CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Thursday, June 28, 2007



COMUNE DI ISOLA DELLE FEMMINE
DETERMINAZIONE DEL SINDACO 25 DEL 2.5.2002
OGGETTO: CONFERIMENTO INCARICO DI RESPONSABILE DEL 3° SETTORE TECNICO E CONFERIMENTO DELLA POSIZIONE ORGANIZZATIVA

allegato A al repertorio 37926/7467
IL SINDACO
Visto IL Regolamento degli Uffici e dei servizi comunali come rielaborato con determinazione della G.C. 29 del 14.2.02
Considerato che, con il medesimo regolamento la struttura organizzativa del Comune è articolata in 4 settori
Visti gli art 20, 22, 23 e 26 del medesimo regolamento che disciplinano le modalità e i criteri per il conferimento dell’incarico di responsabile di Settore
Visti gli art 8 9 10 del CCNL sottoscritto il 31 marzo 1999, relativi al conferim,ento degli incarichi per le posizioni organizzative ed alla retribuzione di posizione e retribuzione di merito
Ritenuto che a seguito della cessazione dal servizio dell’Ing Francesca Usticano già incaricata con propria determina 8/2000 della direzione del settore Tecnico occorre assicurare la responsabilità della conduzione dell’Ufficio mediante l’attribuzione delle funzioni dirigenziali
DETERMINA
Conferire per i motivi espressi in narrativa, ai sensi degli art 20 e 26 del Regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei Servizi comunali approvato con deliberazione della G.C. 29 del 14.2.2002 l’incarico di responsabile del 3° Settore Tecnico all’Arch Monica Giambruno
Dare Atto che in caso di assenza o di impedimento di detto funzionario l’incarico di che trattasi verrà assolto pro tempore dall’Arch Paola Naida
Conferire agli stessi funzionari la posizione organizzativa del 3° settore e la retribuzione di posizione nonché la retribuzione di risultato come previsto dall’art 10 del CCNL del 31 marzo 1999 negli importi stabiliti dal Contratto Collettivo Decentrato Integrativo sottoscritto il 7 dicembre 1999 limitatamente ai periodi di effettivo servizio prestato in tale qualifica
Pareri di attestazione ai sensi degli art 49 comma 1 e 151 comma 4 delò D.Lgs 18 agosto 2000 267
Si esprime parere favorevole sulla regolarità tecnica della superiore proposta di determinazione Il Direttore Generale Dr Scafidi Manlio
Il Sindaco Stefano Bologna

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Bruciare i rifiuti? Una pessima idea

Bruciare i rifiuti? Una pessima idea  

EUROPA Roberto Topino e Rosanna Novara


L'imbroglio dei «termovalorizzatori»


In Italia l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili è irrisorio. Forse anche per questa ragione si è inventata una scappatoia all’italiana: considerare come energia da fonte rinnovabile quella prodotta dagli inceneritori (termovalorizzatori).  Un falso, tra l’altro finanziato da un prelievo (il «Cip6») dalla bolletta elettrica di tutti noi.  I termovalorizzatori funzionano? Producono energia elettrica, ma a costi insostenibili, soprattutto per la salute dei cittadini.  Da ultimo, disincentivano la raccolta differenziata (che già è poco amata dagli italiani). A conti fatti, questa soluzione non funziona, in quanto produce più problemi di quanti ne risolva. 


In Italia non si chiamano quasi mai «inceneritori» (sebbene lo siano a tutti gli effetti), ma «termovalorizzatori». Quest’ultimo termine indica che questi impianti non servono solo a bruciare i rifiuti, ma a produrre energia (che viene poi rivenduta allo Stato) oppure calore utilizzabile nel teleriscaldamento. Apparentemente sembrerebbero impianti vantaggiosi, invece non è proprio così, perché se tutti i rifiuti prodotti in Italia fossero destinati al termovalorizzatore e fosse ottimizzata al massimo la combustione, si arriverebbe ad ottenere energia elettrica solo per il 12% del fabbisogno nazionale per uso domestico. Per quanto riguarda invece il teleriscaldamento poi, questo è efficace solo entro 2,5 Km dall’impianto ed è possibile solo in edifici di nuova realizzazione. Attualmente in Italia la produzione di energia elettrica tramite incenerimento dei rifiuti è sovvenzionata indirettamente dallo stato, per sopperire alla sua antieconomicità ed il tutto avviene tramite il sistema detto Cip6 (vedi box). Infatti, questa modalità di produzione di energia è considerata impropriamente come «da fonte rinnovabile» alla stregua di idroelettrico, solare, eolico e geotermico. Pertanto chi gestisce l’inceneritore può vendere all’Enel l’energia che produce ad un costo circa triplo, rispetto a quello di chi produce energia a partire da metano, petrolio e carbone. L’Unione europea (Ue) ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per gli incentivi dati dal governo italiano per la produzione d’energia bruciando rifiuti inorganici, visti come «fonte rinnovabile». Nel 2003 il Commissario Ue per i trasporti e l’energia Loyola De Palacio, recentemente scomparsa, in risposta ad un’interrogazione dell’on. Monica Frassoni al Parlamento europeo, ribadì (20/11/2003, risposta E-2935/03 IT) il fermo «no» dell’Unione europea all’estensione del regime di sovvenzioni europee  per lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili, previsto dalla Direttiva 2001/77, all’incenerimento delle parti non biodegradabili dei rifiuti. Queste le affermazioni testuali del Commissario all’energia: «La Commissione conferma che, ai sensi della definizione dell’art. 2, lettera b) della Direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 settembre 2001, sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità, la frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile. Il fatto che una legge nazionale (Legge 39 del 1/3/2002, art. 43) proponga d’includere, nell’atto del recepimento italiano della Direttiva 2001/77 (D.L. del 29/12/2003, n. 387) i «rifiuti tra le fonte energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti rinnovabili, ivi compresi i rifiuti non biodegradabili», rappresenta una palese violazione di quanto dettato dalla Direttiva europea. Esiste peraltro una contraddizione in questa Direttiva comunitaria, che autorizza l’Italia a considerare l’energia prodotta dalla quota non biodegradabile dei rifiuti nel complesso dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, ai fini del raggiungimento dell’obiettivo del 25% del totale nel 2010; tale deroga è però stata attaccata nel 2006 in sede di Parlamento europeo coll’emendamento (art. 15 bis) alla legge comunitaria 2006.
C’è poi da considerare un altro aspetto, oltre a quello giuridico ed economico, dell’uso dei termovalorizzatori. 

L’ambiguità dei «limiti di legge»

Qual è il loro impatto sulla salute pubblica? I termovalorizzatori possono operare solo se adeguatamente dotati di sistemi per l’abbattimento delle emissioni, in grado di garantire il rispetto dei limiti di legge. Attenzione, però, perché i limiti di legge, come tutti i limiti relativi a prestazioni tecnologiche, sono tarati sulla capacità di abbattimento dei fumi ottenibile con le attuali tecnologie. Infatti non serve imporre dei limiti oltre la capacità oggettiva di contenere l’inquinamento permessa dai sistemi attuali. Questo, però, significa che i «limiti di legge» non garantiscono un valore di inquinanti «sicuro» in base a studi medici ed epidemiologici sull’effetto degli inquinanti emessi. C’è poi da dire che i limiti di concentrazione degli inquinanti imposti dalla normativa sono riferiti al m3 di fumo emesso, mentre non viene detto nulla sull’emissione totale d’inquinanti, cioè al valore commisurato alla quantità di rifiuti bruciati. Praticamente vengono impostati come limiti di legge dei valori, che si riferiscono al «miglior impianto» attualmente realizzabile e non all’effettiva rischiosità dei vari inquinanti. Per capire meglio questo concetto ci viene in aiuto Mario Tozzi, noto geologo e divulgatore scientifico, primo ricercatore Igag/Cnr, che nel suo ultimo libro sostiene che le domande giuste da porre sarebbero: quanti picogrammi (miliardesimi di milligrammo) di diossina (vedi box) emette davvero un impianto? I valori forniti sono medi o minimi? Quante misurazioni sono effettuate in un anno?  È opportuno sapere che per i termovalorizzatori è previsto un solo controllo all’anno: per essere sicuri che l’impianto non sia nocivo è evidente che il monitoraggio dovrebbe essere continuo e non annuale e soprattutto non autocertificato. 

Diossina per tutti

Attualmente le normative europee indicano che in un m3 di fumi non devono esserci più di 100 picogrammi di diossina. La sola considerazione che per le diossine si usa come unità di misura non il milligrammo, comunemente usato per le altre sostanze, ma il picogrammo   (10-12 g) è più che sufficiente a farci intuire il grado di pericolosità per la salute di queste sostanze. Del resto, a tale proposito, vale la pena di ricordare che le diossine sono le stesse sostanze responsabili delle terribili conseguenze dell’incidente occorso all’Icmesa di Seveso, o delle conseguenze dell’uso del tremendo «agente orange» (diossina appunto) usato nella guerra del Vietnam (vedi inserto). Tozzi fa poi un rapido calcolo per dimostrare a quale rischio potremmo essere esposti, vicino ad impianti «a norma di legge». Se la tecnologia attualmente disponibile non ci consente di rilevare la presenza di diossina al di sotto di un certo valore, ad esempio 50 pg/m3, entro comunque il limite di legge che è di 100 pg/m3, si rischia di non considerare affatto valori inferiori, ad esempio 40 pg/m3, di diossina emessa da un impianto e di valutare pertanto quest’ultimo come idoneo e rispettoso dei limiti di legge. Poiché però nell’aria che respiriamo normalmente, la quantità di diossina è di 0,05-0,5 pg/m3, allora 40 pg/m3 vogliono dire un quantitativo da 80 ad 800 volte superiore rispetto alla normale quantità. Quindi, solo perché non misurabile, ignoriamo tale quantitativo e le sue possibili conseguenze? Un inceneritore di media taglia, cioè da un migliaio di tonnellate di rifiuti al giorno, emette circa 5 milioni di metri cubi di fumi. Se la quantità di diossina in essi contenuta fosse di 40 pg/m3, significherebbe che ogni giorno nell’atmosfera sarebbero dispersi 200 milioni di picogrammi di diossine. Poiché la dose massima tollerabile giornalmente da una persona adulta è di circa 150 pg, questa quantità sarebbe quindi quella tollerabile da un milione e mezzo di persone. Con un centinaio di inceneritori di questo tipo sul territorio nazionale si arriverebbe a 20 miliardi di picogrammi di diossina, cioè la massima dose tollerabile da 150 milioni di persone. E questo con impianti rigorosamente a norma di legge.
Non dimentichiamo che, per quanto riguarda la diossina, non è importante solo la sua quantità in un m3 d’aria, ma quanta effettivamente se ne deposita al suolo in un anno. Le diossine infatti sono un gruppo di composti ad elevato peso molecolare, quindi poco volatili. Sono inoltre solubili nei grassi, dove tendono ad accumularsi e non vengono smaltite dall’organismo umano, per il quale sono tossiche e cancerogene. Pertanto, anche un’esposizione a livelli minimi, ma prolungata nel tempo, può causare gravissimi danni alla salute sia umana, che animale.  È importante a tale proposito ricordare che presso i lavoratori dell’inceneritore di Cracovia è stata rilevata un’incidenza anormalmente alta di neoplasie polmonari e di accidenti cardiovascolari, nonché un’incidenza anomala di neoplasie, disturbi respiratori, patologie tiroidee e malformazioni fetali negli abitanti esposti. In Italia uno studio condotto negli anni 1986-2002 nel territorio di Campi (Fi) ha rilevato più del doppio di casi attesi per linfomi non Hodgkin e per sarcomi dei tessuti molli, tumori che la letteratura scientifica correla molto strettamente all’azione delle diossine. Studi giapponesi sottolineano che la maggiore fonte di diossina è rappresentata dagli inceneritori urbani ed inoltre è segnalata l’incidenza di morti infantili, malformazioni congenite e malformazioni della sfera riproduttiva fra gli abitanti vicini ad inceneritori anche di ultima generazione. Naturalmente gli inceneritori non sono gli unici impianti a rilasciare diossina, che è rilevabile normalmente presso altri impianti industriali, soprattutto acciaierie, oltre che nel fumo di sigaretta, nelle combustioni di legno e di carbone e nelle combustioni incontrollate (es. mini-incenerimento domestico). 

