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Sunday, August 14, 2016

Aurelio Angelini: “Sulla gestione dei rifiuti la Sicilia è fuori dalle direttive europee”

Aurelio Angelini: “Sulla gestione dei rifiuti la Sicilia è fuori dalle direttive europee”
Giulio Ambrosetti

di Aldo Penna
Abbiamo intervistato il professore Aurelio Angelini, docente universitario a Palermo, una delle massime autorità, in Italia, in materia di gestione dei rifiuti. Angelini racconta, in modo chiaro, che cosa non ha funzionato e che cosa continua a non funzionare nella gestione di questo settore. E dice una cosa importantissima: la Regione siciliana, ancora oggi, si arroga poteri, in materia di gestione dei rifiuti, che non gli competono. Grazie alla stragrande maggioranza dei sindaci dei Comuni siciliani, che definire incompetenti è poco  
Aurelio Angelini, docente di Sociologia dell’Ambiente all’università di Palermo, è considerato uno dei massimi esperti in materia di gestione dei rifiuti nel nostro Paese. Gli abbiamo posto alcune domande sulla crisi dei rifiuti in Sicilia.
Professore Angelini, la Sicilia è oramai un caso nazionale. L’incapacità di organizzare una seria raccolta differenziata dei rifiuti ha riempito le discariche oltre ogni limite. Cosa accade?
“Va avanti così da 20 anni e continuerà così fin quando non avverrà un miracolo”.
Un miracolo?
“Non si tratta di risolvere ‘solo’ il nodo della ‘differenziata’, seppur questo è il cuore della gestione dei rifiuti. E’ necessario rimettere ordine in tutto il sistema dei rifiuti in Regione e nei Comuni, che sono prevalentemente governati da un coacervo di incapaci, incompetenti e corrotti. Lo testimoniano i dati nudi del ricorso alla discarica per il 90% dei rifiuti prodotti. Se poi andiamo a guardare cosa arriva in discarica e come sistematicamente vengono buggerate le disposizioni di legge sotto il profilo tecnico, ambientale e sanitario, il quadro è completo”.
Possiamo descrivere i problemi di questo settore nella nostra Regione?
“I problemi legati alla gestione dei rifiuti in Sicilia sono complessi e sono di natura giuridica, amministrativa, economica e organizzativa. Non c’è un segmento della gestione dei rifiuti che sia allineato giuridicamente e tecnicamente alle direttive europee e quindi alla legislazione nazionale.  In sostanza, siamo in Sicilia fuori sistema”.
Come altre vicende isolane sembra di trovarsi di fronte a un sistema che impedisce l’inizio di un circolo virtuoso in favore del perpetuarsi di uno scandalo. La Regione siciliana è lontanissima dal raggiungimento dell’obiettivo del 65% della raccolta differenziata imposto dalla legge, ma non si applica nessuna sanzione. Perché?
“Il sistema della gestione dei rifiuti è organizzato allo stesso modo di come era gestito prima della riforma Ronchi del 1997. E’ stato fatto di tutto per impedire che si cambiasse, compresi i commissariamenti che sono stati funzionali alle discariche e agli inceneritori.  In questi 20 anni di ‘regime’ di raccolta differenziata è stato raggiunto solo il 13%, faccia lei i conti per quantificare con questo tasso di ‘crescita’, quanti anni ci vorranno per raggiungere il 65%”.
E le sanzioni?
“Le sanzioni ai Comuni per il ricorso alla discarica sono una presa in giro. Sono bassissime. In sostanza, è ininfluente rispetto al costo per tonnellata che ogni Comune paga per lo smaltimento e per il trasporto dei rifiuti. Il Piano regionale dei rifiuti, molte volte annunciato nelle intenzioni del presidente Rosario Crocetta, dovrebbe divenire solo una razionalizzazione dell’esistente e, se ho ben capito, invece dei grandi inceneritori dovrebbero costruirsi inceneritori per ogni discarica”.
Non ci muoviamo contro le direttive comunitarie? Come è possibile che un governo regionale possa partorire ipotesi di questo genere?
“I Governi della Sicilia, dal 1997, omettono di approvare il Piano di gestione dei rifiuti, in quanto i contenuti del Piano sono rubricati dalla legge e il Piano deve essere riempito dei contenuti programmatori tecnici ed economici. La mancanza del Piano è stata ed è funzionale all’approvazione di strumenti di pianificazione emergenziale che, per loro natura, sono parziali, in deroga della legislazione e creano molte zone grigie nella gestione. Strumenti che hanno permesso la deregulation generale, il caos gestionale, l’arbitrio nelle decisioni e tanto, tanto spreco di denaro pubblico”.
Insomma, siamo fuori dalle direttive europee.
“Certo che siamo fuori dalle direttive europee ma – come abbiamo visto con gli inceneritori di Totò Cuffaro – la giustizia europea è lenta quasi quanto a quella italiana, ed è arrivata solo dopo 5 anni e solo dopo una denuncia presentata delle associazioni ambientaliste. Quanto ai piccoli inceneritori per ogni discarica, mi permetta di dire che sono delle grandi e stratosferiche cavolate che possono essere dette da venditori di stracci. In Europa si ‘viaggia’ verso la chiusura delle discariche e lo spegnimento degli inceneritori, per scelta europea e per l’impossibilità di smaltire o incenerire i rifiuti soggetti a riciclaggio”.
I sindaci di Catania, Palermo e Messina, tre città fieramente contro gli inceneritori, contro la politica delle discariche poco o nulla fanno per lanciare davvero la differenziata su larga scala. Eppure quasi un terzo dei siciliani abita questi Comuni e il buon esempio farebbe fare un gran salto in avanti verso gli obiettivi europei.
“La mancanza di una strategia coordinata e pianificata regionalmente e l’abuso di potere regionale nella gestione di rifiuti impediscono alle autonomie locali di svolgere fino in fondo il proprio ruolo. Ma rappresentano esse stesse la commistione di cui parlavo all’inizio. La Regione dovrebbe svolgere un ruolo di programmazione, invece si arroga il potere di decidere su tutto. I Comuni dovrebbero organizzare la raccolta differenziata, invece continuano a gestire i rifiuti allo stesso modo di come facevano 20 anni fa. Se guardiamo, per esempio, l’ultimo contratto di servizio approvato dal Consiglio comunale di Palermo nel 2014, che regola il rapporto con la RAP, sostanzialmente regola sotto il profilo gestionale la stessa materia che regolava il rapporta tra il Comune e la Vaselli 50 anni fa: spazzamento, svuotamento dei cassonetti e smaltimento in discarica. In sintesi, il contratto di servizio del Comune di Palermo non è sintonizzato con la normativa e non prevede gli obiettivi di legge sulla raccolta differenziata da raggiungere. Quasi tutti i Comuni siciliani sono nello stessa situazione”.
Cosa possono fare i cittadini, quali strumenti giuridici nazionali, regionali o europei si possono attivare come difesa civica?
“Fuggire dalla Sicilia o scegliere meglio i loro rappresentanti”.
Se lei fosse nominato commissario per i rifiuti in Sicilia quali iniziative metterebbe in campo per cambiare volto a questa terribile pratica che offende i siciliani?
“Un commissario deve e può essere nominato, secondo le nostre leggi, per ‘rimuovere’ un ostacolo e restituire alla normalità democratica la gestione. In Italia e in Sicilia si è largamente abusato di questo Istituto giuridico che si muove ai limiti della Costituzione. Ebbene, come ho cercato di spiegare, non siamo in presenza di uno o più ostacoli, siamo in presenza di un sistema in default, che doveva essere rivoltato come un calzino 20 anni fa, per dare i suoi frutti nel corso di questi due decenni, così come è avvenuto in buona parte del Paese, Campania compresa, che nel momento in cui ha abbandonato la stagione dei commissariamenti sta risalendo la china”.
Eppure il Governo regionale di Rosario Crocetta ha più volte chiesto il commissariamento, ovviamente con lui commissario…
“I commissariamenti sono stati un disastro per il Paese e una mangiatoia che ha cronicizzato i problemi. Oggi quel calzino in Sicilia non può più essere rivoltato perché è marcio, maleodorante, lacero. Oggi è necessario dotarsi di un nuovo ‘calzino’, ci vuole un atto di responsabilità politica, perché la soluzione è esclusivamente politica. E questo può avvenire solo attraverso un nuovo governo della Sicilia e delle città, con uomini e donne che nei posti di governo siano in grado di approvare. in piena libertà e senza condizionamenti mafiosi, le norme regionali necessarie per funzionalizzare il settore, i provvedimenti amministrativi appropriati e di scegliere sul mercato europeo il management qualificato”.

Angelini denuncia. Disastro rifiuti: 18 anni di bugie, legge ignorata



“Il sistema di smaltimento e raccolta dei rifiuti in Sicilia è il più oneroso d’Italia ed il più basso nella qualità dei servizi. Diciotto anni di regime emergenziale hanno fatto comodo, ognuno ha attaccato il cane dove vuole il padrone”. Il verdetto di Aurelio Angelini – docente ed esperto in politiche di gestione e pianificazione ambientale, un’autorità nell’Isola – non lascia margini di interpretazione. E’ tagliente come una scimitarra. E le sue motivazioni sono altrettanto acuminate.
“Il Piano di gestione dei rifiuti in Sicilia non esiste, la Regione sta aggiustando un piano emergenziale. L’Europa ha apertura una procedura, gli ispettori sono già arrivati, e la multa potrebbe essere salata. Quanto agli impianti di Palermo e Catania, non hanno nulla a che vedere con la raccolta differenziata. Il gassificatore di Catania inoltre potrebbe essere fuorilegge, perché le autorizzazioni hanno delle scadenze. E l’impianto di trattamento di Bellolampo, a Palermo, il TMB, non promuove la differenziata, è tutto il contrario….”.
Professore Angelini, il sindaco di Palermo ha sparato a zero contro gli inceneritori e manifestato la sua fede nelle differenziata? L’assessore regionale dice che presto il piano di gestione dei rifiuti è una realtà che si tocca con mano.
“Credo che Orlando non sia stato informato correttamente, il Comune ha dato il suo benestare a qualcosa che, lo ribadisco, non incentiva la raccolta differenziata. Quanto alla Regione siciliana, stanno correggendo le 57 criticità rilevate dal Ministero dell’Ambiente sul piano emergenziale. E questo cambia totalmente lo scenario….”.
I due inceneritori a Catania e Palermo, contenuti dal piano “Sblocca Italia”, sono ferocemente contrastati dal Comune di Palermo.
“Palermo e Catania sono la metà della popolazione siciliana. E’ una ipotesi plausibile, ma non lo è che si facciano altri cinque, sei inceneritori, perché l’Italia, e naturalmente la Sicilia, deve raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata. Il tetto di rifiuti da bruciare in Sicilia non dovrebbe superare il 40-50 per cento. Servirsi dell’impianto di Bellolampo e di Sicula Trasporti a Catania, è una scelta compiuta in direzione del conferimento finale, che non può essere la discarica. Se realizzi un impianto di trattamento e ti servi della discarica, fai un danno erariale…”.
La comprensione delle scelte richiede una conoscenza specifica. A che cosa serve l’impianto di trattamento di Bellolampo?
“Gli impianti di trattamento hanno diverse tipologie. Ci sono quelli che producono compost e materie. I nostri impianti, in Sicilia posseggono selettori che producono un umido che non è compostabile ed il secco non selezionato per materia, ma recupera materia di riciclo che diventa combustibile per inceneritori e cementieri”.
Quindi addio sogni di gloria per chi manifesta a favore della differenziata a Palermo e Catania. E le suggestioni regionali, il piano regionale di gestione dei rifiuti?
“Da tempo cerco di accendere un faro sul piano Lombardo, che non può produrre effetti giuridici e gare di appalto per la semplice ragione che non è vigente. Il presidente Lombardo agì come commissario, delegato dal presidente del Consiglio sostituendosi all’Assemblea regionale siciliana, organo cui è demandata per legge l’approvazione del piano. Avrebbe dovuto emanarlo e pubblicarlo in Gazzetta ufficiale. Ma lui non ha fatto nulla di tutto ciò, perché se n’è andato prima. La sostituzione dell’Assemblea con il commissario genera un piano emergenziale, che deroga dalla legge, contiene scelte non coerenti con le norme e la legislazione vigente. Lombardo ha inviato il piano al ministero dell’Ambiente, che l’ha approvato con ben 57 prescrizioni…”.
Il governo regionale ha lavorato per sanare le criticità.
“Avrebbe speso di gran lunga minor tempo se avesse messo mano ad un piano regiomale di gestione dei rifiuti. La Sicilia, ad eccezione delle altre regioni, dispone di una procedura molto semplificata, pochi passaggi, in sei mesi saremmo stati in regola e non avremmo sul capo la spada di Damocle dell’Europa. Non si potrà far passare come piano di gestione del rifiuti il piano emergenziale….”
Se le cose stanno così, professore Angelini, perché si è preferita la strada più faticosa e, tutto sommato, dannosa?
“E’ stato dato un incarico professionale per l’elaborazione del piano, ma siamo rimasti dentro al percorso emergenziale, quindi in una condizione di “non vigenza”. Qualcuno in Regione ha deciso la vigenza del piano, di cui non è stata emanata l’ordinanza. Tra l’altro in virtù di questo piano, non vigente, sono stati previsti interventi in zone di inedificabilità assoluta. L’impianto di Bellolampo, che tradisce le intenzioni del comune, ed il gassificatore di Catania discendono da previsioni emergenziali, che derogano dalla legge regionale n.9 del 2010”. Si tratta di interventi – Bellolampo e Catania – compiuti in violazione di legge, bene che vada di nessuna rilevanza giuridica”.
Dobbiamo aspettarci i fulmini dell’Europa. Il dano e la beffa?
“So per certo che è stata aperta una inchiesta e che sono venuti gli ispettori, accerteranno che la Sicilia non ha un piano di gestione dei rifiuti, perché il piano emergenziale è un’altra cosa. E’ grave, la legge regionale 9 del 2010 rimane inapplicata. In cinque anni la Sicilia non si è data lo strumento che aveva scelto, abbiamo un provvedimentoi rabberciato. Serviva il piano…”.
Ma il sindaco Orlando è al corrente che sono stati spesi un mare di soldi pubblici, ben 53 milioni di euro, per realizzare strumenti che non incentivano la raccolta differenziata. E c’è l’assessore regionale Vania Contrafatto che lavora alacremente ad un piano emergenziale che potrebbe dare molti dispiaceri….
“Non posso credere che il sindaco sapesse, è stato sempre contrario agli inceneritori. Non l’hanno informato. E l’assessore regionale? Potrebbe essere stato mal consigliato, chi lo sa. La realtà è nuda e cruda: non abbiamo e non avremo un piano di gestione dei rifiuti”.
http://www.siciliainformazioni.com/sparlagreco/210235/angelini-denuncia-disastro-rifiuti-18-anni-di-bugie-legge-ignorata

