CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Tuesday, July 19, 2016

Commissione di inchiesta sui rifiuti: relazione sul ciclo dei rifiuti in Sicilia pag 124-158 19 luglio 2016

Commissione di inchiesta sui rifiuti: relazione sul ciclo dei rifiuti in Sicilia

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati ha approvato il 19 luglio 2016 una Relazione sul ciclo dei rifiuti in Sicilia, attraverso l’acquisizione di documenti ed informazioni assunte nel corso delle missioni effettuate in diverse occasioni.


“La Regione siciliana ha precisato che, al 31 luglio 2015, a fronte di un importo complessivo pari a oltre 722,4 milioni di euro che la stessa Regione ha destinato al comparto dei rifiuti – dei quali sono stati effettivamente erogati 662,9 milioni di euro -, risultano recuperati a carico della finanza locale 117,8 milioni di euro pari al 17,8 per cento. L’esposizione debitoria che, quindi, ne deriva a titolo di anticipazioni ammonta, al netto dei recuperi medio tempore effettuati dalla Regione, a 545,1 milioni di euro. Tali importi, che vanno ben oltre i livelli di sostenibilità, risultano spesso non correttamente contabilizzati dagli enti locali e finiscono per costituire una consistente ‘posta occulta’, ovvero debito fuori bilancio in un contesto finanziario locale già di per sé fortemente problematico.  La Corte dei conti – sezione di controllo per la Regione siciliana, inoltre, ha fornito la situazione debitoria delle società d’ambito, aggiornata al 15 giugno 2015, che è quantificabile in euro 1.053.717.774”

La Commissione sottolinea l’esistenza di un sistema di illegalità diffuso e radicato, favorito dal mancato esercizio delle competenze regionali in materia di programmazione e controllo, che è alla base di tutte le gravi disfunzioni nella gestione dei rifiuti che continuano a registrarsi anche oggi: in questo contesto le organizzazioni mafiose, come confermato dalle indagini giudiziarie, hanno cercato di ottenere i massimi vantaggi economici sia da una non corretta gestione delle gare di appalto sia dallo smaltimento illecito dei rifiuti, sfruttando la propria efficiente rete di rapporti e complicità con gli apparati pubblici e anche le gravi lacune registrate nella realizzate delle white list da parte delle prefetture.

2.1.3. Gli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti.


Indagini segnalate dalla magistratura



L'approfondimento relativo alla infiltrazione della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti e, più in generale, agli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti nella provincia di Palermo, è stato effettuato nel corso della missione in Sicilia, attraverso l'audizione del procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Lo Voi, del procuratore aggiunto, Salvatore De Luca, e dei sostituti che hanno direttamente seguito le indagini più significative nella materia dei reati ambientali.

Sono stati inoltre prodotti dall'ufficio di procura sopra indicato documenti e note (doc. n. 217/2, doc. n. 297/1; 297/2, 2973) e, da ultimo, sono stati auditi a Roma in data 25 gennaio 2016 i magistrati Salvatore De Luca, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Palermo, e il sostituto procuratore Sergio Demontis. Preme sottolineare sin d’ora come una serie di elementi evidenziati nella relazione territoriale sulla Regione siciliana approvata nella scorsa legislatura abbiano poi trovato conferma anche dal punto di vista penale, nel senso che fenomeni rilevati dalla Commissione hanno poi avuto uno sviluppo investigativo e processuale. In sostanza, quelle che in precedenza erano state considerate "anomalie" sintomatiche di una presenza della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti, sono state approfondite dagli inquirenti che hanno ravvisato la rilevanza penale delle condotte segnalate, tanto che sono in corso i relativi procedimenti.

Il procuratore aggiunto di Palermo, Salvatore De Luca, ha dichiarato che dal complesso delle indagini svolte dalla procura di Palermo sono emersi due elementi fondamentali: la presenza di cosa nostra nel settore dei rifiuti cui si aggiungono l’inefficienza, l’inerzia e l’inadeguatezza della pubblica amministrazione (anche nel caso, non infrequente in cui si consumano corruzioni).

2.1.3.1. Illegittimità e illeciti connessi alle attività amministrative. 

Il procedimento a carico di Cannova più altri Con riferimento alle illiceità che connotano l’attività amministrativa, è stato segnalato il procedimento a carico dell’architetto Cannova più altri, procedimento che fornisce uno spaccato parziale (ma emblematico di quanto i fenomeni corruttivi si alimentino in questo settore) di ciò che accade all'interno degli uffici pubblici e di come l'interesse pubblico, in questo caso connesso anche al bene ambientale, sia sistematicamente frustrato per il perseguimento di interessi privatistici.

Il pubblico ministero ha dichiarato: “L’inefficienza è il grosso problema. Nel calderone dell’inefficienza, sempre muovendo da ciò che emerge dagli atti processuali, c’è di tutto: si va dalla corruzione non provata – perché non sempre si riesce a provarla – alla farraginosità burocratica, dall’incompetenza al quieto vivere".
Ovviamente tanto più le maglie della pubblica amministrazione sono larghe tanto più facile sarà per la criminalità comune e per la criminalità organizzata di stampo mafioso insinuarsi e condizionare illecitamente l'azione amministrativa.
Appare opportuno riportare integralmente un passaggio dell’audizione del dottor Salvatore De Luca, il quale ha rappresentato che: "Dagli atti a nostra disposizione emerge che l’attuale sistema di gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia è assai carente. Lo definirei disastroso, ma non voglio osare.

Abbiamo gravi elementi, in alcuni casi sentenze di primo grado, per affermare che né le discariche pubbliche (le chiamo così, anche se in realtà non sono pubbliche), come quella di Bellolampo, né le discariche private in molti casi sono a norma di legge. Purtroppo l’intervento della magistratura e in seguito della pubblica amministrazione avviene a buoi scappati, quando già magari c’è stato un disastro ambientale e quando il percolato – vedi Bellolampo – ha inquinato anche la falda acquifera. Scusatemi se forse travalico le mie funzioni. Mi sento di dire che questo sistema non funziona.

Spetterà al potere politico, nella sua sovranità, scegliere vie alternative: raccolta differenziata, termovalorizzatori, mandare all’estero. Io non lo so, o meglio lo saprei come cittadino, ma non voglio entrare nel merito, perché questa è la sovranità del potere politico, che deve, però, trovare una soluzione alternativa, in quanto questo sistema non funziona. A volte noi ci troviamo nell’enorme difficoltà – vedasi Bellolampo – di dover scegliere fra un male e un male forse peggiore. 

Che facciamo? Sequestriamo e chiudiamo questa discarica? Se chiudiamo la discarica, che succede? A volte, appena c’è una situazione di miglioramento e si intravede una possibile soluzione politica, restituiamo quanto in sequestro, anche perché gestire una discarica – cito Bellolampo – da parte dell’autorità giudiziaria non è facile e non è il massimo da un punto di vista concettuale. Dovremmo metterci a fare i pubblici amministratori."

Sicuramente degno di rilievo è procedimento a carico di Cannova più altri nell'ambito del quale sono state ravvisate numerose ipotesi corruttive dalle quali, ha aggiunto il procuratore, "si può ragionevolmente presumere una permanente deviazione delle funzioni pubbliche in favore di imprese private operanti nel settore di interesse".

Tale procedimento ha ad oggetto sostanzialmente diverse ipotesi di corruzione perpetrate nell’ambito dell’assessorato regionale al territorio e all’ambiente (ARTA) dall’architetto Gianfranco Cannova e da diversi imprenditori, titolari di società a vario titolo interessate alla gestione dei rifiuti nel territorio siciliano.

In particolare, l’architetto Cannova all’epoca dei fatti era funzionario in servizio presso l’ufficio servizio II – VIA – VAS dell’assessorato del territorio e dell’ambiente (ARTA), con sede a Palermo. L’architetto Cannova curava in particolare l’istruttoria delle pratiche per il rilascio ed il rinnovo delle autorizzazioni AIA (autorizzazione integrata ambientale) nonché degli altri atti amministrativi necessari per l’avvio, l’ampliamento ed il mantenimento degli impianti di smaltimento dei rifiuti operanti nella Regione siciliana.

Unitamente al Cannova, il procedimento penale ha coinvolto Proto Domenico, Sodano Calogero, Sodano Nicolò e Antonioli Giuseppe.

Per una più agevole comprensione delle dinamiche dell’attività illecita e dei ruoli dei diversi protagonisti, appare opportuno segnalare che:

- Proto Domenico era presidente della Oikos SpA, società che gestisce lo smaltimento di rifiuti non pericolosi a mezzo di una discarica sita in Motta SantAnastasia (CT), C. da Tiritì, come da autorizzazione AIA nr. DRS n. 562 del 27 giugno 2007;
- Sodano Calogero e Sodano Nicolò erano titolari di due società ed in particolare della Sicedil Srl con sede in Villaseta in contrada Zunica (Agrigento), che si occupa dello smaltimento di rifiuti, e della Soambiente Srl, con sede in Villaseta in contrada Zunica Agrigento che si occupa del trattamento, trasporto e smaltimento di rifiuti, di varie tipologie;
- Antonioli Giuseppe, infine, era amministratore delegato, tra le altre, della società Osmon SpA che, allinterno della discarica gestita dalla Tirrenoambiente SpA, presso il comune di Mazzarà SantAndrea (ME), utilizzando la captazione dei biogas prodotti dai rifiuti solidi urbani della discarica, ha costruito un impianto per la produzione di energia elettrica da fontirinnovabili (biogas) e conseguente elettrodotto.
Il compendio probatorio acquisito nel corso delle indagini, costituito principalmente da attività di intercettazione telefonica e ambientale e dai connessi riscontri esterni (attività di osservazione controllo e pedinamento, acquisizioni documentali), ha consentito di ottenere dal Gip lemissione in data 14 luglio 2014 di cinque ordinanze di applicazione di misure cautelari personale (custodia cautelare in carcere per il funzionario, arresti domiciliari per gli imprenditori).
Nel caso di specie, il pactum sceleris intercorso tra Cannova, funzionario infedele, e i diversi imprenditori coinvolti nellindagine non si è caratterizzato per lindividuazione di uno o più atti contrari ai doveri dufficio (alcuni dei quali sono stati comunque individuati). Piuttosto, si è trattato di una messa a disposizione (a libro paga) del funzionario pubblico, che si impegna a fare il possibile per realizzare quanto è stato dal privato di volta in volta richiesto, accettando, quale corrispettivo, la promessa e poi lerogazione di somme di denaro e/o altre utilità.
Di conseguenza gli atti del funzionario infedele paiono sistematicamente perseguire obiettivi esclusivamente connessi alle convenienze delle imprese private, al di là dei rilevanti interessi pubblici sottesi ad ogni singolo provvedimento amministrativo. Interessi pubblici che in materia di discariche e di smaltimento di rifiuti si collegano significativamente alla salubrità dellambiente e quindi alla salute dei cittadini.
Peraltro, le prestazioni illegali del Cannova, riconducibili al pactum sceleris con gli  imprenditori corruttori, sono andate oltre gli atti di stretta competenza dellufficio dove costui operava direttamente. In effetti, dalle indagini è emersa una disponibilità del funzionario Cannova a farsi intermediario degli interessi privatistici dei corruttori con soggetti operanti in altri uffici pubblici, anchessi impegnati nel settore delle discariche e dello smaltimento dei rifiuti, grazie alla capacità del primo di intessere rapporti e amicizie strumentali a progetti di indebita accumulazione di vantaggi personali.
Vengono a tal fine in rilevo, ad esempio, quei casi in cui il Cannova fungeva da mediatore nei rapporti con altri funzionari o soggetti dellapparato amministrativo preposti istituzionalmente al monitoraggio e controllo in materia ambientale, in alcuni casi persino preannunciando in anticipo le attività di ispezione a sorpresa ovvero anticipando la sorte delle pratiche curate da altri uffici pubblici.
Notizie riservate se non propriamente segrete anche queste prontamente portate a conoscenza dallarchitetto Cannova ai suoi referenti delittuosi al fine di agevolarli ingiustamente nelle procedure di loro interesse creando, anche attraverso questi interventi, delle indebite corsie preferenziali.
2.1.3.1.2 Le società e le discariche oggetto di indagine
Pare opportuno riportare integralmente quanto trasmesso dalla procura di Palermo  :
1) Oikos SpA, sita in Motta Sant’Anastasia (CT)

Come detto in premessa, Proto Domenico era presidente della Oikos SpA, società che gestisce lo smaltimento di rifiuti non pericolosi a mezzo di una discarica sita in Motta Sant’Anastasia (CT), contrada Tiritì, come da autorizzazione AIA nr. DRS n. 562 del 27 giugno 2007.

Detta società aveva presentato agli uffici dell’assessorato in cui il Cannova prestava servizio richiesta di autorizzazione all’ampliamento della discarica nella limitrofa contrada Valanghe d’Inverno, anch’essa nel comune di Motta Sant’Anastasia.

In sostanza Proto, all’epoca dei fatti gestiva due discariche, entrambe ai confini tra i comuni di Motta Sant’Anastasia e di Misterbianco, sempre in provincia di Catania:
- la prima discarica, sita in contrada Tiritì, era già operativa ed aveva provocato le lamentele della cittadinanza di Misterbianco per i cattivi odori e miasmi dalla stessa provenienti;
- la seconda discarica, sita nell’adiacente contrada Valanghe d’Inverno, era stata già autorizzata dalle autorità competenti, ma non era ancora operativa in quanto in attesa del collaudo dell’ampliamento richiesto dal Proto.

Il comune di Motta Sant’Anastasia voleva ampliare il vincolo paesaggistico intorno al parco del castello di circa 200 metri un’iniziativa che, di fatto, sarebbe andata contro l’ampliamento della discarica sita in contrada Valanghe d’Inverno.

Gli investigatori hanno dato atto che il sito privato di smaltimento rifiuti gestito dalla Oikos era tra i più grandi di tutta la Sicilia, con volumi d’affari di circa 30 milioni di euro di fatturato nel 2011.