Mercurio, cadmio, (...): di tutto, di più

I termovalorizzatori sono responsabili della diffusione di idrocarburi aromatici policiclici, di policlorobifenile (PCB), di metalli pesanti, quali piombo, zinco, rame, cromo, cadmio, arsenico, mercurio e di furani; inoltre, come qualsiasi processo di combustione, rilasciano nell’aria polveri sottili, la cui quantità emessa aumenta al crescere della temperatura (specialmente il particolato ultrafine PM<2 2005="" 8="" 9="" a="" abbatterne="" al="" alla="" attuabile="" calo="" cardiovascolari="" centrale.="" che="" cio="" con="" cui="" da="" danni="" dati="" degli="" del="" detto="" di="" div="" e="" efficaci="" emissione="" escogitare="" esistono="" europa="" filtri="" fini="" funzionamento="" gravissimi="" il="" impianti="" impossibile="" in="" incenerimento.="" innanzitutto="" inorganico="" italia="" l="" la="" le="" limite="" loro="" maggioranza="" medio="" mercurio="" mesi="" momento="" morti="" nanopolveri="" nervoso="" non="" o="" oms="" particolato="" per="" pm0="" pm2="" pm="" polveri="" pressoch="" proposito="" provoca="" quanto="" quelle="" respiratorie="" responsabili="" ricordiamo="" riguarda="" sarebbe="" se="" secondo="" sicurezza="" sistema="" sistemi="" sono="" sostiene="" studiosi="" tipo="" ultrafine="" ultrafini="" un="" va="" vietando="" vita="">
L’azione mutagena e cancerogena degli idrocarburi aromatici policiclici e del policlorobifenile è fin troppo nota, mentre per quanto riguarda il cadmio, questo ha mostrato un danno genotossico da stress ossidativi con accumulo nel sistema nervoso centrale, renale ed epatico e inoltre è causa di malformazioni fetali e cancerogenesi a carico di diversi tessuti. 
Naturalmente nel corso degli ultimi vent’anni sono stati fatti molti passi avanti, nel tentativo di rimuovere i macroinquinanti derivanti dall’incenerimento e presenti nei fumi (ad es. ossido di carbonio, anidride carbonica, ossidi di azoto e gas acidi come l’anidride solforosa) e di abbattere le polveri. Si è così passati da sistemi di filtro come i cicloni ed i multicicloni,  con rendimenti massimi di captazione degli inquinanti rispettivamente del 70% e dell’85% ai filtri elettrostatici o filtri a manica, che hanno una resa fino al 99% ed oltre. Inoltre sono state sviluppate misure di contenimento preventivo delle emissioni, ottimizzando le caratteristiche costruttive dei forni e migliorando l’efficienza del processo di combustione. Questo risultato si è ottenuto attraverso temperature più alte, maggiori tempi di permanenza dei rifiuti in regime di alte turbolenze e grazie all’immissione di aria per garantire l’ossidazione completa dei prodotti di combustione. Però non va dimenticato che l’aumento della temperatura, se da un lato riduce la produzione di diossine, dall’altro aumenta quella degli ossidi di azoto, nonché delle nanopolveri, per cui diventa necessario trovare un compromesso. 

Brescia: ma che bel premio!

Facciamo ora una considerazione a proposito del «miglior impianto», a cui si attiene la normativa vigente, in materia di limiti da non superare. Recentemente, cioè nell’ottobre 2006, l’impianto di termovalorizzazione di Brescia è stato proclamato «migliore impianto del mondo» dal Waste to Energy Research and Technology Council (Wtert), un organismo indipendente formato da tecnici e scienziati di tutto il mondo e promosso dalla Columbia University di New York. Lascia tuttavia perplessi il fatto che questo organismo annoveri tra gli enti finanziatori e sostenitori la Martin GmbH, che è tra i costruttori dell’inceneritore premiato. D’altro canto proprio questo impianto è stato oggetto di diverse procedure d’infrazione da parte dell’Unione europea. Se a ciò si aggiunge la testimonianza del dottor Francesco Pansera, che parla di censura del dissenso tecnico a Brescia, nonché di soppressione delle verifiche e delle voci critiche, il sospetto che i premi dati a certi impianti non siano altro che subdole forme pubblicitarie diventa forte. Sul sito della Martin GmbH, raggiungibile da quello della Wtert, si legge poi che in Italia la Martin è partner della Technip, un’altra multinazionale, che sta già partecipando ad un piano del presidente Cuffaro per la costruzione e la gestione di inceneritori in Sicilia. Quindi per queste ditte l’Italia, cioè la nazione premiata, rappresenta un mercato in espansione, purché si neutralizzino le critiche e si ottenga il favore dell’opinione pubblica. Del resto in Italia i termovalorizzatori sono ancora poco diffusi, a differenza dell’Europa, dove sono attualmente attivi 304 impianti in 18 nazioni. 
Bisogna tuttavia porsi una domanda: perché paesi come l’Olanda, la Germania e la Francia stanno perseguendo la politica di bruciare sempre meno rifiuti, per dismettere un giorno gli impianti esistenti? A tale proposito in queste nazioni sono attuate amplissime forme di raccolta differenziata e di riduzione alla fonte anche con leggi nazionali sul riutilizzo delle bottiglie di vetro e di plastica (ogni cittadino in pratica paga una cauzione sulle  bottiglie di plastica e di vetro, che gli verrà restituita con un bonus per il supermercato, quando riconsegnerà le bottiglie negli speciali spazi presso i centri commerciali). Inoltre in tali nazioni si stanno sempre più usando forme di energia alternativa, quali quella eolica e quella solare. Alla luce di tutte queste considerazioni, possiamo dedurre che la strada del termovalorizzatore non è certo quella ottimale per risolvere il problema dell’eliminazione dei rifiuti e quello della produzione di energia, tanto più che non solo non sappiamo con certezza quali sono le sostanze realmente immesse nell’atmosfera, ma a quanto pare non possiamo nemmeno fidarci troppo delle valutazioni d’impatto ambientale, che vengono effettuate. Pensiamo inoltre al fatto che l’energia che si ottiene dalla combustione di un oggetto è quasi sempre di gran lunga inferiore a quella impiegata per costruirlo. Per di più, per ricostruire lo stesso oggetto, è necessario sfruttare materie prime dell’ambiente (ad es. alberi nel caso della carta), che si sarebbero risparmiate con il riciclaggio.  Sicuramente è quindi fondamentale assumere nuovi stili di vita, che portino ad una riduzione dei rifiuti all’origine, ad un loro riutilizzo o al loro riciclaggio, dove possibile, in modo da limitare al minimo il conferimento in discarica o negli inceneritori già esistenti.   

Roberto Topino e Rosanna Novara




Il glossario di «Nostra madre terra»


L'ABC DEL PROBLEMA



Cancerogeno: qualsiasi agente chimico, fisico o virale in grado d’indurre la comparsa di una forma di cancro.

Cicloni e multicicloni: si tratta di apparecchiature utilizzate per la separazione di particelle solide o liquide trascinate dai gas e per la separazione di particelle solide trascinate dai liquidi, sfruttando l’azione della forza centrifuga. I cicloni sono essenzialmente costituiti da recipienti cilindrici con una parte inferiore tronco-conica, nei quali viene introdotta tangenzialmente la corrente fluida da purificare, messa in movimento a grande velocità. Da un condotto centrale esce, verso l’alto, il fluido purificato, mentre nel fondo conico si raccolgono le particelle separate, la cui grandezza è di solito compresa fra 5 e 1.000 µm. Sono molto usati per eliminare le particelle dai fumi di scarico di industrie.

Composti organici ed inorganici: i primi sono composti contenenti atomi di carbonio (C) e costituenti tipici della materia vivente, mentre gli altri non contengono atomi di C e sono prevalentemente, anche se non esclusivamente, presenti nel regno minerale.

Danno genotossico: danno al Dna, quindi analogo di mutazione (vedi: mutageno).

Filtri a manica: sono utilizzati per le separazioni solido-gas e sono costituiti essenzialmente da tubi di tela, all’interno dei quali arriva il gas da depurare; mentre quest’ultimo attraversa la superficie, il solido viene trattenuto. Costituiscono l’ultima fase del recupero dei solidi da gas e spesso sono montati a valle dei cicloni.

Filtri elettrostatici: sono anche detti elettrofiltri. Sono costituiti da un tubo a grande diametro e di estesa superficie, che rappresenta il condotto del fumo ed è collegato a terra e da un filo posto al centro del tubo, dal quale è isolato elettricamente. Il campo elettrostatico, che si genera tra questi due elementi, provoca una ionizzazione del gas; gli ioni negativi caricano le particelle solide e liquide, presenti nei fumi, che si raccolgono sulla superficie del condotto (elettropositivo), dal quale sono asportate. Sono usati per asportare polveri e nebbie, anche di dimensioni piccolissime.

Fonti di energia alternativa: idroelettrica, solare, eolica e geotermica. In questi casi l’energia elettrica viene ottenuta rispettivamente dalla trasformazione di energia idraulica, solare, cinetica derivante dalla forza del vento e dal calore della terra.

Furano: composto organico eterociclico dotato di caratteristiche aromatiche (cioè con formula di struttura ad anello, contenente legami semplici e doppi alternati). Dal tetraidrofurano vengono preparati l’esametilendiammina ed il nylon. Presenta reazioni di sostituzione elettrofila, che avvengono però in condizioni più blande, che negli altri composti aromatici.

Idrocarburi aromatici policiclici: sono idrocarburi derivati dal benzene, per condensazione di due o più anelli benzenici. Vengono estratti dal catrame di carbon fossile o dal petrolio. È nota la loro azione cancerogena. Tra i tumori più diffusi, da loro causati, ricordiamo il cancro del polmone. Nel fumo di sigaretta sono presenti questi idrocarburi, nonché ammine aromatiche.

