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Thursday, April 07, 2016

Ecco la signora delle distillerie “Signora Bertolino, lei sì che è un uomo!”

Ecco la signora delle distillerie


(segue dalla prima pagina) Sussurra: «Vorrei che gli altri mi conoscessero per quel che sono veramente e non per ciò che si dice sulla Bertolino, mi piacerebbe almeno una volta». E così, la signora comincia a raccontarsi. «La nonna mandò avanti la distilleria dal 1917 al 1934, io non l' ho mai potuta conoscere ma era una donna incredibile». La generazione successiva porta il marchio del padre: Giuseppe Bertolino, classe 1902. È il ragazzino di una famiglia numerosa, intelligenza viva, ancora con i pantaloni corti se ne va a Napoli e poi a Genova, commercia in olio, mette su una fabbrica di conserve, a 21 anni si imbarca sul bastimento per l' America, a 41 anni torna in Sicilia ed eredita la distilleria e fatto assai insolito per il più piccolo della covata anche la responsabilità di badare ai suoi tre fratelli maggiori e alle due sorelle zitelle. Sposa Giovanna, rampolla di famiglia nobile gli Agueci con feudi sconfinati, floride aziende agricole, allevamenti di bestiame. «Erano anche armatori, a Marsala avevano 66 navi a mare». Il padre voleva un figlio maschio, nascono quattro femmine. Antonina. Carmela. Josè. Maria Felicia. «E allora, il figlio maschio sono diventata io». Alle "Ancelle" fino alla maturità classica. Selezionatissime le compagnie. Studi e pittura. «Mi è sempre piaciuto dipingere, paesaggi, figure femminili. Quando non ho avuto più il tempo per farlo, i quadri ho cominciato a comprarli». Il padre che è "noto" come mafioso della zona e il padre di cui lei parla con intensa commozione. È sempre lui: Giuseppe Bertolino classe 1902. Finisce per la prima volta in carcere con i "114" e per la seconda volta quando se la canta Masino Buscetta. Assolto e assolto. «Non era un mafioso ma uno che viveva in quei tempi e si districavava come poteva. In un paese si sa sempre chi sono i veri mafiosi, basta chiedere a Partinico se mio padre lo è stato. Io so l' educazione che mi ha dato, quali erano i suoi sentimenti, quale era il suo rispetto per gli altri. Io so cos' è la mafia e io so che non era un mafioso». Anche il giudice Falcone, un giorno firma un mandato di cattura per il vecchio Bertolino. «Quella volta non gli presi neanche l' avvocato. Aveva 84 anni, che se ne doveva fare dell' avvocato? Anche su mio padre sono state dette tante cose. Una volta lei ha perfino scritto che era stato l' autista di Al Capone. Fesserie. E poi mio padre odiava guidare». Le disavventure del padre segnano per sempre la sorte della figlia. Dopo il primo arresto c' è il confino, un girovagare per l' Italia. «Era il 1965, avevo solo ventidue anni quando fui costretta a decidere ogni giorno come mandare avanti l' azienda. Feci il mio primo debito con le banche: 170 milioni. Quei soldi finii di pagarli nel 1981». Fin da bambina conosceva i magazzini della distilleria meglio dei corridoi e delle stanze di casa. «Ero sempre là ed ero sempre con mio padre. Se doveva andare a Salemi o in qualche altro posto per incontrare qualcuno, alle 6 del mattino ero già pronta nonostante i rimproveri di mia madre che era austera, rigida. Ma io ero già seduta sulla Topolino o sulla Lancia Aprilia di papà, per campagne e paesi. Ho respirato il suo lavoro, ho imparato giorno dopo giorno, ero presa, ma poi improvvisamente mi trovai sola a decidere». Le piccole e grandi scelte in un mondo popolato soltanto da uomini, i nuovi silos da comprare, i prestiti da chiedere, gli operai da governare, i primi guai per l' inquinamento, i primi attacchi delle sinistre. «Essere una donna in molti casi mi ha aiutato. Qui da noi, una donna all' occorrenza può anche non capire certe cose. Può far finta di non capirle, tanto è donna». Il matrimonio a ventuno anni. Qualche mese prima di prendere in mano la distilleria sposa Franco Gulino. È di Partinico anche lui, fa il cardiologo. «Fu un' imposizione di mio padre, praticamente quell' uomo non lo conoscevo, allora ci si sposava così, io ero assediata da pretendenti per il nome che portavo». Il matrimonio finisce presto. «Lui si è