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Sunday, April 24, 2016

Mafia, due ergastoli per l'omicidio dell'imprenditore Andrea Cottone

Mafia, due ergastoli per l'omicidio dell'imprenditore Andrea Cottone


La sentenza riguarda Ignazio Fontana e Giuseppe Comparetto. Assolto Carmelo Bartolone dall'accusa di soppressione di cadavere 


La seconda sezione della corte d'Assise di Palermo ha condannato all'ergastolo Ignazio Fontana e Giuseppe Comparetto, imputati dell'omicidio dell'imprenditore Andrea Cottone. Il delitto fu commesso col metodo della lupara bianca: era imputato per la soppressione del cadavere Carmelo Bartolone, che invece è stato assolto. In un altro processo sono già stati condannati in abbreviato, sempre all'ergastolo, Nicola Mandalà, Michele Rubino e Onofrio Morreale. Cottone scomparve il 13 novembre 2002 a Villabate (Palermo) e sarebbe stato eliminato perchè considerato un boss che aspirava a emergere e a fronteggiare il gruppo di Mandalà e Fontana, considerati molto vicini al boss Bernardo Provenzano, del quale in quel periodo curavano la latitanza nella zona di Bagheria, comune molto vicino a Villabate.

Il collegio presieduto da Alfredo Montalto, a latere Stefania Brambille, ha accolto le richieste dei pubblici ministeri Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli. Ad accusare i due condannati all'ergastolo erano stati quattro collaboratori di giustizia, uno dei quali - Stefano Lo Verso, di  Ficarazzi - era  stato testimone oculare della consegna di Andrea Cottone ai suoi assassini: fu proprio Lo Verso infatti ad accompagnare la vittima designata all'appuntamento con la morte, in un minigolf di Villabate. Il pentito ha però negato di aver saputo che l'imprenditore dovesse essere ucciso. Gli altri pentiti che hanno deposto nel dibattimento sono stati Mario Cusimano e Francesco Campanella, entrambi di Villabate, e Sergio Flamia, di Bagheria



http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/04/18/news/mafia_due_ergastoli_per_l_omicidio_dell_imprenditore_andrea_cottone-137914245/



IL CASO DI LUPARA BIANCA DODICI ANNI FA «Fu strangolato e sciolto nell'acido» Tre arresti per omicidio boss Villabate 

Così deciso in Genova nella camera di consiglio del 13 marzo 2013.

Risolto, grazie a tre pentiti, il giallo dell'omicidio di Andrea Cottone: a volerlo morto fu Provenzano


