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Wednesday, July 13, 2016

Morto Provenzano, silenzi e speranza tra la gente di Corleone E' morto Bernardo Provenzano. Il boss dei boss era malato da tempo

Morto Provenzano, silenzi e speranza tra la gente di Corleone

C'è il silenzio di Corleone nel giorno della morte del vecchio boss Bernardo Provenzano. "Non lo conosciamo", "non vivo qui", sono le risposte che si ottengono girando per il paese del Palermitano, in cui la commissione prefettizia sta valutando lo scioglimento per infiltrazione mafiosa. Ma c'è anche un'altra Corleone, quella dell'antimafia: "Speriamo che ora la gente si senta più libera".
(di Emanuele Lauria e Giorgio Ruta)




Duro Colpo al tesoro di Provenzano
Sequestrati conti, villette e cave

 
Andrea Impastato sarebbe stato uno dei prestanome di fiducia della famiglia dei Corleonesi sin dagli anni '80. A suo nome, un patrimonio stimabile in 150 milioni di euro, tra edifici, quote societarie e conti correnti bancari. L'indagine ha portato alla luce un patrimonio notevole: "Aggredirlo significa aggredire l'autorevolezza del mafioso agli occhi dei suoi sottoposti", ha ricordato il questore Caruso

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-bc36d360-aed8-4059-8cb9-93d501f43ffc.html 

Altro che cicoria e ricotta. Al di là del casolare in cui si nascondeva Bernardo Provenzano conduceno una vita magra c'era ben altro. Un tesoro praticamente sterminato. Ora finito nelle mani dello Stato grazie ad una nuova operazione dei poliziotti della Sezione Misure di Prevenzione che ha portato alla luce una nuova fetta del patrimonio dell’ex-superlatitante. Ben 150 milioni, tra beni immobili, automezzi, quote societarie e ben 1.500.000 euro sparsi tra conti correnti, depositi e titoli, tutti intestati al sessantenne Andrea Impastato e a membri della sua famiglia. L’uomo, originario di Cinisi, poteva vantare l’intestazione di villette, terreni (per lo più edificabili), capannoni e complessi industriali e anche una cava nei pressi di Montelepre. “Dopo l’arresto delle persone, passiamo all’arresto dei patrimoni - ha dichiarato il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato - e spiega che “l’operazione contro Provenzano non può essere considerata conclusa ma prosegue con questi sequestri”. Il nucleo che si occupa delle indagini di natura finanziaria, ha setacciato conti correnti e registri, portando alla luce quello che sembra solo una piccola parte di un impero. “Se segnassimo con un pennarello rosso nella sola Palermo quali edifici appartengono alla mafia o sono stati costruiti con metodi mafiosi, rimarremmo impressionati”, ha dichiarato Scarpinato.
Anche il questore di Palermo Giuseppe Caruso fa notare l’importanza del sequestro dei beni e precisa: “È l’ennesima riprova che l’immagine di Provenzano come una persona che vive in condizioni modeste è falsa – ha ricordato – e bisogna riconoscere che aggredire il patrimonio significa aggredire l’autorevolezza del mafioso, che diventa un ‘re nudo’ agli occhi dei suoi luogotenenti e dei suoi sottoposti”.

Impastato era stato arrestato già nel 2002: il suo nome era spuntato tra le carte del braccio destro di Provenzano, il “ragioniere” Pino Lipari, come uno dei principali referenti del capo dei capi. Già in quell’indagine erano stati sequestrati beni “insospettabili”, come un grosso locale nel salotto buono della città, via Principe di Belmonte. L’assoluzione in primo grado ha bloccato le indagini, riprese una volta che la Corte d’appello ha ribaltato la sentenza. Figlio di Giacomo “u sinnacheddu”, esponente della famiglia d Cinisi, luogotenente di Tano Badalamenti, e fratello di Luigi, ammazzato in un agguato nel 1981. Nessuna parentela del mafioso con il compaesano e simbolo dell’antimafia Peppino Impastato, stando a quanto risulta agli investigatori. Andrea Impastato dagli anni ’80 è entrato in contatto con il clan dei Corleonesi diventandone in breve tempo uno degli uomini di fiducia. Impastato avrebbe fatto parte attivamente della famiglia mafiosa, tanto da non limitarsi all’intestazione di beni ma dedicandosi anche all’estorsione. Secondo quanto emerso dalle precedenti indagini attraverso delle intercettazioni, infatti, si è scoperto che il mafioso avrebbe chiesto la “messa a posto” di una società di grande distribuzione.

