CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Friday, April 08, 2016

CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA 18448 PROVENZANO GIUSEPPE EX VICESINDACO COMUNE PARABITA IN PROVINCIA DI LECCE

Penale Sent. Sez. 6 Num. 18448 Anno 2016 Presidente: CONTI GIOVANNI Relatore: GIANESINI MAURIZIO Data Udienza: 08/04/2016

RITENUTO IN FATTO

1. Il difensore di Giuseppe PROVENZANO ha proposto ricorso per Cassazione contro l'ordinanza con la quale il Tribunale di LECCE, in sede di riesame, ha accolto parzialmente il ricorso contro l'ordinanza del Gip della stessa città e ha sostituito la misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari con divieto di comunicazione.

1.1 II PROVENZANO è sottoposto ad indagine per il reato di cui agli artt. 110 cod. pen. e 416 bis, cod. pen. per aver collaborato, nella sua qualità di assessore al Comune di Parabita, alla realizzazione dei fini della associazione mafiosa di cui alla imputazione cautelare fornendo un contributo significativo costituito dall'interessamento per l'assunzione di alcuni sodali come operatori ecologici e dal versamento di somme di denaro finalizzate a garantirsi il sostegno del sodalizio mafioso nelle elezioni amministrative del maggio 2015.

2. Il difensore ha dedotto quattro motivi di ricorso.

2.1 Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 309, comma 5 e 10 del codice di rito; l'ordinanza impugnata, infatti, ha utilizzato una intercettazione ambientale che non era mai stata trasmessa né al Gip che ha emesso la misura né al Tribunale, come del resto riconosciuto anche dalla stessa ordinanza oggetto del ricorso, con conseguente inefficacia della misura cautelare ex art. 309, comma 5 e 10 cod. proc. pen. .
2.2 Con il secondo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 273 cod. proc. pen. in tema di gravi indizi di colpevolezza; le dichiarazioni di accusa di Massimo DONADEI, infatti, erano smentite da acquisizioni documentali e prive in ogni caso di elementi di riscontro, sia generali che individualizzanti mentre le intercettazioni tra presenti all'interno della autovettura di Orazio MERCURI non erano riferibili con certezza al ricorrente che in ogni caso non vi aveva partecipato, erano fortemente sospette di non veridicità, erano state fraintese, nel loro effettivo significato, dal Tribunale, specie sul punto dei contributi economici elargiti dall'imputato ed erano state interpretate al di fuori del contesto specifico in cui le relative frasi erano state pronunciate; quanto poi all'interessamento del PROVENZANO per l'assunzione di alcuni sodali o di loro congiunti come operatori ecologici, il ricorrente ha specificato che il servizio di nettezza urbana del Comune di Parabita era gestito dalla Provincia di LECCE e che quindi il Provenzano non aveva alcun potere di interferire nella relativa gestione.

2.3 Con il terzo motivo, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 416 bis cod. pen. specificamente sul punto del concorso esterno in associazione mafiosa; il ricorrente ha contestato che nel territorio del Comune di Parabita fosse presente un clan mafioso per conto del quale il PROVENZANO avrebbe esercitato la sua funzione politica dato che Marco GIANNELLI, indicato come responsabile del sodalizio mafioso, era stato poi assolto dal Gip di LECCE e Orazio e Fernando MERCURI erano soggetti incensurati fino alla emissione della misura cautelare in questione, così che in effetti il PROVENZANO era del tutto all'oscuro del fatto che tali soggetti fossero mafiosi e si era trovato tutt'al più in una situazione di mera vicinanza ed amicizia personale con il solo Fernando MERCURI, come tale del tutto inidonea a realizzare la fattispecie materiale e psicologica del concorso esterno in associazione mafiosa.

2.4 Con il quarto motivo, infine, il ricorrente ha lamentato la violazione dell'art. 274 cod. proc. pen.; il Tribunale non aveva sufficientemente considerato che il PROVENZANO si era dimesso da ogni incarico amministrativo ricoperto, era totalmente incensurato ed esente da altri procedimenti penali in corso, così che difettava la dimostrazione non solo della concretezza del pericolo cautelare individuato dal Tribunale ma anche la sua attualità.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato e va rigettato, con condanna del ricorrente alle spese processuali.

1.1 Il primo motivo di ricorso è palesemente infondato; l'intercettazione ambientale cui fa riferimento il ricorrente, quella tra Donato MERCURI e il fratello Fernando del 2 aprile 2015 presso la casa circondariale di SULMONA è in realtà presente in atti (e non potrebbe essere altrimenti, dato che il Tribunale ne ha riportato per esteso il contenuto trattando della posizione di Donato MERCURI a ff. 19 e segg. della motivazione) sotto forma di stralci della stessa riportati nella informativa conclusiva redatta dal ROS dei carabinieri di Lecce il 13 maggio 2015. In realtà, il ricorrente lamenta che il testo della conversazione in esame non sia stato trasmesso al Gip e poi al Tribunale nella sua integralità ma a tale osservazione non possono che essere opposte le considerazioni svolte dal Tribunale di Lecce che ha rigettato l'eccezione richiamando, per un verso, la copiosa giurisprudenza di legittimità secondo la quale non sussiste a carico del pubblico ministero l'onere di trasmettere, prima al giudice per le indagini preliminari e poi al tribunale in sede di riesame, tutti gli atti di indagine nella loro, in quanto l'organo dell'accusa è legittimato a selezionare il materiale indiziario da sottoporre al vaglio del giudice, mentre l'obbligo di una trasmissione integrale e completa sussiste solo per gli elementi a favore dell'imputato (da ultimo, Cass. sez. 1 del 25/11/2009 n. 47353, Rv 245636 che conferma Cass. sez. 2 del 6/2/2008 n. 12080, Rv 239739, oltre a quelle indicate nella motivazione del Tribunale), per l'altro, l'altrettanto univoca affermazione che il termine "elementi" contenuto nel testo dell'art. 291, comma 1 cod. proc. pen. Richiamato dall'art. 309, comma 5 cod. proc. pen. Comprende non solo atti integrali ma anche stralci di essi, il che non impedisce il contraddittorio, che comunque si sviluppa sulla valutazione della entità e rilevanza degli elementi appunto concretamente presentati e concretamente valutati dal Gip (si veda sul punto Cass. sez. 2 del 8/2/2012 n. 6367, Rv 26266 che riafferma un principio di identico contenuto affermato precedentemente da Cass. sez. 2 del 7/6/2007 n. 26266, Rv 237266 e altre); nessuna compressione, quindi, né delle attività di controllo da parte del Gip, che valuta evidentemente solo quegli elementi che sono stati effettivamente sottoposti al suo esame, né delle prerogative della difesa che è ammessa, come si è detto, ad un contraddittorio pieno ed integrale sugli stessi elementi sui quali si è precedentemente soffermata la valutazione del Giudice per le indagini preliminari.