Mutageno: qualsiasi composto in grado di provocare una mutazione del Dna cellulare. Le mutazioni vengono distinte in geniche, cromosomiche o genomiche a seconda che vengano colpiti uno o più geni, un cromosoma oppure più di un cromosoma, così da compromettere l’intero genoma. Se il genoma colpito appartiene ad una cellula della linea germinale (ovociti o spermatozoi), la mutazione verrà trasmessa alla discendenza, con conseguenze di maggiore o minore gravità, a seconda del danno genetico (es. malformazioni, aborti spontanei, ecc.) mentre una mutazione a carico del Dna di una cellula della linea somatica (cioè di tutte le cellule del corpo diverse da quelle germinali), può determinare la trasformazione della cellula in senso neoplastico.

Picogrammo: 10-12g = 10-9mg = 1/1.000.000.000 mg.

Policlorobifenili: sono composti organici aromatici clorurati, in cui degli atomi di cloro sostituiscono in varia percentuale gli atomi d’idrogeno di un bifenile. Sono stati ampiamente impiegati per vari usi, finché non ne è stata segnalata la tossicità, dovuta all’inquinamento delle falde acquifere.

Stress ossidativo: danno a varie strutture cellulari dovuto all’azione dei radicali liberi, molecole che hanno perso nei loro atomi un elettrone, nell’orbita esterna. Queste molecole vengono prodotte nelle fasi intermedie del metabolismo cellulare e sono sostanze chimiche paragonabili ad un ossidante, che intacca le materie più diverse, tra cui il Dna cellulare, con rottura delle sue catene e quindi con effetto mutageno e cancerogeno. Il nostro organismo si difende dall’azione dei radicali liberi con dei sistemi enzimatici, come la superossido-dismutasi, e non enzimatici tra cui gli antiossidanti naturali delle cellule, come il glutatione, la metionina, la cisteina e le vitamine C ed E. Diversi fattori favoriscono la formazione dei radicali liberi tra cui il tabacco, per la presenza di idrocarburi aromatici policiclici e di ammine aromatiche, l’alcool, l’assunzione di certi farmaci, l’esposizione a svariati composti chimici, le radiazioni ionizzanti ed i raggi ultravioletti.
(a cura di R.Topino e R.Novara)


Come funziona un termovalorizzatore


DAI RIFIUTI, ENERGIA E... (fumi, scorie, ceneri)



Il funzionamento di un termovalorizzatore può essere sintetizzato in 7 fasi:

1) Arrivo dei rifiuti, che possono essere utilizzati come sono, il cosiddetto «tal quale», oppure provenire da impianti di selezione, per la produzione della frazione combustibile o Cdr (combustibile derivante dai rifiuti), previa separazione degli inerti (metalli, minerali, ecc.). Confrontando la resa di un impianto, che brucia il «tal quale», con uno che brucia il Cdr, si stima che il rendimento del primo sia di 250 Kwh/tonnellata, mentre quello del secondo sia di 800 Kwh/tonnellata, quindi la combustione del Cdr dà sicuramente una resa migliore. Prima di venire bruciati, i rifiuti sono stoccati in un’area dell’impianto dotata di un sistema di aspirazione, per evitare la dispersione dei cattivi odori.

2) Combustione: mediante griglie mobili i rifiuti vengono portati in forno e bruciati a circa 1.000° C, in presenza di aria forzata, per migliorare la combustione con continuo apporto di ossigeno.

3) Produzione di vapore: il calore derivante dalla combustione dei rifiuti viene utilizzato per portare ad ebollizione l’acqua di una caldaia posta a valle del bruciatore.


4) Produzione di energia elettrica: il vapore generato mette in moto una turbina, che accoppiata ad un motoriduttore e ad un alternatore, trasforma l’energia termica in elettrica.

5) Estrazione delle scorie: le componenti incombuste dei rifiuti vengono raccolte e smaltite in discarica. Nel caso dell’uso del Cdr si ottiene un abbattimento della produzione di scorie.

6) Trattamento dei fumi: i fumi derivanti dalla combustione vengono filtrati con un sistema multistadio (filtri elettrostatici o filtri a manica), per la riduzione degli agenti inquinanti sia aeriformi che corpuscolati; la loro temperatura viene inoltre abbassata a 140°C mediante acqua di raffreddamento, che necessita poi di depurazione.

7) Smaltimento delle ceneri: le ceneri derivanti dalla combustione sono normalmente classificate come rifiuti speciali non pericolosi e conferite in discarica. Nel caso della combustione del «tal quale» rappresentano circa il 30% del peso iniziale, mentre nel caso della combustione del Cdr rappresentano circa il 70%. Le polveri fini, classificate come rifiuti speciali pericolosi, rappresentano circa il 4% del peso iniziale. Entrambi i tipi di polveri sono smaltite in discariche per rifiuti speciali.


Il caso Torino


«VOGLIAMO INCENTIVI»




A seguito dell’emendamento al decreto legge sugli «obblighi comunitari», deciso dal Consiglio dei ministri il 27 dicembre 2006 e formalizzato a gennaio 2007, che in pratica ha ristretto l’ambito d’applicazione del sistema «CIP6» (gli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili e assimilate, pagati come sovrapprezzo nelle bollette energetiche dai cittadini italiani), sia nella giunta comunale torinese che in quella della provincia di Torino c’è stata aria di bufera, perché sostanzialmente è stato colpito dal provvedimento il progetto di costruzione del termovalorizzatore del Gerbido. A seguito di questo emendamento, l’incentivo sarà limitato ai termovalorizzatori già esistenti ed operativi, ma non a quelli «già autorizzati» e di cui è già stata o sarà avviata la realizzazione, come appunto nel caso di quello del Gerbido. 
La reazione del presidente della provincia di Torino, Antonio Saitta, si è tradotta in un appello bipartisan per tentare di ottenere, da parte del governo, una deroga a beneficio degli impianti già autorizzati. Secondo Saitta, senza tale deroga i costi della costruzione e del funzionamento del termovalorizzatore ricadranno sulle spalle dei cittadini, sotto forma di un vertiginoso aumento della tassa rifiuti.
Ma quanto verrebbe a costare la sola costruzione del termovalorizzatore? Ebbene, il costo dell’impianto è stimato in 260 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 90 milioni di euro per le spese connesse, più 20 milioni di compensazioni, per un totale di 370 milioni di euro. La gara d’appalto dovrebbe essere avviata nel gennaio 2008, mentre l’impianto dovrebbe entrare in funzione nel 2011.
E quanto costa smaltire i rifiuti con il termovalorizzatore, oppure in discarica? Per quanto riguarda i costi dello smaltimento con il termovalorizzatore, questi varieranno a seconda della disponibilità dei contributi. In particolare dovrebbero essere di 120-125 euro per tonnellata a incentivi zero, mentre potrebbero scendere a 90-95 euro con incentivi al 40% ed a 80 euro con la totalità dei contributi; il conferimento in discarica costa attualmente circa 123 euro a tonnellata.
L’atteggiamento di chi vorrebbe questi incentivi è in linea con le direttive europee? La risposta, come abbiamo cercato di spiegare nell’articolo, è «no». 

Roberto Topino
Rosanna Novara

Il caso della provincia autonoma


DOVE VOLA LA FARFALLA TRENTINA?



«Il bosco, la casa dei trentini», così recitava uno slogan della Provincia Autonoma di Trento. Sul turismo della natura il Trentino ha fondato le proprie fortune. Eppure, qualcosa sta cambiando e non in meglio. L’idea dell’inceneritore di Trento risale al 2001 e dovrebbe trovare realizzazione attraverso la «Trentino Servizi» spa. La società è partecipata al 20% dalla Asm di Brescia, proprietaria del famoso inceneritore, il quale, tra l’altro, ha prodotto questa grave conseguenza: «Brescia è ai primi posti tra le province lombarde per quantità pro capite di produzione di rifiuti, e agli ultimi per raccolta differenziata» (cfr. quotidiano L’Adige, 2 settembre 2002). Proprio un bell’esempio da seguire! Ma l’inceneritore non è tutto. Le cosiddette (e famigerate) «grandi opere» stanno per sbarcare anche nelle province di Trento e Bolzano. In primis, il progetto Alta velocità/capacità (Tav/Tac) da Verona a Monaco con un tunnel di 56 Km (da Fortezza ad Innsbruck) sotto il Brennero. Nel numero di dicembre 2006 de «Il Trentino», la rivista della Provincia di Trento, le pagine conclusive erano dedicate a «come sarà il Trentino tra 30 anni». Leggiamo qualche passo: «Tra trent’anni per il Trentino continueranno a transitare, assieme alle persone, anche le merci. Lo faranno soprattutto via treno, sui quattro (notare: 4!) binari della nuova ferrovia del Brennero e attraverso il grande tunnel sotto le Alpi. L’autostrada del Brennero sarà riservata alle auto (...)». A parte il fatto di non considerare per nulla la possibile (ed auspicabile) opposizione della gente, sembra che l’analisi costi-benefici sia stata fatta ignorando i primi (più che certi) ed esaltando i secondi (più che dubbi). A parte i 25 anni di lavori, l’ambiente naturale sconvolto, il paesaggio deturpato, il traffico, il rumore, le polveri, a parte tutto questo ci sarà anche il conto: l’Alta velocità è un buco finanziario senza fine, che dovrà essere colmato con soldi pubblici (si sa: al contrario dei profitti, i costi sono sempre collettivi...) per generazioni.
Continuiamo a leggere: «Tra trent’anni “Benessere” sarà la parola d’ordine. (...) Il riciclaggio dei rifiuti sarà un’abitudine normale, e l’inceneritore si avvierà alla chiusura». Ancora gli «esercizi di futurologia» de «Il Trentino» (così sono chiamati) nascono con importanti errori concettuali: in primo luogo, ignorano che già oggi la prospettiva più virtuosa è quella denominata «rifiuti zero»; in secondo luogo, non considerano che raccolta differenziata ed inceneritore sono strumenti antitetici, dato che la prima riduce la quantità di rifiuti prodotti, mentre il secondo ha bisogno di rifiuti per esistere e funzionare. 
Insomma, gli amministratori trentini volevano infondere ottimismo nelle «magnifiche sorti e progressive», ma hanno ottenuto l’effetto opposto: uno scenario orwelliano. Quasi non bastasse, alcune settimane fa sono uscite delle statistiche sul «consumo di suolo» (cfr. L’Adige, 2 febbraio). Ebbene, il Trentino, negli ultimi anni,  ha cementificato come mai nella sua storia. Una terra di boschi e montagne, laghi e castelli, meli e vigneti rischia di soccombere davanti a progetti di sviluppo insensato ed anacronistico. Da trentino (sono di Rovereto) vedere la mia terra offesa da tangenziali, bretelle, viadotti, autostrade, funivie e in futuro forse anche da superferrovie, megatunnel, termovalorizzatori, aeroporti tra le montagne, mi produce un’enorme tristezza e rabbia. Ma voglio pensare in positivo. Per secoli i trentini e gli altoatesini (sudtirolesi) hanno saputo difendere la loro terra. Speriamo che si sveglino dall’attuale torpore e tornino in sé. Perché, come scriveva Tom Benetollo, «arrendersi al presente è il modo peggiore di costruire il futuro».

