CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Sunday, May 27, 2012

"S" maggio 2012 L'ISPEZIONE A ISOLA DELLE FEMMINE ecco LE CARTE DELLO SCONTRO

Bertolt Brecht  : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente” Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma………….. Pino Ciampolillo Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti  è puramente casuale !!!!!!!!!!!! “ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in  superficie “ Fonte http://www.livesicilia.it Autore Riccardo Lo Verso   CON LA COMMISSIONE DI ACCESSO AGLI ATTI PREFETTIZIA ARRIVA IL Default GUIDATO al Comune di Isola delle Femmine PORTOBELLO TELEFONA ALL’INGEGNERE GALLUZZO DELLA SIS PER RICHIEDERE POSTI DI LAVORO POLITICA AFFARI CLIENTELISMO CORRUZZIONE MERCIMONIO PAG 6 VICENZA PIU’ La Kupola della PolitiKa a Isola delle Femmine

Wednesday, May 23, 2012

1990 24 MAGGIO 'STAI ZITTO ALTRIMENTI FA... 'STAI ZITTO ALTRIMENTI FARAI LA FINE DI BONSIGNORE' 1990 20 MAGGIO 'I NOMI, ALTRIMENTI STIA ... 'I NOMI, ALTRIMENTI STIA ZITTO...' TINA MONTINARO LA MAFIA A ISOLA è SEMPRE ESISTITA

1990 24 MAGGIO   'STAI ZITTO ALTRIMENTI FA... 'STAI ZITTO ALTRIMENTI FARAI LA FINE DI BONSIGNORE' 


PALERMO Stai zitto o farai la stessa fine di Bonsignore. Non andare in tv, a Samarcanda.... Minacce di morte a Giuseppe De Santis, il segretario Cgil della funzione pubblica che era stato a fianco di Giovanni Bonsignore, il funzionario regionale assassinato a Palermo il 9 maggio scorso. Il messaggio anonimo, inviato per posta, era arrivato sul tavolo del sindacalista il 15 scorso ma soltanto ieri l' altro De Santis sbrigando la corrispondenza accumulata ha avuto fra le mani la lettera. La missiva con le minacce è adesso nelle mani della Squadra mobile mentre sono subito state rafforzate le misure di protezione: due vetture adesso scortano il segretario provinciale della Cgil. De Santis, che già all' indomani del delitto Bonsignore aveva ricevuto avvertimenti, ha dovuto inoltre per precauzione cambiare casa: il nuovo alloggio è controllato a vista dai poliziotti. Sotto scorta anche un suo stretto collaboratore, impegnato nella denuncia delle infiltrazioni mafiose e delle clientele regionali. Non credo che la lettera anonima sia un semplice atto di sciacallaggio dice il sindacalista anche per una inquietante puntualità. Il timbro porta la data del 12 maggio, cinque giorni prima della puntata di Samarcanda, e quando pochissime persone erano al corrente della mia partecipazione al programma televisivo. Nel corso di quella trasmissione, fra l' altro, Orlando lanciò le sue accuse ai magistrati palermitani che tengono la verità nei cassetti.

1992 7 OTTOBRE 1°

1992 7 OTTOBRE 2°

1992 12 OTTOBRE 2°

 1992 12 OTTOBRE 5°

1990 20 MAGGIO  'I NOMI, ALTRIMENTI STIA ... 'I NOMI, ALTRIMENTI STIA ZITTO...'

Silvana Mazzocchi

GORIZIA Le accuse di Orlando? E' un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo... E se il sindaco sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati. Giovanni Falcone, il magistrato che ha cambiato volto alla giustizia siciliana e che adesso è candidato al Consiglio superiore della magistratura per il movimento dei Verdi, replica così a Leoluca Orlando, che a Samarcanda ha sostenuto che le prove dei delitti politici a Palermo sono rimaste nei cassetti di Palazzo di Giustizia. Eresie, insinuazioni, attacca il procuratore aggiunto di Palermo. Non è vero che le inchieste sono ad un punto morto. E' vero il contrario: ci sono stati sviluppi corposi, con imputati e accertamenti. Le inchieste sono tuttora in corso e promettono risultati concreti. Durante il convegno del Siulp sulla droga, a Gorizia, Falcone risponde alle domande di Repubblica sull' intreccio tra mafia e politica, sui collegamenti tra criminalità organizzata e colletti bianchi, sui motivi che lo hanno spinto ad abbandonare la trincea palermitana per Palazzo dei Marescialli. Sono sereno e tranquillo, assicura dopo l' intervista, in pieno terremoto provocato dalle accuse televisive di Orlando, ma non so se tutto questo ha a che fare con la mia candidatura al Csm. Certamente non userei alcun espediente per sottrarmi agli eventuali fallimenti delle mie inchieste. Anzi, intendo scrivere una lettera per rimettere la mia candidatura. Non ho alcuna intenzione di coinvolgere il movimento in questa faccenda. L' intervento di Cossiga è molto importante, ora attendo chiarezza. Giudice Falcone, l' ultimo delitto politico-mafioso, quello di Giovanni Bonsignore, apre nuovi scenari dell' intreccio mafia-affari-politica? No, sono scenari aperti da anni, e proprio adesso chi indaga comincia a raccogliere i frutti delle professionalità acquisite in passato. E se c' è un' inchiesta che è in gran movimento è quella sul delitto Bonsignore. Quanto alle connivenze tra mafia e politica, il grosso problema è quello dell' interesse delle organizzazioni mafiose per il controllo dell' erogazione della spesa pubblica. E ciò significa una pressione sempre maggiore sulle amministrazioni locali da una parte, sugli imprenditori dall' altra. Da tempo siamo consci della gravità della situazione. Ma il cammino è difficile. Il Grande Vecchio che gestisce appalti e riciclaggio non esiste. La Centrale Unica che controlla terrorismo, mafia, appalti, traffico di armi, consigli di amministrazione del crimine non c' è. Non è mai stata trovata la prova. Allora come si struttura e si potenzia la collusione tra mafia e politica? Tra l' organizzazione mafiosa e la società che la esprime. Intendo dire che il controllo del territorio è l' obiettivo fondamentale di queste organizzazioni criminali, e si esplica indifferentemente sia sulle attività imprenditoriali, sia sulle amministrazioni locali. Il controllo dei pubblici appalti, ad esempio, si esercita a monte, attraverso il controllo sulle scelte delle ditte, e a valle, con la scelta dei subappaltatori. Lei nega l' esistenza del terzo livello, ma parla spesso di uomini delle istituzioni contigui alla mafia. Perché non si arriva mai ad individuarli? Non a caso ho detto che la situazione è grave. Se ci sono uomini delle istituzioni che colludono con la mafia (e ce ne sono molti) e, dal grado più basso al grado più elevato, stanno nello stesso ramo dell' amministrazione, bene, tutto questo rende la struttura molto permeabile. E se, nel settore appalti degli enti pubblici, dal commesso al direttore generale c' è contiguità con la mafia, questo crea problemi di difficilissima soluzione. Vuol dire che la guerra alle organizzazioni politico-mafiose non può essere vinta? Pensare che, in questa faticosissima opera di risanamento, con un colpo di spugna o con una fortunata operazione di polizia si possano assestare colpi decisivi, è pura utopia. Sotto il profilo della repressione penale, invece, successi si ottengono soltanto con una seria, continua, funzionale attività quotidiana. Dunque è importante ridefinire oggi il ruolo del magistrato, passare dal lavoro artigianale a quello professionale e specializzato. O rafforziamo l' ordinamento giudiziario o finirà male. Nessuno ha ricette magiche, poteri taumaturgici. Nessuno è in grado di risolvere tutto da solo. Una cosa mi ha insegnato la mafia: nel combatterla non ci si può permettere di bluffare. Ma una soluzione c' è. Ed è come hanno fatto negli Stati Uniti: la mafia, le organizzazioni criminali esisteranno sempre, ma in un paese democratico bisogna marginalizzarle, ghettizzarle. Facendo in modo che il mercato illegale non inquini quello legale. Un esempio? La droga è per la mafia certamente un affare tra i più lucrosi, ma è più destabilizzante quello degli appalti pubblici. E allora bisogna fare in modo che il mercato legale non ritenga conveniente la commistione con quello illegale. Invece adesso in Italia il mercato illegale inquina enormemente ed ovunque quello legale, sia al Sud che al Nord. Lei è ritenuto il giudice antimafia per eccellenza. Perché ha deciso di abbandonare la trincea e di candidarsi al Csm? Perché deve venir fuori una cosa: nel momento in cui dall' interno stesso della magistratura si rivolgono critiche profonde, coerenti ad un modo verticistico e corporativo di affrontare la crisi della giustizia; nel momento in cui c' è chi ha il coraggio di dire che il Csm è diventato la cinghia di trasmissione di decisioni prese dall' Associazione nazionale dei magistrati; nel momento in cui si afferma che il Csm è diventato, anziché organo di governo autonomo e garante dell' autonomia della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare, ecco, in questo momento arriva una legge elettorale che, caso strano, penalizza esclusivamente questo gruppo di magistrati, stabilendo, per le prossime elezioni del Consiglio, un tetto del 9 per cento. Un tetto che, se venisse trasferito sul piano politico, consentirebbe la sopravvivenza solo dei tre principali partiti. Occorre che si faccia venir fuori questa stranezza. Insomma, ci si chiede se si voglia veramente una magistratura svincolata dal potere politico, oppure se si voglia una magistratura a parole autonoma e indipendente, nei fatti controllata surrettiziamente e in maniera strisciante e non trasparente. Lei pensa a un disegno di normalizzazione della magistratura? Non penso ci sia un disegno. Non credo al Grande Vecchio per la mafia, figuriamoci se credo ad una trama per quanto riguarda la magistratura. Ritengo invece che, anche per colpa dei giudici, vi sia una progressiva erosione della giurisdizione ed è un fatto che il dissenso, i discorsi nuovi, i contenuti nuovi all' interno della magistratura vengono ostacolati in tutti i modi. Allora, nel momento in cui si chiede anche a me (perché non è stata una mia scelta) di andare al Csm, non ci si può tirare indietro Nel discutere i vari casi Palermo di questi anni, il Csm ha affrontato spaccature e contrasti ed è sembrato seguire soprattutto logiche di schieramento. O c' è di più? Dove si seguono logiche di schieramento è possibile che si inseriscano altri interessi. E questo può avvenire sia in modo oggettivo, sia in modo inconsapevole. Ma una cosa è certa: se il nuovo Csm sarà figlio di quelle vecchie logiche, sarà padre di altri contrasti dello stesso tipo, a prescindere da ogni riforma. C' è bisogno di aria nuova. Prendiamo il rapporto con i politici. In questo campo si confonde il dialogo con la collusione o addirittura con la connivenza. Invece il Csm deve costituire elemento di raccordo tra funzione giudiziaria e funzione politica. Il problema è un altro: è che i magistrati, le correnti si sono trasformati in cinghia di trasmissione della lotta politica. Si tratta della conduzione, con altri mezzi, della lotta partitica all' interno del Csm. E' indispensabile trasparenza, il dialogo con i politici deve avvenire alla luce del sole, in modo che risulti chiaro che le scelte prescindono dall' appartenenza ad una corrente politica piuttosto che ad un' altra. Il Movimento per la Giustizia, al quale appartengo, è caratterizzato proprio dalla mancanza di collegamenti di ogni genere. E la legge di riforma del Csm ne è la migliore dimostrazione. Giudice, lei dice spesso che la mafia corre e la giustizia arranca, che la mafia dispone di missili e voi di carabine. Come dovrebbe essere il magistrato degli anni ' 9O? Realmente autonomo e indipendente. Ma soprattutto efficiente. Inoltre, più sono gravi e complessi i problemi da affrontare, maggiore è la necessità di qualificazione dell' inquirente. In mancanza di un serio addestramento, si può dire che ciascuno di noi è un autodidatta. Dobbiamo considerare che il nuovo codice di procedura penale ha messo a nudo tutti i problemi irrisolti. Insomma, dobbiamo decidere se vogliamo un pubblico ministero parte, come vuole il nuovo processo, o un giudice sotto mentite spoglie. Ecco, io credo che il pm debba essere parte, anche se quando se ne parla sembra sempre di affrontare un tabù, e l' Associazione nazionale magistrati grida allo stravolgimento dell' ordinamento giudiziario. Invece, se vogliamo essere adeguati ai tempi, dobbiamo fare autocritica e ridiscutere tutto. Il nuovo magistrato deve essere più responsabile e dunque servono una specifica preparazione, uno specifico addestramento, una diversa progressione in carriera per pubblici ministeri e giudici. I tempi sono ormai maturi per cambiare. Questa è la sfida dei prossimi anni.