1.2 II secondo motivo di ricorso è infondato; le censure difensive svolte nella prima parte dello specifico motivo in trattazione, infatti, non colgono nel segno quando criticano il giudizio di attendibilità dato dal Tribunale in lunghe pagine della motivazione alle dichiarazioni di Massimo DONADEI che, secondo il ricorrente, avrebbero trovato positiva smentita, dal momento che è lo stesso Tribunale a riconoscere che le stesse difettavano dei necessari riscontri individualizzanti; al contrario, il fondamento della gravità indiziaria ritenuta sussistente per il PROVENZANO si fonda su di una copiosa serie di intercettazioni ambientali riportate al punto 17 della motivazione dell'ordinanza (ff. 51-63) in ordine alle quali il ricorrente ha richiamato all'osservanza di necessari e rigorosi criteri di apprezzamento dal momento che il PROVENZANO non aveva mai partecipato alle conversazioni in questione non comparendo tra i soggetti intercettati. La motivazione del provvedimento impugnato, in realtà, ha fatto corretta applicazione di detti criteri, opportunamente ricordati dal ricorrente con il richiamo al contenuto di alcune decisioni della Corte di Cassazione che, pur non richiedendo un riscontro esterno al contenuto delle conversazioni in cui non compare il terzo estraneo evocato, sollecita comunque ad una valutazione particolarmente attenta ed approfondita. 

 Infatti il Tribunale, in primo luogo, ha motivatamente escluso che il terzo evocato nelle conversazioni fosse altra persona omonima solo nel cognome al PROVENZANO, indicando la conversazione ambientale n. 7566 del 4/4/2015 e deducendo con procedimento logico immune da vizi che proprio di Giuseppe PROVENZANO si stesse parlando; per quanto riguarda poi il merito delle conversazioni e il loro significato, va rilevato che la motivazione dell'ordinanza impugnata attribuisce alle stesse il senso che è immediatamente desumibile dal contenuto testuale delle frasi pronunciate e dalla correlazione temporale e in successione delle conversazioni stesse con un procedimento ermeneutico che non sembra tacciabile di critica e che sfocia coerentemente nel riconoscimento della esistenza di rapporti stretti e continui con il gruppo criminale oggetto della imputazione preliminare con la piena disponibilità del PROVENZANO, come ha osservato l'ordinanza impugnata, ad assicurare, grazie alla sua funzione, posti di lavoro pubblici e modifiche migliorative di contratti già in corso, oltre a contribuzioni economiche in favore della associazione stessa. 

Il ricorrente, con argomentazioni sostanzialmente tutte di merito, tutte già proposte davanti al Tribunale e tutte, nei limiti di rilevanza tipici della fase processuale nella quale l'ordinanza impugnata è stata pronunciata, convincentemente confutate, ha proposto, pur non nascondendo talora dubbi e perplessità enunciati nel corpo stesso del ricorso, una complessiva reinterpretazione della totalità delle conversazioni intercettate orientata verso il riconoscimento di rapporti di natura amicale e personale tra il PROVENZANO e i membri del gruppo criminale oggetto delle indagini e più complessivamente della irrilevanza indiziaria dei contatti e delle circostanze che emergevano dalle conversazioni intercettate ma è giocoforza riconoscere, in questa specifica sede in cui si tratta di accertare se vi siano i necessari, gravi indizi di colpevolezza richiesti dall'art. 273, comma 1 cod. proc. pen., che le osservazioni difensive, pur astrattamente suscettibili di possibili, eventuali sviluppi positivi in sede di accertamento pieno della responsabilità del PROVENZANO, non sono attualmente tali da vanificare quella "qualificata probabilità di colpevolezza" che, secondo la costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, costituisce l'essenza della nozione di gravità indiziaria sopra richiamata (si veda da ultimo, a conclusione di un percorso giurisprudenziale sostanzialmente uniforme, Cass. sez. 2 del 10/1/2003 n. 18103).


1.3 Anche il terzo motivo di ricorso è infondato; esso si articola in una sorta di tre "sottomotivi" rappresentati dalla contestazione della esistenza nel territorio di Parabita, di una associazione mafiosa con le caratteristiche indicate nel relativo capo della imputazione cautelare, della inesistenza di condotte propriamente qualificabili come di concorso esterno nella associazione criminale questione e infine nella assenza dell' elemento soggettivo derivante dalla affermata non conoscenza, da parte del PROVENZANO, della esistenza di detta associazione e dei singoli membri che ne facevano parte. Premesso che si tratta in tutti i casi di valutazioni di mero fatto che hanno già costituito oggetto di confutazione nella motivazione dell'ordinanza impugnata, si osserverà comunque, quanto alla prima prospettazione, che la motivazione dell'ordinanza si dilunga da pag. 13 a pag. 51 per dimostrare l'esistenza, nel territorio in questione, di una associazione mafiosa che costituiva parte della più ampia associazione criminale "sacra corona unita", descrivendone con cura la struttura, i componenti e le attività e che il ricorso, sul punto specifico in trattazione, è del tutto generico e immotivato dato che non si sofferma a confutare specificamente le argomentazioni e le conclusioni prese dal Tribunale. 

