CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Tuesday, January 31, 2017

Orlando, il sindaco-imperatore e la vera storia dei grillini che si preoccupavano di Bellolampo…



Orlando, il sindaco-imperatore e la vera storia dei grillini che si preoccupavano di Bellolampo…

Ieri Leoluca Orlando ha ripresentato, per la sesta volta, la sua candidatura a sindaco di Palermo. Tante gente, certo, ma anche tanta fuffa. Ha parlato delle cose che ha fatto. E ha raccontato le sue verità. Noi, invece, vi raccontiamo alcune delle cose che abbiamo visto in questi cinque anni. E tra le cose che abbiamo visto vi sveliamo, per la prima volta, un inciucio tra Orlando e alcuni grillini di Palermo. La dimostrazione che una parte di questo Movimento è meno ‘verginello’ di quello che vorrebbe far credere
Ieri Leoluca Orlando ha annunciato la sua ennesima candidatura a sindaco di Palermo. Quando diventò per la prima volta primo cittadino – correva l’anno 1985 – i sindaci li eleggevano i consiglieri comunali su indicazione dei partiti. Lui era stato indicato dalla DC della città (partito nel quale militava) retta, all’epoca da Sergio Mattarella e dal Psi (segretario provinciale, se non ricordiamo male, era Salvatore Parlagreco). Da allora oggi oggi è stato sindaco altre quattro volte: rieletto dal Consiglio comunale nel 1987 (la ‘Primavera’ di Palermo); rieletto direttamente dai cittadini nel 1993 (un anno prima la Sicilia, prima Regione in Italia aveva varato la legge sull’elezione diretta dei sindaci); rieletto nel 1997; rieletto nel 2012. Ieri, come già ricordato, ha annunciato la sua ricandidatura per la sesta volta.
Non è un po’ stanco? Cinque anni fa, in barba alle primarie del centrosinistra dove il PD di Giuseppe Lumia e Antonello Cracolici aveva ‘impiombato’ Rita Borsellino, si è presentato proprio contro il Partito Democratico già allora sfilacciato battendo Fabrizio Ferrandelli. Oggi i due sono di nuovo avversari.
Ma questo non è un articolo per raccontare chi sono i candidati a sindaco di Palermo. Oggi vogliamo tentare un bilancio dei 5 anni dell’Amministrazione Orlando. Un’esperienza fatta di luci e ombre. In verità – ed entriamo subito in tema – di poche luci e di molte ombre.
Ieri, al Teatro Golden di Palermo – si racconta della presenza di 2 mila persone: e noi ci crediamo – Orlando, più che da politico che opera in democrazia, si è comportato da ‘Imperatore’: mi faccio altri cinque anni da sindaco e poi vi lascio il mio successore che dal 2022 governerà la città, naturalmente di centrosinistra.
Insomma Orlando si dà vincente. Lui e i suoi collaboratori sono convinti di aver bene operato. Anche se lo slogan che ha scelto per questa campagna elettorale solleva qualche dubbio. Cinque anni fa lo slogan di Orlando è stato:
“Il sindaco lo sa fare”.
Ieri chi gli ha confezionato lo slogan ha aggiunto – a nostro avviso a ragione – un punto interrogativo:
“Il sindaco lo sa fare?”.
A giudicare da quello che la sua amministrazione ha combinato con i rifiuti, il sindaco, Orlando, ha dimostrato di non saperlo fare. E con lui, il sindaco, hanno dimostrato di non saperlo fare nemmeno i grillini. O almeno una parte dei grillini siciliani. Si racconta, infatti, di una telefonata tra il sindaco di Palermo e i parlamentari nazionali eletti in Sicilia del Movimento 5 Stelle. Erano i giorni in cui, con un emendamento grillino alla Finanziaria nazionale 2015, veniva cancellata la gestione commissariale dei rifiuti.
Per la Sicilia era la fine di una lunga stagione a ruota libera, con appalti senza evidenza pubblica, che andava avanti dalla fine degli anni ’90 del secolo passato. Il sindaco di Palermo era preoccupato per la gestione della discarica di Bellolampo. Con il sindaco di Palermo, quel giorno, c’erano un parlamentare e una parlamentare regionale del Movimento 5 Stelle.
Che cosa ci facevano con Orlando i due parlamentari regionali grillini non l’abbiamo mai capito.
Quello che abbiamo capito è che i grillini romani erano stati accusati di avere messo fine alla grande ‘cucca’ della gestione commissariale dei rifiuti in Sicilia: appalti per tutti e Iddio perdona tutti (appalti senza evidenza pubblica: una manna dal cielo per chi li ha gestiti: il tutto nella Sicilia terra di mafia: complimenti vivissimi a Palermo e a Roma…).
Quelli erano giorni ‘bollenti’. Politici e alti burocrati siciliani erano furenti. E, dal loro punto di vista, avevano ragione: i parlamentari nazionali grillini – che avevano presentato l’emendamento che poneva fine alla gestione commissariale dei rifiuti in Sicilia – l’avevano fatta veramente grossa: con due righe di emendamento avevano tolto ai governanti siciliani una straordinaria manciugghia, per dirla con il presidente della Regione, Rosario Crocetta. Ma ancora più grossa l’avevano fatta il Governo Renzi che aveva ‘benedetto’ l’emendamento anti-manciugghia e il Parlamento nazionale di ‘nominati’ che l’aveva approvato. Incredibile ma vero!
“Traditori”, imprecavano in quei giorni i governanti siciliani umiliati e offesi. Anche “Marcuzzo” era contrariato. Così i politici siciliani chiamavano Marco Lupo, all’epoca dei fatti ancora dirigente generale del dipartimento Acqua e Rifiuti della Regione siciliana.
Nominato durante il Governo regionale di Raffaele Lombardo, su indicazione della già citata ministra Stefania Prestigiacomo, e confermato dal Governo di Rosario Crocetta, Marco Lupo è stato, per anni, il ‘Signore’ incontrastato di acqua e rifiuti della Sicilia, figura ‘baricentrica’ rispetto agli interessi ‘politici’ (chiamiamoli così…).
Non siamo mai stati tra i fans del Governo Renzi e del Parlamento nazionale di ‘nominati’: ma nel 2015 hanno chiuso, insieme con i grillini siciliani eletti a Roma, almeno in Sicilia, un’ ‘epopea appaltizia’ della quale la nostra disastrata Isola non può certo andare fiera: centinaia e centinaia di opere pubbliche – per centinaia e centinaia di milioni di Euro – lasciate a metà. Una vergogna!
Dal 2015 ad oggi – e questa è cronaca – l’attuale Governo regionale ha provato più volte a far commissariare la gestione dei rifiuti in Sicilia. Ma Roma, per fortuna, ha sempre detto no. Sempre per la cronaca, “Marcuzzo” ha perso il posto. da allora non è più il dirigente generale del dipartimento Acqua e Rifiuti.
Che cosa ci dimostra questa storia non molto edificante?
Primo: che l’Amministrazione Orlando, invece di occuparsi della discarica di Bellolampo, avrebbe potuto dedicare maggiore attenzione alla raccolta differenziata dei rifiuti, che a Palermo è un flop. E dire che nel 2009 l’allora ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha finanziato la raccolta differenziata a Palermo per circa 120 mila cittadini. Esperienza che avrebbe dovuto estendersi ad altre aree di Palermo. Tutto fallito.
Guarda caso, nel dicembre del 2015 – anno cruciale per i rifiuti siciliani – la vice presidente vicaria del Consiglio comunale di Palermo, Nadia Spallitta, attacca frontalmente l’Amministrazione Orlando accusandola di aver abbandonato la raccolta differenziata dei rifiuti:

