la società Italcementi ha provveduto a dare corso alla
attuazione delle prescrizioni contenute nel decreto di riferimento
”.
      Dalla lettura del verbale risulta che, ad eccezione della Italcementi che dichiara di operare nel rispetto delle prescrizioni previste dall’autorizzazione, inspiegabilmente nessuna delle autorità competenti alle verifiche si pronuncia nel merito, p.e. sugli interventi strutturali, limitandosi la discussione solo ad alcuni aspetti relativi al monitoraggio delle emissioni ed al posizionamento delle centraline di rilevamento degli inquinanti.
      Quindi, il dato che se ne trae e che dopo 36 mesi dal rilascio del provvedimento AIA restavano privi di ogni verifica quei presupposti e quelle prescrizioni che avrebbero dovuto rendere valida e definitiva l’autorizzazione.   

      Da allora ad oggi, cioè a distanza complessiva di 6 anni dal DRS n. 693, la situazione, come è noto e come risulta agli atti, è rimasta del tutto invariata: ai rilievi di nullità del provvedimento si somma anche la mancanza di validità di merito, in quanto nulla è dato a sapere circa il rispetto di tutte le prescrizioni che avrebbero dovuto essere rispettate dall’Italcementi nei termini di 24 mesi dalla data di emanazione dell’autorizzazione.

Questo Comitato, pertanto, nel sottolineare l’inspiegabile comportamento
degli enti deputati al controllo di attuazione del DRS n. 693, fa presente che mancano del tutto i presupposti per procedere al rinnovo di una autorizzazione da considerarsi, in primis, di per sé inesistente e, eventualmente, non più valida almeno dal luglio del 2010.

       Alla luce delle superiori considerazioni, questo Comitato ritiene inattuabile la procedura di  rinnovo essendo, invece, necessaria un’autorizzazione ex novo.
    
    
         Comitato Cittadino Isola Pulita
           COORDINATORE
           GIUSEPPE CIAMPOLILLO
           posta certificata: GIUSEPPECIAMPOLILLO@pec.it
           email: isolapulita@gmail.com
           SITO:

           http://isoladellefemmineitalcementieambiente.blogspot.it/

ITALCEMENTI PARCO DELLA NATURA 22 APRILE 2013




Pubblicato il 04 set 2014
OSSERVAZIONI – Procedimento di rinnovo Autorizzazione Integrata Ambientale della Italcementi S.p.a. di Isola delle Femmine




Con riferimento, alla pubblicazione del giorno 8 agosto 2014, apparso sul sito dell’A.R.T.A. dipartimento: “Avviso pubblico procedura di rinnovo aia per cementeria Italcementi di Isola delle Femmine (ex comma 3, art 29-quater, d.lgs. 152/06 e s.m.i.) “ (vedi allegati 1 e 2 ) 
il Comitato Cittadino Isola Pulita di Isola delle Femmine, associato a Legambiente, formula le seguenti osservazioni:

