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PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Wednesday, August 24, 2011

Valtur, vacanze con il boss La proprietà del tour operator è da tempo sotto indagine. Ora emergono i legami con il super ricercato Matteo Messina Denaro. E Provenzano che diceva: «Quelli li abbiamo nelle mani» di Lirio Abbate

Valtur, vacanze con il boss La proprietà del tour operator è da tempo sotto indagine. 

Ora emergono i legami con il super ricercato Matteo Messina Denaro. E Provenzano che diceva: «Quelli li abbiamo nelle mani»

 di Lirio Abbate

Alla fine degli anni Novanta Bernardo Provenzano è latitante nelle campagne del palermitano, l'estate è appena iniziata e i mafiosi pensano alle vacanze. Sì, anche i boss devono portare al mare o ai monti mogli e figli, scegliendo luoghi sicuri. Soprattutto nel periodo in cui i latitanti, inseguiti dagli investigatori, erano una schiera numerosa. Ad esempio, il vecchio padrino corleonese se ne sta rintanato in una villetta in compagnia di Nino Giuffré, capomafia di Caccamo. I due, al riparo dall'afa, parlano dell'organizzazione di Cosa nostra e di come gli uomini chiave si siano spostati per le ferie. Giuffrè inizia a elencare i nomi dei "colonnelli" e i posti che hanno scelto per svagarsi. Poi si sofferma su un latitante e rivela a Provenzano che si trova in un villaggio Valtur a Finale di Pollina, al confine fra la provincia di Palermo e Messina.

Con il ricercato c'è pure un altro mafioso. Il luogo che hanno scelto è di rara bellezza: uno struttura alberghiera a picco sul mare con una vista unica. Ma Giuffrè è un mafioso all'antica e non ama quei club con animazione, discoteca e piscina: per questo si lascia andare ad apprezzamenti poco lusinghieri sulla scelta che i due mafiosi hanno fatto. Finché a sorpresa Provenzano, come "l'Espresso" è in grado di rivelare, prende la difesa dei villaggi vacanze: "Che problema c'è?", chiede il padrino. E aggiunge: "Se ci vuoi andare non ti devi fare problemi perché 'stu discorso della Valtur lo abbiamo noi nelle mani". Giuffrè è stupito: non sapeva che Cosa nostra avesse legami anche con uno dei principali operatori turistici italiani. "Vi ringrazio", risponde il mafioso al suo boss, "ma vede, 'stu discorso di gruppo, di affollamento, manco a parlarne, io voglio stare per i fatti miei...".
L'ex mafioso di Caccamo oggi giura di non averci mai messo piede in un villaggio Valtur, ma racconta come il presidente del gruppo alberghiero, il cavaliere Carmelo Patti, originario di Castelvetrano, fosse "nelle mani di Ciccio Messina Denaro", il vecchio boss trapanese deceduto, padre di Matteo, il latitante numero uno di Cosa nostra. E proprio all'uomo più ricercato alcuni collaboratori di giustizia collegano la Valtur: gli investigatori considerano Mister villaggio turistico il "polmone finanziario" del boss che nel 1993, insieme ai fratelli Graviano, ha messo le bombe a Roma, Milano e Firenze.

I magistrati di Palermo due anni fa hanno messo sotto inchiesta il patron della Valtur accusandolo di aiutare il superlatitante. L'indagine è ancora aperta e potrebbe avere nuovi sviluppi. In passato il cavalier Patti ha avuto problemi con la giustizia. I pm di Marsala volevano arrestarlo, ma il gip rigettò la richiesta, per una maxi evasione fiscale collegata ad una delle sue aziende impiantate nel trapanese. Ed è stato assolto anche nel processo per associazione per delinquere. Con lui sul banco degli imputati sedeva il cognato di Matteo Messina Denaro, il commercialista Michele Alagna, anche lui assolto in appello. Si direbbe che il cavaliere abbia una predilezione per la famiglia del capomafia trapanese. Rapporto ricambiato, tanto che gli inquirenti sostengono che il boss è intervenuto personalmente per "facilitare" un affare che la Valtur ha concluso alcuni anni fa nel trapanese. E se dunque Provenzano ha riferito a Giuffrè di avere "in pugno" l'azienda dei villaggi vacanze, gli investigatori sono certi che vi sarebbe un link diretto tra il latitante "e la famiglia di Carmelo Patti". "Tra i due", scrivono i pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo nel capo d'accusa al patron della Valtur, "esistono a prescindere dagli esiti processuali, noti, pregressi rapporti, mediati anche da Michele Alagna, fratello di Franca, madre dell'unica figlia certa del latitante".

Le fortune economiche di Messina Denaro sono da sempre un rompicapo per gli investigatori che danno la caccia al suo tesoro. Negli ultimi anni sono stati sequestrati due gruppi di imprese dei trasporti e del settore alimentare, con bilanci a nove zeri: beni che sarebbero frutto degli investimenti del ricercato numero uno.
Già nel 2002 gli specialisti dell'antimafia che si occupano della lotta al riciclaggio avevano segnalato i capitali della Valtur nel settore "ad alto rischio di infiltrazioni mafiose". Dai documenti riservati che "l'Espresso" ha potuto visionare emerge "una sperequazione economica fra i beni riconducibili a Carmelo Patti e il suo reddito". Per gli investigatori il grande volume d'affari gestito dal cavaliere e il patrimonio accumulato "non sono giustificati".
Fino al 1997 la Valtur era l'eccezione alla regola dello Stato sprecone. L'impresa turistica fondata dalla Cassa del Mezzogiorno era in utile e tutti la volevano acquistare, dagli Agnelli al Club Med. A comprare, invece, fu la Fin Cab, una finanziaria di Carmelo Patti. Quattro anni dopo lo Stato, attraverso Sviluppo Italia, svende la sua partecipazione residua in Valtur che era del 30 per cento. Eppure, nel 1997, quando i Patti sono entrati nella compagnia rilevando la quota del San Paolo di Torino per 304 miliardi di lire, la società era in utile.

Il padre e padrone del gruppo, Carmelo Patti, sembrava la persona giusta per far decollare la società. Originario di Castelvetrano, in provincia di Trapani, emigrato a Robbio (Pavia) negli anni Sessanta, agli inizi operaio alla Philco, il cavaliere Patti è stato uno dei principali fornitori di componentistica elettronica della Fiat e oggi guida un impero costituito da circa 40 società che fatturano centinaia di milioni di euro. La gestione di questo gruppo si confonde spesso tra famiglia e impresa. Dalle grandi scelte, come quella di piazzare la figlia Maria Concetta alla guida dell'azienda, e gli altri due rampolli Giovanni e Paola nel consiglio di amministrazione, fino alle piccole operazioni, come far acquistare ai villaggi l'olio extravergine d'oliva di famiglia a un prezzo doppio rispetto a quello dei vecchi fornitori o di inserire fra i sindaci del gruppo il cognato di Messina Denaro.

Oggi la Valtur è un colosso alberghiero che gestisce in Italia quasi 10 mila posti letto mentre in Sicilia e Puglia sono in costruzione strutture che ne accoglieranno altri 5 mila. Con il contributo di Stato e Regione nel trapanese sarà inaugurato, su un'area di 31 ettari, un nuovo complesso. Non solo. Valtur ha firmato un contratto di programma con il ministero per lo Sviluppo economico che prevede anche la nascita di altre due strutture sempre in Sicilia. L'investimento complessivo è di oltre 100 milioni di euro, di cui 22 a carico dello Stato e circa 9 per la Regione. Nel 2009 i ricavi sono stati in crescita ed hanno raggiunto la somma di 215 milioni di euro. Conoscendo l'interesse dei boss per i grandi investimenti, Messina Denaro non starà a guardare. 


 



Rivolgiamo un’ accalorata quanto conveniente raccomandazione a tutti i Cittadini residenti di Isola delle Femmine, ai pochi e malcapitati turisti di Isola delle Femmine e ai pochissimi rompipalle che non sono capaci starsene a casa invece di andare in giro a fotografare ciò che non va fotografato.

Eventualmente sentiste comunque la necessità impellente di scattare qualche foto al porto di Isola delle Femmine, pensateci Bene e se proprio volete prima chiedete il permesso al “picciotto” del “quartiere”, che senz’altro vi dirà “ non ci conviene fare fotografie, piuttosto ci conviene spendere i piccioli paccattari cartoline li vinninu, sintissi a mia ca ci conviene. Risparmiare picciuli sul costo delle cartoline non ci conviene anche perché dà supra i picciuli a vossia non ci servono chiù u capisti ah ?.......” .

Il Consiglio: in questa situazione se non si vuole subire violenza fisica è molto importante avere la capacità di non reagire,  lo stile il comportamento il linguaggio con la sua cadenza alquanto minaccioso del picciotto, fa parte della Kultura tipicamente mafiosa.

A pochi metri trovate un negozio di souvenier dove vendono le cartoline.

Vuol dire che la prossima volta scegliete un’altra meta turistica e gli altri seguano il consiglio del picciotto di farsi i cazzi propri!

N.B. Un doveroso ringraziamento, per il senso civico dimostrato, mi sento rivolgere al Signor Gianni intervenuto a sedare il “picciotto” ed evitare che passasse dalle allusive minacce verbali alla violenza fisica.


Grazie Gianni.


