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Saturday, June 18, 2016

"Lo scirocco e il caldo da soli non causano l’autocombustione"

CANADAIR RADENTI  I TETTI DELLE CASE  DI PALERMO 17 GIUGNO 2016








Testo integrale dell’intervista di Guido Fiorito al prof. Silvano Riggio sugli incendi del 16 giugno 2016
"Lo scirocco e il caldo da soli non causano l’autocombustione". Silvano Riggio, professore ordinario di ecologia che dal 1971 ha insegnato all'Università di Palermo, interviene sull'emergenza che ha colpito la Sicilia, per "sfatare un "luogo comune". 

Professore Riggio, un bosco può bruciare per autocombustione?
"Può sembrare inverosimile ma senza la pioggia non c’è autocombustione. Per spiegare quest’apparente contraddizione va considerato che la Sicilia e il Mediterraneo fanno parte della fascia subtropicale del pianeta in cui si alternano un semestre secco da aprile a tutto settembre, ed uno piovoso fra ottobre e marzo. Durante il periodo piovoso la vegetazione è in piena attività; durante la lunga stagione asciutta le erbe seccano; gli alberi “vanno in letargo” e la maggior parte di essi sospendono l’attività o perdono addirittura rami, foglie e frutti che si accumulano sul suolo formando una coltre detritica di residui organici pronti a decomporsi, ma la decomposizione non va avanti per mancanza d’acqua. L’ambiente si intasa alla stregua di un intestino in fase di stitichezza. Quando tornano le piogge (una volta succedeva alla fine d’agosto giustificando il detto “austu e riustu, tempo d’invernu giustu) l'acqua che scorre e si infiltra attiva i microrganismi del terreno – funghi, muffe e batteri – che innescano un rapido processo di fermentazione con l’effetto di innalzare la temperatura fino a quasi 100 gradi, tanto da scottare un mano. A quel punto basta uno dei tanti fulmini temporaleschi che si abbattono sulla chioma degli alberi per fare scoppiare un falò che in pochissimo tempo si propaga all’intera vegetazione. L’incendio libera la macchia/foresta dalla massa ostruttiva del detrito e dal peso degli alberi vecchi ridotti a sterpi contorti ed è una sorta di “purga” che risolve l’intasamento. Nella coltre di materiale secco però sono contenuti miriadi di grossi semi (del tipo dei pinoli non sgusciati) in attesa paziente di germinare, provvisti di una “buccia” impermeabile che si consuma col fuoco e mette allo scoperto il seme intatto e vitale. Con l’arrivo delle piogge autunnali il seme liberato germoglia e rinnova la foresta con piante giovani e vigorose che perpetuano le formazioni forestali delle regioni mediterranee più meridionali (come la California a sud di Los Angeles, il Cile centrale, il Capo di Buona Speranza e l’Australia sud occidentale) e delle savane. Se si interrompe questo ciclo virtuoso, le formazioni arboree od arbustive scompaiono lasciando un deserto di pietra, la “sciara”. Tutto ciò è stato verificato soprattutto nel Chaparral, la macchia del sud californiano, ma è fenomeno comune a tutti i mediterranei.

La Sicilia, invece, brucia con il caldo torrido...
"Neanche una latta di benzina lasciata sotto il caldo dello scirocco prenderebbe fuoco da solo. La riprova è che in alcuni rimboschimenti a conifere in oltre 50 anni gli incendi non sono arrivati. Per esempio all’isola di Lévanzo, e - tranne qualche raro caso - a Marettimo dove è stato dimostrato che si trattava di episodi dolosi.

Quindi questi incendi sono opera dell'uomo?
"Certamente. Lo dimostra il fatto che abbiano preso fuoco simultaneamente  lungo l’intera dorsale montuosa tirrenica, da Trapani a Messina, oltre che nelle riserve naturali, e non potevano essere scoppiati per caso o per opera di “piromani” isolati. Questi ci sono e ci sono stati ma sono mano d’opera reclutata da un’organizzazione. Lo scirocco e il caldo certo aiutano  la propagazione dell'incendio. Gli incendi estivi però sono tutti “di origine dolosa" ed è opportuno che questa dizione sostituisca l’ipotesi dell’autocombustione, che da noi non regge.

