CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Monday, October 24, 2011

SENTENZA 289/A/2011 SEZIONE DI APPELLO PER LA SICILIA L'EX DIRETTORE DELL'AGENZIA REGIONALE PER I RIFIUTI FELICE CROSTA





Repubblica Italiana
In Nome del Popolo Italiano
La Corte dei Conti
Sezione Giurisdizionale d'appello per la Regione Siciliana
composta dai magistrati:
dott. Luciana Savagnone                   Presidente f.f. relatore
dott. Pino Zingale                              Consigliere
dott. Valter Camillo Del Rosario      Consigliere
dott. Licia Centro                              Primo Referendario
dott. Francesco Albo                         Referendario
ha pronunciato la seguente
SENTENZA n. 289/A/2011
sul ricorso in appello, iscritto al numero 3379/AC del registro di segreteria proposto dalla Presidenza della Regione siciliana, Fondo di quiescenza per il pagamento del trattamento di quiescenza e dell’indennità di buonuscita del personale regionale, in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello Stato
contro
C.F., elettivamente domiciliato a Palermo, presso lo studio dell’avv. Sergio Sferrazza, rappresentato e difeso dal prof. avv. Giampaolo Maria Cogo del foro di Roma
avverso
la sentenza n. 1665/2009, del 26 maggio 2009, pubblicata il 1° luglio 2009, del Giudice unico presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana.
Uditi alla pubblica udienza del 6 ottobre 2011 il relatore, consigliere dott.ssa Luciana Savagnone, l’Avvocato dello Stato ed il prof. avv. Vincenzo Caputi Jambrenghi, in sostituzione del difensore dell’appellato.
Esaminati gli atti ed i documenti della causa. 
Fatto
Con decreto presidenziale n. 59 del 27 febbraio 2006, l’avv. F.C., dirigente generale dell’Assessorato dell’Agricoltura e delle Foreste, veniva nominato, a decorrere dal 1° marzo 2006, direttore generale dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque.
Con la medesima decorrenza, con decreto n. 631 del 28 febbraio 2006 del Dipartimento regionale del personale e dei servizi di quiescenza della regione siciliana, era collocato fuori ruolo a domanda, ai sensi dell’art. 7, comma 10, della l.r. 22 dicembre 2005 n. 19.
Tale provvedimento veniva successivamente modificato con il decreto n. 2924 del 26 giugno 2006, che inseriva all’art. 2 il disposto secondo cui “il trattamento giuridico ed economico fondamentale ed accessorio complessivamente goduto dallo stesso presso l’Agenzia, costituisce base per la determinazione del trattamento di quiescenza e previdenza”.
In data 13 luglio 2006, il dirigente chiedeva all’amministrazione regionale di essere posto in quiescenza dal 20 luglio 2006 e con tale decorrenza (decreto n. 3313 del 18 luglio 2006) era cancellato dai ruoli regionali.
Con decreto n. 5813 del 5 luglio 2007, veniva liquidato all’avv. C. il trattamento pensionistico, facendo riferimento per la individuazione della base pensionabile all’anzianità contributiva ed alle retribuzioni maturate al momento del collocamento fuori ruolo.
Avverso questo provvedimento l’avv. C. proponeva ricorso dinanzi alla Corte dei conti, chiedendo che, in ossequio al disposto dell’art. 7, comma 10, della L.R. n. 19 del 2005, la pensione venisse liquidata considerando il trattamento giuridico ed economico, fondamentale ed accessorio, goduto presso l’Agenzia in attuazione del contratto stipulato in data 28 febbraio 2006, base per la determinazione del trattamento di quiescenza e previdenza, ai sensi della legge regionale n. 2/1962 e successive modifiche ed integrazioni.