Pino Ciampolillo

BRUNO,MAFIA,Non Sentire,informazione,ISOLA DELLE FEMMINE,Non Fotografare,Non pensare,Fatti i cazzi Tuoi,Non Parlare,Non scrivere,Non Vedere,Qui comando IO,Pappagallo

Saturday, August 20, 2011

2008 23 LUGLIO Spreco e mafia, l'affare acqua 1984 24 OTTOBRE Sei in: Archivio > la Repubblica.it > 1984 > 10 > 24 > UNA RAFFICA DI ACCUSE PER... UNA RAFFICA DI ACCUSE PER I POZZI DELLA MAFIA 1992 22 MARZO Palermo Nuovo processo a Ciancimino per appalti GLI APPALTI PUBBLICI: ATTIVITÀ INVESTIGATIVE NEL SETTORE Casi esemplificativi Relatore: col. Mario MORI vice-Comandante ROS-CC di Roma



«L'attacco traeva origine» dice Sergio «dalla mancata concessione di un finanziamento di alcuni miliardi all'Amap di Palermo.» Chi era il presidente della municipalizzata in quel periodo? Vincenzo Zanghì, cugino primo di don Vito. Insomma ...
GIUSEPPE LO BIANCO E SANDRA RIZZA 
EDIZIONI RIZZOLI


2008 23 LUGLIO Spreco e mafia, l'affare acqua 


Nel 1979 il giudice Di Lello scrisse che "Palermo è forse l´unica città d´Italia che sta liquidando la sua falda e che censisce i suoi pozzi"
di Gabriello Montemagno


Non c´è isola del Mediterraneo, come la Sicilia, che non abbia problemi di siccità. Questo, fino a qualche anno fa, era uno degli argomenti che servivano per giustificare i rubinetti a secco di Palermo e della Sicilia. Ora, non senza una certa sorpresa di noi utenti palermitani, l´azienda acquedotto afferma: "Palermo, città d´acqua". È questo, infatti, il titolo di un volume edito dall´Amap, con un interessante corredo fotografico e una rievocazione storica di Maria Di Piazza. Il libro descrive le varie fonti di approvvigionamento idrico di Palermo, spiegando le tecniche di adduzione e distribuzione nelle diverse epoche, seguendo il corso di fiumi e torrenti. La parte certamente più interessante è quella che descrive l´evoluzione tecnica della distribuzione, fin dal 1894, quando il sindaco Giulio Benso duca della Verdura bandì un concorso per la realizzazione dell´acquedotto di Scillato.


Dopo aver penato tanto per la mancanza d´acqua anche in anni recenti, è sorprendente leggere - secondo quanto correttamente scrive Maria Di Piazza - come «Palermo possa essere definita a tutti gli effetti una "città d´acqua"; la ricchezza e la varietà delle sorgenti, dei fiumi ipogei, delle costruzioni che, nel tempo, sono state realizzate per trarre il massimo profitto da questa abbondanza di acqua, rendono Palermo una città unica». 

L´iniziativa editoriale, voluta dal presidente dell´Amap, Bruno La Menza, comprende anche uno speciale dvd destinato agli studenti delle elementari e delle superiori, «perché l´acqua che scorre dal rubinetto è l´ultimo atto di una catena che parte da lontano, anni e chilometri addietro, che in pochi conoscono».

Quello di cui il libro non parla sono le drammatiche vicende dovute alla carenza idrica e alle inefficienze dell´azienda acquedotto, che hanno caratterizzato quarant´anni di vita palermitana, dai primi anni Sessanta al Duemila. Ripercorriamo allora alcune tappe di questa "epopea della sete", che ebbe inizio intorno al 1960, quando la storica risorsa delle sorgenti di Scillato non bastò più per una città in caotica espansione. 

Il 1956 vede l´acquedotto passare in mano pubblica. Incaricato dal Comune di gestire il passaggio dal privato al pubblico è Vito Ciancimino, che decide anche le nomine dei primi dirigenti, le nuove assunzioni e i primi meccanismi di controllo. L´Amap diventerà subito, e lo resterà fino al 1983, un feudo esclusivo di Ciancimino, che nel ´77 farà pure nominare presidente un suo parente, Vincenzo Zanghì. E Zanghì sarà un presidente molto silenzioso, farà parlare di sé pochissime volte: una quando, appena insediato, decide che l´ascensore della sede di via Volturno è riservato solo a lui (impiegati ed utenti salgano a piedi); l´altra quando, insieme ai vecchi boss Michele e Salvatore Greco, è coinvolto per peculato e ricettazione nel processo ai "signori dell´acqua" istruito dai magistrati Di Lello e Conte, che però si conclude con l´assoluzione degli imputati. Giuseppe Di Lello nel ´79 aveva scritto che «Palermo è forse l´unica città d´Italia che sta liquidando la sua falda, che non ha un serio censimento dei suoi pozzi, che non li ha iscritti nell´elenco delle acque pubbliche, che non li controlla, che li compra se sono salmastri, che non li concede per usi pubblici, ma che paga i privati per sfruttarne l´acqua».

Quella dei pozzi privati, spesso di proprietà mafiosa, e della commercializzazione dell´acqua, è una questione che si trascina per decenni, fin quando, nel 1983, l´Alto commissario antimafia Emanuele De Francesco comincia a requisirli. 

Ma, come si diceva, è dai primi degli anni Sessanta che la città comincia a soffrire della carenza idrica. La situazione palermitana di quegli anni la sintetizza bene Giuliana Saladino in un articolo del 1978 su "Rinascita": «Malcostume, marasma, inefficienza sono parole oltre che logore, deboli a rendere l´idea. Né sono le parole che il palermitano medio oggi ha in testa, dopo essere stato abilmente dirottato sul sole: a scrutare le nuvole anziché la composizione della giunta comunale, a prendersela col clima anziché con l´Acquedotto, feudo di Ciancimino, a protestare contro il cielo sereno anziché contro la Dc che da trent´anni governa la città. Lo stesso palermitano d´oggi, senza scomodare gli arabi e le cinquecento fontane, senza scomodare gli zampilli e i giochi d´acqua settecenteschi, se ha una certa età annovera tra i suoi ricordi il gusto e quasi il vanto dell´acqua di Scillato, una limpida delizia che fluiva - per le classi agiate - 24 ore su 24 e appannava i bicchieri tanto era fresca». 


In questo bailamme idrico, un ulteriore disagio per gli utenti arrivò nel 1976 dal Comitato provinciale prezzi, su disposizione del Governo centrale. Fu un provvedimento talmente surreale che fu presto revocato, e che molti forse non ricordano più. In ogni casa, cioè, pervenne una scheda perforata che l´utente doveva restituire all´Azienda con la previsione del proprio consumo di acqua. Questo "totometrocubo" - concepito per ripianare il deficit dell´Azienda - si risolveva in un gioco d´azzardo, basato sulla fortuna: io dichiaro che consumerò, per esempio, 100 metri cubi al quadrimestre; se ne consumerò meno, pagherò sempre per 100 metri cubi; se ne consumerò di più, mi scatterà una tariffa punitiva, molto più alta. 


Gli anni Ottanta vedono acuirsi il problema dell´approvvigionamento idrico. L´Oreto non era più utilizzabile perché la sua acqua superava i limiti di inquinamento consentiti dalla legge Merli. La diga di Garcia, a Roccamena, ottenuta dopo le mobilitazioni di massa e i digiuni di Danilo Dolci, era completata ma ancora non collaudata e l´acqua veniva scaricata e dispersa. I lavori della diga Rosamarina, sotto Caccamo, erano sospesi. L´invaso Poma, sullo Jato, mancava dei necessari allacciamenti. Tutte opere, appaltate dalla Regione e dalla Cassa per il Mezzogiorno, che avrebbero dovuto risolvere ogni problema idrico, ma che non venivano mai portate a termine, con una impressionante girandola di miliardi di lire. L´acqua in città veniva erogata solo per qualche ora e non tutti i giorni. Ogni casa si muniva di motori sempre più potenti anche per succhiare l´acqua del vicino e conservarla in serbatoi sempre più fitti, prima in eternit e poi in plastica blu.
Nell´86 l´emergenza acqua della città viene posta all´attenzione del ministro per la Protezione civile, Giuseppe Zamberletti, che arriva a Palermo conferendo poteri eccezionali al sindaco Orlando e promettendo opere di emergenza, come una "condotta volante" di 10 chilometri, definita dai tecnici assolutamente inutile. Nell´agosto dell´89 i direttori delle scuole di Palermo dichiarano che non potranno avviare l´anno scolastico perché gli istituti sono a secco. Dei grandi serbatoi, allora, verranno installati per strada nei pressi delle scuole: orribili silos cui affluisce la gente assetata, la cui immagine farà il giro del mondo, e che verranno rimossi dopo tre anni.

Un altro fenomeno si verifica alla fine degli anni Ottanta, quello dei "cercatori d´acqua". E non in senso metaforico. Perché i palermitani avviliti dalla siccità l´acqua la cercavano realmente. Come? Scavando pozzi ovunque. Anche con l´aiuto di qualche rabdomante. Il fenomeno era diffusissimo, chiunque scavava pozzi dovunque, anche all´interno dei condomini, anche negli scantinati. 

Insomma, in queste condizioni, fra pioggia e siccità, si arrivò fino ai primi anni del 2000. L´emergenza toccò l´apice nel 2001 con l´esaurimento dei tre grandi bacini artificiali dello Scanzano, del Poma e di Piana degli Albanesi, nonostante la preghiera per far piovere recitata da Totò Cuffaro.

Ma intanto, anche se con enormi ritardi e spreco di soldi, tante opere sono state portate a termine. Si è finalmente realizzata la canalizzazione della diga Rosamarina. Si sono installate tubazioni per 400 chilometri. Si sono realizzate in città sei nuove sottoreti. Le vecchie tubazioni in ghisa sono state sostituite da condotte in polietilene. La dispersione delle acque si è ridotta della metà. E un più razionale utilizzo delle numerose risorse hanno consentito negli ultimi tre anni di far dimenticare alla città le pene sofferte. Speriamo.

