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Saturday, January 28, 2017

Pianosa- cronache dall’inferno



Nei primi anni novanta, in seguito all’emergenza criminale, dopo gli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino, il governo decide la immediata riapertura del carcere di massima sicurezza sull’isola di Pianosa relegandovi i detenuti per reati di tipo mafioso. Altro carcere di massima sicurezza adibito era quello dell’isola de L’Asinara, che dagli anni ’70, fino alla sua chiusura nel 1998 diventò nei fatti  un supercarcere. Torniamo all’isola di Pianosa. Fin dalla sua riapertura, era evidente la sua destinazione di carcere-fortezza. Carcere-fortezza che venne meno nel 1997, con la partenza dell’ultimo detenuto per mafia. Nel 1998 la chiusura diventa quasi definitiva, rimanendo giusto poche guardie a vigilare sulle strutture.
Negli anni del suo pieno funzionamento (’92-’97), operò una sorta di “licenza totale”. Le guardie e chi gestiva il carcere sapeva che tutto poteva essere fatto, per spezzare la volontà ai detenuti, per costringerli a dire tutto quello che potevano dire. Forse questo “lasciapassare” non venne mai esplicitamente comunicato, ma venne fatto “intendere”, si creò un “clima”, una “atmosfera”, dove si sapeva che era possibile agire nella totale impunità. Anche a quel tempo qualcuno sapeva cosa stava accadendo a Pianosa, ma pochi alzarono la voce e presero posizione. Erano gli anni dell’emergenza criminale, chiunque provava a contestare le norme emergenziali era visto come sospetto o quantomeno “tiepido” verso il mondo criminale. Pochi volevano passare per filo-mafiiosi in un mondo che vedeva infiltrati e complicità ovunque. Infiltrati e complicità che spesso c’erano. Ma che non potevano e non dovevano giustificare gli abusi che vennero commessi.
Anche all’epoca qualcuno sapeva dicevamo, e una dei pochi che si oppose fu la tanto bistrattata Tiziana Maiolo, che all’epoca era trattata come il peggiore cane da guardia del berlusconismo dell’impunità. Un altro che, sembra, avesse preso posizione fu Vittorio Sgarbi, anche lui (e spesso con buoni argomenti) considerato tra il peggio che vi sia in circolazione. Eppure.. dove erano “i giusti”? Le persone “giuste” spesso si fecero sostenitrici del Terrore giudiziario, le persone “giuste” chiedevano più leggi emergenziali, le persone “giuste” chiedevano più 41 bis, le persone “giuste” respingevano ogni proposta di garantismo come “cedimento”.E non parlo dall’alto in basso. Seppure ero ancora agli anni del liceo, fece colpo anche su di me la fascinazione forcaiola. Ero anche  io con quelli che ad ogni critica all’operato della magistratura si indignavano, di quelli che credevano che contro il male non bisogna andare tanto per il sottile. Di quelli che vedevano in denunce come quelle di Sgarbi, l’esempio di una cultura dell’illegalità che voleva ostacolare “il santo cammino della repressione”. Poi ti accorgi che quello che veniva creduto bene assoluto, aveva i suoi begli armadi degli orrori. E che quelli che erano considerati “il male”, a volte la raccontavano più giusta dei “giusti”. Un insegnamento questo che ha avuto tante altre conferme nel corso degli anni, in tanti campi.
Comunque… già all’epoca alcune proteste e denunce emersero da quelle carceri. Cominciarono i primi rapporti. Testimonianze, materiali, riscontri, con gli anni aumentarono, così come alcuni pronunciamenti giudiziari. Non si è ancora arrivati a un riconoscimento ufficiale. A un presa di posizione esplicita da parte dello Stato che ammetti come in quegli anni nell’isola di Pianosa e in quella de L’Asinara il diritto venne struprato. Ma ormai anche il muro del silenzio e della complicità regge sempre meno.Eppure alcuni non imparano mai. Nel 1999 il “dimenticabile” ministro della giustizia del Governo Berlusconi, Angelino Alfano, esprimeva la volontà di riaprire il carcere di Pianosa. Seguito subito a ruota da “campioni della legalità” della sinistra, come Giuseppe Lumia, nell’eterna gara, tutta italiana, a chi mostra  la faccia più truce, davanti allo specchio.
Di seguito un magistrale pezzo scritto dall’amico, esperto di questioni penitenziarie, e attivista per i diritti umani Emilio Quintieri. Un intervento assolutamente da leggere, con passaggi, specie nella seconda parte, che spaccano dentro.