Tra i beni sequestrati c’è il residence “Calamancina”, a San Vito Lo Capo. Gli occupanti delle villette possono dormire sonni tranquilli “se verrà comprovata la buona fede nel loro acquisto”, precisa Scarpinato. Anche l’affittuario di un grosso capannone adibito a centro commerciale “Mercatone Uno”, nella zona industriale di Carini, viene considerato estraneo alle vicende di Impastato. Ma gli investigatori sono particolarmente soddisfatti per il milione e mezzo di euro sequestrato in liquidi: “Un record”, secondo il questore Caruso.

La burocrazia rallenta le indagini
"Non si pensa alle conseguenze"
Un aggiornamento del sistema informatico blocca l'accesso a delle banche dati, e il procuratore aggiunto di Palermo lancia l'allarme e fa un appello alla classe politica. A rischio le indagini in corso sui patrimoni delle cosche mafiose

Mancano dieci password e le indagini rallentano. O addirittura sono costrette a fermarsi. Accade a Palermo, come denuncia Roberto Scarpinato, nel corso della conferenza stampa di oggi in Questura sul sequestro di beni al boss Provenzano. Per motivi burocratici, da quasi due mesi sarebbero state revocate dieci parole chiave per accedere a un sistema informatico di banche dati che velocizza notevolmente le indagini sul patrimonio. “Già nel 1991 una legge avrebbe dovuto creare l’anagrafe dei conti bancari, ma non è mai stata attuata perché mancava il regolamento – spiega Scarpinato – e lo stesso succede da un anno con la legge Bersani”. È difficile avere informazioni dalle banche, secondo Scarpinato, ed è ancora più difficile localizzare proprietà e flussi di denaro senza l’ausilio di supporti elettronici, bloccati dal ministero a causa di un aggiornamento del sistema. “A Palermo, prima di prendere certe decisioni bisogna riflettere sulle conseguenze”, ha rimproverato il procuratore. Scarpinato non ha voluto precisare a quale ministero va additata la “colpa”, se agli Interni o al Guardasigilli, ma il suo appello è a tutta la classe politica: “Mentre si apre una stagione nuova nella lotta alla mafia, c’è una mancanza di visione d’insieme”. L’ultima indagine non è stata rallentata dalla discussa procedura burocratica, ma Scarpinato ha ribadito che è importante agire sui patrimoni ottenuti irregolarmente dai mafiosi, che “non garantiscono la democrazia economica, e di conseguenza anche quella politica”.
Tra questi numerose villette ed appartamenti facenti parte di un complesso immobiliare di San Vito Lo Capo, riconducibili ai boss mafiosi Provenzano e Lo Piccolo

Maxi sequestro di beni mafiosi

ARTICOLI   giovedì 21 febbraio 2008
 
Un nuovo sequestro di beni riconducibili ai boss Provenzano e Lo Piccolo, per un importo di circa 150 milioni di euro, è stato eseguito, questa mattina, dai poliziotti della sezione misure prevenzione di Palermo su richiesta del Procuratore aggiunto Scarpinato e del sostituto Guardì.
L'operazione denominata “ Secrets business” ha riguardato il sequestro di 5 aziende, la Mediterranea Edil Commerciale di Cinisi, la Inerti Calcarei Sud di Montelepre, la Medi Tour di Palermo , la Prime iniziative di Carini e la Paradais di Montelepre, ma anche di diversi appezzamenti di terreno e diversi immobili. Fra questi numerosi appartamenti e villette a San Vito Lo Capo nella vasta area che viene denominata Calamancina .
Sottoposti a sequestro anche conti correnti, depositi e titoli per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro.
Intestatario dei beni sequestrati sarebbe il sessantenne Andrea Impastato , originario di Cinisi , indicato come affiliato alla cosca mafiosa di quel comune e prestanome dei due boss, in carcere dall'ottobre 2002 allorquando venne arrestato, per associazione mafuiosa, nell'ambito dell'inchiesta su Pino Lipari, il tesoriere di Provenzano .
Ed è stato proprio dalla minuziosa lettura delle carte sequestrate in casa Lipari che è stato possibile risalire ad Impastato investito proprio da Provenzano del ruolo di referente nella gestione ed amministrazione di beni alui riconducibili.
Rocco Giacomazzi