(23 luglio 2008)
https://palermo.repubblica.it/dettaglio/spreco-e-mafia-laffare-acqua/1492130/1

1984 24 OTTOBRE   UNA RAFFICA DI ACCUSE PER... UNA RAFFICA DI ACCUSE PER I POZZI DELLA MAFIA



PALERMO - Peculato aggravato e continuato, ricettazione: queste le accuse per gli amministratori e gli alti funzionari dell' Azienda acquedotti di Palermo (uno dei quattro carrozzoni municipali) che cura la distribuzione dell' acqua in città. I giudici istruttori Giuseppe Di Lello e Giacomo Conte hanno firmato 91 mandati di comparizione a carico di proprietari di pozzi d' acqua abusivi (parecchi sono noti boss ricercati dalla polizia), dell' ex capo del Genio civile di Palermo Rosario De Francesco, dell' ex presidente dell' Azienda acquedotti (Amap) Vincenzo Zanghì (l' uomo che accompagnò Vito Ciancimino a Patti), del dirigente amministrativo Nicola Graffagnini, fino a pochi giorni fa segretario provinciale della Dc e attualmente presidente dell' Amat, l' Azienda trasporti urbani. Altri mandati di comparizione riguardano esponenti del vecchio consiglio di amministrazione dell' Azienda municipalizzata e cioè il capogruppo repubblicano al consiglio comunale di Palermo Antonio Aricò, il segretario provinciale del Psdi Camillo Bellomo. E poi ancora l' attuale direttore tecnico dell' Amat Eugenio Volpes e il suo predecessore Giuseppe Miceli. Tra i proprietari dei pozzi abusivi figurano i nomi di Michele e Salvatore Greco, i due superboss di Croceverde Giardini, condannati all' ergastolo per l' omicidio Chinnici, accusati dell' esecuzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa e collocati da Buscetta ai vertici dell' organizzazione criminale della Sicilia. Ma c' è anche Antonia Cinà, moglie di Salvatore Greco, assassinato nel 1980 durante la guerra di mafia e madre di Giovannello Greco, uno dei boss super ricercati dalla polizia. Per i proprietari dei pozzi l' accusa è aver prelevato illegalmente l' acqua dal sottosuolo della città per uso proprio o per rivenderla a scopo irriguo e potabile. Il peculato e la ricettazione contestati ai responsabili dell' Amat invece si riferiscono ai miliardi dell' azienda utilizzati per pagare l' acqua "abusiva" e per avere acquistato quell' acqua "rubata" al demanio idrico regionale.


TRIBUNALE CIVILE E PENALE

V^ SEZIONE PENALE

P A L E R M O

PROC. PEN.
Ndeg.505/95 R.G.
A CARICO DI ANDREOTTI GIULIO.
UDIENZA 15 DICEMBRE 1995 

PENNINO G.: nell'83, si cadesse con dignità. Perché il CIANCIMINO dopo aver tentato con LIMA e con altri di essere messo in una lista comune, onde poter ottenere quei rappresentanti che scaturivano dal suo pacchetto di tessere, ed essendo stato emarginato, tanto da un gruppone che si era formato, tanto dalla corrente andreottiana, che se non rammento male in quella occasione presentò lista a sé, lista a sé. In quanto gli altri, gli altri, non volendo CIANCIMINO, non vollero formare un listone unico, perché in quel caso si potevano anche camuffare, riciclare uomini che erano di CIANCIMINO, quali potessi essere io, l'Avvocato ALBANESE o altri. Preferirono estinguere le loro posizioni alla corrente andreottiana che presentò la sua lista. Il CIANCIMINO ebbe a presentare la sua lista e noi non fummo eletti perché non raggiungemmo il quorum perché era stata intenzione anche del CIANCIMINO nei discorsi telefonici intercorsi con lo ZANGHI', eventualmente aveva detto di non presentare lista e di fare confluire i suoi voti nella corrente andreottiana. Al che noi, per la nostra dignità non abbiamo accettato questo stato di cose e abbiamo detto presentiamo la lista noi e cadiamo in piedi con dignità, con dignità anche se sappiamo che non abbiamo niente. Mentre per quanto concerne il, la nomina dei delegati al congresso nazionale per cui non necessitava alcun quorum e che si svolgeva subito dopo, contemporaneamente al congresso regionale, vennero eletti tre delegati della corrente di CIANCIMINO, il Dott. PALMIGIANO, il Dott. ZANGHI' e un altro che non rammento chi fosse. Questi tre andarono a votare per volontà di CIANCIMINO, che lo partecipò al gruppo, che diede questo, per la corrente andreottiana. Questo fatto che sembra strano per me non era per niente strano, in quanto in precedenti colloqui CIANCIMINO mi aveva detto che le tessere, le sue tessere, il pacchetto di tessere da lui gestito veniva pagato da LIMA. Anzi mi aveva precisato che nei primi contatti avuti con l'Onorevole ANDREOTTI..


1992 22 MARZO Palermo Nuovo processo a Ciancimino per appalti 

È cominciato, ieri a Palermo, un nuovo processo a Vito Ciancimino (nella loto) L'ex democristiano ed ex sindaco di Palermo è accusato di avere «pilotato» e gestito due appall, mediante imprese intestate a un prestanome. Si tratta, per Ciancimino. del terzo procedimento giunto in dibattimento. Gli altri due si sono conclusi con sentenze di condanna: dieci anni per associazione mafiosa e tre anni e mezzo, confermati in appello, per la vicenda dei «grandi appalti» comunali. Nel processo iniziato ieri, compaiono altn nove imputati. Tra questi, l'imprenditore Romolo Vaselli, titolare della «Ices», Loris Ercoli, rappresentante legale della «Rocoama», e . il cugino di Ciancimino, Vincenzo Zanghi. ex presidente • del'Amap (Azienda municipalizzata acquedotti di Palermo)


GLI APPALTI PUBBLICI: ATTIVITÀ INVESTIGATIVE NEL SETTORE Casi esemplificativi 
Relatore: col. Mario MORI vice-Comandante ROS-CC di Roma


1. Tra l’estate del 1988 e la primavera del 1990, i Carabinieri di Palermo consegnavano alla locale Procura della Repubblica una serie d’informative relative all’attività di un gruppo di persone facenti capo al noto Vito Calogero CIANCIMINO esponente politico già ritenuto collegato al gruppo mafioso dei corleonesi. Gli accertamenti avevano preso avvio a seguito di una denuncia presentata da un tecnico dell’impresa “RO.CO.A.MA.” s.r.l., circa una serie di irregolarità relative alla conduzione dei lavori dell’appalto per il potenziamento della rete idrica della città di Palermo. Nel merito si stabiliva che: – l’Aziende Municipalizzata Acquedotto Palermo (AMAP), col finanziamento della Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno, esperiva gara, a mezzo di licitazione privata, per l’affidamento dei lavori dell’appalto (lire 6.607.000.000) per il “risanamento e potenziamento della rete idrica ad ovest di viale Michelangelo”, secondo disposizioni legislative nazionali e regionali ammettendo anche offerte in aumento stante la riconosciuta inadeguatezza dei prezzi posti a base del progetto non più remunerativi in considerazione del tempo trascorso tra la data di redazione (01.09.1979) e quella di deliberazione (26.05.1982). 

I lavori venivano aggiudicati il 20.07.1983 al raggruppamento d’imprese ICES – ROCOAMA con un’offerta dell’87,98% in aumento rispetto l’unica altra partecipante (impresa Arturo CASSINA) che offriva il 90,50%; – La ICES società del gruppo VASELLI si era aggiudicata anche l’appalto per la “ricerca delle perdite nella rete idrica cittadina” per un importo di lire 9.120.000.000 esperito sempre dall’AMAP col sistema dell’appalto-concorso, il 6 agosto 1981, nel quale l’offerta della ICES era stata valutata come la più vantaggiosa in relazione al valore tecnico degli interventi proposti ai prezzi offerti ed al termine di esecuzione. Vale la pena di evidenziare che, nel 1981, la ICES aveva una struttura tecnica modesta, non aveva esperienze nel settore acquedotti ed in Palermo non aveva nemmeno un proprio ufficio. Infatti, conservando il ruolo ufficiale di aggiudicataria dell’appalto, aveva affidato i relativi lavori in sub-appalto ad imprese locali fino, ovviamente, all’entrata in vigore della legge 23.12.1982 n. 936. 

La società, inoltre, risultava, aggiudicatoria dell’appalto del II lotto della ricerca perdite nella rete idrica per un importo complessivo di lire 15.000.000.000 e di quello per la “Manutenzione degli edifici scolastici cittadini” ottenuto, nel luglio 1985, con il sistema dell’asta pubblica, per un importo di lire 10.050.000.000. La massiccia presenza dell’impresa romana nel mercato imprenditoriale palermitano, soprattutto in considerazione della sua ridotta capacità tecnico-operativa, trovava unica spiegazione nel ruolo di prestanome svolto a favore dell’ex sindaco Vito Calogero CIANCIMINO da Romolo VASELLI, imprenditore, socio di maggioranza al 97% del pacchetto azionario della ICES. Il sodalizio tra i due risultava risalire al 1975, stante l’esistenza di intensi rapporti costituiti da cospicue rimesse di denaro dall’ex sindaco all’imprenditore. L’esame della documentazione bancaria in sede di perizia giudiziaria permetteva infatti di stabilire che, tra il 1975 e il 1985, risultavano affluite al VASELLI dal CIANCIMINO disponibilità finanziarie per oltre due miliardi e quattrocento milioni. La fondatezza dalle risultanze investigative veniva confortata dalle dichiarazioni dello stesso VASELLI il quale, al Giudice Istruttore, ammetteva che: “…qualsiasi libretto di deposito al risparmio o qualsiasi operazione su titoli, firmata VASELLI Romolo, non riguarda me bensì CIANCIMINO Vito…”. L’imprenditore romano affermava di operare in tal senso, oltre che per un mero interesse personale, anche per esaudire “…le richieste di CIANCIMINO Vito poiché, data la qualità del personaggio, sarebbe stato impossibile non accoglierle…”. La ICES s.r.l. si era presentata sulla piazza palermitana fondando il suo intento di aggiudicarsi appalti sul fatto di essere estranea al mercato locale. Tutto ciò assecondava, in effetti, quella campagna di trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica all’epoca sostenuta da molti e basata sull’inserimento nei grandi appalti cittadini di società non siciliane, nella convinzione di ottenere così minori condizionamenti di tipo ambientale. L’aggiudicazione di tali appalti andava a costituire il risultato di una meditata e specifica programmazione. Infatti, nel 1978, era stato nominato presidente dell’AMAP Vincenzo ZANGHI’, cugino del CIANCIMINO.