Monnezza di Stato: un dramma che unisce Sicilia, Calabria e Campania  Laura Bercioux  27 Jul 2015
A Palermo una tavola rotonda per presentare il libro Monnezza di Stato di Antonio Giordano e Paolo Chiariello. Le denunce sulla Calabria da parte del procuratore aggiunto Gaetano Paci. La Terra dei Fuochi in Campania molto simile alle discariche siciliane mai scoperchiate dalla autorità. Le morti di cancro e la mancanza di soldi che impedisce di scovare queste vergogne di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Lo Stato colluso e sconfitto
Terra dei Fuochi non è solo un dramma campano, ma una questione ancora aperta che coinvolge molte regioni d’Italia. Anche la Sicilia non si salva: una regione priva di un piano per la gestione dei rifiuti che, nel 2015, si ritrova ancora a smaltire i rifiuti nelle discariche a discapito di una raccolta differenziata con percentuali basse, se non bassissime. Nell’Isola, infatti, trionfano ancora le discariche, in molti casi stracolme di rifiuti, con la gestione spesso appannaggio della mafia dei colletti bianchi, legatissima alla politica che conta. Mafia & discariche. Con la presenza di aree industriali fortemente inquinate, da Priolo a Melilli, da Augusta a Gela, da Milazzo alla Valle del Mela, con un’incidenza tumorale che in queste zone è altissima.
I rifiuti e le discariche. La Campania che chiama e la Sicilia che risponde. Su questo tema, l’Università di Palermo, nei giorni scorsi, ha tenuto, a Villa Niscemi, una tavola rotonda, patrocinata dal Comune di Palermo. Appuntamento organizzato dal comitato composto dal professore Antonio Russo, Direttore del Reparto di Oncologia Medica del Policlinico del capoluogo siciliano, “Paolo Giaccone” e Adjunct Full Professor alla Temple University di Filadelfiadiretta dal professore Antonio Giordano, dalla professoressa Renza Vento, Ordinario di Biologia Università degli Studi di Palermo e dal professor Francesco Cappello, associato di Anatomia Umana Università degli Studi di Palermo. Un incontro a cui hanno partecipato molti docenti universitari, ricercatori, direttori di Aziende ospedaliere ed altri esponenti della società civile palermitana, con numerosi interventi a contributo sul tema.
L’occasione per organizzare la tavola rotonda è stata offerta dalla presentazione del libro-denuncia
Gaetano Paci
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Pci
Monnezza di Stato, scritto dal professore Antonio Giordano e dal giornalista Paolo Chiariello. Il volume spiega che cos’è la Terra dei Fuochi, in una commistione di cronaca e ricerca scientifica. Il libro affronta temi scottanti che legano ad un destino comune Campania e Sicilia. Se in Campania alcune verità sono venute fuori, in Sicilia i ‘Signori delle discariche’ godono di grandi protezioni mafiose, politiche e di altro genere. Tema scottante, dicevamo. Che investe il ruolo della politica - la politica sana, non collusa con la mafia - che dovrebbe combattere la malavita e i suoi traffici illeciti e, conseguentemente, la regolamentazione della gestione dei rifiuti industriali, le difficoltà nel reperimento dei dati epidemiologici sull’incidenza dei tumori nelle diverse aree geografiche (in Sicilia c’è un Osservatorio Epidemiologico che fa capo all’assessorato regionale alla Salute: funziona o no?). Da questa giornata di riflessione e dibattito è venuta fuori una collaborazione scientifica e istituzionale tra Campania e Sicilia. Obiettivo:affrontare insieme le tematiche ambientali-sanitarie.
Monnezza di Stato è diventata, e lo è già da tempo, un’opportunità di dibattito, soprattutto se a partecipare sono gli esponenti più accreditati della scienza, del giornalismo indipendente e di una magistratura attenta. Gaetano Paci, Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, ha parlato degli affari criminali sui rifiuti in Calabria, la nuova pattumiera di Italia come Terra dei Fuochi. Ha "smontato" la legge sugli ecoreati e si è soffermato sui rapporti tra la tutela dei diritti e le esigenze economiche. “Ho letto il libro -  ha detto Gaetano Paci - e mi sono subito reso conto che quello che è accaduto in Campania è un effetto combinato di una serie di fattori che, a mio giudizio, hanno una valenza universale nel nostro Paese. Uno di questi fattori è la criminalità organizzata. Bene hanno fatto gli autori, in particolar modo il giornalista Paolo Chiariello, a smascherare l’alibi di cui di solito ci si avvale per cercare di allontanare da sé le colpe: questo lo fanno molto abilmente soprattutto i politici e gli amministratori, ma anche gli imprenditori, quando dicono che devono necessariamente arrendersi alla criminalità organizzata sul territorio, ma spesso non è così”.
“Mi sono reso conto che quello che è successo in Campania - ha aggiunto Paci - è anche l’effetto di una politica legislativa e industriale che nel nostro Paese, ormai, subordina la tutela dei diritti fondamentali delle persone rispetto alla logica del mercato. Tema attualissimo di straordinaria rilevanza, se solo pensate che appena pochi giorni fa, sul Corriere della Sera, il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, ha espressamente detto, parlando di alcuni casi particolarmente eclatanti, che riguardano particolarmente l’Ilva di Taranto e alcune grosse industrie del petrolchimico di Venezia e dintorni, che anche la giurisdizione deve, in qualche modo, nell’adottare i provvedimenti, tenere conto dell’impatto che i provvedimenti stessi hanno sul mercato. E soprattutto, ha riferito Legnini, nell’articolo che qui sto riportando in maniera probabilmente meno cruda, ma spero comprensibile, che nell’adottare provvedimenti che riguardano le strutture economiche del Paese, i magistrati devono tenere conto degli orientamenti che emergono nella società. Quindi, non sono sereno perché intravedo una direzione dell’ordinamento che tiene conto di quello che il nostro legislatore produce. Allora se questo è l’insieme degli elementi di cui dobbiamo tenere conto - ha detto ancora Paci - quello che è accaduto in Campania è soltanto la punta di un iceberg molto più acuto e drammatico di ciò che nel nostro Paese varie realtà orami conoscono”.
Poi il procuratore Paci ha posto l’accento sulla sanità siciliana: “In questa regione, in questa città - ha detto il magistrato riferendosi a Palermo - sino a poco tempo fa, e lo ricordo a me stesso perché sono stato titolare di tutte le inchieste che hanno riguardato questi aspetti, le nomine nella sanità pubblica venivano concertate nel salotto dell’abitazione di un medico condannato, pluricondannato per mafia, che interloquiva con vari e stimatissimi personaggi della politica che, in alcuni casi, sono stati anche loro condannati e con sentenze che ora sono passate in giudicato. Questo personaggio interloquiva con un pezzo importante di soggetti della professione medica e della politica - e tra questi anche l’allora governatore della Sicilia - su quelle che dovevano essere le nomine in importanti centri ospedalieri pubblici e privati di Palermo e della Sicilia, secondo criteri che non erano ovviamente di professionalità, di dedizione, di adeguatezza rispetto all’importanza degli incarichi da assumere, ma criteri di mera appartenenza politica o politico-mafiosa”.
Rifiuti in Calabria
Dalla Sicilia alla Calabria. “In questi dieci mesi - ha raccontato Paci - mi sono reso conto che la Calabria sta diventando, o è già diventata, la nuova pattumiera di Italia. Da varie inchieste viene fuori che, nella Piana di Gioia Tauro, ci sono intere aree destinate allo sversamento del percolato, che è un liquido ad altissima tossicità che proviene da tutto il Sud Italia (il percolato è il liquido che si forma nelle discariche ndr)”. Un passaggio della relazione il procuratore Paci l’ha dedicato alla ‘ndrangheta: “La ‘ndrangheta - ha detto - è l’organizzazione criminale più importante al mondo per i traffici di cocaina, è una delle partner paritarie rispetto ai colombiani e asiatici. Ebbene, la ‘ndrangheta gestisce buona parte delle discariche private o dei trasporti privati per conto delle pubbliche amministrazione che si occupano di questo importante segmento del ciclo dei rifiuti. L’area della Piana di Gioia Tauro, così come la Locride è interessata a fenomeni di tipo tumorale svariatissimi che si manifestano con una violenza straordinaria. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere che c’è una perfetta similitudine di comportamenti da parte delle popolazioni interessate. I cittadini si attivano, casa per casa, strada per strada, per rilevare la presenza di soggetti afflitti da patologie tumorali diversissime e si trovano profondamente impotenti di fronte a strutture amministrative che dovrebbero già fare, a priori, un rilevamento da un punto di visto epidemiologico”.
Di fatto è quello che succede in alcune aree della Sicilia dove la latitanza dell’assessorato regionale alla Salute, delle strutture sanitarie territoriali e, in generale, della Regione siciliana è totale e dove ad attivarsi sono gli abitanti di questi luoghi. Nella Valle del Mela, in provincia di Messina, l’inquinamento prodotto da un folle elettrodotto ha provocato malattie, in alcuni casi mortali, tra tanti abitanti. Idem nell’area industriale di Siracusa. In questi territori della Sicilia, abbandonati dalle autorità, sono spesso i sacerdoti che scendono in campo in difesa della popolazione.
Insomma, da quello che si è capito nella giornata dedicata all’inquinamento, sono tanti i punti di contatto tra Campania, Calabria e Sicilia. “E’ giusto che voi sappiate - ha raccontato ancora il giudice Paci - che in Calabria il Registro dei Tumori dopo un lavoro enorme, soprattutto di resistenza della parte della politica, di fatto è rimasto lettera morta. Le strutture che dovrebbero realizzarlo non esistono o non si vuole che esistano. Allora è stato il mio ufficio, negli ultimi anni, a stimolare questo tipo di indagini, pressato dalle numerose denunce della popolazione che evidenziava un’insorgenza enorme di queste patologie. Abbiamo coinvolto negli ultimi tempi l’istituto Superiore della Sanità, il programma Sentieri, l’Arpaca con voli aerei per sondare il territorio, palmo a palmo, alla ricerca di interramenti tossici o di natura magnetica o di altro genere”.
“Sapete che esistono leggende metropolitane che si sono alimentate nel corso del tempo - ha proseguito il magistrato - e che hanno alimentato anche una certa letteratura, come la nave dei veleni, gli interramenti voluti dalla famiglia mafiosa dei Piromalli in cambio della tutela del territorio. Non si è mai arrivati a delle certezze definitive, ovvero alla verifica e alla scoperta degli interramenti, così come è accaduto nella Terra dei Fuochi. Di fatto c’è un’incidenza tumorale straordinariamente presente, pervicace e diversificata, che non consente, com’è ben evidenziato nel libro, nella parte del professore Giordano, di trovare quel famoso nesso di eziologia tra i numerosi esempi di tumore e le condizioni geologiche, biologiche del territorio e la sua sanità. Sono stati fatti anche degli interventi sottomarini per cercare di verificare nelle coste della Calabria quali eventuali agenti patogeni potessero considerarsi la concausa di queste patologie. Allo stato, però, da un punto di vista giudiziario non si è arrivati ancora a una conclusione”.
“Pensate, per esempio - ha detto ancora Paci - che per avere una mappatura indicativa di questo tipo di fenomeni, in mancanza di rilevazioni delle Sdo, cioè delle Schede di dimissioni ospedaliere, abbiamo dovuto fare ricorso ad un medico in pensione che, per passione, aveva messo su una sorta di archivio artigianale, raccogliendo tutti i dati. Questo dà l’idea di come le strutture amministrative siano così estremamente inadeguate per fronteggiare questo fenomeno. Anche questo dico non è un fatto legato esclusivamente alla sciatteria o alla mancanza di cultura e preparazione, ma credo sia una volontà ben precisa di carattere politico. Non si vuole aprire un fronte di conoscenza su questo fenomeno grave e importante"
Paci ha concluso il suo intervento evidenziando i limiti della magistratura, per lo più dovuti ai farraginosi impianti legislativi. “L’idea che ci possa essere stato qualcuno che, a livello legislativo, abbia potuto concepire un inquinamento ambientale non abusivo o un disastro ambientale non abusivo, io, onestamente, la rifiuto - ha precisato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria -. Non credo sia umanamente e razionalmente possibile. Penso, però, che nella creazione di queste fattispecie incriminatrici, con il ricorso all’avverbio abusivamente, si introduce nel ruolo del giudice un condizionamento di tipo esclusivamente politico. Chi stabilisce l’abusività della condotta se non il Governo, attraverso l’introduzione dei regolamenti che, di volta in volta, stabiliranno le entità, le misure, i margini di manovra che saranno determinati secondo le esigenze di politiche industriali del momento? Bisogna far comprendere che la tutela dei diritti fondamentali non è negoziabile con nessuna altra esigenza contingente".
Diritti non negoziabili, dunque, la cittadinanza oggi, prova a difendere, con un attivismo concreto e incessante, il proprio territorio devastato dall'inquinamento ambientale, che uccide senza sosta. E se un libro come Monnezza di Stato può essere utile e stimolare dibattiti e coesioni sociali, allora che sia il benvenuto. "Questi convegni - ha commentato il giornalista Paolo Chiariello - su argomenti seri come le neoplasie causate dagli insulti che un sistema produttivo rapace infligge all’ambiente, devono servire ad alimentare il dibattito e a consentire o obbligare la classe dirigente a misurarsi con drammi come la Terra dei Fuochi. Certo, la legge sugli ecoreati a me sembra un esercizio di scrittura creativa. Sentire un procuratore come Paci fare a pezzi questa legge che dovrebbe applicare, beh, fa tremare i polsi per la perizia, la dovizia di particolari e la serenità con cui o stesso magistrato illustra il suo punto di vista. Siamo di fronte a norme balorde che puniscono solo quegli imprenditori che abusivamente trafficano in rifiuti. Io l’ho sentito molto preoccupato anche su un altro delicato aspetto, che meriterebbe l’attenzione dell’Associazione Nazionale Magistrati, oltre che dei cittadini: le norme che il Parlamento, su impulso del Governo, vuole varare. Leggi che consentirebbero all’esecutivo di bloccare o fiaccare provvedimenti della magistratura quando questi vanno a toccare rilevanti interessi pubblici o di mercato. La denuncia di Paci è davvero forte e interessante, peccato che di ciò non si lamenti l’intero ordine giudiziario”.
Se il governo e il Parlamento hanno saputo partorire una legge poco efficace, ancora non riescono a partorire il ‘figlio’ più atteso per risolvere la parte fondamentale del disastro ambientale in Campania: la bonifica che sembra essere figlia di un Dio minore. Bonifiche che languono sui tavoli che contano, politici incuranti delle necessità di sopravvivenza delle popolazioni colpite dal disastro. Bonifiche che, se dovessero mai concretizzarsi, fanno gola anche agli stessi autori dei crimini ambientali. E cosa fa il governo regionale campano? Intanto la Campania, al momento, prende multe dall'Europa e, ai media, ultimamente, il neo governatore della Campania, Vincenzo De Luca, forse in vena sanremese, ha dichiarato che la Terra dei Fuochi diventerà la Terra dei Fiori.
Paolo Chiariello, che da cronista ha il polso della situazione campana, ci ha spiegato come stanno le cose: “Che io sappia, non è stato bonificato un centimetro quadrato di terra inquinata. Non è stata decontaminata una sola falda acquifera. Nulla è stato ancora fatto eccetto la produzione di chiacchiere, qualche decreto legge e mille promesse che però tali sono rimaste. Si continua a trafficare in rifiuti. Si continuano a tombare rifiuti. Si continuano a bruciare rifiuti e a provocare danni incalcolabili con la diossina che ricade sul terreno. Non c’è alcun controllo serio del territorio. E, fatto ancora più sconcertante, ci sono almeno 70 siti inquinati dove è stato sepolto di tutto secondo indicazioni di collaboratori di giustizia affidabili, che non riusciamo a scovare per verificarne il contenuto di rifiuti tombati, perché non ci sono le risorse per farlo. Come dire: se anche ci fosse una bomba ecologica sepolta, noi non riusciamo a saperlo perché non abbiamo risorse sufficienti per scoprirlo. Poi c’è il paradosso che non saprei definire. Ogni anno lo Stato, con la legge di stabilità, stanzia 80 o 90 milioni per pagare le multe dell’Unione europea per le condanne subite a seguito delle procedure di infrazione per l’assenza di un ciclo virtuoso dei rifiuti in molte regioni che espongono i cittadini italiani a rischi seri per la loro salute".
Niente bonifiche, dunque, solo affari sporchi. È fin troppo chiaro che l'affare Monnezza è oro colato per il triangolo mafie, politica e imprese. "Se leggi con un pizzico di attenzione in più - ha precisato Paolo Chiariello - le pagine buie della nostra Repubblica, dalle stragi di mafia in Sicilia nel 1992 alla penetrazione delle mafie nell’economia legale del Paese, vedrai che troverai sempre un filo rosso che amalgama e unisce tutto in una melassa indistinta, dove si fa fatica cogliere la differenza tra bianco e nero, buoni e cattivi, mafia e antimafia".
In uno scenario così apocalittico, al grido spesso inascoltato di un popolo che difende il diritto alla salute e ad un ambiente sano, brillano, le speranze di una cittadinanza attiva, di un giornalismo libero, di una buona scienza e di una ricerca per la lotta al cancro. Il professore Antonio Giordano ha dato e continua a dare il suo contributo di speranza alla Terra dei Fuochi, proseguendo il lavoro di suo padre, scienziato e ricercatore, professore Giovan Giacomo Giordano, con i soli mezzi che conosce: la ricerca, con l'attivismo sociale e con l'informazione. E alla fine della giornata palermitana ha così commentato: "Sono rimasto molto soddisfatto della giornata per la grande partecipazione al dibattito - ha detto il professor Antonio Giordano - e dalla collaborazione nata da questo incontro e l'utilità del libro. Il libro è stato una grande scommessa, perché bisognava riuscire a parlare di argomenti delicati come l’impatto dello smaltimento illegale dei rifiuti sulla salute pubblica, mantenendo da un lato, un rigore scientifico, dall’altro, quello spirito divulgativo che rende accessibile a tutti delle informazioni. Palermo è una città sensibile al tema della legalità, e lo ha dimostrato già anni fa l’attuale, sindaco, Leoluca Orlando. Ricordo che alcuni anni fa Orlando, da parlamentare, è stato l’unico politico a ricevermi, ad ascoltarmi, incoraggiandomi nel proseguire la mia ricerca, iniziata da mio padre, Giovan Giacomo Giordano, 40 anni prima, in Campania. Mi fa piacere che anche la Sicilia si sia adoperata, pubblicando online, i dati del Registro dei Tumori. Un ottimo lavoro. Dati che bisogna studiare attentamente per capirne le cause e che consulterò con attenzione".
I dati disponibili in Italia raccontano l'aumento delle patologie con le morti per tumore e le patologie derivanti dai disastri ambientali per i rifiuti tossici. Non sono solo in Campania, ma si estendono da Nord a Sud. Insomma, la Terra dei Fuochi è solo la punta dell’iceberg. "Federico Cafiero - ha infatti sottolineato il professore Antonio Giordano - il procuratore Capo di Reggio Calabria, mi ha detto, qualche mese fa, che Reggio Calabria è come Casal di Principe 20 anni fa. E non è un caso che il procuratore Franco Roberti, che ha scritto la prefazione di questo libro, ha detto che c’è quasi una legge di contrappasso, perché adesso i rifiuti, le mafie li sversano al Nord, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana: in queste zone c’è un aumento di patologie gravi, anche se non sono ancora usciti i dati. Il problema dei rifiuti è un problema serio che va affrontato senza remore. Lo Stato, quando arrivano le denunce, scoperchia i terreni, ma pretende, poi, che i Comuni, senza risorse, vadano a bonificare. Ma la risposta è sempre nella soluzione politica, una politica purtroppo immobile. Da parte nostra, dobbiamo limitarne il danno con un programma di bio monitoraggio su una popolazione che è suscettibile a sviluppare patologie che non sono solo tumorali.Il nostro prossimo lavoro dimostrerà come siano in aumento i tumori dell’infanzia che vedono Milano al primo posto, Roma al secondo, Torino al terzo, Napoli al quarto. La salvaguardia dell’ambiente e della salute è una questione mondiale”.
Su questo sentire comune, alla tavola rotonda di Palermo della giornata, ha commentato alla Voce, il professore Antonio Russo: "Questo incontro è un risultato molto proficuo e partecipato perché ha permesso di esplorare le gravi problematiche campane dell’inquinamento territoriale, permettendo di evidenziare come soltanto, attraverso l’unione di diverse professionalità esperte del settore, sia possibile evitare in futuro che fenomeni come quello della Terra dei Fuochi, investa altri territori ricchi di fragilità come la Sicilia”.
La giornata a Villa Niscemi si è conclusa con la corale partecipazione di adesione, alla proposta del Sindaco di Palermo,  Leoluca Orlando, di scrivere un documento che illustri i lavori della tavola rotonda, con i migliori oncologi della Sicilia, con il professore Antonio Giordano e il giornalista Paolo Chiariello, documento che sarà inviato al Capo dello Stato, Sergio Mattarella e al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La comune battaglia a Palermo ha così fatto società, contro le ecomafie, per una strategia che si che si terrà certamente, a colpi di scienza, ricerca e coesione sociale. Ma ci si aspetta, un altro colpo, quello decisivo, che fa più rumore: lo scioglimento della Monnezza di Stato Spa.
RIFIUTI IN SICILIA/ANGELINI: “UN COMITATO D’AFFARI SI È SPARTITO INCARICHI E CONSULENZE”
Giulio Ambrosetti
14 Jul 2015
La denuncia è del docente universitario Aurelio Angelini: 200 milioni di euro per le bonifiche spariti senza bonificare nulla. Oltre un miliardo di euro gestito con affidamenti diretti, senza bandi pubblici. Per avere, alla fine, i rifiuti non raccolti per le strade. Discariche quasi tutte fuori legge. Raccolta differenziata a bassi livelli. I grillini attaccano l'Unione Europea che non 'vede' gli imbrogli siciliani 
Nei mesi scorsi, in occasione della formazione del terzo governo regionale di Rosario Crocetta, un magistrato presso la Procura della Repubblica di Palermo, Vania Contraffatto, è stata chiamata, in qualità di assessore, ad occuparsi di rifiuti. Sin dalle prime battute l’assessore annunciava una svolta nella gestione di un settore che in Sicilia, nell’anno di grazia 2015, è ancora imperniato sulle discariche, in buona parte private.
Ebbene, c’è stata questa svolta? A giudicare da quello che scrive Aurelio Angelini sulla sua pagina facebook (come potete leggere qui), non solo la svolta annunciata dall’assessore Contraffatto non c’è stata, ma la situazione è peggiorata. Per il governo della Regione retto da Crocetta e per l’assessore Contraffatto la ‘botta’ è forte. Perché Aurelio Angelini nella vita fa il docente universitario di Sociologia dell’ambiente e del territorio: in pratica, è uno dei massimi esperti in Sicilia in materia di raccolta e gestione dei rifiuti. Vediamo cosa scrive il professore Angelini.
La partenza non annuncia nulla di buono: “Rifiuti: siamo caduti nel baratro, ovvero le principali dieci criticità e inghippi che rendono la gestione inestricabile, per via di una matassa arruffata che sapientemente hanno messo in piedi decisori politici e dirigenti: incapaci e corrotti”.  
Prima criticità. “La Sicilia - scrive il docente universitario - è l'unica regione che non dispone di un Piano ‘ordinario’ dei rifiuti”, piano previsto dall’articolo 199 del decreto Legislativo n. 192 del 2006 e dall’articolo 9 della legge regionale n. 9 del 2010”. A questo punto Aurelio Angelino dà la prima notizia: il Piano ordinario dei rifiuti è lo “strumento principe per la programmazione e la gestione del ciclo della valorizzazione industriale dei rifiuti e, per tale inadempienza, non potremo utilizzare i fondi europei perché non disponiamo di questo strumento”. Insomma, sta per partire la Programmazione dei fondi europei 2014-2020. Ma la Sicilia, almeno per ciò che riguarda i rifiuti, non potrà utilizzare queste risorse finanziarie.   
Seconda criticità. “E’ pubblicato sul sito web del dipartimento Regionale dei Rifiuti - scrive il docente universitario - un Piano di gestione di rifiuti urbani di rango amministrativo emergenziale e relativo ai soli urbani senza Piano delle bonifiche, Piano dei rifiuti speciali e speciali pericolosi. Questo Piano emergenziale non è stato mai emanato dal Commissario delegato e non è mai stato pubblicato in GURS (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana), procedure queste indispensabili per poter sostituire nell’emanazione del Piano, un organo costituzionale come la Regione e rendere pubblica, e quindi, anche impugnabile, la vigenza di questo strumento”. In pratica, siamo davanti a una violazione di legge. Con metodi proditori si impedisce ai cittadini di impugnare questo Piano davanti a un giudice.  
Terza criticità. “Circa duecento Piani di Raccolta Comunali - osserva ancora il professore Angelini - sono stati presentati e approvati dal dipartimento dei Rifiuti (il riferimento è al dipartimento regionale dei Rifiuti ndr) senza avere i requisiti stabiliti dalla legge regionale n. 3 del 2013. La stragrande maggioranza delle 18 SRR, non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito, al quale dovevano attenersi gli ARO, per la redazione dei Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata (l’ARO è un’istituzione giuridica non prevista dalla legge e introdotta surrettiziamente amministrativamente)”.
Questo passaggio merita un approfondimento. In Sicilia sono stati istituiti gli ATO rifiuti, Ambiti territoriali Ottimali, società per azioni costituite tra Comuni che sono state gestite dai sindaci. Queste società, tra assunzioni a ruota libera (circa 13 mila addetti assunti) e gestioni clientelari varie hanno accumulato, in meno di un decennio, debiti pari a circa 1,8 miliardi di euro (stima che forse è in difetto). Debiti che, in buona parte, sono a carico dei gestori privati dalle discariche, visto che in Sicilia, complice anche la mafia dei colletti bianchi, come già ricordato, il sistema rifiuti è ancora oggi incentrato sulle discariche.
A un certo punto gli ATO rifiuti sono stati posti in liquidazione. Ma i problemi non sono finiti, se è vero che i debiti sono passati da 1,4 miliardi di qualche anno fa ai già citati 1,8 miliardi di euro odierni. A questo punto è intervenuta la riforma, con l’istituzione delle SRR, sigla che sta per Società di Regolamentazione dei Rifiuti. Su questo fronte il professore Angelini ci dà un’altra notizia: le SRR “non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito”. A questo Piano di gestione d’ambito che non c’è avrebbero dovuto attenersi gli ARO, sigla che sta per Ambiti di Raccolta Ottimale. Gli ARO avrebbero dovuto redigere i Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata. Peccato che gli ARO, come fa notare il docente universitario, sono istituzioni giuridiche “non previste dalla legge”, introdotte in modo surrettizio con atti amministrativi (forse ci sarebbe voluta una legge?).  
“Difatti - prosegue sempre il docente universitario - la legge regionale n. 3 del 2013 dispone che i Comuni possono provvedere ai soli Piani di raccolta che devono essere coerenti con il Piano d’ambito della SSR e redatti in base agli obiettivi di legge della raccolta differenziata; ed inoltre stabilisce che, per essere approvati dalla Regione, i Piani di Raccolta, devono essere ‘allineati’ al Piano d’ambito delle SRR e che tali Piani, non devono comportare nuovi oneri”. “Ebbene - scrive sempre il professore Angelini - nessun piano economico è stato presentato correttamente, in quanto non vengono indicati tutti i costi reali che i Comuni dovranno sostenere per la gestione dei rifiuti: a) oneri per il Piano di raccolta; b) oneri pro-quota dei Comuni per la partecipazione obbligatoria alle SRR; c) oneri pro-quota del debito delle Società d’ambito in liquidazione di cui i Comuni sono soci (il riferimento è agli ATO rifiuti). Queste tre voci concorrono a stabilire il costo complessivo su cui il Comune dovrà stabilire la TARSU/TIA/TARI, a cui va aggiunto il successivo quanto previsto dal DL 78/2015, vedi punto 10”.
I Comuni, insomma, non hanno fatto chiarezza. E la Regione siciliana è ancora meno chiara dei Comuni. Peccato che questa mancanza di chiarezza riguardi il calcolo della TARI, la Tassa sull’immondizia che, in Sicilia, in media, è tra le più alte d’Italia! Poi il professore Angelini ci dice che, da vent’anni, la realizzazione degli impianti pubblici per la gestione dei rifiuti sono bloccati: e infatti in Sicilia, come già ricordato, si va avanti con le discariche private e con una risibile percentuale di raccolta differenziata (chissà perché: magari c’è di mezzo la mafia? ma va!).
Quarta criticità. “Il sistema pubblico è bloccato - da due decenni - per la realizzazione degli impianti pubblici necessari alla gestione dei rifiuti e le richieste di autorizzazione dei privati, il sistema autorizzatorio non risponde, con le sole eccezioni raccontate dalla cronaca giudiziaria”.
Per ciò che riguarda le autorizzazioni per avviare gli impianti, insomma, Angelini accenna alla “cronaca giudiziaria”: chiarissimo il riferimento a un’inchiesta che coinvolge i titolari di discariche private e dipendenti pubblici che intascavano tangenti in cambio di autorizzazioni.
Quinta criticità. “Il 90% circa dei rifiuti finisce in discarica", per la precisione, in discariche "per lo più non conformi alla legge", che "vengono autorizzate attraverso discutibili ordinanze emergenziali, ad abbancare' fuori 'colmatura' e nonostante ciò, per la mancata programmazione e realizzazione dell'impiantistica, tra pochi mesi il caos riguarderà tutta la Sicilia”. In pratica, spiega il docente universitario, il 90 per cento dei rifiuti della Sicilia finisce nelle discariche. Le discariche sono quasi tutte fuori legge e vengo autorizzate nel nome dell’emergenza: emergenza che consente, spesso, di aggirare le leggi. I rifiuti vengono “abbancati”, cioè sotterrati, “fuori colmatura”: in pratica, si sotterrano più rifiuti di quanto una discarica ne potrebbe contenere. Uno scenario che, tra qualche mese, a detta del docente, getterà la Sicilia nel caos.  
Sesta criticità. “Almeno 200 milioni di euro - sottolinea il docente universitario - sono stati spesi per le bonifiche delle discariche abbandonate che incombono sui corpi idrici dell’Isola (circa 1000 discariche) e nessuna di queste è stata mai bonificata, ma nel contempo un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”. Con eleganza, il professore Angelini ci dice - e lo dice anche a un magistrato, la dottoressa Vania Contraffatto, oggi, come già ricordato, assessore regionale del governo Crocetta con delega alla gestione dei rifiuti - che si sono ‘fottuti’ 200 milioni di euro: i soldi, infatti, sono spariti, ma le discariche non sono state bonificate. Queste discariche non bonificate rischiano di inquinare alcune falde idriche della Sicilia. Il tutto mentre “un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”.  
Settima criticità. “Più di un miliardo di euro - scrive sempre il docente universitario - è stato sprecato dai regimi commissariali: rifiuti, acque e dissesto idrogeologico. I vari responsabili hanno fatto sfolgoranti carriere e acquisito pensioni d’oro, ma i risultati sono: il dissesto del territorio che si è accentuato; i rifiuti che ci sommergono e siamo pure in procedura d’infrazione per la mancata depurazione delle acque”. In Sicilia si abbonda con i commissariamenti nel nome dell’emergenza. E quando ci sono le emergenze le leggi vengono travolte e gli appalti vengono affidati senza ricorso ad evidenza pubblica. E’ quello che, da anni, denuncia l’ex sindaco di Racalmuto, Salvatore Petrotto, sia per la gestione dei rifiuti, sia per la gestione dell’acqua. In pratica, appalti per centinaia di milioni di euro affidati senza gara pubblica. Risultato, come osserva il professore Angelini: rifiuti non raccolti nelle strade della Sicilia, soldi spariti e dirigenti pubblici arricchiti.   
Ottava criticità. Qui il professore Angelini spiega come, tra qualche anno, gli ignari cittadini siciliani verranno chiamati a pagare con un aumento delle tasse le ruberie andate in scena in questo settore: “La situazione debitoria delle Società d’ambito (cioè dei già citato ATO rifiuti ndr), in cui operano dodicimila dipendenti - il doppio di quelli necessari - a Giugno 2015 ha raggiunto 1,3 miliardi di euro (in realtà, come già ricordato, la stima del professore Angelini potrebbe essere in difetto: tanto che si parla di un indebitamento pari a 1,8 miliardi di euro ndr). I Comuni dovranno assumere attraverso gli ARO il doppio del personale necessario, ripianare la situazione debitoria pro-quota, oltre a contribuire ai servizi delle SRR e ai costi dei Piani di raccolta (nella migliore delle ipotesi i costi per i cittadini contribuenti verranno raddoppiati)”. Insomma: i siciliani non solo pagano l’IMU e l’IRPEF e lIRAP più ‘salate’ d’Italia, ma tra qualche anno, grazie alla ‘Malasignoria’ che imperversa nel mondo dei rifiuti siciliani, pagheranno una TARI (che è già tra le più alte d’Italia) raddoppiata!
Nona criticità. “Il 50% delle cartelle esattoriali per i rifiuti - scrive il professore Angelini - non vengono pagate (evasione al 52%); chi paga si fa carico due volte, in quanto gli evasori gravano sul bilancio del Comune e sulla fiscalità generale”.
Decima criticità. “A partire da quest’anno - scrive sempre il docente universitario - tra le componenti di costo della tassa sui rifiuti vanno considerati anche i mancati ricavi della stessa tassa sui rifiuti, relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento ai precedenti ‘regimi’. Lo stabilisce il Decreto legislativo n. 78 del 2015, in vigore dal 20 giugno 2015”. In pratica, siamo davanti a un altro ‘regalo’ del governo Renzi: i crediti risultati inesigibili verranno caricati sul ‘groppone’ dei cittadini siciliani che possono pagare, in stile Troika...
Sui disastri in materia di gestione dei rifiuti in Sicilia - e sulle responsabilità della Commissione Europea -intervengono l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao, e la parlamentare nazionale, sempre del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino. "La Commissione Europea in risposta ad una nostra interrogazione - scrivono i due parlamentari - finalmente cala il velo di ipocrisia che fino ad oggi ha tenuto nei confronti della situazione delle discariche in Italia, ed in particolare in Sicilia, adeguandosi all'interpretazione univoca della normativa europea fornita dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea lo scorso ottobre con la sentenza sulla discarica di Malagrotta in Lazio”.
Insomma, dicono i due parlamentari, per non disturbare i ‘manovratori’ a Bruxelles, fino ad oggi, hanno fatto finta di non vedere quello che succede in Italia e, soprattutto, in Sicilia. “Ad oggi, nonostante le nostre plurime denunce - sottolineano i deputati - non comprendevamo per quale motivo la Commissione Europea facesse finta di non vedere che la situazione condannata dalla Corte è la stessa in moltissime altre realtà sparse per l'Italia.  E di certo la Commissione, garante dell'attuazione della normativa europea, non può permettersi un comportamento differente per situazioni analoghe. Abbiamo chiesto alla Commissione Europea con una interrogazione urgente di avviare immediatamente una procedura nei confronti dell'Italia per costringere la Sicilia ad interventi tempestivi con un cronoprogramma definito e pubblico. Lo stesso governo regionale ha ammesso che solo il 40% dei rifiuti siciliani ha un trattamento secondo legge, il resto finisce in discarica con enormi danni ambientali e connessi costi per la collettività. Anche alla luce di ciò - concludono i portavoce M5S - la Commissione dovrà inoltre spiegare perché nonostante la nostra denuncia del febbraio 2015, finora non è intervenuta".
Monnezza di Stato: un dramma che unisce Sicilia, Calabria e Campania ,CANOVA,SANSONE,CATANZARO,LUMIA,CROCETTA,LUPO,GULLO,MARINO, Laura Bercioux ,CHIARELLO,GIORDANO,RENZI,ANGELINI,AMBROSETTI
Rifiuti/ Gli inceneritori del governo Renzi: un imbroglio per fare affari

Giulio Ambrosetti

Per realizzare un inceneritore ci vogliono da quattro a cinque anni. Di fatto non servono per fronteggiare  l’emergenza rifiuti. I soliti affari legati ai commissariamenti. E le contraddizioni del governo Crocetta, che prima non impugna il Decreto Sblocca Italia e poi lo contesta… Le denunce dell’ingegnere Sciascia
Nella seconda metà degli anni ’80, in Sicilia, quando la politica doveva organizzare ruberie in grande stile, per fare sparire decine di miliardi di vecchie lire, si utilizzava la seguente formula ‘magica’: opere strategiche da realizzare con il ricorso alla somma urgenza. Allora mafia e politica si alimentavano con le opere idriche; oggi mafia e politica, alle ‘operazioni’ sull’acqua, hanno aggiunto la gestione dei rifiuti. E’ in questo scenario che si inseriscono le discariche che ancora oggi tormentato la nostra Isola (non è un caso che ci sono inchieste della magistratura sulle discariche, tutt’ora aperte). Ed è sempre in questo scenario che il governo nazionale annuncia la realizzazione di 12 inceneritori di rifiuti. E’ cambiato l’ordine degli addendi, ma il prodotto, truffaldino e mafioso, è rimasto immutato.
In queste ore si assiste a una polemica, vera o presunta, tra il governo nazionale di Matteo Renzi e il
Renzi e Crocetta
Matteo Renzi e Rosario Crocetta
governo regionale di Rosario Crocetta in materia di gestione dei rifiuti. Roma ha tirato fuori dal cilindro, ancora una volta, le opere ‘strategiche’ - che sarebbero 12 inceneritori, due dei quali da realizzare in Sicilia - e la solita ‘emergenza’ rifiuti, tesa a giustificare le opere di ‘somma urgenza’. Sintetizzando, si sta profilando un mangia mangia di denaro pubblico tra soldi rastrellati con le tasse pagate dai cittadini e, magari, con i fondi europei. Del resto, tutti i governi nazionali, dal 2006 ad oggi, hanno fatto sparire montagne di denaro pubblico: basti pensare ai 3 miliardi di Euro spariti con il Mose di Venezia (tangenti al centrodestra e al centrosinistra); il condono di 98 miliardi di Euro alle sale da gioco (chissà che tangenti, ragazzi!); i 7,5 miliardi erogati alle banche; altri 7 miliardi di Euro spariti tra i ‘flutti’ del Monte dei Paschi di Siena; quindi i 4 miliardi di Euro per Alitalia e, ultima in ordine di tempo, i 9 miliardi di euro spariti con l’Expo di Milano. Pensavamo veramente che il governo Renzi e il Parlamento delegittimato si sarebbero fermati?
Da qui le ‘operazioni’ annunciate con i rifiuti. Non senza contraddizioni. Cosa c’è, infatti, di ‘strategico’ negli inceneritori, una tecnologia che il resto d’Europa sta abbandonando? Nulla. E che c’entrano gli inceneritori con la presunta ‘emergenza’ nella gestione dei rifiuti? Ammesso che ci sia questa benedetta ‘emergenza’, non si capisce per quale motivo il governo nazionale dovrebbe affrontare l’emergenza con opere la cui realizzazione durerebbe, nel migliore dei casi, non meno di tre-quattro anni!
Attenzione: tre-quattro anni se tutto va bene. Prima, infatti, bisogna individuare le aree. Poi bisogna acquisirle. Nel frattempo scatteranno le proteste delle popolazioni locali. Poi dovrebbero essere celebrate le gare europee (per non aver celebrato gare europee la Sicilia, dopo quattro-cinque anni di lavori avviati, ha detto addio a quattro termovalorizzatori). E siccome già si sa chi dovrebbe vincere le gare per la realizzazione di questi 12 inceneritori di rifiuti, bisognerebbe ‘confezionare’ le gare su misura per gli ‘amici’. Da qui l’allungamento dei tempi, complice anche la probabile pioggia di ricorsi: delle imprese escluse e dei cittadini che non vogliono gli impianti.
Quindi, finiti ‘sti ‘casini’ - ammesso che finiscano - ci sono i lavori. In Sicilia, tra il 2002 e il 2006, sui quattro termovalorizzatori, si andava spediti: aree individuate in tempi celeri, ‘pedaggi’ pagati addirittura prima della realizzazione delle opere (da qui i ‘bordelli’ quando la magistratura europee bloccò tutta l’operazione…), lavori realizzati a rotta di collo con autorizzazioni (VIA, VAS) concesse dagli uffici regionali allontanando fisicamente i funzionari che chiedevano solo il rispetto della legge: ma con tutta l’accelerazione possibile e immaginabile, cinque anni dopo, i quattro impianti di termovalorizzazione dei rifiuti della Sicilia (si tratta di inceneritori che, bruciando i rifiuti, producono energia) non erano pronti: anzi.
Da qui la solita domanda: che c’entrano i due inceneritori con l’immondizia che ristagna nelle strade di Palermo e di mezza Sicilia? L’emergenza, ammesso che sia vera e non provocata ad arte, è qui ed ora: a che servirebbero impianti che sarebbero pronti, bene che vada, tra quattro o cinque anni? La risposta è solo una: per fottersi i soldi nel nome di un’opera definita ‘strategica’ e nel nome della somma urgenza.
Aurelio Angelini
Aurelio Angelini
“Tra l’altro - ci dice Aurelio Angelini, docente di sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’università di Palermo - gli inceneritori non sono opere strategiche. Su questo punto il governo regionale sarebbe dovuto intervenire subito per eliminare un equivoco di fondo”. La parola passa al già citato presidente della Regione, Rosario Crocetta. Che in queste ore sembrerebbe orientato a contrastare la linea del governo nazionale. Da qui una domanda: i due inceneritori fanno parte del Decreto Sblocca Italia: perché, Crocetta, invece di parlare, non lo impugna? E’ lo stesso Decreto del governo nazionale che, calpestando le prerogative delle Regioni, ha deciso di autorizzare la ricerca di idrocarburi in mare. Sei Regioni italiane hanno già presentato ricorso contro le trivelle che dovrebbero andare a caccia di petrolio e metano, distruggendo i fondali marini (e mettendo in pericolo lo stesso Mediterraneo: basti pensare a quello che è successo qualche anno fa nel golfo del Messico: ma i disastri ambientali provocati dallo sversamento di idrocarburi in mare, dal 1910 ad oggi, sono tantissimi: l’ultimo si è verificato tre mesi fa circa in California). Solo la Sicilia di Crocetta non ha presentato ricorso. E’ un caso?
La sensazione è quella di trovarsi davanti a un gioco delle parti. Di centrosinistra è il governo Renzi. E di centrosinistra è il governo Crocetta. L’opposizione di quest’ultimo potrebbe essere vera, ma potrebbe trattarsi di una recita per cercare salvaguardare i voti di un elettorato siciliano che, in larghissima maggioranza,  è contrario sia alle trivelle, sia agli inceneritori di rifiuti.
Del resto, cos’ha fatto, fino ad oggi, la minoranza del PD rispetto ai provvedimenti impopolari del governo Renzi? Grande clamore mediatico. Ma poi le riforme - bruttissime - sono passate lo stesso: basti pensare al peraltro fallimentare Jobs Act e alla “Buona scuola” che sta condannando almeno 20 mila docenti del Sud Italia a scegliere tra la distruzione del nucleo familiare emigrando nel Nord del Paese e la disoccupazione (che è poi il vero obiettivo del governo Renzi per ‘risparmiare’). Oggi assistiamo alla rivolta della solita minoranza del PD contraria alla riforma del Senato: sarà una vera opposizione o finirà come con il Jobs Act e la ‘Buona scuola’?
Sui rifiuti, in Sicilia, i mafiosi - soprattutto quelli con i ‘colletti bianchi’ - hanno fatto i porci comodi. Nonostante gli errori commessi dai governi di Totò Cuffaro, tutto ‘sparato’ sui quattro termovalorizzatori con una lottizzazione che coinvolgeva i gruppi economici legati al centrosinistra, in Sicilia la raccolta differenziata stava crescendo. Crescita interrotta dal governo di Raffaele Lombardo, che ha segnato l’ingresso nella Giunta di personaggi legati a doppio filo al mondo delle discariche private.
Gli stessi personaggi, senza soluzione di continuità, si sono riproposti nel governo Crocetta. Dove, a parte un’esigua minoranza del PD, i grandi affari, sotto il segno di una falsa se non farsesca  antimafia, hanno avuto il sopravvento su tutto. La sensazione è che, anche questa volta, sia in corso un tentativo di gestire la solita barca di soldi nel nome dell’emergenza. Magari facendo ricorso al commissariamento.
“Tra l’altro - ci dice sempre Angelini - il commissariamento della Sicilia, in materia di gestione dei rifiuti, non ha mai risolto i problemi. Semmai li ha complicati. Ed è servito, soprattutto, per gestire lucrosi appalti aggirando le leggi”.  Siamo arrivati al secondo punto di questa vicenda. Gli inceneritori, come abbiamo raccontato, non servono ad affrontare l’emergenza, ma a fare sparire soldi (e a fare arricchire qualcuno). Lo stesso discorso vale per i commissariamenti: quando una Regione è commissariata, nel nome dell’emergenza le leggi vengono aggirate: se c’è l’urgenza, infatti, non c’è bisogno di ‘perdere tempo’ con le evidenze pubbliche: bastano gli affidamenti diretti, magari a gruppi imprenditoriali ‘amici’. E il gioco è fatto.
“Vorrei ricordare - rimarca il professore Angelini - che con il commissariamento della Sicilia in materia di gestione dei rifiuti, dal 2000 fino a qualche anno fa, è stato speso oltre un miliardo di Euro. Ma i problemi, come si può notare, non sono stati risolti”. Di certo non sono stati risolti i problemi di 5 milioni di siciliani ma, a nostro modesto avviso, sono stati ‘risolti’ i problemi degli imprenditori che, in combutta con i politici, tra il 2008 e il 2013, hanno gestito gli appalti siciliani in materia di rifiuti. Se vi volete divertire e volete capire come sono stati spesi questi soldi e, soprattutto, nelle tasche di chi sono finiti, andatevi a leggere cosa scrive l’ingegnere Roberto Sciascia nel suo blog (lo potete trovare qui). Se quello che dice l’ingegnere Sciascia (che ha anche dato alle stampe un libro) non fosse vero, a quest’ora dovrebbe essere stato super-querelato. Invece non è successo nulla. Non è successo nulla ai protagonisti di queste incredibili operazioni 'appaltizie' descritti, con nomi e cognomi, dall’ingegnere Sciascia; e non è successo nulla allo stesso ingegnere Sciascia.
Come mai non è successo nulla se quello che scrive l’ingegnere Sciascia è vero? Semplice: perché in queste storie è coinvolto il centrosinistra (la stessa parte politica che gestisce, insieme con le cooperative ‘bianche’, i centri di accoglienza per gli immigrati, dal Cara di Mineo in poi). E in Sicilia, dai tempi dell’operazione Milazzo, anno di grazia 1958, quando c’è di mezzo una certa parte politica, tutto è consentito…          
Art. 35 SBLOCCA ITALIA 

Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio. Misure urgenti per la gestione e per la tracciabilita' dei rifiuti nonche' per il recupero dei beni in polietilene

1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con proprio decreto, individua a livello nazionale la capacita' complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati a livello nazionale, con l'indicazione espressa della capacita' di ciascun impianto, e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalita' di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale. Gli impianti cosi' individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell'autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.
2. Ai medesimi fini di cui al comma 1, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, effettua la ricognizione dell'offerta esistente e individua, con proprio decreto, il fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni; sino alla definitiva realizzazione degli impianti necessari per l'integrale copertura del fabbisogno residuo cosi' determinato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono autorizzare, ove tecnicamente possibile, un incremento fino al 10 per cento della capacita' degli impianti di trattamento dei rifiuti organici per favorire il recupero di tali rifiuti raccolti nel proprio territorio e la produzione di compost di qualita'.
3. Tutti gli impianti di recupero energetico da rifiuti sia esistenti sia da realizzare sono autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall'articolo 237-sexies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, qualora sia stata valutata positivamente la compatibilita' ambientale dell'impianto in tale assetto operativo, incluso il rispetto delle disposizioni sullo stato della qualita' dell'aria di cui al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le autorita' competenti provvedono ad adeguare le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti esistenti, qualora la valutazione di impatto ambientale sia stata autorizzata a saturazione del carico termico, tenendo in considerazione lo stato della qualita' dell'aria come previsto dal citato decreto legislativo n. 155 del 2010.
4. Gli impianti di nuova realizzazione devono essere realizzati conformemente alla classificazione di impianti di recupero energetico di cui alla nota 4 del punto R1 dell'allegato C alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.
5. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, per gli impianti esistenti, le autorita' competenti provvedono a verificare la sussistenza dei requisiti per la loro qualifica di impianti di recupero energetico R1 e, quando ne ricorrono le condizioni e nel medesimo termine, adeguano in tal senso le autorizzazioni integrate ambientali.
6. Ai sensi del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, non sussistendo vincoli di bacino al trattamento dei rifiuti urbani in impianti di recupero energetico, nei suddetti impianti deve comunque essere assicurata priorita' di accesso ai rifiuti urbani prodotti nel territorio regionale fino al soddisfacimento del relativo fabbisogno e, solo per la disponibilita' residua autorizzata, al trattamento di rifiuti urbani prodotti in altre regioni. Sono altresi' ammessi, in via complementare, rifiuti speciali pericolosi a solo rischio infettivo nel pieno rispetto del principio di prossimita' sancito dall'articolo 182-bis, comma 1, lettera b), del citato decreto legislativo n. 152 del 2006 e delle norme generali che disciplinano la materia, a condizione che l'impianto sia dotato di sistema di caricamento dedicato a bocca di forno che escluda anche ogni contatto tra il personale addetto e il rifiuto; a tale fine le autorizzazioni integrate ambientali sono adeguate ai sensi del presente comma.
7. Nel caso in cui in impianti di recupero energetico di rifiuti urbani localizzati in una regione siano smaltiti rifiuti urbani prodotti in altre regioni, i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla regione un contributo, determinato dalla medesima, nella misura massima di 20 euro per ogni tonnellata di rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale. Il contributo, incassato e versato a cura del gestore in un apposito fondo regionale, e' destinato alla prevenzione della produzione dei rifiuti, all'incentivazione della raccolta differenziata, a interventi di bonifica ambientale e al contenimento delle tariffe di gestione dei rifiuti urbani. Il contributo e' corrisposto annualmente dai gestori degli impianti localizzati nel territorio della regione che riceve i rifiuti a valere sulla quota incrementale dei ricavi derivanti dallo smaltimento dei rifiuti di provenienza extraregionale e i relativi oneri comunque non possono essere traslati sulle tariffe poste a carico dei cittadini.
8. I termini per le procedure di espropriazione per pubblica utilita' degli impianti di cui al comma 1 sono ridotti della meta'.
Nel caso tali procedimenti siano in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti di un quarto i termini residui. I termini previsti dalla legislazione vigente per le procedure di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1 si considerano perentori.

