CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Thursday, March 09, 2017

Parabita, dal Comune sciolto per mafia soldi ai clan tramite i voucher

Parabita, dal Comune sciolto per mafia soldi ai clan tramite i voucher







La relazione del prefetto di Lecce sull'infiltrazione dei clan nella giunta: gli accordi con il clan della Scu Giannelli riguardavano i rifiuti, le case popolari, ma anche l'assegnazione dei buoni-lavoro



Lo strumento con cui il governo Renzi avrebbe dovuto combattere il lavoro nero, nel Salento, è finito nelle tasche delle cosche di mafia. A Parabita (Lecce) il clan Giannelli, sodalizio storico della Sacra Corona Unita, ha sostenuto nel 2015 l’ultima campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali, ricevendo in cambio una serie di favori. Ma risalgono a prima ancora gli scambi tra l’amministrazione e il clan che in città tutto poteva: dall’assunzione di sodali nella ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti all’occupazione abusiva di case popolari, dalla gestione di negozi per investire il denaro sporco fino, appunto, all’assegnazione (viziata) di voucher per prestazioni lavorative occasionali. È tutto documentato nella relazione che il prefetto di Lecce Claudio Palomba ha inviato a novembre 2016 al ministero dell’Interno e che ha costituito parte integrante della proposta di scioglimento del consiglio comunale di Parabita, consegnata il 15 febbraio scorso dal ministro Marco Minniti al presidente della Repubblica. Il consiglio dei ministri ha poi deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata dell’assise cittadina il 17 febbraio e Sergio Mattarella ha firmato il decreto il 4 marzo. 

“Ex vicesindaco può favorire ancora il clan”. Il sindaco fa ricorso
La commissione straordinaria (composta dai viceprefetti Andrea CantadoriGerardo Quaranta e al dirigente Sebastiano Giangrande) per i 18 mesi di incarico, fino alle prossime elezioni, avrà il compito di “rimuovere gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico”, ma dalla relazione del prefetto e dalla proposta del ministro emergono nuovi dettagli. Non si parla solo dell’ex vicesindaco di Parabita ed ex assessore ai Servizi sociali Giuseppe Provenzano, lista civica Uniti per Parabita (centrodestra), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e già arrestato a dicembre 2015 nell’ambito della maxi-operazione “Coltura”insieme ad altre 21 persone. Se lo stesso Provenzano, infatti, come documentato dalle intercettazioni, si autodefiniva il “santo in Paradiso” del clan, è anche vero che Minniti ha ricordato come sia stata la stessa Corte di Cassazione, in una sentenza dell’aprile 2016 (quindi successiva al blitz), a sottolineare il rischio che l’ex vicesindaco “potesse continuare a favorire esponenti del sodalizio criminale, anche grazie ai contatti con amministratori ancora in carica e indicati come vicini all’associazione mafiosa”. Eppure il primo cittadino Alfredo Cacciapaglia non ci sta e, ritenendo di aver agito sempre all’insegna della legalità, già nei giorni scorsi ha annunciato ricorso contro il decreto di scioglimento.


L’indagine e i rapporti con il clan Giannelli

La maxioperazione fu l’epilogo di un’indagine condotta dai carabinieri del Ros, che fecero luce sui rapporti tra l’amministrazione e il clan Giannelli, sodalizio legato al boss storico Luigi Giannelli (condannato all’ergastolo). A gestire gli affari di famiglia era Marco Antonio Giannelli (tra gli arrestati), al secolo “il Direttore“, figlio del boss. L’inchiesta è alla base anche della relazione della commissione d’inchiesta che ha indagato proprio sul rapporto tra il clan e l’amministrazione comunale di Parabita. Nel frattempo, il 12 ottobre scorso, nel giudizio abbreviato il gup Michele Toriello ha inflitto 18 condanne (20 anni a Marco Giannelli). Provenzano ha scelto il rito ordinario. Nella proposta del ministro Minniti “si dà atto della sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di un loro condizionamento” e della capacità del sodalizio “di inquinare l’amministrazione comunale di Parabita”.

“Il patto col gruppo mafioso per la campagna elettorale”
Nella relazione del ministro si sottolinea il ruolo dell’ex vicesindaco Provenzano, come “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base di un vero e proprio patto di scambio politico-mafioso”. Secondo questa tesi, “pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio”, l’amministratore “si è dimostrato a completa disposizione del clan”. Si parte dal voto di scambio: il gruppo mafioso, infatti, “ha pubblicamente e palesemente sostenuto la campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali”. Una vicinanza evidente anche dalle esternazioni che i vertici del sodalizio hanno pubblicato in rete sulla vittoria elettorale incassata a maggio 2015. 


Voucher, rifiuti, alloggi popolari: i presunti favori
Nella proposta di scioglimento si fa poi riferimento all’assegnazione di contributi economici e voucher per prestazioni lavorative occasionali avvenuta con “procedura viziata”, ossia dopo un sorteggio pubblico che si svolgeva alla presenza di dipendenti del Comune o di soggetti non identificati. Tra i beneficiari, i soliti esponenti della criminalità organizzata, loro familiari o persone frequentate abitualmente dai sodali. Il prefetto Palomba ha descritto l’impegno dell’amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani del Comune.

Anche la commissione d’indagine ha messo in luce “le discutibili modalità di affidamento del servizio di igiene urbana” a una ditta che si è aggiudicata l’appalto alla fine di un procedimento che si era concluso a favore di un’altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara. E, sempre, in tema, c’è la questione delle assunzioni del capoclan e di due sodali all’interno della stessa ditta, dal gennaio 2010 (poco prima dell’insediamento del sindaco, all’epoca al suo primo mandato). I tre sono stati poi stabilizzati il 3 aprile 2013, cosa che ha comportato “un aumento del costo annuale del servizio”. Si è passati dai 945mila euro del 2012 (con 27 dipendenti a tempo indeterminato) a un milione e 45mila euro del 2013 (con 33 dipendenti), per un costo di 100mila euro per l’ente. Tuttora l’impresa in questione svolge la propria attività grazie a diverse proroghe, disposte dal Comune con ordinanze sindacali e delibere di giunta in attesa delle procedure di gara dell’ambito. 

Ma il Comune non avrebbe fatto nulla nemmeno per contrastare l’occupazione abusiva degli edifici pubblici, permettendo anzi che esponenti del clan utilizzassero senza alcun diritto gli alloggi popolari. Il sindaco avrebbe, invece, “requisito con propria ordinanza alcuni beni, destinandoli a soggetti che non rientravano nella graduatoria ufficiale degli aventi diritto”. Tra queste persone, anche un pregiudicato che era solito frequentare il clan. Ci sarebbero, poi, stati dei contatti tra l’amministrazione e il sodalizio affinché Marco Antonio Giannelli potesse riciclare il denaro sporco in attività commerciali, attraverso un prestanome.
E mentre il 10 gennaio 2016, in occasione di un incontro di calcio al campo sportivo comunale, un gruppo di tifosi ha inneggiato slogan in favore del vicesindaco che era stato arrestato poche settimane prima, il sindaco e alcuni assessori si sono guardati bene dal partecipare alla marcia per la legalità, organizzata a Parabita in concomitanza con l’incontro di calcio ed alla quale erano invece presenti i consiglieri di minoranza e tre di maggioranza.
T.A.R. LAZIO 1 SEZIONE RICORSO NUMERO DI REGISTRO GENERALE 3143 del 2017 COMUNE DI PARABITA AL T.A.R. N. 06216/2017 REG.PROV.COLL.  N. 03143/2017 REG.RIC.    


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REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 3143 del 2017, proposto da:


Alfredo Cacciapaglia, Gianluigi Grasso, Pierluigi Leopizzi, Salvatore Tiziano Laterza, Biagio Coi, Sonia Cataldo, rappresentati e difesi dagli avvocati Pietro Quinto e Luciano Ancora, con domicilio eletto presso lo studio Placidi Srl in Roma, via Cosseria, 2;


contro
Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Interno-Ufficio Territoriale del Governo di Lecce, in persona dei legali rappresentanti p.t., rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso cui domiciliano in Roma, via dei Portoghesi, 12; 
per l'annullamento, previa sospensione
del Decreto del Presidente della Repubblica del 17.02.2017, notificato in data 07.03.2017, con il quale è stato disposto lo scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita (Le) ai sensi dell'art. 143 del D.lgs. 267/2000;
della relazione del Ministro dell'Interno del 15.02.2017, della deliberazione del Consiglio dei Ministri del 17.02.2017, della relazione/proposta del Prefetto di Lecce prot. 188/NC/OPS del 28.11.2016; ove occorra anche del decreto del Prefetto di Lecce n. 0017310 del 21.02.2017 di sospensione degli Organi del Comune di Parabita e di nomina della Commissione straordinaria di gestione; per l'annullamento di ogni altro atto presupposto, connesso o consequenziale.


Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio della Presidenza della Repubblica, della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell'Interno, con la successiva memoria;
Visto l’art. 65 cod. proc. amm.;
Relatore nella camera di consiglio del 24 maggio 2017 il dott. Ivo Correale e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;


Ritenuto necessario, ai fini della delibazione del ricorso, ordinare all’intimata Amministrazione il deposito di tutti gli atti e documenti in base ai quali è stato emanato il decreto di scioglimento del consiglio comunale di Parabita (LE) e, in particolare, delle relazioni della Commissione ispettiva incaricata degli accertamenti del 28.11.2016 e del parere del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 21.10.2016, in versione integrale e privi di “omissis”, e fermo il rispetto delle cautele imposte dalla natura classificata del testo che l’Amministrazione è tenuta ad osservare;
Considerato che, a tale incombente, la difesa erariale dovrà provvedere entro novanta giorni dalla comunicazione e/o notificazione della presente ordinanza;
Considerato che, nel bilanciamento con l’interesse pubblico e per la necessità di verificare le posizione delle parti alla luce dell’esame della documentazione nella sua integralità di contenuto, le esigenze della parte ricorrente siano tutelabili adeguatamente con la sollecita definizione del giudizio nel merito, ai sensi dell’art. 55, comma 10, c.p.a., ove il Collegio si pronuncerà anche sulle spese della presente fase cautelare;
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima), riservata ogni altra decisione, dispone gli incombenti istruttori nei sensi e nei termini di cui in motivazione.
Fissa, ai sensi dell’art. 55, comma 10, c.p.a. l'udienza di discussione del merito alla data del 28 febbraio 2018.
Ordina alla segreteria della Sezione di provvedere alla comunicazione della presente ordinanza.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 24 maggio 2017 con l'intervento dei magistrati:
Rosa Perna, Presidente FF
Ivo Correale, Consigliere, Estensore
Roberta Cicchese, Consigliere






L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
Ivo CorrealeRosa Perna
 https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=UDPYIAZM2Y5CPLMCFGEMVJQYVY&q=parabita

http://www.gazzettaufficiale.it/do/atto/serie_generale/caricaPdf?cdimg=17A0185600200010110001&dgu=2017-03-15&art.dataPubblicazioneGazzetta=2017-03-15&art.codiceRedazionale=17A01856&art.num=1&art.tiposerie=SG
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Mafia e politica: il sistema Parabita | 1



di Antonio Nicola Pezzuto

Lo scorso 17 febbraio, con Decreto del Presidente della Repubblica, è stato sciolto il Consiglio Comunale di Parabita per infiltrazioni mafiose.