Con sentenza n. 1665/2009, il giudice unico, in accoglimento del ricorso, riconosceva all’avv. Felice C. il diritto alla riliquidazione della pensione con base pensionabile costituita dal trattamento economico, fondamentale ed accessorio da lui integralmente percepito, come direttore generale presso l’Agenzia regionale per i rifiuti e per le acque, al momento in cui era stato collocato in quiescenza dalla Presidenza della Regione. Condannava, così, l’amministrazione regionale al pagamento in favore del ricorrente, con decorrenza dal 20 luglio 2006, delle differenze pensionistiche maturate per effetto della riliquidazione della pensione, con gli interessi legali e la rivalutazione monetaria.
Affermava il giudice di primo grado che il trattamento di attività goduto presso l’Agenzia doveva costituire base ex lege per la determinazione della pensione a prescindere dalla effettiva durata dell’incarico di direttore generale, ridotta a soli 17 mesi rispetto ai sette anni non rinnovabili originariamente previsti. La ratio della norma contenuta nell’art. 7, comma 10, infatti, contrariamente a quanto affermato nel parere espresso dall’ufficio legislativo e legale della Presidenza della Regione all’uopo interpellato nella sede amministrativa, non era quella di far rientrare nell’ambito del rapporto di impiego regionale del C. ai fini pensionistici il servizio di direttore generale presso l’Agenzia solo se svolto per intero ininterrottamente fino alla sua durata massima. Il giudice di primo grado, riteneva, infine, infondata la richiesta di applicazione alla fattispecie dell’art. 19 della legge regionale n. 2 dell’8 febbraio 2007, che poneva il limite di € 250.000 annui agli emolumenti spettanti ai dirigenti a contratto dell’amministrazione regionale o degli enti regionali, in quanto entrata in vigore in epoca successiva al collocamento in quiescenza del ricorrente.
Avverso questa sentenza la Presidenza della Regione siciliana, rappresentata e difesa dall’Avvocatura dello Stato, con ricorso depositato il 15 febbraio 2010, ha proposto appello, lamentando la violazione e falsa applicazione dell’art. 7, comma 10, l.r. n. 19/2005. Secondo la difesa erariale, la norma connetteva il beneficio dell’assunzione come base pensionabile del compenso percepito presso l’Agenzia all’esistenza di un rapporto di continuità tra l’incarico di dirigente regionale e quello di Direttore dell’Agenzia, come dimostrato dalla lettura della stessa nella quale si indica quale base pensionabile il trattamento “complessivamente goduto presso l’Agenzia”, inciso il cui significato sarebbe stato del tutto travisato dal giudice di primo grado. Il termine “complessivamente”, infatti, non si riferisce alla durata dell’incarico, ma presuppone soltanto la cessazione dell’incarico presso l’Agenzia anteriormente al collocamento in quiescenza del dirigente regionale. Poiché, invece, a seguito delle dimissioni dell’avv. C. si è verificata la separazione tra i due rapporti, è venuta meno la possibilità di procedere ad una considerazione unitaria dei servizi ai fini pensionistici.
Ha ritenuto in proposito l’Avvocatura che, nella fattispecie, possa trovare ingresso il principio applicato dall’I.N.P.D.A.P. per l’ipotesi, assimilabile a quella in esame, di dipendenti pubblici nominati componenti di Autorità. In tali casi, viene applicato il disposto dell’art. 39, l.n. 488/1999, secondo cui il trattamento economico percepito presso l’Autorità non viene computato ai fini della determinazione del trattamento pensionistico, quando l’interessato risolva, in costanza di attività lavorativa presso l’Autorità, il proprio rapporto di lavoro con l’ente di provenienza.
L’Amministrazione regionale ha chiesto, quindi, di annullare la sentenza di primo grado respingendo la domanda proposta dall’originario ricorrente.