Oggi, nel 1992, moriva Giovanni Falcone. Ma in realtà era morto molto prima. Ucciso da un clima che molti gli avevano creato attorno. Tra questi, l’attuale sindaco di Palermo, il mafiologo Leoluca Orlando:

Interessante lo scambio di Falcone con un altro magistrato, sul concetto di ‘responsabilità dei magistrati’. In cui Falcone denota di essere una spanna sopra tutti: non ‘un magistrato’, ma un italiano che faceva il magistrato.
Filippo Facci, scrisse 6 anni
È la storia, questa, di un tradimento orribile da raccontare proprio nei giorni in cui Leoluca Orlando potrebbe diventare sindaco di Palermo per la terza volta, e che sono gli stessi giorni nei quali si celebra il ventennale della morte di Giovanni Falcone. Difatti «Orlando era un amico», racconta oggi Maria Falcone, sorella di Giovanni. «Erano stati amici, avevano pure fatto un viaggio insieme in Russia… Orlando viene ricordato soprattutto per quel periodo che in molti chiamarono Primavera di Palermo, ma anche per lo scontro durissimo che ebbe con Giovanni e che fu un duro colpo, distruttivo per l’antimafia in generale». Uno scontro che va raccontato bene, al di là della dignitosa discrezione adottata da Maria Falcone in Giovanni Falcone, un eroe solo da lei scritto di recente per Rizzoli


Siamo nei tardi anni Ottanta. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco nel 1985 e aveva inaugurato la citata Primavera di Palermo che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni. Però, a un certo punto, dopo che il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo aveva comminato 19 ergastoli nel cosiddetto «maxiprocesso», qualcosa cambiò. Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. E a Falcone cominciarono a voltare le spalle in tanti. Con Orlando, tuttavia, vi fu un episodio scatenante: «Orlando ce l’aveva con Falcone», ha ricordato l’ex ministro Claudio Martelli ad Annozero, nel 2009, «perché aveva riarrestato l’ex sindaco Vito Ciancimino con l’accusa di essere tornato a fare affari e appalti a Palermo con sindaco Leoluca Orlando, questo l’ha raccontato Falcone al Csm per filo e per segno». Il fatto è vero: fu lo stesso Falcone, in conferenza stampa, a spiegare che Ciancimino era accusato di essere il manovratore di alcuni appalti col Comune sino al 1988: si trova persino su YouTube.

Quando Falcone accettò l’invito di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia, poi, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. Fu durante una puntata di Samarcanda del maggio 1990, in particolare, che Orlando scagliò le sue accuse peggiori: Falcone – disse – ha una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti. Per l’esattezza il riferimento era a otto scatole lasciate da Rocco Chinnici e a un armadio pieno di carte. Le trasmissioni condotte da Michele Santoro erano dedicate a una serie di omicidi di mafia, e «io sono convinto», tuonò Orlando, «che dentro i cassetti del Palazzo di Giustizia ce n’è abbastanza per fare chiarezza su quei delitti». L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali Carmine Mancuso e Alfredo Galasso. Divertente, o quasi, che tra gli accusati di vicinanza andreottiana – oltre a Falcone – figurava anche il suo collega Roberto Scarpinato, cioè colui che pochi anni dopo istruirà proprio il processo per mafia contro Andreotti.
È di quei giorni, comunque, uno slogan di Orlando che fece epoca: «Il sospetto è l’anticamera della verità». Falcone rispose a mezzo stampa: «È un modo di far politica che noi rifiutiamo… Se Orlando sa qualcosa faccia i nomi e i cognomi, citi i fatti, si assuma la responsabilità di quel che ha detto, altrimenti taccia. Non è vero che le inchieste sono a un punto morto. È vero il contrario: ci sono stati sviluppi corposi, con imputati e accertamenti». Ma Orlando era un carroarmato: «Diede inizio», scriverà Maria, a una vera e propria campagna denigratoria contro mio fratello, sfruttando le proprie risorse per lanciare accuse attraverso i media». Così aveva già fatto nell’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani: Falcone fiutò subito la calunnia ma Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Lima e Andreotti. «Seguirono mesi di lunghe dichiarazioni e illazioni da parte di Orlando, che voleva diventare l’unico paladino antimafia», ha scritto ancora Maria Falcone.
Del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, vicino a Palermo, torneremo a scrivere nei prossimi giorni. Per ora appuntiamoci soltanto quanto scrisse il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».
Orlando era instancabile. Tornò alla carica il 14 agosto 1991, quando rilasciò un’intervista su l‘Unità poi titolata «Indagate sui politici, i nomi ci sono»: «Sono migliaia e migliaia i nomi, gli episodi a conferma dei rapporti tra mafia e politica. Ma quella verità non entra neppure nei dibattimenti, viene sistematicamente stralciata, depositata, e neppure rischia di diventare verità processuale… Si è fatto veramente tutto, da parte di tutti, per individuare responsabilità di politici come Lima e Gunnella, ma anche meno noti come Drago, il capo degli andreottiani di Catania, Pietro Pizzo, socialista e senatore di Marsala, o Turi Lombardo? E quante inchieste si sono fermate non appena sono emersi i nomi di Andreotti, Martelli e De Michelis?». Orlando citò espressamente, tra i presunti insabbiatori, «la Procura di Palermo» e implicitamente Falcone. Per il resto, tutte le accuse risulteranno lanciate a casaccio. Poco tempo dopo, il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone fu il sodale di Orlando, Alfredo Galasso.
Lo stesso Galasso assieme a Carmine Mancuso e a Leoluca Orlando, l’11 settembre precedente, aveva fatto un esposto al Csm che sarà il colpo finale: si chiedevano spiegazioni sull’insabbiamento delle indagini sui delitti Reina, Mattarella, La Torre, Insalaco e Bonsignore e anche sui rapporti tra Salvo Lima e Stefano Bontate e sulla loggia massonica Diaz e poi appunto sulle famose carte nei cassetti. Così, dopo circa un mese, il 15 ottobre, Falcone dovette vergognosamente discolparsi davanti al Csm. Non ebbe certo problemi a farlo, ma fu preso dallo sconforto: «Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo… Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo». Racconterà Francesco Cossiga nel 2008, in un’intervista al Corriere della Sera: «Quel giorno lui uscì dal Csm e venne da me piangendo. Voleva andar via».
Anche della strage di Capaci torneremo a raccontare. Ora restiamo a Orlando, e a quando il 23 maggio 1992, a macerie fumanti, da ex amico e traditore si riaffaccerà sul proscenio come se nulla fosse stato. Il quotidiano la Repubblica gli diede una mano: «A mezzanotte e un quarto una sirena squarcia il silenzio irreale del Palazzo di Giustizia di Palermo. Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord… Con lui ci sono Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso e Leoluca Orlando». Cioè parte degli accoltellatori, quelli dell’esposto al Csm. Proprio loro. Partirà da quel giorno un macabro carnevale di sfruttamento politico, editoriale, giudiziario e «culturale» dell’icona di un uomo che ne avrebbe avuto soltanto orrore.
Il 25 gennaio 1993, intervenendo telefonicamente a Mixer su Raidue, Maria Falcone disse a Leoluca Orlando: «Hai infangato il nome, la dignità e l’onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato. Hai approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario».
Il 18 luglio 2008, intervistato da KlausCondicio, Orlando l’ha messa così: «C’è stata una difficoltà di comprensione con Giovanni Falcone». Una difficoltà di comprensione. E poi: «Ma ridirei esattamente le stesse cose… Ho avuto insulti ai quali non ho mai replicato, perché credo che sia anche questa una forma di rispetto per le battaglie che io ho fatto… (pausa, poi aggiunge) … e che Giovanni Falcone meglio di me ha fatto, perché trascinare una storia straordinaria come quella di Falcone dentro una polemica politica, francamente, è cosa di basso conio». E lui non l’avrebbe mai fatto.
Filippo Facci

2001 18 NOVEMBRE DISCUSSIONE DELLA BOZZA DI RELAZIONE SULLE RISULTANZE DELLE INDAGINI SVOLTE IN ORDINE ALLE VICENDE CONNESSE ALL'OMICIDIO DEL FUNZIONARIO DELLA REGIONE SICILIANA GIOVANNI BONSIGNORE

2001 18 NOVEMBRE DISCUSSIONE DELLA BOZZA DI RELAZIONE SULLE RISULTANZE DELLE INDAGINI SVOLTE IN ORDINE ALLE VICENDE CONNESSE ALL'OMICIDIO DEL FUNZIONARIO DELLA REGIONE SICILIANA GIOVANNI BONSIGNORE