Proprio lo ZANGHI’, già inquisito perché in passato autore di operazioni d’intermediazione finanziaria con il congiunto aveva voluto quale direttore dell’Azienda, l’amico Eugenio VOLPES. I due funzionari, in aperto contrasto con le direttive della Cassa per il Mezzogiorno, consentivano, per la gara d’appalto del “Michelangelo”, la partecipazione di imprese fornite della sola iscrizione all’Albo Regionale, favorendo, di conseguenza, il successo della ICES. In particolare, pur non essendo previsto nel bando originario di gara ed in contrasto con le norme legislative in materia, veniva affidato alla ICES, a trattativa privata, il già citato II lotto dell’appalto per la ricerca perdite. In tale quadro, assumevano un ruolo di primaria importanza altri funzionari dell’AMAP e dell’impresa appaltante, e soprattutto l’ingegnere ITALIANO Vincenzo, direttore dei lavori e NOTO Francesco Benito, addetto alla contabilizzazione dei lavori. Infatti i predetti, in concorso con gli altri sopra richiamati, tutti poi riconosciuti come facenti parte di un’associazione per delinquere finalizzata all’illecito controllo di appalti relativi alla città di Palermo, risultavano documentalmente responsabili di aver abusato del proprio ufficio per distrarre a favore dell’impresa ICES: – la somma complessiva li lire 800.000.000 per pagamento di materiale a piè d’opera, cioè presente in cantiere ma non ancora utilizzato, in realtà inesistente e la cui contabilizzazione comunque non era consentita dal capitolato speciale dell’appalto; – somme ingenti contabilizzate e pagate alla predetta società per lavori di scavo effettuati con l’ausilio di martello pneumatico ove invece era stato impiegato escavatore con un guadagno fittizio del 50% al metro cubo; – la somma complessiva di lire 2.400.000.000 non spettanti all’impresa perché riferentesi a lavori mai eseguiti e fraudolentemente contabilizzati; – la somma di lire 400.000.000 attestanti la presenza in cantiere di ingenti quantità di materiali in realtà inesistenti; – il pagamento della fornitura e posa in opera di materiali vari risultanti, con documentazione contabile falsa, acquistati ed in realtà dati in prestito dall’AMAP senza che ciò fosse espressamente previsto. Per quanto sopra riportato, la Procura della Repubblica di Palermo richiedeva ed otteneva provvedimenti restrittivi a carico di tutte le persone coinvolte nella vicenda.

Il prosieguo delle investigazioni evidenziava ulteriori illeciti nella gestione dell’appalto relativo alla “Manutenzione degli edifici scolastici della città”. In particolare, il CIANCIMINO ed il VASELLI, avvalendosi della complicità di funzionari dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione e del direttore generale della ICES, riuscivano a: – ottenere somme non dovute di rilevante importo, a titolo di compenso di lavori e forniture in realtà mai effettuati e falsamente rappresentati negli atti di contabilità; – corrompere il direttore tecnico dei lavori con denaro e l’esecuzione di lavori in immobili di proprietà dello stesso. Praticamente, in oltre ottanta edifici scolastici, non venivano effettuati gli interventi di manutenzione, nonostante la presentazione anche di due perizie supplettive di variante che procuravano alla ICES notevoli introiti. Per tali risultanze l’Autorità Giudiziaria emetteva ulteriori provvedimenti cautelari a carico del CIANCIMINO, del VASELLI e degli altri compartecipi. 

L’aspetto più significativo dell’intera inchiesta consisteva nella dimostrazione dell’accertata volontà, da parte dei gruppi della criminalità organizzata, di “monopolizzare” il settore imprenditoriale pubblico palermitano. Il tutto potendo sfruttare connivenze ed appoggi nella “rete” di tecnici e funzionari collocati in tutti gli snodi più importanti degli uffici pubblici e pronti, per interesse o timore, ad agevolare i disegni dei gruppi di potere collegati a “Cosa Nostra”. 2. Nel corso d’indagini relative ad illecita gestione di appalti in Sicilia, il Raggruppamento di appalti in Sicilia, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri (ROS) metteva a fuoco l’attività dell’impresa Tor di Valle Costruzioni, una società per azioni con sede a Roma. In tale contesto si evidenziava la figura di SIINO Angelo, soggetto legato alla famiglia mafiosa di S. Giuseppe Iato (PA), che doveva risultare come l’elemento deputato da “Cosa Nostra” al controllo ed alla gestione degli appalti pubblici. Nello specifico l’attività investigativa riusciva a delineare le metodologie con cui il SIINO realizzava la sua opera di “convincimento” nei confronti della società Tor Di Valle, “responsabile” di non essersi mantenuta ai patti .Si ritengono a tal proposito esaustive le parole usate a proposito dal G.I.P. di Palermo: “A titolo esemplificativo, vanno qui ricordate, per il loro significato generale ed emblematico, talune vicende emerse dalle intercettazioni. La prima è quella della rinuncia da parte della Tor Di Valle s.p.a a proporre ricorso giurisdizionale amministrativo avverso il provvedimento con cui detta società era stata esclusa dalla fase dell’esame delle offerte per la licitazione privata indetta dalla SIRAP s.p.a. per l’appalto dei lavori di completamento infrastrutturale dell’area mista della “‘Madonnuzza” in Petralia Soprana (importo di circa 26 miliari) aggiudicato poi alle imprese di Angelo SIINO e Cataldo FARINELLA. 

E’ opportuno premettere a riguardo, che l’organizzazione del SIINO si proponeva di manipolare una numerosa serie di gare di appalto che la SIRAP aveva (o avrebbe) indetto con fondi della Regione Sciliana per la costruzione di venti aree attrezzate per importi di circa 50 miliardi ciascuna. L’“affare” complessivo, quindi era di 1000 miliardi, e qualsiasi comportamento imprenditoriale non aderente alle “regole del gioco” avrebbe messo in pericolo la distribuzione degli appalti predeterminata dall’organizzazione. Si spiega, così, la ragione dell’intervento sulla Tor Di Valle, che essendo stata esclusa dalla gara, a suo avviso illegittimamente, intendeva proporre ricorso. Come risulta dalle intercettazioni telefoniche dei Carabinieri, le pressioni sulla Tor Di Valle vengono inizialmente esercitate, nei confronti dell’ing. Giorgio ZITO, responsabile della società per la Sicilia, da Giuseppe LI PERA, capo-area della RIZZANI de ECCHER nell’isola, ed emissario del gruppo facente capo ad Angelo SIINO. Il LI PERA spiega allo ZITO che già “si sa in giro che il suo manager (e cioè il dr. CATTI, amministratore della Tor di Valle) vorrebbe fare un pò di casino”; che il ricorso, destinato ad essere certamente accolto perché fondato su ragioni inoppugnabili, metterebbe in pericolo l’intero sistema di gare di appalto indette, o ancora da indire, da parte della SIRAP, definito come i “lavori che noi (cioè il LI PERA, e i suoi referenti, SIINO, FARINELA, ecc.) abbiamo organizzato”; che in tal modo si creerebbe un “vespaio tale che in pratica qui (in Sicilia) è difficile lavorare”; che vi è una situazione tesa che ha bisogno di un mediatore” ‘e cioè lo stesso LI PERA); che la Tor Di Valle deve rinunciare al ricorso “perché altrimenti avrà grossi guai e viceversa, facendo così avrà diversi vantaggi”; che quello siciliano è “un mondo un pò particolare in cui bisogna abituarsi alle regole del gioco”; che la “Tor Di Valle (rinunziando al ricorso) ha la possibilità di entrare dalla porta principale e non dalle finestre rompendo i vetri”. Dopo questo primo approccio, LI PERA accompagna SIINO e Vito BUSCEMI presso l’ing. ZITO, il quale bene intende la personalità mafiosa dei suoi interlocutori e ne resta palesemente intimidito. Invero, in un successiva conversazione con altro funzionario della Tor Di Valle, e quindi in una conversione con il responsabile della società, dott. CATTI, lo ZITO evita persino di fare i nomi dei suoi interlocutori (“quello che comincia con la S” “quello che conta di più”) e sottolinea preoccupato che (il SIINO) “è molto assuadente ma nello stesso tempo è un... molto ... insomma nel contesto del discorso trapelano chiaramente anche se non in maniera evidente le possibilità negative di interrompere le trattative con lui...“. 

Come si osserva nell’informativa del Carabinieri del 16.2.1991, ciò che sconcerta in queste conversazioni, è il rispetto, il timore, la rassegnazione dimostrata nei confronti “dell’uomo che conta … perché altrimenti avremo grossi guai e viceversa facendo così avremmo diversi vantaggi…”, quello che inizia con la S, è da lui che il dr. CATTI vuole la risposta. L’incontro tra ZITO, SIINO, BUSCEMI e gli altri costituisce l’esemplificazione pratica del dettato dell’art. 416 bis del codice penale. Raramente si era ottenuta una prova così diretta immediata ed efficace di come gli uomini di Cosa Nostra si muovessero nell’ambito dell’attività economico imprenditoriale. Il pericolo è colto subito dall’ing. ZITO e dai suoi colleghi che, evidentemente, ben conoscono l’interlocutore. Il geometra LI PERA, d’altronde, aveva già consigliato ZITO di fungere da mediatore nella controversia, tentando di operare a favore della mancata presentazione del ricorso per la gara di Petralia Soprana. LI PERA è uomo d’onore e, a ragione veduta, consiglia l’amico. “…qui si può lavorare bene, però devi adeguarti alle regole del gioco, questo è il senso del messaggio sembra questo … adesso c’è la possibilità di entrare dalla porta principale, non entrare dalla finestra rompendo i vetri…”. “…e mi ha detto, poi, a lei personalmente, quando ha bisogno di qualsiasi cosa, per qualsiasi cosa, pensa che possiamo intervenire, si consigli con il mio amico che era lì presente pure lui e siamo disposti ad aiutarla a risolvere tutti i problemi...“. “ ...e dice che sono mille miliardi che ha da giocarsi...“. Sebbene sia inutile qualsiasi commento, è da sottolineare che le conversazioni costituiscono la prova del controllo capillare e puntuale di ogni appalto di opere pubbliche da parte di “Cosa Nostra”. controllo che praticamente, significa gestione. Lo stesso ZITO ne fornisce la riprova: “...direi che potremmo verificarlo subito con la gara successiva...“; e SIINO si dice disponibile per garantire la “perdita” subita dalla Tor Di Valle con l’assegnazione di un altro appalto. Il titolare della Tor di Valle decide di adeguarsi. L’ing. ZITO palesemente sollevata, si affretta quindi a cominciare a LI PERA la ‘buona notizia” che la Tor Di Valle rinunzia al ricorso, cioè – per essere più chiari – accetta l’imposizione del SIINO. E LI PERA rassicura il suo amico ZITO dicendogli che egli era convinto della sua “ragionevolezza” ma che “la pazzia di un titolare non si può mai “escludere” e che peraltro questo (e cioè quello di un amichevole convincimento) non è il sistema che … diciamo … noi usiamo di solito”. 

