CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Saturday, October 01, 2016

IL CAPOMAFIA DI CARINI NINO PIPITONE

Palermo, la scomparsa dei Maiorana svolta nelle indagini. Indagato per omicidio il costruttore Alamia



Palermo, la scomparsa dei Maiorana svolta nelle indagini. Indagato per omicidio il costruttore Alamia


Dopo 9 anni ci sono due nuovi sospettati per l'assassinio degli imprenditori svaniti nel nulla il 3 agosto del 2007: uno è il costruttore vicino a Vito Ciancimino




Erano scomparsi nel nulla il 3 agosto del 2007. Da allora di Antonio e Stefano Maiorana, il padre e il figlio praticamente evaporati dopo essere stati avvistati l’ultima volta in un cantiere di Isola della Femmine, in provincia di Palermo, non si era avuta più alcuna notizia. Un vero e proprio caso, che arriva una svolta a nove anni di distanza dalla scomparsa.  La procura di Palermo, infatti, ha notificato due avvisi di garanzia, con l’accusa di omicidio, al noto costruttore palermitano Francesco Paolo Alamia e all’imprenditore Giuseppe Di Maggio.


L’inchiesta, condotta dal nucleo operativo dei carabinieri e coordinata dai pm Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene,riaccende quindi i riflettori su Alamia, costruttore vicino all’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, ex assessore della sua giunta comunale, sfiorato dalle indagini di mafia su Marcello Dell’Utri e Filippo Alberto Rapisarda, mai arrestato e ancora operativo a 82 anni: solo pochi giorni fa gli sono stati sequestrati beni per 22 milioni di euro.
Ma come arrivano i pm Tartaglia e Del Bene ad indagare su Alamia? Gli inquirenti hanno scoperto che l’anziano costruttore aveva ceduto le quote della ditta di costruzioniCalliope srl, di cui era socio con Maiorana, all’imprenditore Dario Lopez. Da questi le quote passarono alla compagna di Antonio Maiorana, Karina Andrè. Perché avvenne quella cessione? Gli investigatori ipotizzano che Alamia sarebbe stato vittima di un ricatto. E a questo punto che entra in scena Di Maggio,  già arrestato per mafia, è figlio diLorenzo Di Maggio, condannato per associazione mafiosa e cognato del boss Salvatore Lo Piccolo. L’uomo, proprietario di una ditta attiva nel movimento terra, è stato localizzato nella zona del cantiere di Isola delle Femmine dove furono avvistati i due Maiorana il giorno della loro scomparsa: si allontanarono dal cantiere dicendo agli operai che sarebbero andati a fare un sopralluogo nelle vicinanza per vedere un terreno. Doveva essere un sopralluogo veloce, tanto che i due lasciarono in cantiere gli effetti personali: e invece non fecero più ritorno.
È a quel punto che il boss Lo Piccolo incarica alcuni suoi uominidi capire che fine avessero fatto i due costruttori, scomparsi nel suo territorio. L’indagine interna a Cosa nostra, però, non portò a nulla, perché sarebbe stata “bloccata”, visto il coinvolgimento di Di Maggio: questa, almeno, è una delle piste battute dagli inquirenti.
Fino ad oggi i corpi dei due Maiorana non sono mai stati trovati, mentre la loro auto, una Smart, venne localizzata nel parcheggio dell’aeroporto di Punta Raisi: dalle indagini, però, è emerso che due non avevano prenotato alcun volo. È per questo motivo che gli inquirenti sospettano che a lasciare l’automobile al parcheggio dell’aeroporto siano stati gli stessi assassini dei Maiorana.  Nei mesi scorsi invece, una scarpa e un sacco sporco di tracce rosse sono state ritrovate in un pozzo nella zona di Villagrazia, sepolti da metri di materiale edile : gli oggetti sono stati consegnati al Ris dei carabinieri per gli esami, dato che si sospetta siano appartenuti agli stessi Maiorana.

Svolta nel caso Maiorana: indagati due imprenditori

L'accusa è di omicidio













La Procura di Palermo ha notificato due avvisi di garanzia al costruttore Francesco Paolo Alamia, 82 anni, che la scorsa settimana è stato colpito da un sequestro di beni da quindici milioni di euro (cento immobili, tre imprese, ventuno rapporti finanziari, disponibilità liquide ingenti, cinque autovetture, provvedimento emesso dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo su proposta del Procuratore aggiunto Bernardo Petralia e del sostituto Daniela Varone), e per l'imprenditore Giuseppe Di Maggio. L'accusa è di omicidio. Antonio e Stefano Maiorana, padre e figlio, erano scomparsi il 3 agosto del 2007. L'ultima volta erano stati visti al cantiere di Isola delle Femmine dove la Calliope srl - di cui Maiorana padre aveva acquistato delle quote intestandole alla sua compagna, quote che erano state cedute a Dario Lopez proprio da Alamia - stava costruendo delle abitazioni. La loro Smart venne ritrovata nel parcheggio dell'aeroporto di Palermo, ma i due non presero mai alcun aereo. Su quelle quote della Calliope grava un mistero che racconta di ricatti su cui pare difficile fare luce.
L'inchiesta è condotta dal Roni dei Carabinieri e coordinata dai pm Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Alamia è stato ritenuto "socialmente pericoloso alla luce del particolare ruolo svolto in passato di imprenditore agli ordini della criminalità, pur non essendo stato mai condannato per associazione di stampo mafioso". Secondo gli inquirenti l'anziano imprenditore negli anni Settanta e Ottanta era considerato "socio e prestanome di Vito Ciancimino e vicino a uno dei più spietati killer di Cosa nostra, Pino Greco di Ciaculli".
Di Maggio, invece, è figlio di Lorenzo, detto Lorenzino, in carcere per associazione mafiosa, ed è titolare di una piccola impresa di movimento terra. Era presente nel cantiere di Isola delle Femmine quando i due Maiorana scomparvero nel nulla. Per anni nessuna notizia, poi qualche mese fa i Carabinieri si sono recati in un terreno nei pressi di Carini e hanno scavato fino a trenta metri di profondità e hanno trovato la suola di una scarpa e un tacco sporco di rosso. La settimana scorsa il maxi sequestro e ora gli avvisi di garanzia. Evidentemente a breve ci saranno elementi che saranno svelati, e forse potrà fare luce su una vicenda annosa piena di ombre.

e.m.



N. 11213/08 R.G.N.R.
N. 11998/08 R.G. G. I.P.
TRIBUNALE DI PALERMO
Sezione dei giudici per le indagini preliminari
ORDINANZA DI APPLICAZIONE DELLA MISURA COERCITIVA
DELLA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE
(artt. 272 e segg., 285 c.p.p. )

Il Giudice per le indagini preliminari dott.ssa Maria Pino
Esaminate le richieste di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere avanzate dal Pubblico Ministero in data 14 dicembre 2009 (richiesta parzialmente revocata con successiva nota del 27.1.2010) ed in data 24 settembre 2010 nei confronti di


1. ACQUISTO Michele fu Nicolò nato a Palermo 18.04.1953
2. BAUCINA Salvatore nato a Palermo il 3.5.1964, in atto detenuto
3. BIONDO Mario di Vincenzo, nato a Palermo 01.05.1966
4. BRUNO Pietro di Giuseppe nato a Isola delle Femmine (PA) 18.11.1946
5. CATALDO Salvatore nato a Carini 02.01.1949
6. CATANIA Filippo di Vincenzo, nato a Palermo 28.05.1969
7. CIARAMITARO Domenico nato a Palermo il 15 giugno 1974, in atto detenuto
8. CINÀ Pietro fu Giuseppe, nato a Giardini Naxos (ME) 16.04.1964, in atto detenuto
9. CONIGLIARO Angelo, nato a Carini il 21.10.1935
10. CORRAO Giovanni fu Silvestro, nato a Palermo 06.04.1965
11. CUSIMANO Giovanni nato a Palermo 1.1.1941, in atto detenuto
12. D’ANNA Salvatore nato a Terrasini il 17.07.1960
13. DI BELLA Giuseppe nato a Montelepre il 24.06.1958
14. DI MAGGIO Giuseppe di Lorenzo, nato a Carini (PA) 28.06.1973
15. DI MAGGIO Gaspare nato a Cinisi il 29.03.1961, in atto detenuto
16. DI MAGGIO Lorenzo nato a Torretta il 23.09.1951, in atto detenuto
17. ENEA Giuseppe di Giacomo nato a Palermo il 22.07.1973
18. EVOLA Alberto nato a Cinisi 04.01.1962
19. FAZZONE Lorenzo di Salvatore nato a Palermo 2.5.1977
20. LIGA Salvatore di Gioacchino nato a Palermo 23.10.1964
21. LIGA Salvatore di Francesco Paolo nato a Palermo 27.03.1985
22. LO CASCIO Giuseppe di Isidoro nato a Palermo 28.11.1970
23. LO CASCIO Isidoro nato a Palermo il 5.12.1946
24. LO PICCOLO Filippo di Calogero nato a Palermo 10.12.1974
25. LO PICCOLO Salvatore nato a Palermo il 20.7.1942, in atto detenuto
26. LO PICCOLO Sandro nato a Palermo il 16.2.1975, in atto detenuto
27. LO VERDE Giuseppe nato a Palermo il 13.12.1957, in atto detenuto
28. LUCIA Antonino di Salvatore nato ad Altofonte (PA) il 13.9.1952
29. LUCIA Mario di Antonino nato a Palermo il 2.11.1977
30. MACCHIARELLA Tommaso nato a Palermo 22.06.1954, in atto detenuto
31. MESSINA Giuseppe di Salvatore nato a Palermo 24.06.1978
32. MORISCA Gioacchino nato a Palermo 01.09.1944, in atto detenuto
33. NICOLETTI Giuseppe, nato a Palermo il 28.2.1965
34. NIOSI Giovanni di Giuseppe nato a Palermo 24.10.1954, in atto detenuto
35. PALAZZOLO Vito Mario di Giacomo nato a Carini 1.7.1976, in atto detenuto
36. PILLITTERI Calogero di Andrea, nato a Palermo 15.09.1970, in atto detenuto
37. PIPITONE Vincenzo nato a Torretta il 5.2.1956, in atto detenuto
38. PUCCIO Carlo di Salvatore nato a Palermo 24.12.1981
39. PUGLISI Francesco, nato a Torretta il 3.5.1966
40. RANDAZZO Salvatore di Antonino nato a Palermo 30.10.1967
41. SERIO Nunzio nato a Palermo il 5.8.1977, in atto detenuto
42. TROIA Massimo Giuseppe nato a Romano di Lombardia (BG) il 22.7.1975, in atto detenuto
43. VITALE Salvatore nato a Cinisi il 24.3.1975
44. ZITO Filippo di Salvatore nato a Palermo 30.12.1969, in atto detenuto
45. BOTTA GIOVANNI nato a Palermo il 19.04.1963
46. BARONE ANDREA nato a Palermo il 23.07.1979, inatto detenuto
47. BARONE DOMENICO nato a Palermo il 19.10.1981
48. DI PIAZZA FRANCESCO PAOLO nato a Palermo il 17.10.1962, in atto detenuto
49. SPINA GUIDO nato a Palermo il 12.07.1965
50. COSENZA VINCENZO, nato a Palermo il 24.06.1971
51. CAVIGLIA DOMENICO nato a Palermo il 13.03.1976, in atto detenuto
52. FERRAZZANO MARIO nato a Palermo il 12.11.1985
53. MANGIONE SALVATORE nato a Palermo il 15.02.1956, in atto detenuto
54. MANGIONE FILIPPO nato a Palermo il 25.06.1982, in atto detenuto
55. MESSERI SERGIO nato a Palermo il 25.07.1966
56. LA MATTINA EDOARDO nato a Palermo il 27.08.1977
57. CUSIMANO NICOLÒ nato a Palermo il 17.01.1980
58. CUSIMANO ANELLO nato a Palermo il 25.4.1976  
59. DARICCA FABIO nato a Palermo il 16.12.1977
60. CIARAMITARO GAETANO nato a Palermo il 04.08.1968
61. DE LUCA ANTONINO nato a Palermo il 12.01.1970
62. TOGNETTI FELISIANO nato a Palermo il 20.08.1971, in atto detenuto
63. MARINO STEFANO nato a Palermo il 18.06.1972, in atto detenuto
.....................................
LO PICCOLO Salvatore, LO PICCOLO Sandro, DI MAGGIO Gaspare, PUGLISI Francesco, EVOLA Alberto, DI MAGGIO Lorenzo, DI MAGGIO Giuseppe, CINÀ Pietro
13) per il delitto p. e p. dagli artt. 110, 81 cpv, 629 comma 2° e art. 7 D.L. 13 maggio 1991 nr.152, conv. nella legge 12 luglio 1991 nr.203 per essersi, in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, mediante minaccia consistita nel manifestare la propria appartenenza all‟ssociazione mafiosa Cosa Nostra, ed in virtù della forza derivante dal vincolo associativo relativo alla predetta organizzazione, procurati un ingiusto profitto, costringendo l‟imprenditore SPALLINA Luigi, amministratore unico della Spallina Costruzioni di SPALLINA Luigi e C. Snc., a versare, in più soluzioni, ventimila euro, in relazione ai lavori di costruzione di una scuola materna che lo SPALLINA stava effettuando nel Comune di Cinisi e costringendo il medesimo imprenditore a cedere in sub appalto parte dei lavori alle ditte di EVOLA Alberto, DI MAGGIO Lorenzo, DI MAGGIO Giuseppe e CINÀ Pietro;
agendo LO PICCOLO Salvatore e LO PICCOLO Sandro come mandanti delle pretese estorsive;
DI MAGGIO Gaspare come materiale esecutore delle richieste estorsive;
PUGLISI Francesco come esecutore delle richieste estorsive ed esattore della somma di denaro;
EVOLA Alberto, DI MAGGIO Lorenzo, DI MAGGIO Giuseppe e CINÀ Pietro, come percettori finali dei profitti derivanti dall‟mposizione all‟mprenditore dei sub appalti ottenuti utilizzando la forza del vincolo associativo relativo all‟rganizzazione mafiosa.
Con la recidiva specifica, reiterata, infraquinquennale per LO PICCOLO Salvatore ( art.99 comma 1, comma 2 n.1 e 2, comma 3, comma 4, comma5);
Con la recidiva specifica, reiterata, infraquinquennale per LO PICCOLO Sandro ( art.99 comma 1, comma 2 n.1 e 2, comma 3, comma 4, comma5);
Con la recidiva specifica infraquinquennale reiterata per CINÀ Pietro (art.99 comma 1, comma 2 n.1 e 2, comma 3)
In Cinisi nell‟nno 2007.

MAIORANA CALLIOPE VARIANTE SEQUESTRO ABITABILITA' di isolapulita


















 Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”





Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”




I pentiti lo indicano come socio e prestanome dell'ex sindaco Vito Ciancimino, di cui fu anche assessore al Turismo. E' stato in affari con l’imprenditore Maiorana, scomparso con il figlio nel 2007. Sequestrati 100 immobili e tre imprese che valgono 15 milioni di euro. Altri sei milioni sequestrati dai carabinieri a un fiancheggiatore dei boss


Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra”


http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/06/23/news/sigilli_al_patrimonio_del_costruttore_alamia_la_finanza_ha_fatto_carriera_grazie_a_cosa_nostra_-142689164/


Alamia e il giallo dei Maiorana  "... fare sparire due persone"


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Il nome dell'imprenditore salta fuori nell'indagine sull'omicidio dei due costruttori scomparsi nel nulla.


