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Monday, March 12, 2012

Ipoteche, debiti e abusi il pasticcio dei beni mafiosi 'Confiscati ma inutilizzabili'

Ipoteche, debiti e abusi il pasticcio dei beni mafiosi 'Confiscati ma inutilizzabili'



PER apportare a quel latifondo una serie di migliorie, il Banco di Sicilia aveva concesso al "Papa" un mutuo di un miliardo e mezzo di lire senza battere ciglio. Erano altri tempi e le banche, specialmente in Sicilia, non andavano tanto per il sottile con i mafiosi soprattutto se, come Michele Greco, frequentavano i salotti bene e conoscevano le persone giuste. Quel miliardo e mezzo, tramutatosi in una pesantissima ipoteca, per 25 anni è stata "l' arma" con la quale, nonostante la confisca, Cosa nostra è riuscita ad impedire allo Stato di riprendersi e far fruttare un pezzo del suo patrimonio. Solo ora, grazie alle insistenti pressioni del prefetto Giuseppe Caruso che ha quasi obbligato Unicredit a rinunciare a buona parte del suo credito e a rateizzare il resto, nei 150 ettari del feudo di Verbumcaudo, sulle colline delle Madonie, vero e proprio emblema della forza economica della mafia siciliana, è già partita la semina del grano e sta per essere realizzato un impianto di produzione prima di olivi e poi di vini e sorgerà la prima Banca vitivinicola siciliana. Purtroppo una goccia nel tempestoso mare del riutilizzo dei beni mafiosi, la trincea più avanzata della lotta alla criminalità organizzata dal sud al nord del paese, che rischia di essere travolta dall' inarrestabile onda d' urto dei gravami finanziari sui beni confiscati. 

UN PATRIMONIO CONTESO DALLE BANCHE È un tesoro da 20 miliardi di euro quello che è stato sottratto alle mafie: aziende, società, edifici, case, magazzini, terreni, auto di lusso, barche, che il lavoro incessante di anni di magistrati e forze dell' ordine è riuscito a portare via dai bilanci di Cosa nostra, camorra, ' ndrangheta. Il ministro della giustizia Paola Severino, alla commissione antimafia, ha dato una valutazione positiva dell' attività di contrasto fin qui svolta parlando di oltre il 50 per cento dei beni confiscati come già destinati ma il prefetto Giuseppe Caruso, da nove mesi direttore dell' Agenzia nazionale per i beni confiscati al quale è affidata la gestione di questo patrimonio, lotta contro un nemico a cui adesso ha dato un nome: le banche. Come è possibile, si è chiesto, che quasi l' 80 per cento di questi beni è sostanzialmente ingestibile, al 65 per cento per i gravami ipotecari avanzati da decine di istituti di credito? «Ho già firmato oltre 200 istanze all' Avvocatura dello Stato per chiedere direttamente l' accertamento della buona o mala fede di chi ha concesso crediti ai mafiosi. È davvero impressionante constatare quante banche hanno erogato soldi senza verificare chi fosse il destinatario di questo fido». Oggi il rischio concreto è di mancare clamorosamente un obiettivo decisivo nel contrasto alla criminalità organizzata, la reimmissione in un circuito economico virtuoso dei soldi sporchi. Un bel problema considerato che adesso, a differenza di quando la competenza era del Demanio, l' Agenzia può destinare solo beni totalmente privi di criticità. Il che equivale a dire che un patrimonio da almeno 10-12 miliardi è totalmente a perdere. Un allarme rilanciato anche dal presidente di Libera, don Luigi Ciotti che con il circuito dei beni confiscati ha avviato un meccanismo virtuoso che produce e dà lavoro a centinaia di giovani. «Le banche dicono ai Comuni di pagargli l' ipoteca che il mafioso o il prestanome hanno fatto, ma le associazioni antimafia interessate al bene per un uso sociale non hanno i soldi per pagare un' ipoteca e le banche, salvo rare eccezioni, rivendicano il denaro. Questo è un nodo politico che va sciolto». 