risposato, ha una sua famiglia, non ci siamo più visti. Ricordo mio suocero che era un uomo eccezionale, anche lui medico, un luminare, uno dei massimi studi sulla malaria è suo». La signora Antonina ha due figli. Michele che ha 33 anni, Maria Giovanna che ne ha 28. Tutti e due lavorano accanto alla madre. La ragazza si è laureata in economia aziendale in un' università americana a Bruxelles, due anni fa si è sposata con il gioielliere Gegè Serafini Matranga, aspetta un bimbo, vive in un attico di mille metri quadri a due passi dal Politeama, è lei che segnerà nei prossimi anni la saga dei Bertolino. Il coraggio di fare investimenti miliardari e una raffica di denunce per inquinamento, la fabbrica che dà lavoro e butta veleni, le battaglie ambientaliste, le schiere di avvocati che (tranne una piccola condanna di tanti anni fa per uno scarico nel fiume Nocella) vincono decine di cause giudiziarie. E poi il solito velo che avvolge il suo nome, il solito sospetto che dietro la signora ci sia qualcosa e qualcuno. «Sono sempre stata in perfetta regola con la legge, se avessero trovato anche la più piccola cosa mi avrebbero fatto a pezzi». Dicono che a Partinico si muore di cancro più che altrove per i fumi che escono dalla sue ciminiere, i dati ufficiali smentiscono le voci. Gli fanno chiudere l' impianto per qualche anno, poi controllano tutto e quel tutto è a posto, la distilleria riapre. «Che brutta l' invidia. È il peggiore dei peccati, l' invidia che fa parlare e sparlare. Ho avuto tutte le ispezioni possibili e immaginabili. La Bertolino che prende i soldi chissà dove, la Bertolino che è protetta chissà da chi. È passato più di un quarto di secolo e cosa hanno trovato sulla Bertolino? Niente hanno trovato. Solo me». Una quindicina di anni fa denuncia alla polizia tre mafiosi che gli chiedono il pizzo. La notizia fa scalpore, la figlia del "boss" che si rivolge agli sbirri. Gli chiedono: ma perché non ha "parlato" con qualcuno per risolvere la questione? Risponde: «È strada che non spunta quella». Gli chiedono ancora: ma perché non ha pagato? Risponde: «Che fai, paghi al primo che si presenta e poi al secondo e poi a tutti gli altri?». Un paio di anni fa finisce di nuovo in prima pagina per Angelo Siino. Il "ministro dei Lavori pubblici" di Totò Riina è suo cognato, il marito di Carmela che tutti a casa chiamano Elina. Siino si pente e fa un casino, ci sono ripercussioni un po' ovunque, naturalmente anche in famiglia. «Angelo con noi è sempre stato molto affettuoso, gentile. Anche se nelle nostre riunioni tra sorelle non gli permettevamo molto di intromettersi, in casa comandiamo noi». Il pentimento di Siino fa nascere altre maldicenze. L' avvocato del cognato Alfredo Galasso diventa anche l' avvocato di Antonina Bertolino, la "terribile signora" diventa "una moderna imprenditrice". Si parla pure degli ultimi appoggi che ha, di quei 62 miliardi di finanziamento governativo per la sua nuova distilleria. «Le solite barzellette. L' avvocato Galasso lo conosco da una vita, il finanziamento l' ha trovato mia figlia spulciando carte e leggi... si è accorta che poteva ottenerlo, io non ci credevo, ha avuto ragione lei». Passa qualche minuto e Maria Giovanna entra in ufficio. Bella faccia, bellissimi gli occhi blu. La signora Bertolino insegue i suoi ricordi e siamo già alla storia di questi mesi, alla rumorosa apparizione di Carmelo Patti, alla guerra di Campobello di Mazara: distilleria o villaggio Valtur? Veleni e ombre. Da una parte accuse più o meno decifrabili, dall' altra arroganza e acrobazie linguistiche. «Dopo tanto tempo ho finalmente capito quale è il filo di certe cose che mi sono accadute nel corso degli anni. Cose che non riuscivo a collegare prima e che ora invece riesco a vedere. Ambienti massonici». Un' altra sigaretta e un altro sospiro: «Ma forse di Patti non vale la pena nemmeno parlare più di tanto». Sembra quasi stanca di "battagliare", poi un improvviso sorriso che questa volta è però di divertimento. Sarà forse per la nuova sfida di Campobello, per quello che accadrà o non accadrà nei p
di ATTILIO BOLZONI 
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/03/26/ecco-la-signora-delle-distillerie.html

