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Tuesday, April 19, 2016

La favola del chirurgo che fermò l'attimo fuggente

La favola del chirurgo che fermò l'attimo fuggente


La favola del chirurgo che fermò l'attimo fuggente
Paul Kalanithi, il chirurgo che ha scritto il libro "Quando il respiro si fa aria", pubblicato postumo negli Usa e ora anche in Italia da Mondadori. Qui è con la figlia Cady, nata poco prima della sua morte 
In vetta alle classifiche Usa il libro postumo in cui un chirurgo, Paul Kalanithi, racconta se stesso dopo la diagnosi di cancro ai polmoni. Un inno alla vita “qui e ora”

QUANDO vi sentite opprimere dalla mancanza, di qualcuno o qualcosa, quando pensate che la fatica dei giorni sia al di sopra delle vostre forze, ingiusta per giunta, e comunque vana. Quando non trovate il coraggio o ne avete avuto troppo, e pensate — ho sbagliato, osando: ecco, è questo il momento in cui il libro di cui parliamo sarà il vostro alleato segreto. Un vero amuleto. Ed è questa la ragione per cui, credo, “Quando il respiro si fa aria” di Paul Kalanithi è da settimane in vetta alle classifiche negli Stati Uniti: un mercato infernale e impietoso che macina non di giorno in giorno ma di ora in ora migliaia di titoli di una sterminata produzione. Cosa ci fa tra un libro di ricette e uno di diete (ingrassare e dimagrire, le due stelle polari dell’editoria: la metà del lettori vuole mangiare, l’altra anela a non farlo)?

Cosa ci fa tra un libro su come addormentare i bambini e uno su come svegliare dall’inerzia gli adolescenti, cosa ci fa in questa bipolare selva di manuali di vita quotidiana un’autobiografia sulla malattia e la morte di un medico di origine indiana? Non un celebre medico, non una star tv: un trentaseienne specializzando in neurochirurgia, brillante, promettente, che da un giorno a un altro — è sempre così, no? Ricordate “L’anno del pensiero magico” di Joan Didion? «La vita cambia in un istante» — scopre di avere un tumore ai polmoni e un orizzonte che si avvicina come un temporale portato dal vento anziché, come sempre ci sembra quando rincorriamo i propositi, allontanarsi. Cos’ha di magnetico questo racconto?

Nella forma ha l’eleganza, l’austerità e la serenità della prosa: è un semplice, musicale e poetico scritto che chiunque può leggere senza sentirsi inadeguato, non abbastanza colto, impreparato. Al contrario: nei silenzi della voce narrante, frequenti come le pause di una ballata o di una favola, ciascuno può sentire la propria voce, i propri pensieri. Entrare dentro, riconoscersi e vedersi. È un medico che parla: qualcuno che conosce la vita la malattia e la morte, qualcuno a cui ci si affida — quando serve — per sperare, per guarire. Perché ci dica come si fa. Ma ci sono volte in cui non si fa.

Usa: libro testamento del padre alla figlia in vetta alle classifiche



Tutti lo sanno: ci sono volte in cui non si può far altro che guardare negli occhi il proprio destino, che non è affatto sempre e tutto nelle nostre mani. Un neurochirurgo, per giunta: qualcuno cioè in grado di illuminare come funziona la macchina più strabiliante e misteriosa mai vista in azione, il cervello degli uomini. Come nascono i pensieri, le intenzioni, la memoria e le emozioni. Dove abitano, come si formano, che direzione prendono e come si guastano, quando accade, perché accade. Si guastano, spesso.

"Feci scorrere le immagini della Tac, la diagnosi era chiara". La storia inizia così. Il dottor Kalanithi, tranquillamente, ci porta nella stanza di ospedale in cui insieme alla moglie Lucy, medico anche lei, osserva una lastra. "Negli ultimi sei anni avevo esaminato decine di scansioni analoghe. Ma quella era diversa: era la mia". La osserviamo con loro, quella Tac sullo schermo luminoso. Conosciamo l’apprensione con cui si attende un verdetto. "Lucy chiese sottovoce, come se stesse leggendo un copione: 'Secondo te c’è anche solo una possibilità che sia qualcos’altro?'. 'No', risposi".