LA STRATEGIA DEI BOSS Sicilia, Campania, Puglia e Calabria detengono il primato dei beni sottratti alle cosche, ma purtroppo anchei casi più eclatanti dimostrano come troppo spesso le confische siano delle occasioni sprecate. L' ultimo in ordine di tempo è quello del Parco dei Templari e della ex masseria di Altamura, in provincia di Bari, un meraviglioso parco da 66 mila metri quadrati con fabbricati per 8.500 metri quadri, valore stimato 16 milioni di euro, confiscato nel 2007 e gestito fino ad ora in una sorta di partnership pubblico-privato tra l' Agenzia nazionale e lo chef Gianfranco Vissani che aveva accettato la scommessa di rilanciare la struttura con 36 dipendenti. Alta cucina per banchetti e ricevimenti aveva anche assicurato un certo introito ma un buco finanziario da 600 mila euro ha indotto l' Agenzia a fare un passo indietro e a chiedere alla Regione Puglia di intervenire. Ma chi dovrebbe accollarsi l' onere di gestione di un bene così indebitato con le banche? A Pomigliano d' Arco, la Masseria Castello, 8.000 metri di terreno e lo scheletro di un edificio, sequestrato al clan Foria, è in totale stato di abbandono. Confiscato a giugno del 2000 e assegnato al Comune, vede il progetto di realizzazione di un centro giovanile già finanziato con 3 milioni e 364 mila euro del Pon (programma operativo nazionale) sicurezza bloccato per un' ipoteca da 10 mila euro. A Villaricca, un appartamento confiscato tre anni fa e destinato a una casa accoglienza per disabili, anche questa finanziata con il Pon sicurezza, è stata stoppata da due azioni di pignoramento, una da 41 mila euro e l' altra da appena 1360 euro perché l' Enel intende riscuotere 20 anni di bollette non pagate. In Campania una recente ricerca del Consorzio Sole conferma: non più del 20 per cento dei beni acquisiti dallo Stato riescono ad essere rigenerati con finalità sociali. E quella dei gravami finanziari, ha spiegato Lucia Rea, responsabile del Consorzio, sembra essere una verae propria strategia: i camorristi che sanno di essere sotto inchiesta accendono mutui sui loro beni a rischio sequestro, incassano soldi liquidi più facili da riciclare e rendono molto difficile la loro assegnazione definitiva. 

CASE OCCUPATE E CASE INESISTENTI Ci sono poi le decine di immobili già assegnati ai Comuni ma che restano occupati dai familiari dei boss che nessuno si azzarda a sfrattare. A Castellammare di Stabia, resta tranquillamente a casa sua la moglie del capo della cosca D' Alessandro perché l' appartamento è confiscato solo per metà e peraltro è abusivo. In Calabria è stata persino aperta un' inchiesta con oltre 350 indagati per far luce sulle centinaia di immobili, alcuni confiscati da più di 15 anni, che continuavano a rimanere nelle mani dei familiari dei boss, come un intero palazzo sottratto a Reggio Calabria nel ' 97 a Pasquale Condello ma nel quale risiedevano tutti i suoi parenti. Se non possono fare altro, poi, i Casalesi passano ai danneggiamenti di quelli che un tempo erano i bunker dotati di ogni comfort che ospitavano le latitanze dorate dei loro capi: così la villa di Walter Schiavone a Casal di Principe o i terreni di Lubrano a Pignataro Maggiore vandalizzati dagli stessi uomini del clan per renderli inutilizzabili, addirittura con la compiacenza del sindaco, il pidiellino Giorgio Magliocca, avvocato, arrestato a marzo dell' anno scorso proprio con l' accusa di aver consentito al clan Lubrano di continuare ad utilizzare beni confiscati assegnati in gestione al Comune. A Bologna Villa "la Celestina", tre piani in una zona di prestigio, sta ormai cadendo a pezzi, la via in cui sorge, ora via Boccaccio, ha cambiato nome ma la cosa non è mai stata comunicata al catasto. A rendere impossibile l' utilizzazione di un bene c' è una miriade di piccole quanto insormontabili difficoltà tecniche o burocratiche. Basta spulciare l' elenco dei beni assegnati al Comune di Palermo: un palazzo confiscato all' ex sindaco Vito Cancimino per metà occupato da inquilini e per l' altra metà da ristrutturare, un terreno da 1700 metri quadri a Ciaculli, il regno dei Greco, dove continuano a pascolare le pecore perché "senza confini", un altro confiscato ad uno dei killer di via d' Amelio, Gaetano Scotto, ufficialmente "inaccessibile". 