Quanto alla seconda prospettazione, la motivazione dell'ordinanza del Tribunale di LECCE ha dettagliatamente descritto quali siano state le condotte causalmente rilevanti per l'esistenza della associazione e per il raggiungimento dei suoi fini indicandole più e più volte nel corpo della argomentazione come quelle costituite dal sostentamento degli affiliati della associazione criminale, dal contributo alla sistemazione lavorativa di alcuni dei suoi membri e, più in generale, dal rafforzamento del prestigio e della capacità intimidatoria del gruppo criminale derivante, come osservato dal Tribunale, dalla evidente e palese messa a disposizione del ruolo della funzione pubblica rivestita dal PROVENZANO; del resto, il ricorrente non ha contestato specificamente, nel suo motivo, che gli indici di sussistenza del concorso esterno quali individuati ed elencati dal Tribunale non fossero realmente tali ma si è limitato, con prospettazioni quindi generiche e sostanzialmente immotivate, a riproporre la tesi di una mera situazione di vicinanza e di amicizia con un solo membro del gruppo che, per le ragioni già più volte ricordate, non possono certo trovare ingresso in questa specifica sede. Ad identiche conclusioni si deve giungere, infine, sul punto della affermata non conoscenza della esistenza, nel territorio di PARABITA, di una associazione criminale con i caratteri di cui all'art. 416 bis. Cod. pen.; 

il Tribunale ha convincentemente e dettagliatamente motivato circa l'infondatezza di tale prospettazione richiamando in generale l'osservazione che ben difficilmente una persona impegnata da gran tempo nella politica locale poteva ignorare che nel Comune di PARABITA operava da anni una associazione il cui elemento di spicco,   Marco Antonio GIANNELLI, con il quale il PROVENZANO risulta aver dialogato e trattato, era stato arrestato nel 2014 per il reato di associazione di tipo mafioso; il ricorrente, anche su questo punto, si è limitato a considerazioni di mero fatto osservando che il GIANNELLI era stato poi assolto ma tale elemento, evidentemente, non fornisce alcuna valenza a discolpa dato che comunque egli era stato oggetto di un provvedimento giudiziale che lo stigmatizzava, in ambito locale, come appartenente ad una associazione mafiosa. 1.4 Anche il motivo relativo alle esigenze cautelari è infondato; il Tribunale ha correttamente osservato che le condotte del PROVENZANO si erano protratte fino al maggio 2015, in epoca quindi assai recente, che la composizione del sodalizio criminale era soggettivamente più vasta di quella oggetto di indagine e che anche altri amministratori pubblici erano in qualche modo vicini al gruppo in questione, così che andava necessariamente ridimensionato il significato delle dimissioni da ogni carica pubblica del PROVENZANO e delle altre circostanze indicate dallo stesso Tribunale per sostituire con gli arresti domiciliari la misura cautelare della custodia in carcere originariamente disposta. Le considerazioni svolte nella motivazione dell'ordinanza impugnata sono dotate dei necessari caratteri di specificità e di non astrattezza e sono tali da evidenziare la sussistenza di esigenze cautelari ex art. 274 lett. c cod. proc. pen. che possono definirsi concrete ed attuali, indicate dal Tribunale, quanto al primo aspetto, nel ruolo pubblico già svolto dal PROVENZANO, nella rete di rapporti intessuti in tale funzione e nella conseguente possibilità, tutt'altro che ipotetica, che lo stesso possa continuare a favorire i soggetti ancora non individuati del sodalizio criminale in esame grazie anche ai contatti con amministratori ancora in carica e indicati come vicini alla associazione mafiosa; quanto al profilo della attualità, infine, non resta che richiamare l'osservazione del Tribunale secondo la quale le condotte del PROVENZANO si sono protratte almeno fino al maggio 2015, in epoca quindi assai prossima alla attuale. 

P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. 

Così deciso il 8 aprile 2016.

I tentacoli della Sacra Corona Unita sul Basso Salento


Foto e Video
di Antonio Nicola Pezzuto



Droga, estorsioni e rapporti con la Pubblica Amministrazione


C’è di tutto nell’indagine denominata “Coltura” portata a termine con successo dai Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Lecce. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Lecce Alcide Maritati, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, descrive ampiamente la Sacra Corona Unita degli anni Duemila. La quarta mafia, nata con una struttura verticale, adesso è costituita da vari clan che si dividono il controllo del territorio. In linea di massima questo avviene ormai in modo pacifico, ma non sempre. Sono comunque lontani gli anni Ottanta e Novanta, durante i quali tanto sangue ha macchiato il territorio salentino in seguito a lotte intestine alla mafia salentina. I “nipoti” di Pino Rogoli, oggi, prediligono gli affari silenziosi e mirano ad infiltrarsi nel tessuto economico e nelle Pubbliche Amministrazioni senza fare molto rumore per non attirare l’attenzione degli investigatori e senza mai disdegnare le vecchie attività, traffico di stupefacenti ed estorsioni su tutte.

L’inchiesta “Coltura”, che prende il nome dalla Madonna della Coltura protettrice di Parabita, comune epicentro delle indagini, racchiude tanti di quei fatti che per descriverli servirebbe un istant book più che un articolo. Ma vediamo di procedere con ordine.