9. In caso di mancato rispetto dei termini di cui ai commi 3, 5 e 8 si applica il potere sostitutivo previsto dall'articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.
10. Al comma 9-bis dell'articolo 11 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, dopo le parole: «il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare» sono inserite le seguenti: «, anche avvalendosi della societa' Consip Spa, per lo svolgimento delle relative procedure, previa stipula di convenzione per la disciplina dei relativi rapporti,».
11. All'articolo 182 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, dopo il comma 3 e' inserito il seguente:
«3-bis. Il divieto di cui al comma 3 non si applica ai rifiuti urbani che il Presidente della regione ritiene necessario avviare a smaltimento, nel rispetto della normativa europea, fuori del territorio della regione dove sono prodotti per fronteggiare situazioni di emergenza causate da calamita' naturali per le quali e' dichiarato lo stato di emergenza di protezione civile ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225».
12. All'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 2 e' abrogato;
b) al comma 3 e' aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso, del consiglio di amministrazione del consorzio deve fare parte un rappresentante indicato da ciascuna associazione maggiormente rappresentativa a livello nazionale delle categorie produttive interessate, nominato con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentito il Ministro dello sviluppo economico»;
c) al comma 13 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Il contributo percentuale di riciclaggio e' stabilito comunque in misura variabile, in relazione alla percentuale di polietilene contenuta nel bene e alla durata temporale del bene stesso. Con il medesimo decreto di cui al presente comma e' stabilita anche l'entita' dei contributi di cui al comma 10, lettera b)».

13. Fino all'emanazione del decreto di cui al comma 13 dell'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal presente articolo, i contributi previsti dal medesimo articolo 234, commi 10 e 13, sono dovuti nella misura del 30 per cento dei relativi importi.

Monnezza di Stato: un dramma che unisce Sicilia, Calabria e Campania

[27 Jul 2015 

A Palermo una tavola rotonda per presentare il libroMonnezza di Stato di Antonio Giordano e Paolo Chiariello. Le denunce sulla Calabria da parte del procuratore aggiunto Gaetano Paci. La Terra dei Fuochi in Campania molto simile alle discariche siciliane mai scoperchiate dalla autorità. Le morti di cancro e la mancanza di soldi che impedisce di scovare queste vergogne di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Lo Stato colluso e sconfitto

Terra dei Fuochi non è solo un dramma campano, ma una questione ancora aperta che coinvolge molte regioni d’Italia. Anche la Sicilia non si salva: una regione priva di un piano per la gestione dei rifiuti che, nel 2015, si ritrova ancora a smaltire i rifiuti nelle discariche a discapito di una raccolta differenziata con percentuali basse, se non bassissime. Nell’Isola, infatti, trionfano ancora le discariche, in molti casi stracolme di rifiuti, con la gestione spesso appannaggio della mafia dei colletti bianchi, legatissima alla politica che conta. Mafia & discariche. Con la presenza di aree industriali fortemente inquinate, da Priolo a Melilli, da Augusta a Gela, da Milazzo alla Valle del Mela, con un’incidenza tumorale che in queste zone è altissima.
I rifiuti e le discariche. La Campania che chiama e la Sicilia che risponde. Su questo tema, l’Università di Palermo, nei giorni scorsi, ha tenuto, a Villa Niscemi, una tavola rotonda, patrocinata dal Comune di Palermo. Appuntamento organizzato dal comitato composto dal professore Antonio Russo, Direttore del Reparto di Oncologia Medica del Policlinico del capoluogo siciliano, “Paolo Giaccone” e Adjunct Full Professor alla Temple University di Filadelfiadiretta dal professore Antonio Giordano, dalla professoressa Renza Vento, Ordinario di Biologia Università degli Studi di Palermo e dal professor Francesco Cappello, associato di Anatomia Umana Università degli Studi di Palermo. Un incontro a cui hanno partecipato molti docenti universitari, ricercatori, direttori di Aziende ospedaliere ed altri esponenti della società civile palermitana, con numerosi interventi a contributo sul tema.
L’occasione per organizzare la tavola rotonda è stata offerta dalla presentazione del libro-denuncia
Gaetano Paci
Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gaetano Pci
Monnezza di Stato, scritto dal professore Antonio Giordano e dal giornalista Paolo Chiariello. Il volume spiega che cos’è la Terra dei Fuochi, in una commistione di cronaca e ricerca scientifica. Il libro affronta temi scottanti che legano ad un destino comune Campania e Sicilia. Se in Campania alcune verità sono venute fuori, in Sicilia i ‘Signori delle discariche’ godono di grandi protezioni mafiose, politiche e di altro genere. Tema scottante, dicevamo. Che investe il ruolo della politica - la politica sana, non collusa con la mafia - che dovrebbe combattere la malavita e i suoi traffici illeciti e, conseguentemente, la regolamentazione della gestione dei rifiuti industriali, le difficoltà nel reperimento dei dati epidemiologici sull’incidenza dei tumori nelle diverse aree geografiche (in Sicilia c’è un Osservatorio Epidemiologico che fa capo all’assessorato regionale alla Salute: funziona o no?). Da questa giornata di riflessione e dibattito è venuta fuori una collaborazione scientifica e istituzionale tra Campania e Sicilia. Obiettivo:affrontare insieme le tematiche ambientali-sanitarie.
Monnezza di Stato è diventata, e lo è già da tempo, un’opportunità di dibattito, soprattutto se a partecipare sono gli esponenti più accreditati della scienza, del giornalismo indipendente e di una magistratura attenta. Gaetano Paci, Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Reggio Calabria, ha parlato degli affari criminali sui rifiuti in Calabria, la nuova pattumiera di Italia come Terra dei Fuochi. Ha "smontato" la legge sugli ecoreati e si è soffermato sui rapporti tra la tutela dei diritti e le esigenze economiche. “Ho letto il libro -  ha detto Gaetano Paci - e mi sono subito reso conto che quello che è accaduto in Campania è un effetto combinato di una serie di fattori che, a mio giudizio, hanno una valenza universale nel nostro Paese. Uno di questi fattori è la criminalità organizzata. Bene hanno fatto gli autori, in particolar modo il giornalista Paolo Chiariello, a smascherare l’alibi di cui di solito ci si avvale per cercare di allontanare da sé le colpe: questo lo fanno molto abilmente soprattutto i politici e gli amministratori, ma anche gli imprenditori, quando dicono che devono necessariamente arrendersi alla criminalità organizzata sul territorio, ma spesso non è così”.
“Mi sono reso conto che quello che è successo in Campania - ha aggiunto Paci - è anche l’effetto di una politica legislativa e industriale che nel nostro Paese, ormai, subordina la tutela dei diritti fondamentali delle persone rispetto alla logica del mercato. Tema attualissimo di straordinaria rilevanza, se solo pensate che appena pochi giorni fa, sul Corriere della Sera, il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, ha espressamente detto, parlando di alcuni casi particolarmente eclatanti, che riguardano particolarmente l’Ilva di Taranto e alcune grosse industrie del petrolchimico di Venezia e dintorni, che anche la giurisdizione deve, in qualche modo, nell’adottare i provvedimenti, tenere conto dell’impatto che i provvedimenti stessi hanno sul mercato. E soprattutto, ha riferito Legnini, nell’articolo che qui sto riportando in maniera probabilmente meno cruda, ma spero comprensibile, che nell’adottare provvedimenti che riguardano le strutture economiche del Paese, i magistrati devono tenere conto degli orientamenti che emergono nella società. Quindi, non sono sereno perché intravedo una direzione dell’ordinamento che tiene conto di quello che il nostro legislatore produce. Allora se questo è l’insieme degli elementi di cui dobbiamo tenere conto - ha detto ancora Paci - quello che è accaduto in Campania è soltanto la punta di un iceberg molto più acuto e drammatico di ciò che nel nostro Paese varie realtà orami conoscono”.
Poi il procuratore Paci ha posto l’accento sulla sanità siciliana: “In questa regione, in questa città - ha detto il magistrato riferendosi a Palermo - sino a poco tempo fa, e lo ricordo a me stesso perché sono stato titolare di tutte le inchieste che hanno riguardato questi aspetti, le nomine nella sanità pubblica venivano concertate nel salotto dell’abitazione di un medico condannato, pluricondannato per mafia, che interloquiva con vari e stimatissimi personaggi della politica che, in alcuni casi, sono stati anche loro condannati e con sentenze che ora sono passate in giudicato. Questo personaggio interloquiva con un pezzo importante di soggetti della professione medica e della politica - e tra questi anche l’allora governatore della Sicilia - su quelle che dovevano essere le nomine in importanti centri ospedalieri pubblici e privati di Palermo e della Sicilia, secondo criteri che non erano ovviamente di professionalità, di dedizione, di adeguatezza rispetto all’importanza degli incarichi da assumere, ma criteri di mera appartenenza politica o politico-mafiosa”.
Rifiuti in Calabria
Dalla Sicilia alla Calabria. “In questi dieci mesi - ha raccontato Paci - mi sono reso conto che la Calabria sta diventando, o è già diventata, la nuova pattumiera di Italia. Da varie inchieste viene fuori che, nella Piana di Gioia Tauro, ci sono intere aree destinate allo sversamento del percolato, che è un liquido ad altissima tossicità che proviene da tutto il Sud Italia (il percolato è il liquido che si forma nelle discariche ndr)”. Un passaggio della relazione il procuratore Paci l’ha dedicato alla ‘ndrangheta: “La ‘ndrangheta - ha detto - è l’organizzazione criminale più importante al mondo per i traffici di cocaina, è una delle partner paritarie rispetto ai colombiani e asiatici. Ebbene, la ‘ndrangheta gestisce buona parte delle discariche private o dei trasporti privati per conto delle pubbliche amministrazione che si occupano di questo importante segmento del ciclo dei rifiuti. L’area della Piana di Gioia Tauro, così come la Locride è interessata a fenomeni di tipo tumorale svariatissimi che si manifestano con una violenza straordinaria. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere che c’è una perfetta similitudine di comportamenti da parte delle popolazioni interessate. I cittadini si attivano, casa per casa, strada per strada, per rilevare la presenza di soggetti afflitti da patologie tumorali diversissime e si trovano profondamente impotenti di fronte a strutture amministrative che dovrebbero già fare, a priori, un rilevamento da un punto di visto epidemiologico”.
Di fatto è quello che succede in alcune aree della Sicilia dove la latitanza dell’assessorato regionale alla Salute, delle strutture sanitarie territoriali e, in generale, della Regione siciliana è totale e dove ad attivarsi sono gli abitanti di questi luoghi. Nella Valle del Mela, in provincia di Messina, l’inquinamento prodotto da un folle elettrodotto ha provocato malattie, in alcuni casi mortali, tra tanti abitanti. Idem nell’area industriale di Siracusa. In questi territori della Sicilia, abbandonati dalle autorità, sono spesso i sacerdoti che scendono in campo in difesa della popolazione.
Insomma, da quello che si è capito nella giornata dedicata all’inquinamento, sono tanti i punti di contatto tra Campania, Calabria e Sicilia. “E’ giusto che voi sappiate - ha raccontato ancora il giudice Paci - che in Calabria il Registro dei Tumori dopo un lavoro enorme, soprattutto di resistenza della parte della politica, di fatto è rimasto lettera morta. Le strutture che dovrebbero realizzarlo non esistono o non si vuole che esistano. Allora è stato il mio ufficio, negli ultimi anni, a stimolare questo tipo di indagini, pressato dalle numerose denunce della popolazione che evidenziava un’insorgenza enorme di queste patologie. Abbiamo coinvolto negli ultimi tempi l’istituto Superiore della Sanità, il programma Sentieri, l’Arpaca con voli aerei per sondare il territorio, palmo a palmo, alla ricerca di interramenti tossici o di natura magnetica o di altro genere”.
“Sapete che esistono leggende metropolitane che si sono alimentate nel corso del tempo - ha proseguito il magistrato - e che hanno alimentato anche una certa letteratura, come la nave dei veleni, gli interramenti voluti dalla famiglia mafiosa dei Piromalli in cambio della tutela del territorio. Non si è mai arrivati a delle certezze definitive, ovvero alla verifica e alla scoperta degli interramenti, così come è accaduto nella Terra dei Fuochi. Di fatto c’è un’incidenza tumorale straordinariamente presente, pervicace e diversificata, che non consente, com’è ben evidenziato nel libro, nella parte del professore Giordano, di trovare quel famoso nesso di eziologia tra i numerosi esempi di tumore e le condizioni geologiche, biologiche del territorio e la sua sanità. Sono stati fatti anche degli interventi sottomarini per cercare di verificare nelle coste della Calabria quali eventuali agenti patogeni potessero considerarsi la concausa di queste patologie. Allo stato, però, da un punto di vista giudiziario non si è arrivati ancora a una conclusione”.
“Pensate, per esempio - ha detto ancora Paci - che per avere una mappatura indicativa di questo tipo di fenomeni, in mancanza di rilevazioni delle Sdo, cioè delle Schede di dimissioni ospedaliere, abbiamo dovuto fare ricorso ad un medico in pensione che, per passione, aveva messo su una sorta di archivio artigianale, raccogliendo tutti i dati. Questo dà l’idea di come le strutture amministrative siano così estremamente inadeguate per fronteggiare questo fenomeno. Anche questo dico non è un fatto legato esclusivamente alla sciatteria o alla mancanza di cultura e preparazione, ma credo sia una volontà ben precisa di carattere politico. Non si vuole aprire un fronte di conoscenza su questo fenomeno grave e importante"
Paci ha concluso il suo intervento evidenziando i limiti della magistratura, per lo più dovuti ai farraginosi impianti legislativi. “L’idea che ci possa essere stato qualcuno che, a livello legislativo, abbia potuto concepire un inquinamento ambientale non abusivo o un disastro ambientale non abusivo, io, onestamente, la rifiuto - ha precisato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria -. Non credo sia umanamente e razionalmente possibile. Penso, però, che nella creazione di queste fattispecie incriminatrici, con il ricorso all’avverbio abusivamente, si introduce nel ruolo del giudice un condizionamento di tipo esclusivamente politico. Chi stabilisce l’abusività della condotta se non il Governo, attraverso l’introduzione dei regolamenti che, di volta in volta, stabiliranno le entità, le misure, i margini di manovra che saranno determinati secondo le esigenze di politiche industriali del momento? Bisogna far comprendere che la tutela dei diritti fondamentali non è negoziabile con nessuna altra esigenza contingente".
Diritti non negoziabili, dunque, la cittadinanza oggi, prova a difendere, con un attivismo concreto e incessante, il proprio territorio devastato dall'inquinamento ambientale, che uccide senza sosta. E se un libro come Monnezza di Stato può essere utile e stimolare dibattiti e coesioni sociali, allora che sia il benvenuto. "Questi convegni - ha commentato il giornalista Paolo Chiariello - su argomenti seri come le neoplasie causate dagli insulti che un sistema produttivo rapace infligge all’ambiente, devono servire ad alimentare il dibattito e a consentire o obbligare la classe dirigente a misurarsi con drammi come la Terra dei Fuochi. Certo, la legge sugli ecoreati a me sembra un esercizio di scrittura creativa. Sentire un procuratore come Paci fare a pezzi questa legge che dovrebbe applicare, beh, fa tremare i polsi per la perizia, la dovizia di particolari e la serenità con cui o stesso magistrato illustra il suo punto di vista. Siamo di fronte a norme balorde che puniscono solo quegli imprenditori che abusivamente trafficano in rifiuti. Io l’ho sentito molto preoccupato anche su un altro delicato aspetto, che meriterebbe l’attenzione dell’Associazione Nazionale Magistrati, oltre che dei cittadini: le norme che il Parlamento, su impulso del Governo, vuole varare. Leggi che consentirebbero all’esecutivo di bloccare o fiaccare provvedimenti della magistratura quando questi vanno a toccare rilevanti interessi pubblici o di mercato. La denuncia di Paci è davvero forte e interessante, peccato che di ciò non si lamenti l’intero ordine giudiziario”.
Se il governo e il Parlamento hanno saputo partorire una legge poco efficace, ancora non riescono a partorire il ‘figlio’ più atteso per risolvere la parte fondamentale del disastro ambientale in Campania: la bonifica che sembra essere figlia di un Dio minore. Bonifiche che languono sui tavoli che contano, politici incuranti delle necessità di sopravvivenza delle popolazioni colpite dal disastro. Bonifiche che, se dovessero mai concretizzarsi, fanno gola anche agli stessi autori dei crimini ambientali. E cosa fa il governo regionale campano? Intanto la Campania, al momento, prende multe dall'Europa e, ai media, ultimamente, il neo governatore della Campania, Vincenzo De Luca, forse in vena sanremese, ha dichiarato che la Terra dei Fuochi diventerà la Terra dei Fiori.
Paolo Chiariello, che da cronista ha il polso della situazione campana, ci ha spiegato come stanno le cose: “Che io sappia, non è stato bonificato un centimetro quadrato di terra inquinata. Non è stata decontaminata una sola falda acquifera. Nulla è stato ancora fatto eccetto la produzione di chiacchiere, qualche decreto legge e mille promesse che però tali sono rimaste. Si continua a trafficare in rifiuti. Si continuano a tombare rifiuti. Si continuano a bruciare rifiuti e a provocare danni incalcolabili con la diossina che ricade sul terreno. Non c’è alcun controllo serio del territorio. E, fatto ancora più sconcertante, ci sono almeno 70 siti inquinati dove è stato sepolto di tutto secondo indicazioni di collaboratori di giustizia affidabili, che non riusciamo a scovare per verificarne il contenuto di rifiuti tombati, perché non ci sono le risorse per farlo. Come dire: se anche ci fosse una bomba ecologica sepolta, noi non riusciamo a saperlo perché non abbiamo risorse sufficienti per scoprirlo. Poi c’è il paradosso che non saprei definire. Ogni anno lo Stato, con la legge di stabilità, stanzia 80 o 90 milioni per pagare le multe dell’Unione europea per le condanne subite a seguito delle procedure di infrazione per l’assenza di un ciclo virtuoso dei rifiuti in molte regioni che espongono i cittadini italiani a rischi seri per la loro salute".
Niente bonifiche, dunque, solo affari sporchi. È fin troppo chiaro che l'affare Monnezza è oro colato per il triangolo mafie, politica e imprese. "Se leggi con un pizzico di attenzione in più - ha precisato Paolo Chiariello - le pagine buie della nostra Repubblica, dalle stragi di mafia in Sicilia nel 1992 alla penetrazione delle mafie nell’economia legale del Paese, vedrai che troverai sempre un filo rosso che amalgama e unisce tutto in una melassa indistinta, dove si fa fatica cogliere la differenza tra bianco e nero, buoni e cattivi, mafia e antimafia".
In uno scenario così apocalittico, al grido spesso inascoltato di un popolo che difende il diritto alla salute e ad un ambiente sano, brillano, le speranze di una cittadinanza attiva, di un giornalismo libero, di una buona scienza e di una ricerca per la lotta al cancro. Il professore Antonio Giordano ha dato e continua a dare il suo contributo di speranza alla Terra dei Fuochi, proseguendo il lavoro di suo padre, scienziato e ricercatore, professore Giovan Giacomo Giordano, con i soli mezzi che conosce: la ricerca, con l'attivismo sociale e con l'informazione. E alla fine della giornata palermitana ha così commentato: "Sono rimasto molto soddisfatto della giornata per la grande partecipazione al dibattito - ha detto il professor Antonio Giordano - e dalla collaborazione nata da questo incontro e l'utilità del libro. Il libro è stato una grande scommessa, perché bisognava riuscire a parlare di argomenti delicati come l’impatto dello smaltimento illegale dei rifiuti sulla salute pubblica, mantenendo da un lato, un rigore scientifico, dall’altro, quello spirito divulgativo che rende accessibile a tutti delle informazioni. Palermo è una città sensibile al tema della legalità, e lo ha dimostrato già anni fa l’attuale, sindaco, Leoluca Orlando. Ricordo che alcuni anni fa Orlando, da parlamentare, è stato l’unico politico a ricevermi, ad ascoltarmi, incoraggiandomi nel proseguire la mia ricerca, iniziata da mio padre, Giovan Giacomo Giordano, 40 anni prima, in Campania. Mi fa piacere che anche la Sicilia si sia adoperata, pubblicando online, i dati del Registro dei Tumori. Un ottimo lavoro. Dati che bisogna studiare attentamente per capirne le cause e che consulterò con attenzione".
I dati disponibili in Italia raccontano l'aumento delle patologie con le morti per tumore e le patologie derivanti dai disastri ambientali per i rifiuti tossici. Non sono solo in Campania, ma si estendono da Nord a Sud. Insomma, la Terra dei Fuochi è solo la punta dell’iceberg. "Federico Cafiero - ha infatti sottolineato il professore Antonio Giordano - il procuratore Capo di Reggio Calabria, mi ha detto, qualche mese fa, che Reggio Calabria è come Casal di Principe 20 anni fa. E non è un caso che il procuratore Franco Roberti, che ha scritto la prefazione di questo libro, ha detto che c’è quasi una legge di contrappasso, perché adesso i rifiuti, le mafie li sversano al Nord, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte e in Toscana: in queste zone c’è un aumento di patologie gravi, anche se non sono ancora usciti i dati. Il problema dei rifiuti è un problema serio che va affrontato senza remore. Lo Stato, quando arrivano le denunce, scoperchia i terreni, ma pretende, poi, che i Comuni, senza risorse, vadano a bonificare. Ma la risposta è sempre nella soluzione politica, una politica purtroppo immobile. Da parte nostra, dobbiamo limitarne il danno con un programma di bio monitoraggio su una popolazione che è suscettibile a sviluppare patologie che non sono solo tumorali.Il nostro prossimo lavoro dimostrerà come siano in aumento i tumori dell’infanzia che vedono Milano al primo posto, Roma al secondo, Torino al terzo, Napoli al quarto. La salvaguardia dell’ambiente e della salute è una questione mondiale”.
Su questo sentire comune, alla tavola rotonda di Palermo della giornata, ha commentato alla Voce, il professore Antonio Russo: "Questo incontro è un risultato molto proficuo e partecipato perché ha permesso di esplorare le gravi problematiche campane dell’inquinamento territoriale, permettendo di evidenziare come soltanto, attraverso l’unione di diverse professionalità esperte del settore, sia possibile evitare in futuro che fenomeni come quello della Terra dei Fuochi, investa altri territori ricchi di fragilità come la Sicilia”.
La giornata a Villa Niscemi si è conclusa con la corale partecipazione di adesione, alla proposta del Sindaco di Palermo,  Leoluca Orlando, di scrivere un documento che illustri i lavori della tavola rotonda, con i migliori oncologi della Sicilia, con il professore Antonio Giordano e il giornalista Paolo Chiariello, documento che sarà inviato al Capo dello Stato, Sergio Mattarella e al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La comune battaglia a Palermo ha così fatto società, contro le ecomafie, per una strategia che si che si terrà certamente, a colpi di scienza, ricerca e coesione sociale. Ma ci si aspetta, un altro colpo, quello decisivo, che fa più rumore: lo scioglimento della Monnezza di Stato Spa.

ANTONIO FRASCHILLA

«Bloccare adesso la macchina delle Società di gestione e dei Comuni, che finalmente stanno affidando il servizio di raccolta per ridisegnare tutto il sistema, provocherebbe il caos». Dal dipartimento Acque e rifiuti guidato da Domenico Armenio e a Palazzo d'Orleans sono molto preoccupati dopo aver ricevuto la diffida inviata dalla Presidenza del Consiglio per ridisegnare il sistema rifiuti nell'Isola entro 60 giorni, approvando solo cinque Ato e chiudendo le 18 Società di gestione.
Da Palazzo Chigi bocciano senza appello sia la riforma varata dal governo Lombardo, che ha modificato quella scritta dall'ex assessore Pier Carmelo Russo aumentando da 9 a 18 le Società di gestione, sia la modifica successiva fatta sempre alla legge Russo dal governo Crocetta che ha consentito ai singoli Comuni di affidare il servizio di raccolta.
Da Roma hanno dato un aut aut imponendo massimo cinque Ato e un nuovo piano rifiuti con una legge che deve essere approvata dall'Ars entro l'11 ottobre. Pena il commissariamento formale della Sicilia in materia.
Il governatore Rosario Crocetta ieri ha scritto una lettera al sottosegretario Claudio De Vincenti. «Devo spiegare subito la situazione siciliana in maniera chiara, fermare adesso la macchina delle nuove società di gestione che finalmente stavano partendo è una follia», dice il governatore. Al momento, con un ritardo di quasi cinque anni dal varo della prima riforma Russo, sono 9 le Società di regolamentazione rifiuti che hanno depositato e avuto approvato i piani d'ambito sulla impiantistica. Si tratta di piani che, in base ai bacini di competenza, programmano impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti, dai centri di compostaggio al trattamento per quello che deve andare in discarica. Allo stesso tempo ben 280 Comuni hanno avuto l'ok ai piani di intervento per affidare il servizio di raccolta rifiuti e pulizia strade. In sintesi, ci sono 280 Comuni che hanno bandito, o lo stanno per fare, le nuove gare.
«Non possiamo ricominciare questo percorso da capo, e poi sono contrario a fare cinque Ato con gare centralizzate che rendono possibile parteciparvi solo ai grandi gruppi», ripete Crocetta.
Di certo c'è che ieri al dipartimento Acque e rifiuti sono arrivate decine di telefonate di amministratori di Srr e sindaci che chiedono cosa devono fare dopo l'aut aut di Roma. Insomma, il caos è alle porte se non si chiarirà in fretta la situazione. In casa Pd, poi, dopo la sortita del sottosegretario Davide Faraone, che ha annunciato di fatto il commissariamento della Sicilia sui rifiuti e la diffida di Palazzo Chigi, sono pronti ad alzare la barri- cate: «Questa diffida non sta né in cielo né in terra, e può essere facilmente impugnata alla Corte costituzionale, anche perché non si capisce perché ci impongono cinque Ato», dicono diversi deputati dem all'Ars.
Gli ambientalisti criticano i provvedimenti di Roma ma anche «l'inconcludenza del governo regionale». «A pensar male, la minaccia di commissariamento del governo siciliano per la gestione dei rifiuti da parte di Renzi potrebbe avere ragioni molto discutibili — dice Mimmo Fontana di Legambiente — infatti, sovrapponendo a questa notizia la bozza di decreto spedita alle Regioni con il quale si prevede di sostenere la realizzazione di due inceneritori in Sicilia, appare quantomeno probabile la volontà di togliere la partita dalla mani di un governo regionale considerato inconcludente».
L'opposizione attacca: «L'intervento romano a gamba tesa sulla irrisolta questione dei rifiuti siciliani certifica, ove ve ne fosse ancora bisogno, l'ulteriore fallimento dell'esecutivo Crocetta », dice Marco Falcone di Forza Italia.
Intanto sul caos rifiuti in Sicilia accende un faro anche l'Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che a settembre ascolterà il presidente dell'Anci Leoluca Orlando. «Dopo le indagini della magistratura, la necessità di mettere finalmente ordine in questo delicatissimo settore è irrinunciabile », sottolinea Orlando, che aveva a chiesto l'intervento di Cantone e inviato un corposo dossier sulla situazione «da calamità istituzionale».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/13/rischio-caos-nei-comuni-dopo-lultimatum-di-romasi-azzera-tuttoPalermo02.html?ref=search


Il paradosso siciliano: politici e burocrati senza soldi costretti a tagliare le clientele

Sicilia tra commissariamento e inceneritori: “La pochezza politica ci relega ai margine dell’Europa” 

 di Carmelo Catania (sito)  martedì 18 agosto 2015


«Il decreto “sblocca Italia” secondo il governo era necessario per evitare l’infrazione alle direttive europee in materia di rifiuti. In realtà la UE aprirà un’ennesima procedura per il mancato rispetto dell’obbligo previsto di pretrattamento dalla Direttiva 99/31 sulle discariche e per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per la raccolta differenziata.»
Così il professor Angelini, intervenendo nel dibattito scatenato dall'intenzione manifestata dal governo Renzi di commissariare la regione siciliana e dare il via alla realizzazione di nuovi inceneritori.
Incenerire è antieconomico e insostenibile
«Lo “sblocca Italia” - scrive Angelini - considera l’incenerimento come indispensabile per la gestione dei rifiuti, mentre è solo uno dei pretrattamenti possibili, il meno conveniente economicamente e ambientalmente; richiede tempi lunghi di realizzazione (almeno 5 anni) e non può essere considerato una risposta sollecita a una necessità indifferibile.
I costi di investimento sono di almeno 4 volte superiori rispetto ad impianti a freddo di trattamento. La vera priorità è quella delle attrezzature e dei mezzi per la raccolta differenziata e l’impiantistica per riciclo e compostaggio.
L’inceneritore bruciando i rifiuti distrugge la potenzialità occupazionale e imprenditoriale del ciclo e del riciclo delle materie prime e seconde contenute nei rifiuti e necessita di due tipologie di discarica: ceneri volanti e scorie; produce inoltre, inquinamento atmosferico e accumulo nell’ambiente di sostanze altamente tossiche, che si insinuano nella catena alimentare ed è in collisione con lo sviluppo dei programmi e degli obiettivi di raccolta differenziata e con l’“Economia Circolare” dell’Unione Europea».

