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Sunday, July 20, 2014

La lupara bianca di Di Bona Ergastolo per Lo Piccolo e Liga Venerdì 18 Luglio 2014 - 17:16 di Riccardo Lo Verso

La lupara bianca di Di Bona  Ergastolo per Lo Piccolo e Liga 

Venerdì 18 Luglio 2014 - 17:16 di Riccardo Lo Verso


Ci sono due colpevoli per l'omicidio di Calogero Di Bona. Il maresciallo della polizia penitenziaria dell'Ucciardone, uscì di casa una sera di fine agosto del 1979, e non vi fece più ritorno.

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PALERMO – Ergastolo per Salvatore Lo Piccolo. Ergastolo per Salvatore Liga. Ci sono due colpevoli per l'omicidio di Calogero Di Bona. La sentenza della Corte d'assise di Palermo strappa, definitivamente, all'oblio una vicenda rimasta per troppo tempo dimenticata.

Di Bona, maresciallo della polizia penitenziaria dell'Ucciardone, uscì di casa una sera di fine agosto del 1979.E non vi fece più ritorno. Solo l'ostinazione dei figli della vittima ha consentito di riaprire il caso. In particolare di Giuseppe Di Bona che aveva appena 6 anni quando smise di potere guardare il padre negli pochi.

Giuseppe ha cercato il papà ogni mattina al risveglio. Nel frattempo è diventato adulto. Poi un giorno, cliccando su un motore di ricerca, trovò un vecchio verbale del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Lo consegnò agli avvocati Fabio Lanfranca, Oriana ed Emanuele Limuti che chiesero la riapertura delle indagini. Oggi l'avvocato Lanfranca, appena letto il verdetto, è ai familiari del maresciallo che rivolge il suo unico pensiero: “E' merito loro, non c'è altro da aggiungere”,

Mutolo, killer al soldo di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l'autista. Il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei secondini del carcere palermitano. Nel carcere romano di Rebibbia si stava celebrando un'udienza del processo a Bruno Contrada, l'ex capo dei servizi segreti, e Gaspare Mutolo disse al pubblico ministero Antonio Ingroia: "Io so, nell'81, in un discorso che io c'ho con Riccobono per altri discorsi, di un omicidio di un certo Di Bona, il maresciallo degli agenti di custodia, che Salvatore Lo Piccolo se lo va a prendere”.

L'anno scorso sono stati sentiti altri collaboratori di giustizia. Ai magistrati è toccato ascoltare l'agghiacciante ricostruzione di un delitto. “Lo Piccolo Salvatore, uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale, sapendo che Di Bona frequentava un bar ristorante sito nella piazza di Sferracavallo lo avvicinò e lo condusse con un pretesto presso il fondo di Tatuneddu, così era soprannominato Salvatore Liga. Erano presenti, oltre a Liga, Salvatore MIcalizzi e Lo Piccolo, anche Bartolomeo Spatola (anche lui sarebbe stato ammazzato), il fratello Antonino e Rosario Riccobono”. Tutta gente morta tranne Lo Piccolo e Liga.

Gaspare Mutolo aggiunse i particolari di quella riunione di morte in un casa di fondo De Castro, allo Zen: “Riccobono chiede a Di Bona notizie sulla situazione carceraria ed in particolare sugli autori delle lettere anonime con le quali si insultavano i mafiosi". Il riferimento era alle missive, probabilmente scritte da un secondino, con le quali la Procura veniva avvertita che in carcere i mafoosi facevano la bella vita,. Poi, “gli si pose una corda al collo”. Gaetano Grado ha concluso il racconto dell'orrore : “Quando l’indomani a noi andiamo allo Zen mi hanno raccontato solo che era tutto apposto e che il lavoro fatto da Tatuneddu Liga... quando c’era di bisogno di strangolare qualche persona... diciamo che quasi quasi si facevano sempre da Tatuneddu Liga, perché poi lui gli scioglieva nell'acido .. omissis... mi hanno detto che l’hanno messo dentro il forno di Tatuneddu Liga, il forno, un forno dov’è che si .. lui faceva il pane…”.

Furono gli agenti della Dia a scovare due anni fa il forno della morte in un terreno abbandonato nella zona di città Giardini. Un riscontro decisivo per i pubblici ministeri Lia Sava e Francesco del Bene, coordinati dall'aggiunto Vittorio Teresi.

http://livesicilia.it/2014/07/18/lomicidio-calogero-di-bona-ergastolo-lo-piccolo-liga-palermo_518016/


Maresciallo Calogero Di Bona: dopo trentatre anni la verità sul suo omicidio di mafia 
Polizia Penitenziaria - Maresciallo Calogero Di Bona: dopo trentatre anni la verità sul suo omicidio di mafiaLa Direzione investigativa antimafia di Palermo ha scoperto, dopo oltre trent'anni, i colpevoli dell'omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vice comandante, nel 1979, degli Agenti di Custodia del carcere Ucciardone di Palermo. L'attività investigativa, coordinata dalla Dda di Palermo, ha permesso di raccogliere elementi probatori nei confronti del capomafia Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, ergastolano, e del boss Salvatore Liga, 81 anni, anch'egli all'ergastolo e attualmente agli arresti ospedalieri.
(aggiornamento 27 marzo 2013 - 



Attirato in un tranello, strangolato e bruciato dentro un forno. La morte di Calogero Di Bona è agghiacciante. C'è tutta la crudeltà di cui sono capaci gli uomini di Cosa nostra. 
La recente inchiesta della Dia svela l'ennesimo orrore di Cosa nostra. L'esistenza di un forno che chissa' quanti corpi ha bruciato. Si trova in un terreno nella zona residenziale di Citta' Giardini.