LE AZIENDE DECOTTE C' è poi un immenso patrimonio capace di dare occupazione a migliaia di persone che si perde giorno dopo giorno. È l' economia sommersa delle aziende delle mafie che, sequestrate, confiscate e affidate ad amministratori giudiziari non reggono l' impatto con il mercatoe si avvianoa un mesto fallimento. L' ultimo caso è quello del gruppo catanese Riela trasporti. Quella che tredici anni fa era la quattordicesima azienda più ricca della Sicilia, 30 milioni di fatturato, 250 dipendenti, ha avviato le procedure di liquidazione «perché non riesce a stare sul mercato», si legge nella determinazione adottata dall' Agenzia per i beni confiscati. I titolari ai quali era stata sottratta hanno fondato un nuovo consorzio che ha tolto i clienti alla Riela riuscendo persino a diventare il suo principale creditore per sei milioni di euro. D' altra parte l' azienda in amministrazione giudiziaria, rispettando tutti i parametri di legalità, era costretta a praticare prezzi superiori fino al 30 per cento rispetto ai concorrenti. E la Calcestruzzi Ericina, fiorentissima azienda che, finoa quando apparteneva al boss trapanese Vincenzo Virga, operava quasi in regime di monopolio, appena passata in amministrazione giudiziaria, ha visto prosciugarsi le commessee persino parte del personale ha "preferito" rimanere fuori. Alla fine, prossima al fallimento, ha rialzato la testa grazie alla caparbietà di un gruppo di lavoratori riunitisi in cooperativa che, con il sostegno di Libera di Don Ciotti e delle istituzioni locali, è riuscito a mantenerla in vita. A Palermo l' avviatissimo Hotel San Paolo Palace, già dei Graviano, registra perdite su perdite. Ci sono poi decine di casi in cui le attività sono ingestibili perché il provvedimento della magistratura riguarda il patrimonio societario ma non le azioni. Accade così che in provincia di Novara il servizio di ristorazione del castello di Miasino, sottratto al boss camorrista Galasso, sia ancora in mano alla moglie. Ma perché un' azienda florida quando è nelle mani della mafia poi fallisce quando viene confiscata e passa allo Stato? Spiega il prefetto Caruso: «Già in fase di sequestro le banche revocano i fidi, i clienti ritirano le commesse e la regolare fatturazione porta ad un inevitabile innalzamento dei costi di gestione. In più molti amministratori giudiziari sono incompetenti. Come faccio a mettere a reddito aziende così?». E proprio dal primo congresso nazionale degli amministratori giudiziari arriva la conferma: su dieci aziende confiscate alla criminalità, nove muoiono. «Si tratta di aziende che fino a quel momento si sono mosse fuori dai confini della legalità - spiega il presidente Domenico Posca - e risulta quasi impossibile mantenerle sul mercato con l' inevitabile aumento del conto economico al quale si aggiunge quasi sempre un irrigidimento delle banche e dei fornitori. La scommessa dello Stato deve essere quella di salvare centinaia di posti di lavoro, know how e validi impianti produttivi. È assolutamente necessario intervenire favorendo il mantenimento delle linee di credito e prevedendo un regime fiscale e previdenziale agevolato». 

