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Friday, September 30, 2016

Dai Maiorana ai soldi di Lo Piccolo I segreti del neo pentito Pipitone

Dai Maiorana ai soldi di Lo Piccolo I segreti del neo pentito Pipitone


NINO PIPITONE

In tanti tremano per la collaborazione del rampollo della storica famiglia mafiosa palermitana.

DI Riccardo Lo Verso


PALERMO - La linea di demarcazione è il 2007. Fino al suo arresto Antonino Pipitone era l'erede di una storica famiglia di boss alleati con i pezzi grossi di Cosa nostra. Da Totò Riina a Bernardo Provenzano, fino a Salvatore Lo Piccolo. Pipitone in cella c'era finito per mafia ed estorsione, dopo gli sarebbe piovuta addosso la condanna all'ergastolo per omicidio.


Oggi, alla soglia dei cinquantanni, Pipitone ha scelto di pentirsi. Il suo nome non va a rinfoltire la schiera dei recenti collaboratori che raccontano la storia di una mafia, quella dei nuovi boss, che arranca. Lui conosce i segreti dell'ultima stagione di potere e ricchezza, chiusa con la cattura di Salvatore Totuccio Lo Piccolo, barone del mandamento di San Lorenzo, i cui confini si estendono fino a Carini.



Lo Piccolo, pure lui in cella dal 2007, se si esclude Matteo Messina Denaro, è stato l'ultimo dei padrini latitanti. Eppure nove anno dopo il blitz dei poliziotti della Catturandi nel covo dei Giardinello dove si nascondeva assieme al figlio Sandro, dopo tonnellate di arresti che hanno spazzato via l'esercito del capomafia, sappiamo pochissimo del tesoro di Lo Piccolo. Sono state scovate le briciole. Pipitone potrebbe dare una svolta alle ricerche, offrendo le coordinate degli investimenti dei vecchi padrini e svelando i rapporti con la mafia americana.



Vecchio e potente è stato il padre di Nino, Angelo Antonino Pipitone,ultrasettantenne e in cella come il figlio, che alle microspie una volta rassegnò uno sfogo. "Pazienza che posso fare, il mio destino è stato questo, che posso fare?”, diceva l'anziano boss. Non aveva né voluto né potuto sottrarsi al suo destino di mafioso. Negli anni '80 si diede pure alla latitanza per sfuggire ai mandati di cattura che condivideva con padrini del calibro di Bernardo Provenzano e don Tano Badalamenti. I Pipitone, subentrati ai Passalacqua al vertice della famiglia di Carini, a partire dal 2000 hanno legato le loro fortune a quelle di Lo Piccolo. I fratelli Angelo Antonino, Giovan Battista e Vincenzo Pipitone bloccati in carcere hanno passato il bastone del comando a Gaspare Pulizzi, Ferdinando Gallina e infine ad Antonino Pipitone.



Quest'ultimo oggi segue l'esempio di Pulizzi che pentito lo è già da anni. Le sue dichiarazioni sono sì servite, assieme a quelle di altri, ad azzerare l'esercito di Lo Piccolo, ma non a scovare il tesoro del capomafia. I pm di Palermo non hanno mai smesso di cercarlo. Ne hanno fiutato le tracce in Svizzera, Gran Bretagna e Lussemburgo. Gli anni del dominio dei Lo Piccolo sono gli ultimi in cui le casse dei clan erano traboccanti del denaro del pizzo. Quando il padrino fu arrestato nella villa di Giardinell i poliziotti della Mobile gli trovarono addosso la contabilità. Per il solo 2007 aveva incassato un milione mezzo di euro dalle estorsioni.



Dove sono finiti tutti quei soldi? Le indagini e i racconti di altri pentiti hanno descritto le figure di direttori di banca conniventi, spalloni che trasportavano denaro in contanti e di professionisti che reclutavano folti schiere di prestanome. Ecco perché la collaborazione di Pipitone può davvero essere importante per superare il limite dove  finora le indagini si sono fermate. Ad esempio per decriptare i segreti della banca dati dell'architetto Giuseppe Liga, che di Salvatore Lo Piccolo è stato il successore. Alcuni anni fa ai Pipitone sono stati sequestrati imprese, società, magazzini e capannoni nella zona industriale di Carini. Un gruzzolo stimato in 8 milioni di euro. Briciole, però, hanno sempre detto gli investigatori che da oggi hanno una carta in più da giocare, una gola profonda all'interno del clan.