Di Bona, già riconosciuto fra le vittime del dovere, scomparve una sera di fine agosto del 1979. Aveva 35 anni e tre figli che non avrebbe visto crescere. Tre decenni dopo un avviso di conclusione delle indagini è stato notificato al capomafia di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, e all'ottantenne Salvatore Liga, anziano boss di Partanna Mondello, anche lui detenuto. Sarebbero loro gli autori del macabro delitto. Un risultato a cui si è giunti grazie all'ostinazione dei familiari della vittima, che mai hanno smesso di cercare la verità, al lavoro degli agenti della direzione investigativa antimafia di Palermo e della Procura che ha istituito uno speciale pool sui delitti irrisolti. Ne fanno parte i pubblici ministeri Lia Sava e Francesco del Bene, coordinati dall'aggiunto Vittorio Teresi subentrato a Ignazio De Francisci, oggi avvocato generale.
Sono stati i figli di Di Bona a chiedere la riapertura dell'inchiesta sulla morte del padre. Lo hanno fatto scovando su Internet, per caso, le dichiarazioni del pentito Gaspare Mutolo. Dalle pagine del mensile S i familiari lanciarono un invito a cercare fra atti giudiziari ormai polverosi, mentre gli avvocati Oriana ed Emanuele Limuti presentavano un'istanza in Procura. Gli accertamenti sono stati affidati agli agenti della Dia diretti dal capo centro di Palermo, Giuseppe D'Agata.
Mutolo, killer al soldo di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l'autista. Il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei "secondini" dell'Ucciardone, come li chiamavano un tempo.
Cosa avvenne in quei giorni. Di Bona finisce il turno di lavoro. Ad aspettarlo a casa ci sono la moglie, Rosa Cracchiolo, e i suoi tre figli. Pranzano assieme. Poi, il padre, come sua abitudine, si ritira in camera per riposare. Nel pomeriggio accompagna la famiglia da alcuni parenti. “Passo a prendervi per cena”, dice alla moglie. E così quando la donna non lo vede rientrare si preoccupa. L'ansia diventa angoscia. Lo cercano a Sferracavallo, nei posti che era abituato frequentare. Niente. Di lui non c'è traccia. Alle sei del mattino successivo una pattuglia di militari trova la sua auto, una Fiat 500, parcheggiata in via dei Nebrodi, all'incrocio con via Alcide De Gasperi. Gli sportelli sono aperti. La Procura apre un'inchiesta contro ignoti. Due anni di indagini che a nulla approdano. E così, l'allora giudice istruttore Rocco Chinnici, il 5 marzo del 1981, è costretto a chiudere il caso, pur scrivendo che "la morte deve essere ricercata nei fatti strettamente collegati alla sua attività all'interno della casa circondariale. La riprova di ciò si ritrova nelle modalità di esecuzione del crimine, modalità tipicamente mafiose”.
Quali erano i fatti avvenuti all'Ucciardone? Qualche giorno dopo la scomparsa di Di Bona in Procura giunge un esposto firmato da un gruppo di agenti di Polizia Penitenziaria che descrivono un carcere dove i mafiosi fanno i loro comodi. Protetti dalla compiacenza di alcuni agenti. Sono anni in cui basta solo nominare un padrino per far tremare le celle. “Carcere di mafia” scrivono gli agenti che fanno un nome e cognome: Michele Micalizzi. Micalizzi, 30 anni, di Pallavicino, non è l'ultimo arrivato. Intanto è genero di Riccobono e sta pure scontando 24 anni per l'omicidio dell'agente Cappiello, ucciso il 2 luglio del 1975. Micalizzi, scrivono gli agenti, sarebbe l'autore del pestaggio di un collega, tale Angiullo, avvenuto all'interno del carcere. Un fatto gravissimo per il quale non è stato stilato neppure un rapporto. Perché? Forse perché Micalizzi attende che si concluda il processo d'appello per omicidio che lo vede imputato e i termini di custodia cautelare stanno per scadere. L'episodio del pestaggio avrebbe potuto “trattenerlo” in carcere. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore Giuseppe Prinzivalli ascolta tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda. Di Bona compreso. Le indagini, però, si chiudono con un nulla di fatto.
Nel giugno del 1994, nel carcere romano di Rebibbia, si celebra un'udienza del processo a Bruno Contrada, l'ex capo dei servizi segreti successivamente condannato. Il pubblico ministero Antonio Ingroia sta interrogando Gaspare Mutolo che a un certo punto dice: "Io so, nell'81, in un discorso che io c'ho con Riccobono per altri discorsi, di un omicidio di un certo Di Bona, il maresciallo degli Agenti di Custodia, che Salvatore Lo Piccolo se lo va a prendere”. L'appuntamento, racconta Mutolo, è all'interno di un notissimo ristorante a Sferracavallo.: .
I primi ad accorgersi del verbale di Mutolo sono stati i familiari di Di Bona. Il figlio Giuseppe ha scovato il verbale di Mutolo su internet. Assieme al fratello Ivan affidarono il loro sfogo alle colonne di S: “Se c'è una strada investigativa deve essere percorsa. Il vuoto investigativo, le tenebre come le chiamo io, sono mortificanti. Speriamo che si possa fare chiarezza. Trovare un colpevole per la morte di nostro padre sarebbe per noi un grande aiuto psicologico”. I fratelli Di Bona raccontarono anni difficili segnati dalla diffidenza di “parenti che ci tenevano lontano, ci facevano una colpa della scomparsa di papà. Per anni siamo stati i figghi di Lino, quello che spiriu”. Ed ancora "di colleghi che si sono via via allontanati, solo in pochi, si contano sulle dita di una mano, ci sono rimasti vicini". Sono quelli che gli hanno raccontato la storia di “un gentiluomo che indossava la divisa e pretendeva che i colleghi la rispettassero".
L'anno scorso sono stati sentiti diversi collaboratori di giustizia. Ai magistrati è toccato ascoltare l'agghiacciante ricostruzione di un delitto. “Lo Piccolo Salvatore, uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale, sapendo che Di Bona frequentava un bar ristorante sito nella piazza di Sferracavallo lo avvicinò e lo condusse con un pretesto presso il fondo di Tatuneddu, così era soprannominato Salvatore Liga. Erano presenti, oltre a Liga, Salvatore MIcalizzi e Lo Piccolo, anche Bartolomeo Spatola (anche lui sarebbe stato ammazzato), il fratello Antonino e Rosario Riccobono”. Tutta gente morta tranne Lo Piccolo e Liga.
Gaspare Mutolo ha aggiunto, sempre di recente, i particolari di quella riunione di morte in un casa di fondo De Castro, allo Zen: “Riccobono chiede a Di Bona notizie sulla situazione carceraria ed in particolare sugli autori delle lettere anonime con le quali si insultavano i mafiosi". Poi, “gli si pose una corda al collo”. Gaetano Grado ha concluso il racconto dell'orrore : “Quando l’indomani a noi andiamo allo Zen mi hanno raccontato solo che era tutto apposto e che il lavoro fatto da Tatuneddu Liga... quando c’era di bisogno di strangolare qualche persona... diciamo che quasi quasi si facevano sempre da Tatuneddu Liga, perché poi lui gli scioglieva nell'acido .. omissis... mi hanno detto che l’hanno messo dentro il forno di Tatuneddu Liga, il forno, un forno dov’è che si .. lui faceva il pane…”.
livesicilia.it