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Le alternative a termodistruzione e discariche
Le soluzioni alternative all'incenerimento e allo smaltimento in discarica esistono e sono puntualmente indicate dal docente palermitano.
«L’alternativa agli inceneritori e alle discariche è quella di dotare – sopratutto le aree più arretrate del Paese - di sistemi in grado di adempiere agli obblighi di pretrattamento dei rifiuti in discarica, un diffusione territoriale adeguata di impianti di compostaggio (uno ogni centomila utenti), programmazione e realizzazione a completamento di impianti di trattamento “a freddo” con recupero di materia dal rifiuto (sistemi di selezione e di stabilizzazione biologica, convertibili in impianti di trattamento dell’organico pulito (compost) e dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata).
La precondizione per un risultato soddisfacente nella gestione sostenibile dei rifiuti è una buona raccolta dell’organico, in modo da rendere il rifiuto residuo meno “sporco” e più valorizzabile, e in questo l’Italia esportata modelli ed impianti nei vari paesi dell’Unione e non solo. Tutto ciò viene messo in crisi dalla necessità di reperire rifiuti per alimentare gli inceneritori.
La raccolta differenziata, le pratiche di riduzione, la minimizzare il rifiuto residuo, il ripensamento della produzione delle merci per favorirne il riuso/riciclo, rappresentano la struttura portante delle strategie ambientali ed economiche dell’Europa».
L'affossamento della differenziata in Sicilia
Perché in Sicilia la raccolta differenziata non ha mai preso piede? Di chi sono le responsabilità?
L’incenerimento richiede garanzie e ingenti risorse finanziarie, quantità prestabilite di materiali da bruciare, altrimenti rischia il collasso finanziario. Gli inceneritori rallentano o bloccano i programmi di espansione della raccolta differenziata e il recente caso della Sicilia è esemplare.
Per il professor Angelini: «Nel 2003 l’allora commissario-presidente della regione stabilì di realizzare quattro mega inceneritori per il totale dei rifiuti che si producevano in Sicilia. Le ricche e bastevoli risorse di cui disponeva il commissario di fondi statali, regionali ed europei, ammontavano a circa 700 milioni, da destinare principalmente agli investimenti per la realizzazione dell’impiantistica, di questi fondi, solo 10 milioni verranno impiegati per gli impianti per la raccolta differenziata: uccidendola nella culla; operazione ben riuscita come i numeri di oggi ci attestano, attraverso un’altra scellerata decisione, quella di frammentare il sistema di raccolta in 27 società d’Ambito. Oggi si è andato oltre la frammentazione e assistiamo "senza opposizione" all’autorizzazione da parte della regione di più di 200 ARO (Ambito di Raccolta Ottimale), ma questa vicenda per i suoi profili economici, tecnici e di illegittimità, merita un apposito approfondimento».
«Il bando per la realizzazione degli inceneritori in Sicilia - prosegue - garantiva un contratto “vuoto per pieno”, che costringeva per vent’anni a conferire all’incenerimento garantendo almeno il 65% dei rifiuti e in ogni caso, i comuni erano obbligati a corrispondere per vent’anni l’equivalente.
In Europa gli inceneritori e le discariche rappresentano il passato e non riceveranno finanziamenti comunitari, perché rappresentano la strategia inversa al VII Piano europeo per l’ambiente, sostenuto dall’Europarlamento, che ha chiesto l’abolizione di ogni finanziamento a discariche o inceneritori, impegnando la Commissione sulla “economia circolare”.
Senza finanziamenti in conto capitale e senza i sussidi alla produzione energetica da incenerimento (vedi il cosiddetto CIP/6 che ha distorto il mercato del settore in Italia), puntare sugli inceneritori comporterà un aumento delle tariffe dal 40 al 60%».
Il paese ha bisogno di strategie chiare
Per uscire da questo stato di perenne emergenza il sistema Paese per Angelini ha bisogno di «una strategia chiara e di investire in capacità di indirizzo, che è quella della raccolta differenziata e della riduzione, generalizzando le pratiche virtuose di tanti Comuni al Nord come al Sud, che devono diventare progetti per i comuni viciniori non virtuosi, anziché importare dall’estero tecnologie obsolete di un’economia del passato.
L’Italia ha avuto un ruolo importante nella innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti, per la produzione di macchinari, tecnologica e ricerca, che esporta nel mondo, per il trattamento, il riciclo e il riuso dei rifiuti».
L’Europa va “verso un’economia circolare” che si prefigge di aiutare gli stati membri a diventare una società del riciclaggio, per non gettare in discarica o bruciare (economia lineare), la preziosa materia prima contenuta nei rifiuti.
A partire dal famoso rapporto “The limits to growth” (1972), la crisi ambientale si è venuta inizialmente definendo come i limiti fisici di una crescita fondata sul consumo illimitato delle risorse naturali, ma già anni prima la critica ai fondamenti economici del mercato aveva trovato proposte interessanti e innovative nell’esigenza di passare dall’ “economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, sostenuta da Kenneth Boulding, e aveva tentato con Georgescu-Roegen di estendere le leggi della termodinamica a regolare l’economia nel consumo delle risorse naturali. La proposta di perseguire uno “stato stazionario” del ciclo produzione–consumo avanzata da Herman Daly sembrava una risposta interessante al “predicament of mankind” denunciato dal rapporto commissionato dal Club di Roma7.
Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente
«Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente (periodo 2013-2020) - continua Angelini - intitolato “VIVERE BENE ENTRO I LIMITI DEL NOSTRO PIANETA”, coglie dopo più di quarant’anni il monito del rapporto “The limits to growth”, redatto da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III. Rapporto, basato sulla simulazione al computer, che presenta gli scenari e le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.
L’Unione europea si prefigge oggi come obiettivo generale, cercare di migliorare la qualità della crescita economica e delle altre attività umane in modo da aumentare in misura significativa l'eco-efficienza».
Il Programma evidenzia come, nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, sia necessario affrontare ulteriori sfide e si fonda sul principio "chi inquina paga", sul principio di precauzione e di azione preventiva e su quello di riduzione dell´inquinamento alla fonte e definisce un quadro generale per la politica ambientale fino al 2020, individuando gli obiettivi prioritari da realizzare:
a) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell´Unione;
b) trasformare l´Unione in un´economia a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’impiego delle risorse, verde e competitiva;
c) proteggere i cittadini da pressioni e rischi ambientali per la salute e il benessere;
d) sfruttare al massimo i vantaggi della legislazione dell’Unione in materia di ambiente migliorandone l’attuazione;
e) migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione;
f) garantire investimenti a sostegno delle politiche in materia di ambiente e clima e tener conto delle esternalità ambientali;
g) migliorare l´integrazione ambientale e la coerenza delle politiche;
h) migliorare la sostenibilità delle città dell´Unione;
i) aumentare l’efficacia dell’azione della UE nell’affrontare le sfide ambientali e climatiche a livello internazionale.
«Nel settore dei rifiuti questa strategia richiede – conclude Angelini per non essere esclusi da un segmento industriale così importante - la progettazione dei processi di produzione dei prodotti che devono “essere ripensati per essere utilizzati più a lungo riparati, ammodernati, rifabbricati o, alla fine riciclati, invece di essere gettati. Per far ciò è necessario attivare politiche idonee a favorire modelli aziendali innovativi che instaurino un nuovo tipo di relazione tra le imprese ed i consumatori”, programmi specifici sulla riduzione dei rifiuti e sull’incremento del recupero e del riciclo degli stessi nella prospettiva di abolire il ricorso alle discariche. Basta adottare come base progettuale l’adozione delle migliori pratiche e delle migliori politiche di gestione dei rifiuti, verso il mondo imprenditoriale basato sulla “ecocreatività” e capace di mettere in campo conoscenze, tecnologie ed innovazione per la realizzazione di prodotti ecosostenibili e l’elaborazione di sistemi del riciclo. Questi sistemi sono in grado di favorire la ripresa economica, sviluppare i livelli occupazionali, perseguire un benessere solidale e duraturo. Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato TENERE SEPARATI, o relegare nella politica dei “due tempi”, i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici».
Le azioni sulle quali concentrarsi sono:
1. Realizzazione di centri di preparazione e di ricerca per il riutilizzo dei rifiuti;
2. Realizzazione di distretti industriale del riuso;
3. Raccolta e riciclo dei PSA;
4. Produzione di imballaggi green;
5. Paperless;
6. Riutilizzo eccedenze alimentari. Fondamentale in questo processo il ruolo dell’intero sistema imprenditoriale chiamato a sostenere investimenti nel settore del riciclo, a svolgere attività di ricerca nel campo della progettazione e realizzazione dei prodotti ecosostenibili, a promuovere l’acquisto di tali prodotti.
7. Misure di sostegno regionale e incentivazione dei Comuni a sviluppare misure di fiscalità di vantaggio a favore delle Imprese che decideranno di investire risorse nel campo della prevenzione, del riuso o del riciclo dei rifiuti, ad incrementare il mercato del riciclo mediante il potenziamento degli acquisiti verdi, a promuovere la creazione di una rete di rapporti, culturali, scientifici, istituzionali, territoriali ed economici atti a sostenere e pubblicizzare il sistema imprenditoriale operante nel campo dell’economia circolare, a diffondere le migliori tecnologie disponibili, le buone pratiche ed i migliori risultati promuovendo misure premiali, a promuovere la creazione di un marchio unico per le società operanti nel campo dell’economia circolare dando evidenza alle imprese che partecipano al progetto.
8. Nella messa a punto di proposte imprenditoriali, la qualità e la quantità di raccolta deve essere compatibile con il business. E la “collaborazione” dei cittadini (da incentivare) o comunque dei “fornitori dei rifiuti” sia fondamentale per arrivare ad una separazione quanto più spinta possibile.
9. Favorire un ambiente economico in grado di attrarre nuovi investimenti, in virtù del fatto che esiste un know how specifico ed un territorio aperto all’innovazione (vedi start Up, incubatori d’impresa, dipartimenti universitari, CNR ed ecc.)
10. Efficienza produttiva e distributiva (vicinanza tra mercati di sbocco e materie di approvvigionamento), il costo di trasporto incida profondamente nei prezzi di acquisto o di vendita o, non da ultimo, in cui la disponibilità di particolari materie prime necessiti di una trasformazione in loco dell’industria alimentare).

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE Tributi AFFARI TERMOVALORIZZATORI.

Genchi Pellerito Dipartimento AMBIENTE SICILIA CUFFARO LOMBARDO ITALCEMENTI Termovalorizzatori Bertolino Libro Bianco 19-10-05




Incompatibile con i veleni di Totò

Gioacchino Genchi, ex leader del movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita, tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68, con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel “tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della tutela dall'inquinamento atmosferico.
L'ex infiltrato - peraltro reo confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale, ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede. “Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi – è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili, ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.

Le origini della rimozione di Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine (Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di Palermo.

Insomma di interventi scomodi il direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo, come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera – preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive “tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le popolazioni”.

Verdetto già scritto

È il verdetto che il responsabile del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco, evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti” sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.

Era il mese di giugno del 2006, quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono essere invece date “entro 90 giorni”.

Le autorizzazioni alle emissioni di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate. Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani (sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima rimozione di Genchi.

Totò Cuffaro torna così a tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del 2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c'è un geologo, Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile” per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.

Massimo Giannetti, Palermo
Il manifesto, 18 febbraio 2007

Il grande business degli inceneritori

3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti siciliani

La Sicilia non è soltanto la regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione, pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro “mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni, tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da parte delle ditte vincitrici degli appalti.

Superburocrate sfiduciato, guerra tra dirigenti al Territorio

È ormai guerra aperta tra il direttore del dipartimento regionale Territorio, Pietro Tolomeo, e il dirigente del servizio Tutela dall’inquinamento atmosferico, Gioacchino Genchi, di cui Tolomeo ha disposto lo spostamento al servizio qualità delle acque. Ieri l’assemblea nazionale dei Cobas ha espresso “solidarietà” a Genchi - funzionario che “sin dagli anni Settanta si è impegnato nella difesa dell’ambiente“, e che in mattinata ha partecipato a una manifestazione delle Rdb davanti all’assessorato di via La Malfa - accusando la Regione di “averlo sospeso dall’impiego”.
“Non c’è nessuna sospensione, Genchi è stato semplicemente assegnato a un incarico che aveva ricoperto per anni - si difende Tolomeo - e si confà maggiormente alle sue caratteristiche professionali, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del dipartimento”. Nei giorni scorsi a fianco di Genchi si sono schierati la CGIL e rappresentanti dell’Unione e della Cdl all’Ars, che con una mozione traversale ha anche “sfiduciato” il direttore del dipartimento. Tolomeo sulla vicenda ha prodotto due relazioni, una alla Procura della Repubblica e una alla Corte dei conti. Ma la guerra tra i due, iniziata ai primi di gennaio, genera le prime conseguenze: il servizio del quale Genchi è responsabile, che si occupa di emissioni in atmosfera, è fermo da quasi un mese. E Confindustria ha indirizzato una lettera alla Regione lamentando il fatto che l’attività di numerose imprese in attese di nulla-osta è ferma.


La Repubblica, 7 febbraio 2007 Cronaca di Palermo

Acquisito il carteggio sul via libera concesso dall’ex ministro Matteoli

Inchiesta sull’inceneritore, dubbi sulle autorizzazioni

I pm ispezionano il cantiere di Bellolampo

La Procura vuole vederci chiaro sugli interessi e sulle procedure per la realizzazione del mega inceneritore da 500 gigawatt nell’area dell’ex poligono di tiro di Bellolampo. I magistrati Geri Ferrari e Sara Micucci, del pool Ambiente, hanno aperto un’inchiesta e svolto un sopralluogo sulla sommità della montagna, insieme con i carabinieri del Noe e i vigili del Nopa. Una ricognizione nel cantiere delle aziende incaricate di fornire la struttura al raggruppamento di imprese capitanate da Actelios, del gruppo Falck, che si è aggiudicato un project financing con investimenti da 2,5 miliardi di euro.

A Bellolampo le ruspe hanno già spianato un terreno pari ad almeno sei campi di calcio per far sorgere in tre anni uno dei quattro termovalorizzatori fortemente voluti dal governo Cuffaro e sui quali il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sollevato più di una perplessità, minacciando di revocare le autorizzazioni.

Il contenzioso tra Roma e Palermo, apertosi all’insediamento del governo Prodi, non è stato ancora risolto. Sul cantiere pesa la scure di una illegittimità dei nulla osta rilasciati dal ministero quando alla guida c’era Altiero Matteoli. I magistrati hanno già convocato uno dei testimoni chiave della vicenda, il funzionario regionale Gioacchino Genchi, sospeso una prima volta e poi rimosso dalla responsabilità delle emissioni in atmosfera, in coincidenza dei passaggi cruciali nel controverso iter burocratico.

Sul piano amministrativo le tappe fondamentali si giocano tra l’autunno del 2005 e la primavera dell’anno scorso. Nell’ottobre del 2005 all’assessorato Territorio e ambiente il gruppo Falck sollecita l’autorizzazione. Genchi, nettamente contrario a dare il via libera, a quel tempo è sospeso. Neppure il funzionario che lo sostituisce, nonostante le insistenze del subcommissario all’emergenza rifiuti, Felice Crosta, dà il parere. A quel punto l’azienda si rivolge a Roma. Dal ministero arriva il sì firmato dal gabinetto di Matteoli contro il parere degli stessi uffici del dicastero. Genchi, frattanto rientrato in servizio, solleva la questione della illegittimità. Il ricorso al gabinetto sarebbe avvenuto fuori termine e il nulla osta non sarebbe stato supportato da tutti i pareri. Cambia il governo e interviene Pecoraro Scanio. Anche il ministro propende per l’illegittimità e convoca due conferenze di servizio. Il cantiere, partito a luglio scorso, va comunque avanti. L’azienda ha dalla sua l’assenza di una revoca formale e la copertura del presidente Cuffaro, deciso a chiudere la partita a ogni costo.

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE TRIBUTI AFFARI TERMOVALORIZZATORI
INCENERITORE È UN GROSSO AFFARE PER CHI LO GESTISCE, FARAONE È DAVVERO QUESTA LA SICILIA CHE VUOLE
INCOMPATIBILE CON I VELENI DI TOTO CUFFARO
Sicilia tra commissariamento e inceneritori: “La pochezza politica ci relega ai margine dell’Europa” 

 di Carmelo Catania (sito)  martedì 18 agosto 2015


«Il decreto “sblocca Italia” secondo il governo era necessario per evitare l’infrazione alle direttive europee in materia di rifiuti. In realtà la UE aprirà un’ennesima procedura per il mancato rispetto dell’obbligo previsto di pretrattamento dalla Direttiva 99/31 sulle discariche e per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei per la raccolta differenziata.»
Così il professor Angelini, intervenendo nel dibattito scatenato dall'intenzione manifestata dal governo Renzi di commissariare la regione siciliana e dare il via alla realizzazione di nuovi inceneritori.
Incenerire è antieconomico e insostenibile
«Lo “sblocca Italia” - scrive Angelini - considera l’incenerimento come indispensabile per la gestione dei rifiuti, mentre è solo uno dei pretrattamenti possibili, il meno conveniente economicamente e ambientalmente; richiede tempi lunghi di realizzazione (almeno 5 anni) e non può essere considerato una risposta sollecita a una necessità indifferibile.
I costi di investimento sono di almeno 4 volte superiori rispetto ad impianti a freddo di trattamento. La vera priorità è quella delle attrezzature e dei mezzi per la raccolta differenziata e l’impiantistica per riciclo e compostaggio.
L’inceneritore bruciando i rifiuti distrugge la potenzialità occupazionale e imprenditoriale del ciclo e del riciclo delle materie prime e seconde contenute nei rifiuti e necessita di due tipologie di discarica: ceneri volanti e scorie; produce inoltre, inquinamento atmosferico e accumulo nell’ambiente di sostanze altamente tossiche, che si insinuano nella catena alimentare ed è in collisione con lo sviluppo dei programmi e degli obiettivi di raccolta differenziata e con l’“Economia Circolare” dell’Unione Europea».

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Le alternative a termodistruzione e discariche
Le soluzioni alternative all'incenerimento e allo smaltimento in discarica esistono e sono puntualmente indicate dal docente palermitano.
«L’alternativa agli inceneritori e alle discariche è quella di dotare – sopratutto le aree più arretrate del Paese - di sistemi in grado di adempiere agli obblighi di pretrattamento dei rifiuti in discarica, un diffusione territoriale adeguata di impianti di compostaggio (uno ogni centomila utenti), programmazione e realizzazione a completamento di impianti di trattamento “a freddo” con recupero di materia dal rifiuto (sistemi di selezione e di stabilizzazione biologica, convertibili in impianti di trattamento dell’organico pulito (compost) e dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata).
La precondizione per un risultato soddisfacente nella gestione sostenibile dei rifiuti è una buona raccolta dell’organico, in modo da rendere il rifiuto residuo meno “sporco” e più valorizzabile, e in questo l’Italia esportata modelli ed impianti nei vari paesi dell’Unione e non solo. Tutto ciò viene messo in crisi dalla necessità di reperire rifiuti per alimentare gli inceneritori.
La raccolta differenziata, le pratiche di riduzione, la minimizzare il rifiuto residuo, il ripensamento della produzione delle merci per favorirne il riuso/riciclo, rappresentano la struttura portante delle strategie ambientali ed economiche dell’Europa».
L'affossamento della differenziata in Sicilia
Perché in Sicilia la raccolta differenziata non ha mai preso piede? Di chi sono le responsabilità?
L’incenerimento richiede garanzie e ingenti risorse finanziarie, quantità prestabilite di materiali da bruciare, altrimenti rischia il collasso finanziario. Gli inceneritori rallentano o bloccano i programmi di espansione della raccolta differenziata e il recente caso della Sicilia è esemplare.
Per il professor Angelini: «Nel 2003 l’allora commissario-presidente della regione stabilì di realizzare quattro mega inceneritori per il totale dei rifiuti che si producevano in Sicilia. Le ricche e bastevoli risorse di cui disponeva il commissario di fondi statali, regionali ed europei, ammontavano a circa 700 milioni, da destinare principalmente agli investimenti per la realizzazione dell’impiantistica, di questi fondi, solo 10 milioni verranno impiegati per gli impianti per la raccolta differenziata: uccidendola nella culla; operazione ben riuscita come i numeri di oggi ci attestano, attraverso un’altra scellerata decisione, quella di frammentare il sistema di raccolta in 27 società d’Ambito. Oggi si è andato oltre la frammentazione e assistiamo "senza opposizione" all’autorizzazione da parte della regione di più di 200 ARO (Ambito di Raccolta Ottimale), ma questa vicenda per i suoi profili economici, tecnici e di illegittimità, merita un apposito approfondimento».
«Il bando per la realizzazione degli inceneritori in Sicilia - prosegue - garantiva un contratto “vuoto per pieno”, che costringeva per vent’anni a conferire all’incenerimento garantendo almeno il 65% dei rifiuti e in ogni caso, i comuni erano obbligati a corrispondere per vent’anni l’equivalente.
In Europa gli inceneritori e le discariche rappresentano il passato e non riceveranno finanziamenti comunitari, perché rappresentano la strategia inversa al VII Piano europeo per l’ambiente, sostenuto dall’Europarlamento, che ha chiesto l’abolizione di ogni finanziamento a discariche o inceneritori, impegnando la Commissione sulla “economia circolare”.
Senza finanziamenti in conto capitale e senza i sussidi alla produzione energetica da incenerimento (vedi il cosiddetto CIP/6 che ha distorto il mercato del settore in Italia), puntare sugli inceneritori comporterà un aumento delle tariffe dal 40 al 60%».
Il paese ha bisogno di strategie chiare
Per uscire da questo stato di perenne emergenza il sistema Paese per Angelini ha bisogno di «una strategia chiara e di investire in capacità di indirizzo, che è quella della raccolta differenziata e della riduzione, generalizzando le pratiche virtuose di tanti Comuni al Nord come al Sud, che devono diventare progetti per i comuni viciniori non virtuosi, anziché importare dall’estero tecnologie obsolete di un’economia del passato.
L’Italia ha avuto un ruolo importante nella innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti, per la produzione di macchinari, tecnologica e ricerca, che esporta nel mondo, per il trattamento, il riciclo e il riuso dei rifiuti».
L’Europa va “verso un’economia circolare” che si prefigge di aiutare gli stati membri a diventare una società del riciclaggio, per non gettare in discarica o bruciare (economia lineare), la preziosa materia prima contenuta nei rifiuti.
A partire dal famoso rapporto “The limits to growth” (1972), la crisi ambientale si è venuta inizialmente definendo come i limiti fisici di una crescita fondata sul consumo illimitato delle risorse naturali, ma già anni prima la critica ai fondamenti economici del mercato aveva trovato proposte interessanti e innovative nell’esigenza di passare dall’ “economia del cowboy” a quella della “navicella spaziale”, sostenuta da Kenneth Boulding, e aveva tentato con Georgescu-Roegen di estendere le leggi della termodinamica a regolare l’economia nel consumo delle risorse naturali. La proposta di perseguire uno “stato stazionario” del ciclo produzione–consumo avanzata da Herman Daly sembrava una risposta interessante al “predicament of mankind” denunciato dal rapporto commissionato dal Club di Roma7.
Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente
«Il Settimo Programma d’azione europeo in materia di ambiente (periodo 2013-2020) - continua Angelini - intitolato “VIVERE BENE ENTRO I LIMITI DEL NOSTRO PIANETA”, coglie dopo più di quarant’anni il monito del rapporto “The limits to growth”, redatto da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III. Rapporto, basato sulla simulazione al computer, che presenta gli scenari e le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana.
L’Unione europea si prefigge oggi come obiettivo generale, cercare di migliorare la qualità della crescita economica e delle altre attività umane in modo da aumentare in misura significativa l'eco-efficienza».
Il Programma evidenzia come, nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, sia necessario affrontare ulteriori sfide e si fonda sul principio "chi inquina paga", sul principio di precauzione e di azione preventiva e su quello di riduzione dell´inquinamento alla fonte e definisce un quadro generale per la politica ambientale fino al 2020, individuando gli obiettivi prioritari da realizzare:
a) proteggere, conservare e migliorare il capitale naturale dell´Unione;
b) trasformare l´Unione in un´economia a basse emissioni di carbonio, efficiente nell’impiego delle risorse, verde e competitiva;
c) proteggere i cittadini da pressioni e rischi ambientali per la salute e il benessere;
d) sfruttare al massimo i vantaggi della legislazione dell’Unione in materia di ambiente migliorandone l’attuazione;
e) migliorare le basi di conoscenza e le basi scientifiche della politica ambientale dell’Unione;
f) garantire investimenti a sostegno delle politiche in materia di ambiente e clima e tener conto delle esternalità ambientali;
g) migliorare l´integrazione ambientale e la coerenza delle politiche;
h) migliorare la sostenibilità delle città dell´Unione;
i) aumentare l’efficacia dell’azione della UE nell’affrontare le sfide ambientali e climatiche a livello internazionale.
«Nel settore dei rifiuti questa strategia richiede – conclude Angelini per non essere esclusi da un segmento industriale così importante - la progettazione dei processi di produzione dei prodotti che devono “essere ripensati per essere utilizzati più a lungo riparati, ammodernati, rifabbricati o, alla fine riciclati, invece di essere gettati. Per far ciò è necessario attivare politiche idonee a favorire modelli aziendali innovativi che instaurino un nuovo tipo di relazione tra le imprese ed i consumatori”, programmi specifici sulla riduzione dei rifiuti e sull’incremento del recupero e del riciclo degli stessi nella prospettiva di abolire il ricorso alle discariche. Basta adottare come base progettuale l’adozione delle migliori pratiche e delle migliori politiche di gestione dei rifiuti, verso il mondo imprenditoriale basato sulla “ecocreatività” e capace di mettere in campo conoscenze, tecnologie ed innovazione per la realizzazione di prodotti ecosostenibili e l’elaborazione di sistemi del riciclo. Questi sistemi sono in grado di favorire la ripresa economica, sviluppare i livelli occupazionali, perseguire un benessere solidale e duraturo. Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato TENERE SEPARATI, o relegare nella politica dei “due tempi”, i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici».
Le azioni sulle quali concentrarsi sono:
1. Realizzazione di centri di preparazione e di ricerca per il riutilizzo dei rifiuti;
2. Realizzazione di distretti industriale del riuso;
3. Raccolta e riciclo dei PSA;
4. Produzione di imballaggi green;
5. Paperless;
6. Riutilizzo eccedenze alimentari. Fondamentale in questo processo il ruolo dell’intero sistema imprenditoriale chiamato a sostenere investimenti nel settore del riciclo, a svolgere attività di ricerca nel campo della progettazione e realizzazione dei prodotti ecosostenibili, a promuovere l’acquisto di tali prodotti.
7. Misure di sostegno regionale e incentivazione dei Comuni a sviluppare misure di fiscalità di vantaggio a favore delle Imprese che decideranno di investire risorse nel campo della prevenzione, del riuso o del riciclo dei rifiuti, ad incrementare il mercato del riciclo mediante il potenziamento degli acquisiti verdi, a promuovere la creazione di una rete di rapporti, culturali, scientifici, istituzionali, territoriali ed economici atti a sostenere e pubblicizzare il sistema imprenditoriale operante nel campo dell’economia circolare, a diffondere le migliori tecnologie disponibili, le buone pratiche ed i migliori risultati promuovendo misure premiali, a promuovere la creazione di un marchio unico per le società operanti nel campo dell’economia circolare dando evidenza alle imprese che partecipano al progetto.
8. Nella messa a punto di proposte imprenditoriali, la qualità e la quantità di raccolta deve essere compatibile con il business. E la “collaborazione” dei cittadini (da incentivare) o comunque dei “fornitori dei rifiuti” sia fondamentale per arrivare ad una separazione quanto più spinta possibile.
9. Favorire un ambiente economico in grado di attrarre nuovi investimenti, in virtù del fatto che esiste un know how specifico ed un territorio aperto all’innovazione (vedi start Up, incubatori d’impresa, dipartimenti universitari, CNR ed ecc.)
10. Efficienza produttiva e distributiva (vicinanza tra mercati di sbocco e materie di approvvigionamento), il costo di trasporto incida profondamente nei prezzi di acquisto o di vendita o, non da ultimo, in cui la disponibilità di particolari materie prime necessiti di una trasformazione in loco dell’industria alimentare).

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE Tributi AFFARI TERMOVALORIZZATORI.

Genchi Pellerito Dipartimento AMBIENTE SICILIA CUFFARO LOMBARDO ITALCEMENTI Termovalorizzatori Bertolino Libro Bianco 19-10-05




Incompatibile con i veleni di Totò

Gioacchino Genchi, ex leader del movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita, tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68, con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel “tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della tutela dall'inquinamento atmosferico.
L'ex infiltrato - peraltro reo confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale, ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede. “Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi – è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili, ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.

Le origini della rimozione di Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine (Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di Palermo.

Insomma di interventi scomodi il direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo, come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera – preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive “tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le popolazioni”.

Verdetto già scritto

È il verdetto che il responsabile del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco, evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti” sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.

Era il mese di giugno del 2006, quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono essere invece date “entro 90 giorni”.

Le autorizzazioni alle emissioni di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate. Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani (sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima rimozione di Genchi.

Totò Cuffaro torna così a tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del 2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c'è un geologo, Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile” per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.