Con successiva memoria, depositata il 26 maggio 2010, l’Avvocatura dello Stato ha segnalato che alcune disposizioni, contenute nella legge regionale n. 11 del 12 maggio 2010, sarebbero applicabili alla fattispecie. In particolare, viene segnalato il contenuto dell’art. 40 che fissa il tetto di 250 mila euro per l’importo delle retribuzioni che possono essere poste a base di calcolo dei trattamenti di pensione. Secondo la difesa erariale la norma si impone quale jus superveniens, atto ad incidere su tutte le posizioni previdenziali non ancora definite, quale quella in esame. Anche il successivo art. 41, dettato per fornire un’interpretazione autentica dell’art. 19, comma 1, l.r. n. 2/2007, troverebbe piena applicazione alla fattispecie, determinando l’accoglimento dell’appello. Ai sensi di tale norma, infatti, il limite massimo retributivo trova applicazione anche ai dirigenti degli enti regionali, incluse le agenzie, e se i contratti individuali prevedono corrispettivi superiori a tale limite l’importo degli stessi viene automaticamente rideterminato, come l’importo del trattamento di quiescenza anche se già concesso.
Con memoria depositata il 28 maggio 2010, l’avv. F. C., rappresentato e difeso dall’avv. Giampaolo Maria Cogo, si è costituito in giudizio.
Preliminarmente il difensore ha rilevato che l’impugnazione proposta ha ad oggetto l’unico motivo di appello riguardante la violazione e falsa applicazione dell’art. 7, comma 10, l.r. n. 19/2005: su tutte le altre domande ed eccezioni esaminate e rigettate dal giudice di primo grado si è, quindi, formato il giudicato.
Nel merito, ha rilevato l’infondatezza dell’appello nel quale vengono riproposte le argomentazioni già rigettate dal giudice di primo grado, senza il richiamo ad alcuna disposizione di legge che le supporti, se non la pretesa assimilabilità della norma dell’art. 7, comma 10, della l.r. n. 19/2005, all’art. 39 della legge n. 488/1999, come modificato dalla l. n. 266/2005. In proposito, il difensore ha sottolineato, oltre alla diversità delle fattispecie disciplinate, che entrambe le disposizioni sono norme speciali e, come tali, non sono applicabili oltre i casi ed i tempi in esse considerati. Infine, nella memoria difensiva si è escluso che possa trovare applicazione la disposizione contenuta nell’art. 41 della legge regionale 12 maggio 2010 n. 11, rubricata “interpretazione autentica in materia di trattamento di quiescenza dei dirigenti regionali”. Ha osservato, infatti, la difesa che la norma, per la quale sussistono peraltro dubbi di costituzionalità, costituirebbe una disposizione interpretativa dell’art. 19 della legge regionale n. 2/2007, la cui applicabilità alla fattispecie è stata esclusa dal giudice di primo grado con una statuizione che, per non essere stata espressamente impugnata, è passata in giudicato.
Con ulteriore memoria, depositata il 15 settembre 2010, l’Avvocatura dello Stato ha ribadito la rilevanza ai fini del decidere delle disposizioni dettate dagli artt. 40 e 41, l.r. n. 11/2010, che sono state emanate, come risulta dai lavori parlamentari, proprio per correggere gli importi eccessivi di trattamenti stipendiali e di quiescenza come quello in oggetto.
Anche la difesa dell’avv. C., in data 23 settembre 2011, ha depositato un’ulteriore memoria nella quale ha insistito in tutte le tesi difensive già spiegate, chiedendo il rigetto dell’appello.
All’udienza dibattimentale, l’Avvocato dello Stato ha contestato la formazione del giudicato interno sul punto dell’applicabilità delle disposizioni contenute nella legge regionale 12 maggio 2010, n. 11,trattandosi di una legge avente contenuto innovativo, secondo la quale debbono rivedersi tutti i trattamenti superiori al limite in essa indicato; di essa ha, poi, affermato la conformità ai precetti costituzionali, non risultando alcun contrasto tra le disposizioni contenute negli art. 40 e 41 della stessa e gli artt. 3 e 97 Cost.. In subordine, ha sollevato il contrasto tra le norme costituzionali e l’art. 7, comma 10, l.r. n. 19 del 2005, come interpretato dal giudice di primo grado.