Le indagini iniziano nel 2013 nei confronti del clan “Giannelli”, storico sodalizio mafioso della Sacra Corona Unita capeggiato dal boss ergastolano Luigi Giannelli, detto “Cici Morte”. Il clan è egemone a Parabita e nei comuni limitrofi di Casarano, Matino, Collepasso, Ugento, Alezio e Sannicola.
Un forte impulso all’attività investigativa viene dato dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Massimo Donadei che ha consentito di far luce sulle dinamiche interne al sodalizio e sulle sue attività. 
Associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata da metodo mafioso, detenzione illegale di armi comuni da sparo, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, danneggiamento seguito da incendio: di questo sono accusati, a vario titolo, i 22 indagati.
Al centro delle indagini dei Carabinieri del R.O.S. di Lecce, diretti dal Maggiore Gabriele Ventura, la figura di Marco Antonio Giannelli, chiamato “Il Direttore” dagli altri sodali, figlio del boss Luigi, ed egemone su Parabita. Di spicco anche le figure di Vincenzo Costa, “responsabile di Matino” e quella di Cosimo Paglialonga “responsabile” di Collepasso.
A parlare dell’ascesa del Giannelli all’interno del clan e della sua personalità è proprio Massimo Donadei in un interrogatorio del 13 aprile 2012: “…Con riferimento all’area di Parabita intendo precisare che oltre ai ragazzi a me direttamente riconducibili di cui ho parlato nel precedente verbale, operano anche dei ragazzi legati a Marco Giannelli che, sebbene non affiliato, in quanto figlio del capo clan Luigi Giannelli ha l’autorità di avere un suo gruppo di ragazzi e di intervenire nelle scelte principali della vita del clan, la cui direzione operativa è però affidata a me. I ragazzi di Giannelli Marco, tutti non affiliati, sono Adriano ed Alessio Giannelli, Matteo Toma, fratello di Biagio, e Romano Emiliano. Tutti operano unicamente nel settore dello spaccio di stupefacenti. Con riguardo a Marco Giannelli, devo dire che circa una decina di giorni fa, mi ha avvicinato perché, in seguito alla pubblicazione della relazione annuale dell’anno giudiziario, era stato, per il secondo anno, tirato in ballo dal procuratore Motta. Il primo anno fece una smentita con il suo legale, avvocato Laterza, ma quest’anno intendeva fare qualche azione dimostrativa che servisse a mandare un messaggio ben preciso al procuratore Motta affinché capisse che quei paesi non dovevano essere tirati in ballo. Mi disse che aveva pensato di appendere alcuni striscioni  con scritte ingiuriose sui cavalcavia delle principali arterie, quali la Lecce-Gallipoli, la Parabita-Casarano ed Alezio-Collepasso; oltre le scritte, alla base di questi striscioni ci sarebbero dovuti anche essere dei proiettili d’arma da fuoco. Mi riferì inoltre di avere parlato di questo progetto con Angelo Padovano, anch’egli a sua volta tirato in ballo nella relazione annuale, il quale, però, aveva risposto che sarebbe stato più corretto ignorare queste “provocazioni” e far finta di nulla. Posso riferire che Marco Giannelli, in alcune circostanze, si è rifornito di hashish direttamente dai Monteronesi, già a partire dal 2007-2008. Infatti, in talune circostanze, quando i miei canali di approvvigionamento ne erano sprovvisti, io mi rivolgevo a Marco che si recava con la moto a Monteroni insieme ad Angelo Padovano per approvvigionarsi di stupefacente, dato che entrambi hanno uno strettissimo rapporto con il figlio di Mario Tornese. Il rapporto tra Marco Giannelli e Angelo Padovano è strettissimo, tanto che in alcune circostanze ho capito che tra i due vi era una specie di cassa comune, nel senso che ogni qualvolta uno dei due necessitava di denaro, l’altro lo prestava. Marco Giannelli opera nel settore della sicurezza insieme ad Angelo Padovano, a persone di Nardò riconducibili al clan Dell’Anna e ad alcuni Monteronesi. A tal riguardo posso riferire che un parente del Giannelli, tale Cristiano, soprannominato MEROLA, forse anch’egli Giannelli di cognome, ha aperto un’agenzia di sicurezza ed opera in tale settore. In cambio riconosce a Marco, che gli procaccia il lavoro, un contributo mensile per il padre detenuto…”.
Marco Antonio Giannelli è già stato al centro di un’altra indagine denominata “TAM TAM”, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Lecce. In seguito a questa inchiesta è stato colpito da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altre 14 persone. Nell’occasione gli veniva contestata la partecipazione ad un’associazione di tipo mafioso fino alla data del 15 luglio 2013, per avere gestito gli affari del clan al posto del padre Luigi Giannelli, detenuto. Da questa accusa è stato assolto in primo grado. Però, come sottolinea il G.I.P. nell’ordinanza, “le indagini svolte nell’ambito del presente procedimento – effettuate nel periodo compreso tra il mese di ottobre 2014 ed i mesi di aprile/maggio 2015, dunque successivo a quello oggetto delle indagini nel procedimento “TAM TAM” – dimostrano, invece, ad avviso del giudicante, che il GIANNELLI abbia effettivamente preso parte al sodalizio mafioso con ruolo di vertice (anche perché rappresentante diretto del padre, Luigi, capo storico del gruppo e detenuto)”.
Le indagini hanno appurato il ruolo apicale di Marco Giannelli all’interno del sodalizio, tanto da impartire direttive a Orazio Mercuri, “suo vero e proprio alter ego, oltre che persona di sua estrema fiducia”. Il Mercuri oltre ad essere persona di fiducia del Giannelli gli faceva anche da autista, considerato che a quest’ultimo era stata revocata la patente. All’interno del clan agiva anche Kurtalija Besar, un albanese residente da anni a Parabita e molto abile nel gestire il traffico di sostanze stupefacenti. Questi tre soggetti, al centro delle intercettazioni del R.O.S., “costituivano, dunque, il vero e proprio nucleo centrale e decisionale del sodalizio”, come si legge nell’ordinanza. Può sembrare curioso, ma Mercuri e Giannelli lavoravano come operatori ecologici e, quelle rare volte che il Giannelli aveva voglia di andare a lavorare, era proprio il Mercuri a passare da casa per accompagnarlo.