Le parole della moglie (2006)
«Tutto accadde dopo una intensa giornata di lavoro all’Ucciardone, – ricorda la moglie –. Dopo averci accompagnato a casa della nonna uscì per prendere un caffè dicendo che sarebbe ritornato da lì a poco. Il mancato rientro di mio marito dopo un’ora, non mi preoccupò perché pensai che si fosse dovuto recare all’Ucciardone per qualche improvviso problema. Ma col passare del tempo capii che qualcosa doveva essere successo. Dopo aver chiamato alcuni colleghi al carcere e avendo saputo che lì non era andato, avvisai subito i carabinieri della zona. Le ricerche furono avviate subito e dopo un paio di giorni fu ritrovata l’auto, ma di mio marito nessuna traccia. Dell’istruttoria – continua a ricordare la signora Cracchiolo – se ne occupò il Giudice Rocco Chinnici, anch’egli valoroso servitore dello Stato, il quale appurò che le cause della scomparsa di mio marito dovevano essere ricercate nell’ambito del suo lavoro. Ma con la morte del Giudice Chinnici moriva anche la speranza mia e dei miei figli di conoscere il motivo per il quale mio marito perse la vita. Da allora – conclude Rosa Cracchiolo – sono trascorsi 27 anni e per la mia famiglia questi anni sono trascorsi con un dolore vivo al cuore per la perdita di un marito gentiluomo, di un padre meraviglioso per i nostri figli e per un uomo che ha creduto sempre nella Giustizia e per la quale ha indossato una divisa fino a perdere la vita. La mia famiglia ringrazia lo Stato, che con le misure a favore delle vittime del dovere ci è stato vicino, e i colleghi che ancora oggi lo ricordano con affetto».

Anche Di Bona, come numerose altre vittime, dopo essere stato strangolato è stato bruciato. Il mandante dell'efferato delitto fu il sanguinario capo mandamento di Tommaso Natale, Rosario Riccobono, scomparso per lupara bianca, che, oltre ai nuovi indagati, coinvolse altri mafiosi, oggi deceduti, nella progettazione ed esecuzione del delitto.
Rosario Riccobono, allora capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale, ordinò il sequestro e l'omicidio del maresciallo Di Bona perchè lo riteneva responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da Michele Micalizzi, uomo d'onore e nel '79 già legato da vincoli sentimentali a Margherita Riccobono, figlia del boss.
Micalizzi fu condannato, il 23 novembre '79 a otto mesi perchè riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario, anche se non si fa menzione alcuna dell'episodio che avrebbe scatenato le ire di Riccobono. Ma le attuali indagini dimostrano che l'omicidio risulta comunque correlato alla vicenda Micalizzi, che risale al 6 agosto '79, quando Di Bona fu dirottato presso la famigerata IV sezione del carcere - che fungeva anche da infermeria - dove si trovavano i mafiosi più pericolosi. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano troppo liberamente, aveva provato a far rientrare alcuni nelle loro celle, provocando una violenta reazione che costrinse Di Bona a recarsi al pronto soccorso. Sarebbe stato naturale denunciare l'accaduto, ma così non fu.
Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una lettera di denuncia, scritta da anonimi agenti penitenziari, venne inviata alla procura, al ministero e a due quotidiani cittadini, che, però, la pubblicarono soltanto dopo l'avvenuta scomparsa del maresciallo Di Bona. Ed ebbe così inizio un escalation di episodi intimidatori, culminati nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, portato al cospetto di Cosa nostra per indicare gli autori di quella missiva che oltraggiava Micalizzi. Per molti anni sulla vicenda calò il silenzio.
www.gds.it