1. Il Comitato rileva innanzitutto la nullità del DRS 683 del 18 luglio 2008 in quanto emanato da soggetto che non ne aveva titolo.
L’ing. Vincenzo Sansone, firmatario del provvedimento, non era di fatto il dirigente responsabile del Servizio VIA-VAS poichè il decreto del Dirigente Generale pro tempore che ne approvava il contratto di lavoro fino al 16 dicembre 2008 è datato 17 dicembre 2008 (DDG n. 1474), cioè risulta essere stato adottato 5 mesi dopo l’autorizzazione concessa dall’ing. Sansone alla Italcementi. Nel citato DDG l’arch. Tolomeo fa riferimento alla nota a sua firma, DTA n. 17818 del 29 febbraio 2008, con la quale avrebbe affidato all’ing. Sansone l’incarico di responsabile del Servizio. E’ persino superfluo evidenziare che l’affidamento (o attribuzione) di un incarico dirigenziale non può avvenire con una semplice nota ma esclusivamente con un apposito provvedimento. Altrettanto dicasi nel caso di proroga, in quanto, per la gerarchia degli atti amministrativi, essa può avvenire con un provvedimento di pari livello della precedente attribuzione, giammai con una nota. Sarebbe come concedere o prorogare una autorizzazione, p.e. alle emissioni in atmosfera, un AIA, ecc., con una nota e non con un provvedimento specifico. A tal proposito, il Comitato rileva che deve presumersi che sia il dirigente generale arch. Pietro Tolomeo che l’ing. Sansone non potessero ignorare, per manifesta evidenza, l’illegittimità di una procedura e di una nomina del tutto irregolare, non valida e, di conseguenza, priva di ogni efficacia amministrativa. Ma c’è anche di più. Nella nota n. 17818 l’arch. Tolomeo motiva la procedura adottata richiamando l’art. 36, comma 9, del CCRL dell’area della dirigenza. Si tratta di un richiamo del tutto improvvido che contraddice completamente il suo stesso operato, in quanto il comma 9 recita “Nelle ipotesi in cui non vi siano modifiche della struttura né motivi che giustifichino eventuali rotazioni o comunque il mancato rinnovo del contratto, e non vi sia una valutazione negativa dell’operato del dirigente, allo stesso deve essere garantita la stipula di un nuovo contratto individuale senza soluzione di continuità per l’azione amministrativa e gestionale entro e non oltre i successivi trenta giorni”. Ne consegue che l’arch. Tolomeo ha operato anche in palese violazione del CCRL dell’area della dirigenza e che il conferimento dell’incarico all’ing. Sansone…. 



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Friday, April 21, 2017


Tuesday, April 18, 2017

Comuni in rivolta: “La Regione rende impossibile i bilanci, ma punisce i sindaci”. La rivolta degli schiavi? BILANCIO DI PREVISIONE 2017 COMBINATO DISPOSTO DELLE LEGGI REGIONALI NNRR. 17/2016 E 6/2017: ARRIVANO LE PRIME DECADENZE



Comuni in rivolta: “La Regione rende impossibile i bilanci, ma punisce i sindaci”. La rivolta degli schiavi?