A seguito dell'autorevole sollecitazione del Presidente della Repubblica ed al fine di accertare omissioni ed ingiustificati ritardi nelle istruttorie sugli omicidi cosiddetti politici commessi a Palermo, un gruppo di lavoro della Commissione si è recato in quella città il 22 giugno 1990, occupandosi, fra l'altro, dell'omicidio di Giovanni Bonsignore, funzionario della Regione Sicilia, ucciso il precedente 9 maggio. In tale occasione venivano sensibilizzati i magistrati della locale Procura della Repubblica ad una rapida definizione delle indagini relative all'omicidio e soprattutto dell'istruttoria instaurata a seguito di un esposto-querela, presentato dal predetto funzionario circa sei mesi prima della sua morte, concernente presunti illeciti perpetrati nei suoi confronti ad opera dell'assessore regionale Salvatore Lombardo. L'interessamento della Commissione per l'omicidio Bonsignore si inquadrava, del resto, perfettamente nelle finalità dell'inchiesta, dato l'evidente accostamento, a seguito delle preliminari indagini, di tale delitto con altri omicidi con eguali connotazioni politico-mafioso-eversive da tempo irrisolti. Appariva chiaro, infatti, che l'omicidio del funzionario era stato compiuto anche con l'obiettivo non trascurabile di far giungere a tutti i dipendenti regionali il ferale messaggio intimidatorio (collegato alla statura morale ed alla professionalità unanimemente riconosciuta al funzionario), secondo cui corre pericolo di vita chiunque si opponga alle regole, non scritte ma ancora più ineludibili, della spartizione degli appalti, dei finanziamenti mirati e gestiti da chi li ha fatti ottenere, dei favori elargiti in cambio di concreti appoggi, delle tangenti travestite da consulenza, delle intermediazioni pagate come contributi tecnici, dei servizi pretesi magari con un sorriso minaccioso. Sintomatico del carattere "politico-mafioso" dell'omicidio Bonsignore appare, inoltre, il fatto che il delitto sia stato commesso subito dopo i risultati delle elezioni amministrative .e non prima, sebbene gli unici elementi significativi cui possa ricollegarsi risalgano ad alcuni mesi avanti. Da ciò si trae la considerazione che proprio per la riconosciuta valenza politica dell'omicidio non si volle turbare il clima della campagna elettorale e, d'altro canto, che solo un'organizzazione criminale che possiede un coordinamento di vertice può avere la forza di imporre una simile linea di condotta. Di contro nello stesso periodo in altre regioni come la Calabria e la Campania si assistette all'esplosione di una violenza omicidiaria certamente collegata alla consultazione elettorale, in quanto ne rimasero vittime addirittura candidati alle elezioni amministrative. Anche 1'allora Presidente della regione siciliana onorevole Rosario Nicolosi, nel corso della sua audizione da parte dell'Ufficio di presidenza della Commissione avvenuta il 12 luglio 1990, ha ribadito che l'omicidio di Bonsignore è un delitto di mafia a carattere intimidatorio nei confronti di tutti i funzionar! che vogliono compiere il proprio dovere, precisando che l'amministrazione regionale costituisce uno dei centri di interesse della mafia, perché si configura come il più importante ente erogatore di risorse finanziarie dell'isola.
L'onorevole Nicolosi ha, inoltre, affermato che pur non potendosi collegare con certezza la figura morale e l'esperienza amministrativa del Bonsignore con le ragioni della sua uccisione, le indagini sui fatti amministrativi hanno evidenziato la regolarità formale della procedura di trasferimento ed una condizione di incompatibilità sostanziale tra l'assessore ed il suo funzionario, che rendeva oggettivamente difficile la continuazione di un rapporto di collaborazione. Ha aggiunto, poi, che proprio avendo riguardo alla sua professionalità e alle sue doti morali, il Bonsignore era stato trasferito all'ispettorato degli enti locali, con un incarico di altissimo livello che gli avrebbe consentito di mantenere integro anche nel giudizio della collettività l'apprezzamento per le sue qualità. Il 22 marzo 1991 un gruppo di lavoro della Commissione, recatosi a Palermo per indagare sul fenomeno degli appalti pubblici, ha sentito la vedova ed il fratello del Bonsignore, i quali sostanzialmente lamentavano, oltre ad una sensazione di generale abbandono da parte delle istituzioni, la lentezza della giustizia non solo nello scoprire gli autori dell'omicidio, ma anche nel pronunciarsi, dopo circa un anno e quattro mesi, sull'esposto-querela nei confronti dell'assessore Salvatore Lombardo. Dopo cinque giorni la Procura della Repubblica di Palermo depositava il provvedimento conclusivo delle indagini preliminari, con il quale, pur riconoscendosi l'illegittimità di taluni comportamenti dell'assessore (come, ad esempio, la deroga concessa ad un distributore di carburanti per i turni di apertura festivi e infrasettimanali, il trasferimento del Bonsignore e la diffamazione nei suoi confronti), tuttavia non si ravvisavano, per carenza dell'elemento soggettivo e/o per l'applicabilità del recente provvedimento di amnistia, elementi penalmente rilevanti che potessero giustificare una richiesta di rinvio a giudizio. Il 13 maggio 1991 sulla vicenda sono stati sentiti dall'Ufficio di presidenza della Commissione i rappresentanti regionali per il settore del pubblico impiego delle confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, i quali hanno fornito concordemente un quadro desolante della situazione e dei problemi politico-amministrativo-burocratici della regione siciliana, mentre hanno prospettato valutazioni diverse e contrastanti circa il carattere punitivo del trasferimento di Bonsignore e la sua illegittimità. Gli accertamenti della Commissione sono proseguiti con l'audizione, in data 10 luglio 1991, dell'onorevole Salvatore Lombardo, il quale ha difeso la piena legittimità del suo operato, e si sono conclusi con l'acquisizione nel mese di settembre 1991 del decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini. Preliminari del Tribunale di Palermo. Tale decreto, pur accogliendo formalmente le richieste della Procura della Repubblica di Palermo, sostanzialmente se ne discosta perché, ad eccezione della fattispecie del reato di diffamazione, per il quale ha comunque ritenuto applicabile l'amnistia, conferisce il crisma della piena legittimità a tutti gli atti posti in essere dall'assessore Lombardo. Invero, il provvedimento contenuto nel telefax a firma dell'assessore Lombardo del 30 agosto 1989 non viene considerato dal predetto giudice, così come aveva ritenuto il pubblico ministero, una palese violazione dell'assoluto divieto, contenuto nel Decreto dell'Assessorato alla cooperazione n. 1703 del 2.12.1988, di deroghe agli orari ed ai turni in favore di singoli impianti di distribuzione, bensì una precisa direttiva politica (come tale rientrante negli esclusivi poteri dell'assessore, senza necessità di alcun ricorso alla collaborazione degli uffici competenti) rivolta alla Camera di commercio di Ragusa, perché non risultassero compromesse le finalità della normativa tesa a garantire la distribuzione regolare e continua di carburanti. Così pure, nel menzionato decreto del giudice per le indagini preliminari di Palermo il "trasferimento" del Bonsignore viene ritenuto oltre che legittimo nel suo iter procedimentale, anche giustificato in conseguenza delle precise accuse di illiceità e della vibrata protesta da parte del funzionario nei confronti dell'assessore per un provvedimento, come quello precedentemente illustrato, sostanzialmente legittimo nonché a causa di un ulteriore contrasto per la destinazione di finanziamenti al Consorzio Mercati Agroalimentari Sicilia. In conclusione, alla luce delle risultanze dell'istruttoria giudiziaria il Bonsignore appare quasi come un funzionario che vede illegittimità inesistenti, che ha scarsa conoscenza dei principi fondamentali che regolano i rapporti fra amministratori e burocrati nonché delle disposizioni specifiche che regolano la materia cui è preposto. Pur nel pieno rispetto delle decisioni giudiziarie e nella convinzione che la magistratura deve poter esercitare la sua funzione in piena autonomia e secondo le norme dello Stato di diritto, tuttavia ciò non significa che non si possano criticare i provvedimenti giudiziari assumendosene la responsabilità. Ciò posto, appare non solo comprensibile ma del tutto giustificata l'amarezza, se non l'indignazione, dei familiari del Bonsignore che, di fronte ad indagini giudiziarie che si prolungano per anni ed anni senza la scoperta dei responsabili del grave fatto di sangue che ha colpito la loro famiglia, di fronte a fatti accertati che non assumono rilevanza penale e che vengono considerati addirittura legittimi, avanzano la domanda di una giustizia più rigorosa e prospettano il timore che elementi oscuri ne ostacolino l'attuazione. Certamente è un dato di fatto che, nonostante le sollecitazioni della Commissione, le indagini sull'omicidio non sono ancora state concluse dalla Procura della Repubblica di Palermo e va, pertanto, chiarito che la presente relazione, nel rispetto delle dovute cautele nel trattare argomenti ancora oggetto di istruttorie penali, a parte una valutazione necessariamente generica, si è volutamente astenuta dal prendere in esame le prospettate causali dell'assassinio, la cui analisi avrebbe forse potuto contribuire a chiarire maggiormente il contesto che lo ha generato. Si è quindi limitata l'indagine a quanto lamentato dal Bonsignore nel suo esposto-querela, traendone spunto per uno spaccato, appena accennato e meramente esemplificativo, su talune macroscopiche disfunzioni dell'amministrazione regionale, riservando analisi più complete e approfondite ad altre occasioni di indagini. E' sempre più difficile, del resto, allontanare la sensazione di inaffidabilità e di mancanza di credibilità delle istituzioni regionali