Con effetti catastrofici...
"Come tutti i fenomeni distruttivi, il fuoco si diffonde a ritmi esponenziali aumentando in via parossistica le sue ampiezze e gli effetti devastanti. Non diversamente da quanto succede nella diffusione di un cancro o da quanto ebbe luogo con l’inflazione nella Germania di Weimar, o delle epidemie di peste (ricordate la peste manzoniana?), e via dicendo  In pochi minuti le fiamme, che trovano tanto materiale secco, si moltiplicano come “frattali” e devastano un’intera regione.

Quindi lo scirocco non è la causa prima ma un ausilio alla distruzione?
"Bisognerebbe sottolineare che il torrido scirocco africano (da distinguere dalla scirocco caldo umido proveniente da sud est, ) è un “vento di caduta”, componente normale del clima di Palermo, come lo è di Tunisi, e come lo è per le città del Nord Italia (vedansi Torino e Milano) e della Mitteleuropa, circondate da montagne, ma da noi ha sempre effetti gravi e spesso devastanti. Negli ultimi anni le sue conseguenze sono inasprite dall’intensificazione dell’effetto serra, responsabile delle alluvioni in tutta Italia e della desertificazione in Sicilia, soprattutto della Sicilia sud occidentale. Da noi quest’anno  non c’è stata quasi pioggia e la pochissima che è caduta si è concentrata in periodi ristrettissimi (ma anche nel 1989), come avviene nel Sahara. In pratica siamo già deserto, ma non lo vogliamo sapere. Ricordiamoci che il clima influisce sullo nostra salute e sull’economia oltre che sui fatti storici importanti. Citiamo qualche esempio? La pioggia rese pesante il terreno di Waterloo e portò alla sconfitta di Napoleone; nel 1788 mancarono i raccolti in Francia a causa di un’esplosione vulcanica e le plebi parigine chiesero panne a Maria Antonietta, ricevendone la risposta che tutti sanno; il malessere della popolazione siriana nasce oggi dalla siccità che da due decenni affligge il paese, ma di cui nessuno parla.  E altrettanto per i migranti dell’Africa sub sahariana. La Sicilia rischia una fine non diversa da queste disgraziate regioni.”

Cosa ha pensato vedendo Monte Pellegrino bruciare?
"Il monte è il santuario dei palermitani, una montagna sacra. Avere infranto la sacralità del monte sottolinea un cambiamento di strategia dei “piromani associati”, che hanno alzato il tiro. C'è una strategia degli incendi che ci ricorda tanto la via dei Georgofili. Si può dedurre che c'è chi vorrebbe che si allentassero i vincoli che difendono parchi e santuari della Natura. Ma cosa si vuole ottenere distruggendo il nostro territorio? Qualcuno ha dichiarato di voler azzerare le nostre riserve naturalistiche e si è attirato l’applauso  delle plebi rurali. In precedenza gli incendi hanno bruciato Montagna Grande a Pantelleria e Capo Gallo. Ho pensato alla fine degli anni Settanta, quando andammo in marcia in centinaia sul monte Pellegrino per opporci ad una modifica della legge che avrebbe provocato nuove costruzioni e che fu ritirata a furor di popolo". 

Cosa succede a un bosco devastato da un incendio?
"Una sola cosa: la morte della natura e il crollo dell’economia agricola e turistica e la perdita di salubrità dell’ambiente. Muoiono le piante, ma anche milioni di animali che fuggono o muoiono bruciati, spariscono le api, e gli uccelli, preziosi trasportatori di semi,  non tornano più o finiscono nei roghi.  Poi c’è l’erosione del suolo, la perdita di fertilità, l’inquinamento delle acque marine, l’esaurimento delle risorse idriche, e via dicendo. Un disastro che dura decenni. Solo la pioggia può aiutare il bosco a ricostituirsi, ma da noi non ce n’è speranza. Va anche osservato che, contrariamente alle foreste naturali, i rimboschimenti dei forestali non sono  vere foreste ma monocolture di alberi a diversità nulla, soggette a malattie e pronte a prendere fuoco per non risorgere mai più. In questo caso rischiamo che l’isola resti un deserto per i secoli a venire: altro che futuro per le giovani generazioni!  Ricordiamo infine che sul monte Pellegrino andrebbe ripiantata la macchia mediterranea a discapito degli impianti di pini ed eucalipti. Ma questo non si faràe così rischiamo di  tornare indietro di più di un secolo quando la montagna era brulla e calcinata dall’ implacabile sole sahariano. 

