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Saturday, June 13, 2015

2014 2 DICEMBRE Chi era Michele Sindona - Il Pos Chi era Michele Sindona La storia dell'avvocato siciliano legato alla mafia italiana che fu il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli e che morì in carcere due giorni dopo la condannaL’art. 35 dello “Sblocca Italia” non può essere dimenticato

2014 2 DICEMBRE Chi era Michele Sindona - Il Pos Chi era Michele Sindona La storia dell'avvocato siciliano legato alla mafia italiana che fu il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli e che morì in carcere due giorni dopo la condanna
2014 2 DICEMBRE Chi era Michele Sindona - Il Pos Chi era Michele Sindona La storia dell'avvocato siciliano legato alla mafia italiana che fu il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli e che morì in carcere due giorni dopo la condanna

Michele Sindona era un banchiere e criminale siciliano processato e condannato nel 1979 per essere stato, tra le altre cose, il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, un avvocato milanese che aveva indagato sulla Banca Privata Italiana scoprendo che Sindona aveva commesso irregolarità e falsi in bilancio. Michele Sindona aveva legami con la mafia siciliana e americana.
Lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo scrisse sul Corriere della Sera un ritratto di Michele Sindona che lo presentava così:
«Era un ragazzo appartato e taciturno; non timido, presumibilmente, ma di quelli che in Sicilia, si chiamano mastica ferro, che disdegnano cioè, amicizie e compagnonerie, che denunciano, nel pallore del volto, ambizione e determinazione».
Dopo aver cominciato a lavorare come aiuto contabile, Sindona si laureò in Giurisprudenza e aprì a Milano uno studio di consulenza legale e fiscale, ottenendo in breve tempo un gran numero di clienti importanti e influenti. Si specializzò poi in pianificazione fiscale e divenne esperto del funzionamento dei cosiddetti “paradisi fiscali” e dell’esportazione di capitali, e riuscì con delle operazioni bancarie azzardate a raccogliere molti soldi, in Italia e negli Stati Uniti. Nel 1961 Sindona comprò la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria. Nel 1967 cominciarono i problemi: l’Interpol statunitense cominciò a indagare su di lui a causa dei suoi legami con la mafia americana, segnalandolo al governo italiano che però non trovò alcuna irregolarità nelle sue attività.
Nel 1971 Sindona fece delle operazioni finanziarie andate male e subì il fallimento dell’OPA – Offerta Pubblica di Acquisto, è un’offerta finalizzata all’acquisto in denaro di prodotti finanziari – sulla finanziaria Bastogi, promossa dal suo gruppo. L’anno dopo riuscì a prendere il controllo di una delle maggiori 20 banche americane dell’epoca, la Franklin National Bank di Long Island, e fu definito da Giulio Andreotti – accostato spesso nel corso della sua carriera politica a Sindona – “il salvatore della lira”. Pochi mesi dopo però, nell’aprile 1974, portò la Franklin al fallimento con una perdita del 98% dei profitti della banca: fu chiamato il “crack Sindona” poiché il banchiere perse molti dei suoi investimenti e fu dichiarato insolvente.
Nel 1974 Guido Carli, l’allora governatore della Banca d’Italia, scelse l’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana – un’altra banca che era stata portata quasi al fallimento da Michele Sindona – per cercare di non provocare il panico nei correntisti. Ambrosoli aveva il compito di esaminare la malmessa situazione economica della banca: durante le sue indagini si rese conto che c’erano gravi irregolarità nei conti e che i libri contabili erano stati falsati. In quegli anni Sindona aveva infatti inserito nelle sue società finanziarie gli investimenti del mafioso americano John Gambino: attraverso Sindona e Gambino, i boss Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola investivano il loro denaro illecito in società finanziarie, per ripulirlo.
Durante le sue indagini inoltre Ambrosoli cominciò a ricevere pressioni e tentativi di corruzione perché impostasse il suo rapporto in modo da evitare l’arresto e l’incriminazione di Sindona. Ambrosoli non cedette alle pressioni, che diventarono in fretta minacce di morte. Alla fine delle sue ricerche Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e l’attribuzione delle responsabilità a Michele Sindona (se invece Sindona fosse stato considerato in buona fede, le perdite dei correntisti sarebbero state coperte dallo Stato). Il 12 luglio del 1979 Ambrosoli avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale per confermare la sua analisi sulla situazione della banca. Fu ucciso la sera prima dal mafioso italoamericano William Aricò con quattro colpi di pistola sotto casa sua. Si scoprì poi che il mandante era proprio Michele Sindona, anche se il banchiere siciliano negò sempre la sua responsabilità. 