La vicenda emersa dalle riferite intercettazioni ha trovato una precisa conferma documentale. Invero, sulla G.U.R.S. del 29 luglio 1989, veniva pubblicato, dalla SIRAP, l’avviso di licitazione privata per l’appalto dei lavori di completamento infrastrutturale dell’area mista della Madonnuzza in Petralia Soprana. Per la gara pervenivano cinque offerte (su trenta società prequalificate od invitate a partecipare). La Tor Di Valle s.p.a. veniva esclusa dalla competizione per la mancanza di una dichiarazione richiesta all’ultimo capoverso della pagina 4 della lettera d’invito. Questo testualmente recita: “la società appaltante, per ragioni inerenti al finanziamento dell’opera, si riserva la facoltà di procedere alla consegna dei lavori sotto le riserve di legge contestualmente all’aggiudicazione provvisoria dei lavori e di richiedere l’immediato inizio dei lavori. In tal senso l’impresa concorrente dovrà rilasciare apposita dichiarazione della presente clausola”. Dopo l’apertura delle buste, la gara, per un importo complessivo di lire 26.190.472.000 veniva aggiudicata al raggruppamento d’imprese Cataldo FARINELLA s.p.a. con sede in Ganci (PA) e SIINO Costruzioni s.r.l. con sede in Palermo, via del Granatiere n. 33. Come si osserva nella informativa del R.O.S. del 16.2.1991, “alla luce di tali risultanze appare quasi inutile qualsiasi commento”. Questa gara, anche per “esigenze d’immagine”, non poteva essere assegnata ad altra impresa. Era necessario che tutto il programma venisse rispettato: la credibilità di un’intera organizzazione era in gioco. 

Le conversazioni telefoniche intercettate avevano fornito, però, ulteriori spunti investigativi. Il geometra LI PERA, nel suo preliminare contatto con l’ing. ZITO aveva premesso che un eventualmente ricorso della Tor Di Valle avrebbe inficiato la gara di Petralia Soprana e tutte le altre. In pratica, se la Tor Di Valle avesse fatto ricorso contro il bando di gara è, soprattutto, contro la lettera d’invito della SIRAP, tutte le altre gare avrebbero subito le stesse conseguenze, perché “…su questo lavoro, però, questi qui erano tutti lavori che non abbiamo organizzato, tanto è vero che in quell’errore sono caduti altri che sapevano che ci sarebbe stato quello proprio che succede, se tu vai avanti nella tua… nel tuo contenzioso fai cadere non solo questo, ma anche tutti gli altri e quindi … ci crea un vespaio tale per cui tu in pratica, qui, è difficile che puoi lavorare ancora…“. L’episodio, di per sé già estremamente significativo, costituiva una delle tante manifestazioni del potere criminale impersonificato dal SIINO e documentato attraverso le indagini. Per brevità di trattazione si riportano gli aspetti di maggior rilevanza acquisiti, precisando che ogni episodio riferito trova puntuale riscontro negli accertamenti a suo tempo svolti: – SIINO, Angelo, che ufficialmente risultava titolare di un autosalone, l’AUTOTEAM s.r.l. con sede in Palermo, con cadenza giornaliera riceveva imprenditori provenienti da tutta la Sicilia, pur non essendo inserito in nessun contesto imprenditoriale legalmente riconosciuto. A lui facevano riferimento, tra l’altro, personaggi di non sottovalutabile spessore mafioso, segno questo (in quella logica comportamentale) di un suo riconosciuto ruolo di supremazia, nemmeno vincolato a limiti territoriali e questo pur nella rigida compartimentazione geografica propria di “Cosa Nostra”; – molti interventi del SIINO erano diretti alla risoluzione di contrasti tra imprese per determinate gare d’appalto. 

Egli si poneva cioè a garanzia della soluzione di tali divergenze, imponendo i comportamento e le decisione. In più di una conversazione telefonica intercettata, il SIINO veniva indicato come la persona autorizzata a dare l’assenso, o, comunque, ad avallare iniziative economico-imprenditoriali di vario genere; – l’impresa, come indicato in precedenza, si prendeva cura di seguire l’iter di sviluppo di un determinato lavoro accollandosi l’onere dell’esborso delle tangenti o di quant’altro necessario al finanziamento dell’opera. In genere essa doveva ricevere dal sistema il “PASS” ovvero la garanzia che le altri concorrenti, nel medesimo lavoro, si sarebbero astenute dal partecipare alla gara o avrebbero proposto offerte concordate in modo da pilotarne l’aggiudicazione. Intercettazione telefoniche e documentazione sequestrata confermavano tale prassi, accanto a quella per cui l’impresa vincitrice dell’appalto doveva “ringraziare”, nel senso che doveva rendere analogo favore per gare di altrui interesse; – i sub-appalti, le forniture di materiale e le assunzioni di operai risultavano appannaggi di “Cosa Nostra”, per il potere di controllo territoriale derivantene. Ad esempio nei lavori per la costruzione dell’area artigianale SIRAP di San Cipirrello (PA), la società RIZZANI DE ECCHER concedeva in sub-appalto ad imprese, alcune delle quali gestite da personaggi inseriti o contigui a gruppi criminali lavori per quasi 4 miliardi, su 15 di importo totale, senza calcolare le notevoli quantità di materiale acquistato per la costruzione dell’opera; – l’impresa, il direttore dei lavori, l’ingegnere capo, i callaudatori o l’Ente appaltante davano l’idea di coordinarsi nell’intento di realizzare una gestione concordata del lavoro. Con ciò si vuole intendere che risultava praticamente inesistente il controllo sul comportamento dell’impresa e sul rispetto delle clausole contrattuali. Le frequentissime perizie di variante, altro non risultavano che il marchingegno con cui si faceva ritornare il prezzo dell’opera al valore originario, eliminando così gli effetti del ribasso presentato in sede di gara. Le somme a disposizione dell’amministrazione, inoltre, servivano per finanziare tale perizia o per introdurre nuove categorie di lavori, al momento della redazione del progetto non previste, o far recuperare all’impresa i pagamenti dalle tangenti precedentemente effettuati

Alcune intercettazioni telefoniche dimostravano come all’inizio dei lavori alcune imprese già preventivavano in svariati miliardi l’aumento del costo generale dell’opera a fronte del finanziamento iniziale; – la presenza sempre maggiore di imprese a rilevanza nazionale od internazionale sul mercato siciliano, risultava essere una forma di mascheramento degli interessi realmente perseguiti dalla criminalità isolana. Il nome di una importante società del continente apparentemente garantiva sulla legalità o sulla trasparenza degli appalti. La vicenda di Petralia Soprana relativa alla Tor di Valle, invece, dimostrava come tutti dovessero sottostare alle scelte dell’organizzazione in tema di appalti pubblici, pena l’esclusione dal circuito economico siciliano; – in più di una circostanza si rilevava la manomissione delle buste contenenti l’offerta quale estremo mezzo per la determinazione dell’esito di una gara. Questo accadeva ad esempio in alcuni lavori del comune di Pantelleria, dove la RIZZANI DE ECCHER, non rispettando un preventivo accordo, aveva tentato di giungere all’aggiudicazione di un appalto destinato invece alla Edilcostruzioni di Roma e ad una società intestata al padre del SIINO. LI PERA Giuseppe, capo commessa per la RIZZANI in Sicilia, in una conversazione con un suo dirigente, nel consigliare una modifica dell’orientamento aziendale nel senso di rinunziare alle gara di cui sopra, riferiva di aver incontrato “persona ad alto livello vicino al Nucleo centrale”, intendendo per esse SIINO Angelo o CASCIO Rosario, che lo avevano sollecitato in tal senso; – talune intercettazioni telefoniche dimostravano la predeterminazione dell’assegnazione di singoli lavori. In pratica già mesi prima che una gara fosse esperita, gli esponenti del sodalizio criminoso conoscevano l’impresa alla quale la gara stessa sarebbe stata aggiudicata. I riscontri documentali effettuati a posteriori dimostravano sempre la giustezza di tali previsioni; – in alcuni casi si constatava come talune imprese riuscissero, con il pieno accordo degli amministratori interessati, a redigere bandi di gara confacenti alle caratteristiche della propria struttura, per determinare così in partenza una selezione dei partecipanti. Si giungeva, ad esempio, ad inserire particolari categoria di iscrizioni all’Albo dei Costruttori, tecnicamente non utili per il lavoro di aggiudicazione, a richiedere la presentazione di numerosissimi o talvolta inutili documenti in lassi di tempo estremamente brevi tranne che per coloro che ne avevano preventivamente avuto conoscenza, ed a determinarne la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale in periodi ritenuti più confacenti allo scopo da raggiungere; – in ultimo, si delineava esattamente il ruolo svolto dalla organizzazione “Cosa Nostra” che emergeva come primario protagonista nel settore economico – imprenditoriale dell’isola. Sulla scorta delle informative trasmesse il G.I.P. così si esprimeva nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere n. 2789/90 N.C. – 1694/90 Reg. GIP: 