L’avv. Vincenzo Caputi Jambrenghi, in sostituzione del difensore dell’appellato, ha ribadito che la obbligatoria specificità dei motivi di appello esclude che si possa rimettere in discussione l’inapplicabilità alla fattispecie della legge regionale n. 19/2005 in quanto trattasi di una statuizione non impugnata, anche se le disposizioni in essa contenute sono state oggetto di norme interpretative emanate successivamente. Circa lo jus superveniens, ha rilevato che l’art. 41, 2° comma, l.r. n. 11 del 2010, è inapplicabile perché si è formato il giudicato sulla questione e che in ogni caso l’inciso ”per l’effetto”, in esso contenuto, rimanda al primo comma che a sua volta riguarda la statuizione non impugnata. Passando al motivo principale dell’appello, ha affermato che le norme in materia di trattamento pensionistico richiedono che si ponga quale base pensionabile l’ultima retribuzione, come richiesto dal ricorrente, e tale diritto è stato riconosciuto dal giudice di primo grado. Ha rilevato che il suo assistito si è dovuto collocare in quiescenza sia perché non poteva cumulare i due incarichi di dirigente regionale e di direttore dell’Agenzia, sia perché avendo già quarant’anni di servizio in applicazione del contratto collettivo del 2001 doveva andare a riposo: per tali ragioni, quindi, non ha potuto completare il tempo previsto nel contratto.
Entrambe le parti, in sede di replica, hanno ribadito le rispettive domande ed eccezioni.
Diritto
Il legislatore regionale, al fine di assicurare una efficiente, efficace e coordinata gestione in materia di acque e rifiuti, con l’art. 7 della legge 22 dicembre 2005, n. 19 istituiva l'Agenzia regionale per i rifiuti e le acque. La disposizione, nella sua originaria formulazione, prima cioè delle modifiche introdotte dalle leggi 8 febbraio 2007, n. 2, e 6 febbraio 2008, n. 1, qualificava l’Agenzia ente strumentale della Regione e disponeva che la stessa operasse attraverso i suoi organi, individuati nel direttore generale, scelto tra docenti universitari, magistrati e dirigenti regionali anche in quiescenza, ed il collegio dei revisori dei conti (art.7, comma 9). Il direttore generale doveva essere nominato dal Presidente della Regione ed assunto con contratto di diritto privato, di durata settennale, con il quale si sarebbe determinato anche il suo trattamento giuridico ed economico (art. 7, comma 10). L’ultima parte del comma 10, infine, stabiliva che se il direttore generale fosse stato scelto tra i dirigenti regionali, questi ultimi potevano essere collocati a domanda fuori ruolo per la durata dell'incarico ed il trattamento giuridico ed economico, fondamentale ed accessorio, complessivamente goduto presso l'Agenzia doveva costituire base per la determinazione del loro trattamento di quiescenza e previdenza, ai sensi della legge regionale 23 febbraio 1962, n. 2, e successive modifiche e integrazioni.
In applicazione di tali disposizioni normative, l’avv. F. C., scelto tra i dirigenti regionali, veniva nominato direttore generale dal Presidente della regione,  con decorrenza 1° marzo 2006, e contestualmente l’Amministrazione regionale lo collocava a domanda fuori ruolo. In proposito occorre precisare che l’espressione usata dal legislatore regionale “possono essere collocati a domanda fuori ruolo per la durata dell'incarico” riferita alla scelta di un dirigente regionale, non significa affatto che, se dirigente, il neonominato direttore dell’Agenzia poteva anche non essere collocato fuori ruolo così da continuare a svolgere la sua attività all’interno dell’amministrazione regionale, ma solo che in tale ipotesi ex lege era consentito il collocamento fuori ruolo.
Veniva così stipulato, in data 28 febbraio 2006, il contratto tra il Presidente della regione ed il Direttore generale, in cui, stabiliti i compiti allo stesso affidati, era fissato (art. 4) il trattamento economico a lui spettante, distinto tra trattamento “di base corrispondente al trattamento economico in atto in godimento” e “indennità di incarico”. La somma dei due emolumenti, poi, secondo il disposto dell’art. 5 dello stesso contratto, doveva avere “effetto sul trattamento ordinario di quiescenza, normale e privilegiato, sull’indennità di buona uscita etc. ..”.
