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Wednesday, November 04, 2009


Omicidio Cucchi: Ma dov'è scritto che rifiutava cure e collo
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Il sottosegretario liquida così i misteri intorno alla morte del ragazzo romano
"Era uno spacciatore ed era anche anoressico". Idv: "Dimissioni"

Giovanardi: "Cucchi? Morto perché drogato"
La famiglia: "Vogliamo solo giustizia"


Il presidente della Provincia di Roma Zingaretti: "Si scusi o intervenga Berlusconi"








'Giovanardi:

Carlo Giovanardi


ROMA - Il sottosegretario Giovanardi ne è sicuro: Stefano Cucchi è morto perché "anoressico, drogato e sieropositivo". Parole pesantissime, che per la sorella del ragazzo morto misteriosamente "si commentano da sole". Fra l'altro, la famiglia ha sempre smentito la sieropositività.

Giovanardi non concede spazio al dubbio: "Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perché era di 42 chili". Così il sottosegretario alla Presidenza alla trasmissione "24 Mattino" su Radio 24.

Giovanardi segue le politiche giovanili del governo e la lotta alla droga. E non ha alcun dubbio. Non ci sono responsabilità umane nella morte di Cucchi. Quel corpo pieno di lividi e fratture di cui è ancora ignota la causa, quelle cartelle cliniche apparentemente manomesse, quella coltre di dubbi che circonda la morte del ragazzo romano, per il sottosegretario, non significano nulla. Se c'è un colpevole, per Giovanardi, è la droga: "Che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così".

"A Giovanardi che fa queste dichiarazioni a titolo gratuito - dice la sorella di Stefano, Ilaria, - rispondo semplicemente che il fatto che Stefano avesse problemi di droga noi non l'abbiamo mai negato, ma questo non giustifica il modo in cui è morto". "Non voglio aggiungere altro - conclude - la cosa che ha detto il sottosegretario si commenta da sola". Anche Giovanni, il padre di Stefano fa sentire la sua voce, rilanciando come la famiglia sia "sempre in attesa di giustizia".






Controreplica del sottosegretario: "La droga ha svolto un ruolo determinante, perchè è stata la causa della fragilità di Stefano, anoressico, tossicodipendente e soggetto a crisi di epilessia, secondo le sue dichiarazioni: ma proprio le sue patologie non dovevano e non potevano indurre i medici a prendere per oro colato le sue presunte volontà".

Le parole dell'uomo di governo provocano anche la reazione dell'Idv. Che, per bocca del senatore Stefano Pedica, attacca il sottosegretario: "Ha perso una buona occasione per tacere. Non si puo' fare sterile propaganda politica su un ragazzo morto per circostanze ancora tutte da verificare". Mentre il suo compagno di partito Massimo Donandi si spinge a chiedere le dimissioni del sottosegretario. Durissimo il Pd: "Parole vergognose, Giovanardi taccia e non sproloqui per ragioni propagandistiche sulla pelle di un ragazzo che non c'è più" dice il deputato Roberto Giachetti. Per il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, quelle di Giovanardi sono parole "disumane": "Si scusi o intervenga Berlusconi".

E della vicenda si potrebbe occupare anche Amnesty International. "Ho ricevuto richiesta di informazioni dall'ufficio londinese dell'organizzazione" rivela Luigi Manconi, presidente dell'associazione "A buon diritto" che ha seguito il caso fin dal primo momento e che ha messo sul proprio sito tutti i documenti del caso.
http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-2/giovanardi-cucchi/giovanardi-cucchi.html






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04 novembre 2009



Omicidio Cucchi: Ma dov'è scritto che rifiutava cure e colloqui?