PALERMO - La mattina del 3 agosto 2007 si perdono le tracce di Antonio e Stefano Maiorana, padre e figlio.Pochi mesi fa dal buco nero che ha ingoiato i costruttori sono emerse delle tracce. Per la precisione, la suola in gomma di una scarpa e un sacco con delle macchie di colore rosso. Non conosciamo l'esito delle analisi scientifiche dei carabinieri del Ris. Presto, però, potrebbe arrivare la svolta investigativa. Se così fosse saremmo di fronte alla più macabra delle conclusioni: i Maiorana sarebbero stati ammazzati.


La scarpa e il sacco sono stati trovati in un terreno non lontano da Palermo di cui non è trapelata mai la localizzazione. Un particolare, però, è saltato subito all'occhio degli inquirenti coordinati dai pubblici ministeri Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. La suola e il sacco erano coperti da una grossa quantità di ghiaia, di quella usata per il calcestruzzo. Ghiaia “pulita”, cioè mai utilizzata. Qualcuno, dunque, potrebbe avrebbe potuto utilizzare il materiale nella speranza di consegnare all'oblio i segni di un omicidio.

Come sono arrivati i carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo, che avevano già scavato fra Carini, Villagrazia di Carini e Isola delle Femmine, fino al logo del ritrovamento? Ed è in questo contesto che è saltato fuori il nome di Francesco Paolo Alamia. Il dichiarante Massimo Ciancimino e il pentito Francesco Campanella hanno contribuito a indirizzare le indagini sul mondo degli affari, ma la svolta sarebbe arrivata da altri.



Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, morto nel 2002, ha raccontato dei propri legami con Antonio Maiorana nella cooperativa Coreca 2000 e della paura che l'imprenditore gli avrebbe manifestato un mese e mezzo prima della scomparsa: temeva che gli accadesse qualcosa. Alamia e Maiorana si conoscevano dagli Ottanta, quando erano soci nella Progea, proprietaria anche del residence “Baia dei sette emiri” di Cefalù. Ed ancora Alamia era pure presente nella Calliope srl, la società che stava costruendo alcune villette a Isola delle Femmine.



Il cantiere della Calliope è l'ultimo posto in cui furono visti i due costruttori. La loro auto, una Smart, fu poi ritrovata nel parcheggio dell'aeroporto di Palermo, ma dai controlli risultò che i due non avevano preso alcun volo. L'inchiesta è stata chiusa e riaperta. E adesso si indaga per omicidio.


Dieci giorni prima della scomparsa, Alamia e la famiglia Bandiera, proprietaria del terreno, avevano firmato la cessione delle quote della Calliope a Dario Lopez, che ne deteneva già il 50%, e da questi a Karina Andrè, ex compagna di Maiorana padre.

Nel fascicolo dei pm c'è poi l'intreccio di sms e telefonate il giorno della scomparsa: Stefano e Antonio Maiorana, rispettivamente alle 5.51 e alle 5.21, si trovavano in via Primo Carnera a Capaci. Hanno chiamato e ricevuto un sms da Alamia. Alle 6.23 Alamia entrò in contatto con Lopez. La telefonata durò 200 secondi. Non è tutto. L'auto dei Maiorana, una Smart, fu ritrovata nel parcheggio dell'aeroporto tanto da giustificare, almeno a primo acchito, l'ipotesi dell'allontanamento volontario dei due imprenditori. Un personaggio tra quelli vicini ai Maiorana, un'ora e mezzo dopo (alle 7.52), attivò con il suo telefono la stessa cella che copre la bretella autostradale in uscita dall'aerostazione di Punta Raisi. Poco dopo, alle 8.11, venne filmato mentre prendeva un caffè dalle telecamere di un rifornimento di benzina Erg lungo la statale 113 tra Isola e Sferracavallo. E se fosse partito dall'aeroporto dove è stata ritrovata la Smart?

Infine c'è il capitolo intercettazioni. Uno dei primi telefoni a finire sotto controllo è stato quello di Alamia. Che il 4 ottobre 2007 lasciava intendere ad un amico che Antonio Maiorana poteva essere stato vittima del racket, rifiutandosi di pagare il 3% dei lavori ai boss (“E poi presto veniva lui... lo scienziato che era... ci sono andati a parlare di soli... no nascondili nella tasca... a te che ti costa il 3%? Mettiti d'acco... che hanno i coglioni più grossi di lui... basta fare 4 fatture... quattro cose... per raccogliere... avrebbe avuto”).

Alamia non escludeva una lupara bianca: “Una cosa così grave... fare sparire due persone... una che poverino non c'entrava niente... ma perché devo andare a fare queste cose... significa essere belve umane... quindi se il male è proporzionato all'errore che ha fatto, quanto deve essere questo errore?”. Poi aggiungeva che c'erano problemi da risolvere: “C'è merce da pagare... centinaia di milioni di contravvenzioni di cose...”.

Gli investigatori, a quel punto, misero il naso nel mondo dei fornitori. E scoprirono che nel cantiere di Isola avevano lavorato i fratelli Giuseppe e Antonio Di Maggio e Pietro Cinà, considerati vicini ai Lo Piccolo. A ciò si aggiungeva che alcuni sms anonimi, inviati al telefonino di Marco Maiorana, secondogenito di Antonio che decise di togliersi la vita, annunciavano che padre e fratello erano stati ammazzati dal boss di San Lorenzo. Del cantiere di Isola si parlava in una lettera trovata nel covo di Salvatore Lo Piccolo a Giardinello. Pietro Cinà, che si firmava Alfa, scriveva al capomafia per incassare un credito di 74 mila euro per i lavori fatti nel cantiere di Isola. I carabinieri interrogarono i pentiti. Uno di loro, Andrea Bonaccorso, disse: “Con riferimento alla scomparsa dei Maiorana so che i Lo Piccolo avevano fatto pervenire un biglietto da recapitare a Franco Zizo, socio dei Maiorana, per avere informazioni. Ma Zizo aveva risposto dicendo che non ne sapeva nulla. Lo Piccolo non si spiegava l'episodio visto che il cantiere era già a posto. Non era a conoscenza di nulla, precisano che probabilmente si trattava di problemi all'interno del cantiere”.

Nel corso delle indagini saltò fuori anche una lettera scritta da un'altra donna con cui Maiorana aveva intrattenuto una relazione sentimentale. La donna avvertiva la Andrè che il costruttore stava lavorando ad un progetto per un villaggio turistico a Selinunte. Per risolvere alcuni problemi burocratici, aveva cercato agganci con l'amministrazione comunale di Castelvetrano, con un deputato regionale della zona e pure con Giuseppe Grigoli, uomo Despar in Sicilia occidentale, braccio economico di Matteo Messina Denaro. Il ruolo di Maiorana nell'affare di Selinunte è rimasto finora poco chiaro. È emerso che la società incaricata a trattare era stata la Me Svil di cui Maiorana è stato amministratore unico fino al 2004. Successivamente le quote societarie sono passate ad un'altra proprietà. I nuovi soci hanno raccontato di non avere avuto mai a che fare con Maiorana.



http://livesicilia.it/2016/06/24/maiorana_762057/








Giallo Maiorana, svolta nelle indagini: indagati i 2 soci

Accusati di omicidio dalla procura Dario Lopez e Francesco Paolo Alamia, soci dei Maiorana del cantiere di Capaci dal quale scomparvero il 3 agosto del 2007
Giallo Maiorana, svolta nelle indagini:  indagati i 2 soci
ANTONIO MAIORANA 
È la svolta che si attendeva da tempo. La scomparsa degli imprenditori Antonio e Stefano Maiorana è un caso di omicidio. È con quest'accusa che la procura ha indagato Dario Lopez e Francesco Paolo Alamia, soci dei Maiorana del cantiere di Capaci dal quale scomparvero il 3 agosto del 2007. Una svolta sulla quale trapela molto poco. Di certo c'è che carabinieri e magistrati hanno le idee abbastanza chiare.





A portarli sulla strada giusta sarebbe stata un'intuizione felice che avrebbe aperto le porte del movente. L'omicidio sarebbe maturato nell'ambito di contrasti per grossi affari legati ai cantieri edili. Si tratta di contrasti per grosse somme e nei quali si sarebbero inserite anche questioni private. Una storia molto cruda sulla quale è importante lasciare spazio al silenzio, per adesso, per non compromettere le indagini. Gli accertamenti del Ris su una suola di gomma e un sacco, ritrovati a Villagrazia di Carini a gennaio, sono state rinviate a giugno per motivi d'indagine.



L'inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, sarebbe molto complessa e non è escluso nemmeno che ci sia anche la mano della mafia dietro al delitto. Alamia, socio in affari di Maiorana dagli anni Ottanta, è stato anche assessore comunale a Palermo e avrebbe avuto rapporti d'affari con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Indagato per concorso in associazione mafiosa insieme a Dell'Utri e Berlusconi, la sua posizione venne archiviata nel 1997. Dario Lopez, invece, sarebbe stato uomo di mediazione, colui che garantiva la tranquillità del cantiere.

Giacomo Frazzitta, l'avvocato che difende l'ex moglie di Maiorana, Rossella Accardo, aveva offerto spunti investigativi sui soci delle due vittime: messaggi e contatti telefonici sospetti. Gli approfondimenti poi si erano inabissati e l'indagine era stata archiviata. Della pista che portava al cantiere nel 2008 parlò anche il pentito Gaspare Pulizzi, ex braccio destro del boss Salvatore Lo Piccolo: «Lo Piccolo mi aveva detto che la scomparsa dei Maiorana è stata determinata da contrasti interni al cantiere».


Nel  gennaio del 2009, poi, si suicida il fratello di Stefano, Marco. Si ricostruì che il ragazzo non aveva retto al dolore, adesso sembra chiaro che era depositario dei segreti del padre e del fratello. D'altronde in una copia di un Topolino era stata trovata anche questa frase: «Con Karina (la donna del padre, ndr) abbiamo distrutto la memoria del pc…Sapevo che quella mattina mio fratello andava a discutere qualcosa di grave e non sono riuscito a trattenerlo».




Pulizzi, ritenuto uno dei collaboratori più stretti di Lo  Piccolo, in pratica ha ricostruito le strategie del boss, le alleanze e gli obiettivi 

Il pentito rivela anche i retroscena della sparizione dell'imprenditore edile Antonio Maiorana e del figlio Stefano, spariti il 3 agosto scorso. Dietro la scomparsa non ci sarebbe la mano della mafia, ma dei contrasti sorti nell'ambito lavorativo. Pulizzi racconta che "Lo Piccolo aveva detto che la scomparsa dei Maiorana è stata determinata da contrasti interni al cantiere". 

L'imprenditore e il figlio stavano realizzando alcune palazzine a Isola delle Femmine, nel Palermitano, e il 3 agosto si erano allontanati dal cantiere. 
continua su.... 

Comitato Cittadino Isola Pulita 

01/02/2008 
http://www.lasiciliaweb.com/index.php?id=1305 

http://la-rinascita-a-isola-delle-femmine.blogspot.com/2008/01/calliope-italcementi-prefabbricati-nord.html#links 











http://liberaisoladellefemmine.blogspot.it/2016/03/maiorana-calliope-variante-sequestro.html



PULIZZI EDILIA CALLIOPE LEGNO PIU' LO PICCOLO BANDIERA LOPEZ ACCARDO TRUPIA SALVATORE


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 Sigilli al patrimonio del costruttore Alamia. “Ha fatto carriera grazie a Cosa nostra” Alamia e il giallo dei Maiorana "... fare sparire due persone"



Maiorana 1 agosto a Palermo dal notaio... 2 giorni precedono la sparizione

Maiorana dal notaio 2 giorni prima della... di isolapulita



Il 1 agosto 2007 due giorni prima della scomparsa di Antonio e Stefano Maiorana dal Cantiere di Isola delle Femmine dove stavano costruendo un complesso di 50 appartamenti. I Maiorana con Karina (convivente di Antonio e titolare di un pacchetto del 50% delle azioni della Calliope) e DARIO LOPEZ ( Titolare dal luglio 2007 del 50% delle azioni della Calliope ed è genero di Salvatore Bandiera proprietario dell'area edificata della Caliope).
Sono dal notaio per stipulare alcuni rogiti, Antonio Maiorana, appartatosi con DARIO LOPEZ ha un furioso e violento litigio verbale e fisico. MOTIVO?

La sera del 2 agosto 2007 1 giorno prima della sparizione, dal cantiere della Calliope di Isola delle Femmine, di Stefano e Antonio Maiorana.
In un ristorante di sferracavallo si danno appuntamento con il carabiniere Ignazio Pepati uno degli acquirenti di un appartamento della Calliope. Motivo dell'incontro trovare la maniera di far fuori tutte le ditte che avevano appalti di lavoro all'interno del cantiere della Calliope in quanto, secondo il Maiorana dette ditte erano referenti di Dario Lopez, genero di Salvatore bandiera proprietario dell'area su cui si era edificato ed inoltre dal luglio/07 era detentore del 50% delle azioni della Calliope.
Il filmato mette in risalto il carattere violento e sbruffone delll'Antonio Maiorana.
Non si comprende il ruolo che nelle intenzioni di Antonio dovrebbe svolgere il Signor Ignazio Pepati. perchè Antonio Maiorana si rivolge proprio al Signor Pepati?
Non si comprende il ruolo che nelle intenzioni di Antonio dovrebbe svolgere il Signor Ignazio Pepati. perchè Antonio Maiorana si rivolge proprio al Signor Pepati?
Nei giorni precedenti la scomparsa, Antonio Maiorana aveva avuto problemi con l'ex socio in affari Dario Lopez.

Torniamo al massimo tra mezz'ora". Così ha detto Antonio Maiorana al suo capocantiere di Isola delle Femmine (Palermo) mentre si allontanava con il figlio Stefano quel 3 agosto 2007 . Da quel giorno dei due si è persa ogni traccia.

L'auto con cui l'uomo, 47 anni, e suo figlio maggiore, 22, hanno lasciato il cantiere è statra trovata parcheggiata all'aeroporto di Punta Raisi "Falcone e Borsellino". Il Ris dei carabinieri di Messina che l'ha analizzata ha rilevato soltanto le impronte dei due scomparsi.

I loro nomi non figurano negli elenchi dei passeggeri in partenza. Antonio Maiorana, consulente per una società immobiliare di Isola delle Femmine, la "Calliope", la mattina della scomparsa ha lasciato il suo appartamento alle 6,30 di via delle Croci a Palermo, dove vive insieme alla compagna argentina Karina Gabriela André. per recarsi in cantiere con il suo scooter.

Intorno alle 7 è arrivato con la sua Smart bianca nuova il figlio Stefano, che vive in un appartamento di via Arimondi con il fratello Marco, l'altro figlio nato dal matrimonio con Rossella Accardo. Alle 7 e un quarto i due hanno preso un un caffè con il capocantiere. Poi sono andati via con l'auto, che aveva ancora la targa provvisoria, lasciando lo scooter. I telefoni cellulari di Stefano e Antonio Maiorana sono risultati risultano irraggiungibili rispettivamente dalle 8 e dalle 10.

La chiave della duplice scomparsa per gli inquirenti sarebbe da individuare nella vicenda della "Calliope Immobiliare". La ditta stava costruendo a Isola delle Femmine una cinquantina di appartamenti finanziati come edilizia popolare ma venduti in realtà come residenziali. Antonio Maiorana, che ha lavorato fin da giovane nell'edilizia a fianco dello zio, un uomo vicino a Vito Ciancimino, era consulente della Calliope.