Calogero Di Bona - Maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia - nato a Villarosa (EN) il 29/08/1944 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo.
Riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno ed alla sua memoria sono intitolate la Caserma Agenti del Reparto di Polizia Penitenziaria dell'istituto palermitano "Pagliarelli" e, dal 28.08.2009 l'aula consiliare del Comune di Villarosa (EN) città natale del Caduto.

http://www.poliziapenitenziaria.it/public/post/blog/maresciallo-calogero-di-bona-dopo-trentatre-anni-la-verita-sul-suo-omicidio-di-mafia-1644.asp



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Friday, July 11, 2014

COHEN LEONARD MARIANNE ISOLA DI IDRA ISOLA DELLE FEMMINE EMERGENZA SANITARIA PERICOLI PER LA SALUTE PUBBLICA MUNNEZZA SCARICHI FOGNARI SVERSAMENTI A MARE INQUINANTI INDUSTRIALI……..


HYDRA, MARIANNE E LEONARD COHEN


Questo pezzo è uscito su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)
Per celebrare i prossimi ottant’anni di Leonard Cohen (21 settembre) uscirà a giugno in America un libro che racconta i suoi anni in Grecia, nell’isola di Hydra, e la storia d’amore con Marianne, all’anagrafe Marianne Ihlen, nella canzone So Long, Marianne. Il libro si chiama come la canzone (So Long, Marianne, ECW Press, pagg. 288, 24,95 $) e a firmarlo è la giornalista norvegese Kari Hesthamar. La storia accuratamente raccontata da Hesthamar nasce da una lunga intervista rilasciata, dopo anni di silenzio sull’argomento, da Marianne Ihlen, musa e compagna di Cohen nei suoi anni in Grecia. Ed è da Marianne che il libro comincia, tenendo Leonard Cohen da parte per un centinaio di pagine.
Di Marianne viene raccontata l’infanzia e il grande amore per lo scrittore Axel Jensen, con cui giovanissima molla la Norvegia per andare a vivere in Grecia. La Grecia l’hanno vista in un film del 1957 di Jean Negulesco con Sofia Loren, Il ragazzo sul delfino. Il film è ambientato nell’isola di Hydra. È lì che Axel e Marianne decidono di andare, a tre ore di mare da Atene (oggi un’ora e mezza in aliscafo). Arrivati sull’isola fanno amicizia con i pochi altri espatriati dell’isola (quasi tutti scrittori in cerca di un luogo tranquillo dove scrivere) e con qualche miliardario greco (Onassis tra gli altri). Comincia così per loro una vita in cui stanno talmente comodi da decidere di comprare una casa e stabilirsi lì.
È a quel punto che entra in scena Leonard Cohen. È il 1960, e la causa scatenante del suo andare a vivere a Hydra, prima temporaneamente in affitto a quattordici dollari al mese e poi stabile comprando una casa per 1500 dollari, è la pioggia di Londra. Prima della Grecia dal Canada era andato ad abitare a Londra, e c’è un momento in cui non ne può più di pioggia e cieli grigi. Un giorno, entrando in una filiale londinese della Banca di Grecia, incontra un uomo sorridente. Chiede all’uomo perché sorride, e l’uomo risponde: sono appena tornato dalla Grecia. Senza pensarci due volte Cohen decide che la Grecia è il posto dove andare.
Sbarcato a Hydra con la sua Olivetti verdi comprata a Londra per 40 sterline, Cohen nota Marianne (principalmente per la sua bellezza) prima che Marianne si accorga di lui. E appena Marianne, già sposata con Axel Jensen e mamma di Axel Joachim, viene mollata dal marito per un’altra donna, Leonard si fa avanti. I due diventano amici e amanti. Marianne soffre per la separazione da Axel, e Leonard si prende cura di lei. Si prende cura anche del bambino, diventando per i due l’uomo di casa. Marianne s’innamora di lui. Tra i due non durerà per sempre, ma sarà comunque un grande amore. E nel frattempo Leonard scrive, scrive moltissimo.
Il suo primo libro di poesie, Confrontiamo allora i nostri miti (edito in Italia da Minimum fax), era uscito nel 1956 e adesso sta finendo di scrivere il secondo, che sarà Le spezie della terra, uscirà nel 1961 e gli darà la meritata celebrità. Sempre in Grecia scrive due romanzi, Il gioco preferito e Beautiful Losers (il secondo è ambientato a Hydra e uscirà a luglio in Italia in una nuova traduzione sempre per minimum fax) e la terza raccolta di poesie Flowers for Hitler. In Grecia Leonard Cohen resta sette anni. In quegli anni scrive anche canzoni, quelle del suo primo disco, Songs of Leonard Cohen, che esce nel 1967, e alcune del secondo, Songs from a Room. Tra queste ultime c’è Bird on the Wire, dove il wire del titolo è uno dei primi cavi elettrici ad apparire su un’isola che a inizio anni sessanta non aveva elettricità né telefoni né acqua corrente.
Hydra non è grande, è lunga 6 chilometri e larga al massimo 23, ha 55 chilometri di coste, dal porto del Pireo dista 37 miglia nautiche, è in mezzo ad altre due isole, Poros e Spetses. Oggi c’è l’elettricità, ci sono i telefoni, e c’è l’acqua corrente, ma è sempre un posto bellissimo e sui cavi elettrici continuano a posarsi gli uccelli. Non ci sono automobili né motociclette, ci si muove principalmente su asini e muli, e tutto è rimasto più o meno intatto anche se la vicinanza ad Atene la rende particolarmente turistica e residenziale (come una sorta di Capri in Grecia). In uno dei palazzi più belli dell’isola appartenuto alla famiglia Tompazi c’è anche una Scuola delle Arti, sede distaccata delle Belle Arti di Atene. È stata aperta nel 1936, ci ha insegnato anche Marc Chagall. A un certo punto tra gli anni cinquanta e i sessanta ci hanno vissuto Henry Miller e Jannis Kounellis, e i Kennedy facevano le vacanze lì.
Da qualche anno la Deste Foundation, del magnate e collezionista greco Joannou Dakis, ospita ogni estate sull’isola in un ex mattatoio restaurato un’artista internazionale. Il progetto si chiama appunto Slaughterhouse (mattatoio), ha visto ospiti tra gli altri Matthew Barney e Maurizio Cattelan e l’artista in residenza di quest’anno è il polacco Paweł Althamer che in estate inaugurerà lì una personale. Sull’isola c’è anche una montagna di 592 metri che si chiama Eros, come l’amore.
All’inizio del libro che parla di lei e di Leonard Cohen, Marianne Ihlen dice alla giornalista Kari Hesthamar: “Stanotte ho fatto questo sogno stranissimo. Negli ultimi quarant’anni della mia vita non ho mai smesso di sognare Leonard. Anche se sta con un’altra, e ovunque siano ambientati, sono sempre sogni belli. Mi è apparso anche ieri notte e ha detto, ‘Marianne, non dovresti parlare così tanto’. Ed eccomi qui seduta con te, che ti guardo, e tu mi fai parlare, parlare, parlare!” Poi Hesthamar le dice: “La storia che ho sempre sentito raccontare è che Leonard ti ha rubata ad Axel Jensen”. E Marianne: “Ma Leonard non è un ladro! Non è un ladro. È lontanissimo dall’esserlo”. Dice così. E dicendolo definisce i confini dell’amore.
Il 13 Agosto 1960 Cohen arriva ad Atene e si imbarca per Hydra dove rimane estasiato dal sole, dalla semplicità della vita, poca elettricità, muli per i trasporti, pozzi per l’ acqua e dalla tranquillità che gli permette di creare, ad Hydra completò libri di poesie e racconti.
Grazie ad una eredità della bisnonna, nel settembre 1960 acquistò una casa  e si integrò sia con gli abitanti locali, sia con gli espatriati, nell' isola conobbe anche quella che sarà la sua compagnia per decenni Marianne Ihlen, bellissima norvegese che immortalerà nella canzone So Long Marianne, nel suo secondo album Song for the room che uscirà nel 1967.