Paolo Moiola





Fonti

I testi: M.Tozzi, L’Italia a secco, Rizzoli Editore, 2006

I siti Web:
http://www.beppegrillo.it - blog del 1/12/06 e 15/12/06: - «Le emissioni degli inceneritori: danno biologico» in «Termovalorizzatori nella piana fiorentina: le ragioni del sì, le ragioni del no», di M. Gulisano, La Piana, Metropoli; - lettera del dr. Francesco Pansera al Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, dr. F. Abruzzo, del 30/10/2006
http://www.ecoage.com/ambiente/rifiuti/termovalorizzatore.asp: Termovalorizzazione: di cosa si tratta?
http://www.altreconomia.it : il termovalorizzatore Silla 2 di Milano
http://www.rifiuti.it : Riciclaggio e recupero di rifiuti plastici in Svizzera
http://www.rifiutilab.it/_downloads/Conferenza_Trento3doc.pdf: Inceneritore ed altri sistemi di trattamento termico dei rifiuti urbani: esperienze svizzere
 http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=1484:      Regione Campania, emergenza rifiuti: storia di un disastro sanitario ed ambientale annunciato 


http://lists.peacelink.it/pace/msg12369.html : Proposta di coordinamento a sostegno delle vittime della diossina in Vietnam








http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/10/abusivismo-edilizio_06.html

APPUNTI PER IL SINDACO PORTOBELLO AL C.C. SULLA LEGALITA’

http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/10/programma-elettorale-lista-isola-per.html

APPUNTI PER IL SINDACO PORTOBELLO AL C.C. SULLA LEGALITA’

http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/10/appunti-per-il-sindaco-portobello-al-cc.html

ISOLA DELLE FEMMINE LOTTIZZAZIONE LO BIANCO ITALCEMENTI AZIENDE INSALUBRI

http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/10/isola-delle-femmine-lottizzazione-lo.html

Inceneritori in Sicilia: l’ISDE condanna le decisioni prese

Inceneritori in Sicilia: l’ISDE condanna le decisioni prese


Arezzo, 18 giugno 2007
Al Presidente del Consiglio

Romano Prodi
Al Ministro della Salute

Livia Turco
Al Ministro dell’Ambiente

Alfonso Pecoraro Scanio
Agli organi di Stampa
In riferimento alle notizie apparse sulla stampa secondo cui con l’incontro svoltosi a Roma il 12 giugno scorso si è concordato il via libera al piano di trattamento dei rifiuti in Sicilia, piano che da un lato prevede la costruzione di 4 mega impianti di incenerimento con una potenzialità di oltre 2.000.000 ton/anno (potenzialità superiore a quella dell’intera mole di rifiuti prodotta nell’isola), e dall’altro auspica il potenziamento della raccolta differenziata, l’Associazione Medici per l’Ambiente esprime tutto il proprio stupore e la propria ferma condanna per decisioni che privilegiano di fatto l’incenerimento rispetto alle pratiche di riduzione, raccolta differenziata, recupero e riuso.
L’Associazione Medici per l’Ambiente sottolinea inoltre la palese incongruenza fra il dimensionamento degli impianti e l’obiettivo di potenziare la raccolta differenziata, stigmatizzando il fatto che vengono in questo modo totalmente disattese le raccomandazioni della CE, già recepite dal nostro stesso Paese.L’incenerimento dei rifiuti è la pratica più costosa e più nociva per l’ambiente e per la salute e la posizione ufficiale dell’Associazione è già stata espressa nel gennaio 2006 con il documento in allegato.
Negli iter autorizzativi di questi impianti si inserisce poi la torbida vicenda, già denunciata alla Procura di Palermo, del Dr. Gioacchino Genchi e del Dr. Alessandro Pellerito, dirigente chimico dell’Assessorato Regionale, che per avere negato l’autorizzazione alle emissioni in atmosfera di tali impianti sulla base delle loro specifiche competenze, sono stati in maniera pretestuosa rimossi dal loro incarico e rischiano addirittura di perdere il proprio posto di lavoro.
Al Dr. Gioacchino Genchi e a tutti i suoi collaboratori rinnoviamo l’incondizionata stima e la solidarietà da parte dell’Associazione dei Medici per l’Ambiente, già a suo tempo espressa. Auspichiamo che vengano compiuti tutti i passi possibili perché i Colleghi che sono stati così

duramente colpiti per avere svolto con coscienza il proprio lavoro vengano reintegrati nel proprio ruolo e chiediamo che l’iter autorizzativo agli impianti venga sospeso fino a che la Magistratura non avrà fatto completa chiarezza sull’intera vicenda, come già richiesto dall’On. Rita Borsellino con il comunicato in allegato.
Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia
Gruppo di lavoro sui rifiuti

Balestreri Federico (Cremona), Bragheri Romano (Pavia), Cristofolini Antonio (Trento),
Diaferia Giorgio (Torino), Fabbri Fabrizio (Roma), Galli Simone (Firenze), Garetti Gianluca (Firenze), Gennaro Valerio (Genova), Gentilini Patrizia (Forlì), Guerra Manrico (Parma ), Laghi Ferdinando (Cosenza), Lauriola Paolo (Modena), Luisa Massimo (Genova), Migaleddu Vincenzo (Sassari), Mocci Mauro (Civitavecchia), Rivezzi Gaetano (Caserta), Romizi Roberto (Arezzo), Tomatis Lorenzo (Trieste), Valerio Federico (Genova), Vantaggi Giovanni (Gubbio)

ACCORDO INCENERITORI SICILIA IL GIORNO DOPO

1


Rita Borsellino: ?Accordo su inceneritori, beffa nei confronti dei siciliani?.
Palermo, 13 giugno 2007.

?L?intesa raggiunta va contro la salute dei siciliani e contro le direttive dell?Ue sul ciclo dei rifiuti ed ha il sapore amaro della beffa? . Lo dice l?esponente dell?Unione Rita Borsellino commentando l?esito dell?incontro di oggi a Roma tra governo nazionale e regionale.
?Nel 2003 Cuffaro avrebbe dovuto raggiungere il 35 per cento di raccolta differenziata previsto dal decreto Ronchi. Oggi, nel 2007, siamo fermi a circa il 6 per cento. Autorizzare gli impianti sulla base della promessa di incrementare la raccolta differenziata è come accettare una cambiale in bianco sulla pelle dei cittadini da chi ha dimostrato coi fatti di non essere credibile?. 

Ma una beffa sono, secondo Borsellino, anche gli altri termini dell?accordo:

?Da una parte infatti, si autorizza la realizzazione degli impianti aggirando le direttive Ue che prevedono il raggiungimento di livelli ottimali di raccolta differenziata come presupposto per l?incenerimento; dall?altro il governo nazionale chiede il ridimensionamento delle emissioni ma non degli impianti, e cioé dell?unico vero presupposto per riuscire a contenere la quantità di particelle nocive?. 
Secondo Borsellino, ?l?intesa ha più di una contraddizione. Raccolta differenziata e impianti di grossa portata come quelli progettati sull?isola non sono conciliabili. A meno che non si decida di importare altri rifiuti da fuori? .

Ufficio stampa Gioia Sgarlata
Tel. 3346311385 e-mail: ufficiostampa@ritaborsellino.it

2


INO GENCHI ?ASSESSORATO REGIONALE AMBIENTE E TERRITORIO
Palermo, 13 giugno 2007. 


Oggi (ieri per chi legge), al termine di un vero e proprio processo sommario, nullo sotto tutti gli aspetti perchè persino privo di ogni riferimento di legge, a me e ad Alessandro Pellerito sono stati notificati i decreti con i quali il Dirigente Generale del Dipartimento, arch. Pietro Tolomeo, revoca unilateralmente ed anticipatamente il contratto di responsabile del Servizio 3 “Tutela dall’inquinamento atmosferico” e dell’Unità Operativa “Autorizzazioni alle emissioni in atmosfera”.


Si tratta dell’ennesimo atto di abuso, frutto di una sistematica azione vessatoria e persecutoria le cui finalità sono ben note a tutti e che arriva con straordinaria puntualità – per la quarta volta se ci si ricorda delle 3 coincidenze precedenti – alla vigilia dell’inizio della conferenza dei servizi per l’AIA dell’inceneritore di Palermo-Bellolampo.

I decreti sono ictu oculi nulli per “difetto assoluto di attribuzione” (art. 21 septies della L. 241/90 sui procedimenti e la trasparenza amministrativa), in quanto Tolomeo si è sostituito nei poteri alla Giunta di Governo, cui l’art. 10 della legge regionale 10/2000 attribuisce esclusiva potestà in materia di tali revoche, ma per fattispecie che nulla hanno a che fare con le castronerie contestate dal Tolomeo. Ma tant’è, nel contesto di illegalità straripante, un abuso in più o in meno non fa differenza. Intanto si commette l’abuso, poi si vedrà! 


Immediatamente abbiamo denunciato la nullità dell’atto ai diversi indirizzi che troverete nella nota che alleghiamo. Ciò conferma, se pure ce ne fosse stato bisogno, che la situazione che da tempo abbiamo denunciato in tutte le maniere, nel silenzio, nell’indifferenza generale e senza ricevere il benchè minimo accenno di iniziative concrete, è arrivata ad un punto di insostenibilità per noi. Vogliamo precisare: insostenibilità non nei confronti della lotta che continueremo a portare avanti – purtroppo da soli, ormai, con i nostri legali – per la difesa della nostra dignità professionale e per la difesa del posto di lavoro, ma nei confronti dell’ignavia e dell’indifferenza di quanti si sono spesi fin qui solo saltuariamente (nel migliore dei casi) a parole, con la promessa di interventi incisivi che non sono mai arrivati e tante promesse al vento.


Ecco perchè il coro di indignazione che si è levato a seguito dell’accordo romano, più o meno edulcorato, secondo come lo si vuole presentare, ci lascia ancor più sconcertati.

Oggi, Alessandro ed io continuiamo a pagare pesantemente, in tutti i sensi, visto che, per esempio, tra l’anno passato e quello in corso personalmente ho perso circa 12.000 euro netti di stipendio (sottratti, quindi alla mia famiglia), per esserci esposti in prima persona in una battaglia di legalità all’interno dell’Amministrazione Regionale per la difesa dell’ambiente e della salute della gente.

Con amarezza non abbiamo potuto che constatare di essere rimasti pressoché da soli.
Ultimamente ho inviato a molti ed anche alla rete appelli e documenti con l’invito ad intervenire, a sollecitare le forze politiche e sindacali, ad inviare esposti alle Procure per fare luce sui fatti in corso all’Assessorato Territorio, ecc.; insomma, un pò di tutto per smuovere le acque, per darci un minimo di sostegno, per…non farci sentire abbandonati.Purtroppo non è arrivato nulla, se non un chiacchericcio sterile su fatti e circostanze oziosi, quasi che tutto intorno non stesse accadendo niente, mentre, invece, si stava tessendo la tela dell’accordo politico e di quello, ormai prossimo, amministrativo (AIA), con buona pace per tutti. Quando, un giorno, qualche giudice ci darà, speriamo, ragione, le cose saranno già belle e definite.