Indagato anche dalle autorità statunitensi, Sindona inscenò un sequestro arrivando a farsi sparare a una gamba per rendere la storia più veritiera. Nel 1980 però venne arrestato e condannato negli Stati Uniti per frode, spergiuro e appropriazione indebita. Il governo italiano chiese di estradare Sindona per poterlo processare per l’omicidio Ambrosoli: il 18 marzo 1986 venne condannato all’ergastolo. Morì due giorni dopo, nel carcere di Voghera, per avvelenamento da cianuro di potassio: la sua morte viene considerata un suicidio perché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente forte, e per questo si pensò che difficilmente avrebbe potuto ingerirlo senza saperlo. Si pensò che Sindona avesse tentato di auto-avvelenarsi per essere nuovamente estradato negli Stati Uniti (con cui l’Italia aveva un accordo di custodia legato alla sua incolumità) ma avesse sbagliato le dosi.
Sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli e sul ruolo che Michele Sindona ha avuto nella vicenda, Corrado Stajano, giornalista e scrittore italiano, ha scritto un bel libro intitolato “Un eroe borghese”. Dal libro è poi stato tratto nel 1995 un film omonimo diretto da Michele Placido. L’1 e il 2 dicembre del 2014 va in onda su Rai 1 una miniserie in due puntate sulla storia di Giorgio Ambrosoli: è intitolata “Qualunque cosa succeda”, il regista è Alberto Negrin, Ambrosoli è interpretato da Pierfrancesco Favino.

2014 2 DICEMBRE Chi era Michele Sindona - Il Pos Chi era Michele Sindona La storia dell'avvocato siciliano legato alla mafia italiana che fu il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli e che morì in carcere due giorni dopo la condanna AMBROSOLI GIORGIO, ANDREOTTI, ANTOVENETA, BERLUSCONI SILVIO, BPI, Calvi, DELL'UTRI MARCELLO, FRANKLIN NATIONAL BANK, GELLI SILVIO, IOR, MASSONERIA, MATTARELLA PIERSANTI, SINDONA MICHELE, vaticano, VENCHI UNICA,
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Sul sito della “Organizzazione Lucana Ambientalista” il 26 maggio 2015 è stato pubblicato il seguente articolo scritto con questo titolo da Donato Cancellara (della Associazione Intercomunale Lucania e del Coordinamento Salviamo il Paesaggio del Vulture Alto Bradano) e da Nicola Abbiuso ( del Comitato “Diritto alla Salute” di Lavello): VAS ne condivide totalmente i contenuti.
 Immagine.Logo OLA
Intervengono sulla questione “incenerimento rifiuti” il Comitato Diritto alla Salute e l’Associazione Intercomunale Lucania: l’incenerimento della “monnezza” non è meno dannoso della filiera petrolifera L’art. 35 introduce facilitazioni all’insediamento di inceneritori nel nostro Paese così come l’art. 38 facilita le procedure amministrative per il rilascio delle concessioni legate alle attività petrolifere. 
Così come l’art. 38 ha avuto bisogno di un decreto attuativo (D.M. 25 marzo 2015) anche l’art. 35 ha urgentemente bisogno di un decreto che lo renda operativo. 
Un decreto sul quale sono scarse le attenzioni da parte di Associazioni e Comitati che dovrebbero chiedere all’unisono il corretto recepimento della Direttiva 2008/98/CE del Parlamento e del Consiglio europeo, del 19 novembre 2008, che prevede l’ottimizzazione della raccolta differenziata, la riduzione e il riuso del rifiuto e la gestione del rifiuto residuo tramite impiantistica finalizzata al massimo recupero di materia. 
Associazioni e Comitati che, in merito all’art. 35, sembrano quasi stanchi di tallonare l’operato di un Governo sempre più lontano dall’Ambiente e vicino al profitto delle multinazionali.
Questo assopimento può essere giustificabile per le piccole realtà associative locali, ma meno comprensibile per quasi tutte le grandi Associazioni. 
Gli interessi legati agli inceneritori sono elevati al punto che si continua a parlare di “termovalorizzatori”, una parola coniata ad hoc nel solo Paese Italia ed introdotta per evocare la falsa e suggestiva idea che si possa ricavare valore economico dall’incenerimento dei rifiuti. 