In particolare:

 la società disponeva di un'area autorizzata di 30 ettari, di cui 20 coltivati a RSU (rifiuti solidi urbani);
 la capienza della discarica era stimata intorno ai due milioni e mezzo di metri cubi;
 la struttura nella contigua contrada Valanghe d’Inverno – oggetto della richiesta di ampliamento - si trovava a ridosso del comune di Misterbianco, ma nel comune di Motta;
 i cittadini dei due paesi, come si evinceva dalle cronache locali e dall’attività di intercettazione, da anni si opponevano, riuniti in due comitati “No discarica”, al detto ampliamento in contrada Valanghe d’Inverno, rivendicando il fatto che si tratterebbe in realtà di un impianto nuovo - non di un ampliamento - della capacità potenziale di tre milioni di metri cubi, che farebbero della discarica gestita dalla Oikos il sito emergenziale più grande dell’isola, preoccupati quindi delle ricadute sul piano della salubrità dei luoghi;
 il sito insisteva in una porzione di territorio ancora più ampia in quanto, nelle
adiacenze della discarica, si trova una discarica di inerti e una cava di sabbia, di proprietà della società, per un totale complessivo che supera i 200 ettari;
 l’Oikos SpA da più di trent’anni opera nel settore della gestione ambientale, risultato dell’eredità imprenditoriale di tre generazioni;
 nell'ambito del riciclaggio, la Oikos gestisce un impianto di triturazione d'inerti, mentre, nell'ambito dei servizi di gestione ambientale, la Oikos si occupa dei Servizi di gestione dei rifiuti urbani all’interno del Consorzio SIMCO per i comuni dell'ATO CT3, ovvero della raccolta dei rifiuti in alcuni centri etnei per conto della Simeto Ambiente.
Inoltre, come accertato dalla polizia giudiziaria, all’epoca dei fatti non pochi ostacoli
si frapponevano alle discariche in esame, e infatti:
 il comitato “No discarica” di Misterbianco, nell’estate del 2011, aveva sollevato parecchi timori per il livello delle polveri sottili, chiedendo all’amministrazione regionale un intervento in tempi rapidi affinché si revocasse l’autorizzazione di ampliamento dell’impianto di smaltimento dei RSU e lo si delocalizzasse;
 ad inizio di agosto l'ARPA aveva comunicato che i valori d'inquinamento, registrati alla fine di giugno, delle polveri all'interno della discarica di contrada Tiritì erano al di sopra dei limiti consentiti dalla legge, ed aveva invitato il gestore della discarica ad adottare ed a comunicare le soluzioni messe in atto per abbassare tale limite;
 la discarica accoglie i rifiuti di diciannove comuni della fascia pedemontana;
 l'ampliamento, deliberato dal governo Lombardo con due distinte autorizzazioni il 19 marzo 2009 e il 4 marzo 2010, di fatto consentirà alla Oikos di triplicare le dimensioni e gli effetti dell'impianto: il conferimento dei rifiuti giungerebbe di tal maniera a circa 2,5 milioni di metri cubi, con evidenti maggiori e consistenti profitti;
 quale fosse l’interesse del presidente di Oikos SpA, Domenico Proto, nell’evitare intralci nel procedimento volto all’ampliamento è pienamente manifesto dalla nota da lui diramata in data 2 settembre 2011, ripresa in diversi siti Internet, con cui, con toni perentori, intimava: Oikos SpA si è già impegnata con diversi istituti bancari a sostenere esborsi economici, per investimenti direttamente o strettamente correlati ai predetti impianti autorizzati, per euro 31.622.264,10 di cui già spesi ad oggi pari ad euro 28.572.686,55. Risulta evidente che l'eventuale revoca in autotutela dei decreti ammessi provocherebbe ingenti ed ingiustificati danni economici all'intera collettività;
 il riferimento è alle autorizzazioni integrate ambientali concesse dalla Regione quando il governo di Raffaele Lombardo decise di bloccare gli inceneritori programmati da Cuffaro: anche l'impianto di contrada Tiritì era ricompreso nella lista delle dodici discariche da ampliare, eppure la discarica era già attiva da trent'anni, ad una distanza dai centri abitati ben inferiore ai 5 chilometri prescritti da una legge del 1994;
 da fonte di cronaca emerge anche una richiesta di revoca dell'ampliamento dell’impianto di contrada Tiritì sino a espandersi in contrada Valanghe d'Inverno, che il comune di Misterbianco ha reiterato con una nota del giugno 2012, a firma del sindaco Antonino Di Guardo, con cui si evidenziava: la mancanza della distanza minima prevista dalla legge che deve essere di oltre 5 chilometri dal centro abitato e la persistenza di odori nauseabondi con conseguenti disagi per la popolazione residente.

È evidente, dunque, il contesto in cui matura il rapporto corruttivo tra Cannova e Proto.

Cannova è, riferiscono ancora i magistrati nella documentazione trasmessa, “a libro paga dell’imprenditore” e, per soddisfare i suoi desiderata, agisce in assoluta simbiosi con quest’ultimo, presentandosi come un vero e proprio consulente alle dipendenze del secondo.

La natura delle prestazioni del Cannova a favore del Proto appare eterogenea.

Cannova è disponibile a fare da mediatore nei rapporti con altri funzionari competenti nel settore; dà consigli sul contenuto dei provvedimenti che il Proto avrebbe dovuto depositare di lì a breve; comunica in anticipo notizie riservate, quali ad esempio quelle di imminenti ispezioni programmate a sorpresa presso i siti del corruttore.

Addirittura il Cannova, venuto a conoscenza dell’intenzione di revocare l’AIA alla società del Proto, immediatamente rivela la notizia al diretto interessato affinché questi possa correre ai ripari, muovendo eventualmente proprie conoscenze e amicizie, tra cui quella con l’allora governatore della Regione, Raffaele Lombardo (in quel periodo commissario straordinario all’emergenza rifiuti per la Sicilia), il quale lo riceverà privatamente, come poi racconterà il Proto stesso in una intercettazione.

Significativi sono anche i due episodi di fermo impianto verificatisi nell’aprile del 2012, in relazione ai quali il Cannova interviene anche questa volta per soddisfare gli interessi economici del Proto e infatti, nonostante il guasto dell’impianto, grazie ai consigli ed all’intervento del Cannova, che si è attivamente adoperato affinché la società non subisse alcun tipo di controllo, la società Oikos ha continuato a ricevere e

contabilizzare i rifiuti, continuando a riscuotere indebitamente ingenti somme di denaro, quale corrispettivo per il pagamento delle tariffe per l’effettuazione dell’operazione di trattamento preliminare del rifiuto e per l’operazione di smaltimento definitivo in discarica.

Nel dettaglio, ai fini che in tale sede interessano, appare opportuno specificare la vicenda dei due guasti verificatisi nell’aprile del 2012 presso l’impianto gestito dalla società Oikos.

È qui bastevole considerare che la Oikos SpA all’epoca dei fatti gestiva gli impianti, complementari tra loro:
- di pretrattamento/selezione, denominato (IPPC);
- di discarica per rifiuti non pericolosi; entrambi siti in contrada Tiritì del comune di Motta S. Anastasia.
Per lo smaltimento di tutti i rifiuti ricevuti, la citata società applicava, nei confronti dei conferitori (ATO e società di privati) e a seconda della destinazione dei rifiuti (verso l’impianto di trattamento o direttamente in discarica), due distinte tariffe: quella relativa al trattamento preventivo, pari a euro 72,57 a tonnellata, e quella relativa allo smaltimento definitivo in discarica, pari a euro 9,25 a tonnellata.

Dalle indagini svolte risultano una serie di anomalie, tra cui, in sede di sopralluogo dei Carabinieri del NOE del 24 maggio 2012, veniva accertata, in una porzione d’area della discarica, la presenza di rifiuti la cui tipologia non era consentito conferire ai sensi dell’articolo 7 del decreto legislativo n. 36 del 2003 o meglio:
- alcuni rifiuti che necessitavano in forza della loro tipologia, di essere sottoposti a pre-trattamento, che non avevano, invece, sostenuto;
- altri rifiuti (per esempio traversine in cemento armato, materiale in legno, plastica e ferro) non potevano invece proprio essere smaltiti in quella discarica, perché per tale tipologia è necessario uno specifico pretrattamento con un impianto particolare, di cui la società Oikos non dispone, per il successivo conferimento in discarica per i rifiuti inerti.

A corredo di questa attività veniva acquisita la documentazione ambientale ed in particolare i registri di carico e scarico e le “bindelle di pesa” dei rifiuti.

Come anticipato, il guadagno della società era connesso alla quantità di rifiuto trattato, per cui la stessa emetteva una prima fattura di trattamento, pari a euro 72,57, e poi una seconda relativa allo smaltimento definitivo in discarica euro 9,25 a tonnellata, i cui importi sono ovviamente parametrati alle quantità di rifiuto trattate e smaltite, dimostrabili dalle attività di pesa e tenuta dei registri.

Il fermo impianto verificatosi nell’ultima settimana di aprile 2012 non ha consentito di operare il pretrattamento nei termini dovuti, peraltro in questi casi il gestore della discarica doveva prontamente avvertire tutti gli enti preposti al controllo – regione, ARPA e provincia – affinché potessero mettere in atto le misure necessarie per garantire il corretto smaltimento dei rifiuti salvaguardando la salute pubblica.

A tal proposito il dirigente del servizio, ing. Natale Zuccarello, ha riferito che, in caso di interruzione dell’impianto e qualora la vasca di raccolta cd. “tramoggia” sia colma, il gestore avrebbe l’obbligo di interrompere il conferimento dei rifiuti qualora non via sia un’area di stoccaggio temporanea già predisposta e preventivamente autorizzata.

In questo caso, fatti salvi gli eventuali danni ambientali la cui valutazione è di competenza del servizio, il gestore deve darne comunicazione immediata agli enti preposti alla pianificazione e verifica della corretta gestione integrata dei rifiuti, e cioè assessorato energia, nonché agli enti preposti alla vigilanza, ARPA e provincia, ed infine anche alla prefettura.

I dati fin qui esposti dimostrano, secondo la prospettazione accusatoria, la consolidata prassi criminosa seguita dal Cannova e dal Proto dovendosi ancora evidenziare che in riferimento alle molteplici anomalie burocratiche ed amministrative risulta particolarmente esplicativa anche la relazione denominata “Iter autorizzativo per le discariche ed impianti della società Oikos SpA” redatta dalla Commissione per la verifica degli atti relativi alla discariche private in esercizio per rifiuti non pericolosi site nel territorio siciliano, istituita con decreto n. 54 datato 17 gennaio 2014 dell’assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità.

Da tale relazione, risulta che dalla disamina del complesso iter amministrativo riguardante l’evoluzione delle discariche di contrada Tiritì e di contrada Valanghe di Inverno “emergono una serie di incongruenze, discrasie e/o anomalie. (…) La Commissione ritiene inoltre di dover segnalare che, essendo presenti atti e documenti che dimostrano il mancato rispetto delle norme tecniche nelle attività di gestione rifiuti

poste in essere nel tempo nel sito in questione, con ricadute di carattere ambientale, è necessario provvedere con urgenza delle attività per valutare e definire le aree che nel tempo sono state oggetto di abbancamento rifiuti nonché se le stesse coincidono con aree impermeabilizzate ed eventualmente effettuare le conseguenti attività di messa in sicurezza …”.
(…)
2) Sicedil Srl con sede in Villaseta in contrada Zunica (AG) e Soambiente Srl con sede in Villaseta in contrada Zunica –
Lo stesso modus operandi già evidenziato nei rapporti con il Proto, è stato seguito dal Cannova, secondo gli accertamenti investigativi, con i fratelli Sodano, ai quali il funzionario ha offerto le proprie competenze a pagamento mettendo anche in questo
caso “a disposizione” l’ufficio e la funzione pubblica da lui ricoperti per un tornaconto economico.

Un tornaconto rappresentato in cospicue e ripetute dazioni di denaro nonché dalla promessa di una villetta per vacanze, ancora in fase di progettazione, il tutto quale corrispettivo del suo interessamento per il buon esito delle procedure amministrative funzionali al rilascio di autorizzazioni in favore dei Sodano.

Questi ultimi, come già detto, sono titolari di due società, la Sicedil Srl con sede in Villaseta in contrada Zunica (AG), operante nello smaltimento di rifiuti, e la Soambiente Srl con sede in Villaseta in contrada Zunica, operante nel trattamento, trasporto e smaltimento di rifiuti, di varie tipologie.

In questa loro veste i fratelli Sodano erano impegnati nella ricerca di siti, prevalentemente cave dismesse, allocate in diverse province siciliane, da destinare a discariche per varie tipologie di rifiuti in specie per risolvere i problemi connessi alla gestione della società Sicedil Srl in riferimento alla discarica, in fase di saturazione, per rifiuti non pericolosi in località Monserrato di Agrigento.

Tramite l’ufficio dell’assessorato regionale al territorio e ambiente, in cui prestava servizio l’architetto Cannova, il 18 aprile 2011 i medesimi Sodano ottenevano l’autorizzazione (DDG n. 253), non ancora esecutiva (per via dei ricorsi amministrativi presentati da un comitato di cittadini), per un’ulteriore discarica, sita ad un centinaio di metri della precedente, da gestire tramite la Soambiente Srl e da destinare alla medesima categoria di rifiuti, ovvero rifiuti non pericolosi.

Sempre tramite la Soambiente Srl, gli stessi fratelli Sodano erano interessati ad ottenere autorizzazioni per diverse altre discariche, per varie tipologie di rifiuti, localizzate in ambito regionale, anche extraprovinciale (Pachino, Noto, Sciacca e Siculiana).

Anche in quest’occasione il Cannova si è ripetutamente e sollecitamente attivato ogni qualvolta gli imprenditori Sodano ne caldeggiavano un intervento, tanto più che
talvolta è stato proprio lui a sollecitare i predetti fratelli, nel corso delle diverse fasi dei procedimenti amministrativi, ad assumere più iniziative; sollecitazioni che si concretizzavano in incontri anche a stretto giro, per i quali Cannova si dichiarava perfino disponibile a raggiungere questi imprenditori ad Agrigento.

