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Wednesday, March 16, 2016

Nuovo ricatto di Roma alla Sicilia: senza legge Delrio niente 500 milioni di Euro






Nuovo ricatto di Roma alla Sicilia: senza legge Delrio niente 500 milioni di Euro


A quanto si sussurra l’assessore-commissario, Baccei, su input di Roma, avrebbe cambiato di nuovo le carte in tavola: la manovra economica e finanziaria 2016, che è stata approvata ‘a sua immagine e somiglianza’, non gli basta più: i 500 milioni di Euro che la Regione aspetta da Roma arriverebbero solo dopo che l’Ars recepirà la riforma Delrio che è già un mezzo fallimento nel resto d’Italia. Ma non è che ‘sti 500 milioni – come il nostro blog scrive da tempo – non arriveranno mai?
Fino a prima dell’approvazione della manovra economica e finanziaria 2016 l’assessore-commissario all’Economia imposto da Renzi in Sicilia, Alessandro Baccei, diceva che, una volta approvata la stessa legge regionale di stabilità, Roma avrebbe ‘sganciato’ i 500 milioni di Euro. La storia è nota. Il Governo nazionale prima ha svuotato le ‘casse’ regionali e poi ha detto che avrebbe erogato un miliardo e 400 milioni di Euro. Ne ha erogati 900 dicendo – per bocca del già citato Baccei che i restanti 500 milioni di Euro sarebbero arrivati, come già accennato, subito dopo l’approvazione di Bilancio e Finanziaria 2016. L’approvazione, da parte dell’Ars, c’è stata. Ma dei 500 milioni di Euro non si hanno ancora notizie.
E dire che Baccei ha chiesto e ottenuto quello che ha chiesto, se è vero che il ‘perimetro’ di Bilancio e Finanziaria li ha fissati lui e sono stati approvati come ‘confezionati’ fa lui. Certo, ancora il Bilancio 2016 non è sulla Gazzetta Ufficiale della Regione: ma questo non perché l’Assemblea regionale è andate oltre il ‘perimetro’, ma per una leggerezza sui fondi per la dirigenza regionale (come vi abbiamo raccontato qui).
Perché abbiamo fatto queste premessa? Perché a giudicare dalle voci che si sentono in giro, Baccei avrebbe cambiato le carte in tavola. Sembra che l’assessore abbia fatto sapere che i 500 milioni di Euro arriverebbero solo se l’Ars completerà la riforma delle ex Province recependo la legge nazionale Delrio.
Per la cronaca, Graziano Delrio è il Ministro che ha patrocinato la legge nazionale di riforma delle Province che non sta funzionando. E che anzi sta scatenando polemiche. Perché, a livello nazionale, le Province ‘riformate’, o forniscono ai cittadini servizi molto approssimativi, o non ne forniscono affatto. Dunque, l’Ars dovrebbe recepire una legge nazionale che nel resto d’Italia sta dando risultati mediocri, se non fallimentari.
Ricordiamo che Sala d’Ercole ha già approvato una legge di riforma delle Province senza, però, definire la cosiddetta governance. La legge siciliana è stata impugnata dal Governo Renzi che, infischiandosene delle prerogative del Parlamento siciliano, vorrebbe imporre alla Sicilia il papocchio targato Delrio.
Nella legge nazionale Delrio il sindaco metropolitano coincide con il sindaco della città capoluogo. Quest’impostazione non ha nulla di ‘scientifico’: è solo un’imposizione dell’Unione Europea dell’Euro che deve risparmiare su tutto: così il Governo Renzi e il Parlamento nazionale di ‘nominati’ si sono adeguati.
Nella legge siciliana il sindaco metropolitano non coincide con il sindaco della città capoluogo. Un’impostazione, questa, che è stata ribadita nel disegno di legge di completamento della riforma delle nove Province siciliane che dovrebbe andare in Aula.
Da questo ragionamento se ne deduce che Roma sta accampando la scusa per non erogare alla Regione i 500 milioni di Euro che si era impegnata ad erogare, come già accennato, subito dopo l’approvazione della manovra economica e finanziaria. Perché voler imporre a tutti i costi la legge nazionale alla Sicilia – una legge, ribadiamo, che non sta funzionando nel resto d’Italia – è solo una provocazione.
Come finirà? Ce lo dovrebbero spiegare il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, che hanno fatto approvare al Parlamento siciliano una legge con un ‘buco’ di 500 milioni di Euro. Ciò significa che intere categorie sociali e alcuni soggetti istituzionali (Comuni ed ex Province) sono senza soldi ‘a norma di legge’. Una vergogna istituzionale!
C’è ancora, in Italia, uno Stato di diritto che dovrebbe intervenire in una vicenda così grave imposta da Roma e accettata supinamente da un Governo regionale di ‘ascari’ e da un Parlamento siciliano gestito male? E chi dovrebbe intervenire? Il presidente della Repubblica? Lo farà? Noi nutriamo dubbi, molti dubbi.
P. S.
Nella trasmissione La gabbia trasmessa da La 7 si dice che il Governo Renzi sarebbe già stato messo alle strette dall’Unione Europea. A Bruxelles pretendono, entro quest’anno, una manovra pesantissima, naturalmente a spese delle tasche degli italiani. Vero? Falso? Di vero c’è che il Governo Renzi ha provato, fino ad ora senza riuscirci, a scippare soldi agli italiani con la manovra sulla reversibilità delle pensioni, on la tassa sugli ascensori e via continuando.
Da qui una domanda: ma se quello che ha raccontato La 7 è vero quando li vedrà la Regione siciliana i 500 milioni di Euro?