VENDERE I BENI INUTILIZZABILI Ecco perché anche il prefetto Caruso invoca la possibilità di vendere i beni confiscati anche ai privati. «Ovviamente con tutte le garanzie del caso sull' acquirente. Il nostro sistema è così avanzato che, anche se qualcosa dovesse sfuggire, saremmo in grado di riconfiscarli. D' altra parte ditemi cosa dovrei fare di particelle di terreno indivisibilio di due stanze divise fra cinque eredio di edifici con un' errata indicazione di dati catastali?». Al Parlamento, Caruso chiede benzina per far girare una macchina da Formula 1. «La sfida immensa - dice - è quella di mettere in grado l' Agenzia di lavorare bene. Ma come si fa a gestire beni che raggiungono il valore di una finanziaria con un organico carente e inadeguato?». Trenta persone in tutto per la sede principale di Reggio Calabria (che Caruso chiede di cambiare per le difficoltà di collegamento) e gli uffici di Roma, Palermo, Milano e quelle di prossima apertura di Napoli e Bari. Un budget da4 milioni di euro che comporterà un taglio persino alle retribuzioni del personale che, accettando di lavorare all' Agenzia, guadagna meno rispetto ai colleghi delle amministrazioni di appartenenza. E ora, con l' entrata in vigore dei regolamenti attuativi, un ulteriore aggravio di lavoro. Perché all' Agenzia toccherà fare da supporto alla magistratura anche nella fase di sequestro e non solo più della confisca. «L' unica strada - è la proposta di Caruso - è trasformare l' Agenzia in un ente pubblico economico».
FRANCESCO VIVIANO, ALESSANDRA ZINITI
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/23/ipoteche-debiti-abusi-il-pasticcio-dei-beni.html

Mauro Rostagno, processo sotto silenzio di Valeria Gandus | 1 marzo 2012

Mauro Rostagno, processo sotto silenzio 

di Valeria Gandus | 1 marzo 2012

Udienza importante, ieri, al processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista-sociologo dalle molte vite che, dagli schermi di un tv privata trapanese, spiegava la mafia a chi ne era governato, cioè i cittadini di Trapani e dintorni.
È da un anno che il processo va avanti, imputati Vincenzo Virga e Vito Mazara, nel disinteresse della grande stampa. Eppure ogni udienza riserva qualche sorpresa. Ieri la sorpresa si chiamava Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, pentito di mafia. Quattro ore di deposizione, un viaggio a ritroso nel tempo, alla Trapani degli anni Ottanta, completamente in mano alla mafia, agli appalti truccati, ai politici in ginocchio. E al delitto Rostagno, del quale Siino aveva già parlato 17 anni fa, nei primissimi tempi del suo “pentimento”: “Collaboravo da un mese” precisa oggi Siino. E da quel verbale di tanti anni fa (ma solo cinque dopo la morte di Rostagno) si dipana il racconto che il pentito fa in aula.
Un racconto che conferma quanto già detto da un altro pentito, Vincenzo Sinacori, e cioè che dietro l’omicidio di Rostagno c’era Francesco “Ciccio”Messina Denaro, sottocapo della famiglia di Mazara del Vallo.