Dalle indagini emerge che i Sodano abbiano dato del denaro al Cannova, corrompendolo al fine di ottenere le autorizzazioni AIA per le discariche da costituire nei comuni di Noto e Pachino, intervento che non aveva dato l’esito sperato perché la conferenza dei servizi allo scopo convocata aveva dato parere negativo all’ottenimento dell’AIA per il progetto della discarica, sita in contrada Camporeale nel territorio di Pachino (SR).

Per una migliore comprensione dei fatti, di seguito si delinea a grandi linee il tortuoso iter burocratico avente ad oggetto la discarica di Pachino (SR), così come riscontrato da successiva acquisizione documentale effettuata presso l’ARTA di Palermo: la Soambiente Srl aveva presentato un’istanza per i lavori di recupero ambientale di una ex cava di calcarenite, mediante la realizzazione di un impianto di smaltimento per rifiuti non pericolosi, principalmente terre e rocce da scavo. Ma lo stop definitivo alla realizzazione della discarica di contrada Camporeale, che rischiava di essere riempita con materiali terrosi provenienti da siti fortemente inquinati, avveniva con il diniego del comune di Pachino che fece marcia indietro dopo avere espresso il proprio favore, correggendo dunque l'indirizzo frettolosamente espresso.

La casa municipale, inizialmente, giustificò il proprio assenso poiché il progetto prevedeva lo stoccaggio di inerti e materiali terrosi non pericolosi. Tuttavia si scoprì, successivamente, che i codici indicanti i materiali stoccabili prevedevano anche quelli provenienti da siti industriali potenzialmente inquinati. Spinto da una vera e propria sommossa popolare, il sindaco Bonaiuto rivide la propria posizione e negò le autorizzazioni prima concesse.

In questa sede, sempre al fine di delineare il comportamento opaco e disinvolto del Cannova, è opportuno richiamare un documento del comune di Pachino, a firma del capo area tecnica, architetto Vincenzo Frazzetto, in cui il medesimo funzionario comunale, dietro precisa richiesta del sindaco di Pachino, forniva delucidazioni in merito al primo parere positivo dato al progetto di discarica gestita dalla Soambiente.

Scriveva tra l’altro nella sua nota, il Frazzetto, questo passaggio di particolare importanza: “Il responsabile dell’urbanistica ed il responsabile del SUAP non ha mai espresso parere per l’impianto, in quanto si è limitato a trasmettere via fax alla CDS il parere dell’articolo 40 in fax, tanto che in data posteriore alla CDS del 13 aprile 2011 l’architetto Cannova, responsabile di procedimento richiedeva stranamente per via telefonica al sottoscritto al posto del parere inviato via fax lo stesso parere ma con intestato l’assessorato ARTA di Palermo, servizio 1 VIA-VAS inviato il 21 aprile 2011 con nota n. 13492 via fax, quindi oltre che parere endo-procedimentale da non prendere in considerazione, fuori termine e assolutamente ininfluente per il procedimento; […] inoltre si comunicava in data 27 maggio 2011 con nota prot. n. 17660 che la soprintendenza di Siracusa non era stata invitata alle precedenti CDS per cui si invitava l’ARTA a voler invitare la soprintendenza di Siracusa la sezione archeologica ”.

Si vuole, infine, rappresentare che la Soambiente Srl riusciva ad ottenere l’autorizzazione integrata ambientale per la realizzazione di un impianto di smaltimento e di recupero di rifiuti non pericolosi in data 8 gennaio 2013 dall’ARTA e il responsabile del procedimento AIA era Gianfranco Cannova.
3) Società Osmon SpA, relativa alla discarica gestita dalla Tirrenoambiente SpA
presso il comune di Mazzarà Sant’Andrea.

L’imprenditore Giuseppe Antonioli, oltre ad essere il proprietario di svariate società, è l’amministratore delegato, tra le altre, della società Osmon SpA che, all’interno della discarica gestita dalla Tirrenoambiente SpA, presso il comune di Mazzarà Sant’Andrea (ME), utilizzando la captazione dei biogas prodotti dagli RSU (rifiuti solidi urbani) della discarica, ha costruito un impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (biogas) e conseguente elettrodotto.

Nell’ottenimento delle prescritte autorizzazioni, Antonioli è ricorso al contributo del Cannova.

Anche il procedimento che avrebbe dovuto portare la società dell’Antonioli (nella quale ha figurato quale consigliere fino al 2005 anche Giuseppino Innocenti, presidente della Tirrenoambiente SpA) ad ottenere l’autorizzazione all’impianto di captazione del biogas ed il consequenziale elettrodotto presso la discarica di Mazzarà
Sant’Andrea, ha subito nel corso degli anni diversi arresti, che si possono sintetizzare nel modo seguente
– così come emerso dall’analisi dei relativi atti acquisiti presso l’assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità
– dipartimento dell’energia:
- in data 21 giugno 2007 la Osmon presenta domanda di autorizzazione alla costruzione ed all’esercizio di un impianto di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili;
in data 17 ottobre 2008 l’ARTA invia il proprio parere all’assessorato regionale industria. In risposta ad una richiesta di valutazione per la conferenza dei servizi (CFS) da tenersi in data 20 ottobre 2008, nel quale in sostanza l’ARTA scriverà, a mezzo del dirigente pro tempore, ing. Sansone Vincenzo del servizio 2 Vas/Via (ove lavorava come funzionario addetto il Cannova Gianfranco), che: “[…] poiché la potenza termica complessiva non è superiore ai 50 mw il progetto non rientra tra le tipologie di cui all’allegato IV, punto 2 lett. a) del decreto legislativo n. 4 del 2008 e pertanto lo stesso non dovrà essere sottoposto ad alcuna delle procedure di cui al decreto legislativo n. 4 del 2008”; quindi come da verbale di CdS (conferenza dei servizi), propedeutica al rilascio della prescritta autorizzazione di esercizio dell’impianto, del 20 ottobre 2008 , ove venivano acquisiti i vari pareri degli enti interessati risulta che tra gli altri: “[…]

Prende la parola l’architetto Cannova in rappresentanza dell’assessorato regionale territorio e ambiente servizio II, che consegna in conferenza di servizi il DDS n. 200 del 2 marzo 2007, debitamente conformizzato e si riserva di trasmettere all’assessorato Industria gli atti propedeutici al rilascio dello stesso, acquisite dalle amministrazioni coinvolte nel procedimento istruttorio, nonché i verbali di conferenza.”
- L’iter autorizzatorio subiva, però, una prima battuta di arresto quando, a seguito di due distinti sopralluoghi effettuati dapprima dall’agenzia delle dogane di Messina in data 20 ottobre 2008 e successivamente anche dall’ARPA - struttura territoriale di Messina - in data 21 novembre 2011, entrambi gli enti rappresentavano al dipartimento per l’energia che la Osmon aveva già attivato l’impianto di conversione energetica, senza aver dato il relativo avviso di inizio delle attività alle autorità competenti. La società Osmon, a tal punto, si difendeva, adducendo di avere acquisito l’autorizzazione richiesta secondo l’istituto del cosiddetto silenzio-assenso,  ai sensi del combinato disposto di cui agli articoli 20 e 2 della legge n. 241 del 1990; per tale motivo la Osmon continuava asserendo di aver proceduto legalmente alla realizzazione ed all’avvio di esercizio dell’impianto.

L’imprenditore, dunque, viste le difficoltà incontrate nell’iter amministrativo relativo all’impianto di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili presso il comune di Mazzarà Sant’Andrea (ME), nel novembre del 2011, decideva di contattare il Cannova chiedendo allo stesso di aiutarlo nell’ottenimento della succitata autorizzazione di esercizio….”

Ebbene, le dettagliate informazioni acquisite in merito al procedimento in corso a carico di Cannova più altri consentono di delineare un quadro allarmante in merito allo svolgimento dei procedimenti amministrativi finalizzati al rilascio delle autorizzazioni in materia ambientale.

Sebbene il tema verrà più approfonditamente trattato nella terza parte della relazione, con particolare riferimento alle iniziative assunte dall'ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità, Nicolò Marino, sullo specifico tema del rilascio dell'AIA, in questa sede possono già evidenziarsi alcuni punti fondamentali:
- il quadro di corruttela venuto alla luce è senza ombra di dubbio caratterizzato da estremi di devastante gravità mostrando tutte le patologie di una impropria interazione tra funzionari pubblici e imprese private;
- i fatti di corruzione specificamente accertati non coprono l'intero sistema corruttivo che si è consumato per anni in un ufficio nevralgico della Regione siciliana nel settore dei rifiuti, ossia l'ufficio deputato al rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale;
- l'iniziativa dell'ex assessore Marino, recepita in legge regionale, di trasferire le competenze in merito al rilascio dell'AIA degli impianti connessi alla gestione integrata dei rifiuti dall'assessorato ambiente (dipartimento ambiente) all'assessorato energia (dipartimento dell'acqua e dei rifiuti);
- di evidente utilità per la magistratura sono stati gli approfondimenti effettuati dalla
commissione ispettiva di verifica degli iter istruttori delle discariche private e alle tariffe da esse applicate, istituita con decreto dell'ex assessore all'energia e ai servizi di pubblica utilità, Nicolò Marino.

Peraltro, come hanno riferito i magistrati, sono state avviate altre indagini a seguito del segnalato procedimento e sono state iscritte diverse ipotesi di corruzione a carico di funzionari pubblici ed imprenditori privati.

Gli ulteriori sviluppi investigativi.

Dall'indagine sopra descritta sono emersi ulteriori spunti investigativi in merito alle modalità di rilascio dei provvedimenti autorizzativi di impianti di gestione e smaltimento dei rifiuti e/o dei connessi atti di ampliamento e/o di proroga.

Si segnala che in data 21 giugno 2016 è pervenuta alla Commissione una nota a firma di Giuseppe Catanzaro che qui si riporta:

“Con precedente a. r. del 19-10-2015 è stato comunicato, tra l'altro, " ... per il dovuto rispetto alla ecc.ma Commissione, che lo scrivente ha autonomamente provveduto a segnalare alla competente autorità giudiziaria che le affermazioni dal citato N. Marino rese innanzi alla Commissione lo scorso 21-03-2015 siano documentamente smentite e ciò al fine di valutare la rilevanza penale ... " . Con la presente, ad integrazione, si comunica che per le anzidette dichiarazioni rese innanzi a codesta ecc.ma Commissione risulta pendente apposito procedimento penale n. 3846/2015 nei confronti di N. Marino presso la procura della Repubblica di Perugia che procede per i reati di cui agli art. 368 e 595 c.p.. La detta A.G. è competente a giudicare i Magistrati in servizio presso il tribunale di Roma come nel caso dell'audito in data 23-02-2015. In detto procedimento penale risulta parte offesa il rappresentante legale della società nell'interesse della quale inoltro la presente.

Colgo l'occasione per comunicare, inoltre, che il legale di fiducia dello scrivente ritiene adesso ostensibile la notizia che la procura della Repubblica di Palermo ha presentato richiesta di archiviazione dei rappresentanti della Catanzaro Costruzioni Srl nel procedimento penale (Cannova + altri) n. 9190/2013 REG NR n. 5912/13 RGGIP accolta dal GIP Dott. N. Aiello con decreto di archiviazione del 04-08-2015. Si segnala che la chiusura del procedimento in commento è intervenuta senza che l' A.G. abbia ritenuto  opportuno sentire i diretti interessati rappresentanti della società nell'interesse della quale scrivo. Provvedo a far conoscere detta determinazione della competente A.G. stante che in sede di audizione dello scrivente in data 08-06-2015 sono state formulate domande in ordine al citato "Cannova".

Rimango a disposizione della ecc.ma Commissione per ogni altro elemento di cui vorrà eventualmente disporre.”

Si riporta integralmente la richiesta di archiviazione32 nella quale, sebbene non emergano fatti di rilevanza penale, tuttavia si dà atto dell'esistenza di "zone d'ombra" nelle condotte dei pubblici funzionari e degli imprenditori coinvolti nelle vicende oggetto di indagine, di costanti irritualità, di un modus operandi anomalo.

"Il presente procedimento costituisce il naturale seguito del procedimento penale n. 10308/11 RGNR avente ad oggetto un articolato sistema corruttivo che ha visto come protagonista principale Gianfranco Cannova, funzionario regionale presso l'assessorato territorio ambiente, nei cui confronti, all'esito dell'attività di indagine di cui al procedimento “madre”, sono emersi evidenti e gravi indizi di reità relativamente ad una 31 Lettera prot. n. 4192 32 Doc 1172/1 serie di condotte che lo vedono coinvolto assieme a imprenditori attivi nel settore della gestione dei rifiuti.

Nella specie il Cannova è risultato percettore di "mazzette" ed altre utilità economiche come corrispettivo di favori resi nell'ambito delle mansioni svolte, mettendo a disposizione la propria funzione di soggetto istituzionalmente preposto ai procedimenti AIA e VIA/VAS.

La polizia giudiziaria, all'esito delle indagini, supportate da attività tecnica, trasmetteva informativa a carico del Cannova e degli imprenditori coinvolti, cui seguiva richiesta di misura nell'ambito del procedimento originario per una serie di condotte ivi riportate. Il richiamato procedimento, attualmente, pende in fase dibattimentale innanzi a codesto tribunale.

La detta informativa compendiava anche l'esito dell'attività relativa ai rapporti intercorsi tra il Cannova e rispettivamente Martello Rocco, Leonardi Antonino e Amara Giuseppe (cfr. pag. 292 ss. informativa, allegata in copia).

Orbene, ritiene questo pubblico ministero che, ai primi spunti investigativi che hanno consentito l'avvio dell'attività di intercettazione, non ha fatto seguito l'acquisizione di elementi probatori sufficienti a corroborarli e, di conseguenza, non emergevano elementi per l'utile esercizio dell'azione penale.

La attività di indagine nasceva dall'esigenza di riscontrare ulteriori episodi corruttivi a carico dell'architetto Cannova Gianfranco, funzionario regionale all'epoca dei fatti responsabile, all'interno dellassessorato regionale ambiente e territorio/servizio 1 VIA/VAS, dei vari procedimenti autorizzatori dell'iter di approvazione delle discariche, individuate in diverse province della Sicilia.