In relazione a tale ultima previsione contrattuale il Collegio ritiene di dovere precisare che la stessa non può rivestire alcuna rilevanza ai fini della determinazione della pensione, e quindi del decidere, giacchè, come è ben noto, gli accordi contrattuali non possono incidere sul regime giuridico previsto per legge dalle norme in materia di trattamento di pensione.
Riprendendo la ricostruzione della fattispecie, risulta che, in data 13 luglio dello stesso anno, l’avv. C. chiedeva all’Amministrazione regionale di essere collocato in quiescenza quale dirigente, a decorrere dal 20 luglio successivo, conservando tuttavia l’incarico di direttore generale dell’agenzia, che veniva mantenuto fino al 1° agosto del 2007, data in cui, come risulta dagli atti, diventava Presidente del Consiglio di amministrazione della stessa.
Dopo appena un anno dalla sua istituzione, infatti, la legge regionale 8 febbraio 2007, n. 2, a decorrere dal 1° gennaio 2007 (come previsto dall'art. 60, comma 2, della stessa), oltre a fissare il tetto retributivo per i dirigenti a contratto (art. 19), modificava l’assetto gestionale dell’agenzia (art. 48), istituendo un consiglio di amministrazione in carica per cinque anni, composto da quattro consiglieri ed un presidente, il quale, nominato come i consiglieri dal Presidente della regione, doveva essere selezionato, modificando i criteri di scelta previsti originariamente per il direttore generale, tra soggetti “di comprovata esperienza in materia di acque e rifiuti”. Con la successiva legge 6 febbraio 2008, n. 1, l’Agenzia cessava anche di essere qualificata quale ente strumentale della regione e, mentre prima era sottoposta alla vigilanza della Presidenza della regione, acquistava una maggiore autonomia di esercizio, prevedendo il nuovo disposto del 2° comma dell’art. 7 che “il Presidente della Regione fissa con proprie direttive gli indirizzi programmatici dell'attività dell'Agenzia avvalendosi del dipartimento regionale del bilancio e tesoro, Ragioneria generale della Regione, che verifica in via successiva il rispetto di detti indirizzi da parte dell'Agenzia nell'esercizio della propria attività”.
Ciò posto, l’Amministrazione regionale, chiamata a liquidare il trattamento pensionistico del suo dirigente, cancellato dai ruoli regionali con decorrenza 19 luglio 2006, individuava quale base pensionabile il trattamento economico da lui in godimento al momento del collocamento fuori ruolo, non comprendendovi, invece, come richiesto dall’avv. C., gli emolumenti contrattuali percepiti quale compenso per l’attività di direttore generale.
Il giudice di primo grado, ritenute fondate le doglianze dell’interessato, gli riconosceva, invece, il diritto alla riliquidazione del trattamento, in applicazione del disposto del più volte citato art. 7, comma 10, ultima parte.
Tutto ciò premesso, ritiene il Collegio che l’appello dell’amministarzione regionale sia fondato e debba essere accolto, non potendo questo giudice condividere l’interpretazione della norma adottata in prime cure. Il disposto letterale della stessa, infatti, deve essere inserito nel complesso sistema della normativa in materia di pensioni, così da coordinarsi nella sua applicazione con i principi cardine dettati dal legislatore.
Esaminando, anzitutto, il decreto di collocamento fuori ruolo (n. 631 del 28.2.2006) risulta che, per tutto il periodo di assunzione dell’incarico presso l’Agenzia, al dirigente non competeva alcun assegno a carico della regione siciliana.
In proposito, è appena il caso di osservare che priva di alcuna rilevanza giuridica, ai fini della soluzione della controversia in oggetto, si palesa la modifica del suddetto decreto con altro provvedimento (n. 2924 del 26.6.2006), nel quale, nel disposto dell’art. 2, viene inserito pedissequamente il contenuto dell’ultima parte del comma 10 dell’art. 7 sopra citato. Ritiene, invero, il Collegio che la modifica sia stata del tutto inutile, non potendo avere il decreto una forza cogente maggiore rispetto ad una identica norma.