Siino rievoca i suoi incontri con don “Ciccio”, delle sue minacce contro il giornalista, della netta sensazione che “Rostagno da un giorno all’altro avrebbe fatto una brutta fine”. E poi degli avvertimenti che aveva dato a Puccio Bulgarella, editore di Rtc, la televisione che mandava in onda i servizi e gli editoriali di Rostagno, ma che, essendo anche e soprattutto un imprenditore edile, era inevitabilmente in rapporti di affari con emissari della mafia. “Gli dissi che la minaccia era seria, che veniva da una persona importante”. Minacce che arrivarono a Rostagno, ma che non lo misero a tacere, non frenarono la sua sete di verità e giustizia. Perché Rostagno era “un cane sciolto” come diceva Bulgarella, la cui tv grazie a lui ebbe un’impennata negli ascolti. Ma soprattutto un incubo per i mafiosi: “Si tu lo senti parlare t’arrizzano li carni”…è un cornuto” diceva di lui Messina Denaro.
depistaggi sul suo assassinio partirono da subito, addirittura dall’ambiente mafioso: “Battista Agate mi fece notare che (per ucciderlo, ndr) era stata usata una scupittazza vecchia, un vecchio fucile, che era esploso” racconta Siino. “Me lo disse per calmarmi, per farmi convinto che non era stata la mafia…tentavano tutti di calmarmi perchè ero agitato per quel delitto, non perchè Rostagno mi faceva simpatia … A me sembrava strano che per un delitto di tale rilevanza veniva usato un fucile vecchio … E però in quella occasione, mentre Agate tendeva ad escludere colpe della mafia, Ciccio Messina fece un segno quasi a smentire Agate”.
“Una questione di corna”, così venne liquidato il delitto dai carabinieri che sostituirono quasi subito la polizia nelle indagini e abbandonarono contestualmente la pista mafiosa. “Un delitto fra amici” fu l’ipotesi portata avanti anni dopo, con tanto di arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri, liberata poi con tante scuse. Non mancò nemmeno la pista politica: un delitto ordito per far tacere Mauro, che sarebbe stato ascoltato dai giudici sul delitto Calabresi. Quest’ultima tesi era stata caldeggiata subito dopo la morte di Rostagno da Aldo Ricci, nuovo direttore di Rtc (e sostenuta ancora oggi). A un incontro in un ristorante di Palermo “quel giornalista fece cenno che il delitto Rostagno poteva essere maturato dentro Saman, Bulgarella si infastidì” racconta Siino. Una tesi smentita dallo stesso Rostagno con i suoi interventi televisivi a favore di Sofri e compagni. E inverosimile per Siino: “Avevo sentito parlare Francesco Messina Denaro in modo violento contro Rostagno”. E tanto bastava a lui, che il linguaggio mafioso ben conosceva, per capire da dove fosse venuto l’ordine di ucciderlo.
Nella deposizione del pentito c’è anche un riferimento alla massoneria e a Lucio Gelli: “A Trapani qualche volta ho avuto frequentazioni con ambienti della massoneria, io stesso ero massone”. Ma a Trapani, precisa, “non c’erano mafiosi e massoni assieme, altrove si. a Roma, Milano, Palermo”. E Licio Gelli, ha avuto rapporti con mafiosi trapanesi? “Nel finto sequestro Sindone, Gelli venne a Palermo e per un giorno sparì, e il prof. Barresi (Michele Barresi, ginecologo palermitano, piduista) mi disse che erano andato a Trapani per cercare appoggi tra i fratelli di Trapani”.
“Meno male che erano due paginette di verbale” commenterà alla fine dell’udienza Siino a voce abbastanza alta da farsi udire in tutta l’aula, riferendosi al suo verbale di 17 anni fa. Di cose da dire, evidentemente, ce n’erano ancora tante, e tante altre probabilmente ci sarebbero.