Tutto ha avuto inizio in una fredda notte, esattamente il 16 dicembre 2015, quando i Carabinieri del R.O.S. di Lecce, coordinati e diretti dal Maggiore Gabriele Ventura, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di ventidue indagati ritenuti affiliati o vicini al clan Giannelli, accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione illegale di armi comuni da sparo, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, danneggiamento seguito da incendio.
Il provvedimento custodiale era stato emesso dal GIP Alcide Maritati su richiesta del Procuratore Aggiunto Antonio De Donno. L’indagine, iniziata nel 2013, era stata denominata “Coltura”, dal nome della Madonna della Coltura protettrice di Parabita, comune epicentro dell’attività investigativa.
Nel mirino degli inquirenti, come detto, il clan Giannelli, storico sodalizio mafioso della Sacra Corona Unita, capeggiato dal boss ergastolano Luigi Giannelli, detto “Cici Morte” e da suo figlio Marco Antonio Giannelli, chiamato il “Direttore” dagli altri sodali. Il sodalizio era egemone a Parabita e nei comuni limitrofi di Casarano, Matino, Collepasso, Ugento, Alezio e Sannicola. Di spicco anche le figure di Vincenzo Costa“responsabile di Matino” e quella di Cosimo Paglialonga “responsabile” di Collepasso.
A parlare dell’ascesa del Giannelli all’interno del clan e della sua personalità è stato proprio Massimo Donadei, collaboratore di giustizia che ha consentito di fare luce sulle dinamiche interne al clan e sulle sue attività, in un interrogatorio del 13 aprile 2012: «…Con riferimento all’area di Parabita intendo precisare che oltre ai ragazzi a me direttamente riconducibili di cui ho parlato nel precedente verbale, operano anche dei ragazzi legati a Marco Giannelli che, sebbene non affiliato, in quanto figlio del capo clan Luigi Giannelli ha l’autorità di avere un suo gruppo di ragazzi e di intervenire nelle scelte principali della vita del clan, la cui direzione operativa è però affidata a me. I ragazzi di Giannelli Marco, tutti non affiliati, sono Adriano ed Alessio GiannelliMatteo Toma, fratello di Biagio, e Romano Emiliano. Tutti operano unicamente nel settore dello spaccio di stupefacenti. Con riguardo a Marco Giannelli, devo dire che circa una decina di giorni fa, mi ha avvicinato perché, in seguito alla pubblicazione della relazione annuale dell’anno giudiziario, era stato, per il secondo anno, tirato in ballo dal procuratore Motta. Il primo anno fece una smentita con il suo legale, avvocato Laterza, ma quest’anno intendeva fare qualche azione dimostrativa che servisse a mandare un messaggio ben preciso al procuratore Motta affinché capisse che quei paesi non dovevano essere tirati in ballo. Mi disse che aveva pensato di appendere alcuni striscioni con scritte ingiuriose sui cavalcavia delle principali arterie, quali la Lecce-Gallipoli, la Parabita-Casarano ed Alezio-Collepasso; oltre le scritte, alla base di questi striscioni ci sarebbero dovuti anche essere dei proiettili d’arma da fuoco. Mi riferì inoltre di avere parlato di questo progetto con Angelo Padovano, anch’egli a sua volta tirato in ballo nella relazione annuale, il quale, però, aveva risposto che sarebbe stato più corretto ignorare queste “provocazioni” e far finta di nulla. Posso riferire che Marco Giannelli, in alcune circostanze, si è rifornito di hashish direttamente dai Monteronesi, già a partire dal 2007-2008. Infatti, in talune circostanze, quando i miei canali di approvvigionamento ne erano sprovvisti, io mi rivolgevo a Marco che si recava con la moto a Monteroni insieme ad Angelo Padovano per approvvigionarsi di stupefacente, dato che entrambi hanno uno strettissimo rapporto con il figlio di Mario Tornese. Il rapporto tra Marco Giannelli e Angelo Padovanoè strettissimo, tanto che in alcune circostanze ho capito che tra i due vi era una specie di cassa comune, nel senso che ogni qualvolta uno dei due necessitava di denaro, l’altro lo prestava. Marco Giannelli opera nel settore della sicurezza insieme ad Angelo Padovano, a persone di Nardò riconducibili al clan Dell’Anna e ad alcuni Monteronesi. A tal riguardo posso riferire che un parente del Giannelli, tale Cristiano, soprannominato MEROLA, forse anch’egli Giannelli di cognome, ha aperto un’agenzia di sicurezza ed opera in tale settore. In cambio riconosce a Marco, che gli procaccia il lavoro, un contributo mensile per il padre detenuto…».
Le indagini hanno appurato il ruolo apicale di Marco Antonio Giannelli all’interno del sodalizio, tanto da impartire direttive a Orazio Mercuri, “suo vero e proprio alter ego, oltre che persona di sua estrema fiducia”. Il Mercuri, oltre ad essere persona di fiducia del Giannelli, gli faceva anche da autista, considerato che a quest’ultimo era stata revocata la patente. All’interno del clan agiva anche Kurtalija Besar, un albanese residente da anni a Parabita e molto abile nel gestire il traffico di sostanze stupefacenti. Questi tre soggetti, al centro delle intercettazioni del R.O.S., “costituivano, dunque, il vero e proprio nucleo centrale e decisionale del sodalizio”, come si legge nell’ordinanza. Può sembrare curioso, ma Mercuri e Giannelli lavoravano come operatori ecologici e, quelle rare volte che il Giannelli aveva voglia di andare a lavorare, era proprio il Mercuri a passare da casa per accompagnarlo.
Dalle intercettazioni ambientali emergeva il grado di gerarchizzazione all’interno del sodalizio, con “doti”ovvero “gradi” assegnati in base all’esperienza criminale e alle capacità e ai meriti acquisiti. Un clan in cui il capo pretendeva il rispetto dei suoi sodali, se necessario usando anche le maniere forti: «Qua dobbiamo massacrarne qualcuno compa’, davvero Orazio…», diceva Giannelli al Mercuri che rispondeva: «Quando vuoi, te l’ho detto… andiamo… stanno facendo i porci…».
In un’intercettazione ambientale colta all’interno dell’autovettura del Mercuri, questi, insieme a Kurtalija e a Giannelli parlava di un attentato incendiario da fare all’interno di un’abitazione di una persona di cui non facevano il nome e che doveva essere “il primo della lista”. Un attentato da compiere con modalità simili a quelle viste nel film “Gomorra”: «Ti sei visto il film Gomorra? La prima puntata quando mettono fuoco dentro ad una casa…», diceva Marco Antonio Giannelli agli altri.
Il clan controllava il territorio e anche i semplici furti negli appartamenti, pur potendo essere compiuti da chiunque, non potevano essere perpetrati a danno di persone vicine all’associazione criminale, né dovevano creare allarme sociale per evitare che le responsabilità fossero attribuite agli appartenenti al sodalizio. Emblematica, riguardo al controllo del territorio, un’intercettazione tra Mercuri e Giannelli, in cui quest’ultimo parlava di un’estorsione da compiere ad un bar e affermava che era arrivato il momento di smettere di essere buoni e come gruppo avrebbero dovuto “purgare” tutti. Ma, cosa ancor più importante, non dovevano essere più loro ad andare a chiedere i soldi, bensì i commercianti stessi che dovevano recarsi da loro ad esigere “protezione”.
Il sodalizio era dotato di un fondo cassa in cui finivano i proventi delle attività criminose, su tutte il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, le estorsioni ed il recupero crediti operato con metodi violenti. A gestire il denaro ci pensava Marco Antonio Giannelli che teneva la contabilità dell’organizzazione aiutato da Orazio Mercuri.
In un dialogo tra il Mercuri e il Giannelli si confermavano gli stretti legami tra il clan Giannelli di Parabita e quello dei fratelli Tornese di Monteroni, già emersi in altre indagini. In questo caso, però, si evidenziava un certo risentimento nei confronti dei “Monteronesi” perché non si erano fatti più sentire e per la loro scarsa affidabilità dal punto di vista economico comprovata da qualche aiuto promesso e non mantenuto, a dire del Giannelli, che peraltro esclamava: «Dove ci sono quelli ci sono gli sbirri».
Il Giannelli pretendeva ed otteneva il cosiddetto “punto” sull’attività di spaccio di sostanze stupefacenti che veniva svolta sul “suo territorio” anche dagli stessi affiliati ai quali ne delegava il traffico dando loro una certa autonomia. Operando così, non aveva però piena contezza dei quantitativi di droga venduti e temeva che molti approfittassero di questa circostanza. Escogitò quindi uno stratagemma pensando di acquistare un grosso quantitativo di droga per distribuirlo esclusivamente agli affiliati interessati all’attività di spaccio, in modo da avere meglio sotto controllo le entrate e le uscite. A tal proposito contattò un suo amico brindisino che, a sua volta, aveva contattato un’altra persona che doveva dare il "via libera” all’operazione per fare arrivare lo stupefacente in breve tempo. Dalle intercettazioni emergeva che il punto chiesto dal Giannelli era di 5 euro al grammo su un grosso quantitativo di cocaina acquistato a 60 euro al grammo e venduto a 75 euro al grammo.
Il clan provvedeva all’assistenza economica dei detenuti e delle loro famiglie, il cosiddetto “pensiero”, di cui beneficiavano ovviamente solo gli appartenenti a questa consorteria criminale. Come accadeva, per esempio, per Donato Mercuri, già condannato per associazione mafiosa, quale componente del clan Giannelli fino al novembre del 2001, con sentenza della Corte di Appello di Lecce del 6 novembre 2006, divenuta irrevocabile.
Tra le pagine dell’ordinanza spunta un’intercettazione tra i fratelli Donato e Fernando Mercuri che riguarda l’omicidio della piccola Angelica Pirtoli, barbaramente massacrata nel lontano 20 marzo del 1991 insieme a sua madre Paola Rizzello. Quello che può definirsi il più efferato crimine compiuto dalla Sacra Corona Unita ha adesso una nuova chiave di lettura e una nuova verità. I due interlocutori commentano l’arresto del loro compaesano Biagio Toma, ritenuto uno dei due esecutori materiali del duplice delitto, per il quale Donato Mercuri è stato condannato all’ergastolo come organizzatore. Quest’ultimo, nel corso della conversazione, confermava che gli esecutori materiali dell’omicidio erano stati Biagio Toma e Luigi De Matteis ma aggiungeva che, a differenza di quanto dichiarato da quest’ultimo in sede di processo, era stato proprio il De Matteis, indicato nel dialogo con il suo soprannome “Morte”, ad uccidere la piccola Angelica, e non il Toma. L’orribile crimine, inoltre, sarebbe stato perpetrato nello stesso momento e non alcune ore dopo l’uccisione della mamma Rizzello Paola, come aveva dichiarato il De Matteis.



Donato: è stato MORTE… invece MORTE dice che è stato TOMA, hai capito?
Fernando:  (incomprensibile) 
Donato: (incomprensibile )…
Toma: (incomprensibile) …
Donato: invece è all’inverso, è stato MORTE ad ammazzare la bambina … in quel momento stesso…
Fernando: tutto in quel momento hanno fatto … tutto … (incomprensibile) …
OMISSIS



Questo colloquio è avvenuto in carcere tra i fratelli Mercuri il 2 aprile 2015 e dimostra l’appartenenza di entrambi al clan mafioso. La Procura ha chiesto e ottenuto la trascrizione dell’intercettazione ambientale che è stata così acquisita nel processo che attualmente si celebra in Corte d’Assise a carico di Biagio Toma, anch’egli ritenuto dagli inquirenti responsabile esecutore del doppio orribile crimine. 
Per il duplice omicidio di Paola Rizzello e della piccola Angelica Pirtoli sono stati già condannati all’ergastolo, con sentenza emessa il 26 marzo 2001 dalla Corte d’Assise di Lecce, Luigi Giannelli come mandante, Anna De Matteis Cataldo come istigatrice e Donato Mercuri come organizzatore. Per avere eseguito il delitto è stato condannato Luigi De Matteis, divenuto collaboratore di giustizia. 
Un altro soggetto al centro delle indagini è Vincenzo Costa, detto “Cavolata”, secondo gli investigatori appartenente al sodalizio mafioso per conto del quale viene ritenuto responsabile delle attività illecite svolte a Matino. Dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei, si scopre che il Costa è molto attivo nel traffico delle sostanze stupefacenti ma “poco avvezzo a contribuire al sostentamento in carcere dei detenuti”, motivo per il quale era stato dato l’ordine dai vertici del clan di eliminarlo. Circostanza che comunque non si è poi verificata. 
La presenza sul territorio del clan Giannelli, capeggiato da Marco Antonio Giannelli, è comprovata anche dalla capacità di intimidazione diffusa. La più importante attività praticata dal gruppo, cioè lo spaccio di sostanze stupefacenti, avveniva tramite gruppi di spacciatori. Le controversie che nascevano per il mancato pagamento di forniture di droga erano risolte usando metodi violenti o toni intimidatori che davano buoni risultati. Questi comportamenti costituivano delle operazioni di “recupero crediti”. Illegali, ovviamente.
I sodali temevano di essere intercettati e usavano particolare cautela nelle conversazioni telefoniche, a riprova del loro contenuto illecito. Decisivi per le indagini sono risultati i colloqui captati all’interno dell’autovettura di Orazio Mercuri e il dialogo avvenuto in carcere tra i fratelli Donato Mercuri e Fernando Mercuri avvenuto il 2 aprile 2015. Gli indagati, per comunicare tra loro, usavano molto i social network come Facebook e l’applicativo WhatsApp.
Un’altra figura interessante emersa dalle indagini è quella di un infermiere, Lorenzo Mazzotta, detto “Ivan”, in servizio presso il vecchio ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, amico e compaesano di un altro indagato, Fernando Cataldi. Il Mazzotta, grazie ai suoi riferimenti presso il SERT di Lecce, si adoperava per sostituire i campioni di urina del Giannelli, contaminati dall’uso abituale di sostanze stupefacenti e cercava di aggirare una serie di ostacoli di natura oggettiva e amministrativa per accelerare il rilascio della patente allo stesso Marco Antonio Giannelli, in quanto gli era stata revocata dalla Prefettura di Lecce.  
Particolarmente importante è l’intercettazione del 25 novembre 2014 captata a bordo dell’auto di Orazio Mercuri mentre parlava con Fernando Cataldi e Marco Antonio Giannelli. In questo caso emergeva forte il rancore dei tre nei confronti del collaboratore di giustizia Massimo Donadei e di sua madre, colpevole di intrattenere ancora contatti telefonici con il figlio. Un odio che spingeva il Cataldi a ipotizzare un attentato ai danni della famiglia Donadei. In particolare le attenzioni si concentravano sulla madre di quest’ultimo tanto che il Giannelli affermava che se nulla era stato ancora fatto era per il rispetto che portava agli altri figli, Andrea, Donato e Claudio, questi ultimi due detenuti da molto tempo e anch’essi affiliati al clan Giannelli. Marco Antonio Giannelli sosteneva che Andrea Donadei gli aveva dato “carta bianca” per uccidere sua madre, cosa che comunque non era nelle intenzioni del Giannelli.
Di straordinaria rilevanza per il valore simbolico e per la rappresentazione di un elevato livello di mafiosità è il dialogo ascoltato dai Carabinieri del R.O.S. la mattina del 22 gennaio 2015, quando Orazio Mercuri e Marco Antonio Giannelli sono in macchina e commentano l’ampio risalto dato dai giornalisti della televisione e della carta stampata alla notizia dell’arresto del loro compaesano Biagio Toma, accusato di essere l’autore dell’omicidio della piccola Angelica Pirtoli e della sua mamma Paola Rizzello. Le ire dei due si abbattevano su Don Angelo Corvo che aveva osato invocare giustizia chiedendo che fossero individuati gli esecutori materiali del duplice omicidio e non solo i mandanti. Il Giannelli, furibondo, manifestava la sua intenzione di “massacrarlo” subito, ma veniva dissuaso dal Mercuri che lo consigliava di temporeggiare per evitare di attirare le attenzioni degli investigatori su di loro.



Marco: lo sai di chi è la colpa no?
Orazio: DON ANGELO …
Marco: mannaggia i morti di sua madre … questo cornuto …
Orazio: gliel’ho detto a loro, lui è … da lui è partito il tutto … l’anno scorso ti ricordi, ti ricordi l’anno scorso? Voleva sapere … ha detto sì, sono stati … i mandanti …
Marco: aspetta che passa poco poco, gli faccio buttare il sangue …
Orazio: lui ha fatto tutto … 
Marco: lo so … lui è, che poi lui intervistavano …
Orazio: c’è anche lui sul Quotidiano…
Marco: (incomprensibile) lo hanno intervistato anche in chiesa, dentro la chiesa, questo lurdo (bestemmia) …
OMISSIS
Marco: questo cornuto … compà (incomprensibile) DON ANGELO sta scassando la minchia ogni giorno …
Orazio: da lui è partito il tutto (incomprensibile) …
Marco: con lui (incomprensibilevorrei dargli proprio con le mani …
Orazio: no adesso … adesso risultano MA’ …
Marco: lo voglio picchiare (bestemmia) con le mani lo voglio massacrare, i morti di sua madre …
Orazio: adesso come adesso, chi va a toccarlo …
Marco: (incomprensibile) … però (bestemmia) questo vuole che decolli questa cosa … eh, va beh, perché dovrebbero prendersela con noi? Dove sta scritto? Perché?
Orazio: vengono a rompere il cazzo ogni giorno, poi vedi …
Marco: dici?
Orazio: sì …
OMISSIS