In definitiva, quindi, l’amministrazione regionale correttamente ha determinato la pensione del suo dirigente sulla base del trattamento stipendiale goduto in servizio prima del collocamento fuori ruolo: tali emolumenti hanno costituito l’ultima retribuzione che, in ossequio al disposto dell’art. 4 legge regionale n. 2 del 1962 espressamente richiamato dalla legge n. 19 del 2005, deve costituire la base pensionabile. E’ evidente, infatti, che, secondo una corretta interpretazione della norma, deve intendersi per “ultima” non la retribuzione più vicina in ordine di tempo al collocamento a riposo, ma la retribuzione che non sarà più percepita perché il suo ammontare si trasformerà in base pensionabile. Nel caso in esame, si ripete, l’ultima retribuzione, nel senso sopra indicato, è quella liquidata al dirigente dall’amministrazione regionale prima del collocamento fuori ruolo, dato che il trattamento per l’incarico svolto presso l’agenzia ha continuato ad essere corrisposto all’avv. C. anche dopo la cancellazione dai ruoli della regione: sarebbe contro ogni disposizione dettata in materia, potere conservare quale trattamento di attività ciò che costituisce base pensionabile.
Ciò posto, la norma di cui l’appellato invoca l’applicazione deve essere interpretata come affermato dall’Avvocatura dello Stato nel ricorso. 
Nella disposizione, infatti, viene previsto che alla fine dell’incarico svolto presso l’agenzia il direttore generale, se dirigente regionale, potrà inserire nella base pensionabile il trattamento contrattualmente previsto per l’incarico, secondo le regole previste dalle stesse norme regionali riguardanti le percentuali di calcolo in relazione all’anzianità di servizio. Il beneficio economico previsto, quindi, presupponeva necessariamente la cessazione dall’incarico, cessazione che non doveva affatto coincidere con il completamento del termine settennale originariamente previsto, termine peraltro, come sopra evidenziato, già travolto, insieme all’assetto originario dell’agenzia, dal legislatore regionale.   
Ritiene, pertanto, il Collegio che la fattispecie dovesse essere regolata dalle disposizioni dettate dal D.P.R. n. 1092 del 1973 nel titolo IX, dedicato al cumulo tra pensione e stipendio, disposizioni che, ai sensi dell’art. 36, l.r. n 2 del 1962, il cui contenuto è confermato nal’art. 18 l.r. 3 maggio 1979 n. 73, sono applicabili ai dipendenti regionali in mancanza di disciplina giuridica espressa contenuta nella stessa legge.
Anzitutto, non è in contestazione tra le parti l’ammissibilità del cumulo tra pensione e trattamento di attività, posto che l’amministrazione regionale, su richiesta dell’interessato, lo ha collocato a riposo in costanza di stipendio percepito quale direttore generale dell’agenzia.
In questo caso, prevede il legislatore statale che, qualora in luogo del cumulo dei trattamenti pensionistici di cui al primo e al secondo comma dell'art. 130, il personale interessato voglia optare la riunione o la ricongiunzione del nuovo con il precedente servizio, e ciò sia ammesso, si verificano gli effetti previsti dagli ordinamenti applicabili nei singoli casi. In ogni caso, il personale che abbia esercitato l'opzione perde il godimento della pensione o dell'assegno già conseguiti e deve rifondere le rate percepite durante la nuova prestazione di servizio (art. 131, 3° comma, D.P.R. n. 1092/1973). Infine, all'atto della cessazione del nuovo rapporto, spetta il trattamento di quiescenza da liquidarsi sulla base della totalità dei servizi prestati e secondo le norme applicabili in relazione a detta cessazione.