Nino Pipitone può aggiungere nuovi particolari sulla stagione di fibrillazione all'interno di Cosa nostra. Salvatore Lo Piccolo e Nino Rotolo, storico boss di Pagliarelli, erano pronti alla guerra. Il primo voleva il rientro degli scappati in America per sfuggire alla mattanza corleonese degli anni Ottanta. Il secondo si opponeva con tutte le proprie forze al progetto. Toccò a Bernardo Provenzano trovare, come sempre, una mediazione per evitare la guerra.



Così come la guerra, stava per scoppiare anche fra le famiglie di Carini per colpa di alcuni furti di bestiame. Lo Piccolo convocò una mega riunione in un ristorante di Torretta. Serviva la pace per gestire al meglio gli affari in una delle zone più ricche della provincia di Palermo, dove negli ultimi anni sono sorti decine di centri commerciali e fioccate le concessioni edilizie per costruire case, ville e residence. Come quello che stavano realizzando Antonio e Stefano Maiorana, i costruttori spariti nel nulla il 3 agosto 2007. Per le mani avevano un grosso affare in un terreno fra Villagrazia di Carini e Carini, nel regno dei Pipitone. Salvatore Lo Piccolo non poteva certo permettere che quattro pecore facessero saltare chissà quali affari.






Questa è la storia inedita della figlia di un padrino e della sua ribellione soffocata. Lo hanno svelato i pentiti: Lia Pipitone sarebbe stata uccisa per ordine del padre, uno dei capimafia più fedeli a Riina e Provenzano. La colpa: avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale. Ma dopo un processo il padre è stato scagionato e il giallo è rimasto irrisolto. Adesso l'indagine di un figlio e di un giornalista riapre il caso della giovane assassinata a Palermo il 23 settembre 1983 durante una finta rapina. Il giorno dopo l'omicidio il più caro amico di Lia si suicidò: così recita la versione ufficiale dei fatti, che continua a essere carica di misteri e messinscene architettate dai boss. Perché il gotha di Cosa nostra arrivò a tanto contro una giovane di 25 anni? Di che cosa avevano paura i mafiosi? Alessio Cordaro, il figlio di Lia, nel 1983 aveva quattro anni. Questo libro è il suo diario, alla ricerca della verità sulla morte della madre. Ma è anche un'indagine giornalistica vecchio stile di Salvo Palazzolo: il clan dell'Acquasanta, a cui apparteneva Antonino Pipitone, il padre della ragazza uccisa, ha segnato l'ascesa, gli affari e i delitti eccellenti della Cosa nostra di Riina e Provenzano. "Se muoio, sopravvivimi" è il titolo di una poesia di Pablo Neruda. Era la poesia preferita da Lia Pipitone.


Se muoio sopravvivimi, storia di Lia la ribelle 
Cercava la libertà, uccisa dal padre-boss