Mafia, sigilli al tesoro di Provenzano

PALERMO - Un milione e mezzo di euro glieli hanno trovati dimenticati lì, in conti correnti, libretti postali, buoni fruttiferi. Tutto il resto, fino ad arrivare ad una cifra record di quasi 150 milioni di euro, era investito in aziende edili e commerciali, nelle immancabili cave di calcestruzzo, in centinaia di ettari di terreno edificabile e non e anche in villette e residence turistici in una delle più note località balneari della Sicilia, San Vito Lo Capo. Per occultare parte del suo immenso patrimonio, Bernardo Provenzano aveva piazzato bandierine praticamente ovunque nella fascia costiera che va da Palermo a Trapani, in quello che era il regno di un altro boss di Cosa nostra, Salvatore Lo Piccolo. E adesso gli investigatori della polizia coordinati dal pool economico del procuratore aggiunto della Dda Roberto Scarpinato stanno cercando di capire se e in che misura, nella gestione occulta del patrimonio sequestrato ieri ad Andrea Impastato, ritenuto prestanome di Provenzano insieme alla moglie e ai cinque figli, fosse interessato anche Lo Piccolo. Certo è che il sequestro disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale fornisce a Scarpinato l' assist per denunciare quelle pastoie burocratiche che, da due mesi a questa parte, bloccano ben 150 indagini patrimoniali. «Da circa due mesi - dice il procuratore - il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere le password d' accesso che consentivano all' ufficio della procura, in tempo reale, di localizzare i beni di mafiosi e prestanome, i conti bancari, la disponibilità di automezzi e tutto ciò che riguarda i patrimoni. In questo modo le indagini sulle misure di prevenzione hanno subito un forte rallentamento perché si deve materialmente andare agli uffici, presentare richieste scritte, attendere le risposte e intanto, ovviamente, i mafiosi occultano i loro beni. Certo - aggiunge Scarpinato - crea perplessità il fatto che proprio adesso che la lotta alla mafia ha fatto un salto di qualità in avanti, si deve assistere ad un arretramento dovuto alla burocrazia». Da via Arenula in serata arriva la risposta: «Siamo estranei all' interruzione del servizio di accesso alle informazioni patrimoniali. Il sistema è in corso di riattivazione e la Procura di Palermo ha già ricevuto le credenziali per il nuovo utilizzo». Ma Scarpinato accende i riflettori su un altro ostacolo alle indagini economiche, l' anagrafe dei conti correnti bancari: «è istituita per legge dal '91 ma è rimasta lettera morta, poi il decreto Bersani l' ha reintrodotta ma sono passati due anni e ancora i regolamenti non ci sono e questo significa che di mese in mese perdiamo milioni di euro riconducibili ai mafiosi». - ALESSANDRA ZINITI

Provenzano, un tesoro da 150 milioni

Gli hanno trovato un milione e mezzo di euro in liquidità e poi ville, residence turistici, aziende edili, cave, imprese commerciali per ben 150 milioni di euro. Un sequestro di beni record quello ordinato dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale a carico di Andrea Impastato, uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano che, insieme alla moglie e ai suoi cinque figli, avrebbe fatto da prestanome al boss corleonese reinvestendo il suo patrimonio.  


La rassegna stampa della settimana

Mafia e legalità sui giornali tra l'19 e il 24 febbraio 2011



Sciarada . L’ election day è alle porte e anche la Camorra si attrezza per far avanzare le sue richieste elettorali innescando bombe e/o trattative. La camorra napoletana, ultimamente avvezza all’uso del tritolo, sta cercando un dialogo con la politica e lo fa avvertendola che senza i clan non si va da nessuna parte. Lo speciale di Maurizio Torrealta a Rainews 24 svela i retroscena di una “trattativa in cerca” di appoggi politici. Napoli e la politica in odor di corruzione invece appare sulle pagine della stampa nazionale e locale a causa della cosiddetta tangentopoli partenopea in atto presso la Regione, complice i sei arresti (domiciliari) per corruzione, disposti da quello Il Mattino chiama il nuovo “pool mani pulite”. La mappa diffusa dall’Ansa centimetri e pubblicata dallo stesso quotidiano, evidenzia graficamente i vari cassetti in cui è suddivisa l’inchiesta che vede al centro dell’affaire, non più scambi di denaro e favori ma la nascita di società occulte pronte a “cibarsi” di fondi pubblici. Nuovi metodi per vecchie abitudini che fanno “sistema”.