Anche una foto della retrocopertina dell’ album che ritrae Cohen e la sua Olivetti ad un tavolo è stata scattata ad Hydra e la fantastica Bird on the wire sembra essere ispirata all’ isola,  sebbene terminata solo nel 1969 nel Sunset Boulevard in America, gli ubriachi nel coro di mezzanotte sono gli ubriachi greci che come in un coro cantavano e si sostenevano l’ un l’ altro prima di cadere a terra nelle feste, l’ uccello sul palo della luce è anch’ esso un ricordo di Hydra dove non esistevano ancora pali della luce o del telefono, furono costruiti a metà anni 60 e gli uccelli iniziarono a posarsi sopra di essi, ben visibili dalla casa di Cohen.
L’ artista canadese tornò in America nel 1967 per tentare la carriera da folksinger visto lo scarso successo commerciale delle sue opere.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La RepubblicaIl venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald(minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia









EMERGENZA SANITARIA A ISOLA DELLE FEMMINE di isolapulita






ISOLA DELLE FEMMINE EMERGENZA SANITARIA PERICOLI PER LA SALUTE PUBBLICA MUNNEZZA SCARICHI FOGNARI SVERSAMENTI A MARE INQUINANTI INDUSTRIALI……..

PARLARE DI RIFIUTI A ISOLA DELLE FEMMINE E' COME AFFRONTARE LA TEORIA DELLA "FUSIONE A FREDDO" FACEVA NOTARE QUALCUNO NEL CORSO DI UNA RIUNIONE.


CIO' CHE E' SEMPLICISSIMO DIVENTA COMPLICATISSIMO E IRRISOLTO STANTE LA REALTA' CHE QUOTIDIANAMENTE I CITTADINI SUBISCONO SULLA PROPRIA PELLE .



UN DATO DI FATTO DA CUI PARTIRE:



GIORNALMENTE PRODUCIAMO RIFIUTI ED IN UNA QUANTITA' SEMPRE MAGGIORE.



TANTI DI QUESTI RIFIUTI POSSONO ESSERE RICICLATI (SI PARLA DI UN RECUPERO DI 9 SACCHETTI SU DIECI.



IL DECIMO SACCHETTO DOVREBBE ESSERE CONFERITO IN DISCARICA



IL RITORNO ECONOMICO DEI 9 SACCHETTI RICICLATI AMMORTIZZANO LE SPESE DEL CONFERIMENTO IN DISCARICA DEL DECIMO SACCHETTO CON TUTTE LE SPESE CORRELATE( OPERAI MEZZI.....) 