In particolare, dall'attività già effettuata emergevano aspetti su cui si è ritenuto opportuno approfondire in quanto vi era il fumus che l'attività criminosa corruttiva fosse ancora in corso e che, superando le singole dazioni illegali, fondasse un vero e proprio sistema criminale.

L'opzione investigativa risultava tanto più fondata in quanto, in epoca prossima all'esecuzione della misura cautelare del luglio 2014, il Cannova era riuscito a evitare il suo trasferimento ad altro assessorato, dati i fortissimi interessi che lo stesso aveva nel mantenere il suo incarico. Nel mese di gennaio del 2013, infatti, per volontà del neo presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, si decideva di trasferire il 30 per cento dei dipendenti dell'assessorato regionale all'ambiente e territorio (ARTA) per metterli a disposizione dell'assessorato regionale alla funzione pubblica. Tra il personale trasferito figurava anche l'attuale indagato architetto Cannova Gianfranco, il quale con comunicazione ufficiale del 31 gennaio 2013 del dipartimento regionale della funzione pubblica e del personale, era stato trasferito presso il dipartimento regionale dell'energia.

Rappresentando che il predetto trasferimento veniva successivamente revocato in data 13 febbraio 2013 poiché, come si legge nella nota a firma del dirigente generale dell'assessorato alla funzione pubblica, Bologna "[...] il segretario generale del S.A.Di.R.S. comunica di non concedere il nullaosta al trasferimento del suddetto dipendente - dirigente sindacale - si dispone la revoca del sopracitato trasferimento [...]".

Il mancato trasferimento del Cannova dall’ARTA, nonché l'esposto a firma del sindaco del comune di Furnari (ME) di cui si dirà meglio nel seguito, inducevano questo pubblico ministero a porre in essere attività tecnica a carico del Cannova e degli altri funzionari regionali ed imprenditori indagati.

È opportuno qui richiamare la conversazione ambientale all'interno dell'autovettura del Cannova recante numero progressivo 2555 (vedi informativa di polizia giudiziaria della squadra mobile di Palermo, del 4 aprile 2013, da cui originava l'indagine oggetto del presente procedimento).

La conversazione suddetta fotografa, infatti, quelle che erano le modalità di interlocuzione a cui erano soliti gli indagati (in particolare, i protagonisti della conversazione richiamata, Cannova Gianfranco e l'amministratore delegato di una società di consulenze ambientali ingegnere Rocco Martello): con un modus operandi che tradisce una certa ambiguità di fondo e che rendeva opportuno quantomeno un approfondimento investigativo, i suddetti si proponevano di attuare un ben definito programma finalizzato al compimento di ulteriori condotte con il coinvolgimento di vari imprenditori che a vario titolo vi parteciperanno, il tutto finalizzato sempre all'ottenimento dell’autorizzazione integrata ambientale, per la costituzione di nuove discariche in Sicilia.

Oggetto del procedimento erano in particolare, gli iter amministrativi che avevano riguardato la discarica di Mazzarà Sant'Andrea (in provincia di Messina e riconducibile al Leonardi, indagato nel presente procedimento), l'impianto sito in contrada Costa di Gigia ad Augusta e riconducibile all'imprenditore emiliano Mussini Emidio, e quella di Siculiana, appartenente ai fratelli Catanzaro e sita in provincia di Agrigento.

La discarica di Mazzarà Sant'Andrea.

Con riferimento alla prima discarica, l'attività di indagine della polizia giudiziaria aveva ad oggetto, tra l'altro, l'esposto firmato dal sindaco di Fumari, avvocato Mario Foti, del 17 febbraio 2013.

Il sindaco del piccolo comune del messinese, limitrofo alla discarica di Mazzarà Sant'Andrea (ME), il cui gerente è la società Tirrenoambiente SpA, lamentava delle macroscopiche "sviste" commesse dal RUP (architetto Cannova Gianfranco) nell'iter procedimentale finalizzato al rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale avviato su istanza della Tirrenoambiente SpA.

Nell'esposto si lamentava che l'intera procedura di valutazione di impatto ambientale sembrava essere stata viziata poiché, tra le altre cose, vi era che la discarica sorgeva a meno di trecento metri dal centro abitato di Fumari (quando per legge la distanza minima da rispettare deve essere quella di tre chilometri).

Dall'analisi della corposa documentazione acquisita (si vedano i fascicoli relativi ai procedimenti riuniti al presente: nn. 1250/13 mod. 45 "Nota del comune di Furnari del 22 febbraio 2013"; 12185/2013 RGNR mod. 44 iscritto nei confronti di persone ignote per il reato di cui all'articolo 328 del codice penale; 19095/14 RGNR mod. 44 iscritto nei confronti di persone ignote per i reati di cui agli articoli 323 e 640 del codice penale) non è emersa alcuna ipotesi di illiceità tale da configurare condotte penalmente rilevanti ma, al più, irregolarità amministrative da far valere in altre sedi.

La discarica di Catania gestita da Sicula Trasporti SpA

Altro rapporto professionale oggetto di attenzione degli inquirenti è stato il procedimento amministrativo che ha interessato l'impianto di recupero di rifiuti pericolosi della Sicula Trasporti SpA sita nel comune di Catania.

Nell'ambito di questo filone di indagine sono state oggetto di attenzione investigativa le persone di Leonardi Antonino, presidente della Sicula Trasporti, Martello Rocco, quale consulente ambientale del Leonardi (come pure di diverse altre società gravitanti nel settore) e lo stesso Cannova.

Altre figure di interesse investigativo sono quelle di Marco Lupo, all'epoca dei fatti
commissario straordinario all'emergenza rifiuti per la Regione siciliana oltre che direttore generale del dipartimento acque e rifiuti, e di Salvo Puccio, coordinatore della struttura.

L'esito delle attività di indagine effettuate su delega di questo ufficio dal NOE dei Carabinieri di Palermo, consistite in acquisizioni documentali, intercettazioni telefoniche e ambientali, e assunzione di sommarie informazioni, non ha consentito di accertare la consumazione di condotte corruttive, o comunque di fatti penalmente rilevanti (quantomeno, per quanto di competenza territoriale di questo ufficio); si veda, in particolare, il contenuto dell'annotazione di polizia giudiziaria redatto dallo stesso NOE il 15 luglio 2014, che in estrema sintesi, riduce a paventate condotte di illecito smaltimento di rifiuti riconducibili alla fattispecie di cui all'articolo 256, comma l e 4, del decreto legislativo n. 152 del 2006 che, se non altro per incompetenza territoriale, non ha interesse nell'ambito del presente procedimento.

Anche la posizione di Lupo, al di là di un interessamento verso la discarica di Sicula Trasporti che poteva apparire anomalo, non è stata attinta da indizi di reità in relazione aipotesi corruttive né ad alcun altro reato. Piuttosto, deve prendersi atto di un modus operandi da parte dei diversi protagonisti delle pratiche amministrative in cui sussistono sicuramente interessi economici o, per i pubblici ufficiali, interessi lato sensu politici, attesa la particolare rilevanza economica e politica che aveva assunto la gestione delle discariche di rifiuti da parte di soggetti privati. Tuttavia, non si è riusciti a provare la sussistenza di interessi illeciti da parte di questi soggetti, né tantomeno il ricorso a pratiche corruttive strumentali al perseguimento dei suddetti interessi (a titolo esemplificativo del tenore di certe conversazioni, si vedano le numerose telefonate intercorse tra lo stesso Lupo e Patella, dirigente del servizio 7 del dipartimento, da un lato, e quelle sempre tra Lupo e Puccio Salvo, coordinatore della struttura commissariale e "uomo di fiducia" di Lupo, dall'altro).

La discarica di Contrada Costa di Gigia ad Augusta

Emidio Mussini, imprenditore interessato all'ottenimento dell'AIA per la società Green Ambiente Srl e finalizzata alla gestione della discarica in oggetto, è risultato avere molteplici contatti  telefonici con il solito Cannova, nella qualità di presidente della conferenza dei servizi strumentale al rilascio del provvedimento autorizzativo.
In questo caso, al di là delle immancabili irritualità nella gestione del proprio ruolo di pubblico ufficiale (si veda, in proposito, la nota della squadra mobile di Palermo del 28 luglio 2014, ali. 22 alla nota del NOE di Palermo del 21 luglio 2014 [faldone n. 2]), non si è pervenuti ad accertare, neanche a livello di gravità indiziaria, la consumazione di condotte corruttive che abbiano interessato i due.

La discarica di Siculiana
Per quanto attiene invece agli interessi imprenditoriali dei f.lli Catanzaro Giuseppe e Lorenzo, nonché del loro impiegato, referente IPPC per la società Catanzaro Costruzioni, architetto Biagio Burgio, essi vertono sugli impianti di discarica siti in Siculiana (AG).

Detti impianti, tra l'altro, hanno assunto ancora maggior rilevanza a seguito della istituzione di una commissione regionale di inchiesta, su iniziativa dell'allora assessore all'energia Nicolò Marino.

Anche in questo caso si sono ipotizzate anomalie nel rilascio dell'AIA con cui è stata autorizzata la discarica di Siculiana (AG), gerente la Catanzaro Costruzioni.

L'indagine, compendiata nell'annotazione di polizia giudiziaria del NOE di Palermo del 21 luglio 2014, ha interessato - oltre all'onnipresente Cannova - i due fratelli Catanzaro, il loro dipendente Burgio Biagio e Lupo Marco.

Le problematiche attinenti alla discarica di Siculiana hanno inizio negli ultimi mesi del 2006, quando il sindaco dell'omonimo comune formalizzava a vari enti, tra cui il Ministero dell'ambiente, una serie di irregolarità commesse dal gestore della discarica di quel comune. La discarica, di proprietà dell'ente locale, era stata realizzata tra il 1994 e il 1997 dalla società Catanzaro Costruzioni Srl, quale associata della capogruppo Forni ed Impianti Industriali SpA con sede in Milano. Alla realizzazione conseguiva la stipula della convenzione per la gestione della stessa cosicché a svolgere tale attività rimaneva la Catanzaro Costruzioni.

In tale quadro le esigenze di abbancamento dei rifiuti si facevano ancor più pressanti e il comune rivolgeva al prefetto istanza per l'ampliamento della discarica con l'affidamento dei lavori di realizzazione e di gestione alla società Catanzaro Costruzioni.

Il provvedimento di compatibilità ambientale veniva rilasciato il 4 agosto 2005 a favore della società Catanzaro Costruzioni e successivamente, in relazione a tutto rimpianto di discarica, la Catanzaro Costruzioni otteneva anche l'AIA.

I tentativi del comune di Siculiana di contestare nel merito e nella forma i provvedimenti di compatibilità ambientale e di AIA rilasciati a favore della Catanzaro Costruzioni, rispettivamente a firma del dottor Sansone Vincenzo e dell'architetto Cannova Gianfranco, non avevano l'esito atteso e, pertanto, la Catanzaro Costruzioni di fatto esautorava il comune, nonostante proprietario dei terreni, dalla realizzazione e dalla gestione della discarica.

I fatti, così in sintesi rappresentati, venivano compendiati nell'annotazione di polizia giudiziaria nr. 14/2 del 12 febbraio 2007 del NOE e indirizzati alla procura della Repubblica di Palermo e di Agrigento, segnalando le supposte illecite condotte poste in essere oltre che dai responsabili legali della Catanzaro Costruzioni Srl, anche dai predetti funzionari pubblici (Vincenzo Sansone e Gianfranco Cannova). Nel procedimento aperto ad Agrigento, la locale procura della Repubblica presentava richiesta di archiviazione il 21 febbraio 2014.

Da allora ad oggi, la società Catanzaro Costruzioni ha avuto il pieno e completo controllo della discarica di Siculiana.

La Catanzaro Costruzioni ha assunto il monopolio nella gestione, per quanto riguarda la fase dello smaltimento, dei rifiuti solidi urbani della Sicilia occidentale essendo, quello di Siculiana, l'unico impianto verso cui conferiscono i propri rifiuti la maggior parte dei comuni.

Nel corso delle indagini sono stati riscontrati contatti del Cannova con Burgio e con lo stesso Catanzaro (Giuseppe), oltre che ancora il coinvolgimento di Lupo, che sembra mostrare anche in questa vicenda un forte interessamento alle pratiche che riguardavano la discarica dei Catanzaro.

Anche in questo caso, pur non potendosi sottacere perplessità e zone d'ombra sulla condotta dei funzionari pubblici e degli imprenditori coinvolti, deve prendersi atto che ai primi spunti investigativi che hanno consentito l'avvio dell'attività di intercettazione non ha fatto seguito l'acquisizione di elementi probatori sufficienti a corroborarli e, di conseguenza, non emergono elementi per l'utile esercizio dell'azione penale.


Gli sviluppi della vicenda corruttiva tra Proto e Cannova

Protagonisti dell'ultima tranche di indagine sulla vicenda in oggetto sono – oltre all'imprenditore Domenico Proto, la cui posizione è però stata separata totalmente in quanto oggetto di ulteriori contestazioni nell'ambito del procedimento originario n. 10308/11 RGNR - i suoi collaboratori Puglisi Veronica, Marletta Grazia e Maugeri Salvatore, Carrà Anastasio oltre che il funzionario ARPA di Catania, D'Urso Francesco.

(…), gli accertamenti compiuti nel presente procedimento hanno riguardato la ricerca di elementi indiziari a carico degli stessi circa un ipotizzato concorso nella corruzione del Proto.

La discarica di Mazzarà Sant'Andrea

L'attività di intercettazione telefonica a carico del Cannova ha consentito di ascoltare decine di conversazioni che hanno avuto come interlocutori lo stesso Cannova e il presidente della Tirrenoambiente SpA, Giuseppino "Pino" Innocenti.

In diverse occasioni Cannova e Innocenti parlano dell'AIA di interesse del sito della discarica di Mazzarà Sant'Andrea.

Di seguito, si riporta stralcio di due conversazioni telefoniche esemplificative del rapporto intercorrente tra i due (cfr. nota di polizia giudiziaria della squadra mobile di Palermo del 4 aprile 2013).