Dalle intercettazioni ambientali emerge il grado di gerarchizzazione all’interno del sodalizio, con “doti” ovvero “gradi” assegnati in base all’esperienza criminale e alle capacità e ai meriti acquisiti. Un clan in cui il capo pretendeva il rispetto dei suoi sodali, se necessario usando anche le maniere forti: “Qua dobbiamo massacrarne qualcuno compa’, davvero Orazio…”, diceva Giannelli al Mercuri che rispondeva: “Quando vuoi, te l’ho detto…andiamo… stanno facendo i porci…”.
In un’intercettazione ambientale colta all’interno dell’autovettura del Mercuri, questi, insieme a Kurtalija e a Giannelli parla di un attentato incendiario da fare all’interno di un’abitazione di una persona di cui non facevano il nome e che doveva essere “il primo della lista”. Un attentato da compiere con modalità simile a quelle viste nel film “Gomorra”: “Ti sei visto il film Gomorra? La prima puntata quando mettono fuoco dentro ad una casa…”, diceva Marco Giannelli agli altri.
Il clan controllava il territorio e anche i semplici furti negli appartamenti, pur potendo essere compiuti da chiunque, non potevano essere perpetrati a danno di persone vicine all’associazione criminale, né dovevano creare allarme sociale per evitare che le responsabilità fossero attribuite agli appartenenti al sodalizio. Emblematica, riguardo al controllo del territorio, un’intercettazione tra Mercuri e Giannelli, in cui quest’ultimo parlava di un’estorsione da compiere ad un bar e affermava che era arrivato il momento di smettere di essere buoni e come gruppo avrebbero dovuto “purgare” tutti. Ma, cosa ancor più importante, non dovevano essere più loro ad andare a chiedere i soldi, bensì i commercianti stessi che dovevano recarsi da loro ad esigere “protezione”.
Il sodalizio era dotato di un fondo cassa in cui finivano i proventi delle attività criminose, su tutte il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, le estorsioni ed il recupero crediti operato con metodi violenti. A gestire il denaro ci pensava Marco Giannelli che teneva la contabilità dell’organizzazione aiutato da Orazio Mercuri.
In un dialogo tra il Mercuri e il Giannelli si confermano gli stretti legami tra il clan Giannelli di Parabita e quello dei fratelli Tornese di Monteroni, già emersi in altre indagini. In questo caso, però, si evidenzia un cero risentimento nei confronti dei “monteronesi” perché non si erano fatti più sentire e per la loro scarsa affidabilità dal punto di vista economico comprovata da qualche aiuto promesso e non mantenuto, a dire del Giannelli, che peraltro esclamava: “Dove ci sono quelli ci sono gli sbirri”.
Il Giannelli pretendeva ed otteneva il cosiddetto “punto” sull’attività di spaccio di sostanze stupefacenti che venivano svolte sul “suo territorio” anche dagli stessi affiliati ai quali delegava questi traffici dando loro una certa autonomia. Operando così, non aveva però piena contezza dei quantitativi di droga venduti e temeva che molti approfittassero di questa circostanza. Escogitò quindi uno stratagemma pensando di acquistare un grosso quantitativo di droga per distribuirlo esclusivamente agli affiliati interessati all’attività di spaccio, in modo da avere meglio sotto controllo le entrate e le uscite. A tal proposito contattò un suo amico brindisino che, a sua volta, aveva contattato un’altra persona che doveva dare il “via libera” all’operazione per fare arrivare lo stupefacente in breve tempo. Dalle intercettazioni emerge che il punto chiesto dal Giannelli era di 5 euro al grammo, su un grosso quantitativo di cocaina acquistato a 60 euro al grammo e venduto 75 euro al grammo.
Il clan provvedeva all’assistenza economica dei detenuti e delle loro famiglie, il cosiddetto “pensiero”, di cui beneficiavano ovviamente solo gli appartenenti a questa consorteria criminale. Come accade, per esempio, per Mercuri Donato, già condannato per associazione mafiosa, quale componente del clan Giannelli fino al novembre del 2001, con sentenza della Corte di Appello di Lecce del 6 novembre 2006, divenuta irrevocabile.
Tra le pagine dell’ordinanza spunta un’intercettazione tra i fratelli Donato e Fernando Mercuri che riguarda l’omicidio della piccola Angelica Pirtoli, barbaramente massacrata nel lontano 20 marzo del 1991 insieme a sua madre Rizzello Paola. Quello che può definirsi il più efferato crimine compiuto dalla Sacra Corona Unita ha adesso una nuova chiave di lettura e una nuova verità. I due interlocutori commentano l’arresto del loro compaesano Biagio Toma, ritenuto uno dei due esecutori materiali del duplice delitto, per il quale Mercuri Donato è stato condannato all’ergastolo come mandante. Quest’ultimo, nel corso della conversazione, confermava che gli esecutori materiali dell’omicidio erano stati Toma Biagio e De Matteis Luigi ma aggiungeva che, a differenza di quanto dichiarato da quest’ultimo in sede di processo, era stato proprio il De Matteis, indicato nel dialogo con il suo soprannome “Morte”, ad uccidere la piccola Angelica, e non il Toma. L’orribile crimine, inoltre, era stato perpetrato nello stesso momento e non alcune ore dopo l’uccisione della mamma Rizzello Paola, come aveva dichiarato il De Matteis.
Donato:è stato MORTE… invece MORTE dice che è stato TOMA, hai capito?
Fernando: sì (incomprensibile) …
Donato: (incomprensibile )…
Toma: (incomprensibile) …
Donato: invece è all’inverso, è stato MORTE ad ammazzare la bambina … in quel momento stesso…
Fernando: tutto in quel momento hanno fatto … tutto … (incomprensibile) …
OMISSIS