Massimo Giannetti, Palermo
Il manifesto, 18 febbraio 2007

Il grande business degli inceneritori

3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti siciliani

La Sicilia non è soltanto la regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione, pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro “mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni, tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da parte delle ditte vincitrici degli appalti.

Superburocrate sfiduciato, guerra tra dirigenti al Territorio

È ormai guerra aperta tra il direttore del dipartimento regionale Territorio, Pietro Tolomeo, e il dirigente del servizio Tutela dall’inquinamento atmosferico, Gioacchino Genchi, di cui Tolomeo ha disposto lo spostamento al servizio qualità delle acque. Ieri l’assemblea nazionale dei Cobas ha espresso “solidarietà” a Genchi - funzionario che “sin dagli anni Settanta si è impegnato nella difesa dell’ambiente“, e che in mattinata ha partecipato a una manifestazione delle Rdb davanti all’assessorato di via La Malfa - accusando la Regione di “averlo sospeso dall’impiego”.
“Non c’è nessuna sospensione, Genchi è stato semplicemente assegnato a un incarico che aveva ricoperto per anni - si difende Tolomeo - e si confà maggiormente alle sue caratteristiche professionali, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del dipartimento”. Nei giorni scorsi a fianco di Genchi si sono schierati la CGIL e rappresentanti dell’Unione e della Cdl all’Ars, che con una mozione traversale ha anche “sfiduciato” il direttore del dipartimento. Tolomeo sulla vicenda ha prodotto due relazioni, una alla Procura della Repubblica e una alla Corte dei conti. Ma la guerra tra i due, iniziata ai primi di gennaio, genera le prime conseguenze: il servizio del quale Genchi è responsabile, che si occupa di emissioni in atmosfera, è fermo da quasi un mese. E Confindustria ha indirizzato una lettera alla Regione lamentando il fatto che l’attività di numerose imprese in attese di nulla-osta è ferma.


La Repubblica, 7 febbraio 2007 Cronaca di Palermo

Acquisito il carteggio sul via libera concesso dall’ex ministro Matteoli

Inchiesta sull’inceneritore, dubbi sulle autorizzazioni

I pm ispezionano il cantiere di Bellolampo

La Procura vuole vederci chiaro sugli interessi e sulle procedure per la realizzazione del mega inceneritore da 500 gigawatt nell’area dell’ex poligono di tiro di Bellolampo. I magistrati Geri Ferrari e Sara Micucci, del pool Ambiente, hanno aperto un’inchiesta e svolto un sopralluogo sulla sommità della montagna, insieme con i carabinieri del Noe e i vigili del Nopa. Una ricognizione nel cantiere delle aziende incaricate di fornire la struttura al raggruppamento di imprese capitanate da Actelios, del gruppo Falck, che si è aggiudicato un project financing con investimenti da 2,5 miliardi di euro.

A Bellolampo le ruspe hanno già spianato un terreno pari ad almeno sei campi di calcio per far sorgere in tre anni uno dei quattro termovalorizzatori fortemente voluti dal governo Cuffaro e sui quali il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sollevato più di una perplessità, minacciando di revocare le autorizzazioni.

Il contenzioso tra Roma e Palermo, apertosi all’insediamento del governo Prodi, non è stato ancora risolto. Sul cantiere pesa la scure di una illegittimità dei nulla osta rilasciati dal ministero quando alla guida c’era Altiero Matteoli. I magistrati hanno già convocato uno dei testimoni chiave della vicenda, il funzionario regionale Gioacchino Genchi, sospeso una prima volta e poi rimosso dalla responsabilità delle emissioni in atmosfera, in coincidenza dei passaggi cruciali nel controverso iter burocratico.

Sul piano amministrativo le tappe fondamentali si giocano tra l’autunno del 2005 e la primavera dell’anno scorso. Nell’ottobre del 2005 all’assessorato Territorio e ambiente il gruppo Falck sollecita l’autorizzazione. Genchi, nettamente contrario a dare il via libera, a quel tempo è sospeso. Neppure il funzionario che lo sostituisce, nonostante le insistenze del subcommissario all’emergenza rifiuti, Felice Crosta, dà il parere. A quel punto l’azienda si rivolge a Roma. Dal ministero arriva il sì firmato dal gabinetto di Matteoli contro il parere degli stessi uffici del dicastero. Genchi, frattanto rientrato in servizio, solleva la questione della illegittimità. Il ricorso al gabinetto sarebbe avvenuto fuori termine e il nulla osta non sarebbe stato supportato da tutti i pareri. Cambia il governo e interviene Pecoraro Scanio. Anche il ministro propende per l’illegittimità e convoca due conferenze di servizio. Il cantiere, partito a luglio scorso, va comunque avanti. L’azienda ha dalla sua l’assenza di una revoca formale e la copertura del presidente Cuffaro, deciso a chiudere la partita a ogni costo.

I RIFIUTI IN SICILIA COSTI IL PERSONALE TRIBUTI AFFARI TERMOVALORIZZATORI
INCENERITORE È UN GROSSO AFFARE PER CHI LO GESTISCE, FARAONE È DAVVERO QUESTA LA SICILIA CHE VUOLE
INCOMPATIBILE CON I VELENI DI TOTO CUFFARO
Sicilia: l’insostenibile costo dei rifiuti  


di Carmelo Catania (sito)  venerdì 28 agosto 2015

Il mancato rispetto degli obiettivi di legge in materia di raccolta differenziata, si configura come danno patrimoniale per i cittadini per l’aumento delle tasse, a dirlo è la Corte dei Conti della Liguria (83/13), che li definisce come “inerzia qualitativo e quantitativo del servizio di raccolta differenziata”, come grave trascuratezza nella “cura dell'interesse pubblico” che configurano “la sussistenza di responsabilità amministrativo-contabile”.
Gli ultimi dati sulla gestione dei rifiuti in Italia ci indicano che qualcosa sta cambiando anche nelle regioni del Sud: la Campania e la Sardegna si attestano al 50% circa di raccolta differenziata. 
Secondo il professor Aurelio Angelini, docente di sociologia dell’ambiente all’Università di Palermo, la Sicilia rimane ferma al 10%, «per inerzia e responsabilità politica dei diversi governi regionali che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, che hanno operato in modo clientelare e parassitario, favorendo un sistema criminogeno, che ha impedito la realizzazione di un “moderno sistema industriale del ciclo dei rifiuti”, relegando la gestione: all’uso e all’abuso delle discariche (90% dei rifiuti), gestite perlopiù in modo ambientalmente insostenibile».
Un disastro che è stato reso possibile – per il docente palermitano – per «la “complicità” della maggioranza delle amministrazioni comunali, che hanno utilizzato la loro presenza, nella qualità di soci delle Società d’ambito per la gestione dei rifiuti, per nominare alla guida delle aziende pubbliche, onerosi amministratori e management incompetente dalla spesa facile e fuori controllo. Assunzioni, comandi, consulenze, sponsorizzazioni, hanno caratterizzato una gestione che ha fatto la fortuna politica di sindaci e amministrazioni e ha prodotto “finora” un debito di quasi “due miliardi”, che continua a crescere giorno dopo giorno, che pagheranno le amministrazioni comunali attraverso l’aumento delle imposte sui rifiuti».
Solo in alcuni comuni si è riusciti, attraverso l’applicazione di “buone pratiche”, a raggiungere risultati incoraggianti nella raccolta differenziata e nella qualità della pulizia urbana.
«In Sicilia siamo in presenza di un danno patrimoniale di vaste dimensioni – prosegue Angelini –, a causa del mancato rispetto degli obiettivi di legge per la mancata raccolta differenziata e per l’omessa applicazione dell’art. 205, D.Lgs 152/2006, che stabilisce un tributo pari al 20% “per il conferimento in discarica, per quei comuni che non abbiano raggiunto le percentuali previste”. Inoltre, non vengono rispettati i limiti ambientali di legge per l’ingresso dei rifiuti in discarica, per i quali i comuni pagano un’addizionale per il pretrattamento, che non viene in toto o in parte effettuato».
Secondo quanto denunciato dal professor Angelini, tanti comuni – tra queste anche le grandi città – «continuano a stipulare contratti di servizio difformi dalla legge, che non prevedono l’obbligo del raggiungimento degli obiettivi della raccolta differenziata, le penalità ed altri vincoli ordinamentali».
«Il comatoso sistema siciliano viaggia verso l’implosione». 
E l’analisi è ancora più impietosa se si va a guardare al futuro della gestione dei rifiuti così come prevista dalla riforma sancita con la legge regionale 9 del 2010 che ha istituito le Srr (Società regolamentazione rifiuti) e gli Aro (Ambito di raccolta ottimale).
Di questi ultimi ne sono stati finora autorizzati dalla regione più di 200, in base – secondo Angelini – ad una fantasiosa interpretazione giuridica della legge regionale 3/2013, che però, non prevede gli Aro.
La norma fu voluta dal presidente Crocetta per consentire ai comuni di “riappropriarsi” della gestione dei rifiuti, come reazione alla disastrosa, costosissima e fallimentare gestione delle “Società d’ambito” (i famigerati Ato, ndr), che nel 2002 erano subentrate ai comuni nella gestione dei rifiuti. L’obiettivo della riforma era di dare ai sindaci i poteri necessari per approntare idonee iniziative. Ma il modo con il quale si sta applicando questa norma, rischia di provocare altri danni patrimoniali e gestionali».
La legge regionale attraverso la quale vengono istituiti gli Aro, un unicum in Italia, è in contrasto con la normativa nazionale ed europea e stabilisce che i comuni possono provvedere a dotarsi di “piani di raccolta”, a condizione che siano “coerenti con il piano d’ambito della Srr” e redatti in base agli obiettivi di legge. Inoltre, secondo la norma, le attività dell’Aro non dovranno comportare nuovi oneri per il comune.
I piani di raccolta sono stati formulati dai comuni, senza che la regione abbia stabilito prima, i vincoli tecnici ed economici, le linee guida regionale per la raccolta differenziata, gli impianti adeguati, sufficienti e di prossimità territoriale; con il rischio di compromettere la possibilità di dare un governo unitario, efficiente ed economicamente sostenibile, per quantità e qualità dei rifiuti raccolti in modo da attivare il ciclo economico del riciclo.
«Rimane un “mistero” - conclude Angelini – l’approvazione dei piani di raccolta degli ARO, in mancanza dei “piano d’ambito” al quale dovevano adeguarsi, visto che le SRR non li hanno mai approvati. L’altro mistero è l’approvazione dei piani finanziari presentati dai comuni che identificano come oneri per la gestione dei rifiuti, i soli costi del piano dell’ARO, mentre in realtà, dovranno sostenere anche la quota di partecipazione alle Srr per i servizi che erogheranno e gli oneri relativi al debito delle Società d’ambito in liquidazione. Queste tre voci concorrono a definire l’effettivo impatto nel bilancio dei comuni, che pagheranno i cittadini, attraverso l’imposta comunale, a cui va aggiunta la stangata prevista dal decreto legge n. 78/2015, che stabilisce a partire da quest'anno, tra le componenti di costo della tassa sui rifiuti, i mancati ricavi della tassa sui rifiuti, relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento ai precedenti “regimi”. Per avere un ordine di grandezza, basti calcolare l’impatto dell’evasione in Sicilia è di quasi il 50% delle cartelle emesse (950 milioni da riscuotere, solo 500 milioni circa viene riscosso)».

L'AFFARE DEI RIFIUTI PER CONFINDUSTRIA CROCETTA MONTANTE ROMA COSTRUZIONI SCIASCIA ROBERTO MARINO RIVISTA CENTONOVE

 
L'AFFARE DEI RIFIUTI PER CONFINDUSTRIA
 
 
Ottobre 31, 2014 Scritto da Fabiola Foti
 
 
All'indomani della bocciatura della mozione di sfiducia a Crocetta, il risultato era veramente prevedibile, vogliamo riprendere un articolo vecchio esattamente un anno a firma di Giulio Ambrosetti. L'Articolo viene pubblicato su La Voce di New York parla di affari, di Confindustria e dello scandalo rifiuti e rimane sempre attuale. In Sicilia non esiste la cosiddetta raccolta differenziata dei rifiuti. Quasi tutti i rifiuti, nell’Isola, finiscono nelle discariche. In pratica, finiscono sotto terra inquinando terreni e falde acquifere. Uno scandalo.
Chi è che gestisce le discariche? In buona parte i privati. E sapete chi è il titolare della più importante e grande discarica della Sicilia? Giuseppe Catanzaro. Sì, proprio lui, il già citato vice presidente di Confindustria Sicilia. E sono proprio i gestori delle discariche private a vantare crediti stratosferici dai Comuni siciliani. Comuni siciliani - questo detto per inciso - che, in maggioranza sono, al pari della Regione siciliana, sono in dissesto finanziario non dichiarato. In pratica - come i nostri lettori hanno già capito - Confindustria Sicilia, da cinque anni, fa parte del Governo della Regione (controlla il settore delle attività produttive che, in realtà, non ci sono, perché l’economia siciliana, tranne poche eccezioni, è disastrata come, se non di più, della Regione siciliana) non per occuparsi dello sviluppo economico della Sicilia, ma per restare abbarbicata alle risorse pubbliche della Regione. Il tutto, sotto gli occhi ‘distratti’ di Confindustria nazionale, che a Roma fa la voce grossa con i Governi chiedendo misure per lo sviluppo, mentre in Sicilia non sembra estranea al sottosviluppo. Il risultato è una Regione al fallimento. Una Sicilia ‘Autonoma’ nella quale la maggiora parte dei Comuni, a fine ottobre, sono senza bilancio 2013 perché senza soldi. Tanto che gli stessi Comuni non pagano i dipendenti pubblici, chi da un mese, chi da due mesi, chi da tre mesi. Allo sfascio dei Comuni si somma lo sfascio della Regione che, ormai, anche se ancora non l’ammette, sta per licenziare circa 80 mila precari. Sì, avete letto bene: 80 mila! E non ha nemmeno i soldi per pagare i 24 mila operai della Forestale. Disastri su disastri. E non ha i soldi per costituire un ‘Fondi rischi’ per fronteggiare 3 miliardi - sì, avete letto bene: 3 miliardi di euro - di entrate fittizie iscritte in bilancio.
Direte: e le società di rating che fanno? Fanno finta di non vedere. Ragazzi: non è che si può andare nella capitale mondiale della mafia e dire: questa Regione è un disastro, ha 3 miliardi di entrate di dubbia esigibilità. No, questo ‘affronto’ alla Sicilia non si fa. E’ in questo scenario da Regione fallita che arriva la notizia dell’inchiesta della magistratura di Messina sul presidente Crocetta. Una storia brutta. Una vicenda che prende spunto da un esposto-denuncia, che risale al dicembre del 2012, indirizzato all'allora Procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, oggi presidente del Senato, eletto nelle file del PD, lo stesso Partito del governatore Crocetta. L’esposto è firmato dall'ingegnere Roberto Sciascia, originario di Porto Empedocle, piccolo centro a un tiro di schioppo da Agrigento.
L’ingegnere Sciascia è stato, per anni, delegato alla gestione dell'ufficio Ecologia del Comune di Gela. Posto che ha lasciato, a quanto pare volontariamente, nel giugno del 2011. Che c’entra Gela? C’entra, perché Crocetta è stato, per sette anni Sindaco di Gela. L'ingegnere Sciascia racconta i retroscena "dell'attacco sferrato nel maggio del 2009 al magistrato etneo Carlo Caponcello, in predicato per una nomina alla Dda Nazionale, 'nemico' giurato del magistrato Nicolò Marino". Nell'inchiesta si racconta che Marino, che oggi fa parte, in qualità di assessore, del Governo regionale di Crocetta, da magistrato in forza alla Dda di Caltanissetta, aveva effettuato indagini proprio sul periodo in cui l'attuale governatore dell'Isola era Sindaco di Gela. Strani questi intrecci, no? Nell'inchiesta si racconta che l'allora primo cittadino di Gela utilizzava cinque telefoni cellulari per non essere intercettato. Leggiamo nell’inchiesta pubblicata dal settimanale ‘Centonove’: “Roberto Sciascia ha indicato tutti gli investigatori che hanno svolto un ruolo nelle indagini a carico di Crocetta: il capo della sezione anticrimine di Caltanissetta, Giovanni Giudice, cui Crocetta avrebbe chiesto la cortesia di arrestare 'almeno per un giorno' un politico¬ingegnere, col quale era entrato in contrasti politici; il maresciallo delegato alle indagini su Crocetta dal Pm Marino, Nicola Bulone; il comandante della stazione dei carabinieri di Gela, Pasquale Saccone, che aveva coordinato l' inchiesta sulla discarica e su tutti i risvolti che avrebbero determinato un 'danno erariale' stimato in 14 milioni di euro, del quale Sciascia ha fatto una documentata denuncia alla Corte dei Conti regionale". Come potete leggere, torna la storia delle discariche. In questo caso, di una discarica. In pratica, gli affari che ruotano attorno ai rifiuti.
L'allora Sindaco di Gela, Crocetta, stando al racconto dell'ingegnere Sciascia, interviene per difendere un gruppo di società. "E fa modificare - leggiamo sempre nell'inchiesta di Centonove - il bando che prevede la categoria 6°, requisito obbligatorio per la raccolta differenziata, espressamente previsto dal decreto Ronchi". Con questo passaggio viene meno l'obbligo di iscrizione allʼAlbo nazionale gestori rifiuti.
Morale: la gara viene aggiudicata a un consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl. Il battagliero ingegnere del Comune di Gela elenca tutte le anomalie dell'appalto. E chiede una commissione consiliare d'inchiesta. La commissione consiliare esamina a gli atti e arriva a conclusioni non certo benevole verso l'amministrazione comunale di Crocetta. C'è una "censura per lʼinefficacia delle scelte politico-amministrative e la scelta, apparentemente poco oculata, di dirigenti non di ruolo chiamati dal Sindaco a dirigere delicati settori della vita amministrativa del Comune di Gela, con tutte le conseguenti storture". Sulla vicenda si attende, adesso, la conferma dell’inchiesta penale su Crocetta. La magistratura deve dire se è indagato o no. Direte: ma con tutto quello che ha detto l’ingegnere Sciascia come fa il governatore Crocetta a non essere indagato? A meno che l’ingegnere Sciascia non si sia inventato tutto. Si è inventato l’appalto milionario aggiudicato al consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl? E un ingegnere direbbe una cosa così grave senza esserne certo? Anche la commissione del Comune di Gela avrebbe detto cose false? La verità è che, questa volta, un ‘Professionista dell’Antimafia’ è stato scoperto. La Giustizia italiana farà il suo corso? O la vicenda verrà insabbiata? Ah, dimenticavamo: nel settore dei rifiuti, oltre agli interessi di personaggi legati a Confindustria Sicilia, ci sono anche gli interessi della mafia. Questo da sempre. ----
La settimana scorsa Catanzaro è stato audito dalla commissione regionale antimafia che da settimane ha avviato una ricognizione sulla gestione dei rifiuti in Sicilia per accertare eventuali responsabilità amministrative nella gestione delle discariche. Catanzato da quanto si apprende ha spiegato che la sua società pratica il prezzo più basso.
 
 
Ultima modifica ilVenerdì, 31 Ottobre 2014 08:25
 
http://www.lurlo.info/vecchiosito/index.php/rubriche/inchieste/item/1042-l-affare-dei-rifiuti-per-confindustria 
 
ACCUSE,VELENI,SOSPETTI,CROCETTA E LA GUERRA DEI DOSSIER 
 
Il presidente della Regione rivela alle agenzie che c’è un esposto denuncia presentato contro di lui alla Procura di Messina. A firmarlo Roberto Sciascia, ex ingegnere del Comune di Gela, oggi in pensione. Contro il quale il governatore ha presentato una controquerela per calunnia.

PALERMO - Da denunciante a denunciato. Dalle conferenze stampa in diretta per raccontare sprechi e ruberie alla difesa “contro un dossier presentato contro di me alla Procura di Messina”.
 
Cosa c’è dietro l’ultima uscita di Rosario Crocetta? Il presidente della Regione, presente domenica a Barcellona Pozzo di Gotto ad un incontro di produttori aderenti al consumo critico antiracket, rivela alle agenzie che c’è un esposto denuncia presentato contro di lui alla Procura diretta da Guido Lo Forte: “Accadono cose incredibili - dice stupito alla platea che lo ascolta - scopro che un tizio che aveva difeso un certo sistema di malaffare e che io avevo denunciato e poi è stato condannato a due anni e mezzo, ha presentato un dossier contro di me dopo dieci anni. Visto che sono tutte fandonie voglio presentare una denuncia contro di lui”.
 
Chi è il misterioso autore del dossier contro il presidente della Regione? Si chiama Roberto Sciascia, ingegnere in pensione, per anni delegato alla gestione dell’ufficio ecologia del Comune di Gela. Inutile provare a sapere cosa pensa delle parole di Crocetta. Sciascia taglia corto: "Non ho alcuna intenzione di replicare. Io parlo solo attraverso le denunce". L'ingegnere è una vecchia conoscenza di Crocetta. Già il 22 novembre 2012, nel corso di una delle prime conferenze stampa show a Palazzo d’Orleans, il presidente ne aveva parlato. E non certo elogiandolo: “L’ing. Sciascia è stato condannato su mia denuncia dal Tribunale di Gela per avere assegnato ad una società della quale lui era consulente, in affidamento diretto senza gara, la gestione della discarica di Gela e aumentato lo smaltimento del percolato, praticamente 130 euro al metro cubo quando nel comune di Corleone costa a 65... recentemente è stato licenziato dal comune di Gela per altri gravi problemi…quando io sono diventato sindaco nel 2003, negli ultimi cinque anni non aveva mai fatto una sola gara per la gestione dei lavori di manutenzione ma tutti a somma urgenza…al comune di Gela c’era un progetto di 50 miliardi per costruzione e gestione, proposto dall’ing. Sciascia a favore della ditta Scianna di Bagheria…”.
 
Accuse pesantissime. Non sappiamo se da quel 22 novembre a oggi Crocetta abbia mai denunciato Sciascia. Sappiamo certamente che Sciascia, qualche settimana dopo quella conferenza stampa ha denunciato Crocetta. Raccontando al commissariato di Gela la sua versione dei fatti. E chiedendo di processare il presidente della Regione con l’accusa di diffamazione.
 
In sintesi, l’ingegnere Sciascia contesta punto per punto tutte le accuse di Crocetta. A partire dall’appalto per il quale sarebbe stato condannato e ai costi di quell’appalto: “La condanna di primo grado fa riferimento ad un’accusa di abuso d’ufficio relativa all’affidamento del servizio di smaltimento del percolato. Il costo non è stato oggetto di contestazione, la condanna in appello è stata riformata e prescritta e non riguardava il costo del servizio ma la procedura di espletamento della gara”.
 
Sul licenziamento “per altri gravi problemi”. “E’ tutto falso - ricostruisce Sciascia - con oltre 39 anni di servizio maturato mi sono dimesso volontariamente il 22 giugno 2011”.
 
Sugli anni “senza fare mai una sola gara”: “E’ tutto falso - scrive Sciascia nella querela contro Crocetta - Abbiamo approvato decine e decine di cantieri di lavoro”.
 
Infine, sul progetto da 50 miliardi di vecchie lire che avrebbe proposto a favore della ditta Scianna di Bagheria. “Si tratta - ricorda Sciascia - di un progetto in project financing che la ditta Scianna presentò prima che io fossi assunto dal comune di Gela, ciò da solo esclude che io abbia proposto il progetto in argomento”.
 
Sin qui le versioni di accusa e difesa. Sfociate, allo stato, nell’iscrizione nel registro degli indagati del presidente Rosario Crocetta. Sul blog che gestisce, infatti, l’ingegnere Sciascia ha pubblicato il casellario giudiziario di Crocetta che risulta essere indagato dalla Procura della Repubblica di Gela per il reato di diffamazione (proc. N. 1840/2012 MOD. 21). Il pm titolare del fascicolo è la dottoressa Laura Seccacini.
 
Ma c’è dell’altro. C’è un altro esposto che Sciascia ha presentato contro Crocetta ed è quello a cui ha fatto riferimento domenica il presidente della Regione. Si tratta di un dossier che Sciascia ha presentato nel dicembre 2012 all’allora procuratore antimafia Piero Grasso, esposto che tira in ballo anche alcuni magistrati e che per questo motivo è diventato di competenza della Procura della Repubblica di Messina che, a sua volta, ha affidato le indagini alla Dia. Un dossier voluminoso che parla di Crocetta come “di un formidabile sceneggiatore degno di un premio letterario” e svela i retroscena dell’attacco sferrato nel maggio del 2009 al magistrato etneo Carlo Caponcello, in predicato per una nomina alla Dda nazionale, nemico giurato del magistrato Nicolò Marino, attuale assessore della giunta Crocetta.
 
Retroscena ricostruiti recentemente in un’inchiesta pubblicata sul settimanale Centonove, che prende le mosse proprio dal dossier firmato Sciascia. Così scrive il periodico: “Un formidabile assist per il magistrato in forza alla Dda di Caltanissetta che aveva passato al setaccio, secondo il racconto dell’ingegnere, sette anni di Crocetta al Comune e alcune sue disinvolte condotte, come utlizzare cinque telefoni cellulari per non essere intercettato. Dalle indagini svolte – ricostruisce Centonove – sarebbero emersi fatti inquietanti come alcune telefonate con personaggi dubbi, cui la Dia nissena ha di recente sequestrato beni per due milioni di euro, avvisati in anticipo di un imminente arrivo di un avviso di garanzia per 416 bis che gli impediva l’affidamento della gestione diretta di un parcheggio pubblico; oppure gaie conversazioni con un pentito della mafia gelese, Emanuele Celona”.
 
Secondo l’inchiesta firmata dal giornalista Enzo Basso, Roberto Sciascia avrebbe indicato tutti gli investigatori che avrebbero svolto un ruolo nelle indagini a carico di Crocetta: il capo della sezione anticrimine di Caltanissetta Giovanni Giudice, cui Crocetta “avrebbe chiesto la cortesia di arrestare almeno per un giorno un politico-ingegnere col quale era entrato in contrasti politici”; il maresciallo delegato alle indagini su Crocetta dal pm Marino, Nicola Bulone, il comandante della stazione dei carabinieri di Gela, Pasquale Saccone.
 
Sullo sfondo l’appalto del servizio di raccolta e trattamento rifiuti affidato dall’allora sindaco di Gela Crocetta, appalto da 7 milioni e mezzo che, come ricostruisce nel suo dossier-denuncia l’ingegnere Sciascia e come racconta sempre Centonove “Crocetta modifica per spianare la strada al consorzio di imprese capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet srl”.
 
Ce n’è per aprire, pur con tutte le cautele del caso, un fascicolo conoscitivo. Spetterà ai magistrati messinesi valutare se Sciascia racconta fatti veri o cerca in qualche modo di delegittimare il presidente della Regione. Se i suoi sono dati circonstanziati o mossi da spirito di vendetta. Dal giorno della pubblicazione dell’inchiesta nessuna conferma né smentita è arrivata né dalla Procura dello Stretto, né dalla Dia. L’unico a parlare è stato l’assessore all’Energia Nicolò Marino. Il 25 ottobre, a poche ore dalle anticipazioni svelate dal settimanale messinese, l’ex pm nisseno si difende: "E' da tempo che questa persona (Roberto Sciascia, ndr) ritiene di rassegnare le proprie doglianze presso diverse autorità giudiziarie. Questa persona è già stata querelata dal presidente Crocetta e da me quando rese alcune dichiarazioni al settimanale Panorama e il procedimento è pendente a Milano". Secondo Marino "l'azione di pulizia che col presidente Crocetta stiamo portando avanti nei vari rami dell'amministrazione e che ha anche coinvolto personaggi della politica messinese dà molto fastidio".
 
AGGIORNAMENTO: Secondo la Gazzetta del Sud di oggi, ieri pomeriggio Crocetta si è presentato dal procuratore capo di Messina Guido Lo Forte per sporgere querela per calunnia nei confronti di Sciascia.
 
http://livesicilia.it/2013/11/26/crocetta-guerra-dossier-sciascia_408097/
 

A MESSINA SI INDAGA SU CROCETTA E MARINO?