In un caso, Innocenti chiede al Cannova di supervisionare i progetti della discarica e di dare le dovute "indicazioni" ai suoi tecnici: “Innocenti: [...]se ci fosse qualche errore, qualche cosa da correggere eccetera eccetera eccetera lo possiamo, possiamo poi metterci mano ok?[...]”.

In un altro caso, Innocenti detta al Cannova (RUP del procedimento amministrativo) un
preciso modus operandi:
“Innocenti Giuseppino: Io non ti dico mica di darmi l'autorizzazione, prendi atto, punto e mandami una, prendiamo atto della lettera da voi inviata stop. Il mal di pancia da lì in avanti me lo prendo io.

Cannova Gianfranco: E te la faccio io a firma mia?
Innocenti Giuseppino: Ehh…che cosa vuoi che me ne freghi, mica voglio l'autorizzazione, voglio che tu come Regione prenda atto che ti ho mandato la documentazione, ti faccio vedere cosa abbiamo costruito scusami, se tu mi dai un attimo..[...] “.

Anche in questo caso, e al di là dei rapporti di corruttela oggetto di contestazione nell'ambito del procedimento n. 10308/11 RGNR e riguardanti le autorizzazioni ambientali rilasciate nell'interesse della Tirrenoambiente e Osmon SpA, in questa sede non si è addivenuti a riscontrare altre e diverse condotte corruttive, da addebitarsi all'Innocenti o ad altri amministratori delle medesime società.

Alla luce dell'articolata attività di indagine, svolta nell'ambito di questo procedimento penale e, prima ancora, del proc. n. 10308/11, deve prendersi atto che nessuna partecipazione attiva alla vicenda corruttiva che ha riguardato Proto e Cannova può addebitarsi ai soggetti indagati."

Sulla base delle considerazioni sopra svolte, è stata inoltrata richiesta di archiviazione al Gip che ha provveduto con decreto all'archiviazione del procedimento.

Si segnala inoltre che l’assessore Mariella Lo Bello ha comunicato alla procura di Palermo in data 3 marzo 2014 rapporti oscuri tra il Cannova e l’imprenditore Antonioli (discarica di Mazzarà   S.Andrea), che sono stati utilizzati ai fini dell’adozione dell’ordinanza del tribunale di Palermo - Ufficio del Gip n. 10308/11 RGNR del 14 luglio 2014.

2.1.3.2. Procedimenti penali relativi alla discarica di Bellolampo

Numerose indagini hanno riguardato la discarica di Bellolampo sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista delle modalità gestionali.

Va sottolineato come la discarica di Bellolampo fosse stata ampiamente trattata nella relazione
territoriale sulla Sicilia redatta dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura. In quella sede furono affrontate le gravissime problematiche ambientali, le modalità di smaltimento del percolato prodotto dalla discarica (dietro il quale si riteneva potessero esserci rilevanti interessi economici legati all'illecito smaltimento), la gestione scellerata da parte dell'Amia e le assunzioni clientelari effettuate all'interno della società.

In particolare la Commissione rilevava che:
“la situazione più critica è quella della provincia di Palermo per la quale periodicamente viene dichiarato lo stato di emergenza, determinata anche dallo stato di dissesto finanziario dell'Amia SpA (società affidataria del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti prodotti dal comune di Palermo, nonché soggetto gestore della discarica di Bellolampo) interamente partecipata dal comune di Palermo, e dalle connesse gravi problematiche relative alla gestione della discarica di Bellolampo. Il 16 gennaio 2009 è stato dichiarato lo stato di emergenza per lo smaltimento dei rifiuti urbani nella provincia di Palermo ed in data 5 febbraio 2009 il prefetto di Palermo è stato nominato commissario delegato per la gestione dell'emergenza stessa con particolare riferimento alla discarica di Bellolampo (nella quale vengono conferiti i rifiuti urbani ed assimilati del territorio di quattro ATO per un totale di cinquantatré comuni). In ragione della mancata definizione dell'istruttoria per il rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale relativa alla discarica di Bellolampo, il presidente della Regione siciliana ha emesso ordinanze contingibili ed urgenti ai sensi dell'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006 per l'esercizio provvisorio della discarica.”(…)

Le vicende giudiziarie di Amia e le cause del dissesto finanziario
Il procedimento per il reato di false comunicazioni sociali ex articoli 2621 e 2624 del codice civile è stato contestato a tredici imputati, tutti già amministratori, revisori dei conti, sindaci e direttori generali dell'Amia. In relazione a tale procedimento è stata esercitata l'azione penale ordinaria nei confronti degli imputati e contestato alla società l'illecito amministrativo ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2001.

Con riferimento ad entrambe le ipotesi di reato di falso in bilancio, è stato contestato poi al revisore dei conti il reato di cui all'articolo 2624 del codice civile in quanto, attestando falsamente nella relazione indirizzata all'assemblea degli azionisti Amia SpA, che i bilanci di esercizio al 31 dicembre 2005 e al 31 dicembre 2006 erano stati redatti con chiarezza e che rappresentavano in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria, nonché il risultato economico della società, aveva cagionato un danno patrimoniale al comune di Palermo consistito nel peggiorare il deficit finanziario di Amia SpA.

Con provvedimento del 27 gennaio 2010 il tribunale fallimentare di Palermo ha dichiarato lo stato di insolvenza della società Amia SpA in liquidazione, nominando contestualmente tre commissari giudiziali. Il comune di Palermo, al fine di potere accedere alla procedura di amministrazione straordinaria ha adottato una serie di delibere finalizzate a restituire solidità finanziaria alla società.

Anche in ragione delle considerazioni espresse nella loro relazione dai commissari giudiziali in merito alla risanabilità dell'impresa, il tribunale civile di Palermo, con decreto del 12 aprile 2010, ha ammesso la società Amia SpA alla procedura di amministrazione straordinaria, disponendo contestualmente che la gestione dell'impresa fosse affidata ai commissari giudiziali, in attesa della nomina del commissario straordinario.

Sotto il profilo economico finanziario è stata evidenziata, da un lato, l'esistenza di un debito di 85 milioni di euro circa della società Amia nei confronti di fornitori e manutentori. I dipendenti di Amia della controllata Amia Essemme sono risultati essere complessivamente 3.000 (anziché pari a 1.670 unità); vi era inoltre un indotto che è stato calcolato in oltre 2.000 unità. Quindi era complessivamente una realtà di oltre 5.000 lavoratori.

Tra le persone assunte, vi erano persone che provenivano dalle cooperative sociali create proprio per il reinserimento degli ex detenuti.

A fronte poi del numero sproporzionato di dipendenti, vi è stata un'assoluta inefficienza nel servizio e la società si è trovata a dover affidare ad imprese terze, con conseguente aggravio dei costi di gestione, una serie di servizi che, ove vi fosse stata una corretta amministrazione, avrebbe potuto effettuare con le proprie risorse umane e di mezzi.

Parallelamente la società Amia vantava crediti nei confronti degli ATO e dei comuni che conferiscono i rifiuti nella discarica di Bellolampo per circa 84 milioni di euro.

La situazione riscontrata è risultata essere paradossale se si tiene conto che per otto, nove anni i numerosi comuni della provincia che hanno conferito e conferiscono i rifiuti nella discarica di Bellolampo non hanno pagato alla società di gestione l'importo dovuto per il conferimento dei rifiuti, senza che siano state intraprese da parte degli amministratori dell'Amia misure in modo tempestivo.

I problemi ambientali della discarica nel periodo di gestione di Amia SpA.

Sin dalle prime audizioni effettuate in Sicilia era emerso con assoluta evidenza come la messa in sicurezza della discarica di Bellolampo rappresentasse un'emergenza assoluta dal punto di vista ambientale.

Era noto che vi fosse una grave perdita di percolato dalla discarica, ma non era noto quanto percolato vi fosse, sicché la discarica si sarebbe potuta trasformare nel giro di breve tempo in una vera e propria bomba ecologica.

L'Amia SpA aveva relazionato sullo stato degli interventi posti in essere segnalando l'impossibilità di adempiere alle prescrizioni impartite in ragione della grave situazione finanziaria della società.

Il Ministero dell’ambiente aveva autorizzato il commissario delegato a procedere, in sostituzione ed in danno dell'Amia, all'avvio del complesso delle misure per la messa in sicurezza della discarica, a garanzia della salute dei cittadini e delle matrici ambientali.

Quindi, la struttura commissariale si è fatta carico della risoluzione nell'immediato dell'emergenza relativa allo smaltimento del percolato che è stato inviato presso il sito di Gioia Tauro, non essendo presenti nella Regione siciliana adeguati siti per lo smaltimento.

Nella gestione della discarica di Bellolampo si sono intrecciate in qualche modo tutte le problematiche connesse da un lato al reato ambientale e dall'altro alle inefficienze della pubblica amministrazione e, ancora, alle infiltrazioni della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti, nei termini di seguito esposti.

Negli anni il percolato non è stato smaltito secondo modalità adeguate in termini di quantità e tempi di prelevamento. Ciò ha comportato indubbi problemi gestionali che si sono manifestati con la fuoriuscita di percolato dall'impianto e l'interessamento delle zone limitrofe, alcune caratterizzate dalla presenza di immobili di natura residenziale.

La mancata adeguata copertura dei rifiuti conferiti ha determinato un aumento sensibile dei quantitativi di percolato poiché non sono state allontanate le acque meteoriche dall'area di sedime dei rifiuti. Il conferimento presso la discarica di tipologie di rifiuti non consentite, ossia di rifiuti ingombranti, pericolosi e non, ha evidentemente determinato un aumento dei volumi conferiti con conseguente diminuzione della capacità residua della discarica.

Ebbene, tale situazione è il risultato di un lungo periodo di mala gestione che avrebbe dovuto essere interrotta prima che si arrivasse ad una situazione limite rispetto ad un possibile disastro ambientale.

Si è verificato invece un intreccio tra mala gestione, rapporti clientelari, deresponsabilizzazione degli enti, incapacità amministrative che hanno impedito non solo l'effettiva soluzione, ma anche l'arginamento dei problemi.

Il percolato, allo stato, viene rimosso attraverso un sistema molto costoso, ossia attraverso autobotti che lo prelevano e lo conferiscono presso impianti situati nella regione Calabria, a costi particolarmente elevati che il comune non è in grado di sopportare.

La discarica, inoltre, presenta un'altra grave criticità che è costituita dall'ormai prossimo esaurimento della capacità di abbancamento dei rifiuti.

Una situazione di crisi a Bellolampo determinerebbe un effetto a cascata su tutta la Regione con un'amplificazione della situazione di crisi oltre i confini della provincia di Palermo.

Ciò che risulta evidente con riferimento all'Amia ed alla discarica di Bellolampo è la permanenza di una situazione di emergenza nella gestione della discarica che si protrae da moltissimo tempo senza che si sia riusciti ad effettuare le opere, quanto meno provvisorie, idonee a contenere i danni e ad evitare che la discarica si trasformasse in una bomba ecologica. La messa in sicurezza della discarica di Bellolampo rappresenta un'emergenza assoluta dal punto di vista ambientale. In questo senso non paiono soddisfacenti le attività effettuate dalla struttura commissariale operante.

I dati acquisiti dalla Commissione inducono a ritenere che, dietro alla vicenda percolato, vi siano importanti interessi economici legati al suo smaltimento e che quindi non vi sia realmente da parte di tutti la volontà di risolvere in maniera radicale il problema, che per certi versi potrebbe essere stato alimentato proprio in ragione degli interessi economici summenzionati.

Il percolato viene smaltito attraverso autobotti che lo trasportano, per il successivo smaltimento, in un impianto sito in Calabria e precisamente a Vibo Valentia. Per molto tempo è stato smaltito presso un impianto sito in Gioia Tauro.

Per inciso, va evidenziato come fosse stato realizzato a Bellolampo un impianto di smaltimento del percolato, che però è stato bloccato in quanto operava attraverso il ricircolo del percolato stesso, procedura questa vietata dal Ministero dell'ambiente e della  tutela del territorio e del mare.

La scelta naturale sarebbe stata quella di realizzare un impianto a norma per lo smaltimento del percolato sul posto.

Ulteriori importanti informazioni riguardano anche le scelte discutibili fino ad oggi evidentemente assunte dall'Amia in merito alle modalità di smaltimento ed ai costi sostenuti (80 euro a tonnellata).

Probabilmente (conclude la Commissione) non è sbagliato parlare di "percolato ricco", almeno per tutti quelli che hanno avuto ed hanno interesse a che non venga mai smaltito del tutto, indifferenti rispetto al disastro ambientale in atto, e che traggono evidenti vantaggi economici dal perdurare della «emergenza»."

La situazione che si è avuto modo di registrare nella attuale inchiesta (salvo le attività che sono state effettuate sulla discarica successivamente al sequestro da parte della procura di Palermo ed agli interventi emergenziali effettuati dalla Regione in sinergia con la magistratura) costituisce per molti versi un ulteriore aggravamento di quella precedentemente accertata.

Amia SpA e Rap SpA

Nell’ambito del procedimento penale 19521/09 RGNR a carico di Cammarata Diego+13 sono stati accertati numerosi reati ambientali, tra cui il disastro doloso (articolo 434 del codice penale), la adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari (articolo 440, comma 1, del codice penale), le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006) ed altre fattispecie delittuose e contravvenzionali in materia ambientale, contestati all’allora sindaco di Palermo Diego Cammarata e ad altri amministratori della azienda municipalizzata per l’igiene ambientale, successivamente sottoposta a procedura di insolvenza, in ordine alle condotte di inquinamento del suolo, del sottosuolo e delle falde acquifere derivanti dalle irregolarità nella gestione della più grande discarica di rifiuti solidi urbani del meridione (la discarica di Bellolampo), con particolare riferimento, ma non esclusivamente, alle modalità di trattamento, smaltimento e gestione del rifiuto pericoloso costituito dal percolato.