Questo colloquio è avvenuto in carcere tra i fratelli Mercuri il 2 aprile 2015 e dimostra l’appartenenza di entrambi al clan mafioso.
Un altro soggetto al centro delle indagini è Vincenzo Costa, detto “Cavolata”, secondo gli inquirenti appartenente al sodalizio mafioso per conto del quale viene ritenuto responsabile delle attività illecite svolte a Matino. Dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Donadei Massimo, si scopre che il Costa è molto attivo nel traffico delle sostanze stupefacenti ma “poco avvezzo a contribuire al sostentamento in carcere dei detenuti”, motivo per il quale era stato dato l’ordine dai vertici del clan di eliminarlo. Cosa che comunque non si è poi verificata. 
La presenza sul territorio del clan Giannelli, capeggiato da Giannelli Marco, è comprovata anche dalla capacità di intimidazione diffusa. La più importante attività praticata dal gruppo, cioè lo spaccio di sostanze stupefacenti, veniva praticata tramite gruppi di spacciatori. Le controversie che nascevano per il mancato pagamento di forniture di droga venivano risolte usando metodi violenti o toni intimidatori che davano buoni risultati. Questi comportamenti costituiscono delle operazioni di “recupero crediti”. Illegali, ovviamente.
I sodali temevano di essere intercettati e usavano particolare cautela nelle conversazioni telefoniche, a riprova del loro contenuto illecito. Decisivi per le indagini sono risultati i colloqui intercettati all’interno dell’autovettura di Orazio Mercuri e il dialogo avvenuto in carcere tra i fratelli Mercuri Donato e Mercuri Fernando avvenuto il 2 aprile 2015. Gli indagati per comunicare tra loro usavano molto i social network come facebook e l’applicativo whatsapp.
Un’altra figura interessante emersa dalle indagini è quella di un infermiere, Lorenzo Mazzotta, detto “Ivan”, in servizio presso il vecchio ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, amico e compaesano di un altro indagato, Cataldi Fernando. Il Mazzotta, grazie ai suoi riferimenti presso il SERT di Lecce, si adoperava per sostituire i campioni di urina del Giannelli, contaminati dall’uso abituale di sostanze stupefacenti e cercava di aggirare una serie di ostacoli di natura oggettiva e amministrativa per accelerare il rilascio della patente allo stesso Marco Antonio Giannelli, in quanto gli era stata revocata dalla Prefettura di Lecce.  
Particolarmente importante è l’intercettazione del 25 novembre 2014 captata a bordo dell’auto di Orazio Mercuri mentre parla con Fernando Cataldi e Marco Gianneli. In questo caso emerge forte il rancore dei tre nei confronti del collaboratore di giustizia Massimo Donadei e di sua madre, colpevole di intrattenere ancora contatti telefonici con il figlio. Un odio che spingeva il Cataldi a ipotizzare un attentato a danno della famiglia Donadei. In particolare le attenzioni si concentravano sulla madre di quest’ultimo tanto che il Giannelli affermava che se nulla era stato ancora fatto era per il rispetto che portava agli altri figli, Andrea, Donato e Claudio, questi ultimi due detenuti da molto tempo e anch’essi affiliati al clan Giannelli. Marco Giannelli sosteneva che Andrea Donadei gli aveva dato “carta bianca” per uccidere sua madre, cosa che comunque non era nelle intenzioni del Giannelli.
Di straordinaria rilevanza per il valore simbolico e per la rappresentazione di un elevato livello di mafiosità è il dialogo ascoltato dai Carabinieri del R.O.S. la mattina del 22 gennaio 2015, quando Orazio Mercuri e Marco Giannelli sono in macchina e commentano l’ampio risalto dato dai giornalisti della televisione e della carta stampata alla notizia dell’arresto del loro compaesano Biagio Toma, accusato di essere l’autore dell’omicidio della piccola Angelica Pirtoli e della sua mamma Paola Rizzello. Le ire dei due si abbattevano su Don Angelo Corvo che aveva osato invocare giustizia chiedendo che fossero individuati gli esecutori materiali del duplice omicidio e non solo i mandanti. Il Giannelli, furibondo, manifestava la sua intenzione di “massacrarlo” subito, ma veniva dissuaso dal Mercuri che lo consigliava di temporeggiare per evitare di attirare le attenzioni degli investigatori su di loro.
Marco: lo sai di chi è la colpa no?
Orazio: DON ANGELO …
Marco: mannaggia i morti di sua madre … questo cornuto …
Orazio: gliel’ho detto a loro, lui è … da lui è partito il tutto … l’anno scorso ti ricordi, ti ricordi l’anno scorso? Voleva sapere … ha detto sì, sono stati … i mandanti …
Marco: aspetta che passa poco poco, gli faccio buttare il sangue …
Orazio: lui ha fatto tutto … 
Marco: lo so … lui è, che poi lui intervistavano …
Orazio:  c’è anche lui sul Quotidiano…
Marco: (incomprensibile) lo hanno intervistato anche in chiesa, dentro la chiesa, questo lurdo (bestemmia) …
OMISSIS
Marco: questo cornuto … compà (incomprensibile) DON ANGELO sta scassando la minchia ogni giorno …
Orazio: da lui è partito il tutto (incomprensibile) …
Marco: con lui (incomprensibile) vorrei dargli proprio con le mani …
Orazio: no adesso … adesso risultano MA’ …
Marco: lo voglio picchiare (bestemmia) con le mani lo voglio massacrare, i morti di sua madre …
Orazio: adesso come adesso, chi va a toccarlo …
Marco: (incomprensibile) … però (bestemmia) questo vuole che decolli questa cosa … eh, va beh, perché dovrebbero prendersela con noi? Dove sta scritto?Perché?
Orazio: vengono a rompere il cazzo ogni giorno, poi vedi …
Marco: dici?
Orazio: sì …
OMISSIS
Il clan si dimostra molto aggressivo e deciso a non fermarsi davanti a niente e a nessuno e mette nel suo mirino anche l’Appuntato Scelto dei Carabinieri, Giovanni Adamo, in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Parabita e poi trasferito per motivi precauzionali. Il militare, nella conversazione intercettata, viene chiamato “Barbetta”, a causa della sua folta barba. È la mattina del 18 marzo 2015 quando il Giannelli si trova in compagnia di Besar Kurtalija, Orazio Mercuri e un altro soggetto sconosciuto. La rabbia del Giannelli nei confronti dell’Appuntato Scelto Giovanni Adamo deriva dal fatto che il Carabiniere si è “permesso” di seguire un’amica del Giannelli di nome Francesca.