Meno convincente di Giovanardi quando riferiva alle camere e alla tv che Federico Aldrovandi era un eroinomane. Il guardasigilli Alfano tira fuori in Senato il suo asso dalla manica sul caso Cucchi e il pubblico lo può osservare poco dopo su un sito di casa Berlusconi (panorama.it). Si tratta del modulo che avrebbe firmato Stefano al repartino del Pertini per negare ogni informazione ai familiari. Il condizionale è d'obbligo in ogni passaggio di questa vicenda così poco lineare da spingere la commissione parlamentare d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale ad aprire un'indagine sull'appropriatezza e sulla qualità delle cure somministrate al detenuto per possesso di marijuana e ricoverato nel padiglione penitenziario del Pertini di Roma dove è morto quattro giorni dopo, all'alba del 22 ottobre. Spiega il presidente Ignazio Marino che l'obiettivo dell'inchiesta è di capire se ci siano stati errori e omissioni da parte dei sanitari che, fino a ieri, avevano fatto trapelare che avrebbero tanto voluto incontrare i genitori di Cucchi ma che nessuno gli fece sapere che madre, padre e sorella facevano anticamera da giorni per sentirsi dire sempre la stessa bugia dalla polizia penitenziaria: serve un permesso del magistrato per incontrare i dottori. Il permesso serve solo per un colloquio col detenuto. Intanto il ragazzo crepa da solo e i medici fanno trapelare che stavano scrivendo al magistrato per esprimere il loro disagio e quanto sarebbe stato necessario confrontarsi con la famiglia. Ma quella lettera, se mai fu scritta, non fu mai spedita. Mo' arriva il modulo firmato da Cucchi di cui nessuno sapeva nulla. Spunta dieci giorni dopo che il caso riempie le cronache. E ai familiari - che chiedono una perizia sulla firma - appare autentico come una banconota da undici euro. Intanto le prime carte sequestrate dai Nas al Pertini per conto di Marino,rivelano che Stefano aveva uno strano modo di rifiutare le cure. Infatti si sarebbe fatto prelevare il sangue ma non avrebbe fornito il consenso per robe meno invasive come le lastre e l'ecografia. Peccato che proprio quegli esami avrebbero dato conto dell'entità delle sue fratture e del sangue allo stomaco. «Assurdo pensare che in quelle condizioni Stefano abbia firmato un documento del genere. Anche se fosse vero sarebbe servita una perizia psichiatrica», reagisce l'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo . E neppure è vero che Stefano non avrebbe cercato di contattare la famiglia. Il giorno prima di morire vide una volontaria e la pregò di contattare sua sorella. Voleva parlare con suo cognato, desiderava una bibbia, si preoccupava che la sua cagnolina stesse bene finché lui sarebbe uscito. Non cozza con tutte le versioni ufficiali di questa storia? Le undici domande di Liberazione , pubblicate domenica e martedì, si arricchiscono di nuovi interrogativi: a che ora fu arrestato, alle 22 o alle 23.30? Perché alle 15.45 del venerdì, 18 ore dopo l'arresto, ha dei lividi sotto gli occhi e strisciate rosse dallo zigomo alla mascella fino dietro la nuca? Perché al pronto soccorso, per due volte, ebbe il codice verde, il colore delle non urgenze? Perché a Regina Coeli non ci sarebbe stato il tempo per una visita psicologica ma poi ci sarebbero volute quattro ore per raggiungere il Fatebenefratelli a meno di due chilometri?«Le forze dell'ordine devono dire la verità e smetterla di comportarsi come una tribù - dice il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero , davanti a Palazzo Madama coi Giovani comunisti, mentre Alfano riferisce in Aula - forse i medici non hanno fatto al meglio il loro dovere ma il tema è più ampio: il governo infatti sta eliminando, categoria dopo categoria, i diritti delle persone, dai tossicodipendenti ai clandestini. Prima viene il diritto alla libertà, poi tutti gli altri».







fonte:Liberazione







STEFANO E LA FINE DELLA PIETÀ



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di Maurizio Chierici.