Un mese circa prima della scomparsa ha rilevato metà delle quote della società intestandole a Karina André, non potendo farlo lui direttemente perchè protestato. A pochi giorni del 3 agosto l'uomo avrebbe dettto alla compagna non farsi vedere in giro. Il 6 agosto Karina André, insieme con Marco Maiorana, si è recata dai genitori di Antonio Maiorana per lasciare una busta sigillata, dicendo che sarebbe tornata da loro venti giorni dopo per riprenderla.

Ci sono i movimenti, innanzitutto. I tabulati, ricostruiti dal legale con la consulenza tecnica dell'esperto Pietro Indorato, indicano la presenza di Stefano e Antonio Maiorana, fra le 5,21 e le 5,51 della mattina del 3 agosto 2007, in via Primo Carnera a Capaci, da dove hanno chiamato e ricevuto un sms da Francesco Paolo Alamia. Alle 7,52, poi, un personaggio vicino ai Maiorana attiva la cella della bretella autostradale in uscita da Punta Raisi e una ventina dopo viene filmato fra Isola delle Femmine e Sferracavallo. Elementi, questi, che hanno spinto Frazzitta a chiedere un controllo sulla zona dismessa di una vecchia fabbrica. Dove ritengono che possano essere seppelliti i corpi.


Maiorana 2 agosto 2007 sera ristorante... di isolapulita


Ci sono i movimenti, innanzitutto. I tabulati, ricostruiti dal legale con la consulenza tecnica dell’esperto Pietro Indorato, indicano la presenza di Stefano e Antonio Maiorana, fra le 5,21 e le 5,51 della mattina del 3 agosto2007, in via Primo Carnera a Capaci, da dove hanno chiamato e ricevuto un sms da Francesco Paolo Alamia. Alle 7,52, poi, un personaggio vicino ai Maiorana attiva la cella della bretella autostradale in uscita da Punta Raisi e una ventina dopo viene filmato fra Isola delle Femmine e Sferracavallo. Elementi, questi, che hanno spinto Frazzitta a chiedere un controllo sulla zona dismessa di una vecchia fabbrica. Dove ritengono che possano essere seppelliti i corpi.

La novità verrebbe dall’incrocio tra i tabulati che indicano la presenza di Stefano e Antonio Maiorana, fra le 5.21 e le 5.51 della mattina del 3 agosto2007, in via Primo Carnera a Capaci, da dove hanno chiamato e ricevuto un sms da Francesco Paolo Alamia, con quelli che individuano un personaggio vicino ai Maiorana nella zona della bretella autostradale in uscita da Punta Raisi alle 7.52.
Lo stesso personaggio viene filmato una ventina di minuti dopo fra Isola delle Femmine e Sferracavallo. Elementi, questi, che hanno spinto Frazzitta a chiedere un controllo sulla zona dismessa di una vecchia fabbrica dove potrebbero essere seppelliti i corpi.
La sera del 2 agosto 2007 1 giorno prima della sparizione, dal cantiere della Calliope di Isola delle Femmine, di Stefano e Antonio Maiorana.
In un ristorante di sferracavallo si danno appuntamento con il carabiniere Ignazio Pepati uno degli acquirenti di un appartamento della Calliope. Motivo dell'incontro trovare la maniera di far fuori tutte le ditte che avevano appalti di lavoro all'interno del cantiere della Calliope in quanto, secondo il Maiorana dette ditte erano referenti di Dario Lopez,  genero  di Salvatore bandiera proprietario dell'area su cui si era edificato ed inoltre dal luglio/07 era detentore del 50% delle azioni della Calliope.
Il filmato mette in risalto il carattere violento  e sbruffone delll'Antonio Maiorana.
Non si comprende il ruolo che nelle intenzioni di Antonio dovrebbe svolgere il Signor Ignazio Pepati. perchè Antonio Maiorana si rivolge proprio al Signor Pepati?


La sera del 2 agosto 2007 1 giorno prima della sparizione, dal cantiere della Calliope di Isola delle Femmine, di Stefano e Antonio Maiorana.
In un ristorante di sferracavallo si danno appuntamento con il carabiniere Ignazio Pepati uno degli acquirenti di un appartamento della Calliope. Motivo dell'incontro trovare la maniera di far fuori tutte le ditte che avevano appalti di lavoro all'interno del cantiere della Calliope in quanto, secondo il Maiorana dette ditte erano referenti di Dario Lopez,  genero  di Salvatore bandiera proprietario dell'area su cui si era edificato ed inoltre dal luglio/07 era detentore del 50% delle azioni della Calliope.

Il filmato mette in risalto il carattere violento  e sbruffone delll'Antonio Maiorana.

Non si comprende il ruolo che nelle intenzioni di Antonio dovrebbe svolgere il Signor Ignazio Pepati. perchè Antonio Maiorana si rivolge proprio al Signor Pepati?

Nei giorni precedenti la scomparsa, Antonio Maiorana aveva avuto problemi con l’ex socio in affari Dario Lopez.

Torniamo al massimo tra mezz’ora”. Così ha detto Antonio Maiorana al suo capocantiere di Isola delle Femmine (Palermo) mentre si allontanava con il figlio Stefano quel 3 agosto 2007 . Da quel giorno dei due si è persa ogni traccia.

L’auto con cui l’uomo, 47 anni, e suo figlio maggiore, 22, hanno lasciato il cantiere è statra trovata parcheggiata all’aeroporto di Punta Raisi “Falcone e Borsellino”. Il Ris dei carabinieri di Messina che l’ha analizzata ha rilevato soltanto le impronte dei due scomparsi.

I loro nomi non figurano negli elenchi dei passeggeri in partenza. Antonio Maiorana, consulente per una società immobiliare di Isola delle Femmine, la “Calliope”, la mattina della scomparsa ha lasciato il suo appartamento alle 6,30 di via delle Croci a Palermo, dove vive insieme alla compagna argentina Karina Gabriela André. per recarsi in cantiere con il suo scooter.

Intorno alle 7 è arrivato con la sua Smart bianca nuova il figlio Stefano, che vive in un appartamento di via Arimondi con il fratello Marco, l’altro figlio nato dal matrimonio con Rossella Accardo.  Alle 7 e un quarto i due hanno preso un un caffè con il capocantiere. Poi sono andati via con l’auto, che aveva ancora la targa provvisoria, lasciando lo scooter. I telefoni cellulari di Stefano e Antonio Maiorana sono risultati risultano irraggiungibili rispettivamente dalle 8 e dalle 10.

La chiave della duplice scomparsa per gli inquirenti sarebbe da individuare nella vicenda della “Calliope Immobiliare”. La ditta stava costruendo a Isola delle Femmine una cinquantina di appartamenti finanziati come edilizia popolare ma venduti in realtà come residenziali. Antonio Maiorana, che ha lavorato fin da giovane nell’edilizia a fianco dello zio, un uomo vicino a Vito Ciancimino, era consulente della Calliope.

Un mese circa prima della scomparsa ha rilevato metà delle quote della società intestandole a Karina André, non potendo farlo lui direttemente perchè protestato. A pochi giorni del 3 agosto l’uomo avrebbe dettto alla compagna non farsi vedere in giro. Il 6 agosto Karina André, insieme con Marco Maiorana, si è recata dai genitori di Antonio Maiorana per lasciare una busta sigillata, dicendo che sarebbe tornata da loro venti giorni dopo per riprenderla.

In seguito la donna ha negato di averla ritirata, smentita dal padre di Antonio Maiorana, precisando che il compagno le aveva detto di consegnarla ai genitori e che sarebbe servita a settembre. Sul contenuto della busta non è mai stata fatta chiarezza.
Il territorio da cui i Maiorana sono scomparsi è notoriamente sotto stretto controllo mafioso, in particolare, all’epoca,  dei Lo Piccolo. La pista mafiosa sarebbe confermata da un sms ricevuto da Marco Maiorana (“Sono stati vittime della lupara bianca”),  ma sembrerebbe smentita dalle risultanze di indagini e arresti di personaggi di spicco della cosca dominante a Isola delle Femmine.




'Non archiviate il caso Maiorana'

DARIO Lopez, socio in affari di Antonio Maiorana, era a Cinisi la mattina del 3 agosto del 2007, il giorno della scomparsa dell' imprenditore e del figlio Stefano. A sostenerlo davanti al gip Maria Pino è stato l' avvocato Giacomo Frazzitta, che difende l' ex moglie di Maiorana, Rossella Accardo, durante l' udienza per decidere sulla richiesta di archiviazione del fascicolo contro ignoti, presentata dalla Procura. Il difensore ha presentato i tabulati dei contatti telefonici di Lopez e l' altro socio, Paolo Alamia, ma il giudice ha deciso di non mettere agli atti tutta la documentazione. Intanto, dopo oltre tre anni dalle indagini, ieri è emerso che una telecamera dell' aeroporto di Punta Raisi haripreso i Maiorana poco prima della scomparsa. È proprio in aeroporto che la loro Smart è stata ritrovata il 3 agosto. Un giallo dato che i tecnici quel giorno avevano rilevato che le telecamere non erano funzionanti. Dai contatti telefonici emerge che il cellulare di Lopez alle 7,52 del giorno della scomparsa ha agganciato la cella di via Regia Trazzera Marinaa Cinisi, proprio vicino l' aeroporto. Cosa diversa rispetto a quella raccontata da Lopez, che ha sempre detto di avere lasciato Cinisi dopo avere incontrato Maiorana nel cantiere di Isola delle Femmine intorno alle 6. Qualcuno, però, avrebbe chiamato Lopez, ma lui non ha risposto. Nella memoria difensiva presentata al giudice ci sono altre richieste di accertamenti. Antonio Maiorana il giorno della scomparsa ha utilizzato un cellulare diverso dal suo, nel quale ha inserito la sua carta simper mandare un messaggio a Paolo Alamia, un altro socio. Frazzitta ha chiesto di acquisire i dati relativi all' Imei. I telefonini di padre e figlio non sono mai stati ritrovati. L' avvocato ha anche richiesto che venga risentito uno degli impiegati del cantiere di Isola delle Femmine. Nell' officina di un suo amico il giorno della scomparsa dei Maiorana è stata riparata la Mercedes Classe A di Dario Lopez. Inoltre, i Maiorana - emerge dai tabulati dei loro cellulari - sono stati localizzati vicino ad uno stabilimento di Isola delle Femmine, di proprietà del suocero di Lopez. E su questo stabilimento si chiedono delle nuove indagini con un georadar. Il sospetto è che i resti dei corpi di padre e figlio possano trovarsi lì. Infine, l' avvocato ha anche presentato un accertamento dei carabinieri sul tappetino lato guida della Smart di Stefano Maiorana nel parcheggio dell' aeroporto di Punta Raisi. C' è il genotipo di un uomo, al momento ignoto, e per il quale Frazzitta chiede la comparazione con Pietro Cinà, Giuseppe Zerzo e Dario Lopez. Il gip si è riservato la decisione, che dovrebbe arrivare prima dell' estate.
ROMINA MARCECA

La storia della sparizione di Antonio e Stefano Maiorana e del Suicidio di Marco attraverso la ricostruzione di Rossella Accardo
ANTEFATTO:




Cronistoria caso Maiorana di isolapulita


Antonio Maiorana conosce F.sco Paolo Alamia grazie allo zio materno Giuseppe Contarini.
Poco più che adolescente Antonio, figlio unico di Vincenzo Maiorana e Rosalia Contarini(entrambi nativi della provincia di Messina), fortemente motivato dal desiderio di affermazione personale…si in termini professionali (puntava al conseguimento di una laurea in Ingegneria edile)che economici;
riconosce nello Zio Pippo il perfetto riferimento per costruire la sua scalata, all’interno di una realtà operativa che si afferma nell’ambito dell’edilizia cooperativistica.
Trascorreranno circa 10 anni prima che lo Zio Pippo venga meno in circostanze alquanto repentine:
la sua morte improvvisa sarà comunque addebitata ad un infarto folgorante!…il giorno precedente la notte della dipartita, lo trascorremmo insieme in giro per sopralluoghi nel trapanese.
Ci riferì, fra l’altro, della sua salute di ferro e del recentissimo “CEKAP” che aveva effettuato in Svizzera…a conferma di una condizione fisica che faceva invidia ad un giovane!
Il giorno dopo era non era più fra i vivi.

Da quel momento Antonio cercò riferimento fra le persone più vicine allo Zio… fra questi Francesco Paolo Alamia, gli dava più affidabilità anche a fronte della conoscenza acquisita sin dall’inizio del rapporto lavorativo con lo Zio materno.

Presumibile che, nel tempo, l’interazione tra i due (F.sco Paolo ed Antonio) abbia affinato e costruito complicità a tanti livelli…tant’è che all’atto dell’avvio del cantiere in via Del Levriere nel comune di Isola delle Femmine(PA), Antonio Maiorana già fungeva da Consulente finanziario… in termini di interfaccia tra l’Istituto di Credito preposto per l’erogazione del finanziamento agevolato e l’Impresa che concretamente eseguiva i lavori edili .
Circa venti giorni prima della scomparsa di Stefano ed Antonio Maiorana, il subentro di Karina Gabriela Andrè – proprietaria del 50% delle quote della Società Calliope – permise ad Antonio di intestarsi il ruolo di Procuratore e di gestire anche “stipendi” per i miei Figli… e per la sig.ra Karina… in ragione di Euro 500,00 alla settimana!
Fui tenuta all’oscuro di tutto…mi fu negato l’accesso in via del Levriere…Mentre Marco si portava giornalmente in cantiere, Stefano si occupava di pratiche legali e notarili…finchè:

3 AGOSTO 2007 h 6:00
- Stefano Maiorana si accinge ad uscire da casa (un appartamento posto al 7° piano di Via Arimondi a Palermo)Si muove e si veste velocemente…vuole essere in cantiere prima che arrivino gli operai.
Sveglia il Fratello Marco e gli porge una busta formato A4 affinchè cerchi all’interno della stessa un documento(scrittura privata traducibile in riscossione di Euro 100.000,00 per varianti in corso d’opera e “gettone” da riconoscere al primo acquirente) intestato a tale Sig. Culella, subentrante acquirente di un appartamento in corso di realizzazione all’interno del cantiere edile in via Levriere ad Isola delle Femmine(PA)
h 6:50
- raggiunto il cantiere edile, Stefano invia un sms alla Sua ragazza informandoLa d’essere arrivato a destinazione e confermando che avrebbero pranzato insieme.
h 7:00
- sopraggiunto Dario Lopez, si porteranno al bar Time con l’auto di Stefano per un caffè.
Anche il barista riferirà che alla guida c’era Dario…pare che Stefano abbia voluto fargli provare l’auto nuova per ” …prìo…”(gergo siciliano per esprimere il piacere di condividere con gli altri ciò che è tuo).
h 7:30(quanto di seguito sempre riferito da Dario Lopez)
- Stefano ed Antonio Maiorana(aveva raggiunto il cantiere con la sua moto, partendo da via delle Croci dove abitava con Karina Gabriela Andrè) si allontanano, dal cantiere edile – in via del Levriere - gestito dalla “Calliope”, con l’auto di Stefano(una Smart nuova fiammante…ancora con targa prova). Antonio avrebbe detto: “…mi allontano con mio Figlio per una decina di minuti…”
h 8:00
- Marco Maiorana, quella mattina particolarmente preoccupato, prova a chiamare Stefano al n° 3495759060ma il telefonino risulta spento o irraggiungibile…Prova a chiamare il padre, ma il tel. squilla a vuoto finchè non s’interrompe la linea. Insisterà, invano, per più di un’ora nel cercare un contatto con il fratello e con il padre
h 9:45
- Marco decide di andare personalmente ad Isola delle Femmine; sapeva che il padre avrebbe incontrato il direttore del Banco di Sicilia di Isola alle h.10:00
h 10:15 circa
- Marco raggiunge la Banca di Isola ma di suo padre e di suo fratello nessuna traccia, né telefonate di rinvio dell’appuntamento; si dirige verso il cantiere di via del Levriere, che raggiungerà in pochi minuti. Stranamente troverà il cantiere “deserto”…a Suo dire non c’era nessuno dei responsabili che abitualmente vi stazionavano, per sovrintendere i lavori, come aveva constatato nei 20 giorni precedenti…
La sua preoccupazione aumentò a dismisura, per cui pensò di informare Karina
N.B. per volontà del padre Antonio, Marco si era portato giornalmente in cantiere per disbrigare una serie d’incombenze per conto dello stesso…a fronte del nuovo ruolo che questi aveva maturato: procuratore di Karina Gabriela Andrè, nuova socia al 50% della società edile Calliope.
La “Calliope” vedeva soci: Maria Bandiera – in rappresentanza di Salvatore Bandiera, proprietario dell’area su cui si realizza il complesso residenziale – e Gaetano Alamia – in rappresentanza dell’Ing. Paolo Alamia, curatore della cooperativa dal finanziamento al progetto. Antonio Maiorana, a fronte di un contratto d’incarico professionale, era designato al ruolo di consulente finanziario…quale interfaccia tra il Banco di Sicilia e la cooperativa edile, al fine di gestire i S.a.L.
Nel tempo, Antonio Maiorana, si era dichiarato insoddisfatto della remunerazione contrattuale ( € 50.000,00) ed aveva ambito al raddoppio vantando meriti nell’espletamento del ruolo che altri consulenti non avrebbero saputo maturare.
Troveranno un compromesso, lievitando di altri € 25.000,00 a favore di Maiorana, l’importo iniziale…Con l’avanzamento dei lavori , nonché il buon esito dell’operazione imprenditoriale, Antonio Maiorana torna a chiedere che gli sia riconosciuto un “gettone premio”e/o cmq un ulteriore integrazione economica alle sue spettanze pena:
avrebbe congelato l’ultima trance di mutuo che la banca doveva elargire, a fronte del
“fine lavori”…, causando il fallimento di tutta l’operazione.
Offrirà, come alternativa, il subentro di Karina Gabriela Andrè (sua compagna di vita)
in ragione del 50% delle quote societarie.
I vecchi soci, “frastornati” dall’incalzare del Maiorana, provano a ricondurre tutto a più miti consigli…ma il Maiorana (forte, fra l’altro, di elementi di ricatto aggiunti…pare anche rispetto alla vita privata dei vecchi soci) rilancia e riesce – con la compiacenza apparente di Dario Lopez, genero di Salvatore Bandiera - a far trasferire le quote dei
Bandiera a Karina Gabriele Andrè, mentre le quote degli Alamia passano a Dario Lopez.
Il notaio Li Puma, amico di vecchia data di Antonio Maiorana, sarà arbitro di questo evento…avallando il trasferimento delle quote anche in assenza dei Bandiera e degli Alamia.
Mio Figlio Marco stesso – dissociandosi dai comportamenti di Antonio Maiorana - mi riferirà che il padre aveva fatto una “furbata”in barba a tutti!
h 13:30 circa
- rientrato in città, dove incontrerà Karina, decide di ritornare in cantiere insieme alla compagna di suo padre. Raggiunto il cantiere, dopo la pausa pranzo, si confronteranno con Dario Lopez che, preso atto di quanto riferito da Marco e interrogato rispetto a cosa possa essere successo, condivide la scelta di fare una denuncia di scomparsa.
Quella sera Marco Maiorana e Karina Gabriela Andrè andarono al commissariato di polizia (pare Commissariato Libertà) ma la lunga attesa e l’ora tarda, suggerì loro di rinviare tutto al giorno dopo.

4 AGOSTO 2007 h 9:30 circa
- Marco, con fare circostanziato, chiama Franco Tusa…invitandolo a portarsi in via Delle Croci, presso l’appartamento in cui vivevano Suo padre e Karina Gabriela Andrè.
Raggiuntili in breve, il Sig. Tusa raccoglie le istanze di Marco che gli riferisce quanto accaduto il giorno prima ed aggiunge : “ non so come dirlo alla mamma…so che ne morirebbe…credi che io e Karina siamo in pericolo?…”
Intanto, mattino presto, Karina aveva già chiamato qualcuno per sostituire la serratura di casa e chiedeva scrupolosamente - anche al Sig. Tusa – di staccare la batteria del telefono temendo d’ essere intercettati rispetto a quello che stavano discutendo.
h 14:00 circa
Incontro il sig.Tusa che mi riferisce: “ Tuo Figlio Stefano è scomparso insieme ad Antonio…da ieri mattina non rispondono neanche al telefono…”
Marco non ebbe il coraggio d’informarmi e dovette affidare ad altri l’onere di darmi la notizia che non avrei mai voluto ricevere…laddove, peraltro, allertavo continuamente i miei Figli :”…se papà Vi chiede di firmare qualcosa… se vuol coinvolgerVi in qualche attività che attiene il suo lavoro…DISERTATE!…condividete il momento in pizzeria, al cinema, al mare…ma DISERTATE qualunque invito che possa portare le vostre giovani vite in guadi, con la promessa di facili guadagni…”

Pensai ad un incidente con l’auto…solo questo poteva impedire a mio Figlio Stefano un contatto con suo fratello…
Senza preoccupare oltremodo Marco, gli dissi di portarsi dai carabinieri di zona per la denuncia…io lo avrei raggiunto li.

Marco arrivò prima di me…io mi trovavo a Pioppo-Monreale e la strada era intasata. Durante il tragitto sollecitavo il maresciallo Collura, che già si trovava al cospetto di Marco, di stornare un elicottero in perlustrazione nel territorio circostante il cantiere da cui si erano allontanati Stefano ed il padre…convinta che avrebbero trovato l’auto di mio figlio ribaltata da qualche parte…con i passeggeri, privi di sensi, imprigionati dalle lamiere contorte.
La richiesta restò disattesa adducendo mille formalità da esperire. Si effettuò la denuncia. Restammo in caserma fino a notte. Quando fui ascoltata, la prima cosa che mi fu detta mi lasciò totalmente frastornata : “…signora…lei lo sa…Isola delle Femmine è sotto la giurisdizione dei Lo Piccolo…” ; “…chi sono??” risposi io ignara di tutto.

Furono invitati a fare delle dichiarazioni sull’accaduto, dai titolari dell’impresa(Alamia-Bandiera) che ha realizzato le famose palazzine al capocantiere. I genitori di Antonio arrivarono dalla provincia di Messina, dove si erano portati qualche giorno prima per villeggiare.

5 AGOSTO 2007 h 1:30 circa
Le attività svolte dai carabinieri, portarono alla segnalazione di una Smart bianca…con targa prova posteggiata in un area custodita all’interno dell’aereoporto di Puntaraisi, regolarmente chiusa ed in ordine.
Mi chiedo:
- Perché, in prima battuta mi fu detto che le telecamere aeroportuali – all’interno di un parcheggio custodito - non funzionavano?!e successivamente questa verità viene rettificata: “…non esistevano telecamere in quell’area…” Quale tecnico, incaricato di progettare l’impianto per la sicurezza aereoportuale, avrebbe lasciato aree lacunose in termini di “controllo” !?
- Perché anche le telecamere poste all’uscita dello svincolo autostradale di Isola delle Femmine non funzionavano?
- perché la richiesta di destinare un elicottero alla perlustrazione dall’alto del territorio intorno al cantiere Calliope è stata disattesa?
- perché le unità cinofile non potevano essere poste in forza, annusando la camicia che Stefano aveva indossato la notte precedente alla scomparsa, per comprendere se effettivamente, raggiunto il parcheggio custodito presso l’aereoporto Falcone Borsellino(ex Puntaraisi!?)se ne fosse allontanato!?
- perché il 23 settembre 2007, Alessandra Zinniti di Repubblica scrisse:

Giallo ad Isola delle Femmine. Un testimone ha visto il sequestro
Incontratola, riferirà che c’era stata una fuga di notizie dalla Procura!!??
- perché nel mese di dicembre 2007 vengo raggiunta da una telefonata che m’informa di un video registrato da una telecamera a circuito chiuso…
Il video – a detta dell’informatore – è chiaro ed esaustivo per “…comprendere la dinamica di quanto accaduto in aeroporto…”
Riferito agli organi competenti, sarò liquidata semplicemente con: ”…non dia credito all’informazione…il soggetto è inaffidabile…”
- perché l’”avvistamento” di Barcellona è stato distribuito dai mass-media prima che effettivamente fossero stati rintracciati mio Figlio Stefano e/o il padre Antonio?
tanto rumore… non avrebbe solo accelerato l’allontanamento di chi – se fuggiva da
qualcosa o da qualcuno – deve solo continuare a sparire per salvarsi?
- perché mio Figlio Marco avrebbe riferito agli amici di sempre…che il giorno di Natale(2008) una telefonata lo avrebbe sconvolto tanto da farlo precipitare in uno stato di angoscia profonda…perché a me non ne fece cenno?
- perché ogni qualvolta mi trovo nel territorio di Isola delle Femmine succede qualcosa?!
Per esempio:
*Partecipo ad una manifestazione inneggiando alla Verità…Qualcuno mi avvicina e mi sussurra: “…signora…ancora i va cercannu?…avi ‘ca su sutta terra!…”
la mia auto è riconoscibilissima…tappezzata dalle foto di mio Figlio Marco, ucciso il 6 gennaio 2009 dal silenzio di chi sa e non parla!…Ebbene…
*Rientrata a Palermo, l’auto mi viene rubata nell’arco di dieci minuti.
La restituiranno dopo quattro giorni…laddove, grazie ad i giornalisti, ho informato i possibili “ladri” della volontà di regalare loro l’auto se mai ne avessero realmente bisogno…Faccio volontariato da tempo immemore ed, insieme ai mie Figli, abbiamo sempre donato ed aiutato il nostro prossimo!
Al momento del recupero dell’auto tutto è apparentemente in ordine!
N.B. L’auto è ancora accantonata per mantenere l’impegno nei confronti di chi l’ha rubata.
*Partecipo ad un convegno per la legalità - sempre ad Isola delle Femmine - colgo l’occasione per presentare alle scolaresche presenti EDEN PROJECT, il progetto pilota autosostenibile al quale lavoriamo da ben 5 anni per restituire dignità all’Uomo ed alla Natura…Ebbene…
• Intorno alle h 16:00, era l’11 dicembre 2009, mi arriva una telefonata dalla Colombia.
L’informatore del momento…pronto e solerte mi riferirà che mio Figlio Stefano è “sequestrato” dal padre Antonio, fuggito da realtà criminali siciliane grazie alla compiacenza di fazioni opposte(con esplicito riferimento a Matteo Messina Denaro che Antonio Maiorana “avrebbe potuto abboccare” a fronte di un momento edificatorio che vedeva la realizzazione di un albergo alla foce del Belice, grazie ad un contributo a fondo perduto pari a venti miliardi delle vecchie lire che la Regione Sicilia avrebbe erogato a favore di …Procreo…una società intestata ad Antonio e Stefano Maiorana – il notaio Li Puma ha i documenti camerali)…che continuerebbero a proteggerli…
Se mai contemplassero un rientro in Sicilia…la loro morte sarebbe sicura!
Va detto che, Antonio Maiorana, si rivolse a tanti nell’ambito regionale…da riferimenti nel messinese…al catanese…al trapanese(tra gli altri, a detta di mio Figlio Marco, anche tale Avv. Di Ganci a tutt’oggi è creditore di piu di Euro 850.000,00)
……………………………………………………………………………………………
Queste e tante altre contraddizioni!
Invito Tutti coloro che leggeranno questo pro-memoria, sintesi di quanto è accaduto i questi tre anni a suggerire una possibile Verità.
Sarà un vero e proprio sondaggio all’interno della Coscienza Collettiva…la stessa che qualche minuto prima dell’attentato alle Torri Gemelle in America…percepì che stava accadendo qualcosa di grave.
Con Amore Rossela Accardo


CALLIOPE il gran business del verde agricolo di Isola delle Femmine che diventa come d'incanto edificabile. Il cantiere di Isola delle Femmine controllato dalla MAFIA ( è dell’agosto del 2009 la notizia del sequestro dei beni all’imprenditore elettricista Pietro Cinà uomo di fiducia dei Lo Piccolo che all’interno del cantiere la Calliope aveva ottenuto l’appalto per l’impianto elettrico). Dopo il “colpo di mano” del Commissario ad Acta che si sostituisce al C.C. iniziano i lavori senza alcuna licenza , durante la gestione del “Sindaco” Portobello viene concessa il 1 giugno del 2005 la licenza edilizia, nel giugno del 2007 viene presentata alla C.E.C. la variante su tutti i 50 appartamenti, poi spariscono i Maiorana padre e figlio. Ne aveva parlato in un “acceso e sempre urlante” dibattito con il “Sindaco” il geometra ex oppositore (vedasi il comizio tenuto in piazza solo qualche mese prima delle elezioni) ed attuale V.P. del Consiglio geom Vincenzo Dionisi che lo accusava di essere stato l’artefice di...... ? L’incontro scontro, tra il “Sindaco” e attuale ex oppositore geom Vincenzo Dionisi, avvenne nella sala parrocchiale per ricordare il sacrificio del maresciallo Monteleone. I cittadini di Isola delle Femmine sono ancora in attesa di una risposta del “Sindaco” tesa a difendere l’onorabilità della Istituzione Comune Isola delle Femmine, circa la notizia che sull’affare Calliope “…… e ben 5 appartamenti ceduti a figli di ex amministratori locali per mettere a tacere ogni cosa e sistemare i documenti alla bisogna…”.( notizia del 17 dicembre 2008) Documentazione articoli vai a ……..
vai al link leggi:
-LA CALLIOPE E GLI APPARTAMENTI

-L'AFFAIR DELLA CALLIOPE Appartamenti ad amministratori?

-Calliope Alamia Bandiera Maiorana Isola delle Femmine

-Isola delle Femmine libera: la calliope la storia di una grande ...

-NuovaIsoladelleFemmine: L'AFFAIR DELLA CALLIOPE

-MISTERI Il 3 agosto l'imprenditore siciliano è sparito nel nulla ...

-Rossella Accardo Chi l’ha visto? 11/09 Maiorana/Ciancimino

-Rossella Accardo Gennaio/09 Chi l’ha visto?

-Rossella Accardo dopo i 2 anni dei Maiorana

-il mio weblog: la calliope una storia di verde agricolo

-diregiovani - l'affair della calliope ex amministratori ...

-il mio weblog: isola delle femmine la calliope emessa ordinanza di ...

-chi l'ha visto 4.2.08 maiorana calliope ...

-L'Errico: buona l'ultima?

-storie

-ciampolillopinoisoladellefemmine: LA CALLIOPE LA SPECULAZIONE ...

-Gli affari di don Vito al Nord riaprono il fascicolo su Alamia

-MAFIA: CIANCIMINO, I PIZZINI DI PROVENZANO E IL CASO MAIORANA

-Palermo/ Ciancimino interrogato sulla scomparsa dei Maiorana ...

-Palermo, Ciancimino consegna i pizzini di Provenzano alla procura ...