Il clan era molto aggressivo e deciso a non fermarsi davanti a niente e a nessuno e metteva nel suo mirino anche l’Appuntato Scelto dei Carabinieri Giovanni Adamo, in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Parabita e poi trasferito per motivi precauzionali. Il militare, nella conversazione intercettata, veniva chiamato “Barbetta”, a causa della sua folta barba. La mattina del 18 marzo 2015 il Giannelli si trovava in compagnia di Besar KurtalijaOrazio Mercuri e un altro soggetto sconosciuto. La rabbia del Giannelli nei confronti dell’Appuntato Scelto Giovanni Adamo derivava dal fatto che il Carabiniere si era “permesso” di seguire un’amica del Giannelli di nome Francesca.
Il capitolo più importante di questa vicenda è, sicuramente, quello riguardante i rapporti del clan Giannelli con Giuseppe Provenzano, all’epoca delle indagini Assessore al Comune di Parabita con delega ai Servizi Sociali e al momento dell’arresto Vicesindaco e Assessore allo Sport.
Le indagini hanno documentato “l’esistenza di un vero e proprio ‘patto politico-mafioso’, in forza del quale il Provenzano, pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio mafioso, di fatto si è dimostrato a completa disposizione di esso fornendo un contributo specifico, consapevole e volontario, oltre che continuativo ai fini della conservazione e del rafforzamento delle capacità operative del gruppo”, scrive il GIP nell’ordinanza.
È stato facile per gli investigatori risalire all’identificazione del Provenzano, in quanto, nelle intercettazioni, Marco Antonio GiannelliOrazio Mercuri, Fernando Mercuri e Fernando Cataldi lo indicano con il suo nome e cognome specificando la carica rivestita all’interno dell’Amministrazione Comunale di Parabita.
Di collusioni e connivenze tra il clan Giannelli e l’Amministrazione Comunale di Parabita, con particolare riferimento alle elezioni amministrative del 2010, aveva parlato il collaboratore di giustizia Massimo Donadei«Durante le elezioni amministrative del 2010 il nostro gruppo ha appoggiato l’attuale sindaco Alfredo Cacciapaglia e la sua giunta. In particolare abbiamo sostenuto Biagino COI e Tommaso PROVENZANO. Dell’elezione di quest’ultimo mi sono interessato io direttamente in quanto ci eravamo accordati che il Provenzano avrebbe fatto la richiesta per far lavorare nella sua impresa edile mio fratello Claudio, all’epoca dei fatti detenuto, ed inoltre avevamo concordato che il clan avrebbe collocato gli affiliati all’interno di una serie di locali commerciali di cui era prevista l’apertura. Biagino COI, invece, è stato supportato in quanto nostro parente ed infatti, possiamo dire, che lui è l’uomo del clan all’interno dell’amministrazione e si fa portavoce di tutte le nostre istanze. Mio fratello Leonardo fu, invece, avvicinato direttamente da Alfredo Cacciapaglia che gli promise in caso di elezione dei posti di lavoro all’interno dell’impresa per la raccolta di rifiuti che opera su Parabita, cosa che effettivamente si è concretizzata ed infatti, vi lavorano Marco GIANNELLIOrazio MERCURIAntonio CORONESE e tale COLIZZI, figlio di un Appuntato dei Carabinieri che fa servizio a Sannicola. Inoltre, Alfredo CACCIAPAGLIA promise a mio fratello Leonardo la gestione del bar del Santuario che però non fu possibile assegnargli, ragion per cui si preoccuparono di parlare direttamente con il gestore del bar “Planet” di Parabita, sito di fronte al Comune ed a fianco all’Ufficio postale perché lasciasse la gestione a condizioni convenienti a mio fratello. Inoltre, come già era successo con la precedente amministrazione ogni anno a mio fratello Leonardo gli viene assegnata la sicurezza nel giorno della “notte bianca” con il guadagno di 5.000 euro …». Queste dichiarazioni sono state riportate dal Tribunale di Lecce nella sentenza del processo scaturito dall’operazione “Coltura”, emessa il 12 ottobre 2016, per dimostrare lo spessore criminale dell’organizzazione mafiosa e la sua capacità di inquinare l’Amministrazione Comunale.
Le intercettazioni del R.O.S. hanno corroborato le dichiarazioni di Donadei confermando il coinvolgimento del Provenzano negli affari illeciti del clan. Il suo ruolo di fiancheggiatore  del sodalizio mafioso è stato appurato dalle indagini verso la fine del mese di febbraio 2015, più esattamente la mattina del 28 febbraio quando, durante un colloquio tra Marco Antonio GiannelliFernando CataldiOrazio Mercuri, questi faceva riferimento ad un’imminente gara d’appalto, o comunque al rinnovo del servizio raccolta rifiuti, cui era interessata la ditta presso la quale lavoravano il Giannelli e lo stesso Mercuri come operatori ecologici. Il Giannelli ne prendeva atto e chiedeva al Mercuri di rintracciare tale “Peppe” e di dirgli che avrebbe dovuto far assumere Fernando Cataldi, per poi aumentare in seguito le ore lavorative del Mercuri e dello stesso Giannelli e portarle da quattro a sei, e di aggiungere che, in caso contrario, lo stesso Giannelli si sarebbe arrabbiato e non lo avrebbe fatto più vivere tranquillamente.
I Carabinieri del R.O.S., il 4 aprile 2015, avevano la certezza che il “Peppe” o “Peppino”, di cui gli affiliati al clan parlavano nelle intercettazioni era il Provenzano. Un episodio confermava in maniera lampante la convergenza di interessi tra politica e mafia. In una conversazione, Marco Antonio Giannellichiedeva spiegazioni a Orazio Mercuri in merito a una discussione che era avvenuta qualche giorno prima e che riguardava Antonio Martignano, loro collega di lavoro, Fernando Mercuri, fratello di Orazio, e Giuseppe Provenzano. Il tutto nasceva dal fatto che Fernando Mercuri doveva recarsi a Sulmona per trovare suo fratello Donato che era detenuto in carcere. Per affrontare questo viaggio aveva chiesto “un contributo” di 200 euro al Provenzano. Questi aveva sempre rimpinguato le casse del sodalizio senza mai lamentarsi. Però, in questa occasione, si era risentito per una minaccia proferita nei suoi confronti da parte di Fernando Mercuri, cioé quella di non sostenerlo alle elezioni amministrative che ci sarebbero state qualche mese dopo a Parabita. In reazione a ciò, il Provenzano diceva al Giannelli quella che potrebbe essere considerata la frase simbolo di tutta l’inchiesta: «Avete perso il santo in Paradiso». Un’espressione che testimonia i legami tra il clan Giannelli e il Provenzano “nella sua veste di amministratore pubblico, appartenente allo stesso ‘partito’ del sindaco Cacciapaglia e di altri amministratori quali il detto Coi, già descritti dal collaboratore Donadei come uomini politici assai vicini al clan Giannelli e tutori degli interessi di questo e dei suoi uomini in ambito amministrativo”, come evidenziato dal GIP nell’ordinanza. Emergeva così un preciso accordo che prevedeva il persistente impegno del clan Giannelli nel supportare la campagna elettorale del Provenzano che si metteva a disposizione del sodalizio per ogni evenienza che avesse riguardato i rapporti con l’Amministrazione Comunale.
Un altro dialogo tra Orazio Mercuri e Marco Antonio Giannelli dimostra la continuativa “disponibilità”del Provenzano nei confronti del sodalizio. Ritornando a parlare della discussione da questi avuta conFernando Mercuri, il Giannelli manifestava l’intenzione di non perdere gli utili servigi del Provenzano, con il quale vi era uno scambio reciproco di favori. A tal fine pensava di far passare qualche settimana affinché si calmassero gli animi e poi organizzare una cena per ricomporre la frattura tra i due. Comunque, Giuseppe Provenzano aveva manifestato la volontà di continuare a versare denaro nelle casse del clan e Giannelli invitava l’amico ad accettare il denaro nel caso in cui glielo avesse consegnato.
Emblematica del patto mafia-politica una foto pubblicata sul social network Facebook e divenuta di pubblico dominio prima che fosse cancellata. La foto documentava la presenza di Marco Antonio Giannelli ad una festa privata insieme a Giuseppe Provenzano al fine di pubblicizzare il candidato al Consiglio Regionale Roberto Coi della lista “Noi Salvini”. Questa foto trasmetteva alla popolazione il chiaro messaggio che il Provenzano e il candidato Coi, da lui sostenuto, fossero “sponsorizzati”dall’associazione mafiosa egemone sul territorio, rendendo evidente il potere del sodalizio, in grado di controllare “pezzi” importanti delle istituzioni pubbliche, inequivocabilmente riverenti e “riconoscenti” nei confronti del clan.
La contiguità del Provenzano con il sodalizio mafioso viene confermata anche da un colloquio in carcere tra Fernando Mercuri e suo fratello Donato, avvenuto il 2 aprile 2014. In questa circostanza Fernando Mercuri aveva fatto riferimento al proprio figlio che lavorava nel settore della nettezza urbana grazie all’interessamento di Giuseppe Provenzano, all’epoca dei fatti Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Parabita.



OMISSIS
Donato: (incomprensibile) …
Fernando: PROVENZANO c’è e basta!
Donato: Che cosa è? Consigliere? Cosa è?
Fernando: Assessore …
Donato: Assessore a cosa?
Fernando: Ai Servizi Sociali … ai Servizi Sociali …
OMISSIS



Nelle elezioni amministrative tenutesi a Parabita nel 2010, Giuseppe Provenzano ha preso ben 208 voti ed è stato il secondo candidato più suffragato nella sua lista denominata “Uniti per Servire”, preceduto soltanto dal candidato Biagino Coi con 242 voti.
Un commento del Giannelli sulla sua bacheca Facebook, il 2 giugno 2015, confermava il supporto fornito dal suo clan al Provenzano nelle ultime elezioni comunali.

“Andate a zappare tutti la vittoria è nostra”, scriveva Marco Antonio Giannelli, soddisfatto. Un’esternazione pubblica che  metteva di fatto il marchio della Sacra Corona Unita sulla vittoria elettorale e, quindi, sull’istituzione comunale “conquistata”.
Fine prima parte


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Mafia e politica: il sistema Parabita | 2




di Antonio Nicola Pezzuto
“Considerato che nel comune di Parabita (Lecce) gli organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 31 maggio 2015.