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LE TORTURE DI PIANOSA ! ! ! Questa sera sto ascoltando le testimonianze di alcuni detenuti tra cui quella dell’alcamese Benedetto Labita, 57 anni, arrestato nel 1992 per Associazione a delinquere di stampo mafioso (Clan e sottoposto al regime detentivo speciale del 41 bis presso il Carcere di Pianosa – Sezione Agrippa e, successivamente, assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto”. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, negli anni scorsi, ha già condannato la Repubblica Italiana per le condizioni di detenzione all’interno del penitenziario di Pianosa dove era detenuto e per l’illegittima applicazione della misura della sorveglianza personale. Labita denunciò di aver subito, nel Carcere di Pianosa, maltrattamenti da parte degli agenti di custodia. In particolare egli dichiara di essere stato vittima di numerose violenze, umiliazioni, vessazioni, intimidazioni e altre forme di tortura sia fisiche che psicologiche: “Sarebbe stato sovente schiaffeggiato e percosso, sarebbe stato colpito alle dita, alle ginocchia e ai testicoli. Avrebbe dovuto subire ispezioni corporali durante la doccia e sarebbe rimasto ammanettato durante visite mediche. Le sue proteste erano inutili, addirittura controproducenti: una volta, avendo protestato perché gli agenti di custodia gli avevano strappato i vestiti, sarebbe stato minacciato, insultato e percosso da uno di essi. La sua protesi dentaria e i suoi occhiali sarebbero stati danneggiati e gli sarebbe stata rifiutata la possibilità di farli riparare, circostanze attestate dai referti medici.L’Italia, per un solo voto (9 Giudici contro 8), venne assolta dalla Corte di Strasburgo per i maltrattamenti e le torture (non risultarono provati), ma condannata per la mancata apertura di un’inchiesta giudiziaria sulle denunce fatte dal detenuto. E proprio dalla sentenza di Strasburgo è iniziata la “battaglia” per vedersi riconosciuto il diritto alla revoca della misura di prevenzione personale e patrimoniale con la conseguente restituzione, dopo 20 anni, dei beni confiscatigli dal Tribunale di Trapani. Il provvedimento di dissequestro è stato adottato dalla Corte d’Appello di Palermo su disposizione della Suprema Corte di Cassazione. Altra testimonianza quella del palermitano Rosario Indelicato, sempre arrestato nel 1992 per Associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, sottoposto al “carcere duro” nel Carcere di Pianosa nella Sezione “Agrippa” su ordine del Ministro della Giustizia. Rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Marsala, nel 1995 viene condannato alla pena di 12 anni di reclusione per traffico di stupefacenti. Nel 1998, la Corte d’Appello di Palermo lo proscioglie completamente. A Rosario Indelicato non è stato riconosciuto il diritto alle visite della famiglia durante il primo mese di permanenza. Il 10 settembre 1992 Rosario Indelicato denuncia il Direttore e gli Agenti della Polizia Penitenziaria del Carcere di Pianosa presso la Procura della Repubblica di Mazara del Vallo. Lo stesso giorno chiede alla Procura di Palermo di essere trasferito nel Carcere di quella Città e di inviare un medico per esaminare la prigione. Queste due ultime richieste vengono respinte. Le denunce presentate dal detenuto sono molto gravi: egli sarebbe stato sovente percosso, insultato, minacciato e molestato dalle guardie, sarebbe stato spesso svegliato nel corso della notte senza ragione e obbligato a fare docce fredde, inoltre gli sarebbero stati schiacciati i testicoli. Le torture avrebbero riguardato anche gli altri detenuti, spesso costretti dalle guardie a togliersi le scarpe e a recuperarle, subendo i calci e i pugni degli Agenti. Indelicato ha affermato, inoltre, di aver perduto quattro denti e di aver avuto insufficienti cure nel corso della sua carcerazione. Nel 1994 le foto di 262 Agenti di Polizia Penitenziaria vengono mostrate all’interessato. Egli ne riconosce due come autori dei maltrattamenti subiti. Questi sono rinviati a giudizio davanti al Pretore di Livorno. Il 2 febbraio 1999, a sei anni dalle denunce di Rosario Indelicato, l’Autorità Giudiziaria condanna i due Poliziotti alla pena di 1 mese e 15 giorni per “abuso di autorità contro arrestati o detenuti” (art. 608 C.P.) e all’interdizione dall’esercizio di funzioni pubbliche per la stessa durata. La sentenza prevede, inoltre, il pagamento, a favore del ricorrente, di 12.000.000 di lire italiane a titolo dei danni e delle spese subite. I due Agenti presentano l’appello presso la Corte di Firenze. Quest’ultima riqualifica i fatti in maniera ancora più grave, ovvero come “violenza privata con l’aggravante dell’abuso delle funzioni pubbliche”. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ritiene di non poter condannare l’Italia per tortura, ma solo perché non dispone di prove sufficienti. Manca una idonea certificazione medica che attesti le violenze subite. Tutto ciò non è colpa dell’Indelicato, bensì di chi non gli ha prestato cura o attenzione. Ossia delle autorità italiane, che, secondo i giudici della Corte europea, sono state negligenti nel condurre l’inchiesta a seguito delle denunce per maltrattamenti. In base all’art. 41 della Convenzione, la Corte assegna a Rosario Indelicato un risarcimento di 70.000.000 di lire italiane. 70 milioni il risarcimento dovuto a Rosario Indelicato, che era in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. La Corte Europea nella motivazione della sentenza ha ribadito che la proibizione della tortura e dei maltrattamenti è assoluta, e che neanche nei casi eccezionali di mafia o terrorismo i maltrattamenti e le violenze sono ammissibili o giustificati. Riguardo a quanto avvenuto a Pianosa il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze conferma che i fatti accaduti in quel Carcere erano voluti e tollerati dal Governo Italiano dell’epoca, sottolineando che gli Agenti Penitenziari in servizio in quell’Istituto avevano “carta bianca”. Anche il Magistrato di Sorveglianza di Livorno in una relazione inviata al Ministro della Giustizia riferisce di molteplici episodi di maltrattamenti e torture ai danni dei detenuti da parte del personale di Polizia Penitenziaria senza sortire alcun effetto. Avevo già letto altre mostruosità (analoghe a quelle descritte da Labita e Indelicato) avvenute nel “Carcere Speciale” di Pianosa raccontatemi nel 2008 da un altro detenuto, Matteo Greco, arrestato per concorso in omicidio aggravato nel 1981 e condannato all’ergastolo ostativo. Anche lui venne sottoposto alla tortura del 41 bis nel Carcere di Pianosa dal 1992 al 1994. Altri specifici fatti di tortura mi sono stati recentemente raccontati personalmente da un’altro detenuto per mafia della mia Città che in quegli anni venne rinchiuso nell’Inferno di Pianosa e sottoposto per diversi anni al 41 bis. Cito qualche racconto di Greco “Le guardie vengono sull’isola a rotazione un mese o due al massimo, alcuni firmano per molti mesi dato che la paga è molto più alta, inoltre si arrangiano con la merce che rubano ai detenuti, francobolli, sigarette, bagnoschiuma, shampoo etc. I pacchi delle brioche sono aperti per prendersi i punti dei regali che le case dolciarie danno. Volendo, la Ferrero potrebbe confermare. Il vino e le birre sono le prime cose che rubano appena dopo qualche minuto che sono state messe nello stiletto, fuori della cella. Pochi poi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone (Faccetta nera). Per me non era una novità, infatti, già sapevo che le forze dell’ordine battono a destra. Di notte si dorme poco o niente per colpa di questi indegni individui perennemente ubriachi, che marciano sbattendo gli scarponi sopra il tetto delle nostre celle ove di solito camminano, spesso giocano con le scatole vuote dei pelati di latta urlando e schiamazzando. Finito di schiamazzare sul tetto entrano in sezione, aprono gli spioncini e c’insultano pesantemente. Alla mattina non conviene prendere il latte o il caffè perché ci viene versato addosso. Quando si va all’aria si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata; un secondino come tutti gli altri con un cappuccio in testa e con i guanti e manganello, ci tasta su tutto il corpo, ci fa girare facendoci aprire la bocca, dopo colpi di manganello che piovono da tutte le parti, più si corre e meglio è; e così si arriva al passaggio: il corridoio è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti e si divertono ingiuriandoci con frasi oscene d’ogni tipo, finché si arriva ai cancelli del passaggio chiuso. Allora bisogna fermarsi. Altro pestaggio, poiché non puoi correre ma devi aspettare che il secondino, il quale ritarda apposta, apre il cancello. Vedendo ciò un giorno non voglio andare al passeggio, allora i segugi entrano in cella e mi si scagliano addosso: è un massacro, un pestaggio così l’ho visto solo nei film del terrore. Quasi svenuto sono preso di peso e trascinandomi mi portano al passeggio. Turi mi si avvicina mentre sono disteso per terra, il secondino gli grida di non avvicinarsi. Era proibito parlare con altri detenuti. Rimango per terra sotto il sole per un’ora, finita l’aria i secondini mi prendono e sempre trascinandomi per 100 metri vengo portato in infermeria. Messo sul lettino di visita, il dottore non dice nulla, fa solo il certificato con la richiesta delle lastre, il viso è una maschera gonfia, il naso è rotto, il corpo pieno di sangue e lividi, sono irriconoscibile, le pupille degli occhi coperte dal gonfiore delle sopracciglia e dalla carne del viso, il labbro rotto e gonfio, il dottore non sa cosa dire e cosa fare. Il comandante dei secondini con un sorriso: “Non si preoccupi questi mafiosi di merda, uomini senza onore e senza dignità, non sono nulla, solo con i poveracci sono malandrini, con noi guardie sono vigliacchi, ruffiani, tremano