siciliane, allorché ci si sofferma sulle carenze della legislazione regionale nel recepimento di quelle leggi nazionali in materia di appalti, di autonomie locali, di brogli elettorali, di decadenza degli amministratori, di scioglimento dei consigli comunali che, già vigenti nel resto del paese, in nome dell'autonomia regionale non vengono applicate proprio dove ve n'è più bisogno per la peculiarità del fenomeno mafioso. A fronte della crisi dell'attività legislativa si registra una crisi dell'attività di governo e dell'apparato amministrativo-burocratico, che appare sempre più permeabile, nell'assenza di norme sulla trasparenza e sulla legalità, alle infiltrazioni mafiose. La Regione siciliana è l'unica grande impresa che assume una centralità assoluta ai fini delle decisioni inerenti all'erogazione di risorse finanziarie. Tutto, però, appare programmato per gestire di volta in volta una politica assistenzialista con distribuzione a pioggia di finanziamenti molto spesso improduttivi. Ufficialmente la Regione conta circa ventunomila dipendenti ma si ventilano prossime assunzioni di grandi dimensioni. Anche la legge-quadro del pubblico impiego, che è vigente in sede nazionale sin dal 1983, è stata recepita soltanto di recente con enorme ritardo rispetto alle legittime pretese e aspettative di tutto il settore del pubblico impiego. Presso l'ente regione prestano servizio circa tremila dirigenti, cui dovrebbero spettare soltanto scelte tecniche rispetto alle scelte di indirizzo politico devolute agli amministratori. Nel tempo questo rapporto si è sempre più deteriorato a causa principalmente della lottizzazione politica dei funzionari ai fini della carriera, delle promozioni, degli incarichi, delle nomine nei collaudi e così via. Pertanto, sia i vecchi che i nuovi funzionari pongono la loro preparazione giuridico-amministrativa al servizio degli amministratori adeguandosi spesso alle loro scelte senza porre in essere in genere comportamenti o interpretazioni contrastanti. Bonsignore rappresentava, invece, uno degli ultimi epigoni di quella categoria di funzionari assolutamente autonoma e indipendente dal potere politico, che, talvolta, vengono definiti "scomodi"; in realtà egli era un tecnico preparato che con molto scrupolo faceva fino in fondo il proprio dovere, con la massima serietà ed onestà, senza mai prestarsi a manovre clientelari!. Nessuno lo avrebbe mai convinto che consentire ad un distributore di carburanti orari di apertura privilegiati, senza che ve ne fossero i presupposti, non sarebbe stata una palese ingiustizia nei confronti degli altri gestori, soprattutto dopo l'introduzione di una disposizione chiara ed inequivocabile che vietava qualsiasi deroga a favore dei singoli. Del resto, dall'esame dei documenti acquisiti si evidenzia una procedura certamente singolare in relazione a tale vicenda. Il Presidente della Camera di commercio ha inoltrato la nota con cui chiede il parere per concedere l'autorizzazione di sua competenza all'apertura anche nei giorni festivi e infrasettimanali, millantando richieste e sollecitazioni del Comune assolutamente inesistenti (o quanto meno risalenti ad almeno tre anni prima), senza nemmeno accertare l'esistenza di un'istanza dell'interessato da far istruire dal suo ufficio, come di consueto, per verificarne i presupposti. Già nel 1986, a seguito appunto di identica domanda e conseguente istruttoria, era stato espresso parere negativo in considerazione del fatto che a distanza di pochissimi chilometri vi erano altri impianti di distribuzione, uno dei quali situato nella stessa direttrice di traffico a soli dodici chilometri. Ciononostante l'istanza, allora caldeggiata dal Sindaco di Ragusa e dal Presidente del circolo nautico Porto Salvo di Marina di Modica, era stata parzialmente accolta autorizzando l'apertura continua dalle 7 alle 23, però in alternanza settimanale con altro gestore. L'anno successivo analoga istanza non veniva accolta e negli anni 1988-1989 nessuna istanza risultava presentata (in epoca successiva alle indagini ne verrà rinvenuta una non datata né protocollata). La pratica non veniva, infine, nemmeno trasmessa agli uffici regionali competenti per la consueta istruttoria, bensì trattenuta ed evasa dall'ufficio di Gabinetto dell'assessore. Nonostante l'equivocità del tenore letterale del telefax firmato dall'assessore Lombardo il 30 agosto 1989, il suo valore sostanziale, se collegato alla esplicita richiesta, contiene certamente una illegittima deroga al turno già esistente senza la prevista consultazione delle associazioni di categoria. Se si fosse trattato soltanto di un "giudizio", di un chiarimento sulla disciplina da applicare e non di un provvedimento autorizzativo, non vi sarebbe stata l'esigenza di rispondere con sollecitudine in pieno agosto, con un mezzo non usuale (telefax) per un provvedimento di interpretazione di norme, adottato scavalcando la competenza del gruppo di lavoro, richiesta, invece, per altre due istanze similari provenienti da Palma di Montechiaro e da Agrigento. Pertanto, anche per l'esecutività data al provvedimento da parte dell'interessato e dal Presidente della Camera di commercio, non v'è dubbio che si tratti di un atto destinato ad incidere su un caso concreto e particolare, che costituisce una deroga di dubbia legittimità, al fine di consentire al gestore un ingiusto incremento patrimoniale rispetto agli altri distributori e comunque un indebito vantaggio. Per quanto riguarda il successivo trasferimento del Bonsignore, è stato scritto che sono state seguite tutte le formalità e le procedure previste dalla legge, ma forse non si è tenuto conto che la convocazione del Consiglio di direzione dell'assessorato è stata fatta senza rispettare il previsto termine di cinque giorni. V'è da notare, inoltre, che la legge regionale n. 7 del 1971, che avrebbe dovuto assicurare maggiori certezze al personale è rimasta largamente inattuata per quanto riguarda i Consigli di direzione, concepiti per realizzare un impegno solidale tra dirigenti politici, burocrazia e sindacati. I Consigli di direzione non essendo stati costituiti secondo le modalità di elezione previste dalla legge, sono ancora oggi "provvisori" dopo venti anni e hanno sempre espresso in passato parere negativo al trasferimento del personale. Sorprende, quindi, la celerità con la quale è stato disposto il trasferimento del Bonsignore, il quale non è mai stato sentito ed ha ricevuto solo successivamente le contestazioni del caso. Nonostante l'apparente regolarità anche il trasferimento si presta a molti dubbi sotto il profilo dello sviamento di potere, se si considera che per ammissione dello stesso Lombardo la presentazione del rapporto di servizio relativo alla vicenda del distributore di carburanti costituì l'elemento decisivo per la determinazione di privarsi della collaborazione del Bonsignore. A determinare il trasferimento di quest'ultimo avrà poi contribuito anche la presentazione del rapporto di servizio del 10 ottobre 1989 con cui, senza alcun preventivo contatto con l'assessore, il funzionario aveva espresso in modo categorico il convincimento che i fondi stanziati con la legge n. 23 del 1986 per i centri commerciali all'ingrosso non fossero utilizzabili per i mercati agro-alimentari, formulando osservazioni critiche sulla richiesta di finanziamenti per circa 38 miliardi di lire, finalizzati a studi, progettazioni e acquisizione di aree, avanzate dalla società consortile per azioni, a prevalente capitale pubblico "Mercati agro-alimentari Sicilia", costituita tra la Regione siciliana (70 per cento) e la Federcommercio (30 per cento). Giova precisare, in proposito, che con delibera del 27 novembre 1989 la Giunta regionale aveva dato ampia copertura politica, oltre che giuridico-formale, all'utilizzabilità dei fondi prospettata dall'onorevole Lombardo ed avversata dal Bonsignore, tant'è che con decreto assessoriale del 30 dicembre 1989 n. 2522\89 le relative somme (35.740 milioni) erano state impegnate. Dopo la crisi del governo regionale (dicembre 1989 - gennaio 1990) il nuovo assessore regionale alla cooperazione ed al commercio, onorevole Salvatore Leanza, riprese l'attuazione del progetto, richiedendo alla giunta l'approvazione di ' alcune rilevanti modifiche dello statuto della società a capitale misto, tra cui l'istituzione della sede legale a Catania, la nomina del Presidente e del Vice da parte della Regione siciliana e la riduzione dell'oggetto sociale alla mera costruzione dei mercati. L'assessore succeduto al Lombardo richiese ed ottenne, inoltre, dal Consiglio di giustizia amministrativa - cioè dall'organo più autorevole in materia di interpretazione della legislazione regionale -• parere favorevole all'utilizzazione dei fondi regionali per la progettazione e la costruzione dei mercati all'ingrosso, cioè per un fine ben diverso da quello previsto dalla legge regionale, che era quello di favorire, mediante finanziamenti prevalentemente a privati, l'insorgere di centri commerciali polifunzionali. In questo caso il rigore formale, la severa valutazione giuridica del Bonsignore non gli avevano consentito una interpretazione così estensiva, che, a suo avviso, avrebbe dovuto comportare una nuova e diversa legge di finanziamento, anche se la precedente non era stata mai attuata. Il suo comportamento era stato, però, stigmatizzato dal Lombardo come "incompatibile con gli obiettivi programmatici del governo nel campo del commercio". Il Bonsignore non era disponibile a queste interpretazioni ed ha vissuto quel trasferimento come una macchia sul suo onore di funzionario integerrimo, si è sentito come ingiustamente punito, diffamato, esposto ai giudizi dei suoi colleghi, isolato. Era cosciente di avere fatto solo il proprio dovere, di avere lottato per far trionfare la legge ed ha aspettato invano segnali di conforto, circa la legittimità del suo operato, che non ha ottenuto.