“Adesso che prendo BARBETTA gli tiro un pugno in faccia … gli spacco tutti i denti …alla FRANCESCA ... ha seguito l’altra sera … gli dico io una cosa a quello, quello mi ha arrestato … non me ne frego … ma gli devo dare tanti di quei pugni in faccia … OMISSIS … se gli metto le mani addosso questa volta lo squarto (bestemmia) …”, ringhiava rabbioso il Giannelli che rimasto da solo con il Mercuri continuava con le sue esternazioni affermando che il Barbetta doveva essere “purgato”. Aggiungeva inoltre che Fernando Cataldi era a conoscenza di dove abitava il Carabiniere nel piccolo centro di Collepasso. “I morti suoi, BARBETTA lo devo spaccare in due … i morti di sua madre, ma come si permette. Mi ha fatto prendere il nervoso… l’ha seguita proprio … guarda che se lo prendo ORA’ davvero lo squarto sai?Ma io me la faccio davvero la galera (bestemmia) lo purghiamo compà. Per forza, adesso ha proprio rotto i coglioni … tanto FERNANDO mi ha detto dove sta a Collepasso, tiene la (incomprensibile) a Collepasso …”, tuonava Marco Giannelli.
Il capitolo più importante di questa vicenda è, probabilmente, quello riguardante i rapporti del clan Giannelli con Giuseppe Provenzano, all’epoca delle indagini Assessore al Comune di Parabita con delega ai Servizi Sociali e al momento dell’arresto Vice Sindaco e Assessore allo Sport.
Le indagini hanno documentato  “l’esistenza di un vero e proprio “patto politico-mafioso”, in forza del quale il Provenzano, pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio mafioso, di fatto si è dimostrato a completa disposizione di esso fornendo un contributo specifico, consapevole e volontario, oltre che continuativo ai fini della conservazione e del rafforzamento delle capacità operative del gruppo”, scrive il GIP nell’ordinanza.
È stato facile per gli investigatori risalire all’identificazione del Provenzano, in quanto, nelle intercettazioni Marco Giannelli, Orazio Mercuri, Fernando Mercuri e Fernando Cataldi lo indicano con il suo nome e cognome specificando la carica rivestita all’interno dell’Amministrazione Comunale di Parabita.
Di collusioni e connivenze tra il clan Giannelli e l’Amministrazione Comunale di Parabita, con particolare riferimento alle elezioni amministrative del 2010, aveva parlato il collaboratore di giustizia Massimo Donadei: “Durante le elezioni amministrative del 2010 il nostro gruppo ha appoggiato l’attuale sindaco Alfredo Cacciapaglia e la sua giunta. In particolare abbiamo sostenuto Biagino COI e Tommaso PROVENZANO. Dell’elezione di quest’ultimo mi sono interessato io direttamente in quanto ci eravamo accordati che il Provenzano avrebbe fatto la richiesta per far lavorare nella sua impresa edile mio fratello Claudio, all’epoca dei fatti detenuto, ed inoltre avevamo concordato che il clan avrebbe collocato gli affiliati all’interno di una serie di locali commerciali di cui era prevista l’apertura. Biagino COI, invece, è stato supportato in quanto nostro parente ed infatti, possiamo dire, che lui è l’uomo del clan all’interno dell’amministrazione e si fa portavoce di tutte le nostre istanze. Mio fratello Leonardo fu, invece, avvicinato direttamente da Alfredo Cacciapaglia che gli promise in caso di elezione dei posti di lavoro all’interno dell’impresa per la raccolta di rifiuti che opera su Parabita, cosa che effettivamente si è concretizzata ed infatti, vi lavorano Marco GIANNELLI, Orazio MERCURI, Antonio CORONESE e tale COLIZZI, figlio di un Appuntato dei Carabinieri che fa servizio a Sannicola. Inoltre, Alfredo CACCIAPAGLIA promise a mio fratello Leonardo la gestione del bar del Santuario che però non fu possibile assegnargli, ragion per cui si preoccuparono di parlare direttamente con il gestore del bar “Planet” di Parabita, sito di fronte al Comune ed a fianco all’Ufficio postale perché lasciasse la gestione a condizioni convenienti a mio fratello. Inoltre, come già era successo con la precedente amministrazione ogni anno a mio fratello Leonardo gli viene assegnata la sicurezza nel giorno della “notte bianca” con il guadagno di 5.000 euro …”.
Le intercettazioni del R.O.S. hanno corroborato le dichiarazioni di Donadei confermando il coinvolgimento del Provenzano negli affari illeciti del clan. Il suo ruolo di fiancheggiatore  del sodalizio mafioso è stato appurato dalle indagini verso la fine del mese di febbraio 2015, più esattamente la mattina del 28 febbraio quando, durante un colloquio tra Marco Giannelli, Fernando Cataldi e Orazio Mercuri, questi faceva riferimento ad un’imminente gara d’appalto, o comunque al rinnovo del servizio raccolta rifiuti, cui era interessata la ditta presso la quale lavoravano il GIANNELLI e lo stesso MERCURI come operatori ecologici. Il Giannelli ne prendeva atto e chiedeva al MERCURI di rintracciare tale “Peppe” e di dirgli che avrebbe dovuto far assumere Fernando Cataldi, per poi aumentare in seguito le ore lavorative del Mercuri e dello stesso GIANNELLI e portarle da quattro a sei, e di aggiungere che, in caso contrario, lo stesso Giannelli si sarebbe arrabbiato e non lo avrebbe fatto più vivere tranquillamente. 
I Carabinieri del R.O.S., il 4 aprile 2015, hanno la certezza che il “Peppe” o “Peppino”, di cui gli affiliati al clan parlano nelle intercettazioni è il Provenzano. Un episodio conferma in maniera lampante la convergenza di interessi tra politica e mafia. In una conversazione, Marco Giannelli chiede spiegazioni a Orazio Mercuri in merito a una discussione che era avvenuta qualche giorno prima e che riguardava Antonio Martignano, loro collega di lavoro, Fernando Mercuri, fratello di Orazio, e Giuseppe Provenzano. Il tutto nasceva dal fatto che Fernando Mercuri doveva recarsi a Sulmona per trovare suo fratello Donato che era detenuto in carcere. Per affrontare questo viaggio aveva chiesto “un contributo” di 200 euro al Provenzano. Questi aveva sempre rimpinguato le casse del sodalizio senza mai lamentarsi. Però, in questa occasione, si era risentito per una minaccia proferita nei suoi confronti da parte di Fernando Mercuri, cioè quella di non sostenerlo alle elezioni amministrative che ci sarebbero state qualche mese dopo a Parabita. In reazione a ciò, il Provenzano diceva al Giannelli quella che potrebbe essere considerata la frase simbolo di tutta l’inchiesta: “Avete perso il santo in Paradiso”. Un’espressione che testimonia i legami tra il Provenzano e il clan Giannelli.