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Chi finisce in prigione non é uguale davanti alla legge: dipende dalle amicizie. Stefano Cucchi non contava niente, famiglia come tante: affetti e preoccupazioni, nessun doppiopetto o porte importanti alle quali bussare. Per due grammi di marijuana è morto nelle stanze dove si amministra la giustizia. Ma é l’agonia dei genitori la vergogna difficile da perdonare, quell’impossibilità di incontrare il ragazzo sepolto nei labirinti della burocrazia in una solitudine che negava i diritti garantiti in ogni paese normale a cittadini considerati non colpevoli prima della condanna. Era uscito di casa per una notte più o meno brava per tornare libero nella cassa da morto. Siamo un paese senza pietà ? Siamo un paese dalle pietà graduate: la pietà dovuta a chi vive nella luce dei poteri al potere, e la non pietà per i senza nome. Treno Italia: prima classe, seconda classe, carro bestiame. Ecco un esempio delle disuguaglianze alle quali obbligano le riconoscenze. Dopo anni di fughe procedurali, scuse e rinvii, l’onorevole Cesare Previti va in tribunale e da una corte all’altra arriva la condanna: 6 anni di galera per corruzione nell’intrigo Imi-Sir, 29 aprile 2003. Ma gli amici che gli dovevano tante cose riescono a dribblare la giustizia, leggina Cirielli approvata col fiatone pur di svuotare la sentenza della Cassazione. Per chi ha compiuto 70 anni, carcere addio. L’onorevole resta a Rebibbia più o meno gli stessi giorni che hanno inghiottito Stefano Cucchi. Sono proprio questi giorni a far capire com’è diversa la valutazione tra la grande truffa e due grammi di droga. Stefano diventa subito invisibile, irraggiungibile, cancellato, mentre appena Previti mette i piedi in cella cominciano i ricevimenti: Renato Schifani, Sandro Bondi, Daniela Santaché portano i saluti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che arriva per ultimo nella visita di conforto al povero amico travolto dell’errore giudiziario. Anche in galera le chiacchiere degli onorevoli non contano i minuti che stringono la visita di una padre qualsiasi al quale anche pochi minuti sono stati negati. Non è solo il privilegio di un avvocato d’affari: la zona grigia che avvolge gli inconsapevoli perbene è abituata a rasserenare chi galleggia sopra la legge. Nel 1982 il ricercato Licio Gelli, maestro della loggia P2, cade in trappola a Ginevra. Inutile la prigione di massima sicurezza: riscappa per consegnarsi ai gendarmi appena i suoi avvocati concordano l’estradizione in Italia tagliando un po’ di processi dei quali è protagonista. Strage di Bologna, tanto per dire. Ma un venerabile non può finire in una prigione qualsiasi. E la Certosa di Parma si trasforma in camera d’albergo telesorvegliata, pranzo e cena dal ristorante più goloso, insomma privilegi riservati a chi ha passato a fil di spada ministri e protagonisti della storia: Berlusconi o Cicchitto, i primi nomi che vengono in mente. Impossibile lasciarlo dietro le sbarre. Consulto fra luminari della medicina: “cuore gravemente malato, lasciatelo morire a casa”. 35 anni dopo, salute di ferro, ma nessuno osa sfiorare Gelli. I suoi segreti possono travolgere i governi. Povero Stefano morto perché senza segreti da vendere.





http://pasquinoweb.wordpress.com/2009/11/04/stefano-e-la-fine-della-pieta/






La Procura abruzzese ha aperto un'inchiesta sulle voci registrate di due guardie carcerarie che discutono sul pestaggio di un uomo

"Un detenuto non si picchia in sezione"
Audio shock dal carcere di Teramo



"Queste cose si fanno sotto... Abbiamo rischiato la rivolta, perché il negro ha visto..."
Il comandante delle Guardie ammette: "Quella voce è la mia"
di GIUSEPPE CAPORALE









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TERAMO - "Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra il comandante delle guardie del penitenziario, Giuseppe Luzi e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.

ASCOLTA L'AUDIO

Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.

In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.
La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un'indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell'istituto".
Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, hanno fatto una visita al carcere.

E proprio con la Bernardini, (lo riferisce il sito del "Centro") il comandante delle guardie ha ammesso: "Una di quelle voci è mia. Ma non mi riferivo a un pestaggio Ero mosso dalla rabbia e forse ho usato termini forti. In realtà c'era stato solo un richiamo degli agenti ai detenuti dopo un'aggressione da parte di questi ultimi alle guardie".
Intanto la Uil chiede chiarezza e verità anche a tutela della professionalità e dell'impegno quotidiano della polizia penitenziaria di Teramo.

"Noi possiamo solo affermare - sottolinea la segreteria regionale - che la violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo che, invece, pur tra mille difficoltà hanno più volte operato con senso del dovere, abnegazione e professionalità. Ciò non toglie che la verità vada ricercata con determinazione e in tempi brevi. Noi vogliamo contribuire a questa ricerca impedendo, nel contempo, che si celebrino processi sommari, intempestivi e impropri".

Anche il notevole sovraffollamento è causa di forti tensioni. L'istituto potrebbe contenere al massimo 250 detenuti, ne ospita circa 400. Un solo agente per sezione deve sorvegliare, nei turni notturni, anche più di 100 detenuti; un flusso di traduzioni che determina l'esaurimento di tutte le risorse disponibili.

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/carceri-affollamento/pestaggio-teramo/pestaggio-teramo.html

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