PALERMO - Sarebbe stato strangolato e sciolto nell'acido. È stato risolto dopo quasi dodici anni il giallo di un omicidio di mafia avvenuto a Villabate, nel Palermitano, con il metodo della «lupara bianca». I carabinieri, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia hanno arrestato Ignazio Fontana, di 41 anni, Onofrio Morreale, di 48, e Michele Rubino, di 54, per l'omicidio di Andrea Cottone, un imprenditore sequestrato e ucciso nel novembre del 2002 senza che il cadavere venisse più ritrovato. Fontana e Morreale sono detenuti dal 25 gennaio 2005, dopo l'operazione Grande Mandamento che smantellò la rete di fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano; Rubino è stato arrestato questa notte. I carabinieri sono riusciti a fare luce sull'omicidio grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Mario Cusimano, Stefano Lo Verso e Sergio Flamia.
OK DA PROVENZANO - Andrea Cottone il 6 settembre del 1995 era stato arrestato per associazione mafiosa perché ritenuto «capodecina» della «famiglia» di Villabate. Nel 1999, dopo la sua scarcerazione, aveva continuato ad essere vicino alla cosca dei Montalto, reggenti della famiglia mafiosa di Villabate. Già in quel periodo sarebbe stata chiesta l'autorizzazione a uccidere Cottone; secondo gli investigatori, Biagio Picciurro e Salvatore Pitarresi (alla guida di una cosca rivale) avrebbero ottenuto il via libera da Bernardo Provenzano solo dopo l'arresto dei Montalto.
ACIDO - Sono stati tre collaboratori di giustizia a ricostruire le ultime ore di vita dell'imprenditore di Villabate Andrea Cottone, ucciso con il metodo della «lupara bianca» nel corso dell'inchiesta coordinata dal procuratore capo Francesco Messineo, dall'aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli. Il 13 novembre del 2002 l'imprenditore venne accompagnato a bordo della propria auto al ristorante minigolf di Ficarazzi, apparentemente per discutere con Onofrio Morreale su alcuni furti ai danni dello stesso Cottone. Da quel giorno si persero le sue tracce. La moglie presentò denuncia di scomparsa. Due settimane dopo l'autovettura dell'imprenditore fu trovata a Termini Imerese regolarmente parcheggiata. Secondo il racconto dei pentiti ad attendere Cottone al minigolf, c'erano le tre persone destinatarie dell'ordinanza di custodia cautelare notificata oggi. Il commando avrebbe dovuto eliminare anche la persona che aveva accompagnato l'imprenditore. Ma l'uomo si salvò perché il killer si accorse che in quel momento c'era un testimone. Per Cottone, invece, non ci fu scampo: venne strangolato con una cintura e il suo corpo fu sciolto nell'acido in un deposito di marmi di Bagheria. Lo stesso pomeriggio nel mare di Aspra vennero buttati in mare anche alcuni oggetti che appartenevano a Cottone. Il commando prima di ucciderlo avrebbe dovuto interrogarlo per sapere se il clan Montalto aveva intenzione di dichiarare guerra alla cosca rivale capeggiata da Nicola Mandalà. A distanza di qualche anno dall'omicidio lo stesso Onofrio Morreale avrebbe confidato in dialetto: «Siamo stati noi a soffocarlo...».
E CON I SOLDI DELLA VITTIMA FECERO SHOPPING - I pentiti Mario Cusimano, Stefano Lo Verso, Francesco Campanella e Sergio Flamia hanno raccontato che nel giorno dell'omicidio addosso a Cottone erano stati trovati 4000 mila euro in contanti e un assegno da 7 mila euro. Parte dei soldi vennero usati per acquistare vestiti per 2 mila euro nel negozio "Giglio In". Stefano Lo Verso e Andrea Cottone si erano incontrati la prima volta tra maggio e giugno del 2002. L'imprenditore si era rivolto al pentito per chiedere aiuto per recuperare un cavallo che era stato rubato ad un suo amico a Villabate. Sia Lo Verso che Cottone in quel periodo erano stati vittime di furti. Per cercare di capire cosa stesse succedendo si incontrarono con Onofrio Morreale, proprio nel minigolf di Ficarazzi, dove successivamente i carabinieri trovarono un cimitero di mafia. All'agguato era casualmente presente Rosario Rammacca, operaio del Coinres, che era nella zona del minigolf per rintracciare il gestore dell'impianto. Secondo quanto racconta il pentito Lo Verso anche lui doveva essere ucciso. Solo che la presenza dell'operaio Coinres, testimone involontario, fece cambiare i programmi. A portare via il cadavere dell'imprenditore sarebbe stato, secondo il pentito Cusumano, il boss Nicola Mandalà che ripulì il corpo e lo caricò sul furgone per poi scioglierlo nell'acido in una fabbrica di marmi a Bagheria.