-Sequestrato un cantiere abusivo un affare da cinquanta villette

-A Chi l' ha visto? la scomparsa dei Maiorana

-Isola, negli affari la chiave del giallo

-Il boss e il mistero di Isola

-Isola, stop al cantiere del mistero

-Isola, il 'no' a una ditta dietro il giallo

-Depistaggi e silenzi nel giallo di Isola

-Una donna nel mistero di Isola

-Giallo di Isola: un testimone ha visto il sequestro

-Un business da cinque milioni dietro la scomparsa dei Maiorana

-'Basta subire'. Una lettera svela il giallo di Isola

-Giallo Maiorana un mese dopo riemerge la pista dell' omicidio

-Dalla truffa milionaria alla fuga in cantiere la chiave del mistero La lite con i soci, il trasferimento delle quote e un dossier che non si trova Le indagini

-Una taglia per le ricerche dei Maiorana 

http://calliopeisoladellefemmine.blogspot.it/2011/06/maiorana-1-agosto-palermo-dal-notaio-2.html


ALAMIA,ALTADONNA, CARAVELLO LUIGI, CONTRADA PIRAINETO SERRA CARDILLO CARINI, GIOVANNI IENNA,MAFIA SEQUESTRO BENI, MAIORANA,CALLIOPE,PERINO, PIPITONE, RESIDENCE MUSSO, SEA RESIDENCE, VERNENGO

CARINI Piraineto CONTRADA SERRACARDILLO Lottizzazione CONCENTRATA EDIL N. 32-2013 RIP 7 FERRARA PRINZIVALLI.MAIORANA 
Maiorana ANTONIO E STEFANO LE Ruspe Cercano I CORPI IN CONTRADA SERRA DI CARDILLO CARNI

Maiorana ANTONIO E STEFANO ISOLA DELLE FEMMINE aderisce ALLA AMINESTAZIONE DI SOLIDARIETA
CARINI Piraineto CONTRADA SERRA CARDILLO COLPO AL CLAN DI Santa Maria di Gesù sequestro e confisca AI VERNENGO

CARINI Piraineto CONTRADA SERRACARDILLO Lottizzazione CONCENTRATA EDIL sanatoria procuratore Altadonna LORENZO DI VINCENZO Altadonna E LUCA SERAFINA
CARINI Piraineto CONTRADA SERRA CARDILLO COLPO AL CLAN DI Santa Maria di Gesù sequestro e confisca AI VERNENGO

CARINI PIRAINETO CONTRADA SERRA CARDILLO COLPO AL CLAN DI SANTA MARIA DI GESÙ SEQUESTRO E CONFISCA AI VERNENGO

Colpo al clan di Santa Maria di Gesù Sequestro e confisca ai Vernengo

Riccardo Lo Verso

Il sequestro di cui è destinatario Cosimo Vernengo arriva al termine delle indagini patrimoniali eseguite dal Gico della Polizia Tributaria di Palermo. La confisca colpisce, invece, l'imprenditore edile Antonino Vernengo.
28 marzo 2015
Antonino e Cosimo Vernengo
PALERMO - Valgono un milione e trecentomila euro i beni sequestrati e confiscati a Cosimo e Antonino Vernengo dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo.

Il primo nel 2010 è stato condannato a 12 anni di carcere per mafia e racket con sentenza definitiva. Originario di Avola, nel Siracusano, Cosimo Vernengo - figlio di Antonino, soprannominato “u dutturi”, e nipote di Pietro, entrambi condannati per mafia - è stato riconosciuto colpevole di sedici estorsioni commesse per conto della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù. Il sequestro che riguarda due appartamenti e un magazzino del valore di 300 mila euro arriva al termine delle indagini patrimoniali eseguite dal Gico della Polizia Tributaria di Palermo. “I redditi dichiarati non sono sufficienti - scrivono i finanzieri - per giustificare gli acquisti e gli investimenti effettuati dall'interessato negli anni. Questa sproporzione ha fatto quindi supporre che i beni ora sequestrati siano stati acquisiti con i profitti dell’attività illecita della famiglia di origine”.

La confisca colpisce, invece, Antonino Vernengo, imprenditore edile arrestato nel 2007 per intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di aver favorito la famiglia mafiosa di Cruillas, ma assolto definitivamente nel 2009. La ricostruzione della Procura non è servita a farlo condannare in sede penale, ma basterebbe, sostiene l'accusa, a giustificare la confisca del suo patrimonio. Antonino Vernengo sarebbe un soggetto socialmente pericoloso.

Anche in questo caso, i finanzieri agli ordini del comandante Francesco Mazzotta avrebbero fatto emergere la sproporzione fra gli investimenti e i redditi ufficiali. La pericolosità sociale, presupposto per l'applicazione della misura di prevenzione, emergerebbe da alcune intercettazioni telefoniche e da dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Nel 2004 le microspie hanno captato le conversazioni tra Giovanni Nicoletti, Piero Di Napoli Piero ed Eugenio Rizzuto - tutti esponenti della famiglia mafiosa della Noce - da cui si evincerebbe che l'impresa di Vernengo avrebbe dovuto eseguire dei lavori su un terreno a Cruillas perché appoggiato da esponenti di Cosa nostra. Qualche mese dopo Salvatore Gottuso e Goorgio Campisi, anche loro indagati nella stessa inchiesta, sostenevano che Vernengo si fosse accaparrato tutti i lavori nella zona di Cruillas, sbaragliando la concorrenza di altri imprenditori per via della sua vicinanza a Luigi Caravello, allora reggente della famiglia di Cruillas: "...perché lui fa parte di Caravelle...perché comanda lui a Cruillas, per questo". Come imprenditore “sponsorizzato” lo avevano descritto anche i collaboratori di giustizia Francesco Franzese e Andrea Bonaccorso, un tempo affiliati a San Lorenzo.

Ecco l'elenco dei beni confiscati ad Antonino Vernengo: impresa individuale “Vernengo Antonino” con sede in via Badia, tre appartamenti in via Theodor Daubler, una parte di un immobile in contrada Piraineto-Serra Cardillo, un terreno in via Trabucco, alcuni rapporti e conti correnti bancari.

Questi i beni sequestrati a Cosimo Vernengo: due appartamento e un magazzino in piazza Ponte dell'Ammiraglio.
http://livesicilia.it/2015/03/28/colpo-alla-famiglia-di-santa-maria-di-gesu-sequestro-e-confisca-di-beni-per-i-vernengo_610486/

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Tra i beni confiscati figurano anche due lussuose ville a Carini, di cui una del valore di circa un milione di euro in c.da Piraineto, con 13 vani, formalmente di proprietà di un prestanome, fittiziamente intestata ai suoi familiari, Saverio e Daniela Privitera. 


 SEQUESTRATE TRE MEGAVILLE AL RE DEI SURGELATI



Tre megaville, due in contrada Serracardillo a Carini e una in via Temi a Partanna Mondello, sono state sequestrate dalla Dia a Salvatore VITRANO





TRIBUNALE DI PALERMO – SEZIONE MISURE DI PREVENZIONE – DECRETO DI SEQUESTRO NR. 69/13 (GIA’ NR. 391/07 R.M.P.), EMESSO IN DATA 12 DICEMBRE 2012 DELLA PREDETTA A.G., DEI SOTTO ELENCATI BENI DEL VALORE COMPLESSIVO STIMABILE IN € 2.068.355,00 RICONDUCIBILI A:


PIPITONE VINCENZO, NATO A TORRETTA (PA) IL 05.02.1956, GIA’ REGGENTE DELLA FAMIGLIA MAFIOSA DI CARINI (PA) E TRATTO IN ARRESTO, A SEGUITO DI O.C.C.C. NR. 2474/05 R.G.N.R.-D.D.A. E NR. 3828/05 R.G.-G.I.P., EMESSA IN DATA 24.06.2006 DAL G.I.P. PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO PER IL REATO DI CUI ALL’ART. 416 BIS C.P. (C.D. OPERAZIONE GOTHA). LO STESSO E’ STATO
CONDANNATO DAL GUP PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO, IN DATA 20.07.2007, ALLA PENA DI ANNI 10 E MESI 7 DI RECLUSIONE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MAFIOSO ED, IN DATA 13.05.2009, ALLA PENA DI ANNI 6 DI RECLUSIONE ED EURO 2.000,00 DI MULTA, PER ESTORSIONE AGGRAVATA.


VILLA (A/7) SITA A CARINI, C.DA PIRAINETO O DIACONIA, COMPOSTA DA 13,5 VANI, – VALORE DEL BENE: € 1.000.000,00;


SOGGETTI TITOLARI DEI BENI: PRIVITERA SAVERIO (NATO IN SVIZZERA – EE – IL 19.06.1978) E PRIVITERA DANIELA (NATA A CARINI – PA – IL 07.08.1981);

ALTADONNA LORENZO, NATO A CARINI (PA) IL 04.10.1962, SOTTOPOSTO DAL TRIBUNALE DI PALERMO – S.M.P., CON IL PREDETTO DECRETO NR. 391/07 R.M.P., ALLA MISURA DI PREVENZIONE PERSONALE DELLA SORVEGLIANZA SPECIALE PER ANNI DUE.

TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 2.505, VALORE DEL BENE: € 112.725,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 4.10.1962);


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 6, VALORE DEL BENE: € 270,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO 

TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 1.845 VALORE DEL BENE: € 83.025,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 04.10.1962);


TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 383 VALORE DEL BENE: € 17.235,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 04.10.1962);


QUOTA PARI AL 50% ED INTERO COMPLESSO DEI BENI AZIENDALI ELLA “F.E.A. S.R.L.” CON SEDE IN CARINI (PA), SS 113 – VALORE DEL BENE: € 505.100,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA (NATA A CARINI – PA – IL
12.12.1967) – CONIUGE DI ALTADONNA LORENZO;


VILLETTA (A/7) SITA A CARINI, C.DA MARGI CUPOLONE S.N.C., – VALORE DEL BENE: € 350.000,00;


SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA 

PROVVEDIMENTO NR. 112/2013 R.M.P. DEL 09.04.2013, NEI  CONFRONTI DI RUSSO FRANCESCO, NATO A PALERMO IL 26.09.1961, E’ STATO DISPOSTO IL SEQUESTRO DI BENI MOBILI, ATTIVITÀ COMMERCIALI E DISPONIBILITA’

FINANZIARIE ALLO STESSO RICONDUCIBILI. IL CITATO SOGGETTO E’ STATO DESTINATARIO DI ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE N. 13350/08 RGNR – 800017/09 GIP EMESSA DAL GIP, PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO IN DATA 04.06.2008, PERCHE’ RITENUTO RESPONSABILE DEL REATO DI CUI ALL’ART. 629 C.P. AGGRAVATO DALL’ART. 7.

IL VALORE COMPLESSIVO DEI BENI PROPOSTI PER IL SEQUESTRO E’  TIMABILE IN EURO 1.305.000,00 .

DITTA INDIVIDUALE “MONDO CARTA DI RUSSO SALVATORE CON SEDE IN PALERMO, LARGO EDOARDO ALFANO, ESERCENTE L’ATTIVITÀ DI COMMERCIO

ALL’INGROSSO DI CARTA, CARTONE E ARTICOLI DI CARTOLERIA – VALORE DEL BENE: € 540.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984


LOCALE COMMERCIALE SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO
CAMPAILLA – VALORE DEL BENE: € 40.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA, NATA A PALERMO IL 21.3.1963

APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA –
VALORE DEL BENE: € 180.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N. 55 – VALORE DEL BENE: € 130.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N. 55 – VALORE DEL BENE: € 130.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA

APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO – VALORE DEL BENE: € 70.000

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO N. 12 – VALORE DEL BENE: € 110.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA


APPARTAMENTO SITO IN PALERMO VICOLO EMPEDOCLE NR. 13  (CATASTALMENTE VIA QUINTINO SELLA 66) – VALORE DEL BENE: € 80.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984

AUTOVEICOLO (SUV) HYUNDAI IX35 VALORE DEL BENE: € 20.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE
AUTOVEICOLO AUDI MODELLO A2, – VALORE DEL BENE: € 5.000,00

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO DANIELE NATO A PALERMO IL 13.8.1986

POLIZZA ASSICURATIVA VALORE DEL BENE: IN CORSO DI VALORIZZAZIONE

SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO FRANCESCO



MAFIA. BLITZ A CARINI, 21 ARRESTI. Video delle intercettazioni»  




CALOGERO PASSALACQUA  
Controllava il pizzo, lo spaccio di droga, le assunzioni e i licenziamenti nelle imprese e gestiva tutta l’attività criminale del carinese. E’ Calogero Passalacqua, il personaggio centrale dell’operazione “Grande Padrino”
Le indagini che all’alba di oggi sono sfociate nell’arresto di 21 persone a Carini, sono partite da Vito Caruso, il pescivendolo del Bivio Foresta, consuocero di Passalaqua, 80 anni, detto “Battista i Santi”, il reggente della locale famiglia mafiosa, che dalla propria abitazione, dove era agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. Per Vito Caruso, l’esercizio commerciale è un punto di incontro privilegiato per i personaggi inseriti nella famiglia mafiosa. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alla quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi. Le indagini sulla pescheria, hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti, sopratutto cocaina, che al telefono, viene chiamata in codice,“gamberoni”.
Uno dei soggetti che fa visita dal pescivendolo è Giuseppe Evola. In una circostanza, Evola riceve una telefonata della moglie, cugina della consorte di Passalaqua, Maria. La donna riferisce di avere appena parlato con Maria, che le ha chiesto di passare “con l’oscuro” per non attirare l’attenzione.
I militari a questo punto avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalaqua, un edificio nel cuore di Carini. Per i carabinieri è difficile avvicinarsi a quella casa, persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Emergono così i contatti tra il padrino e altri soggetti, incontri brevi ma anche vere e proprie riunioni. Passalaqua intratteneva rapporti con Giangranco Grigoli e Salvatore Sgroi, considerati il suo braccio operativo. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 97, per aver favorito la latinanza di Passalacqua. L’altro è il genero del padrino, già sorvegliato speciale, con precedenti per spaccio di stupefacenti. Emergono anche i rapporti con Vito Failla, altro favoreggiatore storico e Croce Frisella, suo nipote. Per i carabinieri, il quadro investigativo è chiaro. Calogero Passalaqua stava cercando di assumere il controllo incontrastato del territorio, grazie ai suoi uomini di fiducia.
Come accade spesso erano i commercianti a rivolgersi ai mafiosi. Il titolare di un bar del centro di Carini, dopo avere subito un furto, aveva chiesto l’intervento di Passalacqua. Si scoprì che a rubare era stato un suo dipendente. I gregari del padrino commentavano così la notizia: “… dove ti danno da mangiare e bere… è sbagliato lo capito però… ma è vero… dove si mangia e si beve gli si va a rubare?”. E così il dipendente infedele era stato condotto in un luogo isolato in montagna per essere giudicato secondo le regole d’onore di Cosa nostra. Dalle conversazioni intercettate emerge che gli avevano addirittura scavato la fossa per seppellirlo. Ma poi è stato lo stesso titolare del bar a salvarlo. “Tutti possiamo sbagliare” disse.
In questo contesto si consuma il 27 aprile del 2009, il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, gregario di Passalaqua, all’interno di un residence a Villagrazia di Carini. Si era trattato di un dissidio interno tra la famiglia del padrino e quella dei Pipitone, al quale hanno assistito i carabinieri, nato dal mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra gruppi mafiosi, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. L’incendio del mezzo è stato dunque un avvertimento per Lo Duca.
I responsabili dell’atto intimidatorio sono stati individuati dagli investigatori, Antonino Buffa, Croce Maiorana, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. Ma in realtà anche Lo Duca ha dei sospetti, che in effetti vengono confermati. Per questo motivo, convoca Buffa e Maiorana che si impegnano a ripagare il danno, per poi fuggire dalla Sicilia e raggiungere gli Usa, in attesa che si calmino le acque ed evitare una nuova guerra di mafia.
A Carini, agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti indicati dalla consorteria mafiosa. Sopratutto guardiani notturni, ma anche operai e impiegati. La “filosofia estortiva” di Passalaqua risparmia il pagamento della messa a posto delle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate. L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comanda secondo le indicazioni ricevute dai vertici della famiglia mafiosa.
 GLI ARRESTATI
CALOGERO PASSALACQUA, nato a Carini 7.6.1931, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso;