“Signora Bertolino, lei sì che è un uomo!”




Intervista con una “me­moria storica” dell’anti­mafia, Enzo Guidotto
Siamo a Salemi, in occasione della pre­sentazione di “Vent’anni” con Enzo Guidotto, consulente della Commissio­ne antimafia e Presidente dell’Osser­vatorio veneto sulla mafia dal ’92.
Guidotto: Ho avuto modo di conoscere Borsellino per averlo invitarlo più volte nel nord est, a Udine all’università e in provincia di Treviso. Siamo stati suoi ospi­ti anche a Villa Grazia di Carin, nel ’90. Nel maggio del 90, venne a trovarmi per partecipare insieme ad alcuni convegni: arriva all’aeroporto di Venezia con la mo­glie, e non ha la scorta. E’ noto che per concludere l’istruttoria del maxi processo, sia lui che Falcone erano stati portati di peso nell’isola dell’Asinara, per potere continuare a svolgere il loro lavoro, essen­doci una situazione non di semplice ri­schio ma di pericolo.
Questo si verifica nell’estate dell’85, all’indomani dell’uccisione del commissa­rio Montana, del commissario Cassarà e dell’agente Antiochia. E’ noto anche a tut­ti, quindi a maggior ragione alle autorità, che le sentenze di morte di Cosa Nostra vengono eseguite. Chi non le esegue viene castigato, e non hanno una scadenza. Ep­pure non aveva la scorta.
Maggio del ’90, la prima notte lui e la moglie la passarono in un albergo di Ca­stelfranco Veneto provincia di Treviso. L’albergatore era un po’ tonto, il mare­sciallo dei carabinieri ha detto che i cara­binieri avrebbero fatto “qualche giro” con la gazzella. Qualche giro non significa niente, perché i mafiosi sono intelligenti e furbi. Chi dispone i servizi di sicurezza a volte dimostra di non essere nè intelligente nè furbo. E non gli diedero scorta.
Così l’indomani lo feci ospitare in una villa veneta, di proprietà dei Fratelli delle scuole cristiane. Nessuno sapeva che si trovavano là marito e moglie. Per cui i ca­rabinieri nelle notti successive hanno con­tinuato a fare i giri, all’albergo, inutilmen­te.
Proprio quella volta, appena è sbarcato dall’aereo, è salito sulla mia macchina e gli ho posto delle domande su un perso­naggio… su una signora figlia di un noto mafioso, secondo gli atti della commissio­ne parlamentare antimafia.
Una signora, proprietaria della distilleria di Partinico, Antonina Bertolino.
Ma la signora Bertolino è originaria di Salemi…
Guidotto: Dunque: il padre, Giuseppe Bertolino, era di Partinico, e secondo quanto disse Buscetta, fu capo della fami­glia mafiosa di Partinico, nonché membro della cupola di Cosa nostra per un certo periodo. Lui era di Partinico, la moglie era una Agueci di Salemi, figlia di un cavalie­re rispettabilissimo che abitava in via Cri­spi, la stessa strada in cui abitava la fami­glia Salvo. Ma il cavaliere Agueci era una persona stimata in paese e difatti avversò, in qualche modo, il matrimonio della figlia con Giuseppe Bertolino per alle notizie che circolavano su questo personaggio, che aveva fatto fortuna in America. Qual­cuno dice che faceva parte di un gruppo mafioso in America, qualcuno dice che è stato autista di Al Capone. Ma bisognereb­be vedere di trovare una fonte certa.