appena ci vedono, anzi fuori ci offrono il caffè, gente vile senza neanche una briciola di dignità. Fra di loro, se un poveraccio si dimentica di salutarti, questo è già morto. A noi invece ci fanno un pompino, li trattiamo da animali, poi gli tocchiamo l’onore, offendiamo le loro famiglie, mogli, figli e cosa fanno? Ci leccano i piedi, questi sono i mafiosi di merda”. A questo punto vengono giù tante risate offensive da parte dei suoi scagnozzi. Incomincio a muovere le dita, mi sto riprendendo, il dottore mi chiede come mi sento, se ho sintomi di vomito. Non gli rispondo e il dottore intuisce che non lo faccio per paura di altre botte.” ed infine “Dopo 51 giorni, viene a visitare il centro di tortura l’Onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’Onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuole far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso, rivolgendosi alla Maiolo l’avvisa che fra poco si alza il mare e se non va via subito non può partire perché col mare grosso la vedetta non parte e nell’isola non ci sono alberghi né pensioni. L’Onorevole parte, ma vede il mare piatto come una tavola. Quindi una volta giunta a Piombino va direttamente al comando della guardia di finanza e chiede se nelle ore a venire ci sarà il mare mosso. Gli addetti lo escludono nei modi più assoluto. La Maiolo si chiede il perché hanno cercato la scusa per mandarla via e cosa succede lì? Qualcosa tramite gli avvocati le era già arrivato all’orecchio. Infatti, anche gli avvocati che avevano chiesto il colloquio con i propri assistiti, per un mese erano stati negati i permessi per incontrarli. Dopo alcuni reclami tale permesso era stato accordato dal Ministro dell’Interno e da quello di Giustizia. Un’avvocatessa era andata a Pianosa per un colloquio con il suo assistito, la fanno aspettare fuori dalla cinta sotto il sole cocente. Chiede un bicchiere d’acqua e le viene rifiutato, dopo ore viene fatto entrare, è perquisita, spogliata nuda. Ha cercato di protestare, ma la secondina le sta per mettere addosso le mani. L’avvocatessa intuisce l’antifona e se ne sta zitta. Le viene tolto l’assorbente, dopo un’ispezione nei minimi particolari è fatta vestire, dopo altre ore di attesa finalmente può parlare col suo assistito. Non riesce a dire nulla, è sconvolta, si scusa, le racconta i maltrattamenti subiti: “Io non vengo più qui, mi dispiace, dopo ci vediamo al processo.” Il detenuto non le dice nulla di quello che lui subisce qui. L’avvocatessa ha capito guardando il suo assistito, che presenta segni di pestaggi sul viso e ha gli occhi neri e gonfi. L’indomani, l’Onorevole Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa e di farla parlare con i detenuti. A malavoglia viene accompagnata dal comandante e dal vice sceriffo. Entra nella prima sezione, si ferma ad ogni cella, chiede come stanno e se ci sono problemi. Nota negli occhi e nel viso la paura, sono terrorizzati, ma la paura è troppo forte, se fosse stata da sola avrebbe avuto il coraggio di chiedere aiuto. Accanto a lei ci sono tutti i secondini con i loro capi, che con sguardi di minacce gelano i prigionieri; la paura e il terrore sono in loro i padroni assoluti. I secondini avevano carta bianca. Alla fine l’Onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto, rispondo: “Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”. Mi alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio, mai in vita sua aveva visto un corpo così martoriato. Il comandante diventa giallo in viso, cerca di affermare che il detenuto è un po’ malato di cervello e che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede ordinando al secondino addetto alla sezione di aprire la cella e parla con me. Io le racconto tutto, la Maiolo rimanendo sbalordita, prende nota di tutto quello che dico. Dopo che l’Onorevole era andata via entrano i secondini in assetto di guerra, sono in otto, entrano gridando frasi oscene, io e il mio compagno veniamo colpiti a colpi di coda elettrica, sono sollevato, sbattuto nelle pareti, il sangue mi scorre mentre loro ridono. Da terranno riesco ad alzarmi, il mio sguardo cercava il mio compagno di cella, egli giaceva immobile, credevo fosse morto. Ad un tratto spunta una pompa davanti alla porta, esce acqua salata, con tutta la sua potenza vengo sbattuto in un angolo, l’acqua salata bruciava le ferite.” Ancora oggi nelle Carceri Italiane vengono praticati abusi, maltrattamenti e torture (non come quelle che avvenivano a Pianosa …) nei confronti dei detenuti, specie su quelli sottoposti all’infamia del 41 bis per costringerli a “pentirsi” ed a divenire “Collaboratori di Giustizia”. E lo dimostra il fatto che oggi, a distanza di quasi 30 anni, il Parlamento Italiano non vuole introdurre nel Codice Penale il delitto di tortura così come qualificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 !!!  

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