- MARGHERITA PASSALACQUA, nata a Carini 30.03.1973 (figlia di Calogero);

- SALVATORE SGROI, nato Carini 23.10.1964 (marito di Margherita Passalacqua);

- PIETRO SGROI, nato Carini 03.09.1960 (cugino di Salvatore Sgroi);

- GIANFRANCO GRIGOLI, nato Carini 12.07.1973;

- GIACOMO LO DUCA, nato Carini 24.11.1953;

- CROCE FRISELLA, nato Carini 11.07.1965;

- VITO FAILLA, nato Carini 27.02.1966;

- GIUSEPPE EVOLA, nato Carini 01.01.1945 (cugino acquisito di Calogero Passalacqua);

- CROCE MAIORANA, nato Carini 03.11.1984;

- ANTONINO BUFFA, nato New York 14.12.1976;

- GIUSEPPE PECORARO, nato Carini 02.04.1967;

- GIUSEPPE BARONE, nato Palermo 24.04.1956;

- MATTEO EVOLA, nato Cinisi 05.09.1946;

- VITO CARUSO, nato Carini 20.03.1957 (consuocero di Calogero Passalacqua);

- GIUSEPPE CARUSO, nato Carini 01.01.1976 (figlio di Vito Caruso);

- GRAZIA CARUSO, nata Carini 24.08.1956 (moglie di Vito Caruso);

- SALVATORE RUGNETTA, nato Carini 29.12.1974;

- ETTORE ZARCONE, nato Palermo 17.09.1971;

- ROSARIA GRIPPI, nata Palermo 17.12.1969 (moglie di Giuseppe Caruso) ;

- FAHD AYARI, nato Tunisi 26.04.1987.
- See more at: http://www.teleoccidente.it/wp/mafia-blitz-a-carini-21-arresti/#sthash.cwpShWgc.dpuf


Oltre 400 Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo hanno condotto nella notte un’articolata operazione finalizzata alla cattura di 21 persone colpite da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palermo (Gip. Piergiorgio Morosini) su richiesta di un pool di magistrati della Direzione Distrettuale antimafia (Viola, Del Bene, Paci, Vaccaro) guidati dal Procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Si tratta di Gli Calogero Passalacqua, 80 anni, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso, la figlia Margherita, 38 anni, il genero Salvatore Sgroi, 47 anni, il cugino di quest’ultimo, Pietro Sgroi, 51 anni, Gianfranco Grigoli, 38 anni, Giacomo Lo Duca, 58 anni, Croce Frisella, 46 anni, Vito Failla, 45 anni, Giuseppe Evola, 66 anni, cugino acquisito di Passalacqua, Croce Maiorana, 27 anni, Antonino Buffa, nato New York, 35 anni, Giuseppe Pecoraro, 44 anni, Giuseppe Barone, 55 anni, Matteo Evola, 65 anni, Vito Caruso, 54 anni, consuocero di Passalacqua, Giuseppe Caruso, 35 anni, Grazia Caruso, 55 anni, Salvatore Rugnetta, 37 anni, Ettore Zarcone, 40 anni, Rosaria Grippi, 42 anni, Fahd Ayari, tunisino di 24 anni. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, all’estorsione, al danneggiamento. La vasta operazione antimafia è l’esito di complesse attività tecniche e di riscontri sul territorio che hanno permesso di far luce sugli equilibri mafiosi nel territorio di Carini – nell’immediato hinterland occidentale di Palermo – dopo la cattura del noto boss Salvatore Lo Piccolo e del suo uomo di riferimento in quell’area, Gaspare Pulizzi. Per oltre un anno i Carabinieri hanno monitorato gli uomini d’onore e i loro gregari, registrando in tempo reale le decisioni del reggente della famiglia mafiosa: Calogero Passalacqua 80 anni, detto “Battista i Santi” che, ristretto agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. La ricostruzione delle dinamiche mafiose tocca la gestione degli affari illeciti e la lotta con le famiglie antagoniste, intrecciandosi con il tessuto sociale della comunità sulla quale la “famiglia” mafiosa estendeva il proprio potere. L’anziano “padrino” infatti, replicando i modelli più radicati della cultura mafiosa, oltre a controllare gli interessi illeciti della famiglia, dirimeva controversie, elargiva raccomandazioni, rendendosi disponibile ad ascoltare tutti coloro che lo richiedevano. Il risultato delle indagini dei Carabinieri è un’istantanea della consorteria che consente di individuare i partecipi della famiglia mafiosa e di cogliere le tensioni interne al sodalizio. Per comprendere appieno la complessità dell’attività investigativa condotta dai Carabinieri bisogna analizzarne le risultanze in relazione a quanto emerge dai più importanti provvedimenti cautelari eseguiti sul territorio di riferimento e dalle sentenze dei successivi processi.  La famiglia di Carini è riconducibile al mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale, uno dei più estesi e potenti di “Cosa nostra” palermitana. La consorteria ha sempre avuto un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, tenuto conto della presenza di soggetti come i fratelli Vincenzo, Angelo Antonino e Giovanbattista Pipitone, e di padrini storici quali Calogero Passalacqua e Salvatore Gallina, tutti già emersi nel corso del maxiprocesso. L’operazione “Occidente” del 2007 aveva evidenziato l’importante ruolo della famiglia mafiosa dei Pipitone, nel cui ambito si inserivano anche i parenti di Calogero Passalacqua e di Salvatore Gallina.  Le indagini avevano documentato ricorrenti tensioni all’interno del gruppo. Di seguito, la cattura di Ferdinando Gallina, figlio di Salvatore, e l’operazione “Libero presente” – entrambe attività condotte dalla Compagnia di Carini nel 2008 – spiana la strada alla piena reggenza di Passalacqua. L’anziano “padrino” tornato sul “suo” territorio e, ancorché in regime di detenzione domiciliare, richiama a sé i suoi fedelissimi, imponendo una nuova strategia. Il pizzo sistematico che a cadenza periodica pagavano i commercianti, gli artigiani ed i piccoli imprenditori, era solo vessazione esercitata nei confronti di chi produce, che originava malumore e dissenso. La messa a posto dei lavori pubblici è invece occasione per creare consenso: permette di avvicinare gli imprenditori, ai quali saranno promessi vantaggi in cambio di una tassa. Gli affari si devono concludere senza fare “scrusciu”, in sordina, senza far ricorso al sostegno delle armi: tutto si deve svolgere in immersione, sott’acqua. A questo momento si rivolgono le nuove investigazioni dei Carabinieri che, con riferimento al ruolo egemone del Passalacqua, assumono la denominazione di “Grande Padrino”. Le indagini partono da Vito Caruso, “il pescivendolo del Bivio Foresta”, consuocero di Calogero Passalacqua. L’attività lavorativa gli consente di controllare un punto nevralgico del territorio e serve anche a celare un’intensa attività di spaccio. L’esercizio commerciale è un punto d’incontro privilegiato per i molti personaggi inseriti nella famiglia mafiosa e in questo senso la figura del “pescivendolo del Bivio” emerge per la sua assoluta disponibilità al sodalizio. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alle quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi, cui viene consegnato in occasione dei colloqui. Per gli uomini d’onore saper che quel pesce giunge da Vito Caruso è una garanzia: la famiglia mafiosa non si è dimenticata di loro e dei loro parenti. È proprio uno dei soggetti che più frequentemente fa visita al pescivendolo del bivio, Giuseppe Evola, un sensale che opera su tutta la zona, a condurre gli inquirenti al “padrino”. In una circostanza Evola riceve la telefonata della moglie, cugina della consorte di Calogero Passalacqua, Maria. La donna gli riferisce che ha appena parlato con Maria che le ha chiesto di passare per consegnargli qualcosa. Il tono sospetto della telefonata non sfugge agli investigatori: Evola non chiede informazioni e la moglie gli suggerisce di passare “…con  lo scuro…” per non attirare l’attenzione. I militari, a questo punto come in un gioco a domino, avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalacqua. L’edificio è nel cuore di Carini: un vero fortino che, con la complicità del vicinato, gli garantisce il totale controllo di quanto avviene all’esterno delle mura domestiche. E’ difficile avvicinarsi a quell’abitazione senza essere notati. Persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Eppure i militari, con coraggio e abilità, riescono a penetrare quell’ambiente ostile, per guardare e sentire. Emergono così i frequenti contatti tra l’arrestato domiciliare e altri soggetti, confermando la sua piena reggenza sul territorio: in alcuni casi si tratta di brevi scambi di battute dal balcone di casa, in altri si giunge a vere e proprie riunioni, tenute in locali attigui alla dimora che sfruttano un ingresso secondario. I principali rapporti coinvolgono Gianfranco Grigoli e Salvatore Sgroi. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 1997 per aver favorito la latitanza di Passalacqua. L’altro è il genero del “padrino”, già sorvegliato speciale di P.S. con precedenti anche per stupefacenti. I due pregiudicati sono il vero e proprio braccio operativo del “padrino”. Di seguito emergono altri soggetti. Si tratta di Vito Failla, altro favoreggiatore storico di Calogero Passalacqua il cui fratello Antonino Failla è scomparso nel 1999 vittima di “lupara bianca” e Croce Frisella, nipote di Calogero Passalacqua. Le risultanze confermano appieno il quadro ipotizzato dei Carabinieri: il tentativo, posto in essere da parte del Passalacqua, di ricostituire l’organigramma della famiglia mafiosa di Carini, recuperandone l’operatività a pieno regime grazie ai suoi uomini di fiducia di sempre, ed assumendone l’incontrastata posizione di vertice. Questi contatti e queste riunioni permettono ai Carabinieri di capire in tempo reale obiettivi e strategie della cosca. Ed è anche uno spaccato di come “Cosa nostra” opera e ragiona nel secondo millennio. In questo contesto, si consuma il 27 aprile 2009 il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, all’interno del residence “Serracardillo” di Villagrazia di Carini. Lo Duca è un gregario di Passalacqua, titolare di un’impresa di movimento terra operante su tutto il territorio carinese. Si tratta di un vero e proprio segnale ritorsivo ai danni di una delle principali attività economiche della famiglia, il movimento terra, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. I Carabinieri assistono in diretta al complesso sviluppo della vicenda che, oltre a fornire indicazioni precise sulle gerarchie della famiglia mafiosa, offrirà un esempio tangibile di applicazione del codice d’onore mafioso secondo la strategia dell’”immersione” seguita da Passalacqua. Si tratta, in effetti, di un dissidio interno: la reazione al mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra i gruppi mafiosi. In base ad un vecchio accordo, i lavori di sbancamento e movimento terra dovevano essere gestiti in sinergia tra le ditte riconducibili a Giacomo Lo Duca (riferimento Passalacqua) e Giuseppe Pecoraro “Cagnuleddu” (riferimento Pipitone): al primo lo sbancamento, al secondo il trasporto degli inerti. Quando Giuseppe Pecoraro viene arrestato nel 2007, Lo Duca smette di servirsi della sua ditta e acquista propri camion per effettuare i movimenti di terra.  “No, non li hanno fatti lavorare più, ai camion di Cagnuleddo, mi hai capito?…” – commenta Giuseppe Evola – “Cagnuleddo gli ha fatto comprare l’escavatore, lui e li ha messo in mezzo lui… A questi due li ha messo, Battista neanche li ha guardati a questi, li ha messi in mezzoCagnuleddo… Gli ha fatto trovare l’escavatore, il camion, tutte le cose, e sono rimasti conCagnuleddo, Compà voi scavate ed io… si è comprato anche il camion, mi hai capito?..” L’incendio del mezzo, dunque, è un avvertimento per Lo Duca. I responsabili dell’atto intimidatorio sono subito individuati dagli investigatori: Antonino Buffa e Croce Maiorana, rispettivamente cognati degli uomini d’onore, all’epoca reclusi, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. E da loro è giunto l’ordine dell’azione. Lo Duca non ci mette molto a capire e convoca i due soggetti. Sostiene di aver piazzato delle telecamere a sorveglianza degli escavatore. In realtà bluffa, ma vede giusto e così i due finiscono per ammettere tutto. La “tragedia” avanza. Dal carcere giungono minacce di suicidio dal parte del Pecoraro, che teme per l’incolumità del cognato Buffa. Sull’esito della vicenda pronuncia l’ultima parola il “padrino”. Passalacqua, al pari di altri reggenti della sua stessa generazione ricorre solo in casi eccezionali allo spargimento di sangue. I suoi gregari lo tengono costantemente informato “…quello gli ha fatto questo discorso e quelli lo hanno finito…”, e gli ricordano di essere sempre pronti ad imbracciare le armi “…i ragazzi sono caldi…”. Ma l’equilibrio dell’anziano capo cosca prevale e con il suo carisma impone la volontà di pax mafiosa. Grigoli commenta che ”…non si può solo correre…”, riferito sicuramente al soprassedere su tali problemi legati alla gestione della famiglia, ma”…bisogna pure fare quello che si deve fare…”, lasciando intendere di propendere per una soluzione più drastica. Lo Duca, invece, consapevole di non poter far nulla senza l’autorizzazione del Passalacqua, fa notare che solo se “…si conta sopra…”,  e quindi con l’assenso del boss, ci si può muovere. La vicenda pare concludersi con l’impegno assunto da Buffa e Maiorana a ripagare il mezzo danneggiato, nelle more sostituito con un escavatore messo a disposizione dal suocero dello stesso Buffa. I due comunque sono costretti ad abbandonare immediatamente Carini e la Sicilia per raggiungere gli U.S.A. Maiorana ritornerà a Carini dopo pochi giorni, il tempo sufficiente a far calmare le acque. Buffa, invece, permarrà più a lungo, tanto che anche moglie e figli lo raggiungono. La famiglia mafiosa non gli può consentire il rientro. È una questione di onore e di prestigio dopo l’affronto procurato. Così si esprime al riguardo uno degli uomini di fiducia del Passalacqua… “ma quello ti sta inquietando a te?…Se dobbiamo andare…questa è la legge…l’America, devono andare in America…, comandano loro, comandano..”. In Pennsylvania Tony Buffa si dedica alla pizzeria dei genitori, ormai da decenni trapiantati in quella terra. Lì sarà una squadra dell’F.B.I. a controllarlo, tenendo i Carabinieri sempre informati dei risvolti della vicenda oltreoceano. Lo studio dei personaggi e della loro vita attraverso la lente di ingrandimento delle attività investigative ha consentito ai Carabinieri di esaminare un metodo di imposizione adottato dalla famiglia mafiosa per sostenere economicamente gli affiliati: agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti “indicati” dalla consorteria. La “filosofia estorsiva” di Passalacqua risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate, ritenendo che non si debba aggiungere alle già gravose difficoltà economiche delle piccole imprese un ulteriore peso economico. Le imprese diversamente sono costrette ad assumere: guardiani notturni per lo più, ma anche operai e impiegati.  L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività economiche, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. I riscontri dei Carabinieri confermano il “sistema di collocamento” avviato. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comando dagli amministratori delle imprese secondo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa. A seguito della minaccia indirizzata al responsabile di un’azienda da uno dei gregari del Passalacqua “Mondo con mondo non si toccano, le persone sì..” il licenziamento del dipendente viene sospeso. Le indagini dei Carabinieri hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti che vede come personaggio principale Vito Caruso, il pescivendolo del bivio Foresta. Le visite in pescheria e presso l’abitazione, alle ore più disparate della notte, con fare frettoloso e guardingo, indicano contatti frequenti per lo smercio della droga con puntuali conferme nell’attività di intercettazione. Il codice è legato chiaramente all’attività di pescheria: “Va bene prepara qualche 5 chili di gamberoni…una cosa di queste…tanto per mangiare questa sera…va bene?…Sto arrivando, ciao…”. Il vero significato del linguaggio è tradito per un verso dalle incongruenze delle conversazioni (il costo del pesce indicato nelle telefonate, che non è corrispondente ai prezzi di mercato [spesso il prezzo del pesce spada o della neonata veniva fissato a 80/90 euro al Kg.] e non può che essere riferito allo stupefacente ceduto (intendendo 80/90 euro al grammo, per la cocaina) e per altro dai riscontri sul territorio (a volte i Caruso riferiscono agli acquirenti di essere sprovvisti di pesce alle richieste generiche ricevute telefonicamente, mentre dalle riprese video e dai riscontri effettuati dai militari in transito è appurato che in quel momento in pescheria vi è un grande assortimento di pesce  e l’attività commerciale procede regolarmente). Quindi i Carabinieri raccolgono i riscontri dagli acquirenti. I soggetti che hanno incontrato Caruso vengono fermati e spesso indosso hanno sostanza stupefacente. Un acquirente dichiara ai militari di aver acquistato la cocaina a Palermo, poi contatta telefonicamente Caruso e gli comunica l’accaduto …”.. non puoi salire tu che ti devo parlare?” “Cos’è successo?” “.. eh.. poco fa… non te lo posso dire per telefono!” “Il pesce non era buono?” “No, peggio, me lo hanno tolto!”. Al traffico partecipano attivamente le donne del gruppo. Il coinvolgimento delle donne nel traffico è un tratto già più volte riscontrato in provincia di Palermo. In questo caso, la moglie del pescivendolo del Bivio e la convivente di suo figlio Giuseppe contattano i rispettivi mariti, quando assenti, in  occasione di visite di clienti e, in alcuni casi, si occupano della custodia e dell’occultamento dello stupefacente.