GLI UOMINI DELLA LOGGIA
PALERMO - "La pietra entra grezza ed esce levigata". La scritta in vernice bianca risalta sulla parete nero pece di un ripostiglio di un metro per due. E' la camera di iniziazione dove magistrati e mafiosi, avvocati e giornalisti, ufficiali dell' esercito e ricchi professionisti sono diventati "fratelli". Siam al secondo piano di un malandato palazzo liberty di via Roma, numero civico 391, quasi di fronte alla scalinata delle Poste centrali. Una portineria deserta, sei rampe di scale buie, una pensione, uno studio dentistico, due vecchi appartamenti disabitati, una porta di legno marrone. Sulla porta, una targhetta bianca: "Centro sociologico italiano". E' la sede di una mezza dozzina di logge palermitane che fanno capo alla "Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato. Supremo Consiglio d' Italia. Sezione Sicilia". E' qui che sono stati "iniziati", nello stesso stanzino nero, sei magistrati e i terribili Greco di Croceverde Giardini, famosi avvocati, il commercialista Nino Buttafuoco, il presidente del consiglio di amministrazione del Giornale di Sicilia, Federico Ardizzone, la "mente" di tutti i grandi affari siciliani Vito Guarrasi, assicuratori appartenenti ad altre logge segrete, l' esattore Nino Salvo, suo fratello Alberto, qualche generale e molti colonnelli. "Quelli là vengono solitamente di pomeriggio o di sera", racconta il portiere del palazzo, "qualche volta ho visto anche entrare un magistrato conosciuto... come si chiama? Non me lo ricordo... proprio non me lo ricordo". Il portiere non ricorda nulla. Dice di avere visto sfilare nell' androne famosi professionisti palermitani, che poi sparivano dietro la porticina di legno marrone. Chi sono? Che cos' è il Centro sociologico italiano? Perchè grandi boss come Salvatore Greco o suo cugino Toto Greco detto "l' ingegnere" sono nella stessa loggia con giudici e avvocati? I nomi dei magistrati iscritti ad una delle sei logge sono ancora top-secret. Il solo elenco completo dei quasi duemila "fratelli" è custodito in una cassaforte di Palazzo di Giustizia. Un elenco su cui indaga, dopo averlo ricevuto dai magistrati della Procura della Repubblica, il giudice istruttore Giovanni Falcone. L' inchiesta accerterà perchè giudici e boss convivevano tranquillamente tra il "pensatoio" e la camera di iniziazione del vecchio palazzo? Dall' Ufficio istruzione non arrivano notizie sugli sviluppi dell' indagine. Non parla il consigliere istruttore Antonino Caponetto, non parla il giudice Falcone. Dagli ambienti giudiziari filtra però il nome di qualche iscritto. Come ad esempio quelli dell' esattore recentemente scomparso Nino Salvo e di suo fratello Alberto, l' "agricoltore", arrestato un anno fa per una maxi-sofisticazione vinicola e poi rimesso in libertà provvisoria. E ancora: gli avvocati Salvatore Cosma Acampora, Alessandro Bonsignore, Girolamo Bellavista. Ma i poliziotti e i magistrati che hanno sequestrato la lista degli iscritti alla Loggia sono interessati ad altri personaggi: il commercialista Antonino Buttafuoco e l' influentissimo Vito Guarrasi, l' assicuratore Giuseppe Attinelli e il ginecologo Michele Barresi. Perchè? I primi due sono dei professionisti coinvolti in qualche modo nel caso De Mauro, il giornalista del quotidiano del pomeriggio "l' Ora". Gli altri due sono stati invece "registrati" negli archivi di polizia durante le indagini sul falso sequestro di Michele Sindona. Il bancarottiere, scomparso da New York il 2 agosto del 1979, era nascosto in Sicilia, aiutato dai boss dei clan Spatola, Inzerillo e Gambino, ma anche dai componenti di una loggia segreta palermitana: la Camea. Fra i responsabili della loggia, oltre al medico Josef Miceli Crimi, c' era anche il ginecologo Michele Barresi (che fu arrestato per favoreggiamento nel falso sequestro) e l' assicuratore Giuseppe Attinelli. Gli esperti della Criminalpol indagano comunque anche sulla composizione della mezza dozzina di logge riunite nel vecchio palazzo di via Roma. Tra le carte sequestrate c' è anche un calendario con tutti i turni di riunione delle diverse strutture. "Ogni tanto", racconta il portiere dello stabile, l' unico disposto a scambiare qualche battuta con il cronista, "veniva, da Roma, per organizzare un incontro, un pezzo grosso della Massoneria...". I magistrati indagano pure su un altro fronte: decine di "fratelli" presenti negli elenchi provengono dalla provincia di Agrigento. E' il caso del trafficante di eroina Giovanni Lo Cascio, ufficialmente commerciante di tessuti, arrestato per un business gestito con alcuni componenti del clan dei marsigliesi. O di suo padre, Vito, indicato nei rapporti di polizia come il capomafia di Lucca Sicula. Quale collegamento tra gli iscritti della provincia di Agrigento e quelli di Palermo? "La verità è che nelle nostre indagini ci sono ancora tanti buchi neri", ammette un investigatore dell' antimafia, "mancano delle vere e proprie prove, solo tanti indizi sui rapporti tra i clan di Cosa nostra, i centri occulti, le logge massoniche semiclandestine". Un "buco nero" che risale all' estate del 1979, quando Michele Sindona si rifugia in Sicilia. Su di lui indagano infatti un questore e un capo della squadra mobile, Giuseppe Nicolicchia e Giuseppe Impallomeni, iscritti rispettivamente alla Ompam (una loggia segreta fondata da Licio Gelli a Rio de Janeiro) e alla P2. Ma di logge e di boss, in Sicilia se ne continua a parlare ancora. Anche all' inizio della sanguinosissima guerra di mafia. Il "gran sacerdote" di una segretissima loggia di rito scozzese era, ad esempio, il "principe di Villagrazia", il capomafia Stefano Bontade. Il "principe" era a capo di una struttura con sede proprio nel cuore della sua borgata. Suo cognato, Giuseppe Vitale, coinvolto nel falso sequestro di Michele Sindona, è invece un affiliato alla Camea.
di ATTILIO BOLZONI