Un valore aggiunto che in realtà non esiste poiché il bilancio energetico sarebbe fallimentare se non ci fossero le tasse dei cittadini continuamente versate in bolletta per sostenere questa forma irrazionale di trattamento dei rifiuti. 
In assenza di questa tassa, sarebbe di gran lunga inferiore il numero di impianti d’incenerimento presenti sul nostro territorio così costosi nella loro realizzazione e gestione in sicurezza. 
La convenienza è stata introdotta, grazie al CIP6, nel lontano anno 1992 con la delibera n. 6 del Comitato Interministeriale Prezzi (CIP) determinando una maggiorazione del 6% del prezzo dell’elettricità pagato dai consumatori finali. 
Successivamente, con il d.lgs. n. 387/2003 sono stati estesi i benefici delle rinnovabili, tramite l’incentivazione statale, anche alla produzione di energia tramite combustione dei rifiuti con una nuova suggestiva parola “assimilate”.
Gli oltre 40 miliardi di fondi del CIP6, stanziati in questi anni, sono serviti per oltre il 70% a finanziare le “assimilate” e solo in minima parte a promuovere le “energie rinnovabili” (solare, eolico, geotermico, idroelettrico). 
Il gioco risiede principalmente nelle disposizioni contenute in due articoli del d.lgs. n. 387/2003: l’art. 2 lettera a) secondo cui per biomasse si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura e dalla silvicoltura nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani; e l’art. 17 intitolato “Inclusione dei rifiuti tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti rinnovabili”. 
La strategia del CIP6 venne trattata già nel settembre scorso (http://www.olambientalista.it/?p=34231) evidenziando che l’incenerimento dei rifiuti ha assorbito una parte degli incentivi distribuiti alle rinnovabili sotto forma di certificati verdi che complessivamente pesano sulle bollette attraverso la componente A3 per centinaia di milioni di euro ogni anno. 
La situazione si aggrava con le ulteriori “regalie normative” offerte dalla legge n. 164/2014, denominata “Sblocca Italia”, che con l’art. 35 abbatte le barriere sui limiti di incenerimento dei rifiuti e sulla loro circolazione in nome dell’autosufficienza del Paese. 
È proprio l’art. 35 a parlare di inceneritori come di “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” che “costituiscono un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica”.
Un articolo di legge che introduce una vergognosa deregolamentazione nella gestione rifiuti eliminando le barriere per quanto riguarda la gestione e lo smaltimento dei rifiuti stessi: elimina i limiti riferibili alla quantità di rifiuti da bruciare all’interno di un impianto e cancella anche i limiti territoriali in cui i rifiuti potranno circolare per essere abbattuti.
Già da tempo alcuni attenti osservatori segnalarono che in diverse città e non solo in nome dell’emergenza, ma anche per un principio di autosufficienza del sistema Paese dettato dall’art. 35 dello Sblocca Italia, potranno essere bruciati i rifiuti prodotti da altre città. 
Inoltre, in alcuni Paesi dove è considerevole l’impegno nella raccolta differenziata si potrà assistere all’utilizzo di inceneritori nei quali indirizzare rifiuti di zone dove invece la stessa differenziata è praticata a livelli bassissimi, ciò che già avviene per i rifiuti speciali. 
Ad oggi, manca il decreto attuativo dell’art. 35 che in merito agli impianti di incenerimento dei rifiuti, considerati oramai strategici per il nostro Paese, dovrebbe prevedere la mappatura di quelli esistenti e di quelli già autorizzati nonché l’indicazione degli eventuali nuovi impianti per coprire il fabbisogno nazionale residuo. 
Ovviamente, è evidente il forte ritardo nell’emanazione del decreto attuativo, ma è altrettanto evidente che l’individuazione e la collocazione di nuovi impianti avrebbe potuto giocare brutti scherzi viste le elezioni regionali oramai alle porte.
Le società legate agli inceneritori o in possesso delle autorizzazione per realizzarli, sono sempre più allettate dalla presentazione di una richiesta che permetta il riconoscimento del passaggio da impianto di incenerimento per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (D10) ad impianto a recupero di energia (R1). 
Infatti, l’articolo 35 dello “Sblocca Italia” permette agli impianti R1 la saturazione del carico termico consentendo loro di accogliere anche rifiuti solidi urbani (RSU) provenienti da altre Regioni oltre che rifiuti speciali pericolosi, cosa che prima dello “Sblocca Italia” non era consentito. 