L'intervista a "L'Espresso" Da ultimo, per una esigenza di completezza, deve essere ricordata un'altra vicenda, forse priva di rilievo sul piano dell'illecito penale ma che si è inserita, intersecandola, in quella della calunnia di Pellegriti e che non è stato possibile chiarire in tutti i suoi aspetti. In data 27.5.1990, il quotidiano "La Repubblica" anticipava il contenuto di una clamorosa intervista rilasciata a "L'Espresso" da Giuseppe Pellegriti, prearmunziando che il "pentito" catanese sarebbe "ritornato" sulla vicenda Mattarella e sul coinvolgimento dell'onoSalvo Lima il quotidiano riportava, altresì, quasi interamente, la lettera del Pellegriti al Giudice Istruttore dellO.4.l990. Ed infatti, su "L'Espresso" del 3.6.90 veniva pubblicata una intervista del giornalista Sandro Acciari al Pellegriti, confezionata col sistema delle domande inviate al carcere e delle risposte scritte al settimanale. Nel testo, il Pellegriti, nel ribadire ancora di aver saputo del coinvolgimento di Lima da Nitto Santapaola, soggiungeva che aveva fornito precisi riscontri (e che altri poteva dame); lamentava inoltre, lasciando intuire chissà quali oscure manovre, che da quando aveva fatto il nome dell'ono Lima tutto SI era fermato e faceva trapelare dei dubbi sull'operato dello stesso giudice Falcone. il contesto m cui si inseriva, m quel torno di tempo, l'intervista merita - però - di essere analizzato approfonditamente. Infatti, l'intervista di Pellegriti a "L'Espresso" non solo manifestava all'esterno tutte le perplessità del Pellegriti stesso sulla vicenda che lo riguardava, ma soprattutto confermava alcune dichiarazioni di Giuseppe De Santis, Segretario provinciale della "Funzione pubblica C.G.I.L." di Palermo, apparse su "La Repubblica" de122.5.l990. In questo articolo, invero, sotto il titolo all'Astoria Palace Hotel, iI2i.5.i990. Essa, pertanto, è sicuramente a me attribuibile, a parte quanto riportato tra parentesi, che è frutto del commento dell'articolista. intendo precisare che è mio il senso della frase, anche se le parole possono essere state diverse da quelle pubblicate sul giornale. La notizia su un ritorno del Pellegriti sul fatto riguardante l'omicidio dell'OnoMattarella l'ho appresa, parlando con i componenti del Coordinamento Antimafia di Palermo e persone vicine a questo, nei giorni precedenti alla trasmissione televisiva Samarcanda, andata in onda su RAI Tre ili7.5.i990 Le persone con cui ho parlato sono da identificarsi in Carmine Mancuso, il pro! Leoluca Orlando, padre Ennio Pintacuda e,forse, Angela Lo Canto. Sono sicuro dei primi tre, in quanto ho viaggiato con loro da Palermo a Roma il giorno della trasmissione (e ritorno) ed ho trascorso con gli stessi l'intera giornata del i7 maggio. Ricordo, anche, che il Mancuso faceva riferimento ad un convegno di ''pentiti'', tenutosi tempo fa ad Alessandria ed a contatti epistolari mantenuti, dopo il convegno stesso, col detenuto Pellegriti ed altri reclusi C.d. ''pentiti''. Le tre persone da me indicate (Mancuso, Orlando e Pintacuda) non mi parlarono di qualcosa di specifico che il Pellegriti avrebbe detto, ma solo che quest'ultimo sarebbe ritornato sui rapporti mafia-politica ". Il successivo 31.5.1990, veniva nuovamente interrogato Pellegriti che, a questo proposito, confermava di avere intrattenuto rapporti epistolari con diversi giornalisti (fra cui  Sandro Acciari  con l' on. Leoluca Orlando e con i componenti del Coordinamento Antimafia. Confermava altresì di avere incontrato il presidente del Coordinamento nel carcere di Alessandria, durante un convegno ivi organizzato dai detenuti collaboranti e, dopo una iniziale negazione, ammetteva anche "che nelle lettere scritte al Mancuso non aveva parlato solo della sua necessità di trovare un difensore di fiducia, ma aveva fatto riferimento anche a questi argomenti" e cioè gli aveva preannunciato "un suo ritorno processuale sul tema dei rapporti tra mafia e politica e sull 'omicidio Mattarella". Per chiarire la significativa circostanza (importante anche per il rilievo datone dagli organi di informazione), era quindi necessario sentire il Mancuso, il quale, escusso il 4.6.1990, pur ammettendo di aver ricevuto numerose lettere dal Pellegriti e di avere incontrato lo stesso Pellegriti durante il convegno nel carcere di Alessandria, escludeva categoricamente che il collaborante catanese gli avesse fatto comunque cenno alle sue dichiarazioni sull'omicidio Mattarella. Quanto ai rapporti con il De Santis, il Mancuso precisava: "Pur ammettendo, in quanto fatto assolutamente normale tra chi si interessa di problematiche civili, politiche e sociali, di aver parlato col De Santis anche dell'omicidio dell'ono Mattarella, escludo di avergli mai detto che il Pellegriti sarebbe ritornato - da lì a poco - su tale omicidio con altre dichiarazioni ". o Stante l'evidente contrasto tra le deposizioni testimoniali di Giuseppe De Santis e di Carmine Mancuso, si rendeva necessario procedere alloro confronto, che avveniva il 7.6.1990. In tale atto, il De Santis dichiarava: "ricevo lettura delle mie dichiarazioni del 28.5.90 relative alle notizie da me apprese dal qui presente Ispettore Mancuso e non confermo quanto già dichiarato ... Desidero precisare che nelle dichiarazioni del 28.5. sono stato impreciso, in quanto quelle notizie le avevo apprese nel corso di numerosi convegni e tavole rotonde organizzati a Palermo, Catania, Milano dopo l'omicidio Bonsignore ed in decine di conferenze stampa della CGIL da molteplici persone. Nonostante la reiterata richiesta della S. V. non sono in grado di indicare alcun altro nome, oltre quelli già fatti nel mio esame testimoniale del 28.5.90. Intendo dire che se ne parlò tra me, Carmine Mancuso, ilpro! Orlando e padre Pintacuda come di cosa che ciascuno di noi già conosceva, o meglio in particolare mi ricordo che ne parlai con Orlando, Pintacuda Carmine Mancuso nell'occasione che mi recai a Roma per la trasmissione Samarcanda. Escludo di avere nell'occasione in argomento parlato di una prossima reiterazione delle dichiarazioni di Pellegriti (da parte di costui) riguardanti l'omicidio Mattarella". il teste Mancuso ripeteva la sua versione dei fatti già riferita nè la successiva attività istruttoria ha consentito di acquisire altri elementi pur se non si può non rilevare che anche al dibattimento il De Santis è apparso in difficoltà a sostenere la sua "nuova" versione dei fatti, arrivando addirittura ad affermare che fosse stato il G.I. a fargli quei nomi, chiedendo poi a lui la conferma del fatto che fossero stati proprio loro ad anticipargli che il Pellegriti avrebbe nuovamente parlato del delitto Mattarella Richiamato a stare attento alle conseguenze delle sue affermazioni, il teste ha fatto ammenda delle stesse, dichiarando che sicuramente si era confuso, ma ha continuato ad affermare fatti sicuramente non veri, non si capisce per coprire quali responsabilità, quale ad esempio quello di avere letto l'intervista di Pellegriti il giorno 13 maggio, circa una settimana prima che quest'ultimo la spedisse a L'Espresso: la deposizione testimoniale del De Santis è stata del resto talmente contraddittoria da determinare il Pubblico Ministero a richiedere la trasmissione degli atti al suo ufficio, per l'adozione delle iniziative di competenza. In sostanza non resta che condividere quanto scritto dal Giudice Istruttore nell'ordinanza di rinvio a giudizio: "Non può, a questo punto, non osservarsi come sia ben strano che persone della rilevanza sociale e della responsabilità di De Santis, facciano affermazioni sia alla stampa sia all'Autorità Giudiziaria del tenore di quelle apparse su "La Repubblica" o verbalizzate il 28.5.1990 e, poi, si vedano costrette a rettifiche gravi, del tipo di quella appena riportata. Infatti, la responsabilità che incombe su chiunque abbia professionalmente rapporti pubblici imporrebbe estrema cautela nell'affrontare temi come quelli relativi all'omicidio dell'ono Mattarella, inducendo oggettivamente aspettative nell'opinione pubblica non fondate su elementi reali. Non può non osservarsi, comunque e conclusivamente, che purtroppo si sono inseriti interessi contingenti di altri soggetti (quali il Mancuso ed il De Santis), che hanno minacciato di ingarbugliare ulteriormente lo scenario e che, sicuramente, hanno ostacolato il rapido sviluppo delle indagini in un momento in cui perentori termini di legge imponevano di concludere la lunga istruttoria",…………………………………….
CONCLUSIONI Alla luce di rotto quanto fm qui esposto, -possono essere formulate le conclusioni -relative alla responsabilità dei singoli imputati. Greco Michele, Riina Salvatore, Provenzano Bemardo, Geraci Antonino, Madoma Francesco, Brusca Bernardo, Calò Giuseppe, in qualità di appartenenti all'organismo di vertice di Cosa Nostra, vanno dichiarati colpevoli dei reati loro -rispettivamente ascritti come in epigrafe. I tre omicidi, a giudizio della Corte, non -possono essere unificati sotto il vincolo della continuazione, non potendo ritenersi unico -il disegno criminoso che ha portato alla loro determinazione, dovendosi anzi mettere -inevidenza che, quando -il primo venne deliberato, non -poteva -in alcun modo essere neppure prevedibile la necessità di attuazione degli altri due, tenuto conto che, addirittura, La Torre non era neppure giunto -in Sicilia All'omicidio in danno di Michele Reina vanno invece unificati il reato di lesioni in persona di Mario Leto nonché i delitti di cui ai capi B, C e D dell'epigrafe; all'omicidio in danno di Piersanti Mattarella va unificato il reato di cui al capo H, mentre all'omicidio in danno di Pio La Torre e Rosario Di Salvo vanno unificati i reati di cui ai capi L, M ed N dell'epigrafe. Tenuto conto della gravità del reato, della -personalità degli imputati, quale è stata sopra descritta, nonché della rilevante -partecipazione causale al verificarsi dell'evento avuta dagli -imputati stessi, la cui decisione è stata condizio sine qua non per l'attuazione dei delitti, non può concedersi loro nessuna attenuante e, per l'effetto l'unica pena che si reputa adeguata per ciascun episodio criminoso è quella dell'ergastolo. Inoltre, ognuno degli -imputati va sottoposto all'isolamento diurno per la durata che si stima congrua in anni due, in relazione a ciascuno degli ergastoli inflitti. All'affermazione di responsabità segue inoltre, per , legge, la condanna degli imputati, in solido, al pagamento delle spese processuali comuni e. ciascuno a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. Gli stessi vanno altresì dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, interdetti legali e decaduti dalla potestà genitoriale. Tutti gli imputati dovranno risarcire alle parti civili costituite -i danni derivanti dai reati peri quali hanno riportato condanna e la quantificazione degli stessi va demandata al giudice civile competente, dinanzi al quale si rimettono le parti. Per quanto concerne l'omicidio in danno di Michele Reina va liquidato in favore della parte civile costituita la congrua. somma di lire 100.000.000 provvisionale e questo capo provvisoriamente esecutivo. In favore della predetta parte civile si liquida altresì la somma di lire 100.000.000 (cento milioni) per spese e onorari di difesa. Per quanto concerne l' omicidio in danno di Piersanti Mattarella, va liquidata in favore di Irma Chiazzese, Bernardo Mattarella, Maria Mattarella e Sergio Mattarella la somma di lire cento milioni per ciascuno, richiesta dagli stessi, a titolo di -provvisionale, e tale capo della sentenza va dichiarato -immediatamente esecutivo. In favore dei predetti va altresì liquidata la somma di lire 250.000.000 (duecentocinquanta milioni), per spese ed onorari di difesa. • Anche nel confronti del Ministero dell'Interno, costituitosi altresì parte civile, va liquidata, a titolo di provvisionale, la somma di lire 100.000.000 (cento milioni), e tale capo della sentenza va dichiarato provvisoriamente esecutivo. In favore del predetto Ministero va inoltre liquidata la somma di lire 100.000.000 (cento milioni) -per spese ed onorari di difesa • Per quanto concerne gli omicidi -pregiudizio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo, a titolo di provvisionale, va liquidata -in favore della -parte civile Partito Democratico della Sinistra la chiesta somma di lire 200.000.000; -in favore di Rosa Casanova la somma di lire 1OO.OOO.OOO(cento milioni);favore del Ministero dell'Interno la somma di lire 200.000.000 (duecento milioni), e tale capo della sentenza va dichiarato provvisoriamente esecutivo. Inoltre vanno liquidate, per spese ed onorari di difesa, rispettivamente le somme di lire 200.000.000 (duecento milioni)in favore della parte civile P.D.S., di lire 150.000.000 (centocinquanta milioni)in favore di Rosa Casanova, e di lire 100.000.000 in favore del Ministero dell'Interno. A s-pese dei condannati inoltre va ordinata la -pubblicazione della presente sentenza, una sola volta e per estratto, al!’ Albo del comune di Palermo, nonché in quello di ultima residenza degli stessi ed inoltre sui quotidiani "Giornale di Sicilia" di Palermo e "la Repubblica" . Pellegriti Giuseppe e lzzo Angelo vanno dichiarati colpevoli dei reati di calunnia loro aseritti, unificando -per continuazione quelli aseritti al Pellegriti; data la particolare gravità dell' episodio delittuoso di cui gli stessi si sono resi responsahili, per la pericolosità del tentativo di "depistaggio" -posto-in essere con la loro condotta, si stima congruo infliggere a. ciascuno la -pena di anni quattro di reclusione. All'affermazione di -responsabilità segue -per legge la condanna dei predetti, -in solido, al -pagamento delle s-pese processuali comuni e ciascuno a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. I predetti inoltre vanno condannati in solido .al risarcimento dei danni in favore delle parte civili costituite, che, per la quantificazione degli stessi vanno rimesse davanti al giudice civile competente. Deve -invece fm d'ora liquidarsi -in favore delle parti civili la somma di lire cinquemilioniquarantacinquemila ciascuna, -per spese ed onorari di difesa. Infime, Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini devono essere assolti dalle imputazioni loro in concorso ascritte -per non avere commesso il fatto, non essendo state raggiunte le prove della loro responsabilità in ordine all'omicidio di Piersanti Mattarella. P.Q.M. Visti gli artt. 19, 28, 29, 32, 34, 36, 72, 81 cpv., 368, 575, 577 n.3 c.p.; ID, 12, 14 Ln.497/1974; 89, 483, 484, 488, 489, 489bis, 490 c.p.p. 1930; 530 c.p.p. 1988, DICHIARA Greco Michele, Riina Salvatore, Provenzano Bernardo, Brusca Bernardo, Calò Giuseppe, Madoma Francesco e Geraci Antonino colpevoli del delitto di omicidio in persona di Michele Reina, ad esso unificati -il-reato di lesioni -in persona di Mario Leto, nonché quelli di cui ai capi B, C, D, dell'epigrafe e li condanna ciascuno alla pena dell'ergastolo, con l'isolamento diurno per la durata di due anni; tutti -in solido al pagamento delle spese processuali comuni e ciascuno a quelle del proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare. Dichiarai predetti interdetti in perpetuo dai p.u., interdetti legali e decaduti dalla potestà genitoriale. Condanna inoltre i suddetti imputati al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita rimettendo le parti dinanzi al competente giudice civile per la quantificazione degli stessi. Liquida in favore della suddetta parte civile la provvisionale richiesta nella misura di (centornilioni), 1OO.OOO.OOO dichiarando tale capo della sentenza   prowisoriamente esecutivo.