Anche Liberazione lo scorso 21 febbraio da notizia, in un taglio basso a firma di Beatrice Macchia, degli arresti “eccellenti” avvenuti in Campania sottolineando che il Prc chiede che si vada subito a nuove elezioni. Lo scorso 20 febbraio invece, sempre per una presunta mazzetta, le manette sono scattate nel Salento, a Lecce, per un giudice di Bari. La tangente, racconta la Gazzetta del Sud, sarebbe stata chiesta per una provvisoria esecuzione di decreto aggiuntivo. Ma non solo bad news. Dalla Sicilia arriva nella stessa giornata la notizia del sequestro del tesoro del di Provenzano e dei Lo Piccolo. L’operazione denominata Secret business ha posto i sigilli su beni immobili, e mobili del valore di circa 150milioni di euro, su cinque imprese edili di Palermo, ma anche su alcuni beni nelle zone turistiche del trapanese e una cava fra Carini e Montelepre (Pa); infine complessi industriali, conti correnti, depositi e titoli. Prestanome per la maggior parte di questi beni Andrea Impastato, arrestato nel 2002 per mafia. Mentre di questo si parla il procuratore aggiunto Scarpinato denuncia la sospensione da settimane delle dieci password che consentivano ai loro uffici di localizzare i beni dei mafiosi e prestanome. Una mancanza gravissima in un momento in cui la lotta alla mafia sta compiendo un grosso salto di qualità.
Sempre dei beni di un boss, “presunto” per i quotidiani di Sicilia (La Sicilia, Gazzetta del Sud, e Giornale di Sicilia) si tratta ma in provincia di Messina. Il 18 febbraio i tre quotidiani dell’Isola danno notizia del sequestro dei beni dell’imprenditore in carcere da alcuni anni Mazzagatti di Santa Lucia del Mela (Me). La confisca è una notizia per la provincia perché Nino Mazzagatti è stato condannato per estorsione con l’aggravante mafiosa e riconosciuto nella sentenza Mare nostrum come imprenditore troppo vicino alle cosche di Barcellona Pozzo di Gotto. Mentre la scorsa settimana la Gazzetta del Sud annunciava la problematica scarcerazione di dodici imputati per la Mare nostrum, nell’area fra Barcellona, Patti e Tortorici (Me) con conseguenti problemi per l’ordine pubblico, il sequestro dei beni di Mazzagatti segna un punto a favore dello Stato, sebbene a Santa Lucia del Mela (Me) gli appalti per il catering, continuino ad essere monopolio di una sola “nota” ditta. Tensioni che resistono nei piccoli paesi dimenticati del messinese dove l’illegalità si nasconde sempre più spesso fra le piaghe della microcriminalità e si rivolta contro esponenti delle forze dell’ordine. Messina come Agrigento, una delle ultime roccaforti in cui pare si stia rifugiando la “gerenza di Cosa nostra”.
Lo scorso 18 febbraio a Porto Empedocle (Ag) una busta con due proiettili indirizzata all' ex sindaco, Paolo Ferrara, è stata intercettata dall’ufficio postale della città e sempre nell’agrigentino qualche giorno prima una bottiglia incendiaria è stata lasciata davanti al portone d’ingresso dell’abitazione del comandante della polizia municipale di Cattolica Eraclea. L’ala militare e criminale di Cosa nostra non arretra, e attanaglia le province in cui la mafia sembra raccogliere ancora consensi e soprattutto trova cittadinanza. Le due province di Messina e Agrigento, non solo per i piccoli e ripetuti fatti di cronaca, ma soprattutto per il probabile riassetto di Cosa nostra, sono due roccaforti strategiche. E mentre questo accade a Catania, con un solo voto di scarto la poltrona della Procura viene data a Vincenzo D’Agata. Dentro storie di nomine delicate, fiele e divergenze, in pochissimi sulla stampa affondano l’inchiostro; per prudenza i più restano fuori. E tutto rimane in città, per addetti ai lavori. La presentazione della relazione sulla ‘ndrangheta invece ferma la penna dei giornalisti per due giorni interi (21-22 febbraio) su molte testate, dalle colonne del Quotidiano di Calabria, anche loro tappezzate dal racconto delle holding ‘ndrine, trovano un angolo per le notizie che parlano di legalità: un Convegno a Belvedere che ha come tema la lotta all’illegalità nel Tirreno casentino, un incontro nella scuola Media di San Leo (Luzzi) in cui sono intervenute le forze dell’ordine e altri esponenti delle istituzioni, e in particolar modo l’insediamento a Reggio Calabria della Commissione regionale contro il “fenomeno” (così lo chiamano ancora) della mafia. Pare che la stessa approverà per prima il codice etico istituito dalla Commissione nazionale antimafia per le “liste pulite” alle prossime elezioni. Lo aspettano un po’ tutti, non solo in Calabria, s’intende.
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