Salta la raccolta differenziata a Palermo. Nadia Spallitta: “I responsabili sono Emilio Arcuri e la RAP”

Secondo: che non tutti, ma almeno una parte dei grillini di Palermo – direttamente collegati con alcuni parlamentari regionali del Movimento 5 Stelle – sono troppo ‘inciuciati’ con il potere. Ribadiamo: che ci facevano gli esponenti di un partito di opposizione con il sindaco Orlando a discettare di Bellolampo?
Questa vicenda spiega la ‘faida’ che oggi attraversa il Movimento 5 Stelle. Dove la spaccatura potrebbe passare non soltanto da questa storia, ma sicuramente anche da questa storia.
E dopo i rifiuti? Di certo – flop sulla raccolta dei rifiuti a parte – la gestione di Palermo di Orlando e della sua Giunta è stata nettamente migliore rispetto agli ultimi anni del suo predecessore, Diego Cammarata.
Ma questo non basta. Dobbiamo dimenticare i 15 chilometri di Tram più costosi del mondo? E’ normale che 15 chilometri di strada ferrata cittadina, senza gallerie, costino alla collettività oltre 320 milioni di Euro? A nostro avviso, no.
E che dire di tutti i cantieri sparsi per la città? Via Emerico Amari, via Lazio, via Sicilia, via Francesco Crispi. Gli alberi di Piazza Castelnuovo – Piazza Politeama per i palermitani – tagliati. La stessa Piazza Politeama chiusa a metà e trasformata nel deposito di un’azienda i cui titolari sono ZTL, stati messi sotto inchiesta. Vergogne su vergogne. Dobbiamo dimenticare i danni economici che questi appalti ferroviari hanno arrecato alla città?
Nulla da dire sul Teatro Massimo, che resta l’unica vera luce dell’Amministrazione uscente. La stessa cosa possiamo dire per il Teatro Biondo Stabile? Non ci sembra proprio!
Incredibile quello che è stato detto ieri, al Golden, a proposito di via Roma:
“Via Roma era già morta, non siamo noi i responsabili”.
Con molta probabilità, chi ha pronunciato questa frase – che leggiamo sui giornali on line – non si è reso conto della gravità, culturale prima che politica, di tale affermazione. Il tema è la Zona a Traffico Limitato (ZTL) che ingloba anche via Roma e che, secondo i commercianti, ha assestato il colpo di grazia all’economia di questa parte della città.
Se “via Roma era già morta” chi l’ha fatta morire? Chi ha amministrato Palermo dal 2012 ad oggi?
Tutti siamo d’accordo sulla “mobilità sostenibile”. Ma un Tram che costa 10 milioni di Euro all’anno per servire meno dell’1% della popolazione cittadina non può essere considerato un fatto positivo. Per metà della giornata il Tram gira quasi a vuoto. I palermitani, di fatto, lo pagano vuoto per pieno.
Questo Tram, alla fine, sta dimostrando di essere stato un grande affare per chi lo ha realizzato e per chi fa manutenzione, non certo per i cittadini palermitani che, ogni anno, pagano un ‘botto’ di soldi di tasse!
E poi, ‘sti costi annuali del Tram: possibile che tra manutenzione, energia elettrica e personale costino circa 10 milioni di Euro all’anno?
Lo scorso anno si sono inventati un ‘contenzioso’ tra Comune e AMAT (l’Azienda per il trasporto pubblico del Comune che gestisce anche il Tram). Ha ‘vinto’ l’AMAT e il Comune gli ha dato 8 milioni di Euro. E quest’anno chi pagherà? I cittadini palermitani con nuove tasse, visto che mai e poi mai, con la ZTL il Comune incasserà 10 milioni di Euro entro dicembre?
Dobbiamo avere il coraggio di dire le cose per quelle che sono e non per quello che dovrebbero essere. La ZTL è un disastro. Migliaia e migliaia di abitanti dei centri dislocati attorno a Palermo vengono in città solo se non ne possono fare a meno: e quando arrivano si tengono a debita distanza dall’area gravata da ZTL. Per le attività commerciali che insistono dentro il perimetro della ZTL è un’ecatombe economica. Perché negare un fatto oggettivo? Perché nasconderlo, come hanno fatto ieri Orlando e i suoi sostenitori?
Perché nessun candidato sindaco, fino ad oggi, ci ha detto dove intende trovare i soldi per mantenere il Tram? Ve lo diciamo noi, il perché: perché il Tram più costoso del mondo tenuto in vita (a spese dei cittadini) deve giustificare altri 300 milioni di Euro di appalti ferroviari in arrivo…
Eh sì, Palermo è una sorta di porto franco degli appalti ferroviari: un miliardo e 200 milioni di Euro per il Passante ferroviario (lavori bloccati in attesa dell’arrivo di altri soldi, dopo aver creato disagi enormi alla città); oltre 100 milioni di Euro per l’improbabile ‘chiusura’ di un mezzo Anello ferroviario (altri lavori bloccati e altri già descritti disagi per la città); e la gallina dalle uova d’oro del già citato Tram costato oltre 20 milioni di Euro a chilometro che costa 10 milioni di Euro all’anno.
Per la grande finanza che oggi regge i destini dell’Europa dell’Euro Palermo è una ‘risorsa’: si gestiscono appalti senza problemi, si torchiano i cittadini con le tasse per pagare i servizi (senza considerare la ZTL la pressione fiscale a Palermo è più che raddoppiata): cosa chiedere di più?
Ci sono altre due cose che è bene che i palermitani non dimentichino. Ricordate il referendum per sbaraccare le trivelle che infestano i nostri mari? Ebbene, l’Amministrazione Orlando non si è schierata in favore di questo referendum. Non ricordiamo una sola manifestazione, promossa dal sindaco e dai suoi alleati, per convincere la gente ad andare a votare.
Lo ricordiamo soprattutto non ai dirigenti di Rifondazione comunista e di SEL: lo ricordiamo a chi vota per questi due partiti – che oggi si sono intruppati dentro Sinistra Italiana – e che sostengono la ricandidatura di Orlando.
Ricordatevi che vi stanno dicendo di andare a votare per riconfermare un sindaco che non si è battuto per bloccare le trivelle che in questo momento ‘bucano’ il nostro mare per fare soldi con petrolio e gas. Ricordatelo ai dirigenti dei vostri partiti: al parlamentare nazionale Erasmo Palazzotto e all’assessore comunale Giusto Catania. In queste cose è importante non essere ‘smemorati’.
Andiamo al referendum sulle riforme costituzionali del 4 dicembre scorso. Anche in questo caso Orlando non si è minimamente speso contro le folli riforme costituzionali, volute da Renzi, che per fortuna gl’italiani hanno sonoramente ‘bocciato’.
Ad urne aperte il sindaco Orlando ha plaudito agl’italiani che hanno detto no alle riforme costituzionali di Renzi. Ma prima è stato zitto. Insomma, anche su questo fronte dal sindaco uscente di Palermo non è arrivato alcun contributo. Questa non è intelligenza politica, ma mera furbizia, sinonimo di trasformismo.
Del resto, con il PD renziano Orlando ha trattato e tratta: ha trattato per il Tram e tratta in queste ore per ‘imbarcare’ il Partito Democratico tra i partiti che lo sostengono, ma senza il simbolo dello stesso PD (e i dirigenti di questo partito che trattano con un soggetto che li vuole senza simbolo: mah…).
Ieri Orlando ha detto che il suo partito è Palermo. Ha ragione. In che cosa è consistita, nei fatti, la sua lunga carriera politica? Alla fine degli anni ’80 si parlava di lui come un possibile segretario nazionale della DC. Ma non se ne fece nulla. E’ stato europarlamentare, parlamentare nazionale. Ma non ha mai fatto carriera né a Roma, né in Sicilia. Alla fine ha fatto solo il sindaco di Palermo, tra le balate della Vucciria ormai asciutte, ‘botte’ in testa alla sinistra e ora la ZTL.
Che dire, alla fine, ai nostri lettori?
Di Orlando abbiamo già detto.
Di Fabrizio Ferrandelli e delle sue giravolte (dal 2011 ad oggi ha cambiato cinque o sei volte casacca) fate voi…
Dei grillini meglio non parlarne nemmeno: quelli di Palermo che oggi comandano (mettendoci dentro anche un paio di deputati regionali eletti nel capoluogo dell’Isola) sono una delusione.
Alla fine, per ora, l’unico candidato al quale non si può dire nulla (ma che forse dovrebbe illustrare ai palermitani cosa intende fare del Tram e della ZTL) è Ciro Lomonte, esponente del Movimento Siciliani Liberi. E’ l’unico fuori dai giochi. Gli altri – compresi i grillini – rappresentano, in tutto e per tutto, la vecchia politica.
Foto tratta da palermomania.it 