“…Il presente procedimento ha per oggetto una organizzazione di tipo mafioso, facente capo – attraverso alcuni dei suoi esponenti di maggior rilievo – a “Cosa Nostra” e finalizzata al controllo di numerosi appalti pubblici in Sicilia. …Tale lettura coordinata consente di delineare con sufficiente precisione un “sistema” e un “metodo” di controllo degli appalti di opere pubbliche, che costituiscono probabilmente la manifestazione più attuale e, per alcuni aspetti, inedita della strategia operativa adottata da “Cosa Nostra” per il condizionamento di flussi rilevanti della spesa pubblica in Sicilia e per il controllo del mondo imprenditoriale. La più autentica motivazione dell’interesse delle organizzazioni mafiose per gli appalti pubblici può essere compresa soltanto da chi non commetta l’errore di confondere “Cosa Nostra” con una qualsiasi delle altre pur potenti organizzazioni criminali oggi operanti in Italia o nel mondo. Il fine ultimo di “Cosa Nostra” è il potere, esercitato attraverso il controllo del territorio. In quest’ottica il controllo degli appalti pubblici ha una importanza fondamentale non tanto per i profitti cui dà luogo, ma soprattutto per il condizionamento che consente di esercitare nei confronti del mondo imprenditoriale, della Pubblica Amministrazione o delle fascie sociali beneficiarie, nonché mediante, dei flussi della spesa pubblica...“. Tecniche per il controllo illecito degli appalti L’esperienza investigativa maturata in Sicilia, di cui le due vicende riportate costituiscono esempi qualificati, ha consentito di tracciare indicazioni di carattere generale sulla organizzazione del sistema illecito di controllo, alcune delle quali già sinteticamente delineate nelle pagine precedente. Il metodo d’indagine utilizzato in Sicilia è stato recentemente trasferito dal R.O.S. in Campania. Anche qui l’attività sta dimostrando che, sostanzialmente, il controllo degli appalti pubblici da parte della criminalità organizzata conserva le stesse finalità e viene attuato con le stesse tecniche. Rielaborando le acquisizioni si potrebbe tracciare, sinteticamente, questo quadro generale di metodologia comportamentale nel campo degli illeciti riferiti agli appalti: – l’impresa, in genere, è quella che anticipa i capitali c.d. a rischio. Essa contatta chi dell’amministrazione è autorizzato e disponibile, informando dalla propria capacità di ottenere il finanziamento di una progettazione d’opera che rientra tra gli interessi dell’interlocutore, che non rifiuta non fosse altro che per motivi politico-clientelari. L’amministrazione spesso si riserva la nomina del progettista, che a sua votla ringrazierà per la nomina impegnando dal 20% al 30% della propria parcella; il recupero avverrà, poi, con le “cortesie” dell’impresa durante la contabilizzazione del lavoro. Redatto il progetto, gli organi tecnici, in genere senza alcuna verifica, lo approvano consentendo la deliberazione approvativa, da parte di persone molto spesso all’oscuro di tutto; – approvato amministrativamente il progetto, l’impresa (o il professionista promotore della sponsorizzazione) contatta le persone “giuste” per l’ottenimento del finanziamento dalla Regione, dall’Agenzia per lo svilupo del Mezzogiorno o dalla Cassa Depositi e Prestiti ecc. Da una parte, quindi, l’Ente si assume l’impegno del finanziamento o dall’altra l’impresa s’impegna a ringraziare nella misura del 5% o del 10% dell’importo dell’appalto. I valori percentuali sono determinati a seconda delle varie intermediazioni: dirette, indirette di prim’ordine, indirette di terz’ordine. Dirette quando l’impresa ha un rapporto diretto con chi firma il finanziamento; indirette di prim’ordine quando il finanziamento avviene tramite il personale responsabile (segreteria, gabinetto, funzionari addetti, ecc.); indiretto di terz’ordine quando il rapporto si conclude tramite un procacciatore. Alla firma del decreto segue la consegna del denaro;
– l’amministrazione appaltante a questo punto deve garantire che la gara, pur con i legittimi rischi, venga indirizzata verso quella ditta che ha già fatto ottenere il finanziamento. 

Tale garanzia necessita della copertura degli addetti ai lavori. L’aggiudicazione della gara è il momento più difficile, perché occorre conciliare anche gli interessi delle imprese non coinvolte nello specifico accordo. 

A queste vanno promessi lavori, finanziamento e contropartite. L’impresa e l’Ente si accordano generalmente per una tangente intorno al 10% da definire a gara conclusa, a consegna dei lavori avvenuta. Per tale scopo viene erogata la c.d. anticipazione del 20% o 15% sull’importo complessivo dei lavori che consente, invece, di tener fede agli impegni assunti con l’amministrazione. La criminalità organizzata o è intervenuta prima della gara per avvisare e mettere d’accordo tutti o a lavoro aggiudicato sul proprio territorio, o è inizialmente collusa con l’Ente locale o non c’entra proprio o viene chiamata in causa come deterrente per situazioni non altrimenti conciliabili. Si può verificare che tutto il meccanismo sopra indicato sia gestito, per gli affari più importanti, direttamente dalle organizzazioni mafiose, dall’ideazione alla realizzazione pratica; – l’amministrazione ovviamente deve gestire la gara secondo parametri precisi, per cui ha necessità della complicità degli organi tecnici. Così si studia o si sceglie il metodo di gara, la documentazione da richiedere (spessissimo inutile o speciosa ma utile al pilotaggio), le categoria di iscrizione all’Albo (per cui integrando o interpretando le diverse variabili si ottiene un quadro inesplicabile ed articolato, abbordabile solo ai pochi interessati. Pubblicato il bando si assegnano tempi brevi per la domanda di richiesta d’invito, a volte anche venti giorni solamente, utili ad evitare che potenziali concorrenti non graditi possano approntare in tempo la documentazione richiesta. Pochi così fanno in tempo ad intervenire; – le domande, una volta pervenute, devono essere studiate, scartando quelle irregolari o fuori termini e, a volte, anche quelle regolari per “erroneo esame”, inserendolo nuovamente se quella ditta ne viene casualmente a conoscenza prima o durante lo svolgimento della gara con dichiarazioni a verbale. Se tutto ha seguito il previsto  svolgimento possono anche partire gli inviti a partecipare, salvo la necessità di soprassedere, di personalizzare gli inviti stessi e permettere all’impresa di intervenire per qualche inconveniente improvvisamente presentatosi; – la lettera d’invito precisa il giorno e l’ora dello svolgimento della gara o di apertura delle buste, che chiuse sigillate devono pervenire in genere 24 ore prima del giorno fissato; ciò consente la possibilità di aprire le stesse e controllare che tutto sia come concordato. Approvato il verbale di gara si passa alla fase contrattuale e nelle more avviene la consegna dei lavori perché non si perda tempo nella consegna dell’anticipazione che la legge prevede venga elargita ancor prima di effettuare i lavori e ciò per tener fede agli impegni con l’amministrazione che ha concesso il finanziamento; – per il capo famiglia o capo-zona, nell’ipotesi che non abbia partecipato alle prime fasi dell’accordo, serve un altro 5%-10% per la guardiania. L’esecuzione del lavoro è l’unica cosa penalizzata del tutto. Per essa ci sarà alla fine un collaudatore amico. Sicuri di ciò lievitano i lavori speciali tra cui gli scavi in genere che, non solo aumentano il volume, ma da scavi di terra si trasformano in scavi di roccia anche durissima, come dimostreranno le analisi del geologo di turno che, con qualche campionatura di materiale anche inesistente nella zona lavori, permetterà le prove di laboratorio. Così l’impresa rientra nelle spese sostenute in anticipo e ricompensa il direttore dei lavori e il progettista. A questo punto possono iniziare le lievitazioni dei prezzi e di quantità di lavori, speciali e strumentali, con cambio di categorie dei lavori stessi. Poi ci sono le maggiorazioni contabili che sono portate anche all’esasperazione rendendo costosissima un’opera che in realtà non lo è. Senza contare le perizie di variante e supplettive; – il direttore dei lavori – progettista, poi, avanza un progetto molto spesso senza essere mai andato sui luoghi, per cui si incontra una casa dove si costruirà una strada o una caverna dove sorgerà un palazzo, mentre si dichiara per legge che i luoghi non hanno subito variazioni ed alla fine si realizzano non più del 40% delle opere progettate mentre sono state impiegate il 100% delle somme disponibili con le varianti in aggiunta. 

“Sul mare luccica” a Cefalù e a Isola delle Femmine

“Sul mare luccica” a Cefalù e a Isola delle Femmine

Inizia oggi e proseguirà fino al 2 settembre a Cefalù e a Isola delle Femmine Sul mare luccica, manifestazione di cinema, teatro e musica. Il direttore artistico è Angelo Butera.
Isola delle Femmine: oggi alle 19:30 inaugurerà la mostra Sicilian crossing to Americasulla storia dell’emigrazione siciliana negli Usa e alle 22:00 verrà proiettato Nuovomondodi Emanuele Crialese: domani si svolgerà la prima edizione del Premio giornalistico città di Isola delle Femmine con la partecipazione dell’Orchestra Jumpin’Up:; giovedì 11 agosto si terrà il concerto Parlami d’amore Mariù di Maria Corso a Gilda Mignonette; venerdì 12 agosto Gino Carista porterà in scena Peppuccio Amato precario; dal 16 al 19 agosto si svolgerà il ciclo di proiezioni Anima e core in omaggio a Massimo Troisi; sabato 20 agosto tributo a Gershwin con il concerto di Flora Faja e la partecipazione straordinaria di Francesco Cafiso e gli arrangiamenti di Giovanni Mazzarino; domenica 21 agosto The Genius Blues band; lunedì 22 agosto Almamegretta; mercoledì 24 Il gruppetto; giovedì 25 agosto Eugenio Bennato con la taranta; venerdì 26 è di scena Sicily stars orchestra (jazz); sabato 27 agosto alle 20:30 dibattito Coppole a Brooklyn, la mafia siciliana negli Stati Unitimoderato da Alberto Samonà, con i giornalisti Vittorio Corradino, Peppino Lo Bianco e Giancarlo Mirone e a seguire concerto di Giovanni Genovese; domenica 28 Francesco Buzzurro.

MAFIA, MASSONERIA...PURCHE' NULLA CAMBI DON AGOSTINO CHE SPOSÒ IL CAPO DI COSA NOSTRA

E' tornato d'attualità il problema della presenza della massoneria  a Trapani. Lo si deve, anzitutto, all'uscita – a dire il vero piuttosto audace – di un giovane giornalista-editore-tuttofare e tutto essere che, partecipando ad una riunione dei cespuglietti della sinistra, hatuonato contro la presenza di massoni nelle liste delle ormai prossime elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Trapani. La polemica attorno a quel diktat è durata appena un paio di giorni. Anche quelli che avversano la massoneria infatti non ci stavano a generalizzare, anche perché, si sosteneva a torto o a ragione nei ristretti circoli della politica locale, si trattava di un proiettile con un ben definito obiettivo da colpire: Pietro Savona, candidato sindaco della Margherita. Costui, con grande eleganza rispondeva di non essere massone e che comunque non aveva nulla contro la massoneria, “quella pulita, da non confondere con quella deviata”. E' rimasto insoluto l'interrogativo su chi ha armato la mano del giornalista-editore-tuttofare e tuttoessere.