Il dibattimento in corso di celebrazione a carico di quattordici imputati è ormai prossimo alla definizione e, peraltro, dalle indagini sono nati ulteriori procedimenti relativi alla prosecuzione
illecita nella gestione della medesima discarica.

Invero, secondo quanto rappresentato dai magistrati, nonostante l’avvio del sopracitato procedimento penale, nessuna concreta ed efficace misura è stata intrapresa per ricondurre la
gestione della discarica nell’alveo della legalità.

Ed infatti, anche a seguito dell’avvio della procedura di amministrazione straordinaria dell’Amia e del mutamento dei vertici aziendali con la nomina di commissari giudiziali nelle persone dei dottori Lupi, Sorbello e Romano, poi sostituito da Foti, la situazione di grave pregiudizio per l’ambiente causata dalla pessima gestione della discarica non ha registrato significativi miglioramenti; piuttosto, nel tempo si è verificata una escalation della situazione di emergenza che ha determinato la necessità, da parte della procura, di intervenire con un provvedimento di sequestro preventivo in via d’urgenza nel mese di febbraio 2013 emesso nell’ambito del procedimento n. 19570/12 RGNR.

Il provvedimento in questione si è reso necessario a causa dell’inadeguatezza di qualsiasi forma di intervento effettuato, sia sotto il profilo del contenimento della produzione di percolato e del corretto smaltimento dello stesso, sia in relazione al conferimento dei rifiuti in discarica, effettuato in totale spregio delle più elementari regole e prescrizioni in materia.

La situazione estremamente critica per la discarica era emersa nel corso delle indagini avviate a seguito di informative del NOE del carabinieri (sin dal mese di febbraio 2012) e di segnalazioni della provincia regionale di Palermo; venivano così disposte approfondite indagini, anche attraverso il conferimento di una consulenza tecnica volta a chiarire l’entità della contaminazione delle matrici ambientali.

Sulle condizioni allarmanti nelle quali versava la discarica, peraltro, si è innestato un gravissimo fenomeno incendiario sviluppatosi in data 29 luglio 2012 che ha interessato, praticamente, l’intero sito di Bellolampo comportandone la chiusura per oltre un mese con conseguenti gravissimi disagi e costi (procedimento penale 13171/12 RGNR).

Tale evento, di probabile natura dolosa, ha fatto emergere, ancora una volta, le gravissime disfunzioni, irregolarità e carenze nella gestione della discarica, anche con riferimento alla mancata adozione delle misure di sicurezza antincendio ed alle modalità di conferimento, deposito, stoccaggio e gestione che aggravavano in maniera considerevole le conseguenze pregiudizievoli per l’ambiente e per la salute umana (ad esempio in termini di emissioni incontrollate di diossina ed altre sostanze nocive nell’atmosfera) di tale evento.
Anche a seguito di tali eventi le condizioni di gestione dell’impianto “precipitavano” nei mesi successivi, dando luogo ad una autentica emergenza ambientale che imponeva l’adozione di un
provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza per arginare l’accertata situazione di disastro
ambientale.

In particolare si rilevava come la prosecuzione della gestione dell’impianto, secondo le modalità non conformi ai criteri di corretta gestione e con la sostanziale incapacità degli organi a ciò preposti, avrebbe determinato con certezza l’aggravamento dei reati già commessi, con il
conseguente fenomeno di inquinamento ambientale nell’area limitrofa l’impianto (inquinamento del suolo, del sottosuolo, dell’aria e della zona circostante e conseguenze potenzialmente nocive – già verificatesi ed ulteriormente in corso - per la salute umana); fenomeno potenzialmente molto pericoloso cui doveva essere posto immediatamente termine.

Tuttavia, se da una parte ragioni di estrema urgenza rendevano necessaria l’adozione di un decreto
motivato di sequestro, al fine di impedire che la libera disponibilità dell’impianto da parte dei
soggetti che l’avevano gestito fino a quel momento consentisse il reiterarsi della consumazione dei reati accertati con conseguente grave ed irreparabile pregiudizio al bene ambiente, d’altra parte è apparso evidente come la completa chiusura della discarica, con il totale blocco del conferimento dei rifiuti avrebbe comportato effetti ancora più dannosi e/o pericolosi per la salute pubblica e per l’ordine pubblico; per tale ragione, si è reputato opportuno, contestualmente al provvedimento di sequestro dell’impianto, che lo stesso fosse affidato in custodia, gestione ed amministrazione (ex articolo 85 delle disposizioni attuative del codice di procedura penale) all’assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità, che già stava intervenendo in via sostitutiva, dimostrando di essere in grado di fronteggiare le gravi emergenze verificatesi.

Si procedeva pertanto al sequestro con contestuale nomina dell’assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità quale amministratore e custode giudiziario dell’impianto con facoltà di nominare quale delegato un dirigente appartenente alla medesima amministrazione, tenuto alla gestione dell’impianto con facoltà di utilizzo in conformità alla normativa vigente in materia ambientale.

All’indomani del provvedimento di sequestro, il dottor Marco Lupo, dirigente generale del dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti, già designato dall’assessore regionale quale custode e amministratore giudiziario, veniva designato commissario straordinario per l’emergenza rifiuti nella Regione siciliana, con conseguente conferimento di poteri e compiti atti a evitare l’interruzione del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti urbani nel territorio di Palermo.

Nel corso della gestione da parte del commissario straordinario Lupo venivano avviate una serie di attività di messa in sicurezza delle vasche ormai chiuse e di corretto smaltimento del percolato prodotto dalle stesse, di attivazione di una nuova vasca di raccolta (la sesta vasca).

Parallelamente si è verificato, a seguito della dichiarazione di fallimento dell’Amia SpA, il subentro di Rap SpA nell’intera posizione contrattuale della società fallita, e in particolare nel contratto di servizio concluso tra questa e il comune di Palermo nel 2001, che include la  estione della fase post mortem delle vasche dismesse.
Rilevato pertanto il mutamento del soggetto giuridico preposto alla gestione della discarica di Bellolampo e preso atto che nel periodo di gestione del commissario straordinario per l’emergenza rifiuti (aprile 2013 - maggio 2014 ) la situazione di grave e irreparabile pregiudizio per l’ambiente appariva, allo stato, oggettivamente scemata, su richiesta della procura, il giudice dell’udienza preliminare nell’ottobre 2014 ha disposto il dissequestro della discarica e la restituzione dell’intero impianto alla Rap SpA.

Per quel che concerne lo sviluppo del procedimento penale sulla discarica di Bellolampo, all’esito dell’attività di indagine si accertavano le responsabilità personali dei singoli soggetti e si procedeva con richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei commissari straordinari Amia SpA nonché dei dirigenti preposti al funzionamento della discarica per i reati di disastro ambientale, inquinamento delle acque, gestione illecita di rifiuti oltre a specifiche violazioni della normativa contenuta nel
decreto legislativo n. 152 del 2006. Nel caso di specie, gli effetti delle condotte contestate hanno assunto caratteristiche di diffusività e di nocività sull’ambiente (complessivamente inteso), tali da coinvolgere l’incolumità pubblica. La messa in pericolo del bene giuridico si è verificata in quanto la gestione della discarica ha messo concretamente in pericolo il territorio nelle sue componenti essenziali – acqua, aria, suolo - con notevole rischio di incidenza sulla salute dell’uomo e degli animali, sull’assetto del territorio e stabilità idrogeologica della zona dell’impianto, posti in pericolo dai comportamenti reiteratamente tenuti nel tempo dai soggetti responsabili nel disprezzo di ogni disposizione di legge e con la consapevolezza di realizzare fatti (di inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, di adulterazione delle acque) dagli effetti irreversibili sulla pubblica incolumità.

Sul punto sono state rese dichiarazioni nel corso dell'audizione innanzi alla Commissione parlamentare dal sostituto procuratore di Palermo, Calogero Ferrara:

"In particolare, per agganciarmi a quello che ha detto da ultimo il procuratore aggiunto, vorrei parlare della vicenda Bellolampo, perché a mio parere è abbastanza emblematica, da un lato, delle disfunzioni che si sono determinate nella gestione del ciclo dei rifiuti e, dall’altro, degli effetti positivi che a volte l’autorità giudiziaria può conseguire anche nell’ambito della gestione «amministrativa» della discarica.

Cos’è successo a Bellolampo? Ai tempi dell’audizione del 2010, quando siete venuti l’ultima volta, era stata appena esercitata l’azione penale sulla discarica di Bellolampo per traffico di rifiuti, disastro ambientale, avvelenamento di acque e altri reati minori, contestati agli allora amministratori di Amia SpA, l’azienda municipalizzata di Palermo che gestiva la discarica ed era prossima all’amministrazione straordinaria, cosa che in effetti è avvenuta poco tempo dopo. Quella prima indagine si è conclusa con l’esercizio dell’azione penale a carico dell’allora sindaco di Palermo e degli amministratori di Amia SpA, procedimento tuttora in corso e prossimo alla definizione davanti al Tribunale di Palermo alla quarta sezione penale. Purtroppo, anche a seguito dell’amministrazione straordinaria, con la nomina degli amministratori da parte del Ministero dell’economia e delle finanze in concerto con il tribunale fallimentare dopo la dichiarazione di amministrazione straordinaria di Amia, la situazione non si è modificata. Siamo giunti al paradosso che gli amministratori para-pubblici o para-giudiziari, che sono stati nominati appunto dal tribunale fallimentare di concerto con il Ministro dell’economia che ne ha fornito l’indicazione, due anni dopo sono stati ugualmente raggiunti da analogo procedimento giudiziario fondamentalmente per gli stessi reati. A ciò si è aggiunta l’aggravante che nel corso della gestione dell’amministrazione giudiziaria si è verificato un gravissimo evento incendiario a Bellolampo, presumibilmente doloso, ma comunque aggravato nelle sue conseguenze dannose, sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista finanziario, dalle condizioni in cui era tenuta la discarica anche sotto l’amministrazione straordinaria.

Questo ha comportato per oltre un mese e mezzo la chiusura della discarica. L’incendio ha provocato l’emissione in atmosfera di sostanze nocive, visto che per due o tre giorni la discarica ha bruciato senza che si riuscisse a fermarlo per evidenti motivi. Inoltre, questo incendio ha comportato dei costi successivi per lo smaltimento dei rifiuti, con la necessità di trasportarli per oltre un mese e mezzo in altre discariche in Sicilia o al di fuori del territorio siciliano. Questo mese di gestione dei rifiuti in questo modo è stato quantificato a occhio e croce in oltre 10 milioni di euro. All’esito di questo secondo procedimento, tuttora in corso – chiaramente, essendo un periodo successivo, il dibattimento è appena cominciato – l’ufficio della procura della Repubblica ha adottato un provvedimento di sequestro della discarica, ovviamente confermato dal giudice per le indagini preliminari, con la nomina di un amministratore giudiziario, di concerto con l’amministrazione regionale che ne ha fornito le indicazioni. Dal 2013, all’incirca da quando si è adottato questo provvedimento di sequestro, la gestione della discarica di Bellolampo ha sicuramente conosciuto dei miglioramenti considerevoli, nonostante le enormi problematiche di gestione da parte dell’autorità giudiziaria. Infatti, come evidenziavano sia il procuratore aggiunto sia il procuratore della Repubblica, chiaramente una procura della Repubblica non è l’ente più idoneo per la gestione di una discarica o comunque per lo svolgimento di attività amministrative. Comunque, in questo caso l’effetto del procedimento penale è stato sicuramente positivo, perché attualmente la gestione della discarica di Bellolampo non è certamente quella del 2010 o del 2012 che aveva portato all’adozione del provvedimento di sequestro”.

Ugualmente correlato alle attività di gestione svolte presso il sito di Bellolampo è il procedimento penale 4705/2012 RGNR mod. 44 a carico di ignoti per i reati di cui agli articoli 434 in relazione all’articolo 449 del codice penale; 674 del codice penale; 192 e 242 sanzionati ex articolo 256-257 decreto legislativo n. 152 del 2006; 183 e 208 sanzionati ex articolo 256 del decreto legislativo n. 152 del 2006, per i fatti commessi in Palermo (località Bellolampo – area denominata dell’ex poligono di tiro), nel cui ambito, nel corso delle indagini, è stato disposto in via d’urgenza il sequestro dell’area interessata poiché è stato accertato un vasto fenomeno di inquinamento del suolo. In particolare, un primo riscontro sulla gravità del fenomeno di inquinamento oggetto di indagine si aveva con i risultati analitici relativi ad un campione di top soil prelevato il 4 novembre 2011 nell’area ex poligono di tiro, da cui emergeva una grave contaminazione del suolo oggetto di campionamento e, in particolare, dal confronto tra i valori delle concentrazioni rilevate ed i valori limite delle concentrazioni previsti dal decreto legislativo n. 152 del 2006 parte IV, per un suolo industriale non contaminato si evidenziava la contaminazione di PCDD-PCDF (policlorodibenzodiossine-policlorodibenzofurani); antimonio(Sb); cadmio (Cd); piombo (Pb); rame (Cu); stagno (Sn); zinco (Zn). A seguito della bonifica e messa in sicurezza dell’area, la stessa è stata restituita all’avente diritto (comune di Palermo).

E' stato quindi evidenziato dal pubblico ministero nel corso dell'audizione che, ancora una volta, l'intervento dell'autorità giudiziaria ha avuto un effetto propulsivo rispetto alle attività di bonifica e alla messa in sicurezza dell'area: "Il procedimento giudiziario si è definito a carico di ignoti, perché di fatto l’inquinamento risaliva ai 20-30 anni precedenti di gestione del poligono, ma, come spesso purtroppo accade, solo con l’intervento del provvedimento giudiziario si è potuta spingere l’attività di bonifica. In questo caso almeno il procedimento giudiziario ha consentito l’adozione della bonifica e quindi il risanamento dell’area."

Sono state inoltre effettuate indagini mirate sempre su Bellolampo e sull’Amia in merito a possibili infiltrazioni mafiose nella gestione della discarica. Si tratta di indagini che hanno riguardato sia infiltrazioni in senso ampio, cioè sul sistema generico della discarica, sia infiltrazione sui singoli subappalti, sulle assunzioni, su ipotesi di truffa e su altre condotte riconducibili direttamente o indirettamente a cosa nostra.