Saturday, January 28, 2017

I ciellini leggono i libri 'gender' ritirati dalle scuole: ''Ma non c'è niente di scandaloso''


"Pezzettino" e "Piccolo blu e piccolo giallo" sono due libri per l'infanzia scritti e illustrati da Leo Linoni, pubblicati da Babalibri. Fanno parte della lista nera, stilata dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, di libri che promuoverebbero la cultura ''del gender''. Secondo il primo cittadino, i 49 testi messi all'indice proporrebbero una "visione personalistica della società", escludendo i genitori dall'educazione dei loro bambini. Ma per i giovani di Cl la lettura di questi libri non è affatto pericolosa


(di Francesco Gilioli e Giulia Costetti)



Meeting Rimini, "Le coppie omosessuali più esposte a malattie cardiovascolari e suicidio"

Questa la singolare teoria sostenuta da padre Giorgio Carbone, dell’Ordine dei Domenicani, nel corso del dibattito “Gender e diritti civili?” che si è svolto nell’ambito del Meeting di Rimini. “Quelli tra omosessuali non sono veri matrimoni perché manca la relazione sessuale a fini riproduttivi: equivale a mettere un dito in un orecchio”, ha precisato il dottor Renzo Puccetti, intervenuto insieme a padre Giorgio durante il dibattito.