Considerato che, dall’esito di approfonditi accertamenti, sono emerse forme di ingerenza della criminalità organizzata che hanno esposto l’amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale.
Rilevato, altresì, che la permeabilità dell’ente ai condizionamenti esterni della criminalità organizzata ha arrecato grave pregiudizio agli interessi della collettività e ha determinato la perdita di credibilità dell’istituzione locale.
Al fine di porre rimedio alla situazione di grave inquinamento e deterioramento dell’amministrazione comunale di Parabita, si rende necessario far luogo allo scioglimento del consiglio comunale e disporre il conseguente commissariamento, per rimuovere tempestivamente gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico e per assicurare il risanamento dell’ente locale”.
Questo scrive il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita, su richiesta del Ministro dell’Interno Marco Minniti e conseguente delibera del Consiglio dei Ministri. Ultimo atto di un iter iniziato con la nomina di una Commissione di accesso agli atti amministrativi designata dal Prefetto dopo l’autorizzazione del Viminale e insediatasi il 19 luglio 2016 in seguito a quanto emerso dall’operazione dei Carabinieri del R.O.S. denominata “Coltura” e di cui ne sono stati riportati i contenuti nella prima parte della narrazione.
Il 14 ottobre 2016, la Commissione incaricata degli accertamenti ha depositato le proprie conclusioni, sulle cui risultanze il Prefetto, dopo aver sentito nella seduta del 21 ottobre 2016 il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica, ha redatto la sua relazione in data 28 novembre 2016.
Questo percorso ha avuto un’altra tappa fondamentale il 15 febbraio 2017, quando il Ministro dell’Interno ha pubblicato la sua relazione con la quale chiedeva lo scioglimento del Consiglio Comunale di Parabita per la presenza di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti ed indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi”.
Il Ministro cita anche la sentenza del Tribunale di Lecce emessa il 12 ottobre 2016 dalla quale emerge “con assoluta chiarezza la conclamata capacità del gruppo mafioso di inquinare l’amministrazione comunale di Parabita, nonché l’abilità criminale della consorteria nell’imporre il controllo pieno del territorio, attraverso l’intimidazione”. Come evidenziato nella prima parte del resoconto, un ruolo centrale in questa storia lo ricopre Giuseppe Provenzano, all’epoca delle indagini assessore al Comune di Parabita con delega ai Servizi Sociali e al momento dell’arresto vicesindaco e assessore allo Sport. L’uomo è considerato “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base – come evidenziato nella stessa ordinanza di custodia cautelare del dicembre 2015 – di un vero e proprio patto di scambio politico-mafioso, in forza del quale l’amministratore, pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio, di fatto, si è dimostrato a completa disposizione dello stesso fornendo un contributo specifico, consapevole e volontario, oltre che continuativo, ai fini della conservazione e del rafforzamento della capacità operativa del gruppo. Quanto al voto di scambio, emerge dalle indagini della magistratura inquirente che il clan ha pubblicamente e palesemente sostenuto – attraverso il vertice malavitoso locale ed i suoi uomini – la campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali, tra cui il predetto amministratore che, in cambio, si è reso disponibile ad esaudire le richieste della criminalità organizzata”.
Nella sentenza del Processo scaturito dall’operazione “Coltura”, emessa il 12 ottobre 2016, “il Tribunale di Lecce evidenzia come la disponibilità manifestata dallo stesso amministratore nei confronti del clan sia rivelatrice di un pesante condizionamento mafioso del comune, tanto da integrare gli estremi del concorso esterno in associazione mafiosa. Rileva, in tal senso, la circostanza che lo stesso amministratore si sia autodefinito santo in Paradiso dell’associazione malavitosa, in tal modo palesando il suo status di punto di riferimento della consorteria all’interno dell’ente, pronto ad attivarsi per far fronte a qualsiasi richiesta dell’organizzazione criminale”.
Nella sua relazione il Prefetto sottolinea “l’impegno dell’amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani del comune, risultata aggiudicataria in via definitiva del servizio all’esito di un procedimento che si era concluso in favore di un’altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara”. Presso questa ditta sono stati assunti, con contratto sottoscritto nel gennaio 2010, Marco Antonio Giannelli e altri due sodali del clan. La stabilizzazione del rapporto di lavoro è avvenuta il 3 aprile 2013 ed ha causato l’aumento del costo annuale del servizio con un notevole aggravio per le finanze dell’Ente. Nel decreto di scioglimento si evidenzia l’inerzia dell’Amministrazione Comunale che non ha fatto nulla per “ripristinare condizioni di imparzialità e legalità nella gestione del settore”.
Dall’inchiesta giudiziaria emerge che il Provenzano, in vista delle elezioni del 2015, si mette a disposizione della Sacra Corona Unita, promettendo nuove assunzioni e il miglioramento delle condizioni lavorative degli affiliati al clan assunti nelle ditte operanti nel settore degli appalti pubblici e un innalzamento delle ore lavorative settimanali.
La Corte di Cassazione, con sentenza dell’aprile 2016, nel confermare l’ordinanza del Tribunale di Lecce relativa alla misura cautelare degli arresti domiciliari per il Provenzano, ha evidenziato il pericolo che questi possa ancora mettersi al servizio di esponenti del sodalizio criminale. Rischio derivante dalla rete di relazioni che era riuscito a creare grazie alla carica pubblica ricoperta e ai contatti con amministratori ancora in carica ritenuti vicini all’associazione mafiosa.
La Commissione di accesso agli atti ha rilevato che alloggi pubblici risultano occupati abusivamente da soggetti appartenenti al clan Giannelli. Tra questi figurano affiliati condannati con la già citata sentenza del 12 ottobre 2016. Dagli atti non emerge un’attività di effettivo contrasto alle occupazioni abusive da parte dell’Amministrazione Comunale che ha consentito “invece l’indebita fruizione di abitazioni destinate all’edilizia residenziale pubblica da parte di soggetti privi di legittimazione, tra cui figurano esponenti del locale clan. Infatti, nonostante le segnalazioni dell’ente gestore del patrimonio finalizzate sia al rilascio degli immobili che al pagamento degli oneri condominiali, è stata emessa una sola ordinanza di sgombero”, scrive il Ministro nel Decreto di scioglimento. L’ordinanza di sgombero riguarda la convivente di un ex affiliato al clan, ora collaboratore di giustizia, come specifica il Prefetto nella sua relazione in cui spiega come “l’inerzia del Comune rispetto alla problematica delle occupazioni abusive ha, pertanto, comportato che gli esponenti della locale criminalità organizzata continuassero ad occupare abusivamente gli alloggi in argomento, disattendendo, al contempo, le attese dei legittimi aventi diritto all’assegnazione, in virtù della graduatoria ufficiale risalente all’anno 2006”. La Commissione d’accesso ha evidenziato anche un’altra grave illegittimità compiuta dal sindaco nella gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Il primo cittadino Alfredo Cacciapaglia, con propria ordinanza, “ha requisito alcuni beni, destinandoli a soggetti non rientranti nella graduatoria ufficiale degli aventi titolo all’assegnazione. In questo caso tra i beneficiari della disposizione del primo cittadino figura un pregiudicato di cui sono state comprovate le frequentazioni di esponenti della locale consorteria”.
A tal proposito, scrive il Prefetto: «Dette condotte amministrative, anche del capo dell’Amministrazione locale, notoriamente viziate da illegittimità per carenza dei presupposti fattuali e normativi, costituisce ulteriore dimostrazione di come il clan abbia conseguito in concreto dei vantaggi per gli affiliati, loro familiari o soggetti legati da rapporti di frequentazione con gli stessi che potevano, al bisogno, occupare abusivamente gli alloggi senza timore di sgombero, bensì con l’avallo di esponenti della giunta comunale sempre pronti a soddisfare i bisogni e le necessità del clan”.
Il sodalizio criminale aveva allungato i suoi tentacoli pure sul settore dei servizi sociali.
“Anche la procedura per l’assegnazione di contributi economici e dei buoni lavoro relativi a prestazioni lavorative occasionali risulta viziata. Come rileva la commissione d’indagine, le prestazioni sociali in questione sono state elargite all’esito di un sorteggio pubblico svoltosi alla presenza di personale dipendente del comune ovvero di soggetti non identificati. Risultano beneficiari delle prestazioni esponenti della criminalità organizzata, loro familiari o persone ad essi legate da rapporti di frequentazione”, si legge nel Decreto Ministeriale. 
Le indagini che hanno portato alla sentenza del 12 ottobre 2016 hanno dimostrato l’interesse del capoclan alla gestione, tramite prestanome, di alcuni locali commerciali per poter investire il denaro ricavato dalle attività criminali. Gli atti giudiziari comprovano i contatti tra l’Amministrazione ed esponenti del clan per consentire la gestione di un esercizio commerciale ad uno stretto congiunto dell’associazione criminale. Questa vicenda, secondo il GIP del Tribunale di Lecce “mette in luce la conclamata capacità dell’organizzazione criminale di inquinare l’amministrazione comunale, ottenendo come contropartita del proprio sostegno elettorale ad alcuni candidati, favori di vario genere”.
Dalla verifica degli atti amministrativi adottati nel periodo gestionale 2010-2016, svolta dalla Commissione d’indagine, emergono importanti vicende amministrative in materia urbanistica, in particolar modo “quelle relative al rilascio di un permesso a costruire in variante, concesso ad una società il cui socio è un amministratore, presente in giunta anche nella consiliatura eletta nel 2010, che ha seguito la relativa procedura in violazione dell’obbligo di astensione. Gli atti della magistratura inquirente confermano la funzione svolta dal predetto amministratore – definito come l’uomo del clan all’interno dell’ente che si fa portavoce di tutte le istanze dell’associazione criminale – per favorirne gli interessi, all’indomani del sostegno elettorale assicurato dalla consorteria”.
Significativo è l’episodio verificatosi il 10 gennaio 2016 durante un incontro di calcio. Nell’occasione, alcuni tifosi parabitani inneggiavano slogan in favore del vicesindaco Giuseppe Provenzano che era stato da poco arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questi slogan venivano registrati in un video e pubblicati sul social network Facebook. 
Il Prefetto sottolinea che queste manifestazioni di solidarietà nei confronti dell’amministratore confermano la “caduta verticale” della riprovazione sociale del fenomeno che era già stata evidenziata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo nella sua relazione annuale, “costituendo un inequivocabile segnale di consenso nei confronti di esponenti interni ed esterni del clan mafioso”. In concomitanza all’evento sportivo appena menzionato si svolgeva la “marcia per la legalità” alla quale partecipavano circa 400 cittadini, tutti i consiglieri di minoranza e tre consiglieri di maggioranza. Non passavano inosservate le assenze del sindaco e di alcuni assessori.
Nella sua relazione il Prefetto denuncia l’esistenza di “un ‘sistema’ dove i medesimi soggetti partecipano, beneficiandone, ad uno scambio politico-mafioso che ha avuto il proprio terreno di coltura nel clima di intimidazione generato dall’associazione e nell’abbassamento del livello di guardia rispetto a condotte antigiuridiche, financo conniventi con gli interessi del clan”.
Il rappresentante del Governo punta il dito anche sulla “sostanziale passività della cittadinanza che quasi inesorabilmente sembra accettare o rassegnarsi alle disinvolte gestioni della cosa pubblica poste in essere dalla Amministrazione, sempre attenta alle esigenze del clan malavitoso locale ed ai suoi appartenenti che a sua volta assicura ogni forma di supporto, da quello elettorale alle altre insite nella cattiva gestione amministrativa dell’Ente”.
A tal proposito, il GIP Alcide Maritati, nell’ordinanza del 14 dicembre 2015, faceva riferimento ad un episodio emblematico, riguardante la pubblicazione sulla propria bacheca Facebook da parte del Giannelli del seguente commento: «Andate a zappare tutti la vittoria è nostra».
“I cittadini, infatti, sono stati posti al corrente che ora il clan GIANNELLI non è più solo in grado di operare nelle tradizionali attività illecite, controllandone i relativi mercati ed autori, ma è in grado anche di fare affari direttamente con la pubblica amministrazione, grazie all’infedeltà istituzionale di uomini disposti ad asservire la funzione pubblica agli interessi del clan mafioso, in cambio del suo sostegno quanto meno elettorale”, scrive il Giudice per le Indagini Preliminari nel provvedimento custodiale.
Lo scellerato patto politica-mafia era così solido e radicato sul territorio che veniva pubblicizzato anche sui social al fine di trasmettere chiari messaggi alla popolazione che doveva sapere “che l’organizzazione criminale era in grado di controllare ‘pezzi’ importanti delle istituzioni pubbliche, evidentemente nei confronti della stessa riverenti e riconoscenti”, chiosa il Prefetto.
I riscontri della Commissione d’indagine e gli atti giudiziari confermano che i favori dell’Amministrazione erano indirizzati non solo agli affiliati al clan, ma anche ai loro familiari e ad altri soggetti vicini all’organizzazione criminale che beneficiavano di una serie di occupazioni abusive di alloggi popolari, erogazioni di contributi economici e voucher-buoni lavoro, assunzioni presso una società ed opportunità economico- imprenditoriali.
“In sostanza l’Amministrazione diveniva una sorta di distributore, a disposizione dell’organizzazione criminale per le diverse tipologie di benefici ad essa assicurati, chiaro segnale di una inequivocabile influenza del clan sulla vita dell’ente”, scrivono i Commissari nella relazione consegnata nelle mani del Prefetto il 14 ottobre 2016.
“Sia dagli accertamenti effettuati dall’organo ispettivo sia dalle risultanze giudiziarie emerge una fitta rete di parentele, di affinità, di contiguità, di connivenze e assidue frequentazioni di amministratori locali con soggetti appartenenti all’organizzazione criminale che getta una luce di diffusa ed incontrollabile illegalità nell’ambito dell’amministrazione comunale”.
La sentenza del Tribunale di Lecce, emessa il 12 ottobre 2016, ha riconosciuto la pervasiva influenza dell’organizzazione mafiosa che “ha determinato dunque un quadro di palese alterazione delle libere elezioni degli organi elettivi del Comune per la conseguente capacità di compromettere il buon andamento della cosa pubblica, il regolare funzionamento dei servizi ed il libero esercizio dei diritti civili, minando così il sereno svolgimento dell’attività dell’intero apparato amministrativo”.
Il Tribunale di Lecce, Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari, evidenzia “l’enorme valenza anche simbolica del controllo che il clan ha via via conquistato di parte delle istituzioni cittadine, avendo il Giannelli ed i suoi uomini supportato (in maniera pubblica e palese) la campagna elettorale e l’elezione di alcuni esponenti politici locali che attualmente ricoprono peraltro cariche di assoluto prestigio(assessore e vicesindaco), la cui vicinanza al consesso malavitoso è di dominio pubblico e non fa che accrescere la fama di potenza dell’associazione sul territorio e nel consesso sociale nel quale la stessa opera e prospera”.
Nelle motivazioni della sentenza si legge che “lo spessore criminale dell’organizzazione mafiosa in oggetto è stato rivelato dalla conclamata capacità di inquinare l’Amministrazione comunale, ottenendo, come contropartita del proprio sostegno elettorale ad alcuni candidati, ‘favori’ di vario genere(assunzioni e vantaggi in rapporti di lavoro già in essere), nonché contributi di carattere economico a beneficio del sodalizio, dei singoli associati e dei sodali detenuti in carcere”.
È importante ricordare che la Cassazione Penale, nel confermare gli arresti domiciliari al Provenzano, ha ricordato la “palese messa a disposizione del ruolo della funzione pubblica rivestito dal Provenzano e il rafforzamento del prestigio e della capacità intimidatoria del clan proprio attraverso detta disponibilità dell’ente, nonché le ulteriori utilità per il gruppo criminale quali il sostentamento degli affiliati, il contributo alla sistemazione lavorativa dei suoi membri”.
La Suprema Corte puntualizza che “la composizione del sodalizio era soggettivamente più vasta di quella oggetto dell’indagine e che anche altri amministratori erano in qualche modo vicini al gruppo in questione”, evidenziando non solo la necessità della misura cautelare nei confronti del vicesindaco, ma anche il condizionamento di più amministratori locali.
Il Prefetto conclude la sua relazione scrivendo: «Non sembra residuare alcun dubbio, pertanto, sulla pervasiva influenza dell’organizzazione mafiosa, emersa chiaramente dal “sistema” di favori di cui questa godeva da parte dell’Amministrazione (contributi, voucher lavori, assunzioni, tolleranza delle occupazioni abusive, spazio commerciali ed economici), nonché dal quadro di collegamenti, diretti e indiretti, e di palese alterazione della libera elezione degli organi elettivi del Comune di Parabita con conseguente capacità del clan di compromettere, attraverso il sostegno elettorale ed il successivo condizionamento, il buon andamento della cosa pubblica, il regolare funzionamento dei servizi ed il libero esercizio dei diritti civili.
Ad avviso dello scrivente, detto patologico sistema ha minato il sereno svolgimento dell’attività dell’intero apparato amministrativo, determinando altresì un pregiudizio dell’ordine e della sicurezza pubblica a causa del pieno e pressoché incontrastato controllo sul territorio esercitato dal sodalizio mafioso operante sul territorio in questione.
Ciò trova conferma, come più volte ribadito, anche nel rassegnato atteggiamento della cittadinanza, assolutamente inibita da qualsiasi tentativo di partecipazione alla gestione della cosa pubblica da quel complesso ed articolato sistema affaristico reso ancor più efficace dalla asfissiante presenza del clan, sempre pronto ad impedire, in una sorta di attività di mutuo soccorso con l’Amministrazione, il regolare e sereno svolgimento delle funzioni amministrative per l’erogazione dei servizi ed in ultima analisi delle stesse dinamiche democratiche ad esse sottese.
Per le riferite ed ampiamente descritte circostanze, lo scrivente, anche alla luce delle risultanze delle attività svolte dalla Commissione d’indagine, conferma l’assoluta necessità di procedere allo scioglimento dell’Amministrazione comunale di Parabita, ex art. 143 del Testo unico degli enti locali”.
Richiesta pienamente accolta dal Ministro dell’Interno che chiude così la sua relazione deliberata dal Consiglio dei Ministri: «Ritengo, pertanto, che ricorrano le condizioni per l’adozione del provvedimento di scioglimento del consiglio comunale di Parabita (Lecce), ai sensi dell’art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
In relazione alla presenza ed all’estensione dell’influenza criminale, si rende necessario che la durata della gestione commissariale sia determinata in diciotto mesi».
Era dal 1991 che nel Salento non veniva sciolto un comune per infiltrazione mafiosa. Il 30 settembre di quell’anno era toccato a Surbo e a Gallipoli. Ciò che è accaduto a Parabita testimonia l’esistenza di clan legati a famiglie storiche della Sacra Corona Unita, organizzazione criminale duramente colpita dall’azione di Magistratura e Forze dell’Ordine ma che trova sempre la forza di rigenerarsi cambiando soprattutto strategia, cercando di non fare rumore per non attirare l’attenzione degli inquirenti e puntando ad infiltrarsi nelle amministrazioni locali e nel sistema economico per fare affari. Una mafia meno militare e più manageriale che mira al mondo della politica. Per mantenere integerrime le Istituzioni è necessario che chi si candida a ricoprire cariche pubbliche non stringa patti elettorali-mafiosi per essere eletto. Questo è un principio fondamentale per garantire democrazia, libertà e sviluppo al territorio.

Fine seconda parte

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IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  Considerato che nel comune di Parabita (Lecce) gli organi  elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 31 maggio 2015;
  Considerato che,  dall'esito  di  approfonditi  accertamenti,  sono emerse forme di ingerenza della criminalità  organizzata  che  hanno esposto l'amministrazione a pressanti condizionamenti, compromettendo il buon andamento e l’imparzialità dell’attività comunale;
  Rilevato,   altresì,   che   la   permeabilità    dell'ente    ai condizionamenti esterni della criminalità  organizzata  ha  arrecato grave pregiudizio agli interessi della collettività e ha determinato la perdita di credibilità dell'istituzione locale;
  Ritenuto che, al fine di porre rimedio  alla  situazione  di  grave inquinamento  e  deterioramento  dell'amministrazione   comunale   di Parabita,  si  rende  necessario  far  luogo  allo  scioglimento  del
consiglio comunale e disporre il  conseguente  commissariamento,  per rimuovere tempestivamente gli effetti pregiudizievoli per l'interesse pubblico e per assicurare il risanamento dell'ente locale;
  Visto l'art. 143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267;
  Vista la proposta del Ministro dell'interno, la  cui  relazione  è allegata al presente decreto e ne costituisce parte integrante;
  Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri,  adottata  nella riunione del 17 febbraio 2017;

                              Decreta:

                               Art. 1

  Il consiglio comunale di Parabita (Lecce) è sciolto.

Art. 2 
 
  La gestione del comune di Parabita  (Lecce)  è  affidata,  per  la durata di diciotto mesi, alla commissione straordinaria composta da: 
  - dott. Andrea Cantadori, viceprefetto; 
  - dott. Gerardo Quaranta, viceprefetto; 
  - dott. Sebastiano Giangrande, dirigente di II fascia. 
 
 Art. 3 
 
  La commissione straordinaria per la  gestione  dell'ente  esercita, fino all'insediamento degli organi ordinari  a  norma  di  legge,  le attribuzioni spettanti al  consiglio  comunale,  alla  giunta  ed  al sindaco nonché' ogni altro potere ed incarico connesso alle  medesime cariche. 
    Dato a Roma, addi' 17 febbraio 2017 
 