Un partecipatissimo Consiglio regionale dell’ANCI Sicilia dichiara guerra alla Regione sulla norma che prevede la decadenza dei sindaci di quei comuni che non hanno i conti in ordine. Non hanno torto, se sono nei guai è colpa dei tagli. Ma perché protestano solo ora e non quando i Governi a trazione PD scippavano alla Sicilia tutte le risorse possibili causando il tracollo dei Comuni?
La dichiarazione di guerra, un po’ tardiva a dire il vero, è arrivata stamattina nel corso di un partecipatissimo Consiglio regionale dell’ANCI Sicilia – l’associazione dei Comuni- allargato a tutti i sindaci dell’Isola. Casus belli: la decadenza di sindaci e giunte per mancata approvazione dei bilanci nei termini di legge, prevista dalla legge regionale 29 marzo 2017 n. 6.
Che si tratti di una norma discutibilissima lo abbiamo già sostenuto: la maggior parte dei Comuni siciliani non può approvare i bilanci in tempo perché in cassa non è rimasto un euro. E se è così è, lo si deve, soprattutto, ai tagli dei trasferimenti statali e, di conseguenza,a quelli regionali.
Tagli che equivalgono a 600 milioni di euro in cinque anni: ecco perché i Comuni siciliani sono sull’orlo del dissesto. Una amara realtà certificata anche dalla Corte dei Conti e che i cittadini vivono ogni giorno sulla propria pelle: tagli ai servizi, anche quelli essenziali, pressione fiscale alle stelle.
Sembra assurdo, dunque, punire i sindaci per una situazione che, nella maggior parte dei casi, non è ascrivibile a loro. Ma tant’è. Così ha deciso l’Ars e così sia.
Ma fino ad un certo punto. L’ANCI, come detto, promette battaglia: “Faremo una impugnativa dei decreti di decadenza come ANCISICILIA anche ad adiuvandum a quelle dei 7 sindaci decaduti – ha dichiarato Leoluca Orlando, presidente dell’Associazione al termine della riunione – e in contemporanea chiederemo un incontro urgente al presidente dell’Ars invitando tutte le forze politiche, entro il 30 di aprile, a modificare gli articoli che prevedono la costituzionalmente illegittima decadenza di sindaci e consigli con una inammissibile sfiducia con maggioranza diversa da quella ordinariamente prevista per tale istituto”.
I sette Comuni sui quali si è già abbattuta la scure sono: Casteldaccia, Calatafimi Segesta, S. Piero Patti, Castiglione di Sicilia, Valdina, Monforte S. Giorgio e Monterosso Almo.
“Chiederemo un incontro urgente al Ministro Costa- prosegue Orlando- per sollecitare la impugnativa governativa delle norme regionali e un incontro al Commissario dello Stato chiedendo lo scioglimento dell’Ars per ormai persistente e acclarata violazione dello Statuto e della Costituzione”.
Parla anche Mario Emanuele Alvano, segretario generale di ANCI Sicilia ed è altrettanto duro:
“La Regione siciliana con la stessa mano con cui impedisce di fare i bilanci ai Comuni punisce i Sindaci e ci fa tornare alla instabilità della situazione politica e amministrativa pre 1992 quando era il consiglio comunale e non i cittadini ad eleggere il sindaco”.
Per il vice presidente dell’Associazione siciliana dei comuni, Paolo Amenta “questa è la goccia che fa traboccare il vaso.  Non abbiamo il decreto di riparto dei trasferimenti regionali per gli enti locali. Non esiste nessun impegno di spesa per investimenti e a causa di una legge incomprensibilmente retroattiva veniamo dichiarati decaduti se non approviamo il bilancio entro i termini”.  Il loro ragionamento non fa un piega. Ma una domanda sorge spontanea: perché protestano solo ora? La grave situazione finanziaria dei Comuni è nota da tempo e pure le cause. Eppure, prima di adesso, la protesta non aveva mai raggiunto questi livelli. Amenta, a dire il vero, non le ha mai mandate a dire. Ma, in generale, mai vista tanta enfasi e tanta unanimità dopo una riunione dell’Anci.

Che dire? Secondo i malpensanti, siamo alle solite: adesso rischiano la poltrona e adesso trovano la forza di farsi sentire.Tutti uniti.
Ipotesi amarissima, perché ad occhio e croce, è più grave lasciare i cittadini senza servizi, stressarli con l’aumento dei tributi e con le anticipazioni di cassa (gli interessi li pagheranno i cittadini) che perdere la poltrona.
Magari sarà una ipotesi estrema, eppure non possiamo fare a meno di chiederci: dove erano i sindaci siciliani mentre il PD del Governo nazionale, coadiuvato da quello regionale, scippava alla Sicilia i soldi dei contenziosi con lo Stato? Parliamo di ingenti risorse che la Sicilia avrebbe potuto incassare grazie ai pronunciamenti favorevoli della Corte Costituzionale, ma che il Governo Crocetta ha regalato al Governo Renzi.
Dove erano mentre i magistrati contabili ( delibera della Sezione di controllo depositata lo scorso 23 Dicembre), parlavano di entrate che sono state trattenute, in maniera unilaterale, dallo Stato “privando conseguentemente la Regione della liquidità necessaria per fare fronte ai pagamenti della PP.AA”?
Dove erano mentre la Corte dei Conti parlava di uno Stato che stressa i conti della Sicilia? Dove erano mentre il Governo nazionale decideva di aumentare i prelievi forzosi per il fantomatico ‘risanamento della finanza pubblica italiana”?
Non lo sapevano che tutti questi scippi di risorse regionali si sarebbero riversati sui loro Comuni?  E, se sì, perché non hanno protestato in tempo?
Siamo dinnanzi alla rivolta degli schiavi? Ha ragione chi sostiene che sindaci e consiglieri – tranne qualche eccezione, ovviamente-  hanno sopportato scippi e furti legalizzati perché a pagare erano i cittadini e adesso cambia tutto perché in ballo c’è la loro poltrona?
Possibile?