di Francesco Gilioli e Giulia Costetti



Pianosa- cronache dall’inferno



Nei primi anni novanta, in seguito all’emergenza criminale, dopo gli attentati ai magistrati Falcone e Borsellino, il governo decide la immediata riapertura del carcere di massima sicurezza sull’isola di Pianosa relegandovi i detenuti per reati di tipo mafioso. Altro carcere di massima sicurezza adibito era quello dell’isola de L’Asinara, che dagli anni ’70, fino alla sua chiusura nel 1998 diventò nei fatti  un supercarcere. Torniamo all’isola di Pianosa. Fin dalla sua riapertura, era evidente la sua destinazione di carcere-fortezza. Carcere-fortezza che venne meno nel 1997, con la partenza dell’ultimo detenuto per mafia. Nel 1998 la chiusura diventa quasi definitiva, rimanendo giusto poche guardie a vigilare sulle strutture.
Negli anni del suo pieno funzionamento (’92-’97), operò una sorta di “licenza totale”. Le guardie e chi gestiva il carcere sapeva che tutto poteva essere fatto, per spezzare la volontà ai detenuti, per costringerli a dire tutto quello che potevano dire. Forse questo “lasciapassare” non venne mai esplicitamente comunicato, ma venne fatto “intendere”, si creò un “clima”, una “atmosfera”, dove si sapeva che era possibile agire nella totale impunità. Anche a quel tempo qualcuno sapeva cosa stava accadendo a Pianosa, ma pochi alzarono la voce e presero posizione. Erano gli anni dell’emergenza criminale, chiunque provava a contestare le norme emergenziali era visto come sospetto o quantomeno “tiepido” verso il mondo criminale. Pochi volevano passare per filo-mafiiosi in un mondo che vedeva infiltrati e complicità ovunque. Infiltrati e complicità che spesso c’erano. Ma che non potevano e non dovevano giustificare gli abusi che vennero commessi.
Anche all’epoca qualcuno sapeva dicevamo, e una dei pochi che si oppose fu la tanto bistrattata Tiziana Maiolo, che all’epoca era trattata come il peggiore cane da guardia del berlusconismo dell’impunità. Un altro che, sembra, avesse preso posizione fu Vittorio Sgarbi, anche lui (e spesso con buoni argomenti) considerato tra il peggio che vi sia in circolazione. Eppure.. dove erano “i giusti”? Le persone “giuste” spesso si fecero sostenitrici del Terrore giudiziario, le persone “giuste” chiedevano più leggi emergenziali, le persone “giuste” chiedevano più 41 bis, le persone “giuste” respingevano ogni proposta di garantismo come “cedimento”.E non parlo dall’alto in basso. Seppure ero ancora agli anni del liceo, fece colpo anche su di me la fascinazione forcaiola. Ero anche  io con quelli che ad ogni critica all’operato della magistratura si indignavano, di quelli che credevano che contro il male non bisogna andare tanto per il sottile. Di quelli che vedevano in denunce come quelle di Sgarbi, l’esempio di una cultura dell’illegalità che voleva ostacolare “il santo cammino della repressione”. Poi ti accorgi che quello che veniva creduto bene assoluto, aveva i suoi begli armadi degli orrori. E che quelli che erano considerati “il male”, a volte la raccontavano più giusta dei “giusti”. Un insegnamento questo che ha avuto tante altre conferme nel corso degli anni, in tanti campi.
Comunque… già all’epoca alcune proteste e denunce emersero da quelle carceri. Cominciarono i primi rapporti. Testimonianze, materiali, riscontri, con gli anni aumentarono, così come alcuni pronunciamenti giudiziari. Non si è ancora arrivati a un riconoscimento ufficiale. A un presa di posizione esplicita da parte dello Stato che ammetti come in quegli anni nell’isola di Pianosa e in quella de L’Asinara il diritto venne struprato. Ma ormai anche il muro del silenzio e della complicità regge sempre meno.Eppure alcuni non imparano mai. Nel 1999 il “dimenticabile” ministro della giustizia del Governo Berlusconi, Angelino Alfano, esprimeva la volontà di riaprire il carcere di Pianosa. Seguito subito a ruota da “campioni della legalità” della sinistra, come Giuseppe Lumia, nell’eterna gara, tutta italiana, a chi mostra  la faccia più truce, davanti allo specchio.
Di seguito un magistrale pezzo scritto dall’amico, esperto di questioni penitenziarie, e attivista per i diritti umani Emilio Quintieri. Un intervento assolutamente da leggere, con passaggi, specie nella seconda parte, che spaccano dentro.
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LE TORTURE DI PIANOSA ! ! ! Questa sera sto ascoltando le testimonianze di alcuni detenuti tra cui quella dell’alcamese Benedetto Labita, 57 anni, arrestato nel 1992 per Associazione a delinquere di stampo mafioso (Clan e sottoposto al regime detentivo speciale del 41 bis presso il Carcere di Pianosa – Sezione Agrippa e, successivamente, assolto con formula piena “per non aver commesso il fatto”. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, negli anni scorsi, ha già condannato la Repubblica Italiana per le condizioni di detenzione all’interno del penitenziario di Pianosa dove era detenuto e per l’illegittima applicazione della misura della sorveglianza personale. Labita denunciò di aver subito, nel Carcere di Pianosa, maltrattamenti da parte degli agenti di custodia. In particolare egli dichiara di essere stato vittima di numerose violenze, umiliazioni, vessazioni, intimidazioni e altre forme di tortura sia fisiche che psicologiche: “Sarebbe stato sovente schiaffeggiato e percosso, sarebbe stato colpito alle dita, alle ginocchia e ai testicoli. Avrebbe dovuto subire ispezioni corporali durante la doccia e sarebbe rimasto ammanettato durante visite mediche. Le sue proteste erano inutili, addirittura controproducenti: una volta, avendo protestato perché gli agenti di custodia gli avevano strappato i vestiti, sarebbe stato minacciato, insultato e percosso da uno di essi. La sua protesi dentaria e i suoi occhiali sarebbero stati danneggiati e gli sarebbe stata rifiutata la possibilità di farli riparare, circostanze attestate dai referti medici.L’Italia, per un solo voto (9 Giudici contro 8), venne assolta dalla Corte di Strasburgo per i maltrattamenti e le torture (non risultarono provati), ma condannata per la mancata apertura di un’inchiesta giudiziaria sulle denunce fatte dal detenuto. E proprio dalla sentenza di Strasburgo è iniziata la “battaglia” per vedersi riconosciuto il diritto alla revoca della misura di prevenzione personale e patrimoniale con la conseguente restituzione, dopo 20 anni, dei beni confiscatigli dal Tribunale di Trapani. Il provvedimento di dissequestro è stato adottato dalla Corte d’Appello di Palermo su disposizione della Suprema Corte di