E' stata svolta, come si è precisato nel corso dell'audizione, un’indagine molto dettagliata, sia conl’audizione di numerosi collaboratori di giustizia sia con l’adozione di attività tecniche, durata due anni e su cui il giudice per le indagini preliminari ha ordinato ulteriori indagini alla procura della Repubblica.

Nonostante gli approfondimenti investigativi, non è stata accertata una diretta infiltrazione di cosa nostra sulla gestione della discarica. Sono stati individuati tanti piccoli episodi di possibile infiltrazione, ad esempio nella gestione di piccoli lavori di manutenzione su determinate aree e nel noleggio degli automezzi per lo svolgimento dell’attività, però non si è riscontrata probatoriamente l'ipotesi investigativa di una diretta gestione di cosa nostra sulla discarica di Bellolampo.

Sono comunque ancora in corso attività di indagine su questo tema.

In stretta connessione con la problematica della gestione dei rifiuti a Palermo merita di essere
evidenziato che, in diverse occasioni, nel mese di marzo 2012 e nel mese di dicembre 2013, sono stati registrati gravi fenomeni di interruzione di pubblico servizio da parte di oltre 200 dipendenti della società incaricata della raccolta dei rifiuti solidi urbani nella città di Palermo Amia SpA, in un primo caso, e successivamente di circa 120 dipendenti della Rap SpA, succeduta ad Amia nel servizio, nel secondo caso. In entrambe le circostanze si è accertata una ingiustificata assenza dal servizio dei dipendenti che determinava una grave situazione di disagio per la cittadinanza e pericolo per la salute pubblica. In relazione a tali episodi si è proceduto con la citazione diretta a giudizio per il reato di interruzione di pubblico servizio nei confronti degli stessi dipendenti nell’ambito di numerosi procedimenti penali, tra i quali si segnala in particolare il procedimento penale 5088/2014 per il reato di interruzione di pubblico servizio nei confronti di oltre 120 dipendenti della Rap SpA e nei confronti di due dirigenti per il reato di inadempimento di contratto in pubbliche forniture.
Il processo per le contravvenzioni già previste e punite dagli articoli 2621 e 2624 del codice civile a carico di amministratori e sindaci di Amia SpA definito in primo grado con la condanna degli stessi, si è concluso in appello con declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione (come già rilevato nel corso della precedente audizione, non era stato possibile contestare il delitto di cui all’articolo 2622 del codice civile, perché il sindaco pro tempore non aveva presentato la prescritta querela).

Tuttavia, nei confronti dei detti amministratori è in corso il processo per bancarotta societaria (articolo 223 L.F.) connessa con il falso in bilancio di cui trattasi.

Per quanto riguarda le inchieste sulle ditte che trasportano il percolato, vi è un’indagine in corso, in particolare in relazione ai trasporti presso il porto di Gioia Tauro, che è fondamentalmente uno dei terminali del percolato. I costi di gestione sono molto elevati, perché ogni giorno 20-30 autobotti devono recarsi a Gioia Tauro. Questo è un problema che è nato anche dalla mancanza di impianti di gestione sufficienti all’interno della Regione siciliana. Vi sono due piccoli impianti, uno a Carini e uno nella zona di Acqua dei Corsari, che comunque non sono sicuramente idonei al volume prodotto a Bellolampo, anche se ora, con le nuove forme di gestione un po’ più corrette, si è abbattuto il trasporto del percolato che viene smaltito. Erano stati evidenziati dei possibili collegamenti con una società di Gioia Tauro, che si chiama IAM.

La procura della Repubblica ha contestato l’illecita gestione nell’ambito del procedimento Bellolampo per come il trasporto veniva effettuato, però non sono emersi collegamenti con la criminalità organizzata di stampo mafioso.

Per quanto riguarda l’invio degli atti alla Corte dei conti, in merito a tutti i processi che hanno visto coinvolti gli amministratori pubblici la procura della Repubblica ha informato immediatamente la Corte dei conti in merito al danno erariale.

La gestione della discarica dopo il sequestro.

Sulla base di quanto dichiarato alla Commissione (doc 249/1) dal dottor Marco Lupo si possono
ricostruire le vicende di Bellolampo nel periodo successivo al sequestro. Il dottor Marco Lupo è
stato:
1. dirigente generale del dipartimento regionale dell'acqua e dei rifiuti (dal 19 luglio 2012 al 25 settembre 2014);
2. custode giudiziario della discarica di Bellolampo (dal febbraio 2013 a giugno 2014);
3. commissario per evitare l'interruzione del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti urbani nel territorio di Palermo ex art. 2 decreto legge 43 del 2013 convertito nella legge 71 del 2013 (dal maggio 2013 a dicembre 2013).

Nella relazione trasmessa alla Commissione33 è stato evidenziato che dal 2010 nessuna iniziativa era stata avviata per la soluzione della problematica di Bellolampo e che non erano neppure iniziati i lavori di realizzazione della sesta vasca e le vecchie vasche (ormai sature) non erano state messe in sicurezza.

Si riporta integralmente parte della relazione trasmessa:
"La VI vasca della discarica di Bellolampo è stata realizzata dal commissario delegato per l'emergenza rifiuti come previsto dal decreto AIA di autorizzazione. La stessa è ad oggi utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla città di Palermo in regime di contingibilità ed urgenza ex articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, mediante ordinanza sindacale, in quanto l'impiantistica a servizio della stessa (impianto TMB e impianto di trattamento del percolato) non è ancora disponibile.

Se per l'impianto TMB i lavori sono già in fase di completamento e si prevede che lo stesso possa entrare in funzione nel mese di aprile 2015, i lavori per l’impianto di trattamento del percolato in situ non sono ancora incominciati. Ciò rappresenta un elevatissimo costo ambientale e gestionale, dal momento che il sistema di smaltimento fuori sito del percolato si basa essenzialmente sull'utilizzo di impianti extraregionale e sull'affidamento diretto e in regime di emergenza dei trasporti in tal senso.

Le scelte progettuali di sottoporre a trattamento di selezione con biostabilizzazione della frazione umida del rifiuto tal quale prodotto dalla città di Palermo nasce da specifiche 33 Doc. 249/1, all. 20 esigenze di adeguare alla normativa vigente il sistema di smaltimento dei rifiuti. In particolare il decreto legislativo 36 del 2003, che come noto costituisce norma per l'applicazione delle migliori tecnologie disponibili nell'ambito della realizzazione e gestione delle discariche impone all'articolo 7 che i rifiuti possano essere collocati in discarica solo previo trattamento mirato a ridurre la quantità ed i rischi per la salute umana e l'ambiente. In tal senso l'impianto opera una drastica diminuzione del rifiuto da abbancare in discarica, in quanto il biostabilizzato prodotto ha caratteristiche tali da poter essere riutilizzato nel rispetto della normativa del recupero di materia in sostituzione di materiale proveniente dalle cave per le opere di copertura giornaliera, provvisoria e definitiva della realizzanda sesta vasca nonché delle vecchie vasche già esaurite a Bellolampo. La scelta progettuale di arrivare ad uno biostabilizzato da rifiuti che possa essere oggetto di recupero di materia prima seconda, affiancato da un impianto di compostaggio su tutti quei rifiuti organici che possono essere oggetto di raccolta differenziata, mira al raggiungimento degli obiettivi imposti dalla normativa, che come noto a tutti sino ad oggi non sono stati raggiunti proprio per carenza di impianti a servizio della città di Palermo in grado di valorizzare in termini di produzione di compost l'eventuale organizzazione di un sistema di raccolta domiciliare e presso le grandi utenze dei rifiuti a elevata componente organica.

Relativamente al dimensionamento dell'impianto, con una capacità giornaliera di 1.000 tonnellate/giorno, si fa presente che la stessa è stata tarata sulla quantità realisticamente prodotta nella città di Palermo e smaltita a Bellolampo negli ultimi due anni. Le prescrizioni già imposte in tal senso dal provvedimento di valutazione di impatto ambientale emesso dal competente assessorato territorio e ambiente prevedono l'abbattimento di tali quantità in ingresso in funzione del raggiungimento del 30 per cento di raccolta differenziata a 700 onnellate/giorno senza che l'impianto vada in crisi gestionale.

Nonostante le scelte progettualmente approvate in AIA, la crisi emergenziale che ha colpito la Sicilia negli ultimi mesi ha indotto le autorità competenti ad utilizzare la discarica di Bellolampo, oltre che per la città di Palermo, anche per lo smaltimento dei rifiuti prodotti da altri 47 comuni della provincia di Palermo e di Agrigento, elevando la quantità massima ammissibile giornalmente in discarica da 1.000 a 1.500 tonnellate.

Relativamente alle vecchie vasche, oggetto di indagini per disastro ambientale e di sequestro da parte della magistratura nel corso del 2013, si segnala che non risulta ancora definitivo il capping provvisorio delle stesse, con particolare riferimento alle vasche V e V-bis, interessate da un movimento franoso nel 2010 e sulle quali non sono state ancora effettuate opere di messa in sicurezza risolutive. Le maggiori criticità sono ovviamente correlate alle enormi quantità di percolato prodotto dalle stesse e dalle numerose segnalazioni di fuoriuscita dello stesso dalle aree impermeabilizzate.

La situazione ambientale permane quindi altamente critica. A ciò si aggiungono le incertezze sulla figura del gestore che deve responsabilmente occuparsi della fase di postgestione della discarica.

Al momento il gestore è stato individuato nella Rap SpA (società gestore della VI vasca) dal sindaco del comune di Palermo con apposita ordinanza ex articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006. L'Amia, proprietaria del sito, è stata dichiarata fallita e il contratto di servizio fra comune di Palermo e Rap ha ignorato del tutto l'esistenza di queste vecchie vasche. Non si ha quindi alcuna certezza né di chi dovrà occuparsi delle stesse, né della esistenza della copertura finanziaria idonea a garantire opere gestionali che assicurino la tutela dell'ambiente.

In particolare:
I lavori di realizzazione della sesta vasca sono stati ultimati.


La VI vasca della discarica, suddivisa in quattro settori, ha una capacità complessiva di 1.700.000 mc. II primo settore della sesta vasca della discarica, per una capacità di circa 400.000 metri cubi era stato realizzato ed è entrato in esercizio il 5 settembre 2013; il secondo settore è stato consegnato il 15 gennaio 2014 ed i lavori per il terzo e quarto settore era previsto che si concludessero entro agosto 2014.

Gli enti di controllo (ARPA Sicilia, provincia regionale di Palermo], al fine dell'utilizzo del primo settore della sesta vasca, hanno richiesto la realizzazione di specifici presidi ambientali necessari per avviare le attività di abbancamento. Gli stessi sono stati messi in opera dalla struttura commissariale.

Sono stati conclusi i lavori della vasca di stoccaggio del percolato (4.000 metri cubi) che potrà essere utilizzata a corredo della sesta vasca.

Il progetto della VI vasca della discarica di Bellolampo aveva già ottenuto la valutazione di impatto ambientale con DDG n 480 del 24 ottobre 2012 mentre l'autorizzazione integrata ambientale è stata rilasciata con DDS 1348 del 9 agosto 2013 dopo aver integrato il progetto della suddetta vasca con quello dell'impianto di pretrattamento (selezione e biostabilizzazione] del rifiuto e della sezione dedicata al compostaggio della frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata. Tutti i suddetti progetti, unitamente a quello relativo all'impianto di trattamento del percolato predisposto dalla ditta aggiudicataria della gara già svolta da Amia SpA, sono state messe a disposizione del pubblico mediante le procedure previste dalla normativa vigente in materia ed anche attraverso la pubblicazione dell'estratto a mezzo stampa.

Con ordinanza n. 9 del 30 aprile 2013, il commissario delegato ha emanato specifiche direttive per il ricorso a speciali forme di gestione dei rifiuti, nelle more della piena funzionalità della sesta vasca e conseguente prolungamento dei termini di cui all'articolo 5 della disposizione commissariale n. 5 del 31 gennaio 2012 che consentiva le operazioni di abbancamento nella vecchia discarica di Bellolampo.

Con la suddetta ordinanza, in particolare, era stato disposto l'utilizzo, a far data dal 1 maggio 2013, fino all'esaurimento dei volumi individuati dal "Piano ampliamento in emergenza volumi discarica di Bellolampo dal 30 aprile 2013" e comunque non oltre il 31 luglio 2013, delle aree individuate nel piano stesso ed in particolare dell'area "zona di sopraelevazione sella III-IV vasca (quota massima a 540 mslm)" e dell'area "zona fronte Inserra", per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani prodotti nel territorio del comune di Palermo.

Inoltre, è stato ordinato ad Amia di realizzare i presidi necessari per l'ottimale gestione dell'abbancamento dei rifiuti, così come individuati nel piano ampliamento in emergenza volumi discarica di Bellolampo dal 30 aprile 2013" nonché di rispettare una serie di prescrizioni operative impartite dagli organi di controllo. Amia ha comunicato l'impossibilità di realizzare autonomamente i presidi di cui sopra e tutta una serie di interventi necessari per rispettare alcune delle prescrizioni impartite dall'ordinanza n. 9 del 30 aprile 2013 del commissario delegato.

Tali interventi infatti richiedevano risorse finanziarie aggiuntive e tali costi non avrebbero potuto gravare sulla curatela fallimentare tenuto conto della necessità di non pregiudicare le ragioni dei creditori.

Constatata l'impossibilità di attivazione da parte della curatela fallimentare per la realizzazione di tutto quanto previsto dall'ordinanza n. 9 del 30 aprile 2013, la struttura commissariale ha pertanto immediatamente attivato un intervento sostitutivo ed ha provveduto autonomamente a realizzare gli interventi necessari.

Dalle verifiche effettuate in campo dagli organi di controllo e da personale di riferimento della struttura commissariale, tutte le prescrizioni imposte con l'ordinanza sono state rispettate e messe in atto.