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Villagrazia di Carini, le ruspe cercano i corpi dei Maiorana - Video - Giornale di Sicilia
   
MAFIA CARINI ALTADONNA PIPITONE   PIRAINETO  CONTRADA SERRACARDILLO SENTENZA No 279612012 Sent 20 GIUGNO 2012 ADDIOPIZZO PARTE CIVILE No 279612012 SENTENZA 20 Giugno 2012 Addiopizzo Parte Civile

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TRIBUNALE DI PALERMO – SEZIONE MISURE DI PREVENZIONE – DECRETO DI SEQUESTRO NR. 69/13 (GIA’ NR. 391/07 R.M.P.), EMESSO IN DATA 12 DICEMBRE 2012 DELLA PREDETTA A.G., DEI SOTTO ELENCATI BENI DEL VALORE COMPLESSIVO STIMABILE IN € 2.068.355,00 RICONDUCIBILI A:
PIPITONE VINCENZO, NATO A TORRETTA (PA) IL 05.02.1956, GIA’ REGGENTE DELLA FAMIGLIA MAFIOSA DI CARINI (PA) E TRATTO IN ARRESTO, A SEGUITO DI O.C.C.C. NR. 2474/05 R.G.N.R.-D.D.A. E NR. 3828/05 R.G.-G.I.P., EMESSA IN DATA 24.06.2006 DAL G.I.P. PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO PER IL REATO DI CUI ALL’ART. 416 BIS C.P. (C.D. OPERAZIONE GOTHA). LO STESSO E’ STATO CONDANNATO DAL GUP PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO, IN DATA 20.07.2007, ALLA PENA DI ANNI 10 E MESI 7 DI RECLUSIONE PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO MAFIOSO ED, IN DATA 13.05.2009, ALLA PENA DI ANNI 6 DI RECLUSIONE ED EURO 2.000,00 DI MULTA, PER ESTORSIONE AGGRAVATA.
VILLA (A/7) SITA A CARINI, C.DA PIRAINETO O DIACONIA, COMPOSTA DA 13,5 VANI, – VALORE DEL BENE: € 1.000.000,00; SOGGETTI TITOLARI DEI BENI: PRIVITERA SAVERIO (NATO IN SVIZZERA – EE – IL 19.06.1978) E PRIVITERA DANIELA (NATA A CARINI – PA – IL 07.08.1981);
ALTADONNA LORENZO, NATO A CARINI (PA) IL 04.10.1962, SOTTOPOSTO DAL TRIBUNALE DI PALERMO – S.M.P., CON IL PREDETTO DECRETO NR. 391/07 R.M.P., ALLA MISURA DI PREVENZIONE PERSONALE DELLA SORVEGLIANZA SPECIALE PER ANNI DUE.
TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 2.505, VALORE DEL BENE: € 112.725,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 04.10.1962);
TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 6, VALORE DEL BENE: € 270,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO
TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 1.845 VALORE DEL BENE: € 83.025,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 04.10.1962);
TERRENO SITO A CARINI (PA), ESTESO MQ. 383 VALORE DEL BENE: € 17.235,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: ALTADONNA LORENZO (NATO A CARINI – PA – IL 04.10.1962);
QUOTA PARI AL 50% ED INTERO COMPLESSO DEI BENI AZIENDALI DELLA “F.E.A. S.R.L.” CON SEDE IN CARINI (PA), SS 113 – VALORE DEL BENE: € 505.100,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA (NATA A CARINI – PA – IL 12.12.1967) – CONIUGE DI ALTADONNA LORENZO;
VILLETTA (A/7) SITA A CARINI, C.DA MARGI CUPOLONE S.N.C., – VALORE DEL BENE: € 350.000,00; SOGGETTO TITOLARE DEI BENI: FIORELLO PIERINA
PROVVEDIMENTO NR. 112/2013 R.M.P. DEL 09.04.2013, NEI CONFRONTI DI RUSSO FRANCESCO, NATO A PALERMO IL 26.09.1961, E’ STATO DISPOSTO IL SEQUESTRO DI BENI MOBILI, ATTIVITÀ COMMERCIALI E DISPONIBILITA’ FINANZIARIE ALLO STESSO RICONDUCIBILI. IL CITATO SOGGETTO E’ STATO DESTINATARIO DI ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE N. 13350/08 RGNR – 800017/09 GIP EMESSA DAL GIP, PRESSO IL TRIBUNALE DI PALERMO IN DATA 04.06.2008, PERCHE’ RITENUTO RESPONSABILE DEL REATO DI CUI ALL’ART. 629 C.P. AGGRAVATO DALL’ART. 7. IL VALORE COMPLESSIVO DEI BENI PROPOSTI PER IL SEQUESTRO E’ STIMABILE INEURO 1.305.000,00 .
DITTA INDIVIDUALE “MONDO CARTA DI RUSSO SALVATORE CON SEDE IN PALERMO, LARGO EDOARDO ALFANO, ESERCENTE L’ATTIVITÀ DI COMMERCIO ALL’INGROSSO DI CARTA, CARTONE E ARTICOLI DI CARTOLERIA – VALORE DEL BENE: € 540.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984
LOCALE COMMERCIALE SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA – VALORE DEL BENE: € 40.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA, NATA A PALERMO IL 21.3.1963
APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA – VALORE DEL BENE: € 180.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA
APPARTAMENTO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N. 55 – VALORE DEL BENE: € 130.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA
APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA TOMMASO CAMPAILLA N. 55 – VALORE DEL BENE: € 130.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA
APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO – VALORE DEL BENE: € 70.000 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA
APPARTAMENTO SITO IN PALERMO, VIA DEL MEDICO N. 12 – VALORE DEL BENE: € 110.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: GAMBINO ANTONIETTA
APPARTAMENTO SITO IN PALERMO VICOLO EMPEDOCLE NR. 13 (CATASTALMENTE VIA QUINTINO SELLA 66) – VALORE DEL BENE: € 80.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE NATO A PALERMO IL 5.10.1984
AUTOVEICOLO (SUV) HYUNDAI IX35 VALORE DEL BENE: € 20.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO SALVATORE
AUTOVEICOLO AUDI MODELLO A2, – VALORE DEL BENE: € 5.000,00 SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO DANIELE NATO A PALERMO IL 13.8.1986
POLIZZA ASSICURATIVA VALORE DEL BENE: IN CORSO DI VALORIZZAZIONE SOGGETTO TITOLARE DEL BENE: RUSSO FRANCESCO
MAFIA. BLITZ A CARINI, 21 ARRESTI. Video delle intercettazioni»  
CALOGERO PASSALACQUA  
Controllava il pizzo, lo spaccio di droga, le assunzioni e i licenziamenti nelle imprese e gestiva tutta l’attività criminale del carinese. E’ Calogero Passalacqua, il personaggio centrale dell’operazione “Grande Padrino”
Le indagini che all’alba di oggi sono sfociate nell’arresto di 21 persone a Carini, sono partite da Vito Caruso, il pescivendolo del Bivio Foresta, consuocero di Passalaqua, 80 anni, detto “Battista i Santi”, il reggente della locale famiglia mafiosa, che dalla propria abitazione, dove era agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. Per Vito Caruso, l’esercizio commerciale è un punto di incontro privilegiato per i personaggi inseriti nella famiglia mafiosa. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alla quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi. Le indagini sulla pescheria, hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti, sopratutto cocaina, che al telefono, viene chiamata in codice,“gamberoni”.
Uno dei soggetti che fa visita dal pescivendolo è Giuseppe Evola. In una circostanza, Evola riceve una telefonata della moglie, cugina della consorte di Passalaqua, Maria. La donna riferisce di avere appena parlato con Maria, che le ha chiesto di passare “con l’oscuro” per non attirare l’attenzione.
I militari a questo punto avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalaqua, un edificio nel cuore di Carini. Per i carabinieri è difficile avvicinarsi a quella casa, persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Emergono così i contatti tra il padrino e altri soggetti, incontri brevi ma anche vere e proprie riunioni. Passalaqua intratteneva rapporti con Giangranco Grigoli e Salvatore Sgroi, considerati il suo braccio operativo. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 97, per aver favorito la latinanza di Passalacqua. L’altro è il genero del padrino, già sorvegliato speciale, con precedenti per spaccio di stupefacenti. Emergono anche i rapporti con Vito Failla, altro favoreggiatore storico e Croce Frisella, suo nipote. Per i carabinieri, il quadro investigativo è chiaro. Calogero Passalaqua stava cercando di assumere il controllo incontrastato del territorio, grazie ai suoi uomini di fiducia.
Come accade spesso erano i commercianti a rivolgersi ai mafiosi. Il titolare di un bar del centro di Carini, dopo avere subito un furto, aveva chiesto l’intervento di Passalacqua. Si scoprì che a rubare era stato un suo dipendente. I gregari del padrino commentavano così la notizia: “… dove ti danno da mangiare e bere… è sbagliato lo capito però… ma è vero… dove si mangia e si beve gli si va a rubare?”. E così il dipendente infedele era stato condotto in un luogo isolato in montagna per essere giudicato secondo le regole d’onore di Cosa nostra. Dalle conversazioni intercettate emerge che gli avevano addirittura scavato la fossa per seppellirlo. Ma poi è stato lo stesso titolare del bar a salvarlo. “Tutti possiamo sbagliare” disse.
In questo contesto si consuma il 27 aprile del 2009, il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, gregario di Passalaqua, all’interno di un residence a Villagrazia di Carini. Si era trattato di un dissidio interno tra la famiglia del padrino e quella dei Pipitone, al quale hanno assistito i carabinieri, nato dal mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra gruppi mafiosi, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. L’incendio del mezzo è stato dunque un avvertimento per Lo Duca.
I responsabili dell’atto intimidatorio sono stati individuati dagli investigatori, Antonino Buffa, Croce Maiorana, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. Ma in realtà anche Lo Duca ha dei sospetti, che in effetti vengono confermati. Per questo motivo, convoca Buffa e Maiorana che si impegnano a ripagare il danno, per poi fuggire dalla Sicilia e raggiungere gli Usa, in attesa che si calmino le acque ed evitare una nuova guerra di mafia.
A Carini, agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti indicati dalla consorteria mafiosa. Sopratutto guardiani notturni, ma anche operai e impiegati. La “filosofia estortiva” di Passalaqua risparmia il pagamento della messa a posto delle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate. L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comanda secondo le indicazioni ricevute dai vertici della famiglia mafiosa.
 GLI ARRESTATI
CALOGERO PASSALACQUA, nato a Carini 7.6.1931, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso; - MARGHERITA PASSALACQUA, nata a Carini 30.03.1973 (figlia di Calogero); - SALVATORE SGROI, nato Carini 23.10.1964 (marito di Margherita Passalacqua); - PIETRO SGROI, nato Carini 03.09.1960 (cugino di Salvatore Sgroi); - GIANFRANCO GRIGOLI, nato Carini 12.07.1973; - GIACOMO LO DUCA, nato Carini 24.11.1953; - CROCE FRISELLA, nato Carini 11.07.1965; - VITO FAILLA, nato Carini 27.02.1966; - GIUSEPPE EVOLA, nato Carini 01.01.1945 (cugino acquisito di Calogero Passalacqua); - CROCE MAIORANA, nato Carini 03.11.1984; - ANTONINO BUFFA, nato New York 14.12.1976; - GIUSEPPE PECORARO, nato Carini 02.04.1967; - GIUSEPPE BARONE, nato Palermo 24.04.1956; - MATTEO EVOLA, nato Cinisi 05.09.1946; - VITO CARUSO, nato Carini 20.03.1957 (consuocero di Calogero Passalacqua); - GIUSEPPE CARUSO, nato Carini 01.01.1976 (figlio di Vito Caruso); - GRAZIA CARUSO, nata Carini 24.08.1956 (moglie di Vito Caruso); - SALVATORE RUGNETTA, nato Carini 29.12.1974; - ETTORE ZARCONE, nato Palermo 17.09.1971; - ROSARIA GRIPPI, nata Palermo 17.12.1969 (moglie di Giuseppe Caruso) ; - FAHD AYARI, nato Tunisi 26.04.1987.
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Oltre 400 Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo hanno condotto nella notte un’articolata operazione finalizzata alla cattura di 21 persone colpite da ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palermo (Gip. Piergiorgio Morosini) su richiesta di un pool di magistrati della Direzione Distrettuale antimafia (Viola, Del Bene, Paci, Vaccaro) guidati dal Procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Si tratta di Gli Calogero Passalacqua, 80 anni, pluripregiudicato per associazione a delinquere di tipo mafioso, la figlia Margherita, 38 anni, il genero Salvatore Sgroi, 47 anni, il cugino di quest’ultimo, Pietro Sgroi, 51 anni, Gianfranco Grigoli, 38 anni, Giacomo Lo Duca, 58 anni, Croce Frisella, 46 anni, Vito Failla, 45 anni, Giuseppe Evola, 66 anni, cugino acquisito di Passalacqua, Croce Maiorana, 27 anni, Antonino Buffa, nato New York, 35 anni, Giuseppe Pecoraro, 44 anni, Giuseppe Barone, 55 anni, Matteo Evola, 65 anni, Vito Caruso, 54 anni, consuocero di Passalacqua, Giuseppe Caruso, 35 anni, Grazia Caruso, 55 anni, Salvatore Rugnetta, 37 anni, Ettore Zarcone, 40 anni, Rosaria Grippi, 42 anni, Fahd Ayari, tunisino di 24 anni. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, all’estorsione, al danneggiamento. La vasta operazione antimafia è l’esito di complesse attività tecniche e di riscontri sul territorio che hanno permesso di far luce sugli equilibri mafiosi nel territorio di Carini – nell’immediato hinterland occidentale di Palermo – dopo la cattura del noto boss Salvatore Lo Piccolo e del suo uomo di riferimento in quell’area, Gaspare Pulizzi. Per oltre un anno i Carabinieri hanno monitorato gli uomini d’onore e i loro gregari, registrando in tempo reale le decisioni del reggente della famiglia mafiosa: Calogero Passalacqua 80 anni, detto “Battista i Santi” che, ristretto agli arresti domiciliari, muoveva le fila della consorteria. La ricostruzione delle dinamiche mafiose tocca la gestione degli affari illeciti e la lotta con le famiglie antagoniste, intrecciandosi con il tessuto sociale della comunità sulla quale la “famiglia” mafiosa estendeva il proprio potere. L’anziano “padrino” infatti, replicando i modelli più radicati della cultura mafiosa, oltre a controllare gli interessi illeciti della famiglia, dirimeva controversie, elargiva raccomandazioni, rendendosi disponibile ad ascoltare tutti coloro che lo richiedevano. Il risultato delle indagini dei Carabinieri è un’istantanea della consorteria che consente di individuare i partecipi della famiglia mafiosa e di cogliere le tensioni interne al sodalizio. Per comprendere appieno la complessità dell’attività investigativa condotta dai Carabinieri bisogna analizzarne le risultanze in relazione a quanto emerge dai più importanti provvedimenti cautelari eseguiti sul territorio di riferimento e dalle sentenze dei successivi processi.  