Allegato

                   Al Presidente della Repubblica

    Nel comune di Parabita (Lecce) sono state  riscontrate  forme  di ingerenza  da  parte  della  criminalità   organizzata   che   hanno
compromesso la libera determinazione e l’imparzialità  degli  organi eletti nelle consultazioni amministrative del 31 maggio 2015, nonché' il  buon  andamento  dell'amministrazione  ed  il  funzionamento  dei servizi.
    Le  risultanze  di   un'inchiesta   giudiziaria   hanno   portato all'esecuzione di un'ordinanza  di  custodia  cautelare  in  carcere, emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Lecce il 14 dicembre 2015, nei confronti di 22 persone - tra  cui  un consigliere  che  ha  rivestito,  fino  all'arresto,  le  cariche  di vicesindaco ed assessore del comune di Parabita -ritenute  affiliate, a vario titolo, all'organizzazione mafiosa denominata  «sacra  corona unita», operante nel comune ed in altre città limitrofe.
    I destinatari  del  provvedimento  sono  accusati  dei  reati  di associazione mafiosa, di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, di detenzione illegale di armi  comuni  da  sparo,  di  estorsione  e corruzione con l'aggravante della modalità mafiosa.
    Il 21 aprile  2016,  nel  corso  di  una  riunione  del  Comitato provinciale per l'ordine e  la  sicurezza  pubblica,  il  Procuratore della Repubblica ha comunicato gli sviluppi processuali della vicenda giudiziaria, informando i presenti che il Tribunale di Lecce, Sezione Riesame, aveva disposto,  nei  confronti  del  citato  amministratore comunale l'applicazione della misura  degli  arresti  domiciliari  in luogo della detenzione in carcere,  poi  confermata  dalla  Corte  di Cassazione.
    Il quadro investigativo delineato dagli inquirenti - che peraltro ha trovato conferma in fonti di prova - ha fatto emergere il  rischio di una potenziale  compromissione  delle  istituzioni  locali  e  del tessuto socio economico comunale, da cui e'  scaturita,  con  decreto del Prefetto di Lecce del 18 luglio 2016,  una  mirata  attività  di accesso nel comune, ai sensi dell'art.  143,  comma  2,  del  decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (TUOEL).
    La commissione incaricata degli  accertamenti  ha  depositato  le proprie conclusioni, sulle cui risultanze il Prefetto - sentito nella seduta del 21 ottobre 2016 il Comitato provinciale per l'ordine e  la sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione  del  Procuratore della Repubblica, ha redatto l'allegata  relazione  del  28  novembre 2016, che costituisce parte integrante della  presente  proposta,  in cui si da' atto della sussistenza di concreti,  univoci  e  rilevanti elementi su collegamenti diretti ed  indiretti  degli  amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme  di condizionamento degli stessi, riscontrando pertanto i presupposti per l'applicazione delle misure di cui al citato art. 143.
    Alcune sentenze della magistratura hanno acclarato,  negli  anni, la presenza operativa sul territorio comunale e su quello dei  comuni contermini di un'articolazione della «sacra corona unita», dotata  di autonomia operativa e facente capo ad un soggetto, stretto  congiunto del leader storico della consorteria locale, il quale sta  scontando,
in regime di 41-bis del codice penale, una condanna all'ergastolo.
    Il gruppo criminale amministra, in quel territorio, le  attività illecite del clan  che,  nel  tempo,  si  sono  espanse  rispetto  ai tradizionali settori del traffico di stupefacenti e delle estorsioni, inserendosi  nei  circuiti  dell'economia  legale,  anche  attraverso l'infiltrazione   criminale    negli    apparati    della    pubblica amministrazione.
    Gli ultimi sviluppi giudiziari - ed in  particolare  le  pronunce del Tribunale di Lecce, di cui la più recente è dell'ottobre 2016 - hanno affermato con assoluta chiarezza la  conclamata  capacità  del gruppo mafioso di inquinare l'amministrazione comunale  di  Parabita, nonché'  l’abilità  criminale  della  consorteria  nell'imporre   il controllo pieno del territorio, attraverso l'intimidazione.
    La situazione generale del comune è stata,  peraltro,  descritta nella  Relazione  annuale  sulle  attività  svolte  dal  Procuratore nazionale e dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, del febbraio 2016, riferita al periodo 1° luglio 2014-30 giugno 2015.  In particolare, nella relazione si da' atto della perdurante attività - anche nel territorio  comunale  -  di  un  gruppo  criminale  che  ha incrementato la propria azione malavitosa a seguito della  condizione di libertà, tra gli altri, del predetto stretto congiunto del leader storico del clan al cui gruppo è riconosciuta una sorta di autonomia operativa per il  rispetto  dovuto  proprio  all'esponente  «storico» della «sacra corona unita».
    Anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche  straniere,  in  un incontro che si è svolto a Lecce nel febbraio 2016, ha avuto modo di sottolineare i segnali di una allarmante modifica del rapporto  della società  civile  con  la  criminalità  mafiosa,  cui  consegue  una crescente    sottovalutazione    della    pericolosità    di    tali organizzazioni, che determina la caduta verticale della  riprovazione sociale nei confronti del fenomeno, con conseguente utilizzazione dei servizi offerti dagli stessi sodalizi o dai singoli associati.
    Le consultazioni amministrative del 31 maggio 2015 hanno  portato alla conferma del sindaco uscente,  mentre  il  vicesindaco-assessore aveva  già  svolto  le   funzioni   assessorili   nella   precedente consiliatura. Ed è proprio la figura di quest'ultimo  amministratore che   emerge   all'interno   dell'amministrazione,   quale    veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base  -  come evidenziato nella stessa ordinanza di custodia cautelare del dicembre 2015 - di un vero e proprio patto  di  scambio  politico-mafioso,  in forza  del  quale  l'amministratore,   pur   non   essendo   inserito
organicamente nel sodalizio, di fatto, si è  dimostrato  a  completa disposizione  dello  stesso   fornendo   un   contributo   specifico, consapevole e volontario,  oltre  che  continuativo,  ai  fini  della conservazione e  del  rafforzamento  della  capacità  operativa  del gruppo.
    Quanto  al  voto  di  scambio,  emerge   dalle   indagini   della
magistratura inquirente che il clan ha  pubblicamente  e  palesemente sostenuto - attraverso il vertice malavitoso locale ed i suoi  uomini - la campagna  elettorale di alcuni esponenti politici locali, tra cui il predetto amministratore che, in cambio, si è reso disponibile  ad esaudire le richieste della criminalità organizzata.
    Nella richiamata recente sentenza dell'ottobre 2016, il Tribunale evidenzia   come   la   disponibilità   manifestata   dallo   stesso amministratore nei confronti del clan sia rivelatrice di  un  pesante condizionamento mafioso del comune, tanto da  integrare  gli  estremi del concorso esterno in associazione mafiosa e non  solo  quelli  del reato di cui all'art. 416-ter del codice penale.
    Rileva, in tal senso, la circostanza che lo stesso amministratore si sia autodefinito santo in Paradiso  dell'associazione  malavitosa, in tal modo palesando il suo status di  punto  di  riferimento  della consorteria all'interno dell'ente, pronto ad attivarsi per far fronte a qualsiasi richiesta dell'organizzazione criminale.
    Il patto elettorale tra il locale sodalizio  e  l'amministrazione è risultato evidente in occasione delle esternazioni del vertice del clan che ha commentato, in rete, la vittoria  -  nel  maggio  2015  - della  lista  facente  capo  all'attuale  sindaco  con  parole   che, inequivocabilmente,  attestano  il  legame   tra   il   sodalizio   e l'istituzione comunale.
    Nella richiamata ordinanza vengono individuati  gli  episodi  che concretizzano il ruolo  dinamico  e  funzionale  svolto  vicesindaco, allorché' ha  favorito  le  assunzioni  dei  sodali,  contribuendo  a migliorare le condizioni lavorative di  associati  assunti  da  ditte operanti  nell'ambito  di  appalti  pubblici,  fungendo  altresì  da factotum amministrativo del clan.
    In    particolare,     il     Prefetto     descrive     l'impegno dell'amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la  raccolta  dei  rifiuti  solidi  urbani  nel  comune, risultata aggiudicataria in via definitiva del servizio all'esito  di un procedimento che si era concluso in favore di un'altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara.
    E' significativo che presso la citata ditta, che  tuttora  svolge la propria attività per l'ente in forza di numerose proroghe,  siano stati assunti - con contratto stipulato già nel gennaio  2010,  poco prima dell'insedi amento del  sindaco,  al  suo  primo  mandato  -  il vertice della locale organizzazione criminale, stretto congiunto  del leader storico della consorteria di cui si è  già  fatto  menzione, nonché' due sodali della consorteria.
    La stabilizzazione del rapporto di lavoro con i tre esponenti del clan è avvenuto  il  successivo  3  aprile  2013  ed  ha  comportato l'aumento del costo annuale del servizio.
    In relazione a tanto, l'attuale amministrazione comunale  non  ha avviato   iniziative   finalizzate   ripristinare    condizioni    di imparzialità e legalità nella gestione del settore.
    Risulta,  invece,  dagli  esiti  dell'inchiesta  confluiti  nella sentenza del Tribunale di Lecce dell'ottobre 2016, la  disponibilità del vicesindaco-assessore,  in  vista  delle  elezioni  del  2015,  a mettere a disposizione della sacra corona unita la  propria  funzione pubblica,  con  promesse  di  nuove  assunzioni,  di  migliorare   le condizioni  lavorative  di  associati  assunti  da   ditte   operanti nell'ambito di appalti  pubblici  e  di  un  innalzamento  delle  ore lavorative settimanali.
    E' emblematica la circostanza che la  Corte  di  Cassazione,  con sentenza dell'aprile 2016, nel confermare l'ordinanza  del  Tribunale di Lecce relativa alla misura cautelare  degli  arresti  domiciliari, abbia evidenziato il rischio che l'amministratore  -  in  virtu'  del ruolo pubblico svolto e per  la  rete  di  rapporti  intessuti  nello svolgimento della propria funzione - potesse  continuare  a  favorire esponenti del sodalizio  criminale,  grazie  anche  ai  contatti  con amministratori   ancora   in   carica   e   indicati   come    vicini all'associazione mafiosa.
    L'ente non ha  svolto  un'effettiva  attività  di  contrasto  al fenomeno dell'occupazione abusiva degli edifici pubblici, consentendo invece l'indebita  fruizione  di  abitazioni  destinate  all'edilizia residenziale pubblica da parte di soggetti privi  di  legittimazione, tra cui figurano esponenti del locale clan.  Infatti,  nonostante  le segnalazioni dell'ente gestore  del  patrimonio  finalizzate  sia  al rilascio degli immobili che al pagamento degli oneri condominiali, è stata emessa una sola ordinanza di sgombero.
    La  commissione  d'accesso  ha  anche  segnalato  un'altra  grave illegittimità nella gestione degli alloggi di edilizia  residenziale pubblica da parte del sindaco il quale,  con  propria  ordinanza,  ha requisito alcuni beni, destinandoli a soggetti non  rientranti  nella graduatoria ufficiale degli aventi titolo all'assegnazione. In questo caso tra i beneficiari della disposizione del primo cittadino  figura un pregiudicato di cui sono state  comprovate  le  frequentazioni  di esponenti della locale consorteria.
    Anche la procedura per l'assegnazione di contributi  economici  e dei  buoni  lavoro  relativi  a  prestazioni  lavorative  occasionali risulta  viziata.  Come  rileva   la   commissione   d'indagine,   le prestazioni sociali in questione sono state elargite all'esito di  un sorteggio pubblico svoltosi alla presenza di personale dipendente del comune ovvero di soggetti  non  identificati.  Risultano  beneficiari delle prestazioni  esponenti  della  criminalità  organizzata,  loro familiari o persone ad essi legate da rapporti di frequentazione.
    Nel corso delle indagini che hanno portato alla recente sentenza del 12 ottobre  2016  è  emerso  l'interesse  del  capo  clan  alla gestione, per il tramite di prestanome, di alcuni locali  commerciali al fine di investire il denaro proveniente dalle attività illecite.
    Dagli atti in possesso degli inquirenti emergono in particolare i contatti intercorsi tra l’amministrazione ed esponenti del clan, finalizzati a garantire la gestione di un esercizio commerciale da parte di uno stretto congiunto di un affiliato   alla   locale consorteria.
    La vicenda, secondo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale  di  Lecce  mette   in   luce   la   conclamata   capacità dell'organizzazione   criminale   di   inquinare    l'amministrazione comunale,  ottenendo  come   contropartita   del   proprio   sostegno elettorale ad alcuni candidati «favori» di vario genere.
    Significativo è l’episodio  accaduto  il  10  gennaio  2016  in occasione di un incontro di' calcio presso il campo sportivo comunale quando un gruppo  di  tifosi  ha  inneggiato  slogan  in  favore  del vicesindaco che era stato da  poco  raggiunto  dal  provvedimento  di custodia cautelare in carcere, per concorso esterno  in  associazione mafiosa di cui si è trattato.  Grave e'  la  circostanza  che  tali iniziative siano state postate su una delle principali reti sociali.
    Il Prefetto evidenzia  come   le   manifestazioni   in   favore dell'amministratore   confermino   la   «caduta   verticale»    della riprovazione sociale  del  fenomeno  che  era  stata  rilevata  dalla Direzione  nazionale  antimafia  e  antiterrorismo,  costituendo   un inequivocabile segnale di consenso nei confronti di esponenti interni ed esterni del clan mafioso.
    Il Prefetto rileva anche che alla «marcia per la legalità»,  che si è svolta a Parabita in concomitanza con l'incontro calcistico  ed alla  quale  erano  presenti  i  consiglieri  di  minoranza   e   tre consiglieri di maggioranza,  non  hanno  partecipato  il  sindaco  ed alcuni assessori.
    Tra  le  condotte  antigiuridiche  segnalate  dalla   commissione d'accesso, particolare valenza assumono alcune vicende amministrative in materia urbanistica e, più  specificamente,  quelle  relative  al rilascio di un permesso a costruire  in  variante,  concesso  ad  una società il cui socio e' un amministratore, presente in giunta  anche nella consiliatura eletta  nel  2010,  che  ha  seguito  la  relativa procedura in violazione dell'obbligo di astensione  di  cui  all'art. 78, comma 3, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
    Gli atti della magistratura  inquirente  confermano  la  funzione svolta dal predetto amministratore - definito come  l'uomo  del  clan all'interno dell'ente  che  si  fa  portavoce  di  tutte  le  istanze dell'associazione  criminale   -   per   favorirne   gli   interessi, all'indomani del sostegno elettorale assicurato dalla consorteria.
    Le vicende analiticamente esaminate e  dettagliatamente  riferite nella relazione del Prefetto di Lecce,  con  particolare  riferimento allo scenario investigativo  e  agli  ulteriori  riscontri  derivanti dalle fonti  tecniche  di  prova,  hanno  evidenziato  una  serie  di condizionamenti nell'amministrazione comunale di  Parabita,  volti  a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che  determinano  lo svilimento e la  perdita  di  credibilità  dell'istituzione  locale, nonché' il pregiudizio degli interessi della collettività,  rendendo necessario l'intervento dello Stato  per  assicurare  il  risanamento dell'ente.
    Ritengo, pertanto, che ricorrano le condizioni per l'adozione del provvedimento di scioglimento  del  consiglio  comunale  di  Parabita (Lecce), ai sensi dell'art. 143 del  decreto  legislativo  18  agosto 2000, n. 267.
    In  relazione  alla  presenza  ed  all'estensione  dell'influenza riminale,  si  rende  necessario  che  la  durata   della   gestione commissariale sia determinata in diciotto mesi.
      Roma, 15 febbraio 2017

                                    Il Ministro dell'interno: Minniti



 
 
                             MATTARELLA 
 
                                  Gentiloni Silveri,  Presidente  del
                                  Consiglio dei ministri 
 
                                  Minniti, Ministro dell'interno 
 
Registrato alla Corte dei conti il 24 febbraio 2017  Interno, fog. n. 385 





















Penale Sent. Sez. 6 Num. 18448 Anno 2016 Presidente: CONTI GIOVANNI Relatore: GIANESINI MAURIZIO Data Udienza: 08/04/2016

RITENUTO IN FATTO

1. Il difensore di Giuseppe PROVENZANO ha proposto ricorso per Cassazione contro l'ordinanza con la quale il Tribunale di LECCE, in sede di riesame, ha accolto parzialmente il ricorso contro l'ordinanza del Gip della stessa città e ha sostituito la misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari con divieto di comunicazione.

1.1 II PROVENZANO è sottoposto ad indagine per il reato di cui agli artt. 110 cod. pen. e 416 bis, cod. pen. per aver collaborato, nella sua qualità di assessore al Comune di Parabita, alla realizzazione dei fini della associazione mafiosa di cui alla imputazione cautelare fornendo un contributo significativo costituito dall'interessamento per l'assunzione di alcuni sodali come operatori ecologici e dal versamento di somme di denaro finalizzate a garantirsi il sostegno del sodalizio mafioso nelle elezioni amministrative del maggio 2015.