Sicilia TG, 25 ottobre 2013.
Il presidente della Regione, Rosario Crocetta, indagato a Messina.
 NE PARLA IL SETTIMANALE ‘CENTONOVE’ IN UNA DETTAGLIATA INCHIESTA FIRMATA DAL DIRETTORE, ENZO BASSO. LE AMICIZIE ‘PERICOLOSE’ DEL GOVERNATORE. LE INDAGINI DELL’ALLORA PM DI CALTANISSETTA, NICOLO’ MARINOIL RUOLO DELL’EX VICE QUESTORE, NINO MALAFARINA E DELL’AVVOCATO STEFANO POLIZZOTTO.
La notizia arriva da Messina. Anche se annunciata da indiscrezioni, a scriverla, per filo e per segno è il settimanale ‘Centonove’ diretto da Enzo Basso. Ed è proprio quest’ultimo a firmare l’inchiesta che dà il presidente della Regione, Rosario Crocetta, indagato dalla Procura della Repubblica della Città dello Stretto.
L’inchiesta che vede coinvolto il governatore dell’Isola nasce da un esposto-denuncia, che risale al dicembre del 2012, indirizzato all’allora Procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, oggi presidente del Senato, eletto nelle file del PD, lo stesso Partito di Crocetta.
A firmare l’esposto-denuncia è l’ingegnere Roberto Sciascia, originario di Porto Empedocle, piccolo centro a un tiro di schioppo da Agrigento. Sciascia è stato per anni delegato alla gestione dell’ufficio Ecologia del Comune di Gela. Posto che ha lasciato, a quanto pare volontariamente, nel giugno del 2011.
Il protagonista di questa denuncia, leggiamo su ‘centonove’, parla ”di un formidabile sceneggiatore degno di un premio letterario” (a queste, conclusioni, in effetti, siamo arrivati anche noi). L’ingegnere di Porto Empedocle svela i retroscena, leggiamo sempre sul settimanale, “dell’attacco sferrato nel maggio del 2009 al magistrato etneo Carlo Caponcello, in predicato per una nomina alla Dda Nazionale, ‘nemico’giurato del magistrato Nicolò Marino”.
Nell’inchiesta si racconta che Marino, oggi assessore della Giunta Crocetta, da magistrato in forza alla Dda di Caltanissetta, aveva effettuato indagini proprio sul periodo in cui l’attuale governatore dell’Isola era Sindaco di Gela. Nell’inchiesta si racconta che l’allora primo cittadino della ‘città dell’Eni’ utilizzava cinque telefoni cellulari per non essere intercettato (a differenza dell’onorevole Riccardo Savona che, per non utilizzare questo accorgimento alla Crocetta…).
A un certo punto, leggiamo un passaggio dell’inchiesta di Enzo Basso che ci lascia di sasso:“Roberto Sciascia ha fatto di più. Ha indicato tutti gli investigatori che hanno svolto un ruolo nelle indagini a carico di Crocetta: il capo della sezione anticrimine di Caltanissetta, Giovanni Giudice, cui Crocetta avrebbe chiesto la cortesia di arrestare ‘almeno per un giorno’ un politico ­ingegnere, col quale era entrato in contrasti politici; il maresciallo delegato alle indagini su Crocetta dal Pm Marino, Nicola Bulone; il comandante della stazione dei carabinieri di Gela, Pasquale Saccone, che aveva coordinato l’ inchiesta sulla discarica e su tutti i risvolti che avrebbero determinato un ‘danno erariale’ stimato in 14 milioni di euro, del quale Sciascia ha fatto una documentata denuncia alla Corte dei Conti regionale”.
Una parte dell’inchiesta di ‘Centonove’ è dedicata ai rifiuti. L’allora Sindaco Crocetta, secondo il racconto dell’ingegnere Sciascia, interviene per difendere un gruppo di società di Gela, “e fa modificare – leggiamo sempre nell’inchiesta - il bando che prevede la categoria 6a requisito obbligatorio per la raccolta differenziata, espressamente previsto dal decreto Ronchi”.
Con questo passaggio viene meno l’obbligo di iscrizione allʼAlbo nazionale gestori rifiuti. Morale: la gara viene aggiudicata a un consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl.
Il battagliero ingegnere elenca tutte le anomalie dell’appalto. E chiede una commissione consiliare d’inchiesta.
La commissione consiliare esamina a gli atti e arriva a conclusioni non certo benevole verso l’amministrazione comunale di Crocetta. C’è una “censura per lʼinefficacia delle scelte politico-amminsitrative e la scelta, apparentemente poco oculata, di dirigenti non di ruolo chiamati dal Sindaco a dirigere delicati settori della vita amministrativa del Comune di Gela, con tutte le conseguenti storture”.
Nell’inchiesta di ‘Centonove’ si parla anche dell’ex vice questore, Nino Malafarina, oggi parlamentare regionale del Megafono, e di Stefano Polizzotto, l’avvocato prima designato alla Segreteria tecnica della presidenza della Regione e poi destituito a seguito di un’indagine dell’Asp di Palermo. Se ne volete sapere di più, andatevi a leggere la bella e coraggiosa inchiesta di Centonove. Nota a margine:  una brutta storia nella quale – a prescindere dalla piega giudiziaria che prenderà – tutti i protagonisti ne escono male. Anzi, malissimo. Uno spaccato di quello che è l’Italia di oggi: un Paese dove i poteri dello Stato si intersecano, aprendo scenari inquietanti.
 
http://www.cicerostudiolegale.it/rassegna-stampa/crocetta-e-marino-indagati-a-messina/
 
 
L'AFFARE DEI RIFIUTI PER CONFINDUSTRIA
 
 
Ottobre 31, 2014 Scritto da Fabiola Foti
 
 
All'indomani della bocciatura della mozione di sfiducia a Crocetta, il risultato era veramente prevedibile, vogliamo riprendere un articolo vecchio esattamente un anno a firma di Giulio Ambrosetti. L'Articolo viene pubblicato su La Voce di New York parla di affari, di Confindustria e dello scandalo rifiuti e rimane sempre attuale. In Sicilia non esiste la cosiddetta raccolta differenziata dei rifiuti. Quasi tutti i rifiuti, nell’Isola, finiscono nelle discariche. In pratica, finiscono sotto terra inquinando terreni e falde acquifere. Uno scandalo.
Chi è che gestisce le discariche? In buona parte i privati. E sapete chi è il titolare della più importante e grande discarica della Sicilia? Giuseppe Catanzaro. Sì, proprio lui, il già citato vice presidente di Confindustria Sicilia. E sono proprio i gestori delle discariche private a vantare crediti stratosferici dai Comuni siciliani. Comuni siciliani - questo detto per inciso - che, in maggioranza sono, al pari della Regione siciliana, sono in dissesto finanziario non dichiarato. In pratica - come i nostri lettori hanno già capito - Confindustria Sicilia, da cinque anni, fa parte del Governo della Regione (controlla il settore delle attività produttive che, in realtà, non ci sono, perché l’economia siciliana, tranne poche eccezioni, è disastrata come, se non di più, della Regione siciliana) non per occuparsi dello sviluppo economico della Sicilia, ma per restare abbarbicata alle risorse pubbliche della Regione. Il tutto, sotto gli occhi ‘distratti’ di Confindustria nazionale, che a Roma fa la voce grossa con i Governi chiedendo misure per lo sviluppo, mentre in Sicilia non sembra estranea al sottosviluppo. Il risultato è una Regione al fallimento. Una Sicilia ‘Autonoma’ nella quale la maggiora parte dei Comuni, a fine ottobre, sono senza bilancio 2013 perché senza soldi. Tanto che gli stessi Comuni non pagano i dipendenti pubblici, chi da un mese, chi da due mesi, chi da tre mesi. Allo sfascio dei Comuni si somma lo sfascio della Regione che, ormai, anche se ancora non l’ammette, sta per licenziare circa 80 mila precari. Sì, avete letto bene: 80 mila! E non ha nemmeno i soldi per pagare i 24 mila operai della Forestale. Disastri su disastri. E non ha i soldi per costituire un ‘Fondi rischi’ per fronteggiare 3 miliardi - sì, avete letto bene: 3 miliardi di euro - di entrate fittizie iscritte in bilancio.
Direte: e le società di rating che fanno? Fanno finta di non vedere. Ragazzi: non è che si può andare nella capitale mondiale della mafia e dire: questa Regione è un disastro, ha 3 miliardi di entrate di dubbia esigibilità. No, questo ‘affronto’ alla Sicilia non si fa. E’ in questo scenario da Regione fallita che arriva la notizia dell’inchiesta della magistratura di Messina sul presidente Crocetta. Una storia brutta. Una vicenda che prende spunto da un esposto-denuncia, che risale al dicembre del 2012, indirizzato all'allora Procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, oggi presidente del Senato, eletto nelle file del PD, lo stesso Partito del governatore Crocetta. L’esposto è firmato dall'ingegnere Roberto Sciascia, originario di Porto Empedocle, piccolo centro a un tiro di schioppo da Agrigento.
L’ingegnere Sciascia è stato, per anni, delegato alla gestione dell'ufficio Ecologia del Comune di Gela. Posto che ha lasciato, a quanto pare volontariamente, nel giugno del 2011. Che c’entra Gela? C’entra, perché Crocetta è stato, per sette anni Sindaco di Gela. L'ingegnere Sciascia racconta i retroscena "dell'attacco sferrato nel maggio del 2009 al magistrato etneo Carlo Caponcello, in predicato per una nomina alla Dda Nazionale, 'nemico' giurato del magistrato Nicolò Marino". Nell'inchiesta si racconta che Marino, che oggi fa parte, in qualità di assessore, del Governo regionale di Crocetta, da magistrato in forza alla Dda di Caltanissetta, aveva effettuato indagini proprio sul periodo in cui l'attuale governatore dell'Isola era Sindaco di Gela. Strani questi intrecci, no? Nell'inchiesta si racconta che l'allora primo cittadino di Gela utilizzava cinque telefoni cellulari per non essere intercettato. Leggiamo nell’inchiesta pubblicata dal settimanale ‘Centonove’: “Roberto Sciascia ha indicato tutti gli investigatori che hanno svolto un ruolo nelle indagini a carico di Crocetta: il capo della sezione anticrimine di Caltanissetta, Giovanni Giudice, cui Crocetta avrebbe chiesto la cortesia di arrestare 'almeno per un giorno' un politico¬ingegnere, col quale era entrato in contrasti politici; il maresciallo delegato alle indagini su Crocetta dal Pm Marino, Nicola Bulone; il comandante della stazione dei carabinieri di Gela, Pasquale Saccone, che aveva coordinato l' inchiesta sulla discarica e su tutti i risvolti che avrebbero determinato un 'danno erariale' stimato in 14 milioni di euro, del quale Sciascia ha fatto una documentata denuncia alla Corte dei Conti regionale". Come potete leggere, torna la storia delle discariche. In questo caso, di una discarica. In pratica, gli affari che ruotano attorno ai rifiuti.
L'allora Sindaco di Gela, Crocetta, stando al racconto dell'ingegnere Sciascia, interviene per difendere un gruppo di società. "E fa modificare - leggiamo sempre nell'inchiesta di Centonove - il bando che prevede la categoria 6°, requisito obbligatorio per la raccolta differenziata, espressamente previsto dal decreto Ronchi". Con questo passaggio viene meno l'obbligo di iscrizione allʼAlbo nazionale gestori rifiuti.
Morale: la gara viene aggiudicata a un consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl. Il battagliero ingegnere del Comune di Gela elenca tutte le anomalie dell'appalto. E chiede una commissione consiliare d'inchiesta. La commissione consiliare esamina a gli atti e arriva a conclusioni non certo benevole verso l'amministrazione comunale di Crocetta. C'è una "censura per lʼinefficacia delle scelte politico-amministrative e la scelta, apparentemente poco oculata, di dirigenti non di ruolo chiamati dal Sindaco a dirigere delicati settori della vita amministrativa del Comune di Gela, con tutte le conseguenti storture". Sulla vicenda si attende, adesso, la conferma dell’inchiesta penale su Crocetta. La magistratura deve dire se è indagato o no. Direte: ma con tutto quello che ha detto l’ingegnere Sciascia come fa il governatore Crocetta a non essere indagato? A meno che l’ingegnere Sciascia non si sia inventato tutto. Si è inventato l’appalto milionario aggiudicato al consorzio di imprese, capeggiato dalla Cosiam, oggi Econet Srl? E un ingegnere direbbe una cosa così grave senza esserne certo? Anche la commissione del Comune di Gela avrebbe detto cose false? La verità è che, questa volta, un ‘Professionista dell’Antimafia’ è stato scoperto. La Giustizia italiana farà il suo corso? O la vicenda verrà insabbiata? Ah, dimenticavamo: nel settore dei rifiuti, oltre agli interessi di personaggi legati a Confindustria Sicilia, ci sono anche gli interessi della mafia. Questo da sempre. ----
La settimana scorsa Catanzaro è stato audito dalla commissione regionale antimafia che da settimane ha avviato una ricognizione sulla gestione dei rifiuti in Sicilia per accertare eventuali responsabilità amministrative nella gestione delle discariche. Catanzato da quanto si apprende ha spiegato che la sua società pratica il prezzo più basso.
 
 
Ultima modifica ilVenerdì, 31 Ottobre 2014 08:25
 
http://www.lurlo.info/vecchiosito/index.php/rubriche/inchieste/item/1042-l-affare-dei-rifiuti-per-confindustria 



Rifiuti in Sicilia/ Angelini: “Un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”
Giulio Ambrosetti
14 Jul 2015

La denuncia è del docente universitario Aurelio Angelini: 200 milioni di euro per le bonifiche spariti senza bonificare nulla. Oltre un miliardo di euro gestito con affidamenti diretti, senza bandi pubblici. Per avere, alla fine, i rifiuti non raccolti per le strade. Discariche quasi tutte fuori legge. Raccolta differenziata a bassi livelli. I grillini attaccano l'Unione Europea che non 'vede' gli imbrogli siciliani 
Nei mesi scorsi, in occasione della formazione del terzo governo regionale di Rosario Crocetta, un magistrato presso la Procura della Repubblica di Palermo, Vania Contraffatto, è stata chiamata, in qualità di assessore, ad occuparsi di rifiuti. Sin dalle prime battute l’assessore annunciava una svolta nella gestione di un settore che in Sicilia, nell’anno di grazia 2015, è ancora imperniato sulle discariche, in buona parte private.
Ebbene, c’è stata questa svolta? A giudicare da quello che scrive Aurelio Angelini sulla sua pagina facebook (come potete leggere qui), non solo la svolta annunciata dall’assessore Contraffatto non c’è stata, ma la situazione è peggiorata. Per il governo della Regione retto da Crocetta e per l’assessore Contraffatto la ‘botta’ è forte. Perché Aurelio Angelini nella vita fa il docente universitario di Sociologia dell’ambiente e del territorio: in pratica, è uno dei massimi esperti in Sicilia in materia di raccolta e gestione dei rifiuti. Vediamo cosa scrive il professore Angelini.
La partenza non annuncia nulla di buono: “Rifiuti: siamo caduti nel baratro, ovvero le principali dieci criticità e inghippi che rendono la gestione inestricabile, per via di una matassa arruffata che sapientemente hanno messo in piedi decisori politici e dirigenti: incapaci e corrotti”.  
Prima criticità. “La Sicilia - scrive il docente universitario - è l'unica regione che non dispone di un Piano

Aurelio Angelini
‘ordinario’ dei rifiuti”, piano previsto dall’articolo 199 del decreto Legislativo n. 192 del 2006 e dall’articolo 9 della legge regionale n. 9 del 2010”. A questo punto Aurelio Angelino dà la prima notizia: il Piano ordinario dei rifiuti è lo “strumento principe per la programmazione e la gestione del ciclo della valorizzazione industriale dei rifiuti e, per tale inadempienza, non potremo utilizzare i fondi europei perché non disponiamo di questo strumento”. Insomma, sta per partire la Programmazione dei fondi europei 2014-2020. Ma la Sicilia, almeno per ciò che riguarda i rifiuti, non potrà utilizzare queste risorse finanziarie.   
Seconda criticità. “E’ pubblicato sul sito web del dipartimento Regionale dei Rifiuti - scrive il docente universitario - un Piano di gestione di rifiuti urbani di rango amministrativo emergenziale e relativo ai soli urbani senza Piano delle bonifiche, Piano dei rifiuti speciali e speciali pericolosi. (http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_AssEnergia/PIR_Dipartimentodellacquaedeirifiuti/PIR_PianoGestioneIntegratadeiRifiuti/Piano_di_gestione_03_07_2012.pdf )  Questo Piano emergenziale non è stato mai emanato dal Commissario delegato e non è mai stato pubblicato in GURS (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana), procedure queste indispensabili per poter sostituire nell’emanazione del Piano, un organo costituzionale come la Regione e rendere pubblica, e quindi, anche impugnabile, la vigenza di questo strumento”. In pratica, siamo davanti a una violazione di legge. Con metodi proditori si impedisce ai cittadini di impugnare questo Piano davanti a un giudice.  
Terza criticità. “Circa duecento Piani di Raccolta Comunali - osserva ancora il professore Angelini - sono stati presentati e approvati dal dipartimento dei Rifiuti (il riferimento è al dipartimento regionale dei Rifiuti ndr) senza avere i requisiti stabiliti dalla legge regionale n. 3 del 2013. La stragrande maggioranza delle 18 SRR, non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito, al quale dovevano attenersi gli ARO, per la redazione dei Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata (l’ARO è un’istituzione giuridica non prevista dalla legge e introdotta surrettiziamente amministrativamente)”.

Vania Contraffatto
Questo passaggio merita un approfondimento. In Sicilia sono stati istituiti gli ATO rifiuti, Ambiti territoriali Ottimali, società per azioni costituite tra Comuni che sono state gestite dai sindaci. Queste società, tra assunzioni a ruota libera (circa 13 mila addetti assunti) e gestioni clientelari varie hanno accumulato, in meno di un decennio, debiti pari a circa 1,8 miliardi di euro (stima che forse è in difetto). Debiti che, in buona parte, sono a carico dei gestori privati dalle discariche, visto che in Sicilia, complice anche la mafia dei colletti bianchi, come già ricordato, il sistema rifiuti è ancora oggi incentrato sulle discariche.
A un certo punto gli ATO rifiuti sono stati posti in liquidazione. Ma i problemi non sono finiti, se è vero che i debiti sono passati da 1,4 miliardi di qualche anno fa ai già citati 1,8 miliardi di euro odierni. A questo punto è intervenuta la riforma, con l’istituzione delle SRR, sigla che sta per Società di Regolamentazione dei Rifiuti. Su questo fronte il professore Angelini ci dà un’altra notizia: le SRR “non hanno emanato il Piano di gestione d’ambito”. A questo Piano di gestione d’ambito che non c’è avrebbero dovuto attenersi gli ARO, sigla che sta per Ambiti di Raccolta Ottimale. Gli ARO avrebbero dovuto redigere i Piani di raccolta per una gestione unitaria e integrata. Peccato che gli ARO, come fa notare il docente universitario, sono istituzioni giuridiche “non previste dalla legge”, introdotte in modo surrettizio con atti amministrativi (forse ci sarebbe voluta una legge?).  
“Difatti - prosegue sempre il docente universitario - la legge regionale n. 3 del 2013 dispone che i Comuni possono provvedere ai soli Piani di raccolta che devono essere coerenti con il Piano d’ambito della SSR e redatti in base agli obiettivi di legge della raccolta differenziata; ed inoltre stabilisce che, per essere approvati dalla Regione, i Piani di Raccolta, devono essere ‘allineati’ al Piano d’ambito delle SRR e che tali Piani, non devono comportare nuovi oneri”. “Ebbene - scrive sempre il professore Angelini - nessun piano economico è stato presentato correttamente, in quanto non vengono indicati tutti i costi reali che i Comuni dovranno sostenere per la gestione dei rifiuti: a) oneri per il Piano di raccolta; b) oneri pro-quota dei Comuni per la partecipazione obbligatoria alle SRR; c) oneri pro-quota del debito delle Società d’ambito in liquidazione di cui i Comuni sono soci (il riferimento è agli ATO rifiuti). Queste tre voci concorrono a stabilire il costo complessivo su cui il Comune dovrà stabilire la TARSU/TIA/TARI, a cui va aggiunto il successivo quanto previsto dal DL 78/2015, vedi punto 10”.
I Comuni, insomma, non hanno fatto chiarezza. E la Regione siciliana è ancora meno chiara dei Comuni. Peccato che questa mancanza di chiarezza riguardi il calcolo della TARI, la Tassa sull’immondizia che, in Sicilia, in media, è tra le più alte d’Italia! Poi il professore Angelini ci dice che, da vent’anni, la realizzazione degli impianti pubblici per la gestione dei rifiuti sono bloccati: e infatti in Sicilia, come già ricordato, si va avanti con le discariche private e con una risibile percentuale di raccolta differenziata (chissà perché: magari c’è di mezzo la mafia? ma va!).
Quarta criticità. “Il sistema pubblico è bloccato - da due decenni - per la realizzazione degli impianti pubblici necessari alla gestione dei rifiuti e le richieste di autorizzazione dei privati, il sistema autorizzatorio non risponde, con le sole eccezioni raccontate dalla cronaca giudiziaria”.
Per ciò che riguarda le autorizzazioni per avviare gli impianti, insomma, Angelini accenna alla “cronaca giudiziaria”: chiarissimo il riferimento a un’inchiesta che coinvolge i titolari di discariche private e dipendenti pubblici che intascavano tangenti in cambio di autorizzazioni.
Quinta criticità. “Il 90% circa dei rifiuti finisce in discarica", per la precisione, in discariche "per lo più non conformi alla legge", che "vengono autorizzate attraverso discutibili ordinanze emergenziali, ad abbancare' fuori 'colmatura' e nonostante ciò, per la mancata programmazione e realizzazione dell'impiantistica, tra pochi mesi il caos riguarderà tutta la Sicilia”. In pratica, spiega il docente universitario, il 90 per cento dei rifiuti della Sicilia finisce nelle discariche. Le discariche sono quasi tutte fuori legge e vengo autorizzate nel nome dell’emergenza: emergenza che consente, spesso, di aggirare le leggi. I rifiuti vengono “abbancati”, cioè sotterrati, “fuori colmatura”: in pratica, si sotterrano più rifiuti di quanto una discarica ne potrebbe contenere. Uno scenario che, tra qualche mese, a detta del docente, getterà la Sicilia nel caos.  
Sesta criticità. “Almeno 200 milioni di euro - sottolinea il docente universitario - sono stati spesi per le bonifiche delle discariche abbandonate che incombono sui corpi idrici dell’Isola (circa 1000 discariche) e nessuna di queste è stata mai bonificata, ma nel contempo un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”. Con eleganza, il professore Angelini ci dice - e lo dice anche a un magistrato, la dottoressa Vania Contraffatto, oggi, come già ricordato, assessore regionale del governo Crocetta con delega alla gestione dei rifiuti - che si sono ‘fottuti’ 200 milioni di euro: i soldi, infatti, sono spariti, ma le discariche non sono state bonificate. Queste discariche non bonificate rischiano di inquinare alcune falde idriche della Sicilia. Il tutto mentre “un comitato d’affari si è spartito incarichi e consulenze”.  
Settima criticità. “Più di un miliardo di euro - scrive sempre il docente universitario - è stato sprecato dai regimi commissariali: rifiuti, acque e dissesto idrogeologico. I vari responsabili hanno fatto sfolgoranti carriere e acquisito pensioni d’oro, ma i risultati sono: il dissesto del territorio che si è accentuato; i rifiuti che ci sommergono e siamo pure in procedura d’infrazione per la mancata depurazione delle acque”. In Sicilia si abbonda con i commissariamenti nel nome dell’emergenza. E quando ci sono le emergenze le leggi vengono travolte e gli appalti vengono affidati senza ricorso ad evidenza pubblica. E’ quello che, da anni, denuncia l’ex sindaco di Racalmuto, Salvatore Petrotto, sia per la gestione dei rifiuti, sia per la gestione dell’acqua. In pratica, appalti per centinaia di milioni di euro affidati senza gara pubblica. Risultato, come osserva il professore Angelini: rifiuti non raccolti nelle strade della Sicilia, soldi spariti e dirigenti pubblici arricchiti.   
Ottava criticità. Qui il professore Angelini spiega come, tra qualche anno, gli ignari cittadini siciliani verranno chiamati a pagare con un aumento delle tasse le ruberie andate in scena in questo settore: “La situazione debitoria delle Società d’ambito (cioè dei già citato ATO rifiuti ndr), in cui operano dodicimila dipendenti - il doppio di quelli necessari - a Giugno 2015 ha raggiunto 1,3 miliardi di euro (in realtà, come già ricordato, la stima del professore Angelini potrebbe essere in difetto: tanto che si parla di un indebitamento pari a 1,8 miliardi di euro ndr). I Comuni dovranno assumere attraverso gli ARO il doppio del personale necessario, ripianare la situazione debitoria pro-quota, oltre a contribuire ai servizi delle SRR e ai costi dei Piani di raccolta (nella migliore delle ipotesi i costi per i cittadini contribuenti verranno raddoppiati)”. Insomma: i siciliani non solo pagano l’IMU e l’IRPEF e lIRAP più ‘salate’ d’Italia, ma tra qualche anno, grazie alla ‘Malasignoria’ che imperversa nel mondo dei rifiuti siciliani, pagheranno una TARI (che è già tra le più alte d’Italia) raddoppiata!
Nona criticità. “Il 50% delle cartelle esattoriali per i rifiuti - scrive il professore Angelini - non vengono pagate (evasione al 52%); chi paga si fa carico due volte, in quanto gli evasori gravano sul bilancio del Comune e sulla fiscalità generale”.
Decima criticità. “A partire da quest’anno - scrive sempre il docente universitario - tra le componenti di costo della tassa sui rifiuti vanno considerati anche i mancati ricavi della stessa tassa sui rifiuti, relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento ai precedenti ‘regimi’. Lo stabilisce il Decreto legislativo n. 78 del 2015, in vigore dal 20 giugno 2015”. In pratica, siamo davanti a un altro ‘regalo’ del governo Renzi: i crediti risultati inesigibili verranno caricati sul ‘groppone’ dei cittadini siciliani che possono pagare, in stile Troika...
Sui disastri in materia di gestione dei rifiuti in Sicilia - e sulle responsabilità della Commissione Europea -

Claudia Mannino
intervengono l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao, e la parlamentare nazionale, sempre del Movimento 5 Stelle, Claudia Mannino. "La Commissione Europea in risposta ad una nostra interrogazione - scrivono i due parlamentari - finalmente cala il velo di ipocrisia che fino ad oggi ha tenuto nei confronti della situazione delle discariche in Italia, ed in particolare in Sicilia, adeguandosi all'interpretazione univoca della normativa europea fornita dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea lo scorso ottobre con la sentenza sulla discarica di Malagrotta in Lazio”.
Insomma, dicono i due parlamentari, per non disturbare i ‘manovratori’ a Bruxelles, fino ad oggi, hanno fatto finta di non vedere quello che succede in Italia e, soprattutto, in Sicilia. “Ad oggi, nonostante le nostre plurime denunce - sottolineano i deputati - non comprendevamo per quale motivo la Commissione Europea facesse finta di non vedere che la situazione condannata dalla Corte è la stessa in moltissime altre realtà sparse per l'Italia.  E di certo la Commissione, garante dell'attuazione della normativa europea, non può permettersi un comportamento differente per situazioni analoghe. Abbiamo chiesto alla Commissione Europea con una interrogazione urgente di avviare immediatamente una procedura nei confronti dell'Italia per costringere la Sicilia ad interventi tempestivi con un cronoprogramma definito e pubblico. Lo stesso governo regionale ha ammesso che solo il 40% dei rifiuti siciliani ha un trattamento secondo legge, il resto finisce in discarica con enormi danni ambientali e connessi costi per la collettività. Anche alla luce di ciò - concludono i portavoce M5S - la Commissione dovrà inoltre spiegare perché nonostante la nostra denuncia del febbraio 2015, finora non è intervenuta".



LEGGE 9 gennaio 2013, n. 3. Modifiche alla legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, in materia di gestione integrata dei rifiuti


LEGGE 9 gennaio 2013, n. 3. Modifiche alla legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, in materia di gestione integrata dei rifiuti.

REGIONE SICILIANA L’ASSEMBLEA REGIONALE HA APPROVATO IL PRESIDENTE DELLA REGIONE PROMULGA la seguente legge:

Art. 1. Modifiche alla legge regionale n. 9/2010 in materia di affidamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti. Proroga di termini.
1. All’articolo 4, comma 2, lettera a), della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, dopo le parole ‘dalle S.R.R.’ sono aggiunte le parole ‘o dai soggetti indicati al comma 2 ter dell’articolo 5’.

2. All’articolo 5 della legge regionale n. 9/2010, dopo il comma
2 bis è inserito il seguente: ‘
2 ter. Nel territorio di ogni ambito individuato ai sensi dei commi precedenti, nel rispetto del comma 28 dell’articolo 14 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, sostituito dall’articolo 19, comma 1, lettera b), del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, i Comuni, in forma singola o associata, secondo le modalità consentite dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 e senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, previa redazione di un piano di intervento, con relativo capitolato d’oneri e quadro economico di spesa, coerente al Piano d’ambito e approvato dall’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità, Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti, possono procedere all’affidamento, all’organizzazione e alla gestione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti. L’Assessorato, che verifica il rispetto dei principi di differenziazione, adeguatezza ed efficienza tenendo conto delle caratteristiche dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto di tutti i rifiuti urbani e assimilati, deve pronunciarsi entro e non oltre il termine di sessanta giorni dalla ricezione del piano di intervento. L’eventuale richiesta di documenti di integrazione deve intervenire nel rispetto del predetto termine.

I piani di intervento approvati sono recepiti all’interno del Piano regionale di gestione dei rifiuti entro novanta giorni dalla data di approvazione da parte dell’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità.’.

3. All’articolo 8, comma 1, della legge regionale n. 9/2010, dopo le parole ‘La S.R.R.’ sono inserite le seguenti: ‘,salvo quanto previsto dal comma 2 ter dell’articolo 5,’.

4. All’articolo 15 della legge regionale n. 9/2010, dopo il comma 1 sono inseriti i seguenti: ‘1 bis. Nei casi previsti dal comma 2 ter dell’articolo 5 resta fermo che la stipula e la sottoscrizione del contratto d’appalto relativo ai singoli comuni hanno luogo fra l’appaltatore e la singola amministrazione comunale, che provvede direttamente al pagamento delle prestazioni ricevute e verifica l’esatto adempimento del contratto. 1 ter. In sede di affidamento del servizio mediante procedura di evidenza pubblica, trova applicazione quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 3 bis del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.’.

5. All’articolo 16, comma 2, della legge regionale n. 9/2010, le parole ‘la S.R.R. definisce’ sono sostituite dalle parole “la S.R.R., o i soggetti di cui al comma 2 ter dell’articolo 5, definiscono”.

6. All’articolo 18 della legge regionale n. 9/2010, dopo il comma 5 bis sono inseriti i seguenti: ‘5 ter. Relativamente agli impianti di cui al comma 1 sono assegnate, altresì, all’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità le competenze di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale di cui all’articolo 29 ter e seguenti del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, esclusivamente per le opere previste al punto 5 dell’allegato VIII alla parte seconda del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche ed integrazioni. 5 quater. La risoluzione dei conflitti tra i soggetti pubblici coinvolti nella gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati può avvenire, fermo restando il ricorso agli ordinari rimedi giurisdizionali, in via amministrativa mediante l’attivazione di un procedimento ad istanza dell’ente che ne abbia interesse. L’istanza è diretta al dirigente generale del Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti che, sentite le parti ed assicurato il contraddittorio, nel termine di novanta giorni emette un proprio decreto risolutivo del conflitto. Avverso la decisione del dirigente generale del Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti sono esperibili gli ordinari rimedi giurisdizionali.’.

7. All’articolo 19, comma 1, della legge regionale n. 9/2010, le parole ‘30 giugno 2012’ sono sostituite dalle seguenti: ‘30 giugno 2013’. 8. All’articolo 19, comma 2, della legge regionale n. 9/2010, le parole ‘30 giugno 2012’ sono sostituite dalle seguenti: ‘30 giugno 2013’. 9. All’articolo 19, comma 2 bis, della legge regionale n. 9/2010, sono apportate le seguenti modifiche: a) le parole ‘il 30 settembre 2012’ sono sostituite dalle seguenti: ‘il 30 settembre 2013’; b) le parole ‘il 31 dicembre 2012’ sono sostituite dalle seguenti: ‘il 31 dicembre 2013’.

10. All’articolo 19 della legge regionale n. 9/2010, il comma 12 è sostituito dal seguente: ‘12. Fino all’inizio della gestione da parte dei soggetti individuati ai sensi dell’articolo 15, e comunque non oltre il 30 settembre 2013, i soggetti già deputati alla gestione integrata del ciclo dei rifiuti, o comunque nella stessa coinvolti, continuano a svolgere le competenze loro attualmente attribuite.’.

Art. 2. Disposizioni finali

1. La presente legge sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana ed entrerà in vigore il giorno stesso della pubblicazione.

2. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge della Regione. Palermo, 9 gennaio 2013.

CROCETTA Assessore regionale per l’energia e per i servizi di pubblica utilità MARINO

NOTE Avvertenza: Il testo delle note di seguito pubblicate è stato redatto ai sensi dell’art. 10, commi 2 e 3, del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 1985, n. 1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali è operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi trascritti, secondo le relative fonti. Le modifiche sono evidenziate in corsivo.

Nota all’Epigrafe: La legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.” è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana del 12 aprile 2010, n. 18. Nota all’art. 1, comma 1: L’articolo 4 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Competenze dei comuni. –

1. I comuni esercitano le funzioni di cui all’articolo 198 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, anche provvedendo, nell’ambito della propria competenza, alle finalità di cui al comma 2.