SALVO CATALANO 
CULTURA E SPETTACOLI, COSTUME E SOCIETÀ – Nella Palermo di inizio anni '80 Lia Pipitone è una ragazza troppo libera. Soprattutto perché figlia di un boss vicino ai corleonesi. La decisione di lasciare il marito, l'ultima di tante scelte indipendenti, fa infuriare il padre padrone che ordina di ucciderla. E' questo quanto raccontano alcuni pentiti. La storia di Lia, arricchita di testimonianze e di nuovi elementi che hanno fatto riaprire l'inchiesta dei magistrati, è raccolta nel libro Se muoio sopravvivimi, (mercoledì verrà presentato alla Feltrinelli di Catana) scritto dal figlio Alessio Cordaro e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Uno dei misteri di Palermo che, come tante altre storie dimenticate, meritava di essere raccontato»
Lia Pipitone ha 25 anni nella Palermo insanguinata dei primi anni '80. Ama le poesie di Pablo Neruda, le passeggiate in via Roma, il corso dello shopping palermitano, e il mare dell’Arenella, dove passa intere giornate con Alessio, il figlio di quattro anni. Un’immagine ritorna spesso nei suoi disegni: quella di due mani che spezzano una catena. Sette anni prima, quando ne aveva appena 18, si era innamorata tra i banchi di scuola e aveva deciso di scappare di casa per sposarsi. Una decisione azzardata e coraggiosa, come tutte quelle della sua vita, perché Lia ha un padre ingombrante. Si chiama Antonino Pipitone e dell’Arenella, il quartiere dove vivono, è il boss benedetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
I padrini, su indicazione del padre, si mobilitano per cercare la giovane coppia. La trovano in un paesino della provincia e Lia è costretta a tornare a Palermo, portandosi dietro la sua voglia di libertà. Che non si ferma neanche quando nel quartiere comincia a girare la voce che lei, la figlia del boss, esce troppo da sola e si frequenta con un altro uomo. Quando una sera a cena comunica al padre padrone che ha deciso di andare a vivere per conto suo senza il marito, Pipitone si alza e le sputa in faccia. È l’estate del 1983.
Il 23 settembre, poco prima delle sei e mezza del pomeriggio, Lia entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia. La rapina è solo una messinscena, confesseranno alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.
Già, perché il clamore per quella morte fu tanto nel quartiere. Così come al tempo delle prime dichiarazioni dei testimoni di giustizia, dieci anni fa. Se ne parlò molto, ma per poco tempo. Poi la storia di Lia tornò nel dimenticatoio, trai misteri di Palermo. A rendere più fitto il mistero si aggiunge quanto successo il giorno dopo dell’omicidio della giovane. Viene trovato morto Simone Di Trapani, il lontano cugino con cui Lia negli ultimi mesi si era confidata. Un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale. Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».
«C’erano sette account su Facebook con il nome Alessio Cordaro. Ma solo in una pagina ho trovato le foto di un ragazzo che si lancia col paracadute, e poi da una gru alta cento metri con una fune attaccata ai piedi. In un’altra foto, Alessio Cordaro sfreccia su una moto Ducati. Oppure, tiene un serpente in mano. E poi ancora è agganciato al portellone di un aeroplanino fra le nuvole, mentre fa delle riprese con una telecamera. Ho subito pensato che fossi tu il figlio di Rosalia Pipitone, un tipo un po’ matto. E guardando quelle foto cominciavo a immaginare la giovane madre di Alessio e la sua voglia di libertà». Questa è la prima email che Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha inviato ad Alessio Cordaro, il figlio di Lia Pipitone. «Avevo sentito parlare di questa storia, ma solo recentemente ho deciso di cercare Alessio», spiega Palazzolo. Da quel primo approccio, entrambi hanno iniziato un viaggio: per il cronista è stata un’inchiesta nella Palermo che assisteva all’ascesa al potere dei corleonesi. Per il figlio è stato un percorso alla ricerca della madre.
«Volevo rispondergli che non ero io la persona che cercava», spiega Alessio. Invece ha impiegato qualche giorno, ma alla fine ha accettato. Da quel sì è natoSe muoio sopravvivimi, un libro, edito da Melampo, scritto a quattro mani che ripercorre la storia della giovane Pipitone e che verrà presentato mercoledì pomeriggio alle 18 alla
[caption id="attachment_55986" align="alignright" width="300"] Lia Pipitone con il figlio Alessio[/caption]
Feltrinelli di via Etnea a Catania. Il titolo è tratto da una poesia di Neruda, quella preferita da Lia. «Abbiamo raccolto testimonianze di amici e parenti – racconta Palazzolo – da cui emerge il ritratto di una ragazza ribelle». Nel corso della stesura del libro, viene fuori che un pentito dimenticato, Angelo Fontana, nell’ambito di un’altra inchiesta, aveva già fatto il nome dei due sicari, ma all’epoca non era scattata nessuna ulteriore verifica.
Oggi, grazie ai nuovi elementi raccolti nel volume, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, che già aveva seguito il primo processo, hanno riaperto l’inchiesta. Ma come è possibile che per tanto tempo nessuno ha più parlato di questa storia? «Per Cosa nostra – racconta il giornalista nel libro – il vero lavoro sporco comincia dopo l’omicidio, perché c’è da rimuovere ogni traccia della vittima: ogni parola, ogni pensiero, ogni intuizione. Perché sono le parole, i pensieri, le intuizioni verso la verità che fanno davvero paura ai mafiosi e ai loro complici, spesso insospettabili». «In Sicilia – aggiunge Palazzolo – non ci sono solo magistrati e poliziotti che hanno fatto la lotta alla mafia, ma anche semplici siciliani che hanno combattuto per avere una vita normale e per questo sono morti. Vittime considerate di serie B, famigliari che portano dentro l’amarezza e le storie che devono essere raccontate».
Alessio in questi giorni è inseguito da tanti giornalisti, ma non è ancora riuscito a vincere l’emozione che lo pervade ogni volta che deve raccontare la stessa storia. Quella sua e di sua madre. «In tutti questi anni ho maturato una sorta di rifiuto per tutto quello che riguarda l’aspetto cronistico dei fatti», spiega. Quanto sa di sua madre lo ha ricostruito dai racconti degli amici e dei parenti. «Dicono che ho preso il 90 per cento da lei, soprattutto l’urgenza di affermare la mia libertà». Solo una cosa sembra non combaciare. Alessio non ama il mare. Anzi, lo evita proprio. Il perché lo racconta in queste righe di Se muoio, sopravvivimi:
«Stavamo intere giornate al mare, nella spiaggetta dell’Arenella. In quel tratto di mare mi hai insegnato a nuotare. Andavamo anche sott’acqua, da una parte all’altra, fino al molo delle barche dei pescatori. Io avanti, tu sempre dietro, per tenermi sotto controllo […] Sai, dopo la tua morte non sapevo più nuotare. E anzi, avevo anche una terribile paura dell’acqua. Provarono in tutti i modi. Prima con i braccioli. Poi, la zia tentò un sistema più brusco, lanciandomi dal gommone. Niente, ero terrorizzato dall’acqua. Forse il trauma di averti persa mi portava ad allontanarmi da ciò che più di tutto ci aveva uniti, la tua passione per il mare».