Condivido e sottoscrivo, pertanto, le considerazioni di Alessandro, che troverete in allegato (2b), sulla posizione che da oggi, nostro malgrado, assumeremo. Da parte nostra abbiamo fatto di tutto per portare avanti un impegno unitario, ma se le condizioni, come abbiamo constatato, non ci sono più le nostre strade da oggi, purtroppo, si dividono. Vi allego, quale ultimo contributo, la documentazione in corso di presentazione alle Procure ed agli altri indirizzi in intestazione.

Ino Genchi

2b Alessandro Pellerito. 

Per chi non mi conosce, ho lavorato con il dr. Genchi e adesso, con lui, pago il nostro lavoro con una richiesta di licenziamento pendente alla Giunta Regionale e la revoca del mio incarico di dirigente. Tutto questo nel silenzio assordante di quanti, in passato, hanno chiesto la nostra collaborazione ed il nostro appoggio, tecnico e non. 
Quindi, manteniamo questo silenzio e, cortesemente cancellatemi da tutte le mailing list. E teniamoci gli inceneritori.
Cordiali saluti
Alessandro Pellerito


Post-scriptum

Io non ho alcuna richiesta nè alcun rimprovero da fare?Il fatto è che ogni volta che mi arriva una e-mail avente per argomento la tutela dell’ambiente mi viene la nausea; sia perchè il nostro popolo oltre le e-mail non riesce ad andare, sia perchè per “la tutela dell’ambiente”, da ormai 3 anni, sono costretto ad una vita non serena e, mi sento di dire, nella quasi indifferenza di molti di quelli che vanno sventolando le bandiere della legalità. Ho già avutoun provvedimento disciplinare, la revoca del contratto, il licenziamento pendente in Giunta e non so quante denunce? Quello che voglio adesso è mantenere il mio posto di lavoro e raggiungere la serenità che io e la mia famiglia abbiamo perso. 

Sono dalla parte mia? non sono più dalla parte della gente; me lo sono levato questo vizio. Troppo alto il prezzo da pagare, per giunta nell’indifferenza: da quanti mesi Ino chiede aiuto e mobilitazione? Troppe minacce, troppe denunce, troppo tempo perso dall’avvocato o dai carabinieri. 

Si era parlato di coinvolgere i vari partiti a livello nazionale, le varie associazioni ambientaliste a livello nazionale, il ministero dell’ambiente, conferenze stampa di denuncia e via così; io non ho visto nulla se non i provvedimenti fatti contro me ed Ino.


Egregio professore
E? tarda sera e sono piuttosto stanco, ma cercherò ugualmente di rispondere alla sua lettera che ho letto con ritardo, ma con sollievo e gratitudine. Spero di non apparirle esagerato, se dico che dopo mesi di buio, mi sembra di intravedere uno spiraglio di luce.

Cerco di spiegarmi, partendo dalla drammatica situazione siciliana. Non sono epidemiologo, ma pediatra. Sono ?incappato? nella ?dannata? problematica-inceneritori circa tre anni fa, da consulente ambiente e salute dell?Arpa Sicilia. In Sicilia è previsto un piano-rifiuti totalmente incentrato sull?incenerimento degli RSU, in totale spregio delle direttive comunitarie (e nazionali) che, come lei saprà, prevedono (o meglio ?ammettono?) la possibilità di un recupero energetico (incenerimento) della sola parte residua non altrimenti riciclabile, e solo se sono state rispettate le priorità (anche quantitative) della riduzione del rifiuto e della raccolta differenziata.. 

Il piano è pieno di infrazioni, irregolarità e storture.. e la stessa procedura di attuazione del piano è stata dichiarata illegittima dalla Commissione Europea, che ha chiesto la condanna dell?Italia innanzi alla Corte di Giustizia UE. Pesantissimo è stato anche il giudizio della Corte dei Conti, secondo cui la violazione delle direttive europee in materia di appalti pubblici, ha comportato l?affidamento della realizzazione dei quattro mega-inceneritori a prescindere dall?acquisizione dell?informativa antimafia. Tale comportamento, definito ?particolarmente imprudente? dalla suddetta Corte, ha comportato che una delle società riunite in associazione temporanea di imprese, aggiudicataria di due dei quattro inceneritori, risultasse infiltrata dallacriminalità mafiosa

Gli uffici regionali competenti, che avevano rifiutato di rilasciare le autorizzazioni per le emissioni in atmosfera per due impianti e si accingevano a fare altrettanto per gli altri due.. sostenendo a ragion veduta che un ricorso così massiccio all?incenerimento avrebbe determinato/determinerebbe un grave impatto sull?ambiente e gravi rischi per le popolazioni, sono stati prima esautorati e poi decapitati con la rimozione dei dirigenti preposti, nei confronti dei quali sono state addirittura attivate illegittime procedure di licenziamento. (Nel frattempo le autorizzazioni alle emissioni in atmosfera? erano state rilasciate a livello ministeriale (Gestione Matteoli), attraverso procedure successivamente riconosciute illegittime dallo stesso Ministero (Gestione P. Scanio), mentre i tribunali amministrativi regionali, che si erano pronunciati in maniera severa contro l?intero sistema, venivano esautorati attraverso norme costituzionalmente illegittime e lesive dell?autonomia della Regione siciliana)..

Non è evidentemente il caso ch?io le faccia la cronaca di quanto avvenuto in questi due anni. Ho semplicemente cercato di fare il possibile prima per capire di chi e quali fossero le responsabilità di tutto questo; poi per aiutare i colleghi chimici dell?Assessorato minacciati e (ancora attualmente) sospesi dal servizio; quindi per informare i colleghi (ed amici) dell?ISS, i colleghi pediatri (a livello locale e nazionale) e le autorità giudiziarie e politiche competenti (le richieste di incontro con il Ministro della Sanità? anche con l?attuale Ministro.. sono state numerose: non solo da parte di Isde, per il tramite dell?On. Fulvia Bandoli (Deputato alla Camera e segretaria nazionale della Sinistra Ecologista).. ma anche per il tramite dell?On Borsellino, che per due volte si è recata a Roma e non è stata neppure ricevuta dal Ministro (l?On Turco si è limitata a delegare il dott. Greco, che ha rassicurato l?on Borsellino affermando che i moderni inceneritori non avrebbero praticamente alcun impatto ambientale e sanitario).. dell?onorevole e vice-ministro Capodicasa.. del Ministro dell?Ambiente.. [Per la cronaca: nel Novembre ?06 il prof Tomatis, la dott.ssa Gentilini, il dott, Valerio ed io siamo stati ?auditi? in Cabina di Regia nazionale Rifiuti presso il Ministero Ambiente (Gen. Jucci) e alcuni dei tecnici della Cabina, visibilmente colpiti dai dati da noi riferiti (l?audizione è durata oltre 4 ore: oltre il doppio del tempo previsto) ci hanno ?rivelato? che il piano Sicilia sarebbe ancora peggiore di quello descritto nei progetti ?ufficiali? (?!)? e che anche alle loro richieste il dott. Greco aveva risposto, a più riprese, nel modo reciso, riferitoci dall?on. Borsellino] [Per la cronaca: qualche giorno fa un ex Senatore della Repubblica, avendo apprezzato un mio intervento ad un Convegno organizzato dal prestigioso Istituto degli Studi Filosofici di Napoli, si è preso a sua volta la briga di chiedere al dott. Greco un confronto con alcuni ?tecnici? proposti dall?Istituto stesso (tra cui due primari oncologi napoletani) e si è sentito rispondere che noi saremmo fiancheggiatori della camorra? accusa veramente grave e quasi grottesca, se si tiene presente che l?attuale situazione in Campania è notoriamente dovuta all?aver affidato per anni l?intera gestione dei rifiuti a ditte, come la FIBE, tutt?altro che trasparenti e tanto meno efficienti.. e che ci sono collaboratori e funzionari importanti delle Istituzioni regionali campane (e siciliane) inquisiti per camorra (mafia)] [per la cronaca: circa un anno fa a rivolgere a me e al prof Romano, settantenne decano dei chimici siciliani, rei di aver fatto una relazione critica sul piano rifiuti siciliano, analoghe, pesanti accuse in modo piuttosto forbito era stato il Governatore Cuffaro..] [Per la cronaca: il mio contratto di consulente Arpa non è stato più rinnovato]
Ho creduto necessario premettere questa breve sintesi di alcuni momenti ?significativi? di una vicenda per me drammaticamente ?nuova?.. per aiutarla a capire alcune espressioni amare/sfiduciate da me adoperate nella risposta alla presa di posizione di Pietro Comba, sua e del prof. Vineis [anche in questo caso devo fare però un distinguo: quella per me difficilmente comprensibile/accettabile è la posizione di Pietro Comba, che conosco abbastanza bene? che ho lungamente creduto potesse/volesse esserci d?aiuto in una situazione come quella siciliana, delle cui assurdità (e illegalità) è perfettamente a conoscenza? che essendosi occupato per lungo tempo del problema rifiuti, ed essendo, se non erro, un biologo avrebbe dovuto/potuto in questi anni e nei numerosi incontri e scambi tra noi intercorsi, prestare maggior ascolto alle tesi di chi in questi anni ha lavorato con serietà sulle conseguenze drammatiche e drammaticamente sottovalutate che alcuni degli inquinanti - metalli pesanti e particolato (ultra)fine in primis - emessi dagli impianti di incenerimento (al pari di altri impianti, come acciaierie e/o cementifici.. altrettanto pericolosi, ma indubbiamente più utili? nonché dai milioni di motori a scoppio che girano impunemente per le nostre città) rischiano di avere non solo sulla salute delle popolazioni umane, ma sugli ecosistemi (anche microbici) e possibilmente sull?assetto stesso e sull?evoluzione della genosfera ]
Non voglio tediarla ancora a lungo.