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Combinato disposto delle leggi regionali nnrr. 17/2016 e 6/2017: arrivano le prime decadenze
a cura di Luciano Catania



La legge regionale n. 6/2017, interpretativa delle norme contenute nella L.r. n. 17/2016, ha portato all’emanazione dei decreti di decadenza dei sindaci di sette comuni siciliani. L’introduzione di una sfiducia surrettizia al sindaco (vedi “La Gazzetta Enti Locali – Speciale Sicilia” del 30 agosto 2016) ha scatenato, oggi, molte polemiche e la reazione di comuni ed Anci Sicilia. La legge non prevede nessuna procedura per decretare la decadenza dei primi cittadini. I sindaci decadono in seguito alla cessazione del Consiglio comunale. Nel caso di mancata approvazione del bilancio di previsione, prima del decreto presidenziale di scioglimento, occorre che il Consiglio comunale non abbia adempiuto nemmeno in seguito alla diffida del commissario ad acta nominato dalla Regione, che l’Assessore regionale alle Autonomie abbia formulato la proposta di scioglimento e sulla stessa si sia pronunciato il Consiglio di Giustizia Amministrativa (in caso di silenzio, dopo sessanta giorni, si può prescindere da tale parere).
Il combinato disposto delle leggi regionali nnrr. 17/2016 e 6/2017, com’era facile immaginare, ha iniziato a fare danni.
La previsione che la mancata approvazione di atti fondamentali (bilancio di previsione, rendiconto, etc.) comporti la decadenza oltre che del consiglio comunale anche del sindaco e della giunta ha iniziato ad ingenerare instabilità ed implementare la conflittualità all’interno degli enti locali.
Grazie alla legge interpretativa, approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana, sono sette i sindaci che si ritrovano, all’improvviso, decaduti a causa della mancata approvazione dei bilanci di previsione da parte dei loro Consigli Comunali.
La scorsa settimana, infatti, sono stati notificati i decreti di decadenza di primo cittadino ed esecutivo.
In maniera non aspettata decadono dal loro incarico i primi cittadini di San Piero Patti, Castiglione di Sicilia, Valdina, Monforte San Giorgio, Monterosso Almo, Calatafimi Segesta e Casteldaccia.
I consigli comunali erano stati sciolti o sospesi, in seguito all’intervento sostitutivo ed alla mancata approvazione del bilancio di previsione, malgrado la diffida ed il congruo termine ad adempiere da parte del Commissario ad acta nominato dalla Regione. 
A loro, a breve, potrebbero aggiungersi altri sindaci, democraticamente eletti, travolti dall’insolito destino di un ordinamento che prevede una maggioranza qualificata per la mozione di sfiducia (60% per i comuni con più di 15.000 abitanti e 2/3 per quelli con popolazione inferiore) ma, poi, inserisce una sfiducia surrettizia tramite la mancata approvazione del bilancio.
E’ chiaro che l’iter per arrivare alla decadenza del sindaco, per la mancata approvazione del bilancio, non può anticipare lo scioglimento del consiglio comunale che si determina alla fine di un iter ben definito: mancata approvazione del bilancio nei termini di legge, nomina di un commissario ad acta, diffida al consiglio comunale con assegnazione di un congruo termine, proposta di scioglimento in caso di non approvazione del bilancio entro il termine assegnato, scioglimento. Inoltre, l’art. 54 della L.r. n. 16/1963, così come modificato dall’art. 3 della L.r. n. 57/1984, prevede che il decreto del Presidente della Regione che pronuncia lo scioglimento del consiglio comunale sia emesso su proposta dell’Assessore regionale alle Autonomie Locali, previo parere del Consiglio di Giustizia Amministrativa. Qualora il parere del C.G.A. non sia reso entro sessanta giorni dalla richiesta se ne prescinde.