Cassazione. Altra testimonianza quella del palermitano Rosario Indelicato, sempre arrestato nel 1992 per Associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, sottoposto al “carcere duro” nel Carcere di Pianosa nella Sezione “Agrippa” su ordine del Ministro della Giustizia. Rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Marsala, nel 1995 viene condannato alla pena di 12 anni di reclusione per traffico di stupefacenti. Nel 1998, la Corte d’Appello di Palermo lo proscioglie completamente. A Rosario Indelicato non è stato riconosciuto il diritto alle visite della famiglia durante il primo mese di permanenza. Il 10 settembre 1992 Rosario Indelicato denuncia il Direttore e gli Agenti della Polizia Penitenziaria del Carcere di Pianosa presso la Procura della Repubblica di Mazara del Vallo. Lo stesso giorno chiede alla Procura di Palermo di essere trasferito nel Carcere di quella Città e di inviare un medico per esaminare la prigione. Queste due ultime richieste vengono respinte. Le denunce presentate dal detenuto sono molto gravi: egli sarebbe stato sovente percosso, insultato, minacciato e molestato dalle guardie, sarebbe stato spesso svegliato nel corso della notte senza ragione e obbligato a fare docce fredde, inoltre gli sarebbero stati schiacciati i testicoli. Le torture avrebbero riguardato anche gli altri detenuti, spesso costretti dalle guardie a togliersi le scarpe e a recuperarle, subendo i calci e i pugni degli Agenti. Indelicato ha affermato, inoltre, di aver perduto quattro denti e di aver avuto insufficienti cure nel corso della sua carcerazione. Nel 1994 le foto di 262 Agenti di Polizia Penitenziaria vengono mostrate all’interessato. Egli ne riconosce due come autori dei maltrattamenti subiti. Questi sono rinviati a giudizio davanti al Pretore di Livorno. Il 2 febbraio 1999, a sei anni dalle denunce di Rosario Indelicato, l’Autorità Giudiziaria condanna i due Poliziotti alla pena di 1 mese e 15 giorni per “abuso di autorità contro arrestati o detenuti” (art. 608 C.P.) e all’interdizione dall’esercizio di funzioni pubbliche per la stessa durata. La sentenza prevede, inoltre, il pagamento, a favore del ricorrente, di 12.000.000 di lire italiane a titolo dei danni e delle spese subite. I due Agenti presentano l’appello presso la Corte di Firenze. Quest’ultima riqualifica i fatti in maniera ancora più grave, ovvero come “violenza privata con l’aggravante dell’abuso delle funzioni pubbliche”. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ritiene di non poter condannare l’Italia per tortura, ma solo perché non dispone di prove sufficienti. Manca una idonea certificazione medica che attesti le violenze subite. Tutto ciò non è colpa dell’Indelicato, bensì di chi non gli ha prestato cura o attenzione. Ossia delle autorità italiane, che, secondo i giudici della Corte europea, sono state negligenti nel condurre l’inchiesta a seguito delle denunce per maltrattamenti. In base all’art. 41 della Convenzione, la Corte assegna a Rosario Indelicato un risarcimento di 70.000.000 di lire italiane. 70 milioni il risarcimento dovuto a Rosario Indelicato, che era in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. La Corte Europea nella motivazione della sentenza ha ribadito che la proibizione della tortura e dei maltrattamenti è assoluta, e che neanche nei casi eccezionali di mafia o terrorismo i maltrattamenti e le violenze sono ammissibili o giustificati. Riguardo a quanto avvenuto a Pianosa il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze conferma che i fatti accaduti in quel Carcere erano voluti e tollerati dal Governo Italiano dell’epoca, sottolineando che gli Agenti Penitenziari in servizio in quell’Istituto avevano “carta bianca”. Anche il Magistrato di Sorveglianza di Livorno in una relazione inviata al Ministro della Giustizia riferisce di molteplici episodi di maltrattamenti e torture ai danni dei detenuti da parte del personale di Polizia Penitenziaria senza sortire alcun effetto. Avevo già letto altre mostruosità (analoghe a quelle descritte da Labita e Indelicato) avvenute nel “Carcere Speciale” di Pianosa raccontatemi nel 2008 da un altro detenuto, Matteo Greco, arrestato per concorso in omicidio aggravato nel 1981 e condannato all’ergastolo ostativo. Anche lui venne sottoposto alla tortura del 41 bis nel Carcere di Pianosa dal 1992 al 1994. Altri specifici fatti di tortura mi sono stati recentemente raccontati personalmente da un’altro detenuto per mafia della mia Città che in quegli anni venne rinchiuso nell’Inferno di Pianosa e sottoposto per diversi anni al 41 bis. Cito qualche racconto di Greco “Le guardie vengono sull’isola a rotazione un mese o due al massimo, alcuni firmano per molti mesi dato che la paga è molto più alta, inoltre si arrangiano con la merce che rubano ai detenuti, francobolli, sigarette, bagnoschiuma, shampoo etc. I pacchi delle brioche sono aperti per prendersi i punti dei regali che le case dolciarie danno. Volendo, la Ferrero potrebbe confermare. Il vino e le birre sono le prime cose che rubano appena dopo qualche minuto che sono state messe nello stiletto, fuori della cella. Pochi poi erano i secondini non ubriachi, la maggioranza canticchiava la stessa canzone (Faccetta nera). Per me non era una novità, infatti, già sapevo che le forze dell’ordine battono a destra. Di notte si dorme poco o niente per colpa di questi indegni individui perennemente ubriachi, che marciano sbattendo gli scarponi sopra il tetto delle nostre celle ove di solito camminano, spesso giocano con le scatole vuote dei pelati di latta urlando e schiamazzando. Finito di schiamazzare sul tetto entrano in sezione, aprono gli spioncini e c’insultano pesantemente. Alla mattina non conviene prendere il latte o il caffè perché ci viene versato addosso. Quando si va all’aria si deve salutare e mettersi di fronte al lato della cella con il viso al muro, mani e braccia aperte, gambe divaricate al massimo come un piccolo ponte con la testa abbassata; un secondino come tutti gli altri con un cappuccio in testa e con i guanti e manganello, ci tasta su tutto il corpo, ci fa girare facendoci aprire la bocca, dopo colpi di manganello che piovono da tutte le parti, più si corre e meglio è; e così si arriva al passaggio: il corridoio è pieno di secondini incappucciati che tirano manganellate da tutte le parti e si divertono ingiuriandoci con frasi oscene d’ogni tipo, finché si arriva ai cancelli del passaggio chiuso. Allora bisogna fermarsi. Altro pestaggio, poiché non puoi correre ma devi aspettare che il