PALERMO - Sarebbe stato strangolato e sciolto nell'acido. È stato risolto dopo quasi dodici anni il giallo di un omicidio di mafia avvenuto a Villabate, nel Palermitano, con il metodo della «lupara bianca». I carabinieri, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia hanno arrestato Ignazio Fontana, di 41 anni, Onofrio Morreale, di 48, e Michele Rubino, di 54, per l'omicidio di Andrea Cottone, un imprenditore sequestrato e ucciso nel novembre del 2002 senza che il cadavere venisse più ritrovato. Fontana e Morreale sono detenuti dal 25 gennaio 2005, dopo l'operazione Grande Mandamento che smantellò la rete di fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano; Rubino è stato arrestato questa notte. I carabinieri sono riusciti a fare luce sull'omicidio grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come Mario Cusimano, Stefano Lo Verso e Sergio Flamia.
OK DA PROVENZANO - Andrea Cottone il 6 settembre del 1995 era stato arrestato per associazione mafiosa perché ritenuto «capodecina» della «famiglia» di Villabate. Nel 1999, dopo la sua scarcerazione, aveva continuato ad essere vicino alla cosca dei Montalto, reggenti della famiglia mafiosa di Villabate. Già in quel periodo sarebbe stata chiesta l'autorizzazione a uccidere Cottone; secondo gli investigatori, Biagio Picciurro e Salvatore Pitarresi (alla guida di una cosca rivale) avrebbero ottenuto il via libera da Bernardo Provenzano solo dopo l'arresto dei Montalto.
ACIDO - Sono stati tre collaboratori di giustizia a ricostruire le ultime ore di vita dell'imprenditore di Villabate Andrea Cottone, ucciso con il metodo della «lupara bianca» nel corso dell'inchiesta coordinata dal procuratore capo Francesco Messineo, dall'aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli. Il 13 novembre del 2002 l'imprenditore venne accompagnato a bordo della propria auto al ristorante minigolf di Ficarazzi, apparentemente per discutere con Onofrio Morreale su alcuni furti ai danni dello stesso Cottone. Da quel giorno si persero le sue tracce. La moglie presentò denuncia di scomparsa. Due settimane dopo l'autovettura dell'imprenditore fu trovata a Termini Imerese regolarmente parcheggiata. Secondo il racconto dei pentiti ad attendere Cottone al minigolf, c'erano le tre persone destinatarie dell'ordinanza di custodia cautelare notificata oggi. Il commando avrebbe dovuto eliminare anche la persona che aveva accompagnato l'imprenditore. Ma l'uomo si salvò perché il killer si accorse che in quel momento c'era un testimone. Per Cottone, invece, non ci fu scampo: venne strangolato con una cintura e il suo corpo fu sciolto nell'acido in un deposito di marmi di Bagheria. Lo stesso pomeriggio nel mare di Aspra vennero buttati in mare anche alcuni oggetti che appartenevano a Cottone. Il commando prima di ucciderlo avrebbe dovuto interrogarlo per sapere se il clan Montalto aveva intenzione di dichiarare guerra alla cosca rivale capeggiata da Nicola Mandalà. A distanza di qualche anno dall'omicidio lo stesso Onofrio Morreale avrebbe confidato in dialetto: «Siamo stati noi a soffocarlo...».
E CON I SOLDI DELLA VITTIMA FECERO SHOPPING - I pentiti Mario Cusimano, Stefano Lo Verso, Francesco Campanella e Sergio Flamia hanno raccontato che nel giorno dell'omicidio addosso a Cottone erano stati trovati 4000 mila euro in contanti e un assegno da 7 mila euro. Parte dei soldi vennero usati per acquistare vestiti per 2 mila euro nel negozio "Giglio In". Stefano Lo Verso e Andrea Cottone si erano incontrati la prima volta tra maggio e giugno del 2002. L'imprenditore si era rivolto al pentito per chiedere aiuto per recuperare un cavallo che era stato rubato ad un suo amico a Villabate. Sia Lo Verso che Cottone in quel periodo erano stati vittime di furti. Per cercare di capire cosa stesse succedendo si incontrarono con Onofrio Morreale, proprio nel minigolf di Ficarazzi, dove successivamente i carabinieri trovarono un cimitero di mafia. All'agguato era casualmente presente Rosario Rammacca, operaio del Coinres, che era nella zona del minigolf per rintracciare il gestore dell'impianto. Secondo quanto racconta il pentito Lo Verso anche lui doveva essere ucciso. Solo che la presenza dell'operaio Coinres, testimone involontario, fece cambiare i programmi. A portare via il cadavere dell'imprenditore sarebbe stato, secondo il pentito Cusumano, il boss Nicola Mandalà che ripulì il corpo e lo caricò sul furgone per poi scioglierlo nell'acido in una fabbrica di marmi a Bagheria.