Ora Matteo Renzi teme il complotto italo-europeo: colpiscono le banche in borsa per stritolare il governo a Roma


Palazzo Chigi risponde all'Europa, che chiedeva un interlocutore, con una mossa alla Renzi, che scombussola tutte le ritualità delle trattative europee. L'ambasciatore Stefano Sannino, vicino alla fine del suo mandato, è stato rimosso e al suo posto di ambasciatore italiano a Bruxelles arriverà Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo Economico. Sannino esce nel gelo generale e la nomina di Calenda non è un segnale da poco. Pur candidato tra gli europeisti di Mario Monti nel 2013 (Scelta civica), Calenda è un politico che risponde direttamente a Palazzo Chigi. E la scelta di sostituire un ambasciatore di carriera con un politico è altamente inusuale e serve a segnalare come Renzi vede le questioni europee.
D'altro canto, il clima è pesante. Tanto che fra i renziani cominciano a circolare dei timori inconfessabili. “E’ come se volessero far fare al mercato quello che non riescono a fare con la politica: stritolare il governo Renzi, metterlo alle strette…”. La frase circola tra i seguaci del premier, tra Roma e Bruxelles. Mentre il premier Matteo Renzi assiste furioso alla seconda giornata in calo per le banche italiane in borsa. Perché c’è un rumor con il quale il fenomeno si spiega, secondo ambienti Pd di Roma e Bruxelles. Il rumor è questo: il calo di Mps e le altre italiane in borsa è scaturito da una voce messa in giro ad arte da un funzionario del servizio di vigilanza della Bce, autonomo da Mario Draghi s’intende. E la voce messa in giro parlava dell’imminente arrivo a Roma di una lettera della Banca centrale europea per Renzi. Insomma, come è successo al governo Berlusconi nel 2011: quella missiva del 5 agosto fu l’inizio della fine per l’allora premier e Cavaliere. Naturalmente la voce su una nuova lettera della Bce per l’Italia è assolutamente infondata per il governo Renzi. Ma si è rivelata sufficiente a scatenare la bufera in borsa. Renzi ora teme il complotto europeo in collaborazione con aree non renziane italiane, aree che contano s'intende. Non sfugge la coincidenza della decisione della commissione di aprire un'indagine per aiuti di Stato all'Ilva. Altro schiaffo al premier. Il passo era atteso. Ma il timing autorizza i più sospettosi a fare cattivi pensieri.
E’ per questo che anche stamane, di buon ora, dopo aver incontrato i vertici della multinazionale Cisco, interessata a “investimenti in Italia”, il premier ha di nuovo tuonato contro l’Ue su Facebook: c’è chi è “impaurito da questo nuovo protagonismo italiano, preferirebbe averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato. Ma se ne facciano una ragione: l`Italia è tornata, più solida e ambiziosa”.
Ed è per questo che ieri il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha commentato il tonfo del titolo Mps con un: "Ci sono mani italiane ed estere. A fine giornata vedremo chi ha venduto…". Oggi Vegas frena: “Sono retropensieri che non abbiamo”, dice a chi gli chiede se sia in corso un attacco all’Italia. Però il presidente della Consob continua a ritenere “poco spiegabile” l’andamento delle banche italiane in borsa. E non è l’unico: anche l’Abi è di questo avviso, anche la stessa Mps e persino Padoan che riduce a “prassi standard” la richiesta di informazioni inviata dalla Bce ad alcune banche italiane, “è stata inviata a molte altre banche dell’area euro”, dice il ministro.
Ci deve essere dell’altro, dunque. Al netto delle cattive notizie arrivate in questi giorni al ministero dell’Economia: l’Antitrust europeo ha già sollevato obiezioni all’ultima proposta di Pier Carlo Padoan per mettere al sicuro il sistema bancario italiano che 'vanta' un 17 per cento di crediti in sofferenza, percentuale da livelli di guardia in Ue. Sostanzialmente il governo italiano sta tentando tutto quello che può per evitare di istituire una ‘bad bank’ che rastrelli tutti i crediti in sofferenza. Il sistema potrebbe risentirne, è il timore. E l’Ue per ora non impone di usare questo specifico strumento. Ma allo stesso tempo, l’ultima proposta messa a punto tra Mef e Palazzo Chigi, definita “leggera” dallo stesso Padoan all’Ecofin, è bloccata per i veti comunicati da Bruxelles. Non convince la garanzia statale prevista per mettere al riparo il sistema. Anche se non sarebbe affidata alla Cassa depositi e prestiti: nel piano Padoan non se ne fa accenno in questi termini. Ma ancora non ci siamo.
Sono insufficienti gli strumenti già adottati dal governo. Come per esempio il decreto ‘Giustizia per la crescita’, con le modifiche dei procedimenti concorsuali per rendere più semplice il recupero crediti. O come la modifica dei termini per la gestione delle perdite legate alle svalutazioni: non più plasmabili in 5 anni a livello fiscale ma registrabili in un anno solo, in modo che la perdita equivalga a pagare meno tasse e il meccanismo incentivi il recupero dei crediti in sofferenza. 
Tutto questo non basta. E allora a Roma si fa strada l’idea che deve esserci dell’altro: Renzi sta pagando la lotta a muso duro intrapresa con Bruxelles. Già: ma fino a che punto? Fino al punto che salti il governo?