PARTENDO DA QUESTI DATI . E' COSI' DIFFICILE GESTIRE CIO' CHE E' UNA RISORSA ECONOMICA E NON UN RIFIUTO? 



E' VERO COSI' FACENDO NON CI SONO DIRIGENTI MAZZETTE CONSULENTI AVVOCATI COMMISSARIO 1 COMMISSARIO 2 COMMISSARIO 3 ESPERTI SINDACI ASSESSORI MECCANICI.................




MA SOPRATTUTTO NON CI SAREBBERO PIU "POLITICI"



PINO CIAMPOLILLO







INQUINANTI,ALGA OSTEROPSIS,ITALCEMENTI,MUNNEZZA,ISOLA DELLE FEMMINE,TURISMO,MELI,CITTADINI,COVATO,ATO PA 1,GERACI,SCILUFFO,SCARICHI FOGNARI,DEPURATORE CARINI, ISOLA DELLE FEMMINE EMERGENZA SANITARIA PERICOLI PER LA SALUTE PUBBLICA MUNNEZZA SCARICHI FOGNARI SVERSAMENTI A MARE INQUINANTI INDUSTRIALI……..

Monday, July 07, 2014

Ircac: Carullo tenta di sparigliare le carte per restare fino a ottobre-novembre... REDAZIONE 7 LUGLIO 2014 Sicilia, Elio Sanfilippo nuovo commissario Ircac Elio Sanfilippo nuovo commissario dell'Ircac. A casa Carullo dopo 11 anni! Novembre 2007 Il clima sta decisamente cambiando.

Ircac: Carullo tenta di sparigliare le carte per restare fino a ottobre-novembre... 

REDAZIONE 7 LUGLIO 2014 Sicilia


POLITICA – Certo che ne succedono di cose strane. Dopo undici anni, il commissario uscente dell'istituto regionale per il credito alla cooperazione non vorrebbe gettare la spugna. E brigherebbe per non fare insediare elio sanfilippo

CERTO CHE NE SUCCEDONO DI COSE STRANE. DOPO UNDICI ANNI, IL COMMISSARIO USCENTE DELL'ISTITUTO REGIONALE PER IL CREDITO ALLA COOPERAZIONE NON VORREBBE GETTARE LA SPUGNA. E BRIGHEREBBE PER NON FARE INSEDIARE ELIO SANFILIPPO
L’onorevole Roberto Di Mauro, capogruppo del Partito dei Siciliani-Mpa all'Ars, in una intervista al Giornale di Sicilia, ha dettato la sua ricetta: chiudere l’Eas, l’Ircac e la Crias. Per una sottile dimenticanza non ha messo dentro l’Irsap, ma la cosa non ci meraviglia più di tanto. Mai infastidire i potenti: e Dio solo sa quanto sono potenti i 'signori' che oggi controllano l'Istituto regionale per le 'presunte' attività produttive...

Sicilia, Elio Sanfilippo nuovo commissario Ircac 

Elio Sanfilippo, presidente di Legacoop Sicilia e vicepresidente nazionale della Lega delle cooperative,  è il nuovo commissario dell’Ircac, l’Istituto regionale per il credito alla cooperazione. Lo ha deliberato la giunta di governo ella Regione Siciliana presiedeuta da Rosario Crocetta.
Sessantacinque anni, da anni alla guida di Legacoop Sicilia e nominato di recente vicepresidente nazionale di Legacoop con delega al Mezzogiorno, Sanfilippo è stato dirigente del Pci negli anni Settanta e consigliere comunale dal ‘75 al ‘90. Sanfilippo prende il posto di Antonio Carullo, commissario straordinario da svariati anni. La nomina dovrà adesso passare dall’Ars per il parere della prima commissione Affari istituzionali.

Una nomina accolta con favore dal mondo della cooperazione. Soddisfazione  è espressa da Gaetano Mancini, presidente di Confcooperative Sicilia. “Accogliamo positivamente la decisione della Giunta Crocetta relativa alla nomina, alla guida dell’Ircac, di Elio Sanfilippo, rappresentante del movimento cooperativo e dunque profondo conoscitore del nostro comparto in Sicilia, unico settore dove nonostante la crisi si sia registrato un aumento degli occupati pari al +9,1% (dal 2008 al 2012, dati Inps 2013). Una nomina che, ci auguriamo, sia il segnale di una rinnovata attenzione da parte della Regione verso l’istituto di credito sul quale sembrerebbero gravare pesanti tagli previsti nella finanziaria al vaglio delle commissioni Ars. L’auspicio di Confcooperative – conclude Mancini – è che, come assicurato dal Governo, alla nomina di Sanfilippo, che interrompe un commissariamento di ben sette anni, segua la ricostituzione del Cda dell’Ircac e del collegio sindacale: da due anni, infatti, l’ente è privo dell’organo di controllo”.

La direzione di Legacoop Sicilia in un documento la Direzione esprime “soddisfazione per la scelta”. “Grazie alla sua grande esperienza in fatto di cooperazione Sanfilippo – si legge nel documento – saprà dare le giuste risposte ad un settore che meglio degli altri ha saputo rispondere alla crisi, resistendo sul mercato. La direzione è certa che nel nuovo impegno, Sanfilippo saprà mettere lo stesso entusiasmo e dedizione dimostrata nella guida di Legacoop e rispetto a temi nevralgici come lo sviluppo nella legalità”.
http://ilmattinodisicilia.it/9236-sicilia-elio-sanfilippo-nuovo-commissario-ircac/


Elio Sanfilippo nuovo commissario dell'Ircac. A casa Carullo dopo 11 anni! 


