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Tuesday, March 22, 2016

Venticinque anni fa la Rete: utopia o profezia?

Venticinque anni fa la Rete: utopia o profezia?

Nella storia politica italiana sono esistiti soggetti che, come il Partito d’Azione nel dopoguerra, nonostante la breve durata, hanno lasciato un segno profondo nella società e suscitato un sentimento di orgoglio in coloro che ne hanno fatto parte.
Annunciato ufficialmente a Roma il 24 gennaio del 1991 il Movimento per la Democrazia – La Rete, fu costituito in sede notarile il successivo 21 marzo, primo giorno di primavera. I cinque firmatari del manifesto costitutivo furono Leoluca Orlando, Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa, Diego Novelli e Alfredo Galasso. Così scrisse Giorgio Battistini sul quotidiano La Repubblica: “Sono trasversali per scelta e convinzione, raccogliendo ideali cattolici e idealità progressiste della sinistra tradizionale, intransigenze laiche ma anche attenzioni radicali e ambientaliste. (…) Eppure mica tanto naif gli adepti della Rete che scendono in campo. Borghesi, anzitutto. E spesso di buona cultura. Delusi certamente. In arrivo dalle tante bandiere della sinistra, ma non solo”.
Il più noto slogan del Movimento fu proprio quello di riunire “identità politiche diverse per un progetto politico comune” e di essere “lievito culturale per la trasformazione della politica”.L’aspirazione, assolutamente unica nell’Italia di quegli anni, era la costruzione del Partito Democratico quale sintesi politica tra cattolici, laici, ambientalisti ed appartenenti alla galassia comunista, fortemente scossa dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e dallo scioglimento del PCI nel febbraio del 1991.
La storia del Movimento e le radici nella Sicilia drammatica degli anni 80 e nell’inedita esperienza istituzionale della Primavera di Palermo (85-90) sono state narrate in più occasioni e rivivono periodicamente nelle ricostruzioni che i media fanno di quel periodo tormentato.
Può essere utile una breve sintesi che ne delinei la parabola politica. Insieme alla Lega di Umberto Bossi sorta all’insegna della secessione, la Rete costituì un inedito nella palude politica italiana e un’assoluta novità in Sicilia dove, nonostante forzati e inappropriati accostamenti con il milazzismo, nel volgere di pochi mesi ottenne alle regionali di quell’anno un notevole consenso con 211.423 voti, pari al 7,3%, di cui 101.585 preferenze solo per Orlando nel palermitano. A Palermo la Rete col 26% diventò il secondo partito. Alle politiche del ‘92 raggiunse l’1,8% nazionale e, nel 1993, in prima applicazione della legge sull’elezione diretta del sindaco, Orlando fu eletto al primo turno con oltre il 75% dei voti.
Dopo il fulminante quanto inaspettato successo di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del ’94la Rete, che si era presentata con candidati propri tra i Progressisti, subì un notevole ridimensionamento, fece parte dell’ Ulivo nel 1996 per confluire poi nei Democratici nel 1997.Conclusasi la presenza nelle istituzioni attraverso propri eletti, l’esperienza oggi continua attraverso il Movimento La Rete 2018, un percorso culturale e formativo che fa della “retitudine” un orizzonte valoriale trasversale ad ogni formazione politica.
Oggi, a distanza di venticinque anni dai quei giorni alcune riflessioni sono possibili ed alcuni interrogativi legittimi.
La Rete maturò in una fase di grande travaglio della politica italiana ed ebbe non pochi meriti nel mantenere viva la questione morale aperta da Enrico Berlinguer e nel riproporre con forza l’intuizione di Aldo Moro che riteneva maturi i tempi per aprire alle sinistre le porte per governare il Paese anche alla luce delle grandi trasformazioni sociali e dei risultati della comune lotta contro il terrorismo che al pari della Resistenza aveva visto, con pochissime eccezioni, un fronte compatto.
Con decenni di anticipo la Rete diede consapevolezza di quanto il fenomeno della mafia non potesse essere esorcizzato confinandolo solo come endemico della Sicilia, quanto piuttosto quanto esso si fosse esteso ormai in ogni parte del Paese, assumendo il volto della finanza, attraverso il riciclaggio degli enormi profitti derivanti soprattutto dal traffico degli stupefacenti e infiltrandosi nei meandri della burocrazia statale e locale.