[Foto di Salvo Palazzolo]

Foto e Articolo estratto dal Venerdi di Repubblica del 28 Settembre 2012


LA FIGLIA DELLA MAFIA UCCISA DAL PADRE PER ONORE



UN LIBRO, SCRITTO DA UN CRONISTA DI REPUBBLICA RACCONTA, 30 ANNI DOPO, LA VERITÀ NASCOSTA SU UN DOPPIO DELITTO CAMUFFATO DA INCIDENTE. E I GIUDICI RIAPRONO L'INCHIESTA

di PIERO MELATI

PALERMO. Ogni città ha il suo baratro. La sua bocca dell'inferno.A Palermo è dalle parti di Fondo Pipitone, nella costa nord, tra l'Acquasanta e l'Arenella, storiche borgate marinare. Esse sorgono ai piedi del Monte Pellegrino che, con il suo Castello Utveggio, domina il capoluogo siciliano.  All'Acquasanta c'è il Gran Hotel Villa Igiea, residenza a cinque stelle di mafiosi e Gattopardi. Ninnoli Art Nouveau e manifesti Belle Époque: quelle stanze hanno ospitato, con gelida indifferenza, tanto Edoardo d'Inghilterra o il Kaiser di Prussia Guglielmo quanto le cerimonie di matrimonio del boss Leoluca Bagarella e del narcotrafficanteTommaso Spadaro. 
Un inferno che sembra il paradiso. Proprio qui una ragazza di 25 anni, Rosalia Pipitone, per prima si strappò il burqa che Cosa Nostra cuce addosso alle sue figlie. Una ribellione che le costò la vita. Nata da un boss, Lia scappò di casa, si sposò contro il volere del padre, si distaccò dal marito, da cui ebbe un figlio, conobbe un amico del cuore e venne uccisa. 
L'ordine lo dette il padre. E se non fu l'ordine, fu assenso silenzioso. Lia aveva violato le regole dell'onore. Per eseguire il delitto senza clamori, fu  inscenata una finta rapina. E l'indomani, l'amico del cuore fu gettato da un quarto piano, fingendo un suicidio per amore.

Fu la cronaca di una morte annunciata. Lia, prima di morire, chiese al marito e padre di suo figlio di non abbandonare mai il bambino, come sapesse che cosa  l'aspettava. E il suo sposo non tradì mai quel giuramento. A risalire il sentiero di questa tragedia, avvenuta nel 1983, la cui messinscena aveva superato indenne ben tre processi, sono stati il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo e il figlio di Lia, Alessio Cordaro. "Se muoio, sopravvivimi" è il titolo di una inchiesta scritta a quattro mani, un verso profetico tratto dalla poesia preferita di Lia, di Pablo Neruda. Un'indagine che oggi ha spinto la Procura a riaprire il caso, anche grazie alle nuove rivelazioni di un pentito. Angelo Fontana.