Occorre ricordare che la trasformazione in “impianti a recupero di energia” (R1) occorre che avvenga nel rispetto di requisiti previsti dalla direttiva europea del 2008 che ha stabilito i parametri per il calcolo dei livelli di efficienza di recupero del contenuto energetico dei rifiuti urbani. 
L’Italia, purtroppo, nel recepire la direttiva ha modificato i parametri di calcolo, a proprio vantaggio, in palese violazione del diritto comunitario causando l’intervento della Commissione europea che ha intimato all’Italia di riallineare i parametri con quelli della direttiva comunitaria onde evitare l’ennesima apertura di una procedura d’infrazione sulla questione rifiuti. 
Sembra del tutto assurdo considerare gli inceneritori opere strategiche per il nostro Paese così come sembra ingiustificato continuare a sprecare risorse pubbliche prelevate dalla tasche degli italiani per incentivare le “assimilate” piuttosto che investire, secondo quanto indicato dalla direttiva europea del 2008, nell’ottimizzazione della raccolta differenziata, nella riduzione e nel riuso del rifiuto e nella gestione del rifiuto residuo tramite impiantistica finalizzata al massimo recupero di materia. 
Quale sarebbe la strategicità e l’urgenza di far nascere nuovi inceneritori ed eventualmente nuovi impianti per la produzione di CSS (ex CDR) se sulla questione rifiuti l’Ue intende portare il riciclaggio al 70% entro il 2030 ed impone, a partire dal 2025, il divieto di trattamento termico per tutti i rifiuti che risultino riciclabili? 
Sarebbe arrivato il momento di stoppare i favoritismi e gli opportunismi politici a favore degli interessi societari, pensando seriamente ad una corretta gestione del territorio e, tra le tante brutture che ha comportato il far parte dell’Ue, si abbia quantomeno la serietà di attenersi a quanto l’Europa ci indica con specifiche direttive. 
Proprio quelle direttive da recepire obbligatoriamente piuttosto che pensare di blaterare a gran voce l’appartenenza all’Ue, ma poi raggirarle facendo subire al nostro Paese Italia continue infrazioni ai danni dei comuni Cittadini.
Tanto si parla di raccolta differenziata, ma si assiste ad una vergognosa contraddizione dal momento che il Governo sta aprendo la strada agli inceneritori grazie all’art. 35 dello “Sblocca Italia” lavorando alla sua attuazione tramite apposito decreto ministeriale.
La differenziata toglie carburante all’incenerimento. 
La differenziata, se concepita con onestà e senza inganno, è la vera arma per lo spegnimento degli inceneritori, ma purtroppo bisogna difendersi anche dai politici e dai disonesti burocrati a cui piace spacciarsi per ambientalisti ed ecologisti pur favorendo ed incentivando, in modo subdolo, il “business dell’incenerimento”.
Art. 35
Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio. Misure urgenti per la gestione e per la tracciabilita' dei rifiuti nonche' per il recupero dei beni in polietilene

1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con proprio decreto, individua a livello nazionale la capacita' complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati a livello nazionale, con l'indicazione espressa della capacita' di ciascun impianto, e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalita' di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale. Gli impianti cosi' individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell'autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.
2. Ai medesimi fini di cui al comma 1, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, effettua la ricognizione dell'offerta esistente e individua, con proprio decreto, il fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni; sino alla definitiva realizzazione degli impianti necessari per l'integrale copertura del fabbisogno residuo cosi' determinato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono autorizzare, ove tecnicamente possibile, un incremento fino al 10 per cento della capacita' degli impianti di trattamento dei rifiuti organici per favorire il recupero di tali rifiuti raccolti nel proprio territorio e la produzione di compost di qualita'.
3. Tutti gli impianti di recupero energetico da rifiuti sia esistenti sia da realizzare sono autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall'articolo 237-sexies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, qualora sia stata valutata positivamente la compatibilita' ambientale dell'impianto in tale assetto operativo, incluso il rispetto delle disposizioni sullo stato della qualita' dell'aria di cui al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le autorita' competenti provvedono ad adeguare le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti esistenti, qualora la valutazione di impatto ambientale sia stata autorizzata a saturazione del carico termico, tenendo in considerazione lo stato della qualita' dell'aria come previsto dal citato decreto legislativo n. 155 del 2010.