secondino, il quale ritarda apposta, apre il cancello. Vedendo ciò un giorno non voglio andare al passeggio, allora i segugi entrano in cella e mi si scagliano addosso: è un massacro, un pestaggio così l’ho visto solo nei film del terrore. Quasi svenuto sono preso di peso e trascinandomi mi portano al passeggio. Turi mi si avvicina mentre sono disteso per terra, il secondino gli grida di non avvicinarsi. Era proibito parlare con altri detenuti. Rimango per terra sotto il sole per un’ora, finita l’aria i secondini mi prendono e sempre trascinandomi per 100 metri vengo portato in infermeria. Messo sul lettino di visita, il dottore non dice nulla, fa solo il certificato con la richiesta delle lastre, il viso è una maschera gonfia, il naso è rotto, il corpo pieno di sangue e lividi, sono irriconoscibile, le pupille degli occhi coperte dal gonfiore delle sopracciglia e dalla carne del viso, il labbro rotto e gonfio, il dottore non sa cosa dire e cosa fare. Il comandante dei secondini con un sorriso: “Non si preoccupi questi mafiosi di merda, uomini senza onore e senza dignità, non sono nulla, solo con i poveracci sono malandrini, con noi guardie sono vigliacchi, ruffiani, tremano appena ci vedono, anzi fuori ci offrono il caffè, gente vile senza neanche una briciola di dignità. Fra di loro, se un poveraccio si dimentica di salutarti, questo è già morto. A noi invece ci fanno un pompino, li trattiamo da animali, poi gli tocchiamo l’onore, offendiamo le loro famiglie, mogli, figli e cosa fanno? Ci leccano i piedi, questi sono i mafiosi di merda”. A questo punto vengono giù tante risate offensive da parte dei suoi scagnozzi. Incomincio a muovere le dita, mi sto riprendendo, il dottore mi chiede come mi sento, se ho sintomi di vomito. Non gli rispondo e il dottore intuisce che non lo faccio per paura di altre botte.” ed infine “Dopo 51 giorni, viene a visitare il centro di tortura l’Onorevole Tiziana Maiolo, sull’isola, i detenuti da pochi minuti erano stati bastonati. L’Onorevole chiede di visitare le sezioni, invece il comandante le vuole far vedere soltanto le strutture. La Maiolo insiste a voler vedere i detenuti, un vice maresciallo come se capitasse lì per caso, rivolgendosi alla Maiolo l’avvisa che fra poco si alza il mare e se non va via subito non può partire perché col mare grosso la vedetta non parte e nell’isola non ci sono alberghi né pensioni. L’Onorevole parte, ma vede il mare piatto come una tavola. Quindi una volta giunta a Piombino va direttamente al comando della guardia di finanza e chiede se nelle ore a venire ci sarà il mare mosso. Gli addetti lo escludono nei modi più assoluto. La Maiolo si chiede il perché hanno cercato la scusa per mandarla via e cosa succede lì? Qualcosa tramite gli avvocati le era già arrivato all’orecchio. Infatti, anche gli avvocati che avevano chiesto il colloquio con i propri assistiti, per un mese erano stati negati i permessi per incontrarli. Dopo alcuni reclami tale permesso era stato accordato dal Ministro dell’Interno e da quello di Giustizia. Un’avvocatessa era andata a Pianosa per un colloquio con il suo assistito, la fanno aspettare fuori dalla cinta sotto il sole cocente. Chiede un bicchiere d’acqua e le viene rifiutato, dopo ore viene fatto entrare, è perquisita, spogliata nuda. Ha cercato di protestare, ma la secondina le sta per mettere addosso le mani. L’avvocatessa intuisce l’antifona e se ne sta zitta. Le viene tolto l’assorbente, dopo un’ispezione nei minimi particolari è fatta vestire, dopo altre ore di attesa finalmente può parlare col suo assistito. Non riesce a dire nulla, è sconvolta, si scusa, le racconta i maltrattamenti subiti: “Io non vengo più qui, mi dispiace, dopo ci vediamo al processo.” Il detenuto non le dice nulla di quello che lui subisce qui. L’avvocatessa ha capito guardando il suo assistito, che presenta segni di pestaggi sul viso e ha gli occhi neri e gonfi. L’indomani, l’Onorevole Maiolo telefona al Ministero per farsi autorizzare a visitare i detenuti, questo a sua volta ordina agli aguzzini di riportarla a Pianosa e di farla parlare con i detenuti. A malavoglia viene accompagnata dal comandante e dal vice sceriffo. Entra nella prima sezione, si ferma ad ogni cella, chiede come stanno e se ci sono problemi. Nota negli occhi e nel viso la paura, sono terrorizzati, ma la paura è troppo forte, se fosse stata da sola avrebbe avuto il coraggio di chiedere aiuto. Accanto a lei ci sono tutti i secondini con i loro capi, che con sguardi di minacce gelano i prigionieri; la paura e il terrore sono in loro i padroni assoluti. I secondini avevano carta bianca. Alla fine l’Onorevole si ferma nella mia cella e mi chiede come sto, rispondo: “Male, sono bastonato minimo dalle quattro alle otto volte al giorno”. Mi alzo la maglietta e la Maiolo rimane di ghiaccio, mai in vita sua aveva visto un corpo così martoriato. Il comandante diventa giallo in viso, cerca di affermare che il detenuto è un po’ malato di cervello e che gli ematomi se li è procurati da solo. La Maiolo è piena di rabbia, chiede di aprire il cancello, vuole parlare da sola con me. Il capo degli aguzzini si rifiuta categoricamente, la Maiolo urla, lo stesso fa il comandante che la vuole intimorire. Dopo un batti e ribatti il maresciallo cede ordinando al secondino addetto alla sezione di aprire la cella e parla con me. Io le racconto tutto, la Maiolo rimanendo sbalordita, prende nota di tutto quello che dico. Dopo che l’Onorevole era andata via entrano i secondini in assetto di guerra, sono in otto, entrano gridando frasi oscene, io e il mio compagno veniamo colpiti a colpi di coda elettrica, sono sollevato, sbattuto nelle pareti, il sangue mi scorre mentre loro ridono. Da terranno riesco ad alzarmi, il mio sguardo cercava il mio compagno di cella, egli giaceva immobile, credevo fosse morto. Ad un tratto spunta una pompa davanti alla porta, esce acqua salata, con tutta la sua potenza vengo sbattuto in un angolo, l’acqua salata bruciava le ferite.” Ancora oggi nelle Carceri Italiane vengono praticati abusi, maltrattamenti e torture (non come quelle che avvenivano a Pianosa …) nei confronti dei detenuti, specie su quelli sottoposti all’infamia del 41 bis per costringerli a “pentirsi” ed a divenire “Collaboratori di Giustizia”. E lo dimostra il fatto che oggi, a distanza di quasi 30 anni, il Parlamento Italiano non vuole introdurre nel Codice Penale il delitto di tortura così come qualificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 !!!  
Rifiuti, le mani della mafia nell’area jonica