Siamo in una Palermo di altri tempi. Alla fine degli anni Settanta, dentro il baratro di vicolo Pipitone c'è un giardino.  Qui si incontravano picciotti che presto saranno famosi. Attorno a Pino Greco, detto Scarpazzedda, si riuniscono Madonia, Lucchese, Cucuzza, Carollo, Prestifilippo. Vivono all'ombra di Antonino Pipitone, il padre di Lia. Lui è cognato di Tommaso Cannella, consiglieri di Bemardo Provenzano e braccio destro dei Galatolo, alta aristocrazia mafiosa. I picciotti di vicolo Pipitone diventeranno lo «squadrone della morte» del clan dei corleonesi, il commando di killer più spietato della storia di Cosa Nostra. Si lorderanno di centinaia di delitti, come mistici votati all'omicidio. Un team allevato da Pino Greco, killer innamorato delle armi (portava smontato in una custodia il raro mitra Thompson col quale uccise il segretario del Pci, Pio La Torre) e un fanatismo da samurai (sgriderà Antonino Madonia per aver sparato per primo, al suo posto, quando massacrarono il generale Dalla Chiesa). Lia Pipitene, ignara di tutto, nel 1975 frequenta il liceo Artistico. Ama le tonalità infinite dell'azzurro. Lo scoprirà il figlio Alessio, quando aprirà una scatola che conserva i suoi disegni di allora. Dentro ci sono l'anello, la collanina e un orologio ancora sporco di sangue. Lia ascolta Wish you were here dei Pink Floyd, perché in quegli anni, a Palermo, stanno cambiando anche le borgate. Si preparano, come in tutta Italia, le occupazioni nelle scuole e nelle università del '76'-77. Legge Che Guevara, Levi, Pasolini. Sogna a occhi aperti. Nel frattempo, il clan di suo padre diventa potentissimo. Lo scopre il giudice Falcone quando, nel 1991, arresterà l'unico riciclatore professionista di denaro di mafia finora pizzicato. 

Dalle borgate marinare di Palermo l'uomo aveva mosso in poco tempo 18 milioni di dollari. Con tanti soldi puoi corrompere chiunque. E infatti, inchieste e pentiti hanno rivelato che i clan della costa nord disponevano di talpe in questura e negli uffici giudiziari. il cui ruolo è stato decisivo in più di una occasione. Per esempio, è dall'Arenella che il boss Gaetano Scotto fa partire le tante telefonate che, tra il fallito attentato a Falcone dell'89 e le stragi del '92, arrivano alle misteriose utenze della scuola per manager che ha sede nel Castello Utveggio. Telefonate a numeri che si scoprirà di pertinenza dei servizi segreti. Come poteva sapere tutto questo Lia, quando nel '77 scappa di casa, sull'onda della nuova contestazione studentesca?
Non poteva nemmeno immaginare che, da quel baratro nei pressi della casa paterna, sarebbero partite le spedizioni del commando che, tra l'82 e l'85, videro cadere La Torre, Dalla Chiesa e il capo della squadra Mobile Ninni Cassarà. Qualcosa, però, comincia a sospettare. Durante la sua fuga, lo zio Tommaso Cannella usa modi spicci per chiedere in giro dove mai sia fuggita Lia.
Lei tira dritto. Si sposa con il fidanzatino conosciuto a scuola (ma non in chiesa, come voleva il padre), viaggia, ammira i tramonti nell'isola di Levanzo. Ma le illusioni del movimento giovanile del '77 si stanno ormai spegnendo. Senza casa e lavoro,  nel settembre del '78 gli sposini devono far ritorno all'Arenella, a casa Pipitone. Sono anni ruggenti, per la mafia. Le ditte Pipitone e Cannella strappano i lavori per l'abbattimento delle ville storiche della borgata Resuttana. Nei ristoranti del'Acquasanta i Galatolo pasteggiano a champagne con i narcos colombiani e i padrini americani. Il boss Vincenzo si vanta: «Se c'è un mandato di cattura, mi avvertono sempre prima». Fiumi di eroina escono dalle raffinerie e investono

la città come uno tsunami. Intanto, la borgata mormora: Lia esce senza il marito, ha un nuovo amico. Il boss interroga la figlia. Lei gli dice che sta per separarsi. Pipitone urla, minaccia, le sputa in faccia.