PALERMO. Morto un papa se ne fa un altro. La vecchia regola vale a maggior ragione per Cosa nostra, dove un lungo vuoto di potere non è ammissibile. Il problema, dunque, è arrivare alla «elezione» del nuovo padrino in tempi rapidi. I favoriti sono due, naturalmente entrambi ricercatissimi dalle forze dell’ordine. Totuccio Lo Piccolo è il capomandamento di Palermo, territorio reso più vasto dallultima ripartizione decisa proprio da Provenzano. 

La sua ora potrebbe scattare anche perché da troppo tempo la zona non esprime più il capo dei capi. Il rivale, ma si potrebbe arrivare a una scelta concordata senza spargimento di sangue, è Matteo Messina Denaro, erede di una famiglia di primissimo piano della vecchia mafia trapanese. Ciò che conta di più, tuttavia, è individuare la strategia di Cosa nostra per gli anni a venire. Continuerà l’opera per così dire di distensione avviata da Provenzano o si tornerà a una tattica più aggressiva, anche se non proprio stragista come ai tempi di Riina? Su questa scelta di fondo si giocherà probabilmente la successione al vecchio boss che lascia il comando.



Matteo Messina Denaro
nell'ultima foto scattata
dieci anni fa 
Mitra e videogiochi per il killer spietato: Matteo Messina Denaro
L'ultima fotografia che Matteo Messina Denaro ha lasciato in eredità risale a poco più di dieci anni fa. L'hanno trovata in una perquisizione a casa di un suo fedelissimo. E' quella che lo ritrae con i Ray-ban a goccia, modello Anni 70, con lenti fumé che lo fanno un po' Vallanzasca. Ma lui è un rampollo, un figlio d'arte, anche se un po' ribelle e rivoluzionario per certe antiche e consolidate regole di Cosa nostra. Oggi Matteo Messina Denaro è uno dei papabili - l'altro è Salvatore Lo Piccolo, del mandamento palermitano di San Lorenzo - alla successione del Capo dei capi di Cosa nostra, di Bernardo Provenzano. Raccontava Balduccio Di Maggio, il pentito che ha fatto arrestare Totò Riina: «E' un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un'ampia delega di rappresentanza del mandamento».

Attraverso le testimonianze dei pentiti viene fuori il ritratto di un boss: «Già a capo si atteggiava - è la testimonianza del killer di padre Puglisi, Salvatore Grigoli - quando veniva a Palermo». Che racconta anche un aneddotto: «Lo soprannominammo Diabolik per via di quei due mitra che voleva sistemare nel frontale della sua "164"». E un altro pentito, Vincenzo Sinacori: «Una volta voleva uccidere Bernardo Provenzano per uno sgarbo. Giovanni Brusca lo dissuase». Matteo Messina Denaro era un fedelissimo di Totò Riina (che ha sempre potuto contare su Trapani anche per la latitanza) e non apprezzava le idee e la direzione della organizzazione di Bernardo Provenzano.

A sentire chi lo conosce da anni e che lo ha visto anche prima che si rendesse latitante, la sua giovane età - tra due settimane compirà 44 anni, avendo già alle spalle una carriera ventennale di killer e di boss -, le idee un po' strane per i vecchi codici mafiosi, le frequentazioni allegre, le belle donne, i Rolex, le Mercedes e le Bmw, non devono fuorviare. Di donne ne ha avute e ne ha tante. Nel covo dove riparò a metà degli Anni 90, a Bagheria, in quella casa di fronte agli uffici della sua amante, Maria Mesi, gli investigatori hanno trovato anche il suo passatempo preferito: un Nintendo, un gioco elettronico.