Massoneria capitolo chiuso? Manco per nulla. Mons. Miccichè, Vescovo di Trapani, che dal secondo anno (peccato non dal primo, o meglio da subito, si era in periodo elettorale ndr) della sua presenza in città, ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con la massoneria, ha subito ripreso il tema con il fervore di sempre, aggiungendovi la scomunica e la negazione della Comunione per chi si professa  massone. Rimane da capire come faranno i preti officianti a negare la Comunione ai massoni che, se si esclude un ristrettissimo numero di adepti che non negano l'appartenenza e che, anzi, con orgoglio portano il distintivo di squadra e compasso, preferiscono nascondersi. Il limite della Massoneria è proprio questo: essere qualcosa di nascosto. Proprio per questo metodo vi hanno anche aderito persone che da quella appartenenza cercano solo di guadagnare favori.

L'estensore di queste note non ama la massoneria in genere, è nemico – non avversario – di certa massoneria deviata e crede di avere acquisito, nel passato, qualche merito in tal senso. Premessa obbligata per aggiungere che non mi piacciono le generalizzazioni; quelle, per intenderci, del giornalista-editore-tuttofare e tuttoessere, ma neanche quella molto più particolareggiata e sofisticata del Vescovo. Bisogna saper distinguere e colpire nella giusta direzione, altrimenti si rischia di avere un effetto boomerang ed i massoni deviati rischiano di uscirne ancora una volta più forti.

E' già successo in questa città. E' accaduto quando nell'aprile del 1985, un onesto funzionario di polizia, il dott. Saverio Montalbano, dirigente la squadra Mobile, indagando sul concorso per comandante dei vigili urbani si imbatteva nello pseudo Centro Studi Scontrino, all'interno del quale operavano ben sei logge massoniche (Iside, Iside2, Osiride, Ciullo D'Alcamo, Miriam Cafiero) e, soprattutto, una loggia massonica coperta, cioè segreta, la loggia “C”. Dietro la facciata del Centro Studi e delle logge massoniche si nascondeva una pericolosa accolita di mafiosi, politici ed alti funzionari pubblici. Un coacervo di interessi nascosti dalla comune osservanza massonica che giungeva a Licio Gelli, quello della P2, ma anche al palermitano Giuseppe Mandalari, a Padre Agostino Coppola, il prete mafioso che sposò segretamente Salvatore Riina, e si potrebbe continuare. Non solo la stampa regionale e nazionale, anche quella internazionale si occupò di quel gravissimo scandalo. C'era però anche chi localmente (soprattutto politici con l'appoggio di qualche giornale) cercava di ridimensionare il tutto, riconducendolo ad un semplice episodio di malcostume.

Visti i risultati, questa tesi ha prevalso. Infatti, ci fu un lungo iter giudiziario iniziato con una richiesta di arresto per una trentina di aderenti che venne respinta dall'allora giudice istruttore; infine ci fu un processo con pochissimi imputati conclusosi con un paio di lievi condanne.

E i funzionari pubblici coinvolti? Chi ha voglia di “conoscerli”, quelli che nel frattempo non sono andati in pensione, li troverà ancora al vertice di istituzioni pubbliche. Hanno anche fatto carriera. Il dott. Montalbano, invece, poco tempo dopo quella scoperta venne trasferito a Palermo, impossibilitato ad approfondire l'inchiesta; qualche tempo dopo ha lasciato, forse deluso, la polizia. Se la passò non proprio bene anche qualche rappresentante della carta stampata locale che non aveva avuto peli sulla penna a scrivere la realtà. Ecco, quella è la massoneria da combattere, distinguendo, per evitare delle solidarietà che potrebbero rafforzarla. Ma perché non si generalizzi, è anche opportuno che la massoneria, quella vera, esca da certo anonimato, ed anche la sua attività venga svolta alla luce del sole, possibilmente spogliata da certi riti cosiddetti esoterici.

Massoneria deviata e mafia. Le due M in questa città hanno avuto, probabilmente svolgono  ancora, un ruolo centrale di direzione.

In questa città è ancora proibito parlare e scrivere di mafia. Basta vedere le polemiche che ancora in questi giorni animano i salotti bene della città. Ancora per la famosa puntata di “Anno zero”, la trasmissione di Michele Santoro. Ancora a “lamentare” l'onore della città che gli inviati di Santoro avrebbero calpestato. Ancora la ridicola accusa ai cosiddetti “professionisti dell'antimafia”. Tutto già visto e sentito. C'è però una novità: da rappresentanti delle istituzioni arrivano minacce: “dovrebbero essere espulsi dalla città coloro che hanno collaborato ad offendere il buon nome di Trapani”. Cioè coloro, qualche politico, un paio di giornalisti,  che continuano ad avere il coraggio di parlare apertamente della presenza mafiosa in città e di combatterla. A tanto non eravamo ancora arrivati, neanche negli anni più bui. Affermazioni a mio avviso più gravi di quella storica di Erasmo Garuccio sulla non presenza della mafia in città. Ancora più gravi se, come si è letto sui giornali, a pronunziarle sono stati (non ci sono smentite ndr) uomini delle istituzioni che hanno - avrebbero ? -  il compito di combattere la mafia, ignorando tutti gli orpelli circa il buon nome, l'onore e sciocchezze simili.

Nei giorni scorsi riordinando vecchie carte e documenti ho riletto le relazioni della commissione antimafia e della “commissione per i problemi posti all'ammini-strazione della giustizia dalla criminalità organizzata” del  Consiglio Superiore della Magistratura. Documenti datati, ma straordina-riamente attuali. Ne segnalo alcuni passaggi. Si parla di Trapani del controllo del territorio da parte della mafia. Scrive la commissione del CSM: “si tratta di una criminalità talmente invasiva da avere condizionato e frenato lo sviluppo economico e sociale incidendo perfino sul momento elettorale; di una criminalità che per perseguire i suoi scopi non ha esitato a stipulare alleanze con la massoneria deviata; di una criminalità che ha fatto della intimidazione e della corruzione il normale sistema per aggiudicarsi il controllo sugli appalti e che si è infiltrata nella Pubblica Amministrazione”.

Scrive nella sua relazione la commissione antimafia. “In ordine al funzionamento della pubblica amministrazione ed alle responsabilità dell'ente locale sono state acquisite le opinioni del Sindaco e dei capigruppo del consiglio comunale di Trapani. Secondo alcuni di questi sarebbe strumentale accreditare una immagine di Trapani come Città collusa con la criminalità organizzata”.

Incredibile, il tempo sembra non passare mai. La conclusione la lasciamo ancora alla Commissione parlamentare antimafia di molti anni fa. “……..Dall'incontro con gli amministratori della città non è emersa una valutazione adeguata al progressivo aggravamento delle condizioni della pubblica amministrazione e della civile convivenza…sembra prevalere una tendenza al ridimensionamento che non può non incidere negativamente sul fondamentale ruolo che l'ente locale deve avere nella complessiva azione di contrasto ad un crimine organizzato che proprio a Trapani si mostra quanto mai pericoloso”.

Aldo Virzì  


http://www.processionemisteritp.it/extra/dicembre06/mafia%20massoneria.htm

TOTO' RIINA SI RISPOSA

PALERMO - Il capo di Cosa nostra si sposa. Totò Riina ha deciso di regolarizzare il suo matrimonio. Si celebrerà probabilmente nelle prossime settimane, quando saranno superate tutte le procedure burocratiche. Il boss dei boss vuole perfezionare con il rito civile il matrimonio con Antonietta Bagarella che sposò, in gran segreto, nell' aprile del ' 74. Un matrimonio religioso che fu celebrato dall' allora giovane prete Agostino Coppola (uomo d' onore e nipote di Frank Tredita) che alcuni anni fa ha abbandonato l' abito talare. Un matrimonio che, per non rivelare chi erano i concelebranti e i testimoni, non venne registrato allo stato civile del Comune di Corleone. Ma Riina e Antonietta Bagarella non saranno assieme il giorno delle nozze davanti all' ufficiale di stato civile. Il boss si sposerà per procura. Non potrà sposarsi nel carcere dov' è detenuto per motivi di sicurezza, perché non gli è consentito di incontrarsi con altre persone, cioè chi dovrebbe sposarli e i testimoni. Allora per regolarizzare, dopo vent' anni, la situazione, è stata scelta l' unica strada percorribile, quella della procura. Il boss ha già indicato, attraverso il suo notaio, Adriana Purpura, chi sarà a rappresentarlo al matrimonio civile. Sarà la sorella maggiore Arcangela Riina. E' però rigorosamente segreta la data delle nozze per evitare che fotografi e giornalisti possano disturbare la cerimonia. Riina ha deciso di sposarsi col rito civile cinque mesi fa e da allora i suoi legali hanno inviato la richiesta a quindici tribunali di varie città per ottenere le autorizzazioni. Tutte le Procure hanno espresso parere favorevole e l' ultimo ok è stato concesso proprio venti giorni fa. Da quando il boss è finito in carcere, il 15 gennaio del ' 93, dopo oltre vent' anni di latitanza, ha cercato di sistemare ogni cosa e nei mesi scorsi aveva anche chiesto di ottenere la residenza a Corleone. Ma il sindaco progressista del paese, Giuseppe Cipriani, ha respinto la richiesta del boss e Riina lo ha denunciato. Quello che però premeva di più al capo di Cosa nostra era sposare col rito civile la sua Antonietta, con la quale convolò a nozze in una villa di Cinisi, protetta e sorvegliata da una decina di uomini d' onore. Riina era già latitante e Antonietta Bagarella, sorella di Leoluca, decise di coronare il suo sogno d' amore, scegliendo di vivere in clandestinità con il suo uomo. Si dice che oltre a padre Agostino Coppola a cocelebrare il matrimonio siano stati altri due preti della diocesi di Monreale. Fu un matrimonio senza gli sfarzi che la maestrina aveva sognato e si accontentarono di una cerimonia semplice e con pochi invitati. Furono infatti stampati soltanto una ventina di cartoncini di partecipazione, per gli amici più intimi e fidati e per pochissimi parenti. Soltanto alcuni anni dopo le nozze, gli inquirenti scoprirono che Riina e Antonietta Bagarella si erano sposati. Lo scoprirono quando fecero irruzione in un appartamento della borgata di San Lorenzo dove il boss aveva trascorso gran parte della sua latitanza. Su un tavolo venne trovata la partecipazione di nozze ed alcune fotografie. E da allora, fino al giorno del suo arresto, Riina ha condotto, sotto falso nome, una vita "normale", con villette e appartamenti a Palermo e "rifugi" in tutte le province siciliane. Dal matrimonio nacquero quattro figli: la prima, Maria Concetta, che oggi ha 19 anni, Giovanni di 18, Giuseppe di 16 e Lucia, nata 14 anni fa. Tutti e quattro i parti avvennero nella clinica privata "Noto" nella centralissima via Dante di Palermo ed i figli furono regolarmente registrati allo stato civile di Corleone. Ed a Corleone Antonietta Bagarella e i suoi quattro figli sono ritornati soltanto due giorni dopo l' arresto di Totò Riina. Arrivarono in paese in gran segreto. Ad accompagnarli fu uno dei killer della strage di Capaci, Santino Di Matteo, che adesso collabora con la giustizia e ha raccontato i dettagli del "trasferimento" da Palermo a Corleone. Arrivarono di notte, con due automobili e con qualche valigia per tornare a vivere nella casa della madre di Antonietta Bagarella, in vicolo Scorsone, nella parte alta del paese. Da allora Ninetta fa una vita molto riservata, poche uscite e poca "confidenza" con i paesani. Soltanto pochi intimi ed i parenti. Diverso l' atteggiamento del primo figlio maschio di Totò Riina, Giovanni, che proprio nelle ultime settimane è stato protagonista di un "giallo". Venne infatti denunciato, assieme al fratello e a quattro amici, per aver divelto la targa toponomastica della piazza principale del paese, intestata al giudice Giovanni Falcone. Il rampollo del boss però "rassicurò" il padre durante una delle udienze nell' aula-bunker sostenendo che lui era "innocente". Ed anche Antonietta Bagarella disse al marito che Giovanni con quella storia non c' entrava nulla. E a quanto pare Giovanni Riina aveva ragione, perché, alcuni giorni fa, sei ragazzi, probabilmente preoccupati dal fatto di avere in qualche modo "danneggiato" il figlio del boss, sono andati in commissariato confessando di essere gli autori del trafugamento della targa.
di FRANCESCO VIVIANO
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/12/14/toto-riina-si-risposa.html
 