Spero di potere al più presto affrontare con lei e con gli altri colleghi sinceramente desiderosi di confrontarsi su queste tematiche non solo e non tanto il problema – comunque drammatico – di un piano inceneritorista nazionale (sarebbero previsti oltre 100 nuovi impianti e il potenziamento di molti altri).. che non ha alcuna giustificazione né sul piano economico(come saprà il costo dell?energia così prodotto è molto più alto di tutte le altre forme di generazione energetica.. il business per le lobbies derivando unicamente da quei famosi e vergognosi CIP6 che i cittadini italiani sono costretti ?unici nel mondo- a pagare).. né sul piano sociale (la corretta filiera, prevista per legge, darebbe molto più lavoro: spesso si dimentica che gli inceneritori non solo disincentivano e riducono la raccolta differenziata e il recupero di milioni di tonnellate di materiali preziosi.. ma la rendono impossibile.. perché ove si sottraessero carta, legname e plastiche ?diossinogene? alla sua dieta quotidiana il Mostro non potrebbe più funzionare? né sul piano dell?impatto ambientale e climatico? né sul piano sanitario? ma più in generale il problema di un modello di sviluppo che non è più sostenibile e che deve essere rapidamente trasformato nel senso esattamente opposto a quello rappresentato da queste macchine energivore, entropiche e maledettamente pericolose per la salute e la sopravvivenza stessa dell?uomo e della biosfera

Ernesto Burgio




http://www.video.mediaset.it/video.html?sito=striscia&data=2008/03/15&id=7165&categoria=inviati&from=striscia


Saturday, June 23, 2007

ISOLA DELLE FEMMINE 2007 5 LUGLIO MANSIONI SUPERIORI RINFORZO VIGILI COSTANZO FERRARA MASSA PROVVIDENZA

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CONVEGNO SULLO SVILUPPO TURISTICO A ISOLA DELLE FEMMINE

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http://rinascita-di-isola.blogspot.com/search/label/ISOLA%20DELLE%20FEMMINE%20I%20COMMERCIANTI%20PER%20IL%20TURISMO

Tuesday, June 19, 2007

1999 4 AGOSTO AGOSTO SABATO ORE 10,25 BOLOGNA ULTIMA FERMATA

Da Diario del 04/08/1999

L'inchiesta vecchio stile
Ultima fermata: Bologna
Si è celebrata la diciannovesima commemorazione della strage alla stazione. Non si sa se ci sarà la ventesima. Sei protagonisti del 2 agosto 1980 raccontano il tempo che è passato
di Enrico Deaglio



Questa è una storia quasi antica, di due gruppi di persone che si sono separati, come quei tramezzini alla maionese nei bar, di sera, in cui la chimica comincia a distinguere i colori primari. E’ la storia di cose che non ci sono più. E’ la storia della strage alla stazione di Bologna, 19 anni dopo, vista da due punti di vista ormai differenti: chi la patì e lo Stato. 
Comincia da Marina Gamberetti, 39 anni, un aspetto ancora di ragazza, un po’ giunco, un po’ dinoccolata. Durante l’intervista ha consumato di lacrime un intero pacchetto di fazzoletti Tempo. Lei è l’icona –come se dice adesso- della strage del 2 agosto 1980, per una famosa fotografia che la ritrae appena estratta dalla macerie, la bocca spalancata nel dolore, su una lettiga, quando aveva vent’anni. Nello scoppio sei sue amiche e colleghe della Cigar-Buffet della Stazione erano rimasto uccise. Si chiamavano Katia, Nilla, Rita, Lori, Mirella e Franca. Sentendola parlare e piangere mi sono ricordato che nessuno sa ancora spiegare quali meccanismi regolino le nostre ghiandole lacrimali: perché piangiamo al cinema non nelle scene di massimo dolore, ma quando corre un cane o si alza una bandiera; perché restiamo raccontando gli episodi più atroci e poi cadiamo su certe increspature. 
Marina Gamberoni ha dovuto spiegare nel corso degli anni a una commissione medica, poi a un’altra e un’altra ancora e poi infine a Roma, all’Ospedale militare -dove era l’unica donna sulla scena e questo fatto, invece che piangere, la fece ridere- perché si trovasse alle 10,25 di quel sabato 2 agosto nel locali della Cigar e se ne era autorizzata davvero. Il tutto per un piccolo indennizzo. La ragazza di vent’anni aveva avuto la frattura del cranio (zona occipito-parietale), la milza spappolata, il corpo piagato. 
Poi Marina Gamberoni ha raccontato quanto le pesi quella foto-icona, e quanto, nello stesso tempo, non ne possa fare a meno. Sa che la gente sa chi è. Sa che la gente che incontra sa che lei è uscita fragile da quel trauma, e quindi ne approfitta per scaricare su di lei le proprie fragilità. Ha un bel bambino di cinque anni, Gianluca, cui ha spiegato qualcosa riguardo alla cattiveria e alla punizione. L’ha anche portato, una volta sola però, in manifestazione. Suo marito faceva il fotolitista e oggi fa il panificatore. Spesso ha il mal di testa e non sopporta la compagnia di altre persone. Le chiedono, se non la conosco: che cos’hai, Marina? E lei dice, il più delle volte: un vecchio incidente, postumi, niente di speciale. Altre volte, invece, dice: sono una sopravvissuta della bomba alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la mia faccia è andata sui giornali di tutto il mondo, il fotografo che l’ha scattata mi ha anche fotografata quando è nato il mio bambino, le mie sei amiche della Cigar sono morte. Io avevo vent’anni, ero nel percorso della vita in cui il carattere si forma. 
Dei pensieri costanti che emergono in superficie, uno non possa davvero mai e riguarda il suo “percorso”, spezzato non per una sua scelta; un altro, il destino che ha salvato lei e non le sue amiche; e poi, insistente, “il pensiero che aveva chi ha messo la bomba. E come poteva pensare che il suo pensiero, qualunque fosse, avesse bisogno di tanti morti per realizzarsi. Che pensiero e quel pensiero che ha bisogno di morti? Pensava che il riconoscimento sarebbe stata la notorietà? Era questo che cercava? Pensava di scrivere il suo nome nella storia, questo è sicuro. Perché chi fa scoppiare una bomba in una stazione sa che entrerà nella storia”. 
Il monologo di Marina Gamberoni, lungo come dieci fazzoletti di carta Tempo, è il racconto delle ferite interne, del trauma che non passa, l’elogio della necessità di sostengo psicologico, la voglia –mi è sembrata sempre più debole- di uscire dell’opacità di immagini e pensieri che salgono e scendono, ma non riescono ad apparire netti e sereni. 