Articolo su incendi 


Guido Fiorito
"Lo scirocco e il caldo non possono provocare incendi per autocombustione". Silvano Riggio, ecologo, disciplina che ha insegnato per decenni all'Università di Palermo, interviene sull'emergenza che ha colpito la Sicilia, per "sfatare un "luogo comune". 
Professore Riggio, un bosco può bruciare per autocombustione?
"Soltanto con la pioggia. La Sicilia e il Mediterraneo fanno parte della fascia subtropicale del pianeta in cui si alternano periodi di siccità e di pioggia. Durante il periodo senza pioggia si accumula sotto gli alberi del bosco,  tanto materiale (rami, foglie, frutti) che diventa secco. Quando torna la pioggia, l'acqua provoca un rapido processo di fermentazione di questa massa organica che alza la temperatura interna. Basta la scintilla di un fulmine per incendiarla. Tutto ciò serve agli alberi: il fuoco libera da una massa che li soffocherebbe e brucia anche  l'involucro che contiene i semi che invece sono ignifughi. Il seme liberato fa crescere una nuova pianta".
La Sicilia, invece, brucia con il caldo torrido...
"Neanche una latta di benzina lasciata sotto il caldo dello scirocco prenderebbe fuoco. La riprova è che in alcuni boschi gli incendi non arrivano mai. Per esempio nelle Egadi, tranne qualche raro caso a Marettimo dove è stato dimostrato che si trattava di episodi dolosi. In 50 anni di rimboschimento a Levanzo non è successo mai niente".
Quindi questi incendi sono opera dell'uomo?
"Lo dimostra il fatto che abbiano preso fuoco simultaneamente  tanti luoghi sulla fascia settentrionale dell'Isola. Lo scirocco e il caldo certo aiutano  la propagazione dell'incendio. Gli incendi estivi però sono tutti di origine dolosa".
Con effetti catastrofici...
"Il fuoco si diffonde come nel fenomeno dell'inflazione nella Germania di Weimar o nella diffusione di una epidemia.  In pochi minuti le fiamme, che trovano tanto materiale secco, dilagano in modo esponenziale".
Quindi lo scirocco non è una causa ma favorisce la distruzione?
"L'effetto serra fa aumentare le temperature e la Sicilia rischia una graduale desertificazione. La pioggia non cade più in modo regolare e si concentra in modo disastroso in periodi ristretti. Il clima influisce su tutto. La pioggia rese pesante il terreno di Waterloo contribuendo alla sconfitta di Napoleone, il malessere della popolazione siriana nasce anche dalla siccità che ha colpito il paese". 
Cosa ha pensato vedendo Monte Pellegrino bruciare?
"Il monte è il santuario dei palermitani, una montagna sacra. Qualcuno vuole attaccare le nostre riserve naturalistiche, in precedenza gli incendi hanno bruciato Montagna Grande a Pantelleria e Capo Gallo. C'è una strategia degli incendi simile a quella del terrorismo.  Si può dedurre che c'è chi vorrebbe che si allentassero i vincoli che le difendono. Ho pensato alla fine degli anni Settanta, quando andammo in marcia in centinaia sul monte Pellegrino per opporci ad una modifica della legge che avrebbe provocato nuove costruzioni e che fu ritirata". 
Cosa succede a un bosco devastato da un incendio?
"La pioggia può aiutare il bosco a ricostituirsi. Nel caso di una pineta non si tratta di un bosco ma di un arboreo, ovvero un terreno dove domina un solo tipo di albero. Una cultura più fragile. In questo caso rischiamo che il terreno resti deserto. Anche perché gli animali fuggono o muoiono bruciati e gli uccelli, preziosi perché spostano i semi provocando il diffondersi delle piante,  non tornano più. Sul Pellegrino andrebbe diffusa la macchia mediterranea. Ma rischiamo di  tornare indietro di più di un secolo quando la montagna era brulla". 

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