DON AGOSTINO CHE SPOSÒ IL CAPO DI COSA NOSTRA

Dal Quotidiano Il Fatto Quotidiano
del 30 gennaio 2010

di Isaia Sales
(Scrittore)


Don Agostino Coppola è il prete che il 16 aprile 1974 nei giardini di Cinisi sposa Totò Riina (allora latitante) con Ninetta Bagarella. Insieme con lui altri due preti, don Mario e don Rosario. È parroco di Carini e viene ammesso nelle fila (combinato) di Cosa Nostra a Ramacca nel 1969. Ne parla il collaboratore di giustizia Antonino Calderone: “Mentre eravamo a cena arrivò un prete. Ci fu presentato come un uomo d’onore della famiglia di Partinico. Agostino Coppola si chiamava. Quello che riscosse i soldi del sequestro Cassina. Con mio fratello abbiamo scherzato durante il viaggio di ritorno su questo prete che faceva parte della mafia. ‘Gesù Gesù, anche un parrino in Cosa Nostra’”.

Don Agostino è legatissimo a Luciano Liggio ed è nipote di un capo di Cosa Nostra americana, Frank Coppola detto Tre dita. Amministra i beni della diocesi di Monreale (la più chiacchierata della Sicilia) e fa da mediatore nei sequestri di persona fatti dai Corleonesi (quello di Luciano Cassina, di Luigi Rossi di Montelera e dell’industriale Emilio Baroni). Nel 1974 viene arrestato, e nella sua abitazione gli inquirenti trovano cinque milioni provenienti dal riscatto di un sequestro di persona. Nel 1976 don Agostino viene processato, insieme con Luciano Liggio, per il sequestro di Luigi Rossi di Montelera e condannato a quattordici anni di galera.
Nel marzo del 1977 riceve una seconda condanna, questa volta per estorsione (derubricata poi in appello in lesioni personali aggravate) ai danni di un allevatore. Nel luglio dello stesso anno compare come imputato nel processo per il sequestro di Luciano Cassina, figlio di un noto appaltatore di lavori pubblici di Palermo, ma viene assolto per insufficienza di prove, grazie anche all’intervento del vescovo di Monreale. Monsignor Corrado Mingo invia, infatti, una lettera alla Corte pochi giorni prima del processo in cui dichiara di aver richiesto lui stesso l’intervento del prete in qualità di mediatore. Dunque, il vescovo sapeva dei legami di don Agostino Coppola con ambienti criminali. Il colonnello Russo, ucciso poi a Ficuzza nel 1977, era convinto che don Agostino avesse nascosto Luciano Liggio latitante a Piano Zucco, zona in gran parte controllata dal prete di Carini e dai suoi fratelli Giacomo e Domenico. Quando Liggio si trasferisce in Calabria per un contrasto con gli altri capi della mafia contrari ai sequestri di persona che il corleonese e la sua banda praticavano in Sicilia, don Agostino Coppola lo raggiunge immediatamente.
Per mimetizzare i veri motivi della sua missione, il prete si fa accompagnare da una ragazza che interrogata disse di essersi innamorata del sacerdote ma di non essere riuscita a conquistare il suo amore. Tra il 1971 e il 1973, periodo di permanenza di Liggio latitante nel palermitano, padre Agostino Coppola acquistò beni per 49 miliardi di lire. Un po’ troppi per chi ha fatto voto di povertà. All’inizio degli anni Ottanta viene sospeso finalmente dal Vaticano e si sposa con una donna della famiglia Caruana di Siculiana, famosa famiglia di trafficanti di droga tra la Sicilia, il Canada e il Venezuela. Morì mentre era agli arresti domiciliari. Sempre a proposito della famiglia Coppola, va ricordato che lo zio, Frank Tre dita, quando fu rispedito in Italia dall’America perché indesiderato , fu ricevuto alla stazione con la banda dal parroco di Partinico don Leonardo La Rocca.
FRA’ GIACINTO
Frate Giacinto, al secolo Stefano Castronovo, nato nel 1919 a Favara, provincia di Agrigento, fu ucciso il 6 settembre 1980 con cinque colpi al capo da due persone nella sua cella al primo piano del monastero di Santa Maria del Gesù a Palermo. Già nel 1964 la polizia si era interessata a lui. Il commissariato di Corleone aveva perquisito il convento e la cella in cui viveva Fra’ Giacinto alla ricerca del latitante Luciano Liggio. Una “soffiata” aveva indicato in Fra’ Giacinto il suo protettore. A Santa Maria del Gesù si era sistemato splendidamente: viveva in un appartamento di sette stanze. Nella perquisizione, dopo il suo assassinio, fu trovata una rivoltella calibro 38 in un cassetto della scrivania e quattro milioni di lire in contanti, inoltre profumi e liquori e abiti civili di ottima fattura. Don Giacinto era amico dei mafiosi. Oltre a Luciano Liggio, annoverava tra le sue frequentazioni anche la famiglia Bontate, di cui era diventato il confessore. Le indagini sull’uccisione le svolse il vicequestore Antonino Cassarà, assassinato qualche anno dopo. Cassarà restò fortemente impressionato dall’omertà dei suoi confratelli. Le poche cose che venne a sapere riguardavano la sua non partecipazione alla vita religiosa del convento; riceveva solo gente che gli chiedeva favori e faceva raccomandazioni, i doni che gli portavano non li condivideva con gli altri frati. Nessuno dei suoi superiori aveva avuto da ridire su questi suoi comportamenti fuori dalle regole e dalle tradizioni dell’ordine francescano. Nessuno dei suoi confratelli aveva segnalato l’anomalia del suo modo di vivere. Nel 1961 Fra’ Giacinto aveva acquistato una pistola, una Walther 7,65. Il frate era chiacchierato da lungo tempo, e nessuno a Palermo si meravigliò della sua fine. Pare che praticasse perfino il prestito di denaro a usura, ma “furono le sue amicizie strettamente mafiose a farne decidere l’omicidio”. Quando l’anno dopo la sua uccisione fu sterminato l’intero clan dei Bontate, si capì meglio la ragione della sua eliminazione: si era trattato di un messaggio mandato alla famiglia di cui era il padre spirituale.
Voci insistenti dicevano che nel cimitero del convento fossero sepolti alcuni “scomparsi” di quegli ultimi anni e che, nelle tombe vuote, si fossero nascosti alcuni mafiosi latitanti. Anche Gianni Baget Bozzo in un articolo ventilava l’ipotesi che Fra’ Giacinto non rappresentasse un’eccezione all’interno dell’ordine e della Chiesa siciliana.
Nella omelia al suo funerale il provinciale dell’ordine francescano, padre Timoteo, richiamò la massima evangelica “Chi è senza peccati scagli la prima pietra”. Dire una frase del genere davanti a un assassinato, “vuol dire ammetterne le colpe o assolverle”.


E' MORTO IL PRETE CHE SPOSO' TOTO' RIINA

PALERMO - Un' ora prima dei funerali, era già affollata la chiesa "degli Agonizzanti" di Partinico, a 30 chilometri da Palermo. Pochi hanno disertato l' ultimo saluto all' ex "prete-boss", Agostino Coppola, 58 anni, morto dopo una lunga malattia ai polmoni. Per l' ex sacerdote che ebbe l' "onore" di sposare in gran segreto il capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina e Antonietta Bagarella, decine di ghirlande di "amici" e parenti, e una omelia funebre celebrata da padre Sergio Albano. "Don" Agostino porta con sé nella tomba tante storie di mafia antica che lo hanno visto protagonista negli anni Sessanta e Settanta. "Era il prete di Cosa nostra", hanno sempre affermato gli investigatori. Fedelissimo di Liggio, Agostino Coppola svolse il ruolo di mediatore con le famiglie dei rapiti quando Cosa nostra decise di dedicarsi ai sequestri di persona, soprattutto in Lombardia. La prima volta che finì sul banco degli imputati, per il sequestro Cassina, la notizia fece il giro del mondo. Fu assolto solo grazie all' intervento dell' allora vescovo di Monreale, Corrado Mingo. Qualche anno dopo fu condannato a tredici anni per aver "mediato" la liberazione del conte Luigi Rossi di Montelera. Quando uscì di galera, arrivò la sospensione a divinis della Chiesa.
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