Finita l’intervista, spossati, siamo andati a pranzo. 
Tutto questo avveniva venerdì 23 luglio scorso, a pochi giorni della fatidica data della diciannovesima commemorazione. A Bologna, in via Polese 22, nel secolare centro storico, con portici che dividono la luce dall’ombra spessa. Strade silenziose, perché le macchine qui sono quasi vietate. Al piano terreno ha sede la poco conosciuta, ma molto meritevole, Università Primo Levi per la Terza Età, che ogni anno promuove decine di corsi di specializzazione, conferenze, gestione culturale del tempo libero. A secondo piano, l’”Associazione tra i famigliari delle vittime alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980”, che con gli uffici della Primo Levi divide il bagno. 
L’edificio è antichissimo e ancora cento anni fa ospitava una filanda. Il secondo piano, tra balconcini retti da colonne sottili di pietra e ornati di gerani –potrebbe essere, come molte edifici del centro storico di Bologna, che nascondono patii, cortili, giardini, fontanelle, una casa andalusa - era l’appartamento del padrone, con soffitti a volta affrescati di scene bucoliche. Lì oggi a sede un complesso di attività: oltre all’archivio sulle strage, è disponibile la documentazione sulla strage di Ustica (il volo Dc 9 Itavia che partì da Bologna per Palermo il 21 luglio 1980 ed esplose sopra l’isola di Ustica uccidendo le 81 persone che erano a bordo); la documentazione sulle imprese criminali della “Uno Bianca”, ovvero una quarantina di vittime provocate dai fratelli Savi, nazisti per simpatie politiche, di professione potenti poliziotti alla Squadra Mobile di Bologna. E poi ci sono ancora i falconi che ricordano la strage del treno Italicus (1974) e quella, avvenuta esattamente dieci anni dopo nello stesso posto –la galleria di Val di Sembro- del “treno di Natale”, il rapido 904 che da Napoli andava a Milano. Ogni strage, nell’appartamento, ha la sua scrivania, il suo computer, la sua bibliotechina, il suo archivio e i suoi manifesti alle pareti. In tutto collezionano 253 morti e, approssimativamente, 1.500 feriti, in vent’anni di terrore in una zona geografica tutto sommato piccola. (Se qualcuno conosce una località in Europa che negli ultimi cinquant’anni di pace sia stata così martoriata dal terrorismo, me lo dica. A me non ne viene in mente nessuna). 
Finita l’intervista, siamo andati a mangiare qualcosa al “Chet Baker”, sempre in via Polese, pochi portoni accanto, che ci ha tenuto aperto nonostante l’ora tarda. E lì, sciolta un po’ la tensione, Marina ha sostenuto che Cigar-Buffet della stazione nel 1980 poteva considerarsi in ristorante di qualità, perché non faceva solo i tortelloni, ma avevo presso a trattare anche la selvaggina. Ma la tavolata è stata scettica. Si è convenuto che era un ristorante medio, sicuramente niente di paragonabile con quello della Gare de Lyon a Parigi e comunque al di sotto di quello che avrebbe potuto essere. E si è convenuto pure che, nonostante dopo la strage tutti i muri siano stati rimessi a posto in tempo record, la stazione non è più stata la stessa. Prima ci si andava dopo il cinema e il teatro, si andava a prendere i giornali freschi a mezzanotte, ci si dava appuntamento. Dopo la bomba, dopo il restauro, non è più stata la stessa cosa. E questa constatazione: di come possano anche gli edifici morire, anche i quartieri, anche le città, nonostante il loro aspetto esteriore sia tornato intatto, è uno dei cuori della questione: che cosa resta del ferimento, quel luogo medio tra salvazione e sommersione, che compare nei primi giorni come statistica, che viene visitato delle autorità negli ospedali, che settimana dopo settimana viene sbendato e poi dimesso. E poi si perde: ma solo perché lo si vuole perdere. 
Così, in quella breve discussione, sembrava Bologna, ricordata affettuosamente per quello che era –“quando si andava a mezzanotte a prendere i giornali freschi in stazione”- e per quello che non è più. Il fatto che la sinistra abbia perso il Comune dopo cinquant’anni; il fatto che parecchi accenni si riferivano alla stazione come luogo di ritrovo, ormai, dei soli immigrati africani, ha aggiunto la sensazione di un passato che, mitologicamente, si ricordava felice. 
L’agosto successivo alla strage, Carmelo Bene recitò Dante –Inferno, Purgatorio, Paradiso- dal balcone della Torre degli Asinelli. Sotto di lui, presa da incantamento, c’era mezza Bologna ad ascoltare. Improvvisamente, Carmelo Bene gridò: “I Feriti! Nelle stragi tutti ricordano i morti, nessuno ricorda i feriti!”. 
Facevamo questi discorsi al Chet Baker di via Polese. Un bel locale, dove la sera e la notte, da ottobre a maggio, si fa jazz dal vivo. Il titolare lo fondò nell’88, proprio quando il grande jazzista morì precipitando da una stanza d’albergo ad Amsterdam. E lì sono venuti a suonare Nicola Arigliano, Lucio Dalla col clarinetto, Clifford Jordan, Sal Nistico, Kenny Barron, Vinicio Capossela. Anche Romano Mussolini. “Jimmy Villotti, musicista, ma anche scrittore noir di qui”, mi dice il titolare Gilberto Baroni, “ha ambientato qui un suo libro, Gli sbudellati, dove c’è uno che muore proprio nel bagno del ristorante. Per cosa? Diciamo, per il male di vivere. I clienti mi chiedono si è vero o finzione. Però vengono, non c’è problema”. Si va meno alla stazione, si va di più al Chet Baker. Benetton paga 800 milioni per affiggere i suoi manifesti sulla piazza –quelli grandi dove ci sono il Bianco e il Nero- ma non li mette dentro la stazione, dove pagherebbe meno e sarebbero visti da centinaia di persone. E non c’è più il ristorante, e ci potrebbe essere un’orchestrina che fa del jazz, ma non c’è. Sono state proposte anche sfilate di moda, o l’esposizione dei vecchi treni, ma non è stato fatto niente. E nessuno, neanche il più ingenuo artista di strada, qui si metterebbe a suonare La locomotiva di Francesco Guccini. Perché, quel giorno, per milioni di italiani, è passata l’ala del destino: Ma sai che mia sorella doveva prendere quel treno? Ma sai che sono passato il giorno prima? Ma sai che dovevo andare a Venezia e invece sono andato in Toscana? Chi mise la bomba sapeva tutto ciò: che quel giorno milioni di italiani erano in viaggio per le vacanze e Bologna è il più importante nodo ferroviario italiano. 
Primo, gli occhiali. Il 2 agosto 1980 il primo ferito che si presentò a Elio Nichelini, che si trovò a coordinare i soccorsi, fu uno svizzero di nome Hans Husrt, era alla stazione in attesa di andare in vacanze a Belluria. Non era sbudellato, ma pieno di schegge di vetro e con le vesti insanguinate e stracciate. Venne accompagnato da un ottico che gli diede un paio di occhiali (i suoi erano andati persi) e alla Upim, dove lo rivestirono. Poi ripartì e non se ne seppe più niente. Molti altri dei feriti o dei parenti dei morti sono rimasti suoi amici. Si frequentano, si telefonano , ma non si parla più della bomba. Nichelini, ironico, per descriversi com’è ora, funzionario della Protezione civile, racconta: “Io sono uno dell’ultimo soccorso rosso. Ero in vacanza a Sydney, Australia. Mi hanno telefonato,ho interrotto le ferie per venire a votare la Bartolini”. 
Paola Sola, dipendente dell’assessore al Decentramento, Miriam Ridolfi, quella mattina era con suo marito in gita in bicicletta sulle colline. Si fermarono intorno all’una in una trattoria e sentirono la televisione che annunciava un disastro alla stazione di Bologna. Paola ancora adesso non riesce a capacitarsi del perché abbia distintamente sentito “stazione di Cracivia”. Fu un avventore che la prese per un braccio e le disse: “Bologna”. Scesero in bicicletta delle colline, videro da lontano il fumo che si alzava dalla stazione; Paola sentì che le sue gambe affondavano nella terra, poi prese coraggio, andò in assessorato e vi lavorò senza interruzione per una settimana. Poi venne distaccata dal Comune all’Associazione, dove lavora da 19 anni. Ha raccolto tutte le notizie dei morti e dei feriti, le ha catalogate. Per un accordo con la Polizia ferroviaria, all’Associazione vengono consegnati ancora oggi tutti gli oggetti che hanno riferimento alla strage: e così negli scatoloni ci sono coccarde, striscioni che hanno ornato le corone, rosari, croci, crocifissi, santini, poesie, volantini di associazioni di podisti, di ciclisti, di sportivi in genere, lettere, preghiere, disegni (l’orgoglio fermo sulle 10,25 è il più frequente), fotografie. In un altro scatolone ci sono invece i fogli protocollo di quella che fu, in Italia, la più fantastica organizzazione di soccorso che si sia mai vista in Italia. Sono scritto a biro e a matita, divisi per quartiere. I morti e i feriti sono divisi per zone, oppure segnalati come “anziani”, “vedovi”,”famiglie numerose”. A matita sono scritte frasi come: “Consegnati giocattoli”, “Sistemati in albergo”, “La signora ha detto che non vuole niente”, “Mandata una vicina”, “Risolto”, “Controllare”, “Sandali numero 38”. Rimangono anche di quel giorno le registrazioni audio dei ponti radio: sono voci tranquille, operative: Rh negativo –Ok- Ricevuto Indipendenza- Segnalati otto posti liberi a Cervia - Do gli ultimi nominativi… Le piccole scritte e le anonime voci formano un lungo coro, molto semplice. 
Ivano Paolini era all’epoca il responsabile dei cantieri del Comune di Bologna. Sentì lo scoppio, saltò sulla Vespa e andò a vedere. Di fronte alla stazione, una spessa nuvola di polvere non si decideva a venire giù, respirare era quasi impossibile. Prese spontaneamente il comando delle operazioni, per primo facendo venire le autobotti per fare calare la polvere. “Si parlava allora di una caldaia scoppiata, ma io sentivo un odore strano, che mi ricordava le bombe della guerra”. 
Paolini mise sotto il suo comando facchini, polizia ferroviaria, taxista e organizzò la rimozione delle macerie. Paolini oggi è in pensione, ha una faccia che assomiglia a quella di William Devane (un caratterista che spesso fa la parte del colonnello e che in Yankees aveva un amore Vanessa Redgrave). E’ un decisionista. Non è mai andato alle commemorazioni perché non gli piacciono i “funerali di Stato”. Va spesso, sempre in Vespa, alla stazione, davanti alla lapide e legge i nomi dei morti. 
Agide Melloni, oggi pensionato a Imola, era il conducente dell’autobus 37. Lo deviò verso il piazzale della stazione. L’autobus diventò una camera mortuaria, con le fiancate coperte da lenzuoli bianchi. Dentro vennero sistemati e ricomposti i cadaveri che venivano estratti. Quel sistema, inventato sul momento, fu decisivo per rendere veloci le operazioni di soccorso. 
“Vorrei ricordare Dini Ernesto”. Elio Nichelini ricorda: “Una grande fortuna fu l’attivazione del 118, numero telefonico che da poco, e per la prima volta in Italia, centralizzava le emergenze, sotto il nome di Bologna soccorso. Questo ci permise di gestire la destinazione degli ospedali. I ponti radio funzionarono. Già a mezzogiorno sulle spiagge di Rimini gli altoparlanti facevano appello per il sangue. Lavorammo bene con la Prefettura e voglio ricordare in particolare il funzionario Dini Ernesto. Capimmo subito che non avremmo retto al peso di funerali di massa e così decidemmo di spedire ai loro luoghi d’origine le salme. Trovammo una grande solidarietà dall’Alitalia, dalle Ferrovie dello Stato. Tutti si misero a servizio gratuito. Ho un gran ricordo anche dei famigliari dei colpiti. Non ho mai visto nessuno di loro trascendere, tutti erano molto dignitosi. Se ci furono persone che presero inaspettatamente il comando? Sì, ce ne furono molte. Mi ricordo anche che nell’attentato vennero gravemente feriti due turisti svedesi. La Svezia mandò un aereo medico a prenderli e i funzionari erano strabiliati del nostro lavoro. Erano convinti che avessimo un piano di allerta, di emergenza . E invece non l’avevamo. Tutto quello che facemmo non era stato preparato”. 
Paola Sosa: “All’assessorato ci trovammo con mille problemi personali. Ma il primo fu quello dei fiori. Bologna il 2 agosto era una città in ferie, i fioristi erano chiusi. Furono le donne del quartiere di Corticella che fecero le corone…Ma il lavoro continuò bene oltre l’emergenza dei primi giorni. E’ continuato bene, direi, per tutti questi 19 anni. Ci sono due famiglie inglesi, i Mitchell e i Golpinski, che hanno avuto i figli morti, che ci vengono a trovare tutti gli anni. Lo stesso fa la signora M&#971;ller, svizzera. I bambini che hanno avuto amputazioni sono stati seguiti negli anni perché le protesi vanno cambiate con lo sviluppo del corpo. Gli ustionati hanno avuto bisogno anche di 15 operazioni di plastica. I vetri conficcati nella carne continuano, anche a distanza di anni, a viaggiare nel corpo e vengono in superficie. Anche gli effetti dell’esplosivo si fanno sentire a distanza di anni: esplosioni di calore, malattie della pelle. Poi abbiamo seguito tutte le pratiche di indennizzo. E tutto è stato fatto con donazioni private, a cominciare da quella promossa subito dal Resto del Carlino e dal Comune”. 
Elio Michelini: “Tutti lavorarono gratuitamente. Gli albergatori della riviera si comportarono molto bene. Mi ricordo anche che, unica, dopo mesi ci venne una fattura da una parrocchia di Verona, per dei fiori che ci avevano mandato. Non ricordo se la pagammo”. 