Nel caso di decadenza del sindaco, non è stata dettata una specifica procedura. La L.r. n. 17/2016 si limita ad affermare che “la cessazione del consiglio comunale per qualunque altra causa comporta la decadenza del sindaco e della rispettiva giunta”. Non è indicato nella norma chi debba emettere il provvedimento che sancisce la decadenza del sindaco, né se occorra la proposta dell’Assessorato regionale delle Autonomie locali e neppure se il C.G.A. debba emettere parere.
Sicuramente, la decadenza non potrà avvenire con la semplice bocciatura del bilancio o con la proposta di scioglimento. Per determinarsi la decadenza del sindaco sarà necessario che il consiglio comunale sia cessato dalle proprie funzioni.
Adesso, bisogna comprendere se i sette comuni rimasti senza amministratori andranno a votare, insieme agli altri 129 già individuati.
E’ evidente che in molti impugneranno i decreti che sanciscono la decadenza di fronte al T.A.R. ed il giudice amministrativo potrebbe sollevare la questione della legittimità della norma e concedere la sospensione del provvedimento.
Dubbi sulla legittimità delle disposizioni normative sono stati espressi dal Presidente della Regione tanto che da Palazzo d’Orleans era stato formulato un quesito urgente al Consiglio di Giustizia Amministrativa per chiedere proprio la facoltà di disapplicare la disposizione di legge ritenuta illegittima.
Per il C.G.A., ovviamente, la legittimità costituzionale non può essere sollevata dalla Regione e non è tra le facoltà del Governo regionale disporre la disapplicazione della norma.
Contro la norma ha già annunciato ricorso l’Anci Sicilia, come associazione dei comuni. Nel corso dell’ultimo consiglio direttivo nazionale dell’Anci, tenuto prima di Pasqua, il segretario della sezione siciliana, Mario Alvano, ha rappresentato l’ingarbugliata vicenda.
Anci nazionale chiederà che questa norma regionale sia posta all’ordine del giorno della prossima Conferenza Stato-Città, per valutare se ricorrano le condizioni per un’impugnativa da parte del Governo nazionale, di una disciplina che appare incostituzionale.
La nuova normativa regionale, accolta con soddisfazione da parte delle opposizioni consiliari, diventa una pericolosa spada di Damocle per chi amministra.
La disciplina innovata finirà per indebolire l’esecutivo e renderlo schiavo dei ricatti politici di pochi consiglieri comunali, contraddicendo lo spirito della legge sull’elezione diretta del sindaco.
In un momento di crisi istituzionale ed economica l’ultima cosa che serviva al sistema delle autonomie locali era inserire nell’ordinamento elementi di ingovernabilità e di incertezza.
L’elevato numero di decadenze che la nuova normativa potrebbe comportare rischia di condannare alcuni comuni a lunghi periodi di commissariamento, in spregio alla volontà popolare e determinando forti problemi nell’elargizione dei servizi ai cittadini e la quasi impossibilità ad affrontare l’emergenza, prima tra tutte quella occupazionale, legata anche alla stabilizzazione del personale precario.