Giannelli: ma cosa è successo con loro?

Mercuri: con loro chi?
Giannelli: con MARTIGNANO, con quello …
OMISSIS
Mercuri: io gliel’ho detto a FERNANDO, quello si è pianto lui … è andato … io gli ho detto tre giorni fa a lui: vedi che FERNANDO mi ha detto se riesci a racimolare 200 euro che sta andando da Donato … basta … glielo ha detto lunedì …
Giannelli: ORAZIO quello non è niente, lascialo perdere … la cosa brutta sai qual è? GIUSEPPE! Che abbiamo perso il santo in paradiso, lo sai no?
Mercuri: sì?
Giannelli: lo abbiamo perso … si è girato male anche con me che non c’entro un cazzo … ha detto: adesso basta MARCO, poi ha iniziato a vomitare tutto … Ha detto che Orazio è venuto a prendersi 200 euro …
OMISSIS
Giannelli: la cosa brutta che gli ha dato fastidio sai qual è? Il fatto che Fernando gli ha detto che non li vota, hai capito? Quello è stato … che le altre cose …
Mercuri: ti ho capito … tutto parte sai da chi?Da MARTIGNANO … perché gli ho detto tre giorni fa: trovameli che FERNANDO deve andare da Donato … se riuscite a recuperarli almeno per la benzina e per il viaggio… e lasciare 100 euro a lui …
Giannelli: Va bè, ma lui … quello è il male minore, hai capito? Il problema è che se l’è presa anche con me … ho detto: ohu GIUSEPPE, non mi devi rompere i coglioni … ha detto: “adesso avete perso il santo in paradiso”, ha detto “basta, non venite più a rompermi i coglioni” … io gli ho detto: “perché te la stai prendendo con me?” … OMISSIS …ha detto: “FERNANDO lì sta remando contro di me” – ha detto- …
OMISSIS
Giannelli: ORAZIO … LA COSA GRAVE è GIUSEPPE, si è girato male anche con me … gli ho detto: “ohu GIUSEPPE, ma che cazzo vuoi?” – ho detto – “cosa vuoi da me?” Ha detto: “no no basta” – ha detto – “avete perso il santo in paradiso” … ed ho detto “vai a fare in culo a tua madre” e me ne sono andato … ha detto: “adesso basta, non venite più sul comune, non cercate più un cazzo” – ha detto – “perché non vi guadagnate più un cazzo” … io gli ho detto: “fammi prima parlare” – ho detto – “ehi coglione, che io non c’entro un cazzo” … ha detto: “no no” … stava con il sangue agli occhi ORAZIO …
OMISSIS
Questa conversazione evidenzia i rapporti esistenti tra il clan mafioso e il Provenzano “nella sua veste di amministratore pubblico, appartenente allo stesso “partito” del sindaco Cacciapaglia e di altri amministratori quali il detto Coi, già descritti dal collaboratore Donadei come uomini politici assai vicini al clan Giannelli e tutori degli interessi di questo e dei suoi uomini in ambito amministrativo”, evidenzia il GIP nell’ordinanza. Emerge così un preciso accordo che prevedeva il persistente impegno del clan Giannelli nel supportare la campagna elettorale del Provenzano che si metteva a disposizione del sodalizio per ogni evenienza che potesse riguardare i rapporti con l’amministrazione comunale.
Un altro dialogo tra Orazio Mercuri e Marco Giannelli dimostra la continuativa “disponibilità” del Provenzano nei confronti del sodalizio. Ritornando a parlare della discussione da questi avuta con Fernando Mercuri, il Giannelli manifesta l’intenzione di non perdere gli utili servigi del Provenzano, con il quale vi era uno scambio reciproco di favori. A tal fine pensava di far passare qualche settimana affinché si calmassero gli animi e poi organizzare una cena per ricomporre la frattura tra i due. Comunque, Giuseppe Provenzano aveva manifestato la volontà di continuare a versare denaro nelle casse del clan, per cui Giannelli invitava l’amico ad accettare comunque il denaro nel caso glielo avesse consegnato:
OMISSIS
Giannelli: poi alla fine gliel’ho detto: “non veniamo più a chiederti niente, basta! Basta”, gliel’ho detto anche oggi, “se mi devo assoggettare anche per un favore non te ne chiedo più” … OMISSIS … ho detto “va bene, basta, però non rompete i coglioni per chiedermi qualcosa …visto che avete detto basta e basta deve essere” … ma lui si è girato per quel fatto, i soldi non li stava considerando proprio ORAZIO, quella era la cosa per cui stavano delirando … OMISSIS … deve passare una settimana, un mese, si tranquillizzano tutti e due e poi si parla … OMISSIS … se vengono prendeteli ORAZIO, se viene di sua spontanea volontà qualcuno di loro prendeteveli (bestemmia) altrimenti vanno persi … loro hanno detto che non c’è problema: “se li ho anche se viene a cercarmeli domani e li ho, glieli do” – ha detto –“non è un problema quello” … OMISSIS … adesso che si calmano a farci una mangiata tutti assieme e vedi che finisce tutto …
OMISSIS
Emblematica del patto mafia-politica una foto pubblicata sul social network facebook e divenuta di pubblico dominio prima che fosse cancellata. La foto documenta la presenza di Marco Antonio Giannelli ad una festa privata insieme a Giuseppe Provenzano al fine di pubblicizzare il candidato al consiglio regionale Roberto Coi della lista “Noi Salvini”. Questa foto trasmette alla popolazione il chiaro messaggio che il Provenzano e il candidato Coi, da lui sostenuto, fossero “sponsorizzati” dall’associazione mafiosa egemone sul territorio, rendendo evidente il potere del sodalizio, in grado di controllare “pezzi” importanti delle istituzioni pubbliche, inequivocabilmente riverenti e “riconoscenti” nei confronti del clan.
La contiguità del Provenzano con il sodalizio mafioso viene confermata anche da un colloquio in carcere tra Fernando Mercuri e suo fratello Donato, avvenuto il 2 aprile 2014. In questa circostanza Fernando Mercuri aveva fatto riferimento  al proprio figlio che lavorava nel settore della nettezza urbana grazie all’interessamento di Giuseppe Provenzano, all’epoca dei fatti Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Parabita.
OMISSIS
Donato: (incomprensibile) …
Fernando: PROVENZANO c’è e basta!
Donato: Che cosa è? Consigliere? Cosa è?
Fernando: Assessore …
Donato: Assessore a cosa?
Fernando: Ai Servizi Sociali … ai Servizi Sociali …
OMISSIS
Nelle elezioni amministrative tenutesi a Parabita nel 2010, Giuseppe Provenzano ha preso ben 208 voti ed è stato il secondo candidato più suffragato nella sua lista denominata “Uniti per Servire”, preceduto soltanto dal candidato Biagino Coi con 242 voti.
Un commento del Giannelli sulla sua bacheca facebook, il 2 giugno 2015, conferma il supporto fornito dal suo clan al Provenzano nelle ultime elezioni comunali.
“Andate a zappare tutti la vittoria è nostra”, scrive Marco Antonio Giannelli, soddisfatto. Un’esternazione pubblica che  mette di fatto il marchio della Sacra Corona Unita sulla vittoria elettorale e, quindi, sull’istituzione comunale “conquistata”.

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