Da questa stanza, nei mesi che precedono la nascita di Cady, la loro bambina, e di poco la morte di Paul ci trasferiamo sulla poltrona davanti alla vetrata che dà sul parco di Stanford. Da qui vediamo bene, piano, come sono andate le cose in questi 36 anni: l’infanzia con due fratelli maschi nel deserto dell’Arizona, dove il padre cardiologo ha deciso di trasferirsi da New York per avere un ambulatorio solo suo. La madre, che in India aveva studiato per diventare fisiologa, preoccupata che i figli, in provincia, perdano opportunità negli studi.

Gli studi. L’amore per la letteratura e di pari passo quello per la medicina, poesia e scienza, tanto spesso tante volte passioni gemelle negli esseri umani illuminati. L’amore, il matrimonio, la semplice vita coniugale: bella e difficile, come quella di chiunque. La vita in corsia e la dedizione ai pazienti. «In fondo, uno dei primi significati di paziente è “colui che sopporta le avversità senza lamentarsi”». Come dire a chi sta morendo che sta morendo e come essere davvero certi di poterlo dire, perché la vita scappa dalle previsioni e dalle statistiche, tante volte lo fa. Si ostina. La malattia: ospite sgradito dentro di te, ma un fatto, una presenza. Qualcosa (qualcuno?) con cui entrare in confidenza, dialogare e combattere come con chiunque altro al mondo, fuori dal tuo corpo. Qualcuno o qualcosa che però, al contrario di chiunque altro, dà misura e peso al tempo e al valore dell’esistenza. Fino a qui, ti dice. Probabilmente fino a qui e non oltre.

Sono precise e struggenti le pagine dedicate alla forma verbale dei tempi: posso dire, sapendo che non tornerò al lavoro, "sono", o "ero", o "sono stato" un neurochirurgo? Adesso, da vivo: in quale punto sono nella grammatica dei verbi? A mia figlia, pensando al ricordo che non ha, adesso, non può averlo, ma che avrà di me, un giorno.

Una neonata che è solo futuro. Cosa posso dirle di quello che un giorno sarà il suo passato, qualcosa che sta accadendo nel presente. "Nella tua vita ti prego — le scrive — di non tralasciare un giorno, quando dovrai dare descrizione di te, il fatto di aver riempito le giornate di un moribondo con una gioia appagata, una gioia che non avevo mai conosciuto prima, una gioia che non è perennemente insaziabile ma si riposa, soddisfatta. Ora, in questo preciso istante, è qualcosa di immenso".

In questo preciso istante. Perciò, lettore. Non esitare, se hai qualcosa di importante da dire a qualcuno: fallo, non rinviare. Non dolerti di ciò che non sia davvero essenziale. Metti a fuoco, trova il coraggio. Decidi, scegli. È in definitiva, questa lente d’ingrandimento sul senso della vita, un racconto sul tempo. Fin dal titolo, che comincia con “quando”. Dopo aver scritto, nel 2014, un articolo sul New York Times intitolato Quanto tempo mi resta, condiviso e commentato da migliaia di lettori, e prima di iniziare questo libro, completato dalla moglie e uscito postumo, Kalanithi ha scritto un saggio breve, sulla rivista Stanford Medicine, sul concetto di tempo. Bellissimo: un testo scientifico e letterario insieme.

Cos’è ciò che noi chiamiamo tempo, cosa è prima e cosa dopo. Cos’è l’attesa, cosa la memoria, e cosa invece il presente, adesso. Quando il respiro si fa aria, fra un manuale di cucina e uno di pediatria, sta lì in vetta alle classifiche a dire a tutti una cosa semplicissima: la vita non ti aspetta. Chiede che tu sia qui con lei, ora.

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