2. Il difensore ha dedotto quattro motivi di ricorso.

2.1 Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 309, comma 5 e 10 del codice di rito; l'ordinanza impugnata, infatti, ha utilizzato una intercettazione ambientale che non era mai stata trasmessa né al Gip che ha emesso la misura né al Tribunale, come del resto riconosciuto anche dalla stessa ordinanza oggetto del ricorso, con conseguente inefficacia della misura cautelare ex art. 309, comma 5 e 10 cod. proc. pen. .
2.2 Con il secondo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 273 cod. proc. pen. in tema di gravi indizi di colpevolezza; le dichiarazioni di accusa di Massimo DONADEI, infatti, erano smentite da acquisizioni documentali e prive in ogni caso di elementi di riscontro, sia generali che individualizzanti mentre le intercettazioni tra presenti all'interno della autovettura di Orazio MERCURI non erano riferibili con certezza al ricorrente che in ogni caso non vi aveva partecipato, erano fortemente sospette di non veridicità, erano state fraintese, nel loro effettivo significato, dal Tribunale, specie sul punto dei contributi economici elargiti dall'imputato ed erano state interpretate al di fuori del contesto specifico in cui le relative frasi erano state pronunciate; quanto poi all'interessamento del PROVENZANO per l'assunzione di alcuni sodali o di loro congiunti come operatori ecologici, il ricorrente ha specificato che il servizio di nettezza urbana del Comune di Parabita era gestito dalla Provincia di LECCE e che quindi il Provenzano non aveva alcun potere di interferire nella relativa gestione.

2.3 Con il terzo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 416 bis cod. pen. specificamente sul punto del concorso esterno in associazione mafiosa; il ricorrente ha contestato che nel territorio del Comune di Parabita fosse presente un clan mafioso per conto del quale il PROVENZANO avrebbe esercitato la sua funzione politica dato che Marco GIANNELLI, indicato come responsabile del sodalizio mafioso, era stato poi assolto dal Gip di LECCE e Orazio e Fernando MERCURI erano soggetti incensurati fino alla emissione della misura cautelare in questione, così che in effetti il PROVENZANO era del tutto all'oscuro del fatto che tali soggetti fossero mafiosi e si era trovato tutt'al più in una situazione di mera vicinanza ed amicizia personale con il solo Fernando MERCURI, come tale del tutto inidonea a realizzare la fattispecie materiale e psicologica del concorso esterno in associazione mafiosa.

2.4 Con il quarto motivo, infine, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 274 cod. proc. pen.; il Tribunale non aveva sufficientemente considerato che il PROVENZANO si era dimesso da ogni incarico amministrativo ricoperto, era totalmente incensurato ed esente da altri procedimenti penali in corso, così che difettava la dimostrazione non solo della concretezza del pericolo cautelare individuato dal Tribunale ma anche la sua attualità.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato e va rigettato, con condanna del ricorrente alle spese processuali.

1.1 Il primo motivo di ricorso è palesemente infondato; l'intercettazione ambientale cui fa riferimento il ricorrente, quella tra Donato MERCURI e il fratello Fernando del 2 aprile 2015 presso la casa circondariale di SULMONA è in realtà presente in atti (e non potrebbe essere altrimenti, dato che il Tribunale ne ha riportato per esteso il contenuto trattando della posizione di Donato MERCURI a ff. 19 e segg. della motivazione) sotto forma di stralci della stessa riportati nella informativa conclusiva redatta dal ROS dei carabinieri di Lecce il 13 maggio 2015. In realtà, il ricorrente lamenta che il testo della conversazione in esame non sia stato trasmesso al Gip e poi al Tribunale nella sua integralità ma a tale osservazione non possono che essere opposte le considerazioni svolte dal Tribunale di Lecce che ha rigettato l'eccezione richiamando, per un verso, la copiosa giurisprudenza di legittimità secondo la quale non sussiste a carico del pubblico ministero l'onere di trasmettere, prima al giudice per le indagini preliminari e poi al tribunale in sede di riesame, tutti gli atti di indagine nella loro, in quanto l'organo dell'accusa è legittimato a selezionare il materiale indiziario da sottoporre al vaglio del giudice, mentre l'obbligo di una trasmissione integrale e completa sussiste solo per gli elementi a favore dell'imputato (da ultimo, Cass. sez. 1 del 25/11/2009 n. 47353, Rv 245636 che conferma Cass. sez. 2 del 6/2/2008 n. 12080, Rv 239739, oltre a quelle indicate nella motivazione del Tribunale), per l'altro, l'altrettanto univoca affermazione che il termine "elementi" contenuto nel testo dell'art. 291, comma 1 cod. proc. pen. Richiamato dall'art. 309, comma 5 cod. proc. pen. Comprende non solo atti integrali ma anche stralci di essi, il che non impedisce il contraddittorio, che comunque si sviluppa sulla valutazione della entità e rilevanza degli elementi appunto concretamente presentati e concretamente valutati dal Gip (si veda sul punto Cass. sez. 2 del 8/2/2012 n. 6367, Rv 26266 che riafferma un principio di identico contenuto affermato precedentemente da Cass. sez. 2 del 7/6/2007 n. 26266, Rv 237266 e altre); nessuna compressione, quindi, né delle attività di controllo da parte del Gip, che valuta evidentemente solo quegli elementi che sono stati effettivamente sottoposti al suo esame, né delle prerogative della difesa che è ammessa, come si è detto, ad un contraddittorio pieno ed integrale sugli stessi elementi sui quali si è precedentemente soffermata la valutazione del Giudice per le indagini preliminari.

1.2 II secondo motivo di ricorso è infondato; le censure difensive svolte nella prima parte dello specifico motivo in trattazione, infatti, non colgono nel segno quando criticano il giudizio di attendibilità dato dal Tribunale in lunghe pagine della motivazione alle dichiarazioni di Massimo DONADEI che, secondo il ricorrente, avrebbero trovato positiva smentita, dal momento che è lo stesso Tribunale a riconoscere che le stesse difettavano dei necessari riscontri individualizzanti; al contrario, il fondamento della gravità indiziaria ritenuta sussistente per il PROVENZANO si fonda su di una copiosa serie di intercettazioni ambientali riportate al punto 17 della motivazione dell'ordinanza (ff. 51-63) in ordine alle quali il ricorrente ha richiamato all'osservanza di necessari e rigorosi criteri di apprezzamento dal momento che il PROVENZANO non aveva mai partecipato alle conversazioni in questione non comparendo tra i soggetti intercettati. La motivazione del provvedimento impugnato, in realtà, ha fatto corretta applicazione di detti criteri, opportunamente ricordati dal ricorrente con il richiamo al contenuto di alcune decisioni della Corte di Cassazione che, pur non richiedendo un riscontro esterno al contenuto delle conversazioni in cui non compare il terzo estraneo evocato, sollecita comunque ad una valutazione particolarmente attenta ed approfondita. 

 Infatti il Tribunale, in primo luogo, ha motivatamente escluso che il terzo evocato nelle conversazioni fosse altra persona omonima solo nel cognome al PROVENZANO, indicando la conversazione ambientale n. 7566 del 4/4/2015 e deducendo con procedimento logico immune da vizi che proprio di Giuseppe PROVENZANO si stesse parlando; per quanto riguarda poi il merito delle conversazioni e il loro significato, va rilevato che la motivazione dell'ordinanza impugnata attribuisce alle stesse il senso che è immediatamente desumibile dal contenuto testuale delle frasi pronunciate e dalla correlazione temporale e in successione delle conversazioni stesse con un procedimento ermeneutico che non sembra tacciabile di critica e che sfocia coerentemente nel riconoscimento della esistenza di rapporti stretti e continui con il gruppo criminale oggetto della imputazione preliminare con la piena disponibilità del PROVENZANO, come ha osservato l'ordinanza impugnata, ad assicurare, grazie alla sua funzione, posti di lavoro pubblici e modifiche migliorative di contratti già in corso, oltre a contribuzioni economiche in favore della associazione stessa. 

Il ricorrente, con argomentazioni sostanzialmente tutte di merito, tutte già proposte davanti al Tribunale e tutte, nei limiti di rilevanza tipici della fase processuale nella quale l'ordinanza impugnata è stata pronunciata, convincentemente confutate, ha proposto, pur non nascondendo talora dubbi e perplessità enunciati nel corpo stesso del ricorso, una complessiva reinterpretazione della totalità delle conversazioni intercettate orientata verso il riconoscimento di rapporti di natura amicale e personale tra il PROVENZANO e i membri del gruppo criminale oggetto delle indagini e più complessivamente della irrilevanza indiziaria dei contatti e delle circostanze che emergevano dalle conversazioni intercettate ma è giocoforza riconoscere, in questa specifica sede in cui si tratta di accertare se vi siano i necessari, gravi indizi di colpevolezza richiesti dall'art. 273, comma 1 cod. proc. pen., che le osservazioni difensive, pur astrattamente suscettibili di possibili, eventuali sviluppi positivi in sede di accertamento pieno della responsabilità del PROVENZANO, non sono attualmente tali da vanificare quella "qualificata probabilità di colpevolezza" che, secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, costituisce l'essenza della nozione di gravità indiziaria sopra richiamata (si veda da ultimo, a conclusione di un percorso giurisprudenziale sostanzialmente uniforme, Cass. sez. 2 del 10/1/2003 n. 18103).


1.3 Anche il terzo motivo di ricorso è infondato; esso si articola in una sorta di tre "sottomotivi" rappresentati dalla contestazione della esistenza nel territorio di Parabita, di una associazione mafiosa con le caratteristiche indicate nel relativo capo della imputazione cautelare, della inesistenza di condotte propriamente qualificabili come di concorso esterno nella associazione criminale questione e infine nella assenza dell' elemento soggettivo derivante dalla affermata non conoscenza, da parte del PROVENZANO, della esistenza di detta associazione e dei singoli membri che ne facevano parte. Premesso che si tratta in tutti i casi di valutazioni di mero fatto che hanno già costituito oggetto di confutazione nella motivazione dell'ordinanza impugnata, si osserverà comunque, quanto alla prima prospettazione, che la motivazione dell'ordinanza si dilunga da pag. 13 a pag. 51 per dimostrare l'esistenza, nel territorio in questione, di una associazione mafiosa che costituiva parte della più ampia associazione criminale "sacra corona unita", descrivendone con cura la struttura, i componenti e le attività e che il ricorso, sul punto specifico in trattazione, è del tutto generico e immotivato dato che non si sofferma a confutare specificamente le argomentazioni e le conclusioni prese dal Tribunale. 

Quanto alla seconda prospettazione, la motivazione dell'ordinanza del Tribunale di LECCE ha dettagliatamente descritto quali siano state le condotte causalmente rilevanti per l'esistenza della associazione e per il raggiungimento dei suoi fini indicandole più e più volte nel corpo della argomentazione come quelle costituite dal sostentamento degli affiliati della associazione criminale, dal contributo alla sistemazione lavorativa di alcuni dei suoi membri e, più in generale, dal rafforzamento del prestigio e della capacità intimidatoria del gruppo criminale derivante, come osservato dal Tribunale, dalla evidente e palese messa a disposizione del ruolo della funzione pubblica rivestita dal PROVENZANO; del resto, il ricorrente non ha contestato specificamente, nel suo motivo, che gli indici di sussistenza del concorso esterno quali individuati ed elencati dal Tribunale non fossero realmente tali ma si è limitato, con prospettazioni quindi generiche e sostanzialmente immotivate, a riproporre la tesi di una mera situazione di vicinanza e di amicizia con un solo membro del gruppo che, per le ragioni già più volte ricordate, non possono certo trovare ingresso in questa specifica sede. Ad identiche conclusioni si deve giungere, infine, sul punto della affermata non conoscenza della esistenza, nel territorio di PARABITA, di una associazione criminale con i caratteri di cui all'art. 416 bis. Cod. pen.; 

il Tribunale ha convincentemente e dettagliatamente motivato circa l'infondatezza di tale prospettazione richiamando in generale l'osservazione che ben difficilmente una persona impegnata da gran tempo nella politica locale poteva ignorare che nel Comune di PARABITA operava da anni una associazione il cui elemento di spicco,   Marco Antonio GIANNELLI, con il quale il PROVENZANO risulta aver dialogato e trattato, era stato arrestato nel 2014 per il reato di associazione di tipo mafioso; il ricorrente, anche su questo punto, si è limitato a considerazioni di mero fatto osservando che il GIANNELLI era stato poi assolto ma tale elemento, evidentemente, non fornisce alcuna valenza a discolpa dato che comunque egli era stato oggetto di un provvedimento giudiziale che lo stigmatizzava, in ambito locale, come appartenente ad una associazione mafiosa. 1.4 Anche il motivo relativo alle esigenze cautelari è infondato; il Tribunale ha correttamente osservato che le condotte del PROVENZANO si erano protratte fino al maggio 2015, in epoca quindi assai recente, che la composizione del sodalizio criminale era soggettivamente più vasta di quella oggetto di indagine e che anche altri amministratori pubblici erano in qualche modo vicini al gruppo in questione, così che andava necessariamente ridimensionato il significato delle dimissioni da ogni carica pubblica del PROVENZANO e delle altre circostanze indicate dallo stesso Tribunale per sostituire con gli arresti domiciliari la misura cautelare della custodia in carcere originariamente disposta. Le considerazioni svolte nella motivazione dell'ordinanza impugnata sono dotate dei necessari caratteri di specificità e di non astrattezza e sono tali da evidenziare la sussistenza di esigenze cautelari ex art. 274 lett. c cod. proc. pen. che possono definirsi concrete ed attuali, indicate dal Tribunale, quanto al primo aspetto, nel ruolo pubblico già svolto dal PROVENZANO, nella rete di rapporti intessuti in tale funzione e nella conseguente possibilità, tutt'altro che ipotetica, che lo stesso possa continuare a favorire i soggetti ancora non individuati del sodalizio criminale in esame grazie anche ai contatti con amministratori ancora in carica e indicati come vicini alla associazione mafiosa; quanto al profilo della attualità, infine, non resta che richiamare l'osservazione del Tribunale secondo la quale le condotte del PROVENZANO si sono protratte almeno fino al maggio 2015, in epoca quindi assai prossima alla attuale. 

P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. 

Così deciso il 8 aprile 2016.

I tentacoli della Sacra Corona Unita sul Basso Salento


Foto e Video
di Antonio Nicola Pezzuto



Droga, estorsioni e rapporti con la Pubblica Amministrazione


C’è di tutto nell’indagine denominata “Coltura” portata a termine con successo dai Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Lecce. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Lecce Alcide Maritati, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, descrive ampiamente la Sacra Corona Unita degli anni Duemila. La quarta mafia, nata con una struttura verticale, adesso è costituita da vari clan che si dividono il controllo del territorio. In linea di massima questo avviene ormai in modo pacifico, ma non sempre. Sono comunque lontani gli anni Ottanta e Novanta, durante i quali tanto sangue ha macchiato il territorio salentino in seguito a lotte intestine alla mafia salentina. I “nipoti” di Pino Rogoli, oggi, prediligono gli affari silenziosi e mirano ad infiltrarsi nel tessuto economico e nelle Pubbliche Amministrazioni senza fare molto rumore per non attirare l’attenzione degli investigatori e senza mai disdegnare le vecchie attività, traffico di stupefacenti ed estorsioni su tutte.

L’inchiesta “Coltura”, che prende il nome dalla Madonna della Coltura protettrice di Parabita, comune epicentro delle indagini, racchiude tanti di quei fatti che per descriverli servirebbe un istant book più che un articolo. Ma vediamo di procedere con ordine.