La famiglia di Carini è riconducibile al mandamento di San Lorenzo – Tommaso Natale, uno dei più estesi e potenti di “Cosa nostra” palermitana. La consorteria ha sempre avuto un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione, tenuto conto della presenza di soggetti come i fratelli Vincenzo, Angelo Antonino e Giovanbattista Pipitone, e di padrini storici quali Calogero Passalacqua e Salvatore Gallina, tutti già emersi nel corso del maxiprocesso. L’operazione “Occidente” del 2007 aveva evidenziato l’importante ruolo della famiglia mafiosa dei Pipitone, nel cui ambito si inserivano anche i parenti di Calogero Passalacqua e di Salvatore Gallina.  Le indagini avevano documentato ricorrenti tensioni all’interno del gruppo. Di seguito, la cattura di Ferdinando Gallina, figlio di Salvatore, e l’operazione “Libero presente” – entrambe attività condotte dalla Compagnia di Carini nel 2008 – spiana la strada alla piena reggenza di Passalacqua. L’anziano “padrino” tornato sul “suo” territorio e, ancorché in regime di detenzione domiciliare, richiama a sé i suoi fedelissimi, imponendo una nuova strategia. Il pizzo sistematico che a cadenza periodica pagavano i commercianti, gli artigiani ed i piccoli imprenditori, era solo vessazione esercitata nei confronti di chi produce, che originava malumore e dissenso. La messa a posto dei lavori pubblici è invece occasione per creare consenso: permette di avvicinare gli imprenditori, ai quali saranno promessi vantaggi in cambio di una tassa. Gli affari si devono concludere senza fare “scrusciu”, in sordina, senza far ricorso al sostegno delle armi: tutto si deve svolgere in immersione, sott’acqua. A questo momento si rivolgono le nuove investigazioni dei Carabinieri che, con riferimento al ruolo egemone del Passalacqua, assumono la denominazione di “Grande Padrino”. Le indagini partono da Vito Caruso, “il pescivendolo del Bivio Foresta”, consuocero di Calogero Passalacqua. L’attività lavorativa gli consente di controllare un punto nevralgico del territorio e serve anche a celare un’intensa attività di spaccio. L’esercizio commerciale è un punto d’incontro privilegiato per i molti personaggi inseriti nella famiglia mafiosa e in questo senso la figura del “pescivendolo del Bivio” emerge per la sua assoluta disponibilità al sodalizio. Lo confermano i passaggi delle mogli dei detenuti, alle quali il pescivendolo cede gratuitamente il pesce necessario a soddisfare il fabbisogno familiare e quello dei reclusi, cui viene consegnato in occasione dei colloqui. Per gli uomini d’onore saper che quel pesce giunge da Vito Caruso è una garanzia: la famiglia mafiosa non si è dimenticata di loro e dei loro parenti. È proprio uno dei soggetti che più frequentemente fa visita al pescivendolo del bivio, Giuseppe Evola, un sensale che opera su tutta la zona, a condurre gli inquirenti al “padrino”. In una circostanza Evola riceve la telefonata della moglie, cugina della consorte di Calogero Passalacqua, Maria. La donna gli riferisce che ha appena parlato con Maria che le ha chiesto di passare per consegnargli qualcosa. Il tono sospetto della telefonata non sfugge agli investigatori: Evola non chiede informazioni e la moglie gli suggerisce di passare “…con  lo scuro…” per non attirare l’attenzione. I militari, a questo punto come in un gioco a domino, avviano il monitoraggio dell’abitazione di Calogero Passalacqua. L’edificio è nel cuore di Carini: un vero fortino che, con la complicità del vicinato, gli garantisce il totale controllo di quanto avviene all’esterno delle mura domestiche. E’ difficile avvicinarsi a quell’abitazione senza essere notati. Persino i bambini, figli di affiliati, hanno istruzione di guardarsi dagli “sbirri” mentre giocano in strada. Eppure i militari, con coraggio e abilità, riescono a penetrare quell’ambiente ostile, per guardare e sentire. Emergono così i frequenti contatti tra l’arrestato domiciliare e altri soggetti, confermando la sua piena reggenza sul territorio: in alcuni casi si tratta di brevi scambi di battute dal balcone di casa, in altri si giunge a vere e proprie riunioni, tenute in locali attigui alla dimora che sfruttano un ingresso secondario. I principali rapporti coinvolgono Gianfranco Grigoli e Salvatore Sgroi. Il primo è un muratore vicino di casa, già noto per essere stato arrestato a Montepulciano nel 1997 per aver favorito la latitanza di Passalacqua. L’altro è il genero del “padrino”, già sorvegliato speciale di P.S. con precedenti anche per stupefacenti. I due pregiudicati sono il vero e proprio braccio operativo del “padrino”. Di seguito emergono altri soggetti. Si tratta di Vito Failla, altro favoreggiatore storico di Calogero Passalacqua il cui fratello Antonino Failla è scomparso nel 1999 vittima di “lupara bianca” e Croce Frisella, nipote di Calogero Passalacqua. Le risultanze confermano appieno il quadro ipotizzato dei Carabinieri: il tentativo, posto in essere da parte del Passalacqua, di ricostituire l’organigramma della famiglia mafiosa di Carini, recuperandone l’operatività a pieno regime grazie ai suoi uomini di fiducia di sempre, ed assumendone l’incontrastata posizione di vertice. Questi contatti e queste riunioni permettono ai Carabinieri di capire in tempo reale obiettivi e strategie della cosca. Ed è anche uno spaccato di come “Cosa nostra” opera e ragiona nel secondo millennio. In questo contesto, si consuma il 27 aprile 2009 il danneggiamento all’escavatore di Giacomo Lo Duca, all’interno del residence “Serracardillo” di Villagrazia di Carini. Lo Duca è un gregario di Passalacqua, titolare di un’impresa di movimento terra operante su tutto il territorio carinese. Si tratta di un vero e proprio segnale ritorsivo ai danni di una delle principali attività economiche della famiglia, il movimento terra, in un territorio che conosce un’estesa lottizzazione e per questo consente enormi guadagni. I Carabinieri assistono in diretta al complesso sviluppo della vicenda che, oltre a fornire indicazioni precise sulle gerarchie della famiglia mafiosa, offrirà un esempio tangibile di applicazione del codice d’onore mafioso secondo la strategia dell’”immersione” seguita da Passalacqua. Si tratta, in effetti, di un dissidio interno: la reazione al mancato rispetto di un patto per la spartizione di lavori tra i gruppi mafiosi. In base ad un vecchio accordo, i lavori di sbancamento e movimento terra dovevano essere gestiti in sinergia tra le ditte riconducibili a Giacomo Lo Duca (riferimento Passalacqua) e Giuseppe Pecoraro “Cagnuleddu” (riferimento Pipitone): al primo lo sbancamento, al secondo il trasporto degli inerti. Quando Giuseppe Pecoraro viene arrestato nel 2007, Lo Duca smette di servirsi della sua ditta e acquista propri camion per effettuare i movimenti di terra.  “No, non li hanno fatti lavorare più, ai camion di Cagnuleddo, mi hai capito?…” – commenta Giuseppe Evola – “Cagnuleddo gli ha fatto comprare l’escavatore, lui e li ha messo in mezzo lui… A questi due li ha messo, Battista neanche li ha guardati a questi, li ha messi in mezzoCagnuleddo… Gli ha fatto trovare l’escavatore, il camion, tutte le cose, e sono rimasti conCagnuleddo, Compà voi scavate ed io… si è comprato anche il camion, mi hai capito?..” L’incendio del mezzo, dunque, è un avvertimento per Lo Duca. I responsabili dell’atto intimidatorio sono subito individuati dagli investigatori: Antonino Buffa e Croce Maiorana, rispettivamente cognati degli uomini d’onore, all’epoca reclusi, Giuseppe Pecoraro e Antonino Pipitone. E da loro è giunto l’ordine dell’azione. Lo Duca non ci mette molto a capire e convoca i due soggetti. Sostiene di aver piazzato delle telecamere a sorveglianza degli escavatore. In realtà bluffa, ma vede giusto e così i due finiscono per ammettere tutto. La “tragedia” avanza. Dal carcere giungono minacce di suicidio dal parte del Pecoraro, che teme per l’incolumità del cognato Buffa. Sull’esito della vicenda pronuncia l’ultima parola il “padrino”. Passalacqua, al pari di altri reggenti della sua stessa generazione ricorre solo in casi eccezionali allo spargimento di sangue. I suoi gregari lo tengono costantemente informato “…quello gli ha fatto questo discorso e quelli lo hanno finito…”, e gli ricordano di essere sempre pronti ad imbracciare le armi “…i ragazzi sono caldi…”. Ma l’equilibrio dell’anziano capo cosca prevale e con il suo carisma impone la volontà di pax mafiosa. Grigoli commenta che ”…non si può solo correre…”, riferito sicuramente al soprassedere su tali problemi legati alla gestione della famiglia, ma”…bisogna pure fare quello che si deve fare…”, lasciando intendere di propendere per una soluzione più drastica. Lo Duca, invece, consapevole di non poter far nulla senza l’autorizzazione del Passalacqua, fa notare che solo se “…si conta sopra…”,  e quindi con l’assenso del boss, ci si può muovere. La vicenda pare concludersi con l’impegno assunto da Buffa e Maiorana a ripagare il mezzo danneggiato, nelle more sostituito con un escavatore messo a disposizione dal suocero dello stesso Buffa. I due comunque sono costretti ad abbandonare immediatamente Carini e la Sicilia per raggiungere gli U.S.A. Maiorana ritornerà a Carini dopo pochi giorni, il tempo sufficiente a far calmare le acque. Buffa, invece, permarrà più a lungo, tanto che anche moglie e figli lo raggiungono. La famiglia mafiosa non gli può consentire il rientro. È una questione di onore e di prestigio dopo l’affronto procurato. Così si esprime al riguardo uno degli uomini di fiducia del Passalacqua… “ma quello ti sta inquietando a te?…Se dobbiamo andare…questa è la legge…l’America, devono andare in America…, comandano loro, comandano..”. In Pennsylvania Tony Buffa si dedica alla pizzeria dei genitori, ormai da decenni trapiantati in quella terra. Lì sarà una squadra dell’F.B.I. a controllarlo, tenendo i Carabinieri sempre informati dei risvolti della vicenda oltreoceano. Lo studio dei personaggi e della loro vita attraverso la lente di ingrandimento delle attività investigative ha consentito ai Carabinieri di esaminare un metodo di imposizione adottato dalla famiglia mafiosa per sostenere economicamente gli affiliati: agli imprenditori locali è imposta l’assunzione di soggetti “indicati” dalla consorteria. La “filosofia estorsiva” di Passalacqua risparmia il pagamento della messa a posto alle piccole attività commerciali e alle imprese appena avviate, ritenendo che non si debba aggiungere alle già gravose difficoltà economiche delle piccole imprese un ulteriore peso economico. Le imprese diversamente sono costrette ad assumere: guardiani notturni per lo più, ma anche operai e impiegati.  L’impiego di un gregario garantisce autonomia economica agli affiliati del sodalizio e permette anche il costante monitoraggio delle attività economiche, rafforzando il controllo del territorio, stretto in una pesante morsa criminale. I riscontri dei Carabinieri confermano il “sistema di collocamento” avviato. Assunzioni e licenziamenti sono eseguiti a comando dagli amministratori delle imprese secondo le indicazioni impartite dal vertice della famiglia mafiosa. A seguito della minaccia indirizzata al responsabile di un’azienda da uno dei gregari del Passalacqua “Mondo con mondo non si toccano, le persone sì..” il licenziamento del dipendente viene sospeso. Le indagini dei Carabinieri hanno fatto luce anche su un significativo traffico di stupefacenti che vede come personaggio principale Vito Caruso, il pescivendolo del bivio Foresta. Le visite in pescheria e presso l’abitazione, alle ore più disparate della notte, con fare frettoloso e guardingo, indicano contatti frequenti per lo smercio della droga con puntuali conferme nell’attività di intercettazione. Il codice è legato chiaramente all’attività di pescheria: “Va bene prepara qualche 5 chili di gamberoni…una cosa di queste…tanto per mangiare questa sera…va bene?…Sto arrivando, ciao…”. Il vero significato del linguaggio è tradito per un verso dalle incongruenze delle conversazioni (il costo del pesce indicato nelle telefonate, che non è corrispondente ai prezzi di mercato [spesso il prezzo del pesce spada o della neonata veniva fissato a 80/90 euro al Kg.] e non può che essere riferito allo stupefacente ceduto (intendendo 80/90 euro al grammo, per la cocaina) e per altro dai riscontri sul territorio (a volte i Caruso riferiscono agli acquirenti di essere sprovvisti di pesce alle richieste generiche ricevute telefonicamente, mentre dalle riprese video e dai riscontri effettuati dai militari in transito è appurato che in quel momento in pescheria vi è un grande assortimento di pesce  e l’attività commerciale procede regolarmente). Quindi i Carabinieri raccolgono i riscontri dagli acquirenti. I soggetti che hanno incontrato Caruso vengono fermati e spesso indosso hanno sostanza stupefacente. Un acquirente dichiara ai militari di aver acquistato la cocaina a Palermo, poi contatta telefonicamente Caruso e gli comunica l’accaduto …”.. non puoi salire tu che ti devo parlare?” “Cos’è successo?” “.. eh.. poco fa… non te lo posso dire per telefono!” “Il pesce non era buono?” “No, peggio, me lo hanno tolto!”. Al traffico partecipano attivamente le donne del gruppo. Il coinvolgimento delle donne nel traffico è un tratto già più volte riscontrato in provincia di Palermo. In questo caso, la moglie del pescivendolo del Bivio e la convivente di suo figlio Giuseppe contattano i rispettivi mariti, quando assenti, in  occasione di visite di clienti e, in alcuni casi, si occupano della custodia e dell’occultamento dello stupefacente.

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Villagrazia di Carini, le ruspe cercano i corpi dei Maiorana - Video - Giornale di Sicilia


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