2. Ai sensi del comma 1 i comuni:
a) stipulano il contratto di appalto per l’affidamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti, relativamente al territorio di ogni singolo comune, con i soggetti individuati con le modalità di cui all’articolo 15 dalle S.R.R. o dai soggetti indicati al comma 2 ter dell’articolo 5;
b) assicurano il controllo del pieno adempimento dell’esecuzione del contratto di servizio nel territorio comunale;
c) provvedono al pagamento del corrispettivo per l’espletamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti nel territorio comunale, assicurando l’integrale copertura dei relativi costi, congruamente definendo a tal fine, sino all’emanazione del regolamento ministeriale di cui all’articolo 238 del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche ed integrazioni, la tariffa d’igiene ambientale (TIA) di cui all’articolo 49 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 o la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), ovvero prevedendo nei propri bilanci le risorse necessarie e vincolandole a dette finalità;
d) provvedono, altresì, all’adozione della delibera di cui all’articolo 159, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, vincolando le somme destinate al servizio di gestione integrata dei rifiuti e garantendo il permanere del vincolo di impignorabilità, mediante pagamenti in ordine cronologico;
e) adottano, ove necessario, la delibera di cui all’articolo 194, comma 1, lettere b) e c), del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, avviando la conseguente azione di responsabilità nei confronti degli amministratori delle S.R.R ;
f) adottano il regolamento comunale per la raccolta differenziata in conformità alle linee guida allegate al piano regionale di gestione dei rifiuti ed al piano d’ambito;
g) adottano per quanto di competenza disposizioni per la tutela igienico-sanitaria nella gestione dei rifiuti;
 h) provvedono all’abbattimento delle barriere architettoniche nel conferimento dei rifiuti;
i) esercitano le funzioni atte a garantire la raccolta delle diverse frazioni di rifiuti urbani e prescrivono le disposizioni per la corretta gestione dei rifiuti urbani pericolosi e dei rifiuti cimiteriali;
j) emanano le ordinanze per l’ottimizzazione delle forme di conferimento, raccolta e trasporto dei rifiuti primari di imballaggio e la relativa fissazione di obiettivi di qualità;
k) regolamentano, per quantità e qualità, i rifiuti speciali non pericolosi assimilabili ai rifiuti urbani ai fini della raccolta e dello smaltimento sulla base dei criteri fissati dalle norme vigenti, ove non disciplinati dalla Regione;
l) prevedono, di concerto con la Regione, le province e le S.R.R., all’interno degli strumenti di pianificazione urbanistica, le infrastrutture e la logistica necessaria per la raccolta differenziata, anche per la separazione secco umido, e per lo smaltimento, riciclo e riuso dei rifiuti;
m) promuovono attività educative, formative e di comunicazione ambientale a sostegno della raccolta differenziata; a tal fine possono stipulare accordi e convenzioni con altri comuni per ottimizzare la stessa raccolta differenziata nel contenimento dei costi e nella tutela ambientale;
n) verificano lo stato di attuazione della raccolta differenziata e la qualità del servizio erogato dal soggetto gestore anche attraverso un comitato indipendente costituito da rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dei consumatori e di comitati civici. 2-bis. I comuni che hanno avviato la raccolta differenziata porta a porta utilizzando forza lavoro del servizio civico sono autorizzati a proseguire utilizzando contributi per il sostegno al reddito.

3. I comuni rappresentanti almeno il dieci per cento delle quote di partecipazione alla S.R.R. possono promuovere la valutazione, da parte dell’Assessorato regionale dell’energia e dei rifiuti, dei costi stimati nel piano d’ambito per l’espletamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti. L’Assessorato medesimo assume le proprie determinazioni entro sessanta giorni dalla richiesta, prorogabili una sola volta per ulteriori sessanta giorni, ove necessario per esigenze istruttorie. Trascorsi i predetti termini, i costi del servizio si intendono definitivamente assentiti, fatta salva la facoltà di impugnazione per le singole amministrazioni comunali.

4. Il sindaco adotta le ordinanze di cui agli articoli 191 e 192 del decreto legislativo 152/2006 e successive modifiche ed integrazioni, per tutti gli interventi che ricadano nell’ambito del territorio comunale. 5. Nell’ambito del proprio territorio, ciascun comune esercita il controllo sulla qualità e l’economicità del servizio espletato per la gestione integrata dei rifiuti, attivando, di concerto con la S.R.R. e con il gestore del servizio, tutte le misure necessarie ad assicurare l’efficienza e l’efficacia del servizio e l’equilibrio economico e finanziario della gestione.».

Note all’art. 1, comma 2: L’articolo 5 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Ambiti territoriali ottimali per la gestione integrata dei rifiuti. –

1. Sulla base delle esigenze di efficacia, efficienza ed economicità di cui all’articolo 200, comma 1, lettera f), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ed in attuazione dei principi di coordinamento della finanza pubblica di cui ai commi 33 e 38 dell’articolo 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, nonché al fine di consentire il sollecito avvio dell’assetto organizzativo derivante dall’applicazione della presente legge, sono confermati gli Ambiti territoriali ottimali costituiti in applicazione dell’articolo 45 della legge regionale 8 febbraio 2007, n. 2, quali identificati nel D.P.Reg. 20 maggio 2008, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana 6 giugno 2008, n. 25.
Essi sono i seguenti:
a) ATO 1 - Palermo; b) ATO 2 - Catania; c) ATO 3 - Messina; d) ATO 4 - Agrigento; e) ATO 5 - Caltanissetta; f) ATO 6 - Enna; g) ATO 7 - Ragusa; h) ATO 8 - Siracusa; i) ATO 9 - Trapani; l) ATO 10 - Isole Minori.

2. Il piano regionale di gestione dei rifiuti, comunicato ai comuni ed alle province interessate, costituisce, sulla base di un dettagliato studio sul punto, la sede per il riscontro dell’adeguatezza della nuova delimitazione degli ATO rispetto agli obiettivi generali del piano stesso. Il numero complessivo degli ATO non può comunque eccedere quello di cui al comma 1, fatte salve le previsioni di cui al terzo periodo dell’articolo 3-bis del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, introdotto dall’articolo 25, comma 1, lett. a) del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1 convertito con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.

2-bis. I comuni possono presentare all’Amministrazione regionale, ai sensi del citato articolo 3-bis ed entro il 31 maggio 2012, la proposta di individuazione di specifici bacini territoriali di dimensione diversa da quella provinciale, purché la proposta sia motivata sulla base di criteri di differenziazione territoriale, socio economica, nonché attinenti alle caratteristiche del servizio. La Giunta regionale, entro i successivi 30 giorni, presenta alla Commissione legislativa competente dell’Assemblea regionale siciliana, che esprime il proprio parere entro i successivi 15 giorni, il piano di individuazione degli ambiti territoriali di dimensione diversa da quella provinciale, secondo le indicazioni del suddetto articolo 3-bis, e comunque per un numero non superiore al limite dell’80 per cento della determinazione di cui al comma 1. La Giunta regionale entro i successivi 15 giorni individua nel rispetto del superiore limite gli specifici bacini territoriali di dimensione diversa da quella provinciale.

2 ter. Nel territorio di ogni ambito individuato ai sensi dei commi precedenti, nel rispetto del comma 28 dell’articolo 14 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, sostituito dall’articolo 19 comma 1 lettera b) del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, i Comuni, in forma singola o associata, secondo le modalità consentite dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 e senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, previa redazione di un piano di intervento, con relativo capitolato d’oneri e quadro economico di spesa, coerente al Piano d’ambito e approvato dall’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità, Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti, possono procedere all’affidamento, all’organizzazione e alla gestione del servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti. L’Assessorato, che verifica il rispetto dei principi di differenziazione, adeguatezza ed efficienza tenendo conto delle caratteristiche dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto di tutti i rifiuti urbani e assimilati, deve pronunciarsi entro e non oltre il termine di sessanta giorni dalla ricezione del piano di intervento. L’eventuale richiesta di documenti di integrazione deve intervenire nel rispetto del predetto termine. I piani di intervento approvati sono recepiti all’interno del Piano regionale di gestione dei rifiuti entro novanta giorni dalla data di approvazione da parte dell’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità.

3. I singoli comuni appartenenti all’ATO, entro trenta giorni dalla comunicazione di cui al comma 2, possono richiedere il passaggio ad un diverso ATO, secondo quanto previsto dall’articolo 200, comma 6, del decreto legislativo n. 152/2006. Il passaggio è disposto mediante decreto dell’Assessore regionale per l’energia ed i servizi di pubblica utilità, previa istruttoria da parte del competente dipartimento ed è adottato entro centottanta giorni dalla presentazione della richiesta, che si intende assentita nel caso di infruttuoso decorso del termine.».

Nota all’art. 1, comma 3: L’articolo 8 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Funzioni delle società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti. –

1. La S.R.R., salvo quanto previsto dal comma 2 ter dell’articolo 5, esercita le funzioni previste dagli articoli 200, 202, 203 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e provvede all’espleta mento delle procedure per l’individuazione del gestore del servizio integrato di gestione dei rifiuti, con le modalità di cui all’articolo 15.

2. La S.R.R. esercita attività di controllo finalizzata alla verifica del raggiungimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi determinati nei contratti a risultato di affidamento del servizio con i gestori. La verifica comprende l’accertamento della realizzazione degli investimenti e dell’utilizzo dell’impiantistica indicata nel contratto e nel piano d’ambito, eventualmente intervenendo in caso di qualsiasi evento che ne impedisca l’utilizzo, e del rispetto dei diritti degli utenti, per i quali deve comunque essere istituito un apposito call-center senza oneri aggiuntivi per la S.R.R.

3. La S.R.R. è tenuta alla trasmissione dei dati relativi alla gestione dei rifiuti con le modalità indicate dalla Regione nonché a fornire alla Regione ed alla provincia tutte le informazioni da esse richieste.

4. La S.R.R. attua attività di informazione e sensibilizzazione degli utenti funzionali ai tipi di raccolta attivati, in relazione alle modalità di gestione dei rifiuti ed agli impianti di recupero e smaltimento in esercizio nel proprio territorio.

5. Qualora nel piano regionale di gestione dei rifiuti siano previsti attività ed impianti commisurati a bacini di utenza che coinvolgano più ATO, le relative S.R.R. possono concludere accordi per la programmazione, l’organizzazione, la realizzazione e la gestione degli stessi.».

Nota all’art. 1, comma 4: L’articolo 15 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Disciplina dell’affidamento del servizio di gestione integrata dei rifiuti. –

1. Fatta salva la disciplina transitoria di cui all’articolo 19, il servizio di gestione integrata dei rifiuti è affidato dalle S.R.R. in nome e per conto dei comuni consorziati, secondo le modalità previste dall’articolo 202 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e secondo quanto stabilito dalla normativa comunitaria. Le stesse società, avvalendosi dell’Ufficio regionale per l’espletamento di gare per l’appalto di lavori pubblici, possono individuare, sulla base del piano d’ambito e nel rispetto dell’articolo 23-bis del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modifiche dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 e successive modifiche ed integrazioni, il soggetto incaricato di svolgere la gestione del servizio per i comuni consorziati, stipulando e sottoscrivendo con lo stesso un contratto normativo che disciplina le modalità di affidamento, di sospensione e di risoluzione ad opera dei singoli comuni della parte di servizio relativa al territorio dei comuni stessi. La stipula e la sottoscrizione del contratto d’appalto relativo ai singoli comuni compresi nella S.R.R. hanno luogo fra l’appaltatore e la singola amministrazione comunale, che provvede direttamente al pagamento delle prestazioni ricevute e verifica l’esatto adempimento del contratto.

1 bis. Nei casi previsti dal comma 2 ter dell’articolo 5 resta fermo che la stipula e la sottoscrizione del contratto d’appalto relativo ai singoli comuni hanno luogo fra l’appaltatore e la singola amministrazione comunale, che provvede direttamente al pagamento delle prestazioni ricevute e verifica l’esatto adempimento del contratto.

1 ter. In sede di affidamento del servizio mediante procedura di evidenza pubblica, trova applicazione quanto previsto dal comma 2 dell’articolo 3 bis del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.

2. Al completamento del primo triennio di affidamento, e successivamente con cadenza triennale, la S.R.R., anche su segnalazione di singoli comuni, procede alla verifica della congruità dei prezzi rispetto alle condizioni di mercato applicate a parità di prestazioni. Nel caso sia accertato che, a livello nazionale o regionale, il costo medio applicato a parità di prestazioni, sia inferiore per non meno del 5 per cento rispetto a quello praticato dal gestore, i comuni fino all’affidamento del nuovo appalto con le modalità di cui al comma 1 possono recedere dal contratto di appalto e provvedere ad un’autonoma organizzazione del servizio sul proprio territorio, salvo che l’affidatario dell’appalto non dichiari la propria disponibilità ad adeguare il corrispettivo alle sopravvenute condizioni finanziarie.

3. Nei casi di cui al comma 2, l’affidamento da parte dei singoli comuni è effettuato a condizione che:
a) garantiscano il raggiungimento dei medesimi risultati del servizio e livelli di raccolta differenziata, in quantità e qualità, previsti nel piano d’ambito;
b) utilizzino il personale a qualsiasi titolo trasferito alle società ed ai consorzi d’ambito esistenti alla data di approvazione della presente legge, corrispondendo alla S.R.R. i relativi oneri;
c) mantengano a proprio carico la quota parte dei costi generali gravanti sulla S.R.R. per la gestione del medesimo servizio nell’intero ATO.

4. Fino all’approvazione della tariffa integrata ambientale, di cui all’articolo 238 del decreto legislativo n. 152/2006, al fine di assicurare l’appropriata copertura dei costi del servizio di gestione integrata dei rifiuti, la S.R.R. indica uno standard medio di riferimento per la tariffa di igiene ambientale o per la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani per i comuni compresi negli Ambiti Territoriali Ottimali. Nella indicazione dello standard si tiene conto del livello di effettiva riscossione dell’ultimo triennio solare. I comuni possono adeguare la TIA o la TARSU allo standard, fermo restando che, nel caso in cui si determini uno scostamento rispetto a quanto necessario a garantire la corretta gestione del servizio, sono comunque tenuti a individuare nel proprio bilancio le risorse finanziarie ulteriori rispetto a quelle provenienti dalla tariffa o dalla tassa, vincolandole alla copertura dei costi derivanti dal servizio di gestione integrata dei rifiuti.

4-bis. La Giunta regionale è autorizzata a definire e organizzare un sistema unitario, su base regionale, per la riscossione delle entrate per i servizi connessi alla gestione integrata dei rifiuti.».

Nota all’art. 1, comma 5: L’articolo 16 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Capitolato generale della gestione integrata dei rifiuti. –

1. Nel rispetto delle linee guida di cui all’articolo 195 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, al fine di uniformare nel territorio della Regione il servizio di gestione integrata dei rifiuti, sia relativamente agli affidamenti, alle gestioni dirette ed alle concessioni esistenti oltreché in ordine a quelli futuri, il Presidente della Regione entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con proprio decreto emana un capitolato generale della gestione integrata dei rifiuti in Sicilia e lo schema di un contratto a risultato per il conseguimento delle percentuali di raccolta differenziata stabilite dall’articolo 9, comma 4, lettera a). Entro trenta giorni dalla pubblicazione del decreto sono adeguati, anche in variante al contratto principale, i capitolati speciali di appalto e i contratti di servizio in essere tra le società, i consorzi d’ambito e i comuni.

2. Ai fini dell’affidamento della gestione di cui all’articolo 15, la S.R.R., o i soggetti di cui al comma 2 ter dell’articolo 5, definiscono altresì un capitolato speciale d’appalto in ragione delle specificità del territorio interessato e delle caratteristiche previste per la gestione stessa.».

Nota all’art. 1, comma 6: L’articolo 18 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dal comma che si annota, risulta il seguente: «Accelerazione delle procedure autorizzative.

1. Ai fini della più celere attivazione degli impianti necessari alla gestione integrata dei rifiuti, incluse le discariche, il dipartimento competente dell’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità adotta le procedure di cui all’articolo 208 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e individua, per ciascuna istanza di approvazione o autorizzazione, un responsabile unico del procedimento.

2. Entro quindici giorni dall’acquisizione dell’istanza, il responsabile del procedimento richiede a tutti i soggetti competenti il proprio parere motivato, da esprimere entro e non oltre tre mesi dalla richiesta. Trascorso infruttuosamente il predetto termine, il parere si intende favorevolmente reso.

3. Il responsabile del procedimento convoca la conferenza di servizi che deve concludere l’istruttoria entro centocinquanta giorni dalla presentazione della relativa istanza con un parere unico motivato, di assenso o diniego.

4. Le conclusioni della conferenza di servizi sono valide se adottate a maggioranza dei componenti.

5. Il provvedimento finale è rilasciato dal competente dipartimento dell’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità e sostituisce ogni altra approvazione e/o autorizzazione di legge, fatte salve quelle di competenza statale.

5-bis. Qualora non vengano rispettati i termini di cui ai commi 2 e 3, trova applicazione il comma 4-quater dell’articolo 2 della legge regionale 5 aprile 2011, n. 5.

5 ter. Relativamente agli impianti di cui al comma 1 sono assegnate, altresì, all’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità le competenze di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale di cui all’articolo 29 ter e seguenti del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, esclusivamente per le opere previste al punto 5 dell’allegato VIII alla parte seconda del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche ed integrazioni.

5 quater. La risoluzione dei conflitti tra i soggetti pubblici coinvolti nella gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati può avvenire, fermo restando il ricorso agli ordinari rimedi giurisdizionali, in via amministrativa mediante l’attivazione di un procedimento ad istanza dell’ente che ne abbia interesse. L’istanza è diretta al dirigente generale del Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti che, sentite le parti ed assicurato il contraddittorio, nel termine di novanta giorni emette un proprio decreto risolutivo del conflitto. Avverso la decisione del dirigente generale del Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti sono esperibili gli ordinari rimedi giurisdizionali.».

Nota all’art. 1, commi 7, 8, 9 e 10: L’articolo 19 della legge regionale 8 aprile 2010, n. 9, recante “Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati.”, per effetto delle modifiche apportate dai commi che si annotano, risulta il seguente: «Norme transitorie. –

1. Alla data di entrata in vigore della presente legge, i consorzi e le società d’ambito costituiti ai sensi dell’articolo 201 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, sono posti in liquidazione. Agli stessi, ove venga adottata ordinanza del Presidente della Regione ai sensi dell’articolo 191 del decreto legislativo n. 152/2006, sono preposti commissari liquidatori nominati dall’Assessore regionale per l’energia ed i servizi di pubblica utilità fra dirigenti dell’Assessorato stesso o dell’Assessorato regionale dell’economia, che interviene in via sostitutiva nel caso in cui i comuni soci non provvedano al riguardo entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge. I liquidatori o i soggetti in atto preposti all’amministrazione, per le finalità di cui all’articolo 61 della legge regionale 14 maggio 2009, n. 6, provvedono alla quantificazione della massa attiva e passiva degli stessi consorzi e società d’ambito accertate alla data del 30 giugno 2013 e all’accertamento delle percentuali di copertura dei costi di gestione del servizio delle precedenti Autorità d’ambito, sostenuti dagli enti locali, ai sensi dell’articolo 21, comma 17, della legge regionale 22 dicembre 2005, n. 19, e delle quote che gli utenti hanno versato come TIA o TARSU. Il compenso previsto per i commissari liquidatori non può essere superiore a quello previsto per i commissari nominati ai sensi dell’articolo 24 della legge regionale 3 dicembre 1991, n. 44 ed è a carico degli enti interessati.

2. Fatta salva la speciale disciplina di cui ai successivi commi, alla data di costituzione delle S.R.R. i rapporti giuridici dei consorzi e delle società d’ambito in corso ivi inclusi i crediti maturati fino al 30 giugno 2013 dalle autorità d’ambito di cui al comma 1 nonché tutti i rapporti attivi e passivi delle stesse società d’ambito e relativi alle operazioni finanziarie dell’articolo 61, comma 1, della legge regionale n. 6/2009, confluiscono in un’apposita gestione liquidatoria, che può essere articolata in sottogestioni costituite per materia o per territorio.

2-bis. Ai fini di una più celere chiusura delle gestioni liquidatorie di cui al comma 2 e a garanzia della rapida estinzione dei debiti connessi alla gestione integrata dei rifiuti, il competente Dipartimento dell’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità coordina l’attività di tutti i soggetti pubblici coinvolti nella gestione integrata del ciclo dei rifiuti; a tal fine il Dipartimento è autorizzato ad anticipare risorse finanziarie a valere sulle disponibilità di cui all’U.P.B. 5.2.1.3.99 - capitolo 243311 e l’U.P.B. 7.3.1.3.2 - capitolo 191304. Le disposizioni del presente comma si applicano a tutte le anticipazioni disposte a valere su risorse regionali per fronteggiare le emergenze in materia di rifiuti. Le gestioni cessano il 30 settembre 2013 e sono trasferite in capo ai nuovi soggetti gestori con conseguente divieto per i liquidatori degli attuali Consorzi e Società d’ambito di compiere ogni atto di gestione. Gli attuali Consorzi e Società d’ambito si estinguono entro il 31 dicembre 2013. Gli amministratori e/o liquidatori delle società e dei consorzi d’ambito che hanno conseguito risultati negativi per 3 esercizi consecutivi non possono ricoprire incarichi di amministrazione e controllo nei nuovi soggetti gestori.

2-ter. Le anticipazioni di cui al comma 2-bis già concesse, a qualsiasi titolo, ai consorzi ed alle società d’ambito di cui al comma 1, sulla base delle certificazioni dei debiti esistenti alla data del 31 dicembre 2011, sono recuperate, in dieci annualità, sulla base di un dettagliato piano finanziario di rimborso proposto dall’Autorità d’ambito e dai comuni soci asseverato mediante delibera di giunta, a valere sui trasferimenti in favore degli stessi sulla base delle risorse loro attribuite ai sensi dell’articolo 76 della legge regionale 26 marzo 2002, n. 2 e successive modifiche ed integrazioni o con eventuali altre assegnazioni di competenza degli enti locali, ferma restando la titolarità di questi ultimi per le riscossioni di competenza sino al 31 dicembre 2011. In caso di omessa presentazione entro il 30 settembre 2012 del suddetto piano le anticipazioni sono recuperate pro quota, in tre annualità a valere sulle medesime risorse nei confronti dei singoli comuni soci. Il comma 8 dell’articolo 45 e il comma 4 dell’articolo 46 della legge regionale 12 maggio 2010, n. 11, sono abrogati.

3. In ragione dell’estinzione delle società e dei consorzi d’ambito il regime transitorio per le diverse tipologie di affidamento in essere è disciplinato in conformità con quanto previsto dall’articolo 2, comma 38, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e dal comma 8 dell’articolo 23-bis del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, modificato da ultimo dall’articolo 15, comma 1, del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, convertito con modificazioni dalla legge 20 novembre 2009, n. 166.

4. Nel caso in cui, per effetto della modifica degli Ambiti territoriali ottimali e della costituzione delle S.R.R., il servizio di gestione integrata dei rifiuti si svolga per una parte del territorio mediante affidamento esterno a soggetti imprenditoriali e per la rimanente parte mediante gestione diretta, la durata di quest’ultima non può eccedere la durata dell’appalto esterno. Resta ferma la facoltà della S.R.R. di affidare, anche prima di tale scadenza, la gestione del servizio all’appaltatore individuato ai sensi dell’articolo 15.

5. Nel caso in cui per effetto della modifica degli ambiti territoriali ottimali e della costituzione delle S.R.R., il servizio di gestione integrata dei rifiuti si svolga mediante affidamento esterno a soggetti imprenditoriali diversi, il subentro del gestore individuato ai sensi dell’articolo 15, ha luogo alla scadenza dei singoli contratti la cui durata può essere prolungata solo nei casi consentiti dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 e successive modifiche e integrazioni.

6. Entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, l’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità, con la partecipazione delle organizzazioni associative dei comuni e delle province, individua il personale addetto fra quello già in servizio presso le società o i consorzi d’ambito e proveniente dai comuni, dalle province o dalla regione.

7. Sulla base dei criteri concertati fra l’amministrazione regionale, le associazioni di rappresentanza degli enti locali e le organizzazioni sindacali, le S.R.R. integrano le previsioni di cui al comma 6 individuando il rimanente personale fra i dipendenti già in servizio al 31 dicembre 2009 presso:
a) le società d’ambito;
b) i consorzi d’ambito;
c) le società utilizzate per la gestione del servizio ed al cui capitale sociale partecipino gli enti locali o le società o i consorzi d’ambito per una percentuale non inferiore al novanta per cento. Per i dipendenti già inquadrati nei profili operativi destinati al servizio di gestione integrata dei rifiuti, l’assunzione ha luogo, in ogni S.R.R., previa risoluzione del precedente rapporto di lavoro, a parità di condizioni giuridiche ed economiche applicate a tale data e per mansioni coerenti al profilo di inquadramento, con espresso divieto di adibi zione a mansioni superiori. I rimanenti dipendenti sono inquadrati, previa risoluzione del precedente rapporto di lavoro, assicurando che, in ogni singola S.R.R., il rapporto fra profili operativi destinati al servizio di gestione integrata dei rifiuti e rimanenti profili professionali non sia inferiore al novanta per cento. L’assunzione e/o gli inquadramenti hanno luogo a condizione che l’originario rapporto di lavoro dipendente o le progressioni di carriera siano stati costituiti o realizzate nel rispetto della normativa di riferimento, ed in particolare, dell’articolo 45 della legge regionale 8 febbraio 2007, n. 2, e dell’articolo 61 della legge regionale 14 maggio 2009, n. 6, o in forza di pronuncia giurisdizionale che abbia acquisito efficacia di cosa giudicata o a seguito di conciliazione giudiziale o extragiudiziale purché sottoscritta entro il 31 dicembre 2009.

8. Il personale di cui ai commi 6 e 7 è assunto all’esito delle procedure volte a garantire il definitivo avvio del servizio di gestione, affidato con le modalità di cui all’articolo 15. Tale personale è utilizzato dai soggetti affidatari dell’appalto che ne assumono la responsabilità gestionale, operativa e disciplinare, anche per quanto concerne l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, nonché per l’erogazione delle retribuzioni.

9. Fermo restando l’obbligo del ricorso alle procedure di evidenza pubblica di cui all’articolo 45 della legge regionale n. 2/2007, le S.R.R. non possono procedere per un triennio, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, ad alcuna assunzione.

10. In deroga alle previsioni delle dotazioni organiche degli enti locali, nel rispetto dei limiti derivanti dal patto di stabilità, il personale delle S.R.R. può altresì essere utilizzato per servizi aggiuntivi svolti direttamente dagli enti locali.

11. Le norme amministrative e tecniche che disciplinano la gestione integrata dei rifiuti alla data di entrata in vigore della presente legge conservano validità sino alla adozione dei corrispondenti atti adottati in attuazione della presente legge.

12. Fino all’inizio della gestione da parte dei soggetti individuati ai sensi dell’articolo 15, e comunque non oltre il 30 settembre 2013, i soggetti già deputati alla gestione integrata del ciclo dei rifiuti, o comunque nella stessa coinvolti, continuano a svolgere le competenze loro attualmente attribuite.

13. Il personale già in servizio presso i comuni, presente nella dotazione organica, transitato negli ATO, nella fase di prima applicazione della presente legge può a richiesta tornare ai comuni di appartenenza.».