Nei circoli renziani, dove se ne discute senza ‘spararla’ sui giornali, ci si consola con le sulle differenze tra il 2011 e il 2016. Cinque anni fa c’era Berlusconi al governo, Napolitano al Colle e Monti già in panchina per formare un governo tecnico. Strada spianata per i “ribaltoni”. Ora sfugge l’alternativa. A meno che, come sospetta qualcuno, Federica Mogherini, bollata da Renzi nella lista dei ‘nemici’, non si sia conquistata ormai la stima delle cancellerie europee tanto da poter essere indicata come capo di un governo tecnico.
Il premier oggi scatena tutti i suoi contro Manfred Weber, tedesco, capogruppo del Ppe, legatissimo alla Merkel e anche agli ambienti della Bundesbank. Insomma una potenza a Bruxelles, come a Berlino. E’ lui il nemico di oggi, visto che è lui ad attaccare Renzi in plenaria a Strasburgo: “Renzi mette a repentaglio l'unità dell'Europa”, dice. Segue il controattacco del Pd renziano e anche di Ncd, tutti contro Weber. Ma a Roma e nel Pd a Bruxelles l’attacco di Weber è sofferto: fa suonare più di un allarme. Anche se c’è da dire che il capogruppo del Ppe non ha mai nutrito simpatie per Renzi: di fatto gli sferrò il primo attacco europeo nel giorno di insediamento della presidenza italiana del semestre Ue a luglio 2014. E Renzi gli rispose per le rime ricordando come alla Germania “la flessibilità” fu concessa e grazie a questo Berlino ha potuto “violare i limiti ed essere oggi un Paese che cresce”. Insomma con Weber non è iniziata bene. E non va meglio.
(continua a leggere dopo il video)

Raccontano da Bruxelles che oggi al centro dello scontro c’è la questione Turchia. L’Italia si ostina a non erogare la parte che gli spetta (circa 300 milioni di euro) dei 3 miliardi promessi da Angela Merkel a Erdogan per fermare il flusso di migranti in arrivo dai Balcani. Già la scorsa settimana all’Ecofin, Padoan ha messo in chiaro che le risorse devono essere prese dal bilancio comunitario. E comunque Roma chiede garanzie: questi fondi come verranno usati da Erdogan, che certo non brilla per rispetto dei diritti umani? E’ una presa di posizione per niente gradita a Berlino. Di fatto la richiesta di chiarimenti italiana sta bloccando tutto il piano, concordato in sede di consiglio europeo a fine novembre. Un affronto per la Cancelliera, che incontrerà Renzi a Berlino il 29 gennaio.
Al fondo, c’è la questione delle questioni: la richiesta all’Europa che il piano di investimenti di Juncker sia attuato e che gli oltre 16 miliardi di flessibilità della legge di stabilità italiana vengano accordati. Ma non come concessione. Renzi infatti vuole garanzie che “il vento in Europa cambi davvero”. Cioè: ammesso il caso che la manovra passi indenne l’esame della Commissione Ue ad aprile, il premier non vuole ritrovarsi punto e a capo l’anno prossimo, quando presenterà a Bruxelles un’altra legge di stabilità ‘flessibile’, vale a dire con il taglio dell’Ires promesso per il 2017. Tra i suoi parlamentari già circolano voci al momento incontrollate. E cioè che se con l’Ue dovesse andar male, se la procedura di infrazione sui conti viene evitata per il rotto della cuffia quest’anno ma viene minacciata per l’anno prossimo, Renzi potrebbe accarezzare la possibilità di andare al voto anticipato nel 2017: ricorrere al voto popolare, farsi eleggere per legittimarsi e rafforzarsi anche nella sfida con l'Ue. Ma queste sono fantasie, per ora. La priorità per il capo del governo è capire se davvero l’Europa, in collaborazione con “mani italiane” non renziane, ha deciso di sfrattarlo da Palazzo Chigi.
http://www.inuovivespri.it/2016/03/16/nuovo-ricatto-di-roma-alla-sicilia-senza-legge-delrio-niente-500-milioni-di-euro/

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