Le indagini iniziano nel 2013 nei confronti del clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra Corona Unita capeggiato dal boss ergastolano Luigi Giannelli, detto “Cici Morte”. Il clan è egemone a Parabita e nei comuni limitrofi di Casarano, Matino, Collepasso, Ugento, Alezio e Sannicola.
Un forte impulso all’attività investigativa viene dato dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei che ha consentito di far luce sulle dinamiche interne al sodalizio e sulle sue attività. 
Associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata da metodo mafioso, detenzione illegale di armi comuni da sparo, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, danneggiamento seguito da incendio: di questo sono accusati, a vario titolo, i 22 indagati.
Al centro delle indagini dei Carabinieri del R.O.S. di Lecce, diretti dal Maggiore Gabriele Ventura, la figura di Marco Antonio Giannelli, chiamato “Il Direttore” dagli altri sodali, figlio del boss Luigi, ed egemone su Parabita. Di spicco anche le figure di Vincenzo Costa, “responsabile di Matino” e quella di Cosimo Paglialonga “responsabile” di Collepasso.
A parlare dell’ascesa del Giannelli all’interno del clan e della sua personalità è proprio Massimo Donadei in un interrogatorio del 13 aprile 2012: “…Con riferimento all’area di Parabita intendo precisare che oltre ai ragazzi a me direttamente riconducibili di cui ho parlato nel precedente verbale, operano anche dei ragazzi legati a Marco Giannelli che, sebbene non affiliato, in quanto figlio del capo clan Luigi Giannelli ha l’autorità di avere un suo gruppo di ragazzi e di intervenire nelle scelte principali della vita del clan, la cui direzione operativa è però affidata a me. I ragazzi di Giannelli Marco, tutti non affiliati, sono Adriano ed Alessio Giannelli, Matteo Toma, fratello di Biagio, e Romano Emiliano. Tutti operano unicamente nel settore dello spaccio di stupefacenti. Con riguardo a Marco Giannelli, devo dire che circa una decina di giorni fa, mi ha avvicinato perché, in seguito alla pubblicazione della relazione annuale dell’anno giudiziario, era stato, per il secondo anno, tirato in ballo dal procuratore Motta. Il primo anno fece una smentita con il suo legale, avvocato Laterza, ma quest’anno intendeva fare qualche azione dimostrativa che servisse a mandare un messaggio ben preciso al procuratore Motta affinché capisse che quei paesi non dovevano essere tirati in ballo. Mi disse che aveva pensato di appendere alcuni striscioni  con scritte ingiuriose sui cavalcavia delle principali arterie, quali la Lecce-Gallipoli, la Parabita-Casarano ed Alezio-Collepasso; oltre le scritte, alla base di questi striscioni ci sarebbero dovuti anche essere dei proiettili d’arma da fuoco. Mi riferì inoltre di avere parlato di questo progetto con Angelo Padovano, anch’egli a sua volta tirato in ballo nella relazione annuale, il quale, però, aveva risposto che sarebbe stato più corretto ignorare queste “provocazioni” e far finta di nulla. Posso riferire che Marco Giannelli, in alcune circostanze, si è rifornito di hashish direttamente dai Monteronesi, già a partire dal 2007-2008. Infatti, in talune circostanze, quando i miei canali di approvvigionamento ne erano sprovvisti, io mi rivolgevo a Marco che si recava con la moto a Monteroni insieme ad Angelo Padovano per approvvigionarsi di stupefacente, dato che entrambi hanno uno strettissimo rapporto con il figlio di Mario Tornese. Il rapporto tra Marco Giannelli e Angelo Padovano è strettissimo, tanto che in alcune circostanze ho capito che tra i due vi era una specie di cassa comune, nel senso che ogni qualvolta uno dei due necessitava di denaro, l’altro lo prestava. Marco Giannelli opera nel settore della sicurezza insieme ad Angelo Padovano, a persone di Nardò riconducibili al clan Dell’Anna e ad alcuni Monteronesi. A tal riguardo posso riferire che un parente del Giannelli, tale Cristiano, soprannominato MEROLA, forse anch’egli Giannelli di cognome, ha aperto un’agenzia di sicurezza ed opera in tale settore. In cambio riconosce a Marco, che gli procaccia il lavoro, un contributo mensile per il padre detenuto…”.
Marco Antonio Giannelli è già stato al centro di un’altra indagine denominata “TAM TAM”, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Lecce. In seguito a questa inchiesta è stato colpito da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altre 14 persone. Nell’occasione gli veniva contestata la partecipazione ad un’associazione di tipo mafioso fino alla data del 15 luglio 2013, per avere gestito gli affari del clan al posto del padre Luigi Giannelli, detenuto. Da questa accusa è stato assolto in primo grado. Però, come sottolinea il G.I.P. nell’ordinanza, “le indagini svolte nell’ambito del presente procedimento – effettuate nel periodo compreso tra il mese di ottobre 2014 ed i mesi di aprile/maggio 2015, dunque successivo a quello oggetto delle indagini nel procedimento “TAM TAM” – dimostrano, invece, ad avviso del giudicante, che il GIANNELLI abbia effettivamente preso parte al sodalizio mafioso con ruolo di vertice (anche perché rappresentante diretto del padre, Luigi, capo storico del gruppo e detenuto)”.
Le indagini hanno appurato il ruolo apicale di Marco Giannelli all’interno del sodalizio, tanto da impartire direttive a Orazio Mercuri, “suo vero e proprio alter ego, oltre che persona di sua estrema fiducia”. Il Mercuri oltre ad essere persona di fiducia del Giannelli gli faceva anche da autista, considerato che a quest’ultimo era stata revocata la patente. All’interno del clan agiva anche Kurtalija Besar, un albanese residente da anni a Parabita e molto abile nel gestire il traffico di sostanze stupefacenti. Questi tre soggetti, al centro delle intercettazioni del R.O.S., “costituivano, dunque, il vero e proprio nucleo centrale e decisionale del sodalizio”, come si legge nell’ordinanza. Può sembrare curioso, ma Mercuri e Giannelli lavoravano come operatori ecologici e, quelle rare volte che il Giannelli aveva voglia di andare a lavorare, era proprio il Mercuri a passare da casa per accompagnarlo.
Dalle intercettazioni ambientali emerge il grado di gerarchizzazione all’interno del sodalizio, con “doti” ovvero “gradi” assegnati in base all’esperienza criminale e alle capacità e ai meriti acquisiti. Un clan in cui il capo pretendeva il rispetto dei suoi sodali, se necessario usando anche le maniere forti: “Qua dobbiamo massacrarne qualcuno compa’, davvero Orazio…”, diceva Giannelli al Mercuri che rispondeva: “Quando vuoi, te l’ho detto…andiamo… stanno facendo i porci…”.
In un’intercettazione ambientale colta all’interno dell’autovettura del Mercuri, questi, insieme a Kurtalija e a Giannelli parla di un attentato incendiario da fare all’interno di un’abitazione di una persona di cui non facevano il nome e che doveva essere “il primo della lista”. Un attentato da compiere con modalità simile a quelle viste nel film “Gomorra”: “Ti sei visto il film Gomorra? La prima puntata quando mettono fuoco dentro ad una casa…”, diceva Marco Giannelli agli altri.
Il clan controllava il territorio e anche i semplici furti negli appartamenti, pur potendo essere compiuti da chiunque, non potevano essere perpetrati a danno di persone vicine all’associazione criminale, né dovevano creare allarme sociale per evitare che le responsabilità fossero attribuite agli appartenenti al sodalizio. Emblematica, riguardo al controllo del territorio, un’intercettazione tra Mercuri e Giannelli, in cui quest’ultimo parlava di un’estorsione da compiere ad un bar e affermava che era arrivato il momento di smettere di essere buoni e come gruppo avrebbero dovuto “purgare” tutti. Ma, cosa ancor più importante, non dovevano essere più loro ad andare a chiedere i soldi, bensì i commercianti stessi che dovevano recarsi da loro ad esigere “protezione”.
Il sodalizio era dotato di un fondo cassa in cui finivano i proventi delle attività criminose, su tutte il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, le estorsioni ed il recupero crediti operato con metodi violenti. A gestire il denaro ci pensava Marco Giannelli che teneva la contabilità dell’organizzazione aiutato da Orazio Mercuri.
In un dialogo tra il Mercuri e il Giannelli si confermano gli stretti legami tra il clan Giannelli di Parabita e quello dei fratelli Tornese di Monteroni, già emersi in altre indagini. In questo caso, però, si evidenzia un cero risentimento nei confronti dei “monteronesi” perché non si erano fatti più sentire e per la loro scarsa affidabilità dal punto di vista economico comprovata da qualche aiuto promesso e non mantenuto, a dire del Giannelli, che peraltro esclamava: “Dove ci sono quelli ci sono gli sbirri”.
Il Giannelli pretendeva ed otteneva il cosiddetto “punto” sull’attività di spaccio di sostanze stupefacenti che venivano svolte sul “suo territorio” anche dagli stessi affiliati ai quali delegava questi traffici dando loro una certa autonomia. Operando così, non aveva però piena contezza dei quantitativi di droga venduti e temeva che molti approfittassero di questa circostanza. Escogitò quindi uno stratagemma pensando di acquistare un grosso quantitativo di droga per distribuirlo esclusivamente agli affiliati interessati all’attività di spaccio, in modo da avere meglio sotto controllo le entrate e le uscite. A tal proposito contattò un suo amico brindisino che, a sua volta, aveva contattato un’altra persona che doveva dare il “via libera” all’operazione per fare arrivare lo stupefacente in breve tempo. Dalle intercettazioni emerge che il punto chiesto dal Giannelli era di 5 euro al grammo, su un grosso quantitativo di cocaina acquistato a 60 euro al grammo e venduto 75 euro al grammo.
Il clan provvedeva all’assistenza economica dei detenuti e delle loro famiglie, il cosiddetto “pensiero”, di cui beneficiavano ovviamente solo gli appartenenti a questa consorteria criminale. Come accade, per esempio, per Mercuri Donato, già condannato per associazione mafiosa, quale componente del clan Giannelli fino al novembre del 2001, con sentenza della Corte di Appello di Lecce del 6 novembre 2006, divenuta irrevocabile.
Tra le pagine dell’ordinanza spunta un’intercettazione tra i fratelli Donato e Fernando Mercuri che riguarda l’omicidio della piccola Angelica Pirtoli, barbaramente massacrata nel lontano 20 marzo del 1991 insieme a sua madre Rizzello Paola. Quello che può definirsi il più efferato crimine compiuto dalla Sacra Corona Unita ha adesso una nuova chiave di lettura e una nuova verità. I due interlocutori commentano l’arresto del loro compaesano Biagio Toma, ritenuto uno dei due esecutori materiali del duplice delitto, per il quale Mercuri Donato è stato condannato all’ergastolo come mandante. Quest’ultimo, nel corso della conversazione, confermava che gli esecutori materiali dell’omicidio erano stati Toma Biagio e De Matteis Luigi ma aggiungeva che, a differenza di quanto dichiarato da quest’ultimo in sede di processo, era stato proprio il De Matteis, indicato nel dialogo con il suo soprannome “Morte”, ad uccidere la piccola Angelica, e non il Toma. L’orribile crimine, inoltre, era stato perpetrato nello stesso momento e non alcune ore dopo l’uccisione della mamma Rizzello Paola, come aveva dichiarato il De Matteis.
Donato:è stato MORTE… invece MORTE dice che è stato TOMA, hai capito?
Fernando: sì (incomprensibile) …
Donato: (incomprensibile )…
Toma: (incomprensibile) …
Donato: invece è all’inverso, è stato MORTE ad ammazzare la bambina … in quel momento stesso…
Fernando: tutto in quel momento hanno fatto … tutto … (incomprensibile) …
OMISSIS