Via Papa Sergio 61, ore 18 e 30 del 23 settembre '83, davanti al negozio Farmababy. Entrano due uomini eleganti, parlano in perfetto italiano, sono armati di Smith e Wesson Special calibro 38. Prendono l'incasso ma poi, invece di fuggire, aspettano. Finché entra Lia. Le sparano alle gambe. Scappano. Uno rientra, urla: «Mi ha riconosciuto», e la finisce. Il giorno dopo, in piazza Cascino, due uomini salgono dall'amico di Lia. Gli fanno scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore». Poi lo gettano dal quarto piano. Lia è solo l'85° omicidio dall'inizio dell'anno.
Settembre 2012: il baratro di Fondo Pipitone, tra l'Acquasanta e l'Arenella, è ancora in mano ai clan. Il figlio Alessio dice: «Mia madre voleva essere una donna libera, questo dava fastidio alla mafia». 
Rosalia, ufficialmente, non è una vittima dei boss. Quante altre lapidi nascoste ci sono, nel cimitero di Palermo? Da oggi Rosalia le rappresenta tutte.







Articolo del 16 Ottobre 2012 da  ctzen.it/ 


Se muoio sopravvivimi, storia di Lia la ribelle
Cercava la libertà, uccisa dal padre-boss

Di Salvo Catalano 

Nella Palermo di inizio anni ’80 Lia Pipitone è una ragazza troppo libera. Soprattutto perché figlia di un boss vicino ai corleonesi. La decisione di lasciare il marito, l’ultima di tante scelte indipendenti, fa infuriare il padre padrone che ordina di ucciderla. E’ questo quanto raccontano alcuni pentiti. La storia di Lia, arricchita di testimonianze e di nuovi elementi che hanno fatto riaprire l’inchiesta dei magistrati, è raccolta nel libro Se muoio sopravvivimi, scritto dal figlio Alessio Cordaro e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Uno dei misteri di Palermo che, come tante altre storie dimenticate, meritava di essere raccontato»

Lia Pipitone ha 25 anni nella Palermo insanguinata dei primi anni ’80. Ama le poesie di Pablo Neruda, le passeggiate in via Roma, il corso dello shopping palermitano, e il mare dell’Arenella, dove passa intere giornate con Alessio, il figlio di quattro anni. Un’immagine ritorna spesso nei suoi disegni: quella di due mani che spezzano una catena. Sette anni prima, quando ne aveva appena 18, si era innamorata tra i banchi di scuola e aveva deciso di scappare di casa per sposarsi. Una decisione azzardata e coraggiosa, come tutte quelle della sua vita, perché Lia ha un padre ingombrante. Si chiama Antonino Pipitone e dell’Arenella, il quartiere dove vivono, è il boss benedetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.

I padrini, su indicazione del padre, si mobilitano per cercare la giovane coppia. La trovano in un paesino della provincia e Lia è costretta a tornare a Palermo, portandosi dietro la sua voglia di libertà. Che non si ferma neanche quando nel quartiere comincia a girare la voce che lei, la figlia del boss, esce troppo da sola e si frequenta con un altro uomo. Quando una sera a cena comunica al padre padrone che ha deciso di andare a vivere per conto suo senza il marito, Pipitone si alza e le sputa in faccia. È l’estate del 1983.

Il 23 settembre, poco prima delle sei e mezza del pomeriggio, Lia entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia. La rapina è solo una messinscena, confesseranno alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.

Già, perché il clamore per quella morte fu tanto nel quartiere. Così come al tempo delle prime dichiarazioni dei testimoni di giustizia, dieci anni fa. Se ne parlò molto, ma per poco tempo. Poi la storia di Lia tornò nel dimenticatoio, tra i misteri di Palermo. A rendere più fitto il mistero si aggiunge quanto successo il giorno dopo dell’omicidio della giovane. Viene trovato morto Simone Di Trapani, il lontano cugino con cui Lia negli ultimi mesi si era confidata. Un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale. Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».