4. Gli impianti di nuova realizzazione devono essere realizzati conformemente alla classificazione di impianti di recupero energetico di cui alla nota 4 del punto R1 dell'allegato C alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.
5. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, per gli impianti esistenti, le autorita' competenti provvedono a verificare la sussistenza dei requisiti per la loro qualifica di impianti di recupero energetico R1 e, quando ne ricorrono le condizioni e nel medesimo termine, adeguano in tal senso le autorizzazioni integrate ambientali.
6. Ai sensi del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, non sussistendo vincoli di bacino al trattamento dei rifiuti urbani in impianti di recupero energetico, nei suddetti impianti deve comunque essere assicurata priorita' di accesso ai rifiuti urbani prodotti nel territorio regionale fino al soddisfacimento del relativo fabbisogno e, solo per la disponibilita' residua autorizzata, al trattamento di rifiuti urbani prodotti in altre regioni. Sono altresi' ammessi, in via complementare, rifiuti speciali pericolosi a solo rischio infettivo nel pieno rispetto del principio di prossimita' sancito dall'articolo 182-bis, comma 1, lettera b), del citato decreto legislativo n. 152 del 2006 e delle norme generali che disciplinano la materia, a condizione che l'impianto sia dotato di sistema di caricamento dedicato a bocca di forno che escluda anche ogni contatto tra il personale addetto e il rifiuto; a tale fine le autorizzazioni integrate ambientali sono adeguate ai sensi del presente comma.
7. Nel caso in cui in impianti di recupero energetico di rifiuti urbani localizzati in una regione siano smaltiti rifiuti urbani prodotti in altre regioni, i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla regione un contributo, determinato dalla medesima, nella misura massima di 20 euro per ogni tonnellata di rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale. Il contributo, incassato e versato a cura del gestore in un apposito fondo regionale, e' destinato alla prevenzione della produzione dei rifiuti, all'incentivazione della raccolta differenziata, a interventi di bonifica ambientale e al contenimento delle tariffe di gestione dei rifiuti urbani. Il contributo e' corrisposto annualmente dai gestori degli impianti localizzati nel territorio della regione che riceve i rifiuti a valere sulla quota incrementale dei ricavi derivanti dallo smaltimento dei rifiuti di provenienza extraregionale e i relativi oneri comunque non possono essere traslati sulle tariffe poste a carico dei cittadini.
8. I termini per le procedure di espropriazione per pubblica utilita' degli impianti di cui al comma 1 sono ridotti della meta'.
Nel caso tali procedimenti siano in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti di un quarto i termini residui. I termini previsti dalla legislazione vigente per le procedure di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1 si considerano perentori.

9. In caso di mancato rispetto dei termini di cui ai commi 3, 5 e 8 si applica il potere sostitutivo previsto dall'articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.
10. Al comma 9-bis dell'articolo 11 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, dopo le parole: «il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare» sono inserite le seguenti: «, anche avvalendosi della societa' Consip Spa, per lo svolgimento delle relative procedure, previa stipula di convenzione per la disciplina dei relativi rapporti,».
11. All'articolo 182 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, dopo il comma 3 e' inserito il seguente:
«3-bis. Il divieto di cui al comma 3 non si applica ai rifiuti urbani che il Presidente della regione ritiene necessario avviare a smaltimento, nel rispetto della normativa europea, fuori del territorio della regione dove sono prodotti per fronteggiare situazioni di emergenza causate da calamita' naturali per le quali e' dichiarato lo stato di emergenza di protezione civile ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225».
12. All'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 2 e' abrogato;
b) al comma 3 e' aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso, del consiglio di amministrazione del consorzio deve fare parte un rappresentante indicato da ciascuna associazione maggiormente rappresentativa a livello nazionale delle categorie produttive interessate, nominato con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentito il Ministro dello sviluppo economico»;
c) al comma 13 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Il contributo percentuale di riciclaggio e' stabilito comunque in misura variabile, in relazione alla percentuale di polietilene contenuta nel bene e alla durata temporale del bene stesso. Con il medesimo decreto di cui al presente comma e' stabilita anche l'entita' dei contributi di cui al comma 10, lettera b)».
13. Fino all'emanazione del decreto di cui al comma 13 dell'articolo 234 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal presente articolo, i contributi previsti dal medesimo articolo 234, commi 10 e 13, sono dovuti nella misura del 30 per cento dei relativi importi.

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