Anche per la Corte dei Conti per la Sicilia Comuni ed ex Province stanno fallendo…

La Corte dei Conti per la Sicilia – Sezione di controllo – ha puntato i riflettori su Comuni ed ex Province della Sicilia. Per arrivare a una conclusione che, in verità, l’ANCI Sicilia – e non solo l’ANCI Sicilia – denuncia da oltre un anno: e cioè l’insostenibilità dei tagli di Stato e Regione. A dir la verità, dalla magistratura contabile la Sicilia si aspetta qualche parola in più: per esempio, sui crediti cancellati forse un po’ troppo frettolosamente dal Bilancio regionale. E, soprattutto, sul ‘Patto scellerato’ Renzi-Crocetta e sugli effetti devastanti che provocherà in Sicilia
Incredibile: la Corte dei Conti per la Sicilia, dopo tre mesi di indagini, ha scoperto che i Comuni e le ex Province della Sicilia sono al collasso finanziario. Un’allarme che, in verità, l’ANCI Sicilia ha lanciato già un anno fa. In ogni caso, meglio tardi che mai.
Dunque, lo scenario economico e finanziario per i Comuni e per le ex Province sta precipitando. E i numeri sono lì a dimostrarlo.
Nel giro di qualche anno il Fondo regionale per le Autonomie locali è passato da 900 milioni di Euro all’anno a 300 milioni di Euro all’anno. Attenzione, sulla carta: siamo già a fine Agosto e dei 300 milioni di Euro di quest’anno che dovrebbero essere erogati in massima parte ai Comuni e, per una piccola frazione, alle ex Province, non si hanno notizie.
Il presidente Rosario Crocetta ha firmato un ‘Patto’ con Renzi. In cambio di incredibili penalizzazioni dovrebbero arrivare 550 milioni di Euro. Così abbiamo letto su tanti giornali.
In realtà, nel ‘Patto’ Renzi-Crocetta non c’è scritto questo. C’è scritto che questi soldi “sono accreditati in un sottoconto infruttifero della contabilità speciale di tesoreria unica intestata alla Regione”. E che “nel corso del 2016 la Regione non può utilizzare le predette risorse che restano depositate sulla contabilità speciale se non in carenza di altra liquidità disponibile per esigenze indifferibili legate al pagamento delle competenze fisse al personale dipendente…”.
Queste risorse finanziarie, oltre che a destinazione vincolata e con l’obbligo di essere reintegrate con il gettito delle entrate, non sono soldi nostri, ma un’anticipazione. Possono essere usati se finiscono gli altri soldi della Regione. E debbono, poi, essere reintegrati.
Morale: questi soldi, contrariamente a quello che hanno cercato di far credere i parlamentari dell’Ars – che tra lo scorso Luglio e i primi di Agosto si sono cimentati, a Sala d’Ercole, in un dotto dibattito su come utilizzare tali somme – non arriveranno mai ai Comuni.
Sul Giornale di Sicilia on line leggiamo il seguente passaggio:
“Le entrate riscosse dai Comuni, sono scese dal 2012 al 2015 da 4 miliardi e 381 milioni a 3 miliardi 933 milioni, un calo del 10% riconducibile in particolar modo alla diminuzione dei trasferimenti. Tasse, imposte e tributi incassati sono aumentati (da un miliardo e 708 milioni a 2 miliardi e 397 milioni), un calo drastico invece (pari all’80%) quello dei cosiddetti trasferimenti erariali (ossia i contributi dello Stato) che si sono ridotti da un miliardo e 308 milioni a soli 265 milioni. Una riduzione meno marcata quella dei trasferimenti regionali (da 906 a 829 milioni) e con una inversione di tendenza nell’ultimo anno, riconosce la Corte che però ha espresso ‘forti motivi di preoccupazione’ per la ‘prolungata fase di trattativa con lo Stato che per oltre metà esercizio’ ha impedito la spesa”.