«C’erano sette account su Facebook con il nome Alessio Cordaro. Ma solo in una pagina ho trovato le foto di un ragazzo che si lancia col paracadute, e poi da una gru alta cento metri con una fune attaccata ai piedi. In un’altra foto, Alessio Cordaro sfreccia su una moto Ducati. Oppure, tiene un serpente in mano. E poi ancora è agganciato al portellone di un aeroplanino fra le nuvole, mentre fa delle riprese con una telecamera. Ho subito pensato che fossi tu il figlio di Rosalia Pipitone, un tipo un po’ matto. E guardando quelle foto cominciavo a immaginare la giovane madre di Alessio e la sua voglia di libertà». Questa è la prima email che Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha inviato ad Alessio Cordaro, il figlio di Lia Pipitone. «Avevo sentito parlare di questa storia, ma solo recentemente ho deciso di cercare Alessio», spiega Palazzolo. Da quel primo approccio, entrambi hanno iniziato un viaggio: per il cronista è stata un’inchiesta nella Palermo che assisteva all’ascesa al potere dei corleonesi. Per il figlio è stato un percorso alla ricerca della madre.

«Volevo rispondergli che non ero io la persona che cercava», spiega Alessio. Invece ha impiegato qualche giorno, ma alla fine ha accettato. Da quel sì è nato Se muoio sopravvivimi, un libro, edito da Melampo, scritto a quattro mani che ripercorre la storia della giovane Pipitone e che verrà presentato mercoledì pomeriggio alle 18 alla Feltrinelli di via Etnea a Catania. Il titolo è tratto da una poesia di Neruda, quella preferita da Lia. «Abbiamo raccolto testimonianze di amici e parenti – racconta Palazzolo – da cui emerge il ritratto di una ragazza ribelle». Nel corso della stesura del libro, viene fuori che un pentito dimenticato, Angelo Fontana, nell’ambito di un’altra inchiesta, aveva già fatto il nome dei due sicari, ma all’epoca non era scattata nessuna ulteriore verifica.

Oggi, grazie ai nuovi elementi raccolti nel volume, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, che già aveva seguito il primo processo, hanno riaperto l’inchiesta. Ma come è possibile che per tanto tempo nessuno ha più parlato di questa storia? «Per Cosa nostra – racconta il giornalista nel libro – il vero lavoro sporco comincia dopo l’omicidio, perché c’è da rimuovere ogni traccia della vittima: ogni parola, ogni pensiero, ogni intuizione. Perché sono le parole, i pensieri, le intuizioni verso la verità che fanno davvero paura ai mafiosi e ai loro complici, spesso insospettabili». «In Sicilia – aggiunge Palazzolo – non ci sono solo magistrati e poliziotti che hanno fatto la lotta alla mafia, ma anche semplici siciliani che hanno combattuto per avere una vita normale e per questo sono morti. Vittime considerate di serie B, famigliari che portano dentro l’amarezza e le storie che devono essere raccontate».

Alessio in questi giorni è inseguito da tanti giornalisti, ma non è ancora riuscito a vincere l’emozione che lo pervade ogni volta che deve raccontare la stessa storia. Quella sua e di sua madre. «In tutti questi anni ho maturato una sorta di rifiuto per tutto quello che riguarda l’aspetto cronistico dei fatti», spiega. Quanto sa di sua madre lo ha ricostruito dai racconti degli amici e dei parenti. «Dicono che ho preso il 90 per cento da lei, soprattutto l’urgenza di affermare la mia libertà». Solo una cosa sembra non combaciare. Alessio non ama il mare. Anzi, lo evita proprio. Il perché lo racconta in queste righe di Se muoio, sopravvivimi:

«Stavamo intere giornate al mare, nella spiaggetta dell’Arenella. In quel tratto di mare mi hai insegnato a nuotare. Andavamo anche sott’acqua, da una parte all’altra, fino al molo delle barche dei pescatori. Io avanti, tu sempre dietro, per tenermi sotto controllo […] Sai, dopo la tua morte non sapevo più nuotare. E anzi, avevo anche una terribile paura dell’acqua. Provarono in tutti i modi. Prima con i braccioli. Poi, la zia tentò un sistema più brusco, lanciandomi dal gommone. Niente, ero terrorizzato dall’acqua. Forse il trauma di averti persa mi portava ad allontanarmi da ciò che più di tutto ci aveva uniti, la tua passione per il mare».




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