Il Movimento pose con forza il tema della costruzione del Partito Democratico, interpretandone la necessità di come esso dovesse nascere attraverso l’aggregazione di persone e non piuttosto della fusione “a freddo” di soggetti pre esistenti che in tale ipotesi avrebbero generato la logica correntizia della Democrazia Cristiana e aggravato il frazionismo storico della sinistra.
Per la propria caratterizzazione di movimento con una forte carica educativa, la Rete si diffuse ampiamente presso i giovani di ogni regione italiana, in particolare tra quanti già vivevano l’esperienza del volontariato e dell’associazionismo cattolico. Dopo anni di assenza di agenzie formative all’interno dei partiti, ciò rappresentò per una generazione che in quegli anni era chiamata “del riflusso” un ritorno d’interesse verso una concezione della politica non disgiunta dall’etica e da essa determinata e guidata.
In estrema sintesi, il Movimento fece da ponte tra due epoche, convogliando giovani e delusi della politica verso una prospettiva possibile di rinnovamento che, pur fortemente ancorato alla Costituzione Repubblicana, ne sapesse adeguare gli istituti alle mutate caratteristiche della società post industriale. Se il sentimento dell’antipolitica che oggi è crescente e preoccupante non si palesò in quegli anni, probabilmente si deve ad una proposta come quella retina che nella condanna senza appello e senza ambiguità del passato si adoperò per proporre un’alternativa credibile sul piano dei valori e praticabile su quello di una rigenerata rappresentanza.
Di tale ruolo si ebbe una chiara dimostrazione e pieno riconoscimento durante i seminari estivi tenuti a Filaga e diretti da P. Ennio Pintacuda con la partecipazione degli esponenti di tutti i partiti italiani e delle più alte cariche dello Stato. Per alcuni anni nella piccola frazione di Prizzi, l’intero Paese si interrogò, sotto una tenda simbolo della transizione e del passaggio, su come uscire dalla prima repubblica, evitando l’emergere e il consolidarsi di pericolose derive peronistiche di cui, purtroppo per molti anni, fu inevitabile fare esperienza.
La Rete fu comunque quel lievito che, durante la notte del berlusconismo, fece fermentare l’esigenza di un complessivo ripensamento delle aggregazioni che trovarono poi le prime applicazioni nel fragile Ulivo di Prodi e nella nascita del Partito Democratico. Un soggetto ricco di potenzialità ma che dalla propria fondazione nel 2008 ha impiegato (o sprecato) sei anni prima di archiviare la formula della somma dei partiti che lo avevano costituito e andare verso la forma del partito aperto a vocazione maggioritaria in grado di aggregare i riformisti quale che fosse la provenienza partitica, nel superiore interesse del Paese di darsi quei cambiamenti politici e costituzionali che ne stanno iniziando a mutare il volto e ad accrescere la credibilità internazionale.
La storia non si scrive con i se, tuttavia c’è da chiedersi se l’attuale processo riformatore non sia in qualche misura debitore di un’esperienza politica che, ove si fosse evoluta e strutturata nel tempo,avrebbe potuto costituire l’embrione di un moderno Partito Democratico e risparmiare all’Italia quegli anni di ritardo che ancora oggi segnano il differenziale di sviluppo e di modernizzazione con i paesi più evoluti dell’Unione.
O forse, come in tutte le rivoluzioni, anche quella “gentile” tentata dalla Rete in anni ormai lontani, fu proprio l’eccesso di massimalismo e l’esasperata personalizzazione dei propri vertici ad interrompere un percorso formativo che ancora oggi in quanti ne beneficiarono rimane come radice profonda che, dopo venticinque anni, potrebbe finalmente dare i frutti troppo a lungo attesi.
In tale prospettiva e se, come chi scrive ritiene, larga parte dell’eredità della Rete è oggi nel Partito Democratico, è legittimo auspicare che nei mesi che verranno possano finalmente essere superate soprattutto in Sicilia anacronistiche contrapposizioni ed antiche faide che rischiano, oggi come allora, di disperdere quel patrimonio comune che rappresenta l’unico argine possibile all’antipolitica incombente ed all’estremo tentativo della destra berlusconiana di porsi, avendo gioco facile, come alternativa al peggior governo che la Sicilia abbia mai avuto.

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