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SENATO DELLA REPUBBLICA - CAMERA DEI DEPUTATI COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA E SULLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI SIMILARI

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della bozza
di relazione sulle risultanze delle indagini svolte in ordine alle vicende connesse all' omicidio del funzionario della regione siciliana Giovanni Bonsignore,
Illustro la bozza di relazione che è stata già distribuita.
A mio avviso, un documento su questo episodio è un atto dovuto da
parte nostra sia verso la famiglia di Giovanni Bonsignore sia verso tutti quelli che in Sicilia, a cominciare dal movimento sindacale, sono rimasti colpiti da questo assassinio.
Il grave episodio si è verificato alcuni mesi fa ed un gruppo di lavoro della Commissione, anche a seguito dell'autorevole sollecitazione del Presidente della Repubblica, si è recato a Palermo nel giugno 1990. In quell'occasione vi sono stati diversi incontri, uno dei quali con l'assessore regionale che trasferì Bonsignore, secondo il parere espresso dai sindacati illegalmente.
In questa relazione evidentemente non esprimiamo un giudizio definitivo, ma facciamo alcune osservazioni di carattere istituzionale e Politico, su cui voglio richiamare l'Attenzione dei colleghi. 
La prima riguarda il fatto che la procura della Repubblica di Palermo non ha  esaminato in tempo debito un esposto querela presentato da Bonsignore sei mesi prima del suo assassinio e concernente presunti illeciti perpetrati nei suoi confronti da parte dell'assessore regionale Salvatore Lombardo. In occasione della nostra missione a Palermo noi abbiamo sensibilizzato la magistratura sulla questione, intanto invitandola a proseguire gli accertamenti sul delitto e poi chiedendo i motivi per cui non si era dato riscontro all'esposto querela di Bonsignore. Bisogna dire che, per quanto riguarda l'assassinio, l'inchiesta fino a questo momento non ha prodotto alcun risultato. Sotto questo aspetto la relazione afferma: «Appariva chiaro, infatti, che l'omicidio del funzionario era stato compiuto anche con l'obiettivo non trascurabile di far giungere a tutti i dipendenti regionali il ferale messaggio intimidatorio (collegato alla statura morale ed alla professionalità unanimemente riconosciuta al funzionario), secondo cui corre pericoli di vita chiunque si opponga alle regole, non scritte ma ancor più ineludibili, della spartizione degli appalti, dei finanziamenti mirati e gestiti da chi li ha fatti ottenere, dei favori elargiti in cambio di concreti appoggi, delle tangenti travestite da consulenza, delle intermediazioni pagate come contributi tecnici, dei servizi pretesi magari con un sorriso minaccioso».
Mi rendo conto della pesantezza di queste affermazioni e credo che, a prescindere dalla legittimità in senso stretto del trasferimento (quando c'è uno stato di incompatibilità la situazione non può durare a lungo, anche se il sindacato è di diverso avviso, com'è documentato nella relazione), occorra riportare due giudizi. Il primo è quello del pubblico ministero sulla questione del trasferimento: egli in sostanza esprime qualche dubbio sulla legittimità del trasferimento. Successivamente, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Palermo sostiene invece la legittimità del provvedimento. A mio avviso, riportare entrambe le opinioni nella relazione è giusto e necessario, proprio per gli scopi di cui parlavo prima.
Infine noi esponiamo un'argomentazione sullo stato dei funzionari dipendenti dalla regione: si tratta di 21.000 soggetti, si preannunciano aumenti di questo complesso di funzionari, esaminiamo i criteri di assunzione e il fatto che funzionari integri, fedeli e leali nei confronti delle leggi e delle norme corrono un rischio che non sempre per fortuna è un rischio mortale, ma corrono comunque il rischio di essere trasferiti o non ascoltati.
In sostanza in questa relazione vogliamo rendere note queste vicende come vicende esemplari, di un costume, di un modo di agire, perché, da un punto di vista strettamente giuridico, può darsi che abbia ragione sia il presidente della regione Sicilia, sia l'assessore per quanto riguarda tale questione. Il parere del sindacati è diverso ma il punto è un altro: ci troviamo di fronte ad un funzionario che ha ostacolato o comunque ha tentato di ostacolare alcune misure ed alcuni provvedimenti presi da un assessore in carica con la copertura del Presidente della regione che, a parere di questo funzionario, erano illegittimi e non andavano presi.
Questo fatto ha determinato il trasferimento del funzionario e, ripeto, l'assassinio del Bonsignore appare come un monito su questo credo non ci possano essere dubbi   di carattere mafioso e intimidatorio per tutti i dipendenti della regione che intendono compiere il loro dovere.

Noi concludiamo questa relazione con questi periodi che vi leggo:

«Il rigore formale del funzionario non gli aveva consentito un'interpretazione estensiva, successivamente avallata anche dal consiglio di giustizia amministrativa, che veniva tacciato dall'assessore Lombardo come comportamento incompatibile con gli obiettivi programmatici del Governo nel campo del commercio. Il Bonsignore non era disponibile a queste interpretazioni ed ha vissuto quel trasferimento come una macchia sul suo onore di funzionario integerrimo; si è sentito come ingiustamente punito, diffamato, esposto al giudizio dei suoi colleghi, isolato. Era cosciente di aver fatto solo il proprio dovere, di aver lottato per far trionfare la legge ed ha aspettato invano segnali di conforto circa la legittimità del suo operato, segnali che non ha ottenuto dalla magistratura in primo luogo» ~ riporto qui le varie sentenze riguardanti il trasferimento ~ «non ha ottenuto in altra sede politica, regionale, sia nell'assemblea, né da parte del Governo della regione siciliana».

Questa nostra relazione, modestamente, vuole dare al Bonsignore questo attestato. Questo è il solo significato di questa relazione alla quale abbiamo lavorato e alla quale ho cercato di dare il contributo.

CORLEONE. Signor Presidente, ho letto la relazione ed ho ascoltato con attenzione il suo intervento e certamente devo dire che in queste dieci pagine, molto dense, vi sono valutazioni politiche molto significative. Mi riferisco non soltanto a quelle che lei ha riportato ma anche a quelle, ad esempio, sul giudizio riguardante la regione siciliana che mi confortano molto anche nelle proposte che ho presentato di recente per una rimeditazione dello statuto speciale della regione Sicilia. Alcune cose sembrano addirittura coincidenti nella letteralità delle proposte.

PRESIDENTE. Ha presentato un documento su questo?

CORLEONE. Sì, ho proposto un disegno di legge che le farò avere. Devo dire, signor Presidente, che vorrei fare alcune osservazioni su quanto qui viene adombrato, ma che a mio parere ha un carattere di gravità e che dovrebbe essere approfondito dalla Commissione per cercare di giungere alla verità. In due occasioni, a pagina 10 e a pagina 5, si fa riferimento ad un contrasto del dottor Bonsignore con l'assessore che, se non vado errato, in questo caso non è Lombardo.

PRESIDENTE. A me risulta essere l'assessore Lombardo.

CORLEONE. Per quanto riguarda il contrasto con il consorzio agroalimentare, credo si tratti di contrasto con altro assessore.

PRESIDENTE. Bonsignore era stato trasferito ad un altro assessorato.

CORLEONE. Comunque non è fondamentale; la sostanza è questa. io sostengo che il contrasto sulla destinazione di finanziamenti a questo consorzio dei mercati agroalimentari siciliani, che qui è posto come un
contrasto vero, a mio parere vada approfondito.

Il consorzio mercati agroalimentari è oggetto di un provvedimento generale; ma in particolare per quanto riguarda il centro più grosso, quello di Catania, credo sarebbe interessante capire a che punto si è adesso nella nomina dei consigli di amministrazione, sia quelli nominati dai privati, che quelli nominati dalla regione.

Credo che molti fatti accaduti nei mesi scorsi, gravi, siano riconducibili alla nomina di questo consiglio di amministrazione, che quelli pubblici dovessero seguire la stessa direttiva di quelli privati già autonomamente nominati da chi di dovere.

Io credo che questa sia l'occasione per dire con chiarezza che l'omicidio Bonsignore è un delitto di mafia.

PRESIDENTE. L'abbiamo detto.

CORLEONE. Mi sembra sproporzionato avanzare dubbi riconducibili alla vicenda della pompa di benzina. Mi pare invece che l'incontro tra pubblici amministratori, forze politiche e interessi economici ingenti sia su altri aspetti. Potremmo dire di più, ma forse è opportuno un approfondimento: noi abbiamo a disposizione le intercettazioni Graci, in cui compaiono alcuni nomi che hanno a che fare con le vicende di cui ci stiamo occupando, in particolare quelle a cui accenna la bozza di relazione alle pagine 5 e 10.

Concludo qui il mio intervento, signor Presidente, osservando un fenomeno che in Sicilia mi pare di notevole importanza. Qualche giorno fa su «Il Giornale di Sicilia» è stato pubblicato l'elenco di tutti i dirigenti della burocrazia regionale siciliana: accanto ad ognuno di questi ~ come se fossero assessori o uomini politici eletti ~ era indicato il partito di appartenenza. L'episodio si commenta da solo.

PRESIDENTE. Dirigenti di che grado?

CORLEONE. Del massimo livello. Certamente, nessuno può impedire che i funzionari di tutte le regioni abbiano idee politiche o appartengano ad un partito. In tutte le regioni, probabilmente, vi è anche il fenomeno della lottizzazione politica. Però, non ho mai assistito al riconoscimento ufficiale che, in seguito alla rimodulazione della composizione politica della giunta, i dirigenti passano da un ufficio ad un altro per una sorta di equilibrio parallelo Purtroppo, non ho con me questo ritaglio del quotidiano ~ una pagina intera! ~ ma questo è uno degli elementi per comprendere la sconvolgente situazione in cui si trova la gestione amministrativa della regione siciliana: ho voluto darne testimonianza con un fatto di cronaca a mio avviso non
irrilevante.

Credo che tutti noi non possiamo che votare a favore della bozza di relazione, magari fornendo alcuni elementi di maggiore precisione per una lettura più completa di un episodio che rimane tra i più gravi di quell'amministrazione~ '" Vorrei soltanto sottolineare che forse la Commissione potrebbe cogliere questa occasione per dare il proprio sostegno e la propria solidarietà ad altri funzionari ed in particolare ad uno di nome Buongiomo che si trova nella stessa situazione in CUI era Bonsignore.

PRESIDENTE. Questo episodio è recente?

CORLEONE. È venuto prepotentemente alla luce qualche mese fa.

Questo funzionario è collocato a riposo per una sospensione disciplinare dall'incarico.

PRESIDENTE. Approfondiremo l'episodio.

MANNINO. Signor Presidente, anch'io sono dell'avviso che sarebbe opportuno un approfondimento ulteriore per fornire un quadro più preciso della situazione. Non vi è dubbio, infatti, che rispetto all'omicidio Bonsignore ~ chiaramente e nettamente mafioso ~ l'aspetto più interessante da analizzare è quello della gestione amministrativa regionale. Mi riferisco all'attività di Bonsignore nell'ambito dell'amministrazione regionale, alle iniziative che lui ha preso, ai «calli» che eventualmente gli è capitato di pestare, più o meno consapevolmente, alle ispezioni che lui ha avuto modo di fare in determinati comuni. Un esempio potrebbe essere quello del comune di Torretta, che si può definire ~ come diceva Ignazio Buttitta parlando di Sciarra ~ «quel paese esiliato e oscuro dove la storia ha innalzato un muro». Ora Sciarra è in ben altre mani e lo si è visto proprio dalle elezioni di pochi giorni fa; ma a Torretta questo non è mai avvenuto, pur essendo l'epicentro di quella famosa operazione di polizia che porta il nome di  «Iron tower». Quindi, senza pretendere di compiere le indagini che stanno svolgendo già alcuni magistrati, si potrebbe dare uno sguardo alle attività svolte da Bonsignore al fine di comprendere meglio i meccanismi clientelari e le infiltrazioni mafiose nella regione siciliana.