Questo colloquio è avvenuto in carcere tra i fratelli Mercuri il 2 aprile 2015 e dimostra l’appartenenza di entrambi al clan mafioso.
Un altro soggetto al centro delle indagini è Vincenzo Costa, detto “Cavolata”, secondo gli inquirenti appartenente al sodalizio mafioso per conto del quale viene ritenuto responsabile delle attività illecite svolte a Matino. Dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Donadei Massimo, si scopre che il Costa è molto attivo nel traffico delle sostanze stupefacenti ma “poco avvezzo a contribuire al sostentamento in carcere dei detenuti”, motivo per il quale era stato dato l’ordine dai vertici del clan di eliminarlo. Cosa che comunque non si è poi verificata. 
La presenza sul territorio del clan Giannelli, capeggiato da Giannelli Marco, è comprovata anche dalla capacità di intimidazione diffusa. La più importante attività praticata dal gruppo, cioè lo spaccio di sostanze stupefacenti, veniva praticata tramite gruppi di spacciatori. Le controversie che nascevano per il mancato pagamento di forniture di droga venivano risolte usando metodi violenti o toni intimidatori che davano buoni risultati. Questi comportamenti costituiscono delle operazioni di “recupero crediti”. Illegali, ovviamente.
I sodali temevano di essere intercettati e usavano particolare cautela nelle conversazioni telefoniche, a riprova del loro contenuto illecito. Decisivi per le indagini sono risultati i colloqui intercettati all’interno dell’autovettura di Orazio Mercuri e il dialogo avvenuto in carcere tra i fratelli Mercuri Donato e Mercuri Fernando avvenuto il 2 aprile 2015. Gli indagati per comunicare tra loro usavano molto i social network come facebook e l’applicativo whatsapp.
Un’altra figura interessante emersa dalle indagini è quella di un infermiere, Lorenzo Mazzotta, detto “Ivan”, in servizio presso il vecchio ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, amico e compaesano di un altro indagato, Cataldi Fernando. Il Mazzotta, grazie ai suoi riferimenti presso il SERT di Lecce, si adoperava per sostituire i campioni di urina del Giannelli, contaminati dall’uso abituale di sostanze stupefacenti e cercava di aggirare una serie di ostacoli di natura oggettiva e amministrativa per accelerare il rilascio della patente allo stesso Marco Antonio Giannelli, in quanto gli era stata revocata dalla Prefettura di Lecce.  
Particolarmente importante è l’intercettazione del 25 novembre 2014 captata a bordo dell’auto di Orazio Mercuri mentre parla con Fernando Cataldi e Marco Gianneli. In questo caso emerge forte il rancore dei tre nei confronti del collaboratore di giustizia Massimo Donadei e di sua madre, colpevole di intrattenere ancora contatti telefonici con il figlio. Un odio che spingeva il Cataldi a ipotizzare un attentato a danno della famiglia Donadei. In particolare le attenzioni si concentravano sulla madre di quest’ultimo tanto che il Giannelli affermava che se nulla era stato ancora fatto era per il rispetto che portava agli altri figli, Andrea, Donato e Claudio, questi ultimi due detenuti da molto tempo e anch’essi affiliati al clan Giannelli. Marco Giannelli sosteneva che Andrea Donadei gli aveva dato “carta bianca” per uccidere sua madre, cosa che comunque non era nelle intenzioni del Giannelli.
Di straordinaria rilevanza per il valore simbolico e per la rappresentazione di un elevato livello di mafiosità è il dialogo ascoltato dai Carabinieri del R.O.S. la mattina del 22 gennaio 2015, quando Orazio Mercuri e Marco Giannelli sono in macchina e commentano l’ampio risalto dato dai giornalisti della televisione e della carta stampata alla notizia dell’arresto del loro compaesano Biagio Toma, accusato di essere l’autore dell’omicidio della piccola Angelica Pirtoli e della sua mamma Paola Rizzello. Le ire dei due si abbattevano su Don Angelo Corvo che aveva osato invocare giustizia chiedendo che fossero individuati gli esecutori materiali del duplice omicidio e non solo i mandanti. Il Giannelli, furibondo, manifestava la sua intenzione di “massacrarlo” subito, ma veniva dissuaso dal Mercuri che lo consigliava di temporeggiare per evitare di attirare le attenzioni degli investigatori su di loro.
Marco: lo sai di chi è la colpa no?
Orazio: DON ANGELO …
Marco: mannaggia i morti di sua madre … questo cornuto …
Orazio: gliel’ho detto a loro, lui è … da lui è partito il tutto … l’anno scorso ti ricordi, ti ricordi l’anno scorso? Voleva sapere … ha detto sì, sono stati … i mandanti …
Marco: aspetta che passa poco poco, gli faccio buttare il sangue …
Orazio: lui ha fatto tutto … 
Marco: lo so … lui è, che poi lui intervistavano …
Orazio:  c’è anche lui sul Quotidiano…
Marco: (incomprensibile) lo hanno intervistato anche in chiesa, dentro la chiesa, questo lurdo (bestemmia) …
OMISSIS
Marco: questo cornuto … compà (incomprensibile) DON ANGELO sta scassando la minchia ogni giorno …
Orazio: da lui è partito il tutto (incomprensibile) …
Marco: con lui (incomprensibile) vorrei dargli proprio con le mani …
Orazio: no adesso … adesso risultano MA’ …
Marco: lo voglio picchiare (bestemmia) con le mani lo voglio massacrare, i morti di sua madre …
Orazio: adesso come adesso, chi va a toccarlo …
Marco: (incomprensibile) … però (bestemmia) questo vuole che decolli questa cosa … eh, va beh, perché dovrebbero prendersela con noi? Dove sta scritto?Perché?
Orazio: vengono a rompere il cazzo ogni giorno, poi vedi …
Marco: dici?
Orazio: sì …
OMISSIS
Il clan si dimostra molto aggressivo e deciso a non fermarsi davanti a niente e a nessuno e mette nel suo mirino anche l’Appuntato Scelto dei Carabinieri, Giovanni Adamo, in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Parabita e poi trasferito per motivi precauzionali. Il militare, nella conversazione intercettata, viene chiamato “Barbetta”, a causa della sua folta barba. È la mattina del 18 marzo 2015 quando il Giannelli si trova in compagnia di Besar Kurtalija, Orazio Mercuri e un altro soggetto sconosciuto. La rabbia del Giannelli nei confronti dell’Appuntato Scelto Giovanni Adamo deriva dal fatto che il Carabiniere si è “permesso” di seguire un’amica del Giannelli di nome Francesca.
“Adesso che prendo BARBETTA gli tiro un pugno in faccia … gli spacco tutti i denti …alla FRANCESCA ... ha seguito l’altra sera … gli dico io una cosa a quello, quello mi ha arrestato … non me ne frego … ma gli devo dare tanti di quei pugni in faccia … OMISSIS … se gli metto le mani addosso questa volta lo squarto (bestemmia) …”, ringhiava rabbioso il Giannelli che rimasto da solo con il Mercuri continuava con le sue esternazioni affermando che il Barbetta doveva essere “purgato”. Aggiungeva inoltre che Fernando Cataldi era a conoscenza di dove abitava il Carabiniere nel piccolo centro di Collepasso. “I morti suoi, BARBETTA lo devo spaccare in due … i morti di sua madre, ma come si permette. Mi ha fatto prendere il nervoso… l’ha seguita proprio … guarda che se lo prendo ORA’ davvero lo squarto sai?Ma io me la faccio davvero la galera (bestemmia) lo purghiamo compà. Per forza, adesso ha proprio rotto i coglioni … tanto FERNANDO mi ha detto dove sta a Collepasso, tiene la (incomprensibile) a Collepasso …”, tuonava Marco Giannelli.
Il capitolo più importante di questa vicenda è, probabilmente, quello riguardante i rapporti del clan Giannelli con Giuseppe Provenzano, all’epoca delle indagini Assessore al Comune di Parabita con delega ai Servizi Sociali e al momento dell’arresto Vice Sindaco e Assessore allo Sport.
Le indagini hanno documentato  “l’esistenza di un vero e proprio “patto politico-mafioso”, in forza del quale il Provenzano, pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio mafioso, di fatto si è dimostrato a completa disposizione di esso fornendo un contributo specifico, consapevole e volontario, oltre che continuativo ai fini della conservazione e del rafforzamento delle capacità operative del gruppo”, scrive il GIP nell’ordinanza.
È stato facile per gli investigatori risalire all’identificazione del Provenzano, in quanto, nelle intercettazioni Marco Giannelli, Orazio Mercuri, Fernando Mercuri e Fernando Cataldi lo indicano con il suo nome e cognome specificando la carica rivestita all’interno dell’Amministrazione Comunale di Parabita.
Di collusioni e connivenze tra il clan Giannelli e l’Amministrazione Comunale di Parabita, con particolare riferimento alle elezioni amministrative del 2010, aveva parlato il collaboratore di giustizia Massimo Donadei: “Durante le elezioni amministrative del 2010 il nostro gruppo ha appoggiato l’attuale sindaco Alfredo Cacciapaglia e la sua giunta. In particolare abbiamo sostenuto Biagino COI e Tommaso PROVENZANO. Dell’elezione di quest’ultimo mi sono interessato io direttamente in quanto ci eravamo accordati che il Provenzano avrebbe fatto la richiesta per far lavorare nella sua impresa edile mio fratello Claudio, all’epoca dei fatti detenuto, ed inoltre avevamo concordato che il clan avrebbe collocato gli affiliati all’interno di una serie di locali commerciali di cui era prevista l’apertura. Biagino COI, invece, è stato supportato in quanto nostro parente ed infatti, possiamo dire, che lui è l’uomo del clan all’interno dell’amministrazione e si fa portavoce di tutte le nostre istanze. Mio fratello Leonardo fu, invece, avvicinato direttamente da Alfredo Cacciapaglia che gli promise in caso di elezione dei posti di lavoro all’interno dell’impresa per la raccolta di rifiuti che opera su Parabita, cosa che effettivamente si è concretizzata ed infatti, vi lavorano Marco GIANNELLI, Orazio MERCURI, Antonio CORONESE e tale COLIZZI, figlio di un Appuntato dei Carabinieri che fa servizio a Sannicola. Inoltre, Alfredo CACCIAPAGLIA promise a mio fratello Leonardo la gestione del bar del Santuario che però non fu possibile assegnargli, ragion per cui si preoccuparono di parlare direttamente con il gestore del bar “Planet” di Parabita, sito di fronte al Comune ed a fianco all’Ufficio postale perché lasciasse la gestione a condizioni convenienti a mio fratello. Inoltre, come già era successo con la precedente amministrazione ogni anno a mio fratello Leonardo gli viene assegnata la sicurezza nel giorno della “notte bianca” con il guadagno di 5.000 euro …”.
Le intercettazioni del R.O.S. hanno corroborato le dichiarazioni di Donadei confermando il coinvolgimento del Provenzano negli affari illeciti del clan. Il suo ruolo di fiancheggiatore  del sodalizio mafioso è stato appurato dalle indagini verso la fine del mese di febbraio 2015, più esattamente la mattina del 28 febbraio quando, durante un colloquio tra Marco Giannelli, Fernando Cataldi e Orazio Mercuri, questi faceva riferimento ad un’imminente gara d’appalto, o comunque al rinnovo del servizio raccolta rifiuti, cui era interessata la ditta presso la quale lavoravano il GIANNELLI e lo stesso MERCURI come operatori ecologici. Il Giannelli ne prendeva atto e chiedeva al MERCURI di rintracciare tale “Peppe” e di dirgli che avrebbe dovuto far assumere Fernando Cataldi, per poi aumentare in seguito le ore lavorative del Mercuri e dello stesso GIANNELLI e portarle da quattro a sei, e di aggiungere che, in caso contrario, lo stesso Giannelli si sarebbe arrabbiato e non lo avrebbe fatto più vivere tranquillamente. 
I Carabinieri del R.O.S., il 4 aprile 2015, hanno la certezza che il “Peppe” o “Peppino”, di cui gli affiliati al clan parlano nelle intercettazioni è il Provenzano. Un episodio conferma in maniera lampante la convergenza di interessi tra politica e mafia. In una conversazione, Marco Giannelli chiede spiegazioni a Orazio Mercuri in merito a una discussione che era avvenuta qualche giorno prima e che riguardava Antonio Martignano, loro collega di lavoro, Fernando Mercuri, fratello di Orazio, e Giuseppe Provenzano. Il tutto nasceva dal fatto che Fernando Mercuri doveva recarsi a Sulmona per trovare suo fratello Donato che era detenuto in carcere. Per affrontare questo viaggio aveva chiesto “un contributo” di 200 euro al Provenzano. Questi aveva sempre rimpinguato le casse del sodalizio senza mai lamentarsi. Però, in questa occasione, si era risentito per una minaccia proferita nei suoi confronti da parte di Fernando Mercuri, cioè quella di non sostenerlo alle elezioni amministrative che ci sarebbero state qualche mese dopo a Parabita. In reazione a ciò, il Provenzano diceva al Giannelli quella che potrebbe essere considerata la frase simbolo di tutta l’inchiesta: “Avete perso il santo in Paradiso”. Un’espressione che testimonia i legami tra il Provenzano e il clan Giannelli.




Giannelli: ma cosa è successo con loro?

Mercuri: con loro chi?
Giannelli: con MARTIGNANO, con quello …
OMISSIS
Mercuri: io gliel’ho detto a FERNANDO, quello si è pianto lui … è andato … io gli ho detto tre giorni fa a lui: vedi che FERNANDO mi ha detto se riesci a racimolare 200 euro che sta andando da Donato … basta … glielo ha detto lunedì …
Giannelli: ORAZIO quello non è niente, lascialo perdere … la cosa brutta sai qual è? GIUSEPPE! Che abbiamo perso il santo in paradiso, lo sai no?
Mercuri: sì?
Giannelli: lo abbiamo perso … si è girato male anche con me che non c’entro un cazzo … ha detto: adesso basta MARCO, poi ha iniziato a vomitare tutto … Ha detto che Orazio è venuto a prendersi 200 euro …
OMISSIS
Giannelli: la cosa brutta che gli ha dato fastidio sai qual è? Il fatto che Fernando gli ha detto che non li vota, hai capito? Quello è stato … che le altre cose …
Mercuri: ti ho capito … tutto parte sai da chi?Da MARTIGNANO … perché gli ho detto tre giorni fa: trovameli che FERNANDO deve andare da Donato … se riuscite a recuperarli almeno per la benzina e per il viaggio… e lasciare 100 euro a lui …
Giannelli: Va bè, ma lui … quello è il male minore, hai capito? Il problema è che se l’è presa anche con me … ho detto: ohu GIUSEPPE, non mi devi rompere i coglioni … ha detto: “adesso avete perso il santo in paradiso”, ha detto “basta, non venite più a rompermi i coglioni” … io gli ho detto: “perché te la stai prendendo con me?” … OMISSIS …ha detto: “FERNANDO lì sta remando contro di me” – ha detto- …
OMISSIS
Giannelli: ORAZIO … LA COSA GRAVE è GIUSEPPE, si è girato male anche con me … gli ho detto: “ohu GIUSEPPE, ma che cazzo vuoi?” – ho detto – “cosa vuoi da me?” Ha detto: “no no basta” – ha detto – “avete perso il santo in paradiso” … ed ho detto “vai a fare in culo a tua madre” e me ne sono andato … ha detto: “adesso basta, non venite più sul comune, non cercate più un cazzo” – ha detto – “perché non vi guadagnate più un cazzo” … io gli ho detto: “fammi prima parlare” – ho detto – “ehi coglione, che io non c’entro un cazzo” … ha detto: “no no” … stava con il sangue agli occhi ORAZIO …
OMISSIS
Questa conversazione evidenzia i rapporti esistenti tra il clan mafioso e il Provenzano “nella sua veste di amministratore pubblico, appartenente allo stesso “partito” del sindaco Cacciapaglia e di altri amministratori quali il detto Coi, già descritti dal collaboratore Donadei come uomini politici assai vicini al clan Giannelli e tutori degli interessi di questo e dei suoi uomini in ambito amministrativo”, evidenzia il GIP nell’ordinanza. Emerge così un preciso accordo che prevedeva il persistente impegno del clan Giannelli nel supportare la campagna elettorale del Provenzano che si metteva a disposizione del sodalizio per ogni evenienza che potesse riguardare i rapporti con l’amministrazione comunale.
Un altro dialogo tra Orazio Mercuri e Marco Giannelli dimostra la continuativa “disponibilità” del Provenzano nei confronti del sodalizio. Ritornando a parlare della discussione da questi avuta con Fernando Mercuri, il Giannelli manifesta l’intenzione di non perdere gli utili servigi del Provenzano, con il quale vi era uno scambio reciproco di favori. A tal fine pensava di far passare qualche settimana affinché si calmassero gli animi e poi organizzare una cena per ricomporre la frattura tra i due. Comunque, Giuseppe Provenzano aveva manifestato la volontà di continuare a versare denaro nelle casse del clan, per cui Giannelli invitava l’amico ad accettare comunque il denaro nel caso glielo avesse consegnato:
OMISSIS
Giannelli: poi alla fine gliel’ho detto: “non veniamo più a chiederti niente, basta! Basta”, gliel’ho detto anche oggi, “se mi devo assoggettare anche per un favore non te ne chiedo più” … OMISSIS … ho detto “va bene, basta, però non rompete i coglioni per chiedermi qualcosa …visto che avete detto basta e basta deve essere” … ma lui si è girato per quel fatto, i soldi non li stava considerando proprio ORAZIO, quella era la cosa per cui stavano delirando … OMISSIS … deve passare una settimana, un mese, si tranquillizzano tutti e due e poi si parla … OMISSIS … se vengono prendeteli ORAZIO, se viene di sua spontanea volontà qualcuno di loro prendeteveli (bestemmia) altrimenti vanno persi … loro hanno detto che non c’è problema: “se li ho anche se viene a cercarmeli domani e li ho, glieli do” – ha detto –“non è un problema quello” … OMISSIS … adesso che si calmano a farci una mangiata tutti assieme e vedi che finisce tutto …
OMISSIS
Emblematica del patto mafia-politica una foto pubblicata sul social network facebook e divenuta di pubblico dominio prima che fosse cancellata. La foto documenta la presenza di Marco Antonio Giannelli ad una festa privata insieme a Giuseppe Provenzano al fine di pubblicizzare il candidato al consiglio regionale Roberto Coi della lista “Noi Salvini”. Questa foto trasmette alla popolazione il chiaro messaggio che il Provenzano e il candidato Coi, da lui sostenuto, fossero “sponsorizzati” dall’associazione mafiosa egemone sul territorio, rendendo evidente il potere del sodalizio, in grado di controllare “pezzi” importanti delle istituzioni pubbliche, inequivocabilmente riverenti e “riconoscenti” nei confronti del clan.
La contiguità del Provenzano con il sodalizio mafioso viene confermata anche da un colloquio in carcere tra Fernando Mercuri e suo fratello Donato, avvenuto il 2 aprile 2014. In questa circostanza Fernando Mercuri aveva fatto riferimento  al proprio figlio che lavorava nel settore della nettezza urbana grazie all’interessamento di Giuseppe Provenzano, all’epoca dei fatti Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Parabita.
OMISSIS
Donato: (incomprensibile) …
Fernando: PROVENZANO c’è e basta!
Donato: Che cosa è? Consigliere? Cosa è?
Fernando: Assessore …
Donato: Assessore a cosa?
Fernando: Ai Servizi Sociali … ai Servizi Sociali …
OMISSIS
Nelle elezioni amministrative tenutesi a Parabita nel 2010, Giuseppe Provenzano ha preso ben 208 voti ed è stato il secondo candidato più suffragato nella sua lista denominata “Uniti per Servire”, preceduto soltanto dal candidato Biagino Coi con 242 voti.
Un commento del Giannelli sulla sua bacheca facebook, il 2 giugno 2015, conferma il supporto fornito dal suo clan al Provenzano nelle ultime elezioni comunali.
“Andate a zappare tutti la vittoria è nostra”, scrive Marco Antonio Giannelli, soddisfatto. Un’esternazione pubblica che  mette di fatto il marchio della Sacra Corona Unita sulla vittoria elettorale e, quindi, sull’istituzione comunale “conquistata”.

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