Non ci convince il passaggio sui trasferimenti regionali che passano da 906 milioni a 829 milioni di Euro. Ebbene, 906 milioni era l’ammontare del già citato Fondo regionale per le Autonomie locali di qualche anno fa. Nel 2015 – cioè lo scorso anno – tale Fondo sarebbe stato pari a 829 milioni di Euro? A noi non risulta. A meno che, in questa cifra, la sezione di controllo della Corte dei Conti non consideri anche i soldi per pagare le rate di mutui (che nel 2015 sono stati 180 milioni di Euro) e i soldi per i precari dei Comuni (oltre 100 milioni di Euro). Più altre entrate non meglio specificate.
Però, se fatti così, i conti creano confusione e non danno la vera misura delle penalizzazioni che hanno colpito i Comuni siciliani, che sono di gran lunga più pesanti di quelle descritte dalla Corte dei Conti.
Un altro passaggio che non ci convince – lo riprendiamo sempre dal Giornale di Sicilia – è il seguente:
“Magistrati critici anche rispetto al pagamento delle rate di mutui e prestiti con i soldi del Fondo per gli investimenti (115 milioni nel 2015 per i Comuni, 30 per i Liberi Consorzi) e dei fondi Pac (115 milioni più altri 30)”. Per quest’anno, nei Comuni, i soldi per pagare le rate dei mutui non ci sono. Il ‘buco’ è di 165 milioni di Euro. Di questi, 115 milioni di Euro di fondi Pac non possono essere utilizzati perché così ha stabilito il Governo nazionale; gli altri 50 milioni di Euro dovrebbero essere presi dal Fondo pensioni dei dipendenti regionali (idea ‘geniale’ partorita dal Governo regionale, e, in particolare, dall’assessore all’Economia, Alessandro Baccei).
Solo che, anche su questi 50 milioni di Euro – iscritti nella legge regionale di stabilità 2016 insieme con i 115 milioni di Euro di fondi Pac – sono stati approvati ‘codicilli’ che fino ad oggi ne hanno impedito l’utilizzo.
Che significa tutto questo? Che i magistrati contabili, in questo caso, non hanno motivo di essere “critici”, perché i soldi non ci sono e basta. Tant’è vero che noi non abbiamo ancora capito come ha fatto il Consiglio comunale di Palermo a coprire il ‘buco’ di circa 20-25 milioni di Euro, provocato, per l’appunto, dall’impossibilità di utilizzare tali fondi.
Assolutamente corretto il rilievo mosso dalla Corte dei Conti all’esplosione dei cosiddetti debiti fuori bilancio dei Comuni. Parliamo di decine e decine di milioni di Euro (nel 2014 sono stati oltre 200 milioni di Euro).
Per il 2016 dovrebbero essere molti di più: solo il Comune di Palermo ha conteggiato 35 milioni di Euro di debiti fuori bilancio. Figuriamoci a quanto arrivano se contiamo i debiti fuori bilancio di tutti i quasi 400 Comuni dell’Isola…
Da qui una domanda: cosa aspettano a bloccare questa incredibile fonte di clientele?
Ultimo dubbio: le ex Province. Con i trasferimenti dello Stato che, secondo la Corte dei Conti, sono scesi da 184 milioni di Euro a 7 milioni di Euro.
Domanda: ma non è che mancano, anche, i soldi della Rc Auto che il Governo nazionale ha deciso di tenersi? Secondo noi, sì. Erano oltre 200 milioni di Euro con i quali le nove ex Province pagavano i circa 6 mila e 500 dipendenti. Che, non a caso, da qualche mese, non pagano più…
Insomma, tra rapine e tagli, si può tranquillamente parlare di una vera offensiva contro la Sicilia targata PD come potete leggere in questo articolo pubblicato su TimeSicilia.it. 
P.S.
Lo dobbiamo dire: noi dalla Corte dei Conti ci aspettiamo qualcosa in più: per esempio, sui 10 miliardi di Euro di crediti che sono stati frettolosamente catalogati come inesigibili e cancellati dal Bilancio regionale.
Per non parlare del ‘Patto scellerato’ atto II firmato da Crocetta e Renzi.
Cosa pensano i giudici contabili di questa storia? Cosa pensano che, in base a questo folle ‘Patto’, la Regione, nei prossimi due anni, dovrà tagliare altri 800 milioni di Euro circa di spese? E’ sostenibile una simile follia? 
Cosa pensano della seconda rinuncia ai contenziosi finanziari con lo Stato?
http://www.inuovivespri.it/2016/08/18/anche-per-la-corte-dei-conti-per-la-sicilia-comuni-ed-ex-province-stanno-fallendo/