Indagati dipendenti Aimeri ed enti pubblici

Di Salvo Catalano, Claudia Campese
10 gennaio 2013



Finora sono 27 gli arrestati dalle forze dell’ordine etnee e altri 16 gli indagati nell’operazione Nuova Ionia sul traffico illecito di rifiuti nei 14 Comuni dell’Ato 1 Catania. Tra gli accusati, anche dirigenti dell’azienda milanese che si occupa della raccolta e dello smaltimento e alcuni amministratori comunali che avrebbero permesso al clan Centorino di Calatabiano di arricchirsi con i servizi di nettezza urbana in cambio di posti di lavoro. Guarda video e foto





C’è la mafia dietro il servizio di raccolta e gestione dei rifiuti nell’area ionico etnea. Nelle mani di Cosa nostra sarebbe finito un ramo della ditta milanese Aimeri Ambiente, aggiudicatrice dell’appalto per i quattordici Comuni dell’Ato 1 Joniambiente, grazie alla collaborazione e all’inerzia degli amministratori pubblici. È scattato stamattina all’alba il blitz della Direzione investigativa antimafia che ha coinvolto 250 uomini delle forze dell’ordine per l’arresto di 27 persone, tra cui sei dipendenti (ex e attuali) dell’Aimeri e due della discarica del Val Dittaino, gestita dalla Sicilia ambiente s.p.a di Enna. Mentre sono 16 gli altri indagati nei confronti dei quali si sta procedendo a perquisizioni e sequestri. Tra questi, sottolinea il procuratore capo Giovanni Salvi, anche «importanti amministratori pubblici» di alcuni Comuni della fascia ionica, in particolare Mascali e Giarre. In tutte le 14 amministrazioni dell’Ato 1 Catania gli inquirenti hanno comunque acquisito atti e documenti.



L’operazione denominata Nuova Ionia ha portato alla custodia cautelare in carcere di 22 soggetti, per altri cinque sono scattati gli arresti domiciliari. Le accuse, a vario titolo, sono traffico illecito di rifiuti, associazione a delinquere semplice e di stampo mafioso, reati legati al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e alterazioni di armi da fuoco, furto, truffa aggravata e continuata. Al centro delle indagini della Dia è finita l’azienda milanese del gruppo Biancamano. L’ex direttore della Sicilia Orientale, Alfio Agrifoglio, classe 1954, è accusato di traffico illecito di rifiuti, associazione a delinquere semplice e truffa aggravata. L’inchiesta colpisce dunque i vertici locali della ditta, ma anche dipendenti. Gli stessi reati sono contestati ad Alfio Aquino (1954) e Francesco Caruso (1965), mentre Maurizio Vecchio (1973), pregiudicato e anche lui dipendente Aimeri è accusato di furto aggravato in concorso.



A fare da collegamento tra la ditta e Cosa Nostra locale, secondo gli investigatori, sono Roberto Russo (1975), arrestato nel maggio scorso, e Gianluca Spinella (1973), pure lui già ai domiciliari. Entrambi sono ritenuti esponenti di spicco del clan Cintorino di Calatabiano, correlato ai Cursoti, a loro volta affiliati al clan Cappello-Bonaccorsi di Catania. Pezzi da novanta, tanto che Russo faceva parte del direttorio del clan. E tutti e due avevano un ruolo nella ditta milanese. Russo era il coordinatore del personale e responsabile tecnico operativo a Giarre, Spinella era sorvegliante dell’Aimeri a Calatabiano. Per loro le accuse sono di associazione a delinquere di stampo mafioso e semplice, truffa aggravata e continuata. Per Russo si aggiungono anche traffico illecito di rifiuti e di sostanze stupefacenti, detenzione illecita e alterazione di armi da fuoco aggravata dal metodo mafioso.





Due giorni dopo l’arresto di Russo, avvenuto l’8 maggio scorso, un incendio doloso distrugge il deposito dei mezzi dell’Aimeri a Giarre di cui Russo era custode. Segue un escalation di violenze a cui i cittadini giarresi reagiscono con una fiaccolata antimafia per le strade della cittadina. «Da quel momento – spiega Salvi – si sono rotti alcuni equilibri ma non sappiamo ancora se le intimidazioni sono venute dallo stesso clan o da gruppi rivali». L’attività investigativa, durante la quale sono state effettuate intercettazioni ambientali e telefoniche, ha permesso di ipotizzare l’infiltrazione della potente cosca locale dei Cintorino nella gestione dei rifiuti dell’Aimeri, «voluta e agevolata – scrivono gli investigatori – sia dai dirigenti dell’impresa, sia da funzionari e amministratori della stessa Joniambiente». Sono state accertate gravi irregolarità nella raccolta e nel conferimento in discarica dei rifiuti, come la falsificazione dei formulari. Ad arricchire l’organizzazione criminale, inoltre, contribuiva il frequente ricorso a procedure di emergenza volute dalle amministrazioni comunali al fine di eliminare le microdiscariche, pulire le caditoie otturate o i margini delle strade. Tutte attività che, nonostante facessero parte del capitolato d’appalto dell’Aimeri, venivano assegnate a ditte riconducibili a Cosa Nostra. Tra queste, secondo gli inquirenti, c’è l’Alkantara 2001, cooperativa sociale di Calatabiano, che avrebbe svolto questi servizi facendo addirittura ricorso a mezzi e a personale della stessa Aimeri Ambiente.