In particolare la gestione è stata caratterizzata dal rispetto di tutte le prescrizioni imposte in merito alla estensione delle aree di abbancamento, alla copertura giornaliera del rifiuto, all'utilizzo dei teli rimovibili qualora necessario, all'estrazione continua del percolato prodotto e alla verifica delle pendenze di sicurezza. Non sono stati più conferiti in discarica i rifiuti biodegradabili CER 200201 e CER 200302, nonché i rifiuti ingombranti CER 200307.

Con nota prot. n. 18108 del 02 maggio 2013 e con nota prot. n. 19020 del 07 maggio 2013 si
afferma che nelle aree utilizzate per l'abbancamento si è provveduto alla misurazione del battente di percolato e all'estrazione dello stesso dai camini e pozzi esistenti, al fine di deprimere quanto più è possibile il livello nelle aree di coltivazione. E’ stato installato un sistema di controllo che consente la misura in continuo dei livelli in tutte le vasche ed i sili utilizzate in discarica per lo stoccaggio del percolato.
E' quindi adesso possibile determinare i flussi di percolato in uscita dal corpo rifiuti in ossequio all'obbligo imposto dalle norme tecniche di riferimento. Il rispetto delle prescrizioni imposte ha permesso di gestire quotidianamente la discarica garantendo un elevato livello di tutela ambientale.

Con nota prot. n. 6484 del 11 settembre 2013 la Rap SpA ha comunicato la chiusura delle aree della terza e quarta vasca della discarica di Bellolampo utilizzate per l'abbancamento a far data dal 30 aprile per effetto delle citate ordinanze commissariali n. 9/2013, n. 100/2013 e n. 136/2013.

Pertanto a far data dal 5 settembre 2013 le vecchie vasche della discarica di Bellolampo sono chiuse ai sensi dell'articolo 12, comma 1, lettera c) del decreto legislativo n. 36 del 2003 e le attività di messa in sicurezza e di capping sono stati ultimati.

Risulta già concluso il lavoro di bonifica dell'area dell'ex poligono di tiro con riconsegna delle aree da parte della ditta alla stazione appaltante; tali aree risultano di notevole interesse in previsione della fase gestionale della VI vasca e della relativa impiantistica. In particolare successivamente alla rimozione del terreno contaminato sono state effettuati i campionamenti ed analisi del fondo alla presenza dell'ARPA competente, che ha validato i risultati e, pertanto, la bonifica può ritenersi conclusa.

Interventi per garantire la corretta gestione del percolato.

Le criticità che si erano manifestate nella discarica tra la fine dell'anno 2012 ed i primi mesi del 2013 relativamente alla gestione del percolato sono state tra le prime cause che avevano determinato l'intervento della competente procura della Repubblica.

Nell'ambito delle attività espletate dalla struttura commissariale pertanto particolare attenzione è stata dedicata alla risoluzione di tali problematica.

In primo luogo si è provveduto ad operare con urgenza l'allontanamento e smaltimento presso impianti autorizzati di tutto il percolato presente negli stoccaggi della discarica che all'atto dell'insediamento risultavano completamente saturi ed addirittura si erano verificati fenomeni di fuoriuscita e sversamento nei suoli.

Sono stati inoltre immediatamente eliminati tutti gli accumuli di percolato che si erano formati al di fuori dei siti di stoccaggio autorizzati prima della dichiarazione dello stato di emergenza.

Sono state allontanate dal sito di Bellolampo e smaltite in impianti autorizzati circa 70.000 tonnellate di percolato.

Il completo svuotamento di tutti gli stoccaggi esistenti e l'allontanamento in continuo di tutto il percolato che via via si andava producendo giornalmente ha consentito di realizzare e completare i lavori di messa in sicurezza degli stoccaggi stessi.

Si evidenzia infine che nell'ambito della procedura di autorizzazione integrata ambientale, sulla base di una procedura di evidenza pubblica che era stata espletata da Amia SpA, è stata autorizzata la realizzazione di un impianto fisso di trattamento del percolato ed in particolare: la realizzazione e la gestione di un impianto di trattamento del percolato per una capacità totale di 250 metri cubi/giorno e la gestione di un impianto per il trattamento del percolato esistente per una capacità totale di 100 metri cubi/giorno.

Sono in corso da parte di Rap SpA le procedure per avviare la realizzazione dei suddetti impianti.

La struttura commissariale ha elaborato il progetto per la realizzazione di un impianto di biostabilizzazione aerobica previo trattamento di tritovagliatura e selezione del rifiuto per una capacità massima di 1000 tonnellate/giorno. L'impianto prevede una linea dedicata al trattamento dell'umido proveniente dalla raccolta differenziata. Il progetto è stato autorizzato nell'ambito dell'autorizzazione integrata ambientale rilasciata con il decreto n. 1348 del 9 agosto 2013.

I lavori sono stati aggiudicati il 30 dicembre 2013 ed i lavori di realizzazione dello stesso sono in corso di ultimazione tanto che si prevede che verrà aggiudicato entro il mese di marzo 2015."

2.1.3.3 Le infiltrazioni della criminalità organizzata di stampo mafioso nel settore dei rifiuti

Riferisce testualmente il procuratore De Luca: "È passato il tempo, quello della fine degli anni 1980, del famoso tavolino dove c’erano politici, grandi gruppi imprenditoriali e cosa nostra che gestivano la distribuzione dei grandi appalti. Questo in sé, ovviamente, è un dato positivo. Il dato negativo, però, è che le infiltrazioni sono un po’ più subdole, cioè sopravvengono in un secondo tempo, ovvero nel noleggio a freddo, nei subappalti, nelle assunzioni e anche nelle truffe e nelle corruzioni che vengono consumate nell’ambito della gestione del ciclo dei rifiuti”.

Sono stati al riguardo citati due esempi:
1- Il primo è il procedimento a carico di Di Bella Gioacchino più altri, già condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. In detto procedimento si è accertato come il Di Bella Gioacchino disponesse di un potere enorme, nonostante la qualifica di basso livello all’interno del Coinres di Bagheria, condizionandone sostanzialmente l'attività. Si è trattato di una gravissima forma di infiltrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nel settore dei rifiuti. Sebbene la vicenda abbia riguardato un piccolo centro come Bagheria, tuttavia ha un valore sintomatico delle modalità insidiose attraverso cui si inserisce la criminalità organizzata di stampo mafioso nel settore dei rifiuti.

Risulta accertato che il Di Bella, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Bagheria, ha controllato, in virtù della forza di intimidazione del vincolo associativo, e di converso rafforzando il potere dell’associazione mafiosa nel medesimo territorio, l’attività economica relativa alla raccolta e smaltimento dei rifiuti gestita dal Coinres (Consorzio intercomunale rifiuti, energia, servizi) condizionando tale ente pubblico e la relativa amministrazione comunale nel cui ambito si adoperava per favorire i propri interessi e quelli della consorteria mafiosa. Per tali fatti il Di Bella è stato condannato, in sede di giudizio abbreviato, come detto, a dieci anni di reclusione.

Nell'ambito del medesimo procedimento sono divenuti collaboratori di giustizia Morsicato Benito, dipendente del Coinres, e Gennaro Vincenzo, i quali hanno reso ampie e dettagliate dichiarazioni sulla assoluta illegalità del sistema di raccolta e gestione dei rifiuti posto in essere nell’ambito delle attività svolte dal Coinres. Sulla base di tali dichiarazioni sono state avviate ulteriori indagini tuttora in corso.

Sul punto si è espresso anche il sostituto procuratore Calogero Ferrara che da diversi anni si occupa di reati in materia ambientale. Proprio sullo specifico caso del Coinres ha sottolineato la gravità della condotta e il "peso" che Di Bella Gioacchino aveva nel consorzio: “Di Bella, come ha detto il procuratore, è un soggetto condannato a dieci anni di reclusione per 416-bis.  Sebbene fosse un manovale, di fatto consentiva il controllo diretto del Coinres da parte di cosa nostra. Il Di Bella favoriva la creazione ad arte di situazioni di emergenza, sia ai fini dell’adozione delle ordinanze contingibili e urgenti di cui parlava il procuratore sia al fine di spingere il governo regionale e quello nazionale all’adozione di provvedimenti di emergenza che consentissero di derogare a tutte le norme in tema di rifiuti, con conseguenti possibilità di affidamento diretto, di deroga alle norme di controllo del ciclo dei rifiuti e all’adozione dei formulari.”

Il procuratore Lo Voi ha fornito ulteriori dettagli in relazione al processo in corso, in quanto nel dibattimento che si sta celebrando innanzi al tribunale di Palermo sono stati ascoltati collaboratori di giustizia che hanno fornito ulteriori elementi di conoscenza, anche per ciò che riguarda l'organizzazione di scioperi pilotati per creare situazioni di emergenza: "Cito le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che ovviamente saranno da vagliare, da verificare, da controllare e da riscontrare da parte del giudice del dibattimento (…). Il collaboratore di giustizia ha dichiarato che i dipendenti non venivano fatti lavorare regolarmente, ma venivano dirottati per le esigenze personali del signor Di Bella e di altri. I compattatori venivano incaricati, in violazione della normativa, di raccogliere i rifiuti di una specifica ditta appartenente a una famiglia piuttosto nota per il suo inserimento in cosa nostra. Vi erano sistematici furti di carburante, che veniva fatto figurare come destinato ai compattatori, ai quali invece non arrivava, con la conseguenza che questi ultimi restavano fermi. A ciò si aggiungono il noleggio di alcuni mezzi da parte di esponenti mafiosi, il pagamento di somme indebite al Di Bella da parte delle ditte incaricate dei lavori e, come indicavo precedentemente, l’organizzazione di finti scioperi per far accumulare i rifiuti e, quindi, creare la situazione per fare adottare provvedimenti di emergenza. Ripeto che stiamo parlando di un processo in corso. Vedremo quale sarà l’esito di questo processo. Comunque, un collaboratore di giustizia, che si occupa generalmente di informare su attività di ambienti mafiosi, indica questo tipo di attività.”.

In merito all'utilizzo strumentale dello sciopero, funzionale non solo agli interessi di cosa nostra ma anche a creare “forzature” a livello nazionale sulla dichiarazione di emergenza, si è espresso il procuratore Ferrara, che ha dichiarato: “Gli scioperi di cui parlava il procuratore sono sicuramente quelli nel Coinres di Bagheria, che erano condizionati dall’intervento di cosa nostra.

Accanto a questo, però, abbiamo avuto un altro fenomeno, su cui abbiamo anche esercitato un’azione penale e svolto delle indagini, che non ha a che vedere con l’interessamento di cosa nostra, bensì con le situazioni di «inefficienza» della pubblica amministrazione. Infatti, a Palermo, sia sotto la precedente gestione Amia che sotto l’attuale gestione Rap (Rap è la società che è subentrata a Amia, come sicuramente sapete), si sono verificate ripetutamente una serie di astensioni dal lavoro di centinaia di persone assolutamente ingiustificate, cioè non create da situazioni particolari, ma usate come forma di pressione in prossimità di ogni rinnovo. All’epoca di Amia, il Governo nazionale ogni sei-nove mesi erogava delle somme di danaro per consentire la salvezza dell’azienda. Sono state create una serie di situazioni che hanno determinato improvvisamente un’emergenza cittadina vera, quasi di tipo sanitario. Per questo, l’ufficio della procura della Repubblica ha esercitato l’azione penale diretta, in un caso a carico di oltre 300 persone che si erano inspiegabilmente rifiutate di andare a lavorare per tre o quattro giorni. Senza connessione con degli scioperi, nel senso classico del termine, queste persone, sia sotto la gestione Amia che sotto la gestione Rap, si erano rifiutate di andare a lavorare, a volte organizzando dei presìdi davanti ai depositi dove si trovavano gli automezzi e gli autocompattatori che dovevano andare a raccogliere i rifiuti, per impedire a coloro che volevano andare a lavorare di farlo. Mi riferisco a delle indagini di marzo 2012 e di dicembre 2013. Forse per l’effetto deterrente del sistema penale, da allora non si sono più verificati questi episodi quantomeno singolari”.
2- Il secondo esempio è dato dal procedimento a carico di Liga Giuseppe ed altri per il reato di traffico illecito organizzato di rifiuti.

Nell’ambito del procedimento penale 12958/10 RGNR DDA a carico di Liga Giuseppe (già soggetto riconosciuto al vertice della famiglia mafiosa di San Lorenzo) più altri è stata emessa ordinanza custodia le per i reati di traffico illecito di rifiuti ed altri crimini ambientali aggravati, ex articolo 7 del decreto legge n 152 del 1991, dalla finalità di avere agito al fine di favorire l’organizzazione criminale cosa nostra e comunque avvalendosi delle condizioni derivanti dall’appartenenza a detta organizzazione criminale. Il procedimento ha avuto ad oggetto le illecite attività di smaltimento di rifiuti pericolosi, anche con interramento presso un sito nella disponibilità del Liga, ed è stata anche contestata una fittizia intestazione di beni (ex articolo 12-quinquies della legge n. 356 del 1992) ad alcuni prestanome dell’esponente mafioso. Il processo è tuttora in corso di celebrazione in sede dibattimentale.


Il Liga, è stato precisato dal procuratore aggiunto di Palermo, è uomo di vertice della famiglia mafiosa di San Lorenzo, un cosiddetto "uomo d’onore". In questo caso non vi era la gestione di una discarica istituzionale, bensì l’interramento in siti nella disponibilità del Liga di rifiuti anche pericolosi. Anche nel procedimento contro Liga Giuseppe è stato contestato l’articolo 260 del decreto legislativo n. 152 del 2006, con l’aggiunta, però, dell’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, cioè l’aggravante di mafia. Ha dichiarato il magistrato, testualmente: "Abbiamo proprio un traffico di rifiuti con la connotazione «DOC» cosa nostra".


E’ di tutta evidenza come sia stato proprio il controllo del territorio, tipico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso nel settore dei rifiuti, a rendere possibile la realizzazione di una discarica di tali proporzioni.


Bellolampo, BURGIO, CANNOVA, DE LUCA SALVATORE, DE MONTIS, GULLO, INNOCENTI, Lo Voi, LUPO, OIKOS, PROTO, Sansone, SODANO, TMB, Zuccarello, 






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