Nell’ipotesi, invece, che i due servizi rimangano separati, il precedente servizio che ha dato diritto alla pensione o all'assegno in godimento non si computa ai fini economici e di carriera nel nuovo rapporto né ai fini dell'ulteriore trattamento di quiescenza di cui al secondo comma dell'art. 130; resta altresì esclusa l'applicazione di norme che consentano maggiorazioni a qualsiasi titolo dell'anzianità di servizio valutabile ai fini di pensione, che siano già state considerate nella liquidazione della precedente pensione od assegno (art. 132, D.P.R. n. 1092/1973).
Alla luce della normativa sopra descritta, quindi, l’avv. C. avrebbe potuto scegliere tra diverse alternative, subendo e/o beneficiando delle conseguenze di volta in volte previste dalle disposizioni applicabili alla fattispecie.
Anzitutto, avrebbe potuto non collocarsi a riposo dalla regione siciliana e, una volta cessato dalla carica di direttore generale dell’Agenzia, farsi liquidare il trattamento pensionistico complessivo come previsto nella disposizione oggetto della controversia. Ciò, contrariamente alle tesi difensive svolte in udienza dal suo avvocato, gli veniva consentito dal contratto, che garantiva la posizione di fuori ruolo per tutta la durata dell’incarico, e non avrebbe neppure comportato alcun aggravio del suo lavoro, in quanto la posizione di fuori ruolo escludeva lo svolgimento di ogni attività lavorativa all’interno dell’amministrazione regionale. In questo caso, tuttavia, sarebbe incorso probabilmente nell’applicazione della normativa sul tetto retributivo e pensionistico.
Alternativamente, avrebbe potuto collocarsi a riposo alla data richiesta del luglio 2006, dimettendosi contestualmente dall’incarico presso l’agenzia: la pensione gli sarebbe stata calcolata ai sensi della diposizione dell’art. 7, comma 10, ma, ovviamente, avrebbe perso il diritto al trattamento di attività.
Ancora, poteva evitare il cumulo tra pensione e stipendio e chiedere, ai sensi dell’art. 130, D.P.R. n. 1092 del 1973, sopra citato, la ricongiunzione dei periodi di servizio, rimandando la liquidazione della pensione al momento della cessazione della nuova attività presso l’agenzia. L’ipotesi, tuttavia, non lo garantiva dalla possibilità di incorrere nella norma di imposizione del tetto agli emolumenti e, comunque, avrebbe dovuto restituire tutti i ratei di pensione già percepiti.
La scelta operata dall’appellato è stata, invece, quella di collocarsi a riposo dall’amministrazione regionale, beneficiando del cumulo tra pensione e stipendio. La fattispecie viene regolata dalla disciplina giuridica dettata dal combinato disposto degli art. 130 e 132, D.P.R. n. 1092 del 1973, sopra citato, la pensione viene liquidata in base al servizio in precedenza reso, mentre il servizio in itinere sarà autonomamente valutabile ai fini pensionistici e cumulabile con la pensione o assegno già conseguiti in dipendenza del precedente rapporto.
Alla luce di tutte le argomentazioni svolte, l’appello dell’amministrazione regionale deve essere accolto e, a modifica della sentenza di primo grado, la domanda di riliquidazione della pensione proposta in primo grado deve essere respinta.
In considerazione della complessità della materia, ritiene il Collegio che sussistono giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio.
P.Q.M.
La Corte dei conti -  Sezione giurisdizionale di appello per la Regione siciliana, definitivamente pronunciando
ACCOGLIE
l'appello proposto dalla Presidenza della regione siciliana avverso la sentenza in epigrafe e, in riforma della stessa, rigetta la domanda di riliquidazione della pensione proposta dall’avv. F. C..
Dichiara interamente compensate tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio.
Così deciso in Palermo, nella camera di consiglio del 6 ottobre 2011.
                                                             IL PRESIDENTE  ESTENSORE
                         F.to     (Luciana Savagnone)                                                 

Depositata oggi in segreteria nei modi di legge.
Palermo, 13/10/2011
 Il Direttore di Cancelleria
F.to(dott. Nicola Daidone)

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