Ad ogni modo, sono assolutamente d'accordo con quanto è stato scritto.

FERRARA. Signor Presidente, innanzi tutto dichiaro di concordare perfettamente con il contenuto della bozza di relazione, soprattutto per il modo molto equilibrato e per l'uso di parole opportune nell' esposizione di questo caso.

La prima considerazione che vorrei fare riguarda per così dire il profilo umano della vicenda. Anche per me Bonsignore era un galantuomo, un funzionario integerrimo e qualificato: magari fossero così tutti i funzionari della mia regione! Egli ha compiuto il suo dovere pur trovandosi in una situazione difficile: tutti conosciamo la realtà siciliana, anche se ~ contrariamente a quanto afferma il senatore Corleone ~ la regione non merita la punizione di vedersi sottratta l'autonomia speciale Semmai, deve essere verificato come viene usata tale autonomia.

Vi è poi la vicenda amministrativa. Anche per me rimangono alcune perplessità, soprattutto vista l'ipotesi dell'autorità giudizi aria circa il fatto personale con l'assessore Lombardo. Una cosa è un fatto personale, che si verifica, anche quando un sindaco ed un impiegato non vanno d'accordo; una cosa diversa è quando un funzionario dà un'interpretazione della legge a mio avviso corretta, che dà luogo alle conseguenze su cui si sofferma la bozza di relazione. In questo senso, credo che l'autorità giudiziaria dovrebbe avere la sensibilità, oltre che il dovere, di approfondire l'indagine per controllare come sono stati assegnati i fondi regionali per il Consorzio Mercati Agroalimentari Sicilia ed eventualmente verificare l'ipotesi del reato mafioso.

Vorrei sottolineare la differenza con l'aspetto che potrebbe aver innescato, attraverso i giornali, un'ipotesi di coinvolgimento dell'assessore regionale nel delitto Bonsignore per coprire eventuali responsabilità che invece potrebbero nascere dal fatto che in Sicilia, dove vengono assegnati a cooperative o a società per azioni finanziamenti ingenti per attività in cui la malavita può avere addentellati in alcune province, quali Palermo, Trapani e Catania, il Bonsignore era praticamente un soggetto, come dice la relazione, «scomodo», cioè un soggetto che non facilmente si faceva corrompere.

Pertanto domando se, dopo questa relazione, è possibile fare quello che è nostro dovere di cittadini nei riguardi della vedova (che so essersi incontrata con lei, signor Presidente) e dei familiari, con sentimento profondo di riconoscenza per un funzionario che ha compiuto il proprio dovere e che è stato vittima innocente della criminalità, con un attestato ai familiari del Bonsignore per il suo eroismo, per un individuo innocentemente trucidato dalla criminalità organizzata della Sicilia.

Senatore Corleone, vorrei infine osservare che l'autonomia speciale, se la Sicilia ce l'ha, non va tolta bensì va rafforzata.

PRESIDENTE. Questa è una discussione di carattere costituzionale che risale al 1946, anzi addirittura ad un periodo precedente.

TRIPODI. Signor Presidente, concordo con l'affermazione fatta a pagina 2 dove si parla del carattere politico-mafioso dell'omicidio del Bonsignore.

Ritengo che questo aspetto deve rimanere, perché dalla lettura della vicenda che ha portato all'assassinio di questo funzionario emergono responsabilità politiche molto chiare. Per questo motivo credo che, nel momento in cui concludiamo l'indagine su questa terribile vicenda dell'eliminazione di un funzionario che voleva difendere la trasparenza e la pulizia della pubblica amministrazione, dobbiamo approfondire un aspetto: cosa hanno fatto le autorità giudiziarie...

PRESIDENTE. Sta scritto qui.

TRIPODI. Mi riferivo all'ultima parte, nella quale oltre alla denunzia che abbiamo fatto prima, a mio avviso, dobbiamo insistere e proporre che sulla questione in esame si vada fino in fondo. Mi permetterei di proporre questo ritenendo la cosa utile, uno stimolo ad un impegno che fino a questo momento non c'è stato per poter individuare responsabilità e evidenziare questo intreccio tra mafia e politica che probabilmente ha portato a questo omicidio politico-mafioso.

BARGONE. Signor Presidente, intervengo brevemente per dire che mi sembra che la relazione sia il modo migliore per rendere omaggio alla memoria del giovane Bonsignore e soprattutto per manifestare il rispetto per il rigore del suo comportamento e per il coraggio che egli ha dimostrato.

Credo che la relazione ponga le questioni nella maniera giusta e con l'equilibrio necessario in una circostanza come questa, soprattutto in considerazione del rispetto che si deve anche ad altri soggetti istituzionali che in questa vicenda hanno svolto un ruolo, anche se negativo.
Si potrebbe anche sottolineare qualche aspetto rispetto ad altri, ma
mi sembra che in questo modo non si aggiungerebbe né si toglierebbe nulla ad una relazione che, a mio avviso, dice quello che deve dire e lo fa con molta forza e con il giusto equilibrio.

Ho voluto intervenire in primo luogo per esprimere la mia valutazione sulla relazione ma anche per sottoporre alla vostra attenzione una mia preoccupazione. Ho sentito che ci sono proposte di approfondimenti: su questo andrei cauto perché ritengo che ci sia la necessità oggi di approvare la relazione perché, data la situazione politica, non sappiamo se la Commissione potrà più riunirsi e soprattutto se potrà compiere ancora indagini. Credo pertanto che l'approvazione della relazione sia un atto dovuto tenuto conto della bontà di quanto vi è scritto e che eventualmente si potrebbe ~ come abbiamo fatto sempre per tutte le altre relazioni apportare qualche modificazione, successivamente però all'approvazione della relazione stessa in modo compatibile con l'impianto del documento.

Dico questo perché non credo sia opportuno riunire di nuovo la Commissione per l'approvazione della relazione.

LANZINGER. Signor Presidente, a mio avviso potrebbero forse essere conciliate queste due opposte esigenze: quella di non chiudere un'indagine che non può che essere a spettro ampio e d'altra parte quella di evitare che il lavoro fatto vada disperso in un'ipotesi di impossibilità di procedere.

Questa esigenza di un approfondimento la vorrei caldeggiare per due ragioni. La bozza di relazione mi sembra che sia fatta con una giusta indignazione morale come elemento di ispirazione e quindi sottolinea alcuni elementi che sono sicuramente da enfatizzare e ne condivido lo stile. Devo anche dire però che, da un lato forse non è decisivo ai fini di individuare le ragioni proprie di questo omicidio di mafia, come tutti hanno detto e come è stato detto anche dagli assessori e dal presidente della giunta regionale siciliana, ma ci interessa uscire dal generico e mettere a fuoco alcuni elementi che hanno fatto scattare questa trappola mafia sa.

È giusto sottolineare con molta forza l'elemento del contrasto con l'assessore.

PRESIDENTE. Ma non è questo l'elemento fondamentale, l'elemento fondamentale è il carattere di intimidazione della vicenda complessiva

LANZINGER In ipotesi sarebbe comunque possibile sostenere l'esistenza di questa forza intimidatrice, anche se la situazione fosse tale da non porre l'assessore in condizioni di legittimità. Se per ipotesi avesse ragione il giudice per le indagini preliminari, vale a dire che in questa materia non si può ravvisare una illiceità penale (il giudice penale naturalmente non si occupa della parte amministrativa), la questione si ridurrebbe ad un puro accertamento penalistico. Ma non credo che per questa ragione saremmo fuori strada rispetto a una ipotesi che collega amministrazioni, intimidazioni mafiose e atteggiamenti onesti.

Un elemento importante che ritengo vada acquisito, avendo approvato la parte di lavoro già compiuta, è la conoscenza di quanto avviene nell'attività di Bonsignore. Evidentemente si tratta di un funzionario che vive in una situazione di marasma generalizzato. La sua non è solo un'azione esemplare contro un semplice abuso assessorile. Il nostro Presidente conosce infatti la lettera del procuratore della Repubblica di Palermo dell’Il luglio 1990, laddove si dice ~ mi pare correttamente che gli accertamenti facevano emergere una pluralità di possibili causali in un quadro molto più articolato e complesso rispetto al semplice contrasto tra un funzionario e un assessore.

PRESIDENTE. Non è stato accertato nemmeno un fatto rispetto alla ipotizzata pluralità.

LANZINGER. Evitiamo la fatica di cercare l'ago nel pagliaio. Cerchiamo invece di mettere in luce la battaglia di moralità condotta da Bonsignore, che non si limitava alla lotta evidente per la verifica delle qualità del consorzio agroalimentare. Abbiamo infatti elementi per affermare con grande sicurezza che, quando il soggetto privato di una società mista finanzia l'intero capitale sociale mentre la regione ha la maggioranza in quella stessa società, qualcosa non funziona. Siamo di fronte a un caso di prestanome non rappresentato dal soggetto privato, bensì da quello pubblico, il quale appunto presta il nome al socio privato. Mi sembra un elemento non secondario.

Non possiamo non ricordare che la stessa moglie e il fratello del funzionario in questione avevano subito indicato altri esposti preparati dal Bonsignore, in particolare uno rinvenuto nella sua casa, contenente accuse di corruzione e di illecito arricchimento contro un altro funzionario regionale, nei cui confronti poteva aver disposto delle indagini.

PRESIDENTE. Questo esposto non risulta presentato alla magistratura, dal momento che ufficialmente esiste solo quello relativo al trasferimento.

LANZINGER. Tuttavia a casa del Bonsignore è stato rinvenuto l'esposto da me citato. L'intimidazione può concretarsi non solo in una punizione, ma anche in una azione che impedisca di agire Se qualcuno aveva saputo di iniziative del Bonsignore su altri fronti dello stesso fenomeno mafioso, evidentemente quella esecuzione impediva la presentazione di un esposto volto ad avviare un'indagine specifica.

PRESIDENTE Ho i miei dubbi, perché l'esposto presentato è rimasto lettera morta. In effetti non credo che un esposto presentato da un singolo cittadino possa avere sviluppi rapidi

CORLEONE. Questa affermazione è più grave di quella rilasciata dal collega Lanzinger.

PRESIDENTE. Certamente.

LANZINGER. Si tratta di verificare se, al di là di quanto abbiamo saputo sulle attività svolte da Bonsignore prima dell'uccisione, debba considerarsi elemento di giudizio ciò che la magistratura a sua volta sapeva prima dell'omicidio relativamente alle cause dello stesso. Mi sembra secondario accertare se avesse ragione l'assessore o Bonsignore: l'intimidazione colpisce quel funzionario che non può addurre a propria ragione la legittimità di una opposizione a una decisione discrezionale e assolutamente opinabile di un assessore. In riferimento a quanto detto da una parte dei sindacati, che sono forse i più informati...

PRESIDENTE. Non ne sono sicuro, anche se appartengono alla mia parte politica.

LANZINGER. Però il giudizio sull'isolamento riguarda l'intera società.

PRESIDENTE. Non gli hanno dato risposte nemmeno dopo morto.