Per una donna, per l'austriaca Andrea Haslner, ha fatto spese pazze. Ha anche ucciso il direttore dell'hotel «Paradise Beach» di Selinunte, Nicola Consales, che sparlava di lui e in paese raccontava che il boss portava nel suo albergo «donnine di mezza età». Ma appunto queste sono debolezze, che non devono essere equivocate. Lui è un capo che «esercita un forte carisma nei confronti della sua base». Il suo autista, Vito Signorello, professore di educazione fisica, in una intercettazione telefonica suggerisce a un interlocutore: «Lu bene vene da lu Siccu. Lo dobbiamo adorare, è u Diu, è u bene di nuiatri». Lu «siccu», il magro, è il soprannome con cui i suoi fedelissimi lo venerano come un dio.

Dieci anni di Antimafia, di arresti, di covi perquisiti, di tesori ritrovati, hanno lasciato molti materiali interessanti. Anche i pizzini, le lettere con le quali comunicano tra di loro i mafiosi: «In nome di dio... Che padre Pio ti conservi... Che la madonna di Lourdes...». Un dio, anche se è un killer spietato. Che ha strangolato una donna incinta, Antonella Bonomo, compagna di Vincenzo Milazzo, capofamiglia di Alcamo, ucciso anche lui per ordine di Giovanni Brusca. Ed è sempre lui che davanti a un tribunale di Cosa nostra strangola con una corda quattro condannati a morte, e poi li butta nella calce viva. Famiglia di antica saggezza (mafiosa), quella dei Messina Denaro.

Il padrino, don Francesco, era il capomandamento della famiglia di Castelvetrano. Campiere del feudo dei D'Alì, agrari ma anche proprietari della Banca Sicula (poi acquisita dalla Comit), i suoi figli, Matteo e Salvatore, frequentavano la famiglia dei feudatari, anche Antonio, che sarebbe poi diventato sottosegretario all'Interno. Salvatore, tra l'altro, prima di finire in carcere per mafia, era dipendente della banca dei D'Alì. E Matteo ha organizzato una vera estorsione nei confronti dei feudatari benefattori, organizzando una finta transazione di un appezzamento di terreno che pagò solo nominalmente (350 milioni).

La carriera mafiosa di Matteo, per lo Stato, inizia ufficialmente nel 1989, quando viene denunciato per associazione mafiosa, il primo mandato di cattura arriva nel '93, quando è costretto a volatilizzarsi: «Parto per molto tempo - racconta a una delle sue donne - per colpa di una macchinazione contro di me». Sono gli anni in cui Matteo Messina Denaro è fortemente impegnato nel progetto eversivo di Cosa nostra, nelle stragi del continente, di Firenze, Roma e Milano del 1993, per le quali sarà condannato all'ergastolo. E da allora la sua carriera criminale è sempre stata in ascesa. A Trapani, aspettano adesso il «Conclave».
di Guido Ruotolo
 





Totuccio Lo Piccolo,
latitante da 25 anniLa «primula rossa» tra appalti e coca: Salvatore Lo Piccolo
Il padrino più potente di Palermo si chiama Salvatore Lo Piccolo. E' il capo indiscusso del mandamento cittadino di Tommaso Natale, ed è latitante da 25 anni; suo figlio Sandro, 30 anni, è ricercato da sei con alle spalle una condanna all'ergastolo. Il nome non dice nulla, ma il voluto anonimato del buon «Totuccio» Lo Piccolo nasconde il cuore e la furbizia del vero capo. Il borsino di Cosa nostra lo colloca in cima alla scala, sullo stesso gradino di Matteo Messina Denaro. «Totuccio» ha navigato a vista flirtando con successo coi corleonesi di Totò Riina, senza mai esporsi del tutto.