Tutto questo, secondo gli investigatori, accadeva nell’inerzia dei Comuni e della società d’ambito Joniambiente, le cui condotte sono ancora oggetto d’indagine. Gli inquirenti ipotizzano che gli amministratori pubblici abbiano omesso i controlli e, nei casi in cui venivano svolti, questi avvenivano con largo preavviso. Anche quando venivano accertate delle irregolarità, inoltre, le autorità competenti non avrebbero contestato gli addebiti alle ditte, ma si sarebbero rivolti a Russo, nel doppio ruolo di responsabile Aimeri e esponente dei Cintorino. In cambio, gli amministratori pubblici conniventi avrebbero segnalato amici e parenti da assumere a tempo determinato nell’Aimeri, che si sarebbe dimostrata peraltro disponibile. La ditta milanese non verrà sequestrata né confiscata, perché le indagini hanno riguardato solo un ramo dell’azienda. «Faremo ricorso a un nuovo strumento nazionale – spiega il procuratore capo Salvi – che permette, nel caso in cui le infiltrazioni non riguardino l’intera azienda, di evitare confisca e sequestro. Non impediremo l’attività lavorativa dell’Aimeri, ma la ditta verrà controllata da un amministratore giudiziario». La proprietà rimarrà dunque del gruppo Biancamano.



Insieme a Russo nel maggio scorso vengono arrestati altre venti persone. Tra queste c’è Alfio Tancona (1960), che oggi torna all’attenzione degli inquirenti. Tancona e il fratello Salvatore (1966) sono ritenuti elementi di spicco del clan Cintorino e, insieme a Russo, parte del direttorio del gruppo criminale. I tre erano infatti in contatto diretto con i vertici del clan dei Cursoti, cioè Giuseppe Garozzo, detto Pippu u maritatu e il cognato di quest’ultimo Nicola Lo Faro, ucciso a Catania nel maggio del 2009. Per Salvatore Tancona, commerciante di Fiumefreddo, l’accusa è di associazione mafiosa, detenzione illecita di armi da fuoco e traffico illecito di sostanze stupefacenti. Quest’ultimo reato è l’unico al momento contestato anche al fratello più grande, Alfio Tancona.



Ai loro ordini agiva un gruppo formato per lo più da giovani dedito al traffico di sostanze stupefacenti. «Nulla a che vedere con la Aimeri e i rifiuti – sottolinea Salvi – Ma si tratta di attività illecite venute fuori durante le indagini». Traffico di droga che, insieme alle estorsioni, continua a rappresentare il principale business e fonte di sostentamento per la mafia. «A queste – sottolinea Arturo De Felice, direttore nazionale della Dia presente stamani a Catania per la conferenza stampa – negli ultimi anni si sono aggiunte nuove specializzazioni come il traffico di rifiuti. Una ricchezza che Cosa nostra vuole assolutamente sfruttare».





AGRIFOGLIO Alfio 21.04.1954



AQUINO Alfio 16.04.1963



BENEDETTO Nico 01.01.1983







CARUSO Francesco 14.06.1965



CRISTALDI Santo 22.04.1967



GRASSO Giuseppe 27.06.1971







GRIOLI Antonino 22.04.1986



INGEGNERI Arianna 14.08.1984



LA SPINA Antonino 15.11.1957







MANGANO Alessandro 13.08.1987



MANGANO Francesco 12.09.1979



MICELI Mauro 03.09.1980







MUSUMECI Salvo 05.01.1983



PALUMBO Roberto 07.06.1960



RUSSO Roberto 01.12.1965







SCIACCA Giuseppe 02.10.1978



SPINELLA Carmelo 15.10.1971



SPINELLA Gianluca 26.05.1973







TANCONA Alfio 30.04.1960



TANCONA Carmelo 07.12.1986



TANCONA Carmelo 24.05.1988







TANCONA Salvatore 22.08.1966



VARRICA Michele 19.02.1971



VECCHIO Maurizio 13.10.1973







VITALE Sebastiano 05.12.1988



ZAPPALA’ Girolamo 25.10.1960





L’elenco completo degli arrestati e per quali reati:

- Roberto Russo: 1965, associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione illecita e alterazione di armi da fuoco aggravata dal metodo mafioso, truffa aggravata e continuata, traffico illecito di rifiuti.

- Salvatore Tancona, 1966, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico illecito di sostanze stupefacenti, detenzione illecita di armi da fuoco.

- Alfio Tancona, 1960, traffico illecito di sostanze stupefacenti.

- Carmelo Tancona, 1986, traffico illecito di droga, detenzione illecita di armi da fuoco aggravata.

- Carmelo Tancona, 1988, detenzione illecita di armi da fuoco aggravata.

- Gianluca Spinella, 1973, associazione per delinquere semplice e di stampo mafioso, truffa aggravata e continuata.

- Carmelo Spinella, 1971, associazione per delinquere di stampo mafioso.

- Alfio Aquino, 1954, associazione per delinquere, truffa aggravata e continuata.

- Maurizio Vecchio, 1973, furto aggravato in concorso.

- Alfio Agrifoglio, 1954, associazione per delinquere, truffa aggravata, traffico illecito di rifiuti.

- Roberto Palumbo, 1960, responsabile tecnico della discarica nel Val Dittaino, gestita dalla Sicilia ambiente s.p.a di Enna. Associazione per delinquere, truffa aggravata e traffico illecito di rifiuti.

- Gaetano La Spina, 1969, coordinatore della discarica nel Val Dittaino, gestita dalla Sicilia ambiente s.p.a di Enna. Associazione per delinquere, truffa aggravata e traffico illecito di rifiuti.

- Francesco Caruso, 1965, associazione per delinquere, truffa aggravata e traffico illecito di rifiuti.

- Giuseppe Grasso, dipendente del Comune di Fiumefreddo, ex dipendente dell’Ato. Associazione per delinquere, truffa aggravata e traffico illecito di rifiuti.



Reati legati al traffico di sostanze stupefacenti: Nico Mariano Benedetto, 1983; Santo Cristaldi, 1967; Arianna Ingegneri, 1984; Alessandro Mangano, 1987; Francesco Mangano, 1979; Mauro Miceli, 1980; Salvo Musumeci, 1983; Giuseppe Sciacca, 1978; Sebastiano Vitale, 1988; Girolamo Zappalà 1960; Antonino La Spina, 1957.



Detenzione illecita e alterazione di armi da fuoco: Antonino Grioli, 1986; Michele Varrica, 1971.