LANZINGER. Bisognerebbe allora capire perché avesse così pochi appoggi anche all'interno del sindacato.

LO PORTO. Annuncio la mia adesione alla relazione e sottolineo che essa rappresenta uno spaccato ~ secondo me neanche ampio e profondo ~ del malgoverno e della corruzione esistenti presso la regione siciliana. In effetti la nostra Commissione ha mancato l'appuntamento nei confronti di quella regione intesa come istituto, forse per motivi di tempo e di sovraccarico di lavoro. Abbiamo stilato magnifiche relazioni sulle province e sui distretti giudiziari, ma non possiamo dire, a conclusione dei nostri lavori, che la materia del governo regionale sia stata da noi adeguatamente e abbondantemente sviscerata, anche se questa relazione affronta la tematica del malgoverno in Sicilia. È comunque troppo poco e mi permetto di suggerire che venga sottolineato questo concetto.

C'è bisogno di evidenziare che non si tratta di una relazione che intende esprimere un giudizio definitivo sulla gestione del potere nell'istituto regionale siciliano. Siamo attenti a quanto si dice sulle ragioni che possono aver condotto al delitto, sulle condizioni in cui è maturata la decisione di abbattere un uomo che combatteva la sua battaglia, giusta o sbagliata che fosse, ma comunque nella legalità e nella coscienza di obbedire a una spinta morale. Tuttavia, non si può pensare che tutto si debba tradurre nella nostra incapacità o impotenza ad attribuire una responsabilità di questi fatti entro una zona di movimento nella quale può essere maturata la decisione di uccidere (mi riferisco al caso Lombardo o al caso Leanza), avendo preliminarmente e giustamente dichiarato che si tratta di un delitto mafioso, quindi a fortissimo contenuto intimidatorio, sia per punire che per
prevenire eventuali danni derivanti dall'azione di un funzionario o di un apparato burocratico intenzionati ad ostacolare gli affari in Sicilia. Con una premessa del genere non possiamo continuare a seguire sempre lo stesso comportamento, come accade da quando sento parlare i rappresentanti siciliani in questa Commissione. Non mi sembra opportuno che ancora una volta vi sia una specie di meteorite, che appare luminosa e scompare un minuto dopo, appena si chiudono le porte, e non ricompare più in nessun dibattito. Il Presidente della regione siciliana, Rino Nicolosi, a seguito delle dichiarazioni da lui rilasciate ai tempi del delitto di cui ci occupiamo, viene citato con frasi che dimostrano un incoerente e scarso senso di responsabilità. Certi atteggiamenti meriterebbero però un maggior approfondimento per verificare le effettive responsabilità dello stesso Nicolosi.

Noi siamo ancora in attesa della risposta alla nostra richiesta di approfondimento, presentata in Ufficio di presidenza allargato, circa l'intreccio é il groviglio di affari che in Sicilia negli ultimi anni ha visto il trionfo di realtà economiche sommerse.

Il delitto Bonsignore è certamente di natura intimidatoria e si ricollega a quello precedente dell'omicidio La Torre. Limitare l'indagine alla zona di influenza di quel burocrate o ai singoli episodi di contrasto può essere deviante rispetto all'azione di intimidazione diretta contro chiunque osi disturbare certe manovre. La vittima non è punita perché ha sbagliato o per evitare che sbagli nel futuro, ma probabilmente perché tutti sappiano che il potere burocratico non ha diritto di interferire sul potere politico. Questa considerazione manca nella relazione ed io la inserirei con maggiore chiarezza.

PRESIDENTE. Secondo me, la relazione presenta questo tipo di considerazione.

LO PORTO. È un delitto che si collega all'omicidio di Pio La Torre. A mio avviso, occorrerebbe sottolineare anche le responsabilità di chi ha diretto la regione negli ultimi anni. Il presidente Nicolosi ha dato una risposta assolutamente insignificante e formale rispetto alla sua responsabilità decisionale in ordine al trasferimento di un funzionario integerrimo: un trasferimento che non può essere considerato una promozione, come infondatamente il presidente Nicolosi ha dichiarato, quanto piuttosto una punizione, visto che oltre tutto non era gradito dall'interessato. Credo quindi che occorra sottolineare che il caso Bonsignore rappresenta solo un esempio di un fenomeno molto più generale degli equilibri di potere in Sicilia.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, credo di poter constatare in linea di massima il generale consenso manifestato sulla relazione da me illustrata. Ritengo che il documento sia molto severo e che non sottolinei soltanto l'episodio del trasferimento e del contrasto tra un funzionario ed un assessore, ma si soffermi sulla questione più generale del funzionamento della macchina amministrativa e politica della regione siciliana, sottolineando il carattere intimidatorio del delitto. Ritengo altresì che sia possibile accogliere le osservazioni che sono state fatte su diversi punti della relazione, ma che essa debba essere sostanzialmente approvata.

Credo che tra i meriti di questa Commissione ci sia quello di aver sottolineato, insieme alla situazione di alcune grandi città, come Roma e Milano, anche la questione della regione siciliana, a mio avviso molto seria. Si può anche rendere più esplicito questo riferimento, secondo i suggerimenti avanzati dagli onorevoli Lo Porto e Lanzinger che sostanzialmente condivido. Prego inoltre i colleghi Corleone e Mannino di far pervenire alla Presidenza un appunto con le loro osservazioni. Comunque, ritengo che la relazione debba essere approvata anche per un riguardo alla famiglia della vittima: se ovviamente questo atto non può essere appagante per chi chiede giustizia, tuttavia esso è un atto politico importante da parte della nostra Commissione.

Se non si fanno osservazioni, così resta stabilito.
La seduta termina alle ore 17,15.




TINA MONTINARO LA MAFIA A ISOLA è SEMPRE ESISTITA










Il PROFESSORE. “ la notizia mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno “

CERTO E’ COMPRENSIBILE Si fa fatica a “leggere” i fatti ciò che ci circonda quello che avviene, si fa fatica ad osservare ed interpretare la realtà, quando in genere si è occupati a fare altro……….


SUCCEDE che l’omicidio avvenuto ad Isola delle Femmine di Pietro Enea nel lontano 1982 ad oggi non abbia trovato il colpevole di quest’efferato omicidio
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, un’area di 1.800 metri quadri (vedasi Conferenza di servizi conclusa il 29/10/2001) destinato alla rimessa e deposito del Cantiere del Raddoppio ferroviario S.I.S. sia CONCESSA da parte dell’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola un’area di dieci volte superiore con la costruzione di un’industria di Calcestruzzi
SUCCEDE ad Isola delle Femmine, nell’ottobre del 2006, in Piazza Umberto arresto del boss latitante Salvatore Alfano importante esponente della famiglia mafiosa Della Noce
SUCCEDE che due imprenditori scompaiano da Isola delle Femmine e non ne sappia più nulla.
SUCCEDE  che ad Isola delle Femmine in vari blitz dei Carabinieri e della Guardia di Finanza siano sequestrati beni appartenenti a famiglie mafiose
SUCCEDE  che il territorio d’Isola delle Femmine veda la presenza di mafiosi arrestati nell’operazione ADDIO PIZZO 5
SUCCEDE  che le elezioni amministrative del 2009 per Sua stessa ammissione siano inquinate per intervento della mafia.   Lei si era accorto di ciò, vedasi delibera 52 dell’anno 2009.
SUCCEDE  che Isola delle Femmine ad oggi 2012 non si sia dotato di un moderno Piano Regolatore Generale (è in vigore quello del 1977)
SUCCEDE  un’area destinata alla costruzione di una pubblica VIA sia destinata alla costruzione di un “Parco Urbano”. Quella stessa area costruita su materiale di risulta proveniente dal cantiere del raddoppio ferroviario di quella stessa azienda che: «... i vertici della S.I.S. erano coscienti della forza di Impastato... Dalle carte dell’inchiesta... salta fuori che tanti politici, di schieramento diverso, hanno bussato alla porta della S.I.S. per piazzare operai e imprese nei cantieri» «... dal presidente dell’Ars, Francesco Cascio del Pdl, agli onorevoli Francesco Mineo (Grande Sud) e Riccardo Savona dell’Udc... dall’ex assessore del comune di Palermo Patrizio Lodato (Italia Domani) al sindaco di Isola delle Femmine, Gaspare Portobello (lista civica). (pag 6 Vicenza Più 24 giugno 2011 )
SUCCEDE  che sull’attività svolta in questi ultimi anni dall’Ufficio Tecnico Comunale d’Isola delle Femmine si siano concentrate tutta un serie di denunce e disfunzioni giuridiche e burocratiche.
SUCCEDE  che a ridosso della Italcementi (azienda insalubre per la salute umana e per l’ambiente) siano state permesse costruzioni di civili abitazioni, scuole, pronto soccorso e attività sportive.  
SUCCEDE  che l’intero territorio d’Isola delle Femmine sia in pratica massacrato dalla continua cementificazione
SUCCEDE  che l’intero territorio d’Isola delle Femmine per una buona metà della Sua Sindacatura sia stato letteralmente ricoperto di MUNNEZZA
SUCCEDE   Isola delle Femmine non sia mai caduta cosi in basso!
SUCCEDE  per salvaguardare la democrazia la partecipazione, la legalità e la trasparenza nella gestione della Cosa Pubblica debba intervenire una Commissione Governativa
SUCCEDE che la GIOIA l'ALLEGRIA la SOCIALITA' non abbiano più diritto di cittadinanza ad Isola delle Femmine

Il PROFESSORE l’abbiamo lasciato nella Sua “ per me la notizia è come un FULMINE a ciel sereno…”

Il PROFESSORE ricorda molto la canzone di Guccini "..... alla stazione di Bologna la notizia arrivò in u baleno un............"



SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE! SUCCEDE!


Lei  " come un fulmine a ciel sereno " Ci chiediamo se effettivamente si rende conto di ciò che proferisce.

TINA MONTINARO,  che la realtà riesce a leggerla molto bene se non altro per i suoi trascorsi e per le sue sofferenze,  informa il PROFESSORE che “ La mafia a Isola delle Femmine è sempre esistita, diciamo la verità, non è del tutto INEDITO ma le infiltrazioni mafiose sul territorio di Isola delle Femmine ci stanno da sempre, diciamo la verità, ci stanno da SEMPRE se no  insomma manco le stragi facevano NO! Dico  questo,  insomma QUI nessuno è CRETINO”

Un suggerimento per il Consigliere di MAGGIORANZA dichiaratosi egli stesso presidio della legalita’ a Isola delle Femmine

RIFLETTA BENE sulle parole della Tina. Le saranno di conforto e di sostegno per   DIMETTERSI IMMEDIATAMENTE come aveva promesso “….. NEL MOMENTO IN CUI MI RENDESSI CONTO CHE…”

n.b. Suggerisca al PROFESSORE di seguirla IMMEDIATAMENTE

Questo naturalmente in sintonia per quanto avete sempre AFFERMATO: 

"Noi amiamo Isola delle Femmine"



http://cupoladellapolitikaaisoladellefemmine.blogspot.it/ 



BASILE FILIPPO, BONSIGNORE GIOVANNI, BONTADE, DE SANTIS   GIUSEPPE, Falcone, MASSONERIA, MATTARELLA PIERSANTI, PRIO VELIO NINO, PRIVITERA FRANCESCO, RAMIREZ GIUSEPPE, SAMMARCANDA,SANFILIPPO ELIO,SINDONA,