Si dice anche che la signora Bertoli­no abbia avuto un incontro con Paolo Borsellino…
Guidotto: Beh, un incontro con Borselli­no… Lei ha avuto un incontro forse anche col Papa. Ha avuto degli incontri sicura­mente con Giulio Andreotti. Quando alla Procura di Palermo c’era Caselli, ed erano state avviate le indagini su Andreotti, nel procedimento penale per i suoi rapporti con la mafia, la procura di Palermo chiese alla Digos di tutta Italia di acquisire ele­menti di conoscenza su Andreotti, relativa­mente a frequentazioni di mafiosi, o soggetti vicini alla mafia.
Ecco, io seppi che lei, con un imprendi­tore di Campo San Piero (Padova) era an­data da Andreotti. Che differenza c’è tra un incontro di Adreotti con un mafioso e l’incontro di Andreotti con la figlia di un mafioso? Eh, dal punto di vista della co­municazione non c’è gran differenza.
Siccome Borsellino una volta mi aveva detto che quando uno sa qualcosa deve ri­ferire a chi di dovere, perché può darsi che l’inquirente nel suo contesto ricostruisca una situazione, in base ad un maggior nu­mero di tasselli del mosaico. Io lo feci pre­sente alla procura di Palermo, e questo giustificò la mia convocazione. Fra l’altro è impor­tante questo incontro con Borselli­no, e bi­sogna vedere come fu.
La signora Bertolino andò a trovare Lu­ciano Violante quando era presidente della commissione antimafia, battendo i pugni sul tavolo. perché l’avevano con lei, ecc…
Molti non lo ri­cordano e la notizia non è stata rilanciata, ma una volta le hanno fat­to un’intervista, su “L’altra Italia” o qual­cosa del ge­nere, e allora il giornalista le chiede: “Cosa dice del fatto che Totò Riina ha espresso degli apprezzamenti molto lu­singhieri nei suoi confronti?”
Totò Riina infatti avrebbe detto: “Questa donna sì che ha i cosiddetti… non come tanti nostri ma­schietti ritenuti tali solo per­ché portano i pantaloni”.
Lei rispose: ”Beh si vede che Totò Rii­na, abitando in Sicilia, ha apprez­zato la mia attività e questo non può che farmi piacere”.
Ecco, le faceva piacere l’apprezzamen­to di un criminale del livello di Totò Riina. Paradossale.
Cos’è cambiato da vent’anni a que­sta parte?
Guidotto: Beh, da vent’anni a que­sta parte, sono venuti fuori tanti altarini. Sono venute fuori notizie che hanno dato con­ferma dell’esistenza del depistaggio, delle trattative. Ecco, questo è un fatto molto importante. Ci sono stati dei succes­si, ma la guerra è tutt’altro che vin­ta.

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AGUECI, ALBERT, Bertolino, BERTOLINO CARMELA,BOLOGNA, CARTOSIO, CERAMI, FICI, GALASSO, I TABU' DELLE MAFIE, LEONE VINCENZO,PARTINICO, PETRIGNI, PROVENZANO,Riina, Scafidi, Scalia, SIINO, ITALCEMENTI, SOMMA ENRICO, 

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