Già condannato all'ergastolo, ha eliminato parecchia gente e ha fatto ricchi traffici con la cocaina e con gli appalti pubblici. E' in contatto con i «cugini» d'America, con i quali ha avviato affari intercontinentali, ed ha messo le mani sul fiorente mercato del pizzo alle imprese del mandamento mafioso di San Lorenzo, che costituisce una delle articolazioni più vaste dell'organizzazione mafiosa. Il territorio dei Lo Piccolo comprende non solo la parte nord-occidentale della zona metropolitana di Palermo, ma anche le famiglie dei comuni di Capaci, Isola delle Femmine, Carini, Villagrazia di Carini, Sferracavallo e Partanna-Mondello.

Dopo la cattura del capomafia trapanese Vincenzo Virga, Lo Piccolo ha esteso la sua influenza anche ad alcune zone della provincia di Trapani. Sandro e Salvatore Lo Piccolo restano però i «padroni» dello Zen, una vasta zona a residenza popolare alla periferia della città, inesauribile serbatoio di manodopera e formidabile nascondiglio per ogni genere di necessità, nel cuore del mandamento mafioso di cui padree e figlio sono al vertice. E allo Zen finiscono i bottini dei mille traffici della zona Nord della città. Lì si ricoverano armi e auto per gli assalti e i raid. E con la droga si alimenta il bilancio degli stipendi dei galoppini.

Da quando i Lo Piccolo hanno messo sotto il loro tallone anche lo Zen è stato di aiuto mettersi al riparo dell'ala protettrice di Bernardo Provenzano con il quale avevano costanti rapporti personali ed epistolari. Col tempo e con una regia accorta di alleanze hanno consegnato al vecchio padrino corleonese mezza città. Gli hanno offerto un braccio armato di cui era sprovvisto, intento a costruire relazioni verso l'alto. Ne hanno ricevuto in cambio un via libera incondizionato di Provenzano.

Sul finire degli anni Novanta «Totuccio» Lo Piccolo si è anche smarcato dal ruolo angusto di alleato territoriale più vicino al feudo di Vito Vitale da Partinico, paese a trenta chiometri da Palermo, un boss che si era alleato con Brusca. Sotterranea, la frattura ha prodotto un paio di cadaveri. La storia del clan è storia relativamente recente che punta al controllo degli appalti, a partire dalla realizzazione degli svincoli autostradali, estorsioni e guardianie. Ma anche l'esazione sistematica di una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen2.

Con l'incoronazione che li ha fatti padrini, i Lo Piccolo hanno avviato una campagna di reclutamento, annettendosi anche un pezzo della vecchia mafia di San Lorenzo e Tommaso Natale: due mandamenti che sono da sempre un termometro sensibile di ciò che accade all'interno dell'organizzazione. La tregua è rotta di rado. E l'atmosfera che i boss impongono è quella di una calma piatta che tiene lontani guai e curiosità. Così come ha insegnato loro Bernardo Provenzano. Mezza imprenditoria che ha messo radici da quelle parti è stata coinvolta in indagini antimafia: per collusioni e intimidazioni.

Così anche l'elenco dei fiancheggiatori dei Lo Piccolo, degli amici, degli indifferenti è lunghissimo. Con una costante ricorrente. Nei racconti dei pentiti, padre e figlio sono sempre da qualche parte dello Zen: visibili a tutti meno che ai segugi dell'antimafia. Visibili e mobilissimi. L'ultimo collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, un piccolo politico di Villabate, racconta che in un bar Totucccio Lo Piccolo abbia incontrato Bernardo Provenzano.

In un altro interrogatorio, sempre Campanella, conferma quel che già era noto: l'asse di ferro che lo lega a Matteo Messina Denaro, il principe del Trapanese. Un patto cementato ancora una volta durante un incontro ravvicinato. Una stretta di mano tra i due principi destinati, ciascuno a suo modo, a un futuro da re nell'era dei postcorleonesi adesso che il vecchio padrino è finito in cella dopo 43 anni di latitanza.
di Lirio Abbate 



http://www.lastampa.it/2006/04/13/italia/cronache/cosa-nostra-cerca-il-nuovo-padrino-hkikuRULXP4gIWfVHC3lkO/pagina.html


Isola Pulita Comitato Cittadino



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