LE LOGGE DELLA PIOVRA
PALERMO - Di misterioso c' era innanzitutto il nome, Camea, una parola che allora non diceva nulla al giudice Falcone. Poi si scoprì che era una loggia segreta. Tra i "fratelli" c' erano uomini importanti di Palermo e tante facce anonime. Il ginecologo Michele Barresi, il medico della polizia Joseph Miceli Crimi, la maestra elementare Francesca Paola Longo, l' impiegato dell' Ente minerario Giacomo Vitale. Le investigazioni un anno dopo portarono in una palazzina liberty al civico numero 4 di piazza Diodoro Siculo, neanche mezzo chilometro dal centro della città. Lì dentro, l' estate prima, per almeno due mesi aveva mangiato e dormito mister Joseph Bonamico, il nome di battaglia di Michele Sindona. In Sicilia Sindona si nascose dal 10 maggio al 10 ottobre del 1979: mafiosi e massoni lo trasportarono come un pacco da Palermo a Caltanissetta, dalle campagne di Torretta fino al mare di Taormina. Tommaso Buscetta non aveva ancora raccontato i retroscena siciliani del tentato golpe del principe Borghese; la Camea era la prima traccia, il primo filo che univa gli uomini d' onore di Cosa Nostra con la massoneria segreta. Nei dieci anni successivi poliziotti e magistrati incontrarono nelle loro inchieste tante altre logge e tanti altri misteri, scoprendo comunque che la Camea, l' Iside 2, la Ciullo d' Alcamo, l' Armando Diaz erano diventate un punto di incontro per uomini politici, magistrati, trafficanti di stupefacenti, imprenditori, capimafia, banchieri e molti professionisti, soprattutto notai, avvocati e ingegneri. Solo nel 1992, dopo le stragi di Capaci e di via D' Amelio, i pentiti confermeranno "che alla massoneria erano affiliati Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate...". I vecchi e nuovi capi di Cosa nostra nelle logge cercavano amici per fare affari e "aggiustare" i processi. Ma torniamo all' estate del 1979, al falso sequestro Sindona, alla Camea, centro di attività massoniche esoteriche associate e a Michele Sindona "gestito" durante il suo soggiorno siciliano dalla mafia e da un gruppo di "fratelli" (alcuni dei quali uomini d' onore o parenti di boss come il cognato di Bontade, l' impiegato regionale Giacomo Vitale). Il banchiere era stato ferito e poi curato dal dottore Miceli Crimi, assistito dalla maestra Longo, protetto dagli Inzerillo e dai Di Maggio che lo trasferirono a fine estate anche in una villa in campagna, alle porte di Torretta, in località Piano dell' Occhio. Quando sbarcò in Sicilia Michele Sindona si era fermato qualche giorno anche a Caltanissetta, nella casa di un insospettabile avvocato, Gaetano Piazza. L' alloggio glielo aveva trovato il capomafia di San Cataldo Lillo Rinaldi. Le prime indagini sul falso sequestro di Michele Sindona si concentrarono a Palermo, il questore Giuseppe Nicolicchia era iscritto alla P2 come pure il capo della squadra mobile Giuseppe Impallomeni. Naturalmente non scoprirono nulla. Quando il capo della polizia Coronas promosse e trasferì Nicolicchia a Roma, il questore se ne andò ringhiando e ricordando soprattutto "che le massime autorità della Regione l' avevano difeso". Era vero, il presidente della Regione Mario D' Acquisto si era schierato al suo fianco. Con un documento lo fecero pure alcuni funzionari di polizia di Palermo. Ma allora nessuno poteva mai immaginare cosa fosse la polizia a Palermo. E nemmeno chi fossero certi funzionari della Regione siciliana. Uno si chiamava Salvatore Bellassai, la sua stanza era proprio di fronte a quella del presidente Piersanti Mattarella, l' incarico del funzionario in Regione era quello "di coordinare i rapporti con il Mediterraneo". Bellassai era il capo della P2 di Gelli per la Sicilia e la Calabria. Ma in quegli anni ancora ben poco si conosceva