LAVORI PREPARATORI D.D.L. n. 56 «Stralcio - Norme di modifica alla gestione integrata dei rifiuti di cui alla legge regionale 8 aprile 2010, n. 9». Iniziativa governativa: presentato dal Presidente della Regione il 20 dicembre 2012. Trasmesso alla Commissione ‘Ambiente e Territorio’ (IV) il 20 dicembre 2012. Esaminato dalla Commissione nelle sedute nn. 2, 3, 5 e 6 del 21, 24, 28 e 29 dicembre 2012. Esitato per l’Aula nella seduta n. 6 del 29 dicembre 2012. Relatore: Ferrandelli. Discusso dall’Assemblea nella seduta n. 8 del 29 dicembre 2012. Approvato dall’Assemblea nella seduta n. 8 del 29 dicembre 2012.
(2013.1.35)119




Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 

"Norme in materia ambientale"


SERVIZIO DI GESTIONE INTEGRATA DEI RIFIUTI
ART. 199 
(piani regionali)
1. Le regioni, sentite le province, i comuni e, per quanto riguarda i rifiuti urbani, le Autorità d'ambito di cui all'articolo 201, nel rispetto dei principi e delle finalità di cui agli articoli 177, 178, 179, 180, 181 e 182 ed in conformità ai criteri generali stabiliti dall'articolo 195, comma 1, lettera m) ed a quelli previsti dal presente articolo, predispongono piani regionali di gestione dei rifiuti assicurando adeguata pubblicità e la massima partecipazione dei cittadini, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 241.
2. I piani regionali di gestione dei rifiuti prevedono misure tese alla riduzione delle quantità, dei volumi e della pericolosità dei rifiuti.
3. I piani regionali di gestione dei rifiuti prevedono inoltre:
a) le condizioni ed i criteri tecnici in base ai quali, nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia, gli impianti per la gestione dei rifiuti, ad eccezione delle discariche, possono essere localizzati nelle aree destinate ad insediamenti produttivi;
b) la tipologia ed il complesso degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti urbani da realizzare nella regione, tenendo conto dell'obiettivo di assicurare la gestione dei rifiuti urbani non pericolosi all'interno degli ambiti territoriali ottimali di cui all'articolo 200, nonche' dell'offerta di smaltimento e di recupero da parte del sistema industriale;
c) la delimitazione di ogni singolo ambito territoriale ottimale sul territorio regionale, nel rispetto delle linee guida di cui all'articolo 195, comma 1, lettera m);
d) il complesso delle attività e dei fabbisogni degli impianti necessari a garantire la gestione dei rifiuti urbani secondo criteri di trasparenza, efficacia, efficienza, economicità e autosufficienza della gestione dei rifiuti urbani non pericolosi all'interno di ciascuno degli ambiti territoriali ottimali di cui all'articolo 200, nonche' ad assicurare lo smaltimento dei rifiuti speciali in luoghi prossimi a quelli di produzione al fine di favorire la riduzione della movimentazione di rifiuti;
e) la promozione della gestione dei rifiuti per ambiti territoriali ottimali attraverso una adeguata disciplina delle incentivazioni, prevedendo per gli ambiti più meritevoli, tenuto conto delle risorse disponibili a legislazione vigente, una maggiorazione di contributi; a tal fine le regioni possono costituire nei propri bilanci un apposito fondo;
f) le prescrizioni contro l'inquinamento del suolo ed il versamento nel terreno di discariche di rifiuti civili ed industriali che comunque possano incidere sulla qualità dei corpi idrici superficiali e sotterranei, nel rispetto delle prescrizioni dettate ai sensi dell'articolo 65, comma 3, lettera f);
g) la stima dei costi delle operazioni di recupero e di smaltimento dei rifiuti urbani;
h) i criteri per l'individuazione, da parte delle province, delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di recupero e smaltimento dei rifiuti nonche' per l'individuazione dei luoghi o impianti adatti allo smaltimento dei rifiuti, nel rispetto dei criteri generali di cui all'articolo 195, comma 1, lettera p);
i) le iniziative dirette a limitare la produzione dei rifiuti ed a favorire il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti;
l) le iniziative dirette a favorire il recupero dai rifiuti di materiali e di energia;
m) le misure atte a promuovere la regionalizzazione della raccolta, della cernita e dello smaltimento dei rifiuti urbani;
n) i tipi, le quantità e l'origine dei rifiuti da recuperare o da smaltire, suddivisi per singolo ambito territoriale ottimale per quanto riguarda i rifiuti urbani;
o) la determinazione, nel rispetto delle norme tecniche di cui all'articolo 195, comma 2, lettera a), di disposizioni speciali per rifiuti di tipo particolare, comprese quelle di cui all'articolo 225, comma 6;
p) i requisiti tecnici generali relativi alle attività di gestione dei rifiuti nel rispetto della normativa nazionale e comunitaria.
4. Il piano regionale di gestione dei rifiuti e' coordinato con gli altri strumenti di pianificazione di competenza regionale previsti dalla normativa vigente, ove adottati.
5. Costituiscono parte integrante del piano regionale i piani per la bonifica delle aree inquinate che devono prevedere:
a) l'ordine di priorità degli interventi, basato su un criterio di valutazione del rischio elaborato dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente e per i servizi tecnici (APAT);
b) l'individuazione dei siti da bonificare e delle caratteristiche generali degli inquinamenti presenti;
c) le modalità degli interventi di bonifica e risanamento ambientale, che privilegino prioritariamente l'impiego di materiali provenienti da attività di recupero di rifiuti urbani;
d) la stima degli oneri finanziari;
e) le modalità di smaltimento dei materiali da asportare.
6. L'approvazione del piano regionale o il suo adeguamento e' requisito necessario per accedere ai finanziamenti nazionali.
7. La regione approva o adegua il piano entro due anni dalla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto; nel frattempo, restano in vigore i piani regionali vigenti.
8. In caso di inutile decorso del termine di cui al comma 7 e di accertata inattività, il Ministro dell'ambiente e tutela del territorio diffida gli organi regionali competenti ad adempiere entro un congruo termine e, in caso di protrazione dell'inerzia, adotta, in via sostitutiva, i provvedimenti necessari alla elaborazione e approvazione del piano regionale.
9. Qualora le autorità competenti non realizzino gli interventi previsti dal piano regionale nei termini e con le modalità stabiliti e tali omissioni possano arrecare un grave pregiudizio all'attuazione del piano medesimo, il Ministro dell'ambiente e tutela del territorio diffida le autorità inadempienti a provvedere entro un termine non inferiore a centottanta giorni. Decorso inutilmente detto termine, il Ministro può adottare, in via sostitutiva, tutti i provvedimenti necessari e idonei per l'attuazione degli interventi contenuti nel piano. A tal fine può avvalersi anche di commissari"ad acta".
10. I provvedimenti di cui al comma 9 possono riguardare interventi finalizzati a:
a) attuare la raccolta differenziata dei rifiuti;
b) provvedere al reimpiego, al recupero e al riciclaggio degli imballaggi conferiti al servizio pubblico;
c) favorire operazioni di trattamento dei rifiuti urbani ai fini del riciclaggio e recupero degli stessi;
d) favorire la realizzazione e l'utilizzo di impianti per il recupero dei rifiuti solidi urbani.
11. Le regioni, sentite le province interessate, d'intesa tra loro o singolarmente, per le finalità di cui alla parte quarta del presente decreto provvedono all'aggiornamento del piano nonche' alla programmazione degli interventi attuativi occorrenti in conformità alle procedure e nei limiti delle risorse previste dalla normativa vigente.
12. Sulla base di appositi accordi di programma stipulati con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, di concerto con il Ministro delle attività produttive, d'intesa con la regione interessata, possono essere autorizzati, ai sensi degli articoli 214 e 216, la costruzione e l'esercizio, oppure il solo esercizio, all'interno di insediamenti industriali esistenti, di impianti per il recupero di rifiuti urbani non previsti dal piano regionale, qualora ricorrano le seguenti condizioni:
a) siano riciclati e recuperati come materia prima rifiuti provenienti da raccolta differenziata, sia prodotto compost da rifiuti oppure sia utilizzato combustibile da rifiuti;
b) siano rispettate le norme tecniche di cui agli articoli 214 e 216;
c) siano utilizzate le migliori tecnologie di tutela dell'ambiente;
d) sia garantita una diminuzione delle emissioni inquinanti.

LEGGE 8 aprile 2010, n. 9. Gestione integrata dei rifiuti e bonifica dei siti INQUINARI

Titolo III PROGRAMMAZIONE

Art. 9. Piano regionale di gestione dei rifiuti

1. Il piano regionale di gestione dei rifiuti, le modifiche e gli aggiornamenti sono approvati, sentite le province, i comuni e le S.R.R. con decreto del Presidente della Regione, su proposta dell’Assessore regionale per l’energia ed i servizi di pubblica utilità, secondo il procedimento di cui all’articolo 12, comma 4, dello Statuto regionale e previo parere della competente commissione legislativa dell’Assemblea regionale siciliana. Il piano può essere approvato anche per stralci funzionali e tematici e acquista efficacia dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana.

2. La pianificazione regionale definisce i criteri e le modalità per promuovere la programmazione e l’esercizio della gestione integrata dei rifiuti, favorendone la riduzione, le forme di raccolta aggregate dei materiali post consumo, indirizzando le raccolte di materiali singoli o aggregati da destinare al riciclaggio e al recupero in modo omogeneo nel territorio regionale, al fine di generare una filiera industriale del riciclo e del recupero che possa contare su un flusso certo di materia per qualità e quantità.

3. Il piano di cui al comma 1 fissa gli obiettivi inerenti ai livelli di raccolta differenziata, indicando altresì le categorie merceologiche dei rifiuti prodotti. Costituiscono parte integrante del piano il programma regionale per la riduzione dei rifiuti biodegradabili (RUB) di cui al decre to legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 (Attuazione della direttiva n. 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti), il programma per la gestione degli apparecchi contenenti PCB di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209 e successive modifiche e integrazioni (Attuazione della direttiva n. 96/59/CE relativa allo smaltimento dei policlorodifenili e dei policlorotrifenili) nonché i piani per la bonifica delle aree inquinate di cui all’articolo 199, comma 5, del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche e integrazioni, ed altresì il piano per la bonifica ed il ripristino delle aree inquinate.

4. Il piano regionale di gestione dei rifiuti:

a) definisce le modalità per il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata e di recupero di materia, al netto degli scarti dei processi di riciclaggio, per ognuno degli ambiti territoriali ottimali, attraverso l’elaborazione di un documento di indirizzo denominato ‘Linee-guida operative sulla raccolta differenziata’ in grado di supportare e guidare gli enti attuatori nella progettazione di dettaglio ed ottimizzazione dei sistemi di raccolta differenziata, privilegiando la raccolta domiciliare integrata, per il raggiungimento dei livelli minimi così fissati:

1) anno 2010: R.d. 20 per cento, recupero materia 15 per cento;
2) anno 2012: R.d. 40 per cento, recupero materia 30 per cento;
3) anno 2015: R.d. 65 per cento, recupero materia 50 per cento;

b) definisce le modalità per l’accertamento, da parte di ogni S.R.R., della tipologia, delle quantità e dell’origine dei rifiuti da recuperare o da smaltire, all’interno dell’ATO di riferimento, anche mediante un sistema che consenta di rilevare gli effetti progressivi della implementazione dei sistemi di raccolta differenziata, mediante analisi del rifiuto urbano residuo (RUR) che diano informazioni sulla composizione dello stesso;

c) fissa i criteri per la classificazione dei materiali presenti nel RUR, non riciclabili né altrimenti recuperabili, in ordine di importanza (ponderale e di pericolosità) al fine di impostare politiche e pratiche locali per la riduzione della immissione al consumo di tali materiali;

d) definisce le modalità attraverso cui assicurare la gestione integrata dei rifiuti urbani non pericolosi all’interno degli ATO;

e) fissa i criteri attraverso i quali assicurare il recupero e lo smaltimento dei rifiuti speciali in luoghi prossimi a quelli di produzione, tenuto conto delle zone di crisi ambientale, al fine di ridurre la movimentazione degli stessi;

f) fissa i criteri per l’individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti e i criteri per l’individuazione dei luoghi o impianti idonei allo smaltimento, nonché le condizioni ed i criteri tecnici per la localizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti, escluse le discariche, in aree destinate ad insediamenti produttivi;

g) definisce i criteri per la localizzazione degli impianti operativi di selezione della frazione secca a valle della raccolta differenziata, correlandone la potenzialità, la funzionalità e la possibilità di conversione, parziale o totale, alle strategie di raccolta differenziata e di trattamento del RUR;

h) fissa le modalità per la verifica degli impianti di compostaggio e/o di digestione anaerobica esistenti, della loro coerenza e compatibilità, anche solo parziale, con le strategie di trattamento della revisione del piano, anche in relazione ai fabbisogni di trattamento del rifiuto organico prodotto;

i) individua le modalità attraverso cui verificare, in ciascun piano d’ambito, sulla scorta del numero e della distribuzione territoriale delle piattaforme CONAI per il ritiro dei rifiuti differenziati già esistenti, la capacità di assorbimento dei rifiuti provenienti da raccolta differenziata integrata, allo scopo di consentirne l’accesso con spostamenti contenuti da parte del soggetto incaricato del servizio di gestione dei rifiuti;

l) determina, nel rispetto delle norme tecniche statali in materia, disposizioni speciali per rifiuti di tipo particolare, compresi i rifiuti da imballaggio;

m) fissa i criteri per la stima dei costi delle operazioni di recupero e di smaltimento dei rifiuti urbani, nonché per la stima dei costi di investimento per la realizzazione del sistema impiantistico regionale;

n) individua le iniziative dirette a limitare la produzione dei rifiuti ed a favorire il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti, anche mediante la realizzazione di campagne conoscitive mirate per richiamare l’attenzione su comportamenti di differenziazione non ancora ottimizzati;

o) descrive le azioni finalizzate alla promozione della gestione integrata dei rifiuti;

p) pone i requisiti tecnici generali relativi alle attività di gestione dei rifiuti, nel rispetto della normativa nazionale e comunitaria;

q) prevede l’esclusione di trattamenti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani che non facciano ricorso a tecnologie atte a garantire i requisiti di efficienza energetica nei termini fissati dalla direttiva n. 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio. I trattamenti di incenerimento devono essere classificati come operazioni di recupero e non come operazioni di smaltimento;

r) definisce un piano per l’ampliamento di discariche pubbliche esistenti e/o nuove discariche pubbliche, sufficienti per soddisfare il fabbisogno del conferimento di rifiuti delle S.R.R. per almeno tre anni;

s) prevede il fabbisogno di nuove discariche fino al 2020, sulla base degli obiettivi di raccolta differenziata previsti a regime nella presente legge;

t) individua le modalità specifiche per la gestione integrata dei rifiuti nelle isole minori;

u) fissa l’individuazione dei sistemi per incrementare l’intercettazione dei rifiuti fin dalle fasi della raccolta al fine di ridurre il relativo conferimento in discarica;

v) fissa i criteri per il trattamento preventivo dei rifiuti ammessi allo smaltimento in discarica comunque conformi alle migliori tecnologie disponibili (BAT);

w) determina l’individuazione dei sistemi di pretrattamento del rifiuto urbano residuo (RUR) da predisporre immediatamente in ossequio a quanto previsto dal decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36, ‘Attuazione della direttiva n. 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti’, privilegiando livelli di trattamento che comportino il minor costo a carico della tariffa ed il maggior vantaggio am-bientale;

x) stabilisce i criteri e le modalità da adottarsi in tutto il territorio della Regione, per la determinazione delle tariffe di conferimento in discarica.

5. Il piano regionale di gestione dei rifiuti è redatto in sostituzione di quello vigente, ai sensi dell’articolo 199 del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche, secondo i principi fissati dalle norme comunitarie.



RIFIUTI  SICILIA  L.R. n. 3 2013 Modifiche alla legge regionale 8 aprile 2010   9  gestione integrata dei rifiuti
REGIONE SICILIANA                          L'ASSEMBLEA REGIONALE                          Ha approvato
                      IL PRESIDENTE DELLA REGIONE
 Promulga  la seguente legge:
                               Art. 1
Modifiche alla legge regionale n. 9/2010 in  materia  di  affidamento   del servizio di gestione integrata dei rifiuti. Proroga di termini.
  1. All'art. 4, comma 2, lettera a), della legge regionale 8  aprile 2010, n. 9, dopo le parole «dalle S.R.R.» sono aggiunte le parole  «o dai soggetti indicati al comma 2-ter dell'art. 5».
  2. All'art. 5 della legge regionale n. 9/2010, dopo il comma  2-bis e' inserito il seguente:
    «2-ter. Nel territorio di ogni ambito individuato  ai  sensi  dei commi precedenti, nel rispetto del comma 28 dell'art. 14 del  decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, sostituito dall'art. 19, comma 1, lettera b), del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con  modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135,  i  Comuni,  in  forma  singola  o associata, secondo le modalita' consentite dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 e senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, previa redazione di un piano di intervento, con  relativo  capitolato d'oneri e quadro economico di spesa, coerente  al  Piano  d'ambito  e approvato dall'Assessorato regionale dell'energia e  dei  servizi  di pubblica utilita', Dipartimento regionale dell'acqua e  dei  rifiuti,  possono procedere all'affidamento, all'organizzazione e alla gestione del servizio  di  spazzamento,  raccolta  e  trasporto  dei  rifiuti. L'Assessorato,   che   verifica   il   rispetto   dei   principi   di differenziazione,  adeguatezza  ed  efficienza  tenendo  conto  delle caratteristiche dei servizi di spazzamento, raccolta e  trasporto  di tutti i rifiuti urbani e assimilati, deve pronunciarsi  entro  e  non oltre il termine di sessanta giorni  dalla  ricezione  del  piano  di intervento. L'eventuale richiesta di documenti di  integrazione  deve intervenire nel rispetto del predetto termine. I piani di  intervento approvati sono recepiti all'interno del Piano regionale  di  gestione dei rifiuti entro novanta giorni dalla data di approvazione da  parte dell'Assessorato regionale dell'energia e  dei  servizi  di  pubblica utilita'.».
  3. All'art. 8, comma 1, della legge regionale n.  9/2010,  dopo  le parole «La S.R.R.» sono inserite le seguenti: «,salvo quanto previsto dal comma 2-ter dell'articolo 5,».
  4. All'art. 15 della legge regionale n. 9/2010,  dopo  il  comma  1 sono inseriti i seguenti:
    «1-bis. Nei casi previsti dal comma 2-ter dell'articolo  5  resta fermo che la stipula e  la  sottoscrizione  del  contratto  d'appalto relativo ai singoli comuni hanno luogo fra l'appaltatore e la singola amministrazione comunale,  che  provvede  direttamente  al  pagamento delle  prestazioni  ricevute  e  verifica  l'esatto  adempimento  del contratto.
    1-ter. In sede di affidamento del servizio mediante procedura  di evidenza pubblica, trova applicazione quanto  previsto  dal  comma  2 dell'art. 3-bis del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138,  convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.».
  5. All'art. 16, comma 2, della legge regionale n. 9/2010, le parole «la S.R.R. definisce» sono sostituite dalle parole «la  S.R.R.,  o  i soggetti di cui al comma 2-ter dell'art. 5, definiscono».
  6. All'art. 18 della legge regionale n. 9/2010, dopo il comma 5-bis sono inseriti i seguenti:
    «5-ter. Relativamente agli  impianti  di  cui  al  comma  1  sono assegnate, altresi', all'Assessorato  regionale  dell'energia  e  dei servizi   di   pubblica   utilita'   le   competenze   di    rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale di  cui  all'art.  29-ter  e seguenti  del  decreto   legislativo   3   aprile   2006,   n.   152, esclusivamente per le opere previste al punto  5  dell'allegato  VIII alla parte seconda del decreto legislativo n. 152/2006  e  successive modifiche ed integrazioni.
    5-quater. La risoluzione dei conflitti tra  i  soggetti  pubblici coinvolti nella gestione integrata dei rifiuti e  bonifica  dei  siti inquinati puo' avvenire, fermo  restando  il  ricorso  agli  ordinari rimedi giurisdizionali, in via amministrativa mediante  l'attivazione di un procedimento ad  istanza  dell'ente  che  ne  abbia  interesse. L'istanza e' diretta al dirigente generale del Dipartimento regionale dell'acqua e dei rifiuti che,  sentite  le  parti  ed  assicurato  il contraddittorio, nel termine di  novanta  giorni  emette  un  proprio decreto risolutivo del conflitto. Avverso la decisione del  dirigente generale del Dipartimento regionale dell'acqua  e  dei  rifiuti  sono esperibili gli ordinari rimedi giurisdizionali.».
  7. All'art. 19, comma 1, della legge regionale n. 9/2010, le parole «30 giugno 2012» sono sostituite dalle seguenti: «30 giugno 2013».
  8. All'art. 19, comma 2, della legge regionale n. 9/2010, le parole «30 giugno 2012» sono sostituite dalle seguenti: «30 giugno 2013».
  9. All'art. 19, comma 2-bis, della legge regionale n. 9/2010,  sono apportate le seguenti modifiche:
    a) le  parole  «il  30  settembre  2012»  sono  sostituite  dalle seguenti: «il 30 settembre 2013»;
    b)  le  parole  «il  31  dicembre  2012»  sono  sostituite  dalle seguenti: «il 31 dicembre 2013».
  10. All'art. 19 della legge regionale n. 9/2010,  il  comma  12  e' sostituito dal seguente:
    «12.  Fino  all'inizio  della  gestione  da  parte  dei  soggetti individuati ai sensi  dell'art.  15,  e  comunque  non  oltre  il  30 settembre 2013, i soggetti gia' deputati alla gestione integrata  del ciclo dei rifiuti, o comunque nella stessa  coinvolti,  continuano  a svolgere le competenze loro attualmente attribuite.».
Art. 2  Disposizioni finali
  1. La presente legge  sara'  pubblicata  nella  Gazzetta  Ufficiale della Regione siciliana ed entrera' in vigore il giorno stesso  della pubblicazione.
  2. E' fatto obbligo a chiunque spetti  di  osservarla  e  di  farla osservare come legge della Regione.
    Palermo, 9 gennaio 2013
                              CROCETTA
 Assessore regionale per l'energia        e per i servizi di pubblica utilita': Marino

A.R.S. COMMISSIONE ATTIVITA’ PRODUTTIVE
Presidenza del Presidente, on. Marziano

     La seduta è aperta alle ore 11.30 Seduta n. 180
     del 21.01.15  XVI Legislatura
     Presidenza del Presidente, on. Marziano.

     Si passa al primo punto all'ordine del giorno.

     Il  PRESIDENTE invita il sindaco di San Filippo del Mela,  dr. Pasquale  Aliprandi,  ad illustrare la situazione  di  disagio vissuta dalla collettività comunale a causa della crisi  della Centrale    termoelettrica   Edipower    e   delle    connesse  problematiche occupazionali.

     Il  dr. Aliprandi, sindaco di San Filippo del Mela,  riferisce che   alcuni   lavoratori   della  Centrale   Edipower   hanno pacificamente occupato, nei giorni scorsi, la sede del  Comune  per  attirare  l'attenzione  delle  Istituzioni  regionali   e nazionali  sulla  loro  condizione  di  disagio.  La  centrale      Edipower, alimentata ad olio combustibile da oltre 30 anni,  è  passata  infatti,  nell'arco di pochi  lustri,  da  una  forza  lavoro  di  cinquecento  unità a  circa  duecento.  L'impianto appartiene  al  gruppo A2A. La crisi verrà a  breve  aggravata  dall'attivazione  del cavo di conduzione installato  da  Terna      s.p.a.,  che  priverà  la  centrale  di  San  Filippo  di  una  ulteriore   quota   di   mercato.  Quanto   alla   prospettata   riconversione della centrale asserisce di salutare con  favore   tale   eventualità   che,  tuttavia,    dovrà   escludere   la
combustione   del   carbone   ed  incentrarsi   invece   sulla  combustione  del  CSS  (combustibile solido  secondario),  sul      solare termodinamico e sulle biomasse. L'azienda non ha ancora  presentato i suoi piani di riconversione industriale.  Auspica il mantenimento dei livelli occupazionali ed una riconversione eco-compatibile.

     L'ing.  Monteforte, responsabile Edipower, riferisce  come  la  produzione  nazionale di energia elettrica  nell'anno  2014  è  tornata  ai  livelli del 2004.  Il gruppo A2A,  attraverso  la  controllata  A2A  Ambiente, si è affermato negli  ultimi  anni  nel  settore della raccolta e della valorizzazione  energetica dei   rifiuti.   Tale  settore  industriale  potrebbe   essere  sviluppato   anche  in  Sicilia.  Si  calcola   infatti   che, quand'anche  la raccolta differenziata arrivasse nell'Isola  a percentuali prossime al 65%, residuerebbero circa  un  milione  di  tonnellate  di  materiale che ogni  anno  potrebbe  essere      avviato  al  ciclo  della valorizzazione  energetica.  Con  la conversione  di  un  gruppo  della centrale  Edipower  di  San   Filippo  del Mela per alimentazione a CSS, le prospettive  per l'impianto,  con  una capacità produttiva  che  raggiungerebbe circa  55  Megawatt, sarebbero certamente positive per  quanto      riguarda  la  continuità  produttiva  e  il  mantenimento  dei      livelli    occupazionali.    La   riconversione    industriale      dell'impianto di San Filippo è peraltro all'attenzione di  uno      studio   condotto   dall'Università  di  Messina   che   verrà      pubblicato a breve e che confronterà le emissioni attuali  con      quelle future (100% CSS).
     L'azienda   intende  anche  perseguire  i  piani   industriali relativi al compostaggio dei rifiuti, al riciclo del  vetro  e della  plastica. Tuttavia perché tali progetti possano  essere  compiutamente  avviati  occorrono  i  necessari  passaggi   di competenza delle Autorità amministrative e politiche.

     L'ing.   Lo   Monaco,  dirigente  generale  del   Dipartimento regionale dell'energia, rileva come, secondo i piani  fin  qui esposti   dall'Azienda  Edipower,  tale  società  propone   di occuparsi    in    Sicilia,   nel   settore    dei    rifiuti,  contemporaneamente  delle  seguenti  attività:   compostaggio,      termovalorizzazione  (per  circa  quattro  cento  mila   metri      cubi/anno   di   materiale),  digestione  anaerobica   e   TMB      (trattamento  biologico meccanico) e chiederebbe garanzie,  da      parte della Regione, in ordine ai rifiuti ed al CSS necessario      al  funzionamento  dei propri impianti. Tale  proposta  appare      oggettivamente  di difficile realizzazione sia  dal  punto  di
vista  normativo  che dal punto di vista tecnico.  Infatti  la stessa  presuppone che la Regione effettui una  pianificazione  degli impianti a servizio del sistema regionale, favorendo  un progetto   industriale  ben  preciso,  proposto  da   privati.
     Eventualità non percorribile in quanto i servizi che il gruppo  A2A  intende svolgere, con la realizzazione degli impianti  in  argomento,  dovranno essere programmati con il concorso  delle costituende SSR (Società per la regolamentazione del  Servizio      Rifiuti)  ed affidati mediante procedura ad evidenza  pubblica  secondo   le   stringenti  disposizioni   normative   europee,     nazionali e regionali.

     Il  dott. Zaniboni, direttore di Grandi Impianti A2A Ambiente,      gruppo  A2A,  rileva da un lato la oggettiva  complessità  dei      temi   affrontati,  dall'altra  come  l'Azienda,  nelle  altre      Regioni  in  cui  è presente, ha riscontrato, da  parte  delle      Istituzioni  regionali  e locali,  un  approccio  maggiormente      liberistico  al  settore industriale della  gestione  e  della      valorizzazione  energetica dei rifiuti, pur nel  rispetto  dei      diversi piani regionali dei rifiuti.

     L'ing.   Lo   Monaco,  dirigente  generale  del   Dipartimento      regionale   dell'energia,  precisa  che  le   perplessità   in precedenza da lui stesso evidenziate riguardano esclusivamente la   possibilità,  giuridica  e  tecnica,  che   le   autorità  amministrative  regionali  possano  offrire  alcun   tipo   di      garanzia  o  rassicurazione preventiva alle  aziende  private, attive  nel  settore in argomento, sulla futura profittabilità  economica degli investimenti. Con ciò non intendeva  in  alcun modo condizionare la libertà dell'iniziativa economica privata  di  quanti,  autonomamente, decidano di affrontare il  rischio      d'impresa,  e  di  mercato in particolare,   connesso  a  tali   attività industriali.

     L'ASSESSORE  regionale  per il territorio  e  l'ambiente,  dr. Maurizio CROCE, riferisce come la posizione della Regione  sul tema  è  sufficientemente chiara. La Regione intende  superare quanto  prima  il  sistema  del conferimento  dei  rifiuti  in      discarica.  Pertanto  osserva  come,  nel  medio  periodo,  si      apriranno interessanti prospettive per quanti intraprenderanno     iniziative  imprenditoriali  nel  settore  del  trattamento  e      valorizzazione   dei  rifiuti.  Certamente   gli   affidamenti      avverranno  con  il  rispetto rigoroso  delle  norme  europee,  statali e regionali, mediante procedure ad evidenza pubblica e con  la salvaguardia dell'ambiente. Quanto alla pianificazione  regionale,  ed in particolare al Piano rifiuti,  ricorda  come   tale  atto  sia in fase finale di approvazione  da  parte  del Ministero dell'ambiente.
     Il   Governo  regionale,  quindi,   non  potrà  che   salutare      favorevolmente  la eventuale  riconversione industriale  della centrale di San Filippo in impianto di termovalorizzazione dei rifiuti e di combustione di CSS.

     Il   Sig.  Foti,  rappresentante  Filtem  CGIL,  apprezza   la  posizione del Governo regionale, ritenendole rassicuranti  per  i   lavoratori.   Tuttavia  osserva  come  il  ritardo   nella  costituzione delle SSR non è un buon segnale.

     Il  Sig.  Ferro,  rappresentante UIL, ritiene  di  contro,  la  situazione per i lavoratori particolarmente preoccupante.  Nel prossimo  mese di giugno, infatti, cominceranno a manifestarsi seri  problemi  occupazionali per i lavoratori della  centrale  Edipower.

     L'ASSESSORE  regionale alle attività produttive,  d.ssa  Linda      VANCHERI,  ricorda  come  sia  da  tempo  attivo,  presso   la      Presidenza della Regione, un tavolo tecnico istituzionale  per affrontare il complessivo tema dello smaltimento dei rifiuti e  dei    risvolti   occupazionali.   A   tale   tavolo   siedono      necessariamente  gli  Assessori  regionali  al  territorio   e  ambiente, alle attività produttive, al lavoro ed all'energia e ervizi  di  pubblica utilità. Il Governo  farà  tutto  quanto  rientra nei suoi poteri per addivenire alla migliore soluzione che salvaguardi l'ambiente ed i lavoratori.

     Il   PRESIDENTE,  considerata  da  un  lato  la  contemporanea  presenza  della  d.ssa  Vancheri,  Assessore  regionale   alle attività  produttive e della d.ssa Giovanna Marano,  Assessore  del  Comune  di Palermo alle attività produttive e  dall'altro lato   l'esiguo   numero  di  componenti  della   Commissione, propone di proseguire la seduta per la trattazione del secondo punto all'ordine del giorno in sede informale.

     La COMMISSIONE approva.
     Il  PRESIDENTE, non avendo altri chiesto di parlare, rinvia la seduta.
     La seduta è tolta alle ore 13.10.

I RIFIUTI IN SICILIA

CONFERIMENTO IN DISCARICA 1 MILIARDO ANNUO

CESTI DI GESTIONE 156 MILIONI

COSTI DEL PERSONALE 13.000
DIPENDENTI 500 MILIONI UN ADDETTO OGNI 388
ABITANTI A TREVISO 1 DIPENDENTE OGNI 1.000 ABITANTI A LIVELLO NAZIONALE 1
DIPENDENTE OGNI 680 ABITANTI
COSTI DEI TRIBUTI IN SICILIA UNA MEDIA DI 200 EURO A RESIDENTE VCONTRO LA LOMBARDIA IN CUI  OGNI RESIDENTE PAGA UN TRIBUTO DI 111 EURO
SPESA PER DUE TERMOVALORIZZATORI IN SICILIA E’ PREVENTIVATA IN  ALMENO 300 MILIONI
IGM DI GIULIO QUERCIOLI GESTISCE LA RACCOLTA A SIRACUSA E DINTORNI
DUSTY WALTER MAGNANO DI SAN LORENZO LIO  GESTISCE IL SERVIZIO  NE CATANESE OLTRE CHE IN DIVERSI ALTRI COMUNI
PROTO DOMENICO CHE GESTISCE CATANIA LA STESSA CHE GESTISCE LA DISCARICA DI MOTTA SANT’ANASTASIA TRAMITE LA OIKOS
FAMIGLIA LEONARDI GESTISCE LA DISCARICA DI GROTTE D’INVERNO
GESENU PARTECIPATA DAL COMUNE DI PERUGIA    
FAMIGLIA CECCHINI NEL MESSINESE
TIRRENO AMBIENTE NEL MESSINESE
BIANCAMANO FAMIGLIA NEL TRAPANESE NEL NISSENO E NEL CATANESE L’AMMINISTRATORE PIER PAOLO HA FONDATO I CIRCOLI DELLA LIBERTA’ AVVITI DA MARCELLO DELL’UTRI
ROMA COSTRUZIONE  GELA IN SOCIETA’ CON RICCARDO GRECO GESTISCE GELA GLI è STATA  AFFIDATA A UNA SOCIETA’ CAMPANA
SERGIO VELA E CATANZARO COSTRUZIONE COME DISCARICHE GESTISCONO IL SERVIZO NELL’AGRIGENTINO

BIANCAMANO SI FONDE CON LA
WASTE ITALIA DI PIETRO COLUCCI PER CREARE LA HOLDING DEI RIFIUTI E GESTIRE LA RACCOLTA IN GRANDI ATO E REALIZZARE I TERMOVALORIZZATORI
MERCEGAGLIA MA ANCHE LA IMPREGILO LA A2a,  LA EDILPOWER HANNO PRESENTATO UN PROGETTO DI TERMOVALORIZZATORE A PACE DEL MELA
HERA E IRES PATERCIPATE DEI COMUNI DELL’EMILIA ROMAGNA
ALERION CLEAN POWER OPERANTI NEL SETTORE DEI RIFIUTI ASSENTI IN SICILIA
FONTE: ANTONIO FRASCHILLA
A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE

A CURA DEL COMITATO CITTADINOISOLA PULITA DI ISOLA DELLE FEMMINE
http://isolapulita.blogspot.it/2015/07/rifiuti-in-sicilia-angelini-un-comitato.html




AMBROSETTI, ANGELINI, BACCEI, Catanzaro, CHIARELLO, CORTE DEI CONTI SICILIA, COSTA, CROCETTA, FARAONE, Giordano, GULLO, LUMIA, LUPO, Marino, Orlando, PIETRO GRASSO, RENZI, Sansone, SFERRAZZA, TANCREDI,

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