ECONOMIA – La nomina del presidente della lega siciliana delle cooperative decisa dalla giunta crocetta. Per lui i battesimo del fuoco: dovra' difendere il fodo di 25 milioni di euro che il governo vorrebbe scippare all'istituto per il credito alla cooperazione per pagare i forestali

LA NOMINA DEL PRESIDENTE DELLA LEGA SICILIANA DELLE COOPERATIVE DECISA DALLA GIUNTA CROCETTA. PER LUI I BATTESIMO DEL FUOCO: DOVRA' DIFENDERE IL FODO DI 25 MILIONI DI EURO CHE IL GOVERNO VORREBBE SCIPPARE ALL'ISTITUTO PER IL CREDITO ALLA COOPERAZIONE PER PAGARE I FORESTALI
La notizia è doppia. Elio Sanfilippo, ormai storico presidente della Lega delle cooperative della Sicilia è stato nominato commissario straordinario dell'Ircac, l'Istituto regionale per il credito alle cooperative. Ma la vera notizia è che, dopo undici anni e forse più, Antonio Carullo lascia la guida dello stesso Ircac, che ha amministrato prima da presidente del consiglio di amministrazione e poi da commissario.
Carullo ha battuto tutti i record: a nostra memoria non esiste, in un ente regionale siciliano - almeno a partire dalla Seconda Repubblica - un uomo che è stato capace di resistere undici lunghi anni. Ha iniziato con nel 2002 con l'allora governatore dell'Isola, Totò Cuffaro, è rimasto in sella con Raffaele Lombardoe solo adesso, dopo un anno e mezzo, l'attuale presidente, Rosario Crocetta, l'ha mandato a casa, dietro le probabili pressioni di una parte del PD.
Già, di una parte del PD. Perché un'altra parte del PD - quella di Totò Cardinale da Mussomeli, a quanto si racconta, da qualche tempo a questa parte aveva dato 'ospitalità politica' a Carullo. In nome, forse, di una vecchia militanza: e cioè della seconda metà degli anni '80, quando Cardinale, diventato deputato nazionale in modo rocambolesco (qualche giorno vi racconteremo come e perché), militava nella corrente democristiana di Calogero Mannino assieme, appunto, al catanese Carullo.
La 'protezione' di Cardinale - che pure sembra sia vicino al governatore Crocetta - non è bastata a Carullo per conservare il posto di commissario straordinario dell'Ircac.
Ma, Carullo a parte, ora all'Ircac arriva Sanfilippo. La sua nomina, approvata ieri sera dalla Giunta regionale, dovrebbe passare dal vaglio della prima Commissione legislativa (Affari istituzionali). Per poi essere formalizzata.
Per Sanfilippo si profila il battesimo del fuoco. La Giunta Crocetta, infatti, ha deciso di scippare all'Ircac 25 milioni di euro di un fondo che, in effetti, negli anni, non è mai stato utilizzato. Soldi che il Governo regionale vorrebbe utilizzare per pagare i forestali.
Idea che non piace molto a tanti parlamentari dell'Ars. Non è da escludere, infatti, che quando Sala d'Ercole - ormai dopo il giudizio di 'parifica' del Bilancio 2013 da parte della Corte dei Conti - inizierà l'esame della terza manovra finanziaria tale norma venga 'bocciata'.
Ma perché oggi Di Mauro, che fino a ieri ha fortemente sostenuto il suo amico ed antico sodale Antonio Carullo (dai tempi di Calogero Mannino fino a Raffaele Lombardo, passando per Totò Cuffaro e Giampiero D’Alia per arrivare a Totò Cardinale da Mussomeli), oggi pontifica sulla chiusura dell’Ircac?
(sopra, foto di Antonio Carullo, tratta da qds.it) 
La risposta più giusta è, come sempre, quella più ovvia. Dal momento che il suo amico Carullo, dopo un tempo vergognosamente lungo durato undici anni, non è più Commissario dell’Ircac, visto che il Governo di Rosario Crocetta è stato “costretto” a mettere fine alla melina ed a nominare al suo posto il presidente regionale e vicepresidente nazionale di LegaCoop, Elio Sanfilippo, per l'onorevole Di Mauro l'Istituto regionale per il credito alla cooperazione può anche essere sbaraccato.
Ma dai 'Palazzi' della politica siciliana arrivano notizie di molti tentativi di resistenza dello stesso Carullo, più che mai intenzionato a resistere, resistere, resistere...
Le notizie che filtrano - e che, come sempre, attraversano trasversalmente tutti i partiti - raccontano che Carullo avrebbe chiesto di rimanere fino ad ottobre. Probabilmente ha delle cose ’mpinte' che vorrebbe portare a conclusione lui stesso. O forse immagina che, da qui ad allora, potrebbe accadere qualcosa che rimescoli le carte e, come nel gioco dell’oca, riporti tutti al via (e lui di nuovo all'Ircac, neanche a dirlo...).
Voci di corridoio sussurrano che sarebbero in tanti, in queste ore, a muoversi per assicurare a Carullo la poltrona almeno fino alla caduta delle foglie. Sembra che lo stesso Totò Cardinale da Mussomeli si stia spendendo per lui.
Di sicuro c'è che Carullo avrebbe già dovuto fare le consegne. Ma, come è noto, sulla nomina di Sanfilippo si dovrà attendere il parere della prima Commission e legislativa dell'Ars (Affari istituzionali), presieduta da Antonello Cracolici, compagno di Partito di Sanfilippo (entrambi sono nel PD).
Nel vecchio Pci Sanfilipo e Cracolici non stavano dalla sessa parte della barricata. L'attuale presidente della Lega siciliana delle cooperative stava con i riformisti - allora detti un po' spregiativamente 'miglioristi'. Mentre Antonello era 'movimentista' con venature antimafiose (alla fine degli anni '80 sarà uno degli uomini di punta dell'allora segretario regionale del Pci siciliano, Pietro Folena).
Ovviamente, tutto questo fa parte del passato. Oggi c'è il PD, 'sintesi' magistrale di ex Pci e x Dc (e vedi che mangi...).
Insomma, non ci dovrebbero essere problemi per Sanfilippo. Anche se c'è di mezzo il decreto di nomina che deve passare dal presidente della Regione, Rosario Crocetta (e su questo potrebbe puntare Carullo: su un eventuale rinvio).
Basteranno le pressioni su Crocetta per fargli ritardare la firma, per consentire al nostro Carullo di continuare a 'spatuliare' all'Ircac fino alla raccolta delle olive? Fonti della Presidenza della Regione - ma quante se ne dicono su questo 'Palazzo' - raccontano che, nel settembre del 2012, Carullo si insediò ben prima della pronuncia della prima Commissione dell'Ars, con un decreto-stratagemma firmato dall'allora presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che sulle nomine - è noto - era un 'professore'.
Ma Sanfilippo, se lo conosciamo un po', non ci sembra tipo da stratagemmi tardo democristiani.