di quel pianeta popolato da boss e "fratelli", anche se due commissioni parlamentari di inchiesta - quella sul caso Sindona e quella sulla P2 - avevano già scoperto alcuni fili. Proprio in quegli anni si erano affiliati alla massoneria personaggi diventati "famosi" in seguito. Come Angelo Siino, l' "ambasciatore" di Totò Riina nel mondo degli appalti pubblici. Come Vito Cascioferro, colonello medico e erede di una "famiglia" importante dell' agrigentino. Come Salvatore Greco di Ciaculli, detto "il "senatore" per l' abilità nel contattare e poi convincere gli uomini politici. La svolta nelle inchieste su "mafia e massoneria" avvenne comunque nel 1986, nel mese di gennaio. I poliziotti della "mobile" stavano seguendo un traffico di stupefacenti, c' era di mezzo tale Giovanni Lo Cascio, un mafioso di Lucca Sicula. Questo Lo Cascio viveva fra Marsiglia e Palermo, nella città siciliana frequentava quotidianamente un appartamento di via Roma 391. La perquisizione che ordinarono i magistrati portò alla scoperta di una loggia segreta e di un elenco inquietante. All' Armando Diaz erano iscritti boss di Ciaculli e magistrati, avvocati, professionisti, editori. C' erano anche i cugini Salvo, Nino e Alberto. Il Gran Maestro era Pietro Calacione, impiegato dell' ospedale civico che aveva buoni contatti pure alla Casa Bianca. Tutti insieme, tutti pericolosamente vicini. L' anno 1986 riservò un' altra sorpresa, solo tre mesi dopo, a fine aprile. Il capo della squadra mobile di Trapani Saverio Montalbano era stato improvvisamente trasferito con una scusa, il suo questore diceva che aveva usato l' auto di servizio per "motivi personali". La cosa era abbastanza strana, anche perchè due anni prima pure il commissario Ninni Cassarà era stato allontanato da Trapani dallo stesso questore. I due poliziotti avevano messo il naso nella sede di un centro studi, il presidente si chiamava Giovanni Grimaudo. Il centro studi era anche la copertura di sei logge, Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d' Alcamo, Cafiero e Hiram. La lista dei "fratelli" comprendeva funzionari di polizia e di prefettura, burocrati di Comune e Provincia, ufficiali dell' esercito, tutti i potenti di Trapani compreso il deputato della Dc Canino. E insieme c' era una dozzina di mafiosi, fra i quali Natale Rimi, Natale L' Ala, Mariano Asaro, quest' ultimo imputato nel processo per l' attentato al giudice Palermo. Ma dalle carte del circolo emersero anche i nomi di altri capimafia come Mariano Agate. Risultò che il presidente Grimaudo aveva contatti con Pino Mandalari, il commercialista vicino a Totò Riina. Poi la moglie di un boss disse che Giovanni Grimaudo aveva favorito l' elezione di Nicolò Nicolosi e di Aristide Gunnella. Ultimamente l' onorevole Canino ha fatto il nome anche del ministro Mannino: "Si è attivato per far avere un finanziamento al circolo...". Dieci anni di indagini su "mafia e massoneria" arricchite intanto dalle rivelazioni di Buscetta e di Calderone sul tentato golpe Borghese. I pentiti parlarono dei contatti, dell' aiuto che doveva offrire Cosa Nostra per un colpo di stato e della contropartita: la revisione dei processi, l' "aggiustata" in Appello. L' intreccio diventò sempre meno misterioso, anno dopo anno, inchiesta dopo inchiesta, fino alle 1687 pagine della requisitoria sui delitti politici di Palermo. Fra quei fogli c' è il verbale di un interrogatorio, la testimonianza resa da Nara Lazzerini, una donna che frequentava Licio Gelli. Ha raccontato che fra gli amici del Venerabile c' erano anche due siciliani, l' europarlamentare Salvo Lima e l' onorevole Luigi Gioia.

dal nostro corrispondente ATTILIO BOLZONI














MAFIA E MASSONERIA


Mafia e Massoneria Commissione Parlamentare Anselmi 1987