Il clima sta decisamente cambiando.



Questa non posso lasciarla cadere, troppo interessante. Riassumo in breve, la vicenda è stata riportata, sebbene abbastanza in sordina, da molte persone attente.


Due nomi: Rossana Interlandiassessore al territorio e all'ambiente della Regione Sicilia nonché bel fighino qui a destra; Salvatore Anzà, del Dipartimento Territorio e Ambiente della Regione. Comprimari: tre dirigenti dell'assessorato, due dell'Arpa Sicilia, tre professori dell'Università di Palermo e uno dell'Università di Messina.

Premessa: credo che quasi tutti i documenti citati in questo post spariranno dalla rete a breve, data la situazione. Se non funzionassero più i links è perché i cattivi sono in azione. Ma io li ho salvati in trivigante.it, i links sono in fondo.



Il fatto: tutti insieme, sono artefici della realizzazione del Piano regionale di coordinamento per la tutela della qualità dell’aria ambiente della Regione Sicilia, approvato e adottato con decreto il 9 agosto 2007 (176/GAB), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a settembre.

Felicitazioni per il corposo lavoro, congratulazioni per la celerità etc. etc. con encomio ufficiale e scritto dell'assessore. Ma la cazzata si annida dietro l'angolo.

Capitolo 6: Le azioni del piano, pagina 4, paragrafo 6.1.3, punto tre, riporto: "per i rimanenti Comuni di fascia C, si consiglia di adottare comunque comportamenti virtuosi di natura volontaria, volti a prevenire l’acuirsi del fenomeno a livello locale, regionale e di bacino aerologico padano". Che cari, si preoccupano per noi che stiamo a nord. Stesso capitolo, pagina 14, paragrafo 6.4, riporto: "La conclusione della procedura prevede che tutte le osservazioni pervenute vengano valutate dalla Giunta regionale e (...) procedendo quindi ad una riadozione e successiva trasmissione al Consiglio regionale". Ma la Regione Sicilia non ce l'ha il Consiglio regionale, ha un'Assemblea regionale siciliana, essendo a statuto speciale, l'ARS. Ohibò, che fetore. E giù a rotta di collo, senza patemi: vengono citatele piste ciclabili lungo gli argini dei fiumi e dei canali presenti nei centri storici dei Comuni siciliani, il notevole apporto all'inquinamento atmosferico siciliano derivante dall’eccessivo uso del riscaldamento domestico in relazione al rigido clima 
dell'isola e cosi via.


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Esatto, copia e incolla, trova e sostituisci. Facile, dati gli indizi, capire da dove: il Piano di controllo dell'inquinamento atmosferico della Regione Veneto, anno 2000, peraltro già allora bocciato dall'Europa. Basta confrontare, per esempio, il Capitolo 6: Le azioni del piano: nemmeno i titoli dei paragrafi hanno cambiato. Pure l'indice dei documenti utilizzati è clamoroso, si confrontino le versioni (Veneto - Sicilia), con l'unica differenza che nella versione siciliana, quale correttezza, è citato il piano del Veneto. Spudorati e rimbecilliti.

Tutto quanto qui raccontato, e molto di più, è merito di Legambiente, che ha spulciato i documenti. L'assessore Interlandi (ah! ah!), scandalizzata (ah! ah!), aprirà un'inchiesta interna (ah! ah!) e - presumibilmente - ritirerà il piano (ah! ah!). Magari qualcuno noterà gli estremi per qualche tipo di reato, truffa magari, in ogni caso non si verrà a capo di molto, secondo me. Siccome il documento sparirà anche dalla rete, immagino, mi premuro io di salvare almeno due capitoli del piano, il Capitolo 6 e il Capitolo 8, che ospito qui con piacere per la comoda consultazione.


rif: http://invisibil.blogspot.com/2007/11/in-sicilia-si-respira-aria-del-veneto.html


http://www.trivigante.it/b.site/b.site_nov07.htm








Centonove (rivista settimanale) 18 luglio 2008