Una ragazza della Cigar venne data per dispersa, ma dopo un giorno si scoprì che il suo cadavere era stato scaraventato sul soffitto. Un ragazzo, i genitori lo credevano a Londra ed effettivamente nei vestiti venne trovato un biglietto della metropolitana di Londra. Una ragazza di Ravenna, su richiesta dei genitori, venne rivestita con un abito bianco da sposa, prima di essere portata via. Marco Bolognesi, sei anni, venne estratto da un facchino che credete di aver dissotterrato una bambina morta. Il padre lo riconobbe –nel corpo tutto nero- per una voglia all’inguine. La più vecchia delle vittime aveva 86 anni e si chiamava Antonio Montanari. La più giovane, tre anni, si chiamava Angela Fresu. L’unico turista giapponese (allora erano pochi) si chiamava Iwao Sekiguchi, di 20 anni. Altre otto vittime venivano dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Inghilterra. I feriti sono stati calcolati in 300. E’opinione di tutti i competenti che la rapidità e l’efficienza delle operazioni di soccorso abbia notevolmente abbassato il conteggio finale delle vittime. Un ferito, Angelo Priore, di 26 anni, diventò l’ultima vittima perché morì 100 giorni dopo l’attentato. Il suo nome venne collocato per ultimo nella lapide che ricorda tutti alla stazione di Bologna, sotto l’intestazione “Vittime del terrorismo fascista”. Sono passati 19 anni. All’epoca, nel quartiere Corticella –e più precisamente a Villa Torchi, sede del Centro Anziani di via Colombarola- vennero messi a dimora degli ippocastani, ognuno dei quali aveva una targa dorata con il nome di uno dei bambini morti alla stazione. Ora sarebbe difficile vedere quelle targhe, perché la propulsione degli ippocastani le ha spinte molto in alto. 
Miriam Ridolfi: “Una delle prime telefonate che ricevetti fu di un ottico. Mi disse che stava andando a riaprire il negozio e che era a disposizione. Lo ringraziai, ma lì per lì non capivo la ragione. Mi disse: Signora, lei non ha idea di quanta gente avrà perso o rotto gli occhiali”. La professoressa Ridolfi era stata da appena tre giorni nominata “assessore al Decentramento”. Romagnola di Forlì, allora aveva 36 anni, capelli rossi e lentiggini e ci tiene a ricordare quanti diversi fossero i tempi e quanto quella diversità permise ai soccorsi “di volare”. “A Bologna c’erano all’epoca i consigli di quartiere, 18 in tutto, ed erano una cosa strana: assemblee popolari, contestazione sulle scelte del centro, proposte locali. Era la novità di Bologna, un’esperienza unica, che significava tante cose: che il bambino handicappato andava a scuola non tanto perché un regolamento lo sanciva, quanto perché il suo amichetto spingeva la carrozzina. Si poteva fare i certificati in quartiere, ma più importante era che l’impiegata sapeva l’importanza di quel certificato. E’ stata questa esperienza popolare che ha permesso l’organizzazione dei soccorsi; la gestione, persona per persona, dei casi umani che ci arrivavano. Noi avemmo la possibilità , proprio per quel tipo di funzionamento, di affrontare casi personali, non numeri. E questo, a mio parere, oggi non c’è più. I consigli del quartiere sono stati presto sostituiti dalla circoscrizioni, da 18 sono diventati nove. E sono routine, pura e semplice. E invece, sa che cosa insegnammo noi allora? Che le abitudini del cuore potevano prendere il sopravvento e che si poteva volare”. 
Miriam Ridolfi è stata poi preside al liceo Righi di Bologna e oggi è in pensione. Non ha più i capelli rossi, non ha più lentiggini, ma la scuola le è rimasta come centro di interessi e non ha paura di essere controcorrente. “Io non sono mai stata una grande sostenitrice dei corsi di ricupero”, mi spiega. “Certo, è ovvio, persino banale, che si uno studente va male in matematica, bisogna appoggiarlo per evitare che perda l’anno. Ma molto più interessante, stimolante, fantastico, è aiutare chi è bravo. Quando lei ha davanti un ragazzo che capisce la poesia, che capisce la storia, che ha talento nel disegno, lì bisogna intervenire, perché quel talento si sviluppi al massimo delle potenzialità, perché le vengano date le ali, perché voli. Questa è la mia idea di scuola, e di società. E questo è quello che avvenne in quei giorni: le persone furono spinte a dare il meglio di sé. E avrebbe potuto essere il modello di una società diversa. Le faccio un esempio che potrà sembrare piccolo, ma non è. Nei giorni dell’emergenza le macchine dei vigili urbani furono autorizzate a portare civili, cosa che il regolamento vieta. Così parenti delle vittime, persone in cerca dei loro cari, chiunque, poté essere portato agli ospedali, ai centri di raccolta, alle camere mortuarie. Fu importante, mi creda. E avrebbe dovuto essere preso ad esempio, ma i taxisti non vollero e non se ne fece più niente. Di tutto quel mondo, io credo non esista più molto. Vedo bambini che vanno solo in gara, col cronometro a fare nuoto. Vedo anoressie, autismi di ritorno, che una volta non c’erano. E in generale vedo che governiamo solo il negativo, invece di insegnare a volare. Anche questo volontariato di cui si parla tanto ora: è bello, sì. Ma a me, tante volte, viene il dubbio che sia un volontariato di routine, a alle volte un volontariato pagato”. 
L’Associazione. L’associazione 2 agosto è oggi retta da Paolo Bolognesi, il padre di quel bambino che venne scambiato per una bambina morta e che oggi, dopo numerosi interventi di plastica,è un bellissimo ragazzo che studia al Dams e dipinge. Ci dice che alla manifestazione aveva chiesto la presenza del presidente Ciampi, ma ciò non è stato possibile. Ha un ottimo rapporto con il sindaco Guazzaloca che, in passato, come presidente dell’Ascom – a Bologna forte di 15 mila aderenti- era stato uno dei più generosi sottoscrittori. L’associazione ha informatizzato le 600 mila pagine dell’inchiesta giudiziaria, ha pubblicato le varie sentenze che si sono succedute, ha messo in rete un database poderoso che segnala tutti i links tra le carte di Bologna e molti altri processi di eversione e terrorismo. E, naturalmente, si occupa ancora del sostegno ai feriti. 
A lavorare a tempo pieno sono in due: Paola Sola e il giovane impiegato, Andrea Destro, ambedue impiegati distaccati del Comune. Così come è del Comune la sede. Bolognesi è succeduto nel 1995 a Torquato Secci, che molti ricorderanno come quella persona dal viso magro e severo, assolutamente intransigente di fronte a qualsiasi possibilità di amnistie, sconti di pena, indulti a favore dei terroristi e come “il motore” che seguì i vari processi fino alla sentenza finale. Alla stazione aveva perso un figlio, Sergio, laureato al Dams con una tesi sul “Bread and Puppet Theatre”: era un figli del ’77, quel ragazzo, e del suo gruppo che si presentò a sostenere l’esame dal professor Umberto Eco facevano parte alcuni degli Skiantos, un altro che ha poi preso il dottorato a Parigi, un altro ancora che ha prodotto una tesi di 600 pagine. Quando fu colpiti, era appena tornato da un lungo viaggio di studio negli Usa, dove aveva ricostruito la storia de quello strano teatro di burattini, che sostiene che “l’intrattenimento non può essere separato dallo stomaco”, per cui durante le rappresentazioni è bene distribuire anche delle pagnotte di pane. Aveva vissuto con loro, era andato a trovare –in omaggio al padre-mito - Stefan Brecht, il figlio di Bertolt. 
Paolo Bolognesi –55 anni, ex funzionario della finanziaria della Lega delle Cooperative, oggi assicuratore in proprio – traccia però un bilancio negativo, per quello che era il vero obbiettivo dell’associazione: togliere il segreto di Stato dalle inchieste sulle stragi. Una legge di iniziativa popolare con questo solo e unico articolo aveva raccolto –dodici anni fa!- 100 mila firme, ma nessuno in Senato o in Parlamento l’ha mai presa in considerazione. Così come molto defatigante è stato ottenere piccole leggine che garantissero risarcimenti ai colpiti. I governi di centrosinistra non si sono comportati meglio degli altri, dice Bolognesi. Però il loro esponenti avevano esplicitamente fatto di questo punto, un punto d’onore. Questo, conclude, dirà dal palco. E aggiungerà la protesta per la concessione della semilibertà ai due condannati come esecutori della strage. 
Una borsa con piedini metallici. L’Italia è molto cambiata in 19 anni. Nel 1980 non esistevano i computer e le fotocopiatrici erano un piccolo lusso. Non c’era la televisione privata e c’era ancora il comunismo. Il Paese, governato da Francesco Cossiga, non si era ancora ripreso dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro. Benché non lo si sapesse ancora, un’organizzazione segreta, la loggia P2, comandata dal Venerabile Licio Gelli, aveva nella sua disponibilità la quasi totalità dei vertici dei servizi segreti, molti generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, diversi parlamentari, funzionari dello Stato, industriali, banchieri, giornalisti. In una Sicilia allora poco frequentata dall’attenzione, Cosa Nostra era al massimo della sua potenza, decidendo la destinazione del denaro pubblico e ai vertici del commercio mondiale di eroina. I suoi proventi venivano (anche) amministrati dal principale banchiere privato italiano, Roberto Calvi, del Banco Ambrosiano di Milano, dopo che il precedente fiduciario, Michele Sindona, aveva ormai finito la sua corsa. Era un anno molto feroce. Benché i servizi segreti avessero consegnato, in maggio, la consueta relazione semestrale definendo “l’attività eversiva della destra in flessione quantitativa”, essa era invece particolarmente attiva. Rapine, omicidi, attentati, furti di armi ed esplosivi si susseguivano. Il 23 di giugno veniva ucciso l’unico magistrato che, a Roma, si occupava della destra, Mario Amato. Il 30 luglio, alle due di notte,esplodeva un’autobomba collocata di fronte al municipio di Milano, pochi minuti prima dell’uscita dei consiglieri comunali. I fogli e i dettami, semiclandestini, della destra eversiva parlavano esplicitamente: nella lotta al “pluto-marxismo” occorre “un’esplosione da cui non escano che fantasmi”; il “terrorismo deve essere definito come l’aereo da bombardamento del popolo”; “bisogna arrivare al punto che non solo gli aerei, ma le navi e i treni e le strade siano insicure: bisogna ripristinare il terrore e la paralisi della circolazione”; e ancora, in previsione di una grande azione “la massa della popolazione, che all’inizio possiamo ritenere sostanzialmente neutrale, sarà naturalmente portata a temerci e ad ammirarci, disprezzando nel contempo lo Stato per la sua incapacità a difendersi e a difenderla”. Infine, come indicazione si scriveva: “portare l’offensiva nella zone controllate dal nemico”. 
Questo il “contesto” che ha guidato l’inchiesta giudiziaria. Ma ciò che più stupisce rileggendo le carte è la quantità di truffe che lo Stato ha messo in atto per allontanare la verità su quella bomba. False piste e false segnalazioni, non collaborazione a qualsiasi passo, ostruzionismo, intimidazioni. 
A processo furono portati, oltre ad alcuni ufficiali del Sismi e al loro tutore Licio Gelli, due giovani come esecutori materiali della strage, Francesca Mambro (ventunenne all’epoca) e Valerio Fioravanti (ventiduenne all’epoca), le “star” del terrorismo fascista di quegli anni. Il primo processo li condannò all’ergastolo, l’appello li assolse. Le sanzioni unite della Cassazione ordinarono di rifare il processo. Un altro appello li ricondannò all’ergastolo, la Cassazione, di nuovo a sezioni unite, rese definitiva la sentenza. Si era nel 1995. Nella motivazione si legge che contro i due esecutori è stato raccolto “un importante quadro indiziario”. Un comitato per Fioravanti e Mambro - “E se fossero innocenti?”- raduna oggi molte importanti personalità della sinistra. Il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino ha più volte espresso dubbi sulla verità giudiziaria, e lo stesso fa un altro giudice , Guido Salvini, che ha indagato sulla strage di piazza Fontana. La posizione di un terzo possibile esecutore, Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, venne stralciata. Ma il processo contro di lui non è mai iniziato. Nuove piste sono state proposte, negli ultime anni, in continuazione: una pista libica, una pista francese, una pista sudanese, una pista Carlos. Nuovi scenari hanno proposto che i due condannati siano parte di un gioco più grosso, capri espiatori preparati ad arte. 
Nessun uomo politico, nessun appartenente ai servizi segreti o alla P2 si è mai “pentito” e nessun governo ha mai accettato di togliere i segreti di Stato che gravano sull’inchiesta. Fioravanti e Mambro, dopo 18 anni di carcere per una innumerevole serie di altri gravi reati, sono stati posti in regime di semilibertà. La destra parlamentare, per ora sottovoce, chiede che cominci una “revisione storica” della bomba alla stazione, in pratica perché si buttino via 600 mila pagine. L’ “Associazione” è forse rimasta l’unica istituzione a difendere il lavoro giudiziario fatto. E nemmeno si sa oggi perché quella bomba –una borsa valigia con cerniera e piedini metallici, riempita di 20-25 chili di esplosivo gelatinato di tipo commerciale, con innesco artigianale di tipo chimico- venne depositata sul tavolinetto portabagagli a 50 centimetri dal suolo della sala d’aspetto di seconda classe. Perché? Era odio politico, odio per le persone, un ricatto, un gioco di potere, un modo per distogliere l’attenzione da qualcosa d’altro? Nessuno dei morti e dei feriti è stato considerato come persona che avrebbe potuto imparare a volare. Sono stati considerati uomini e donne “medi”, da liquidare. 
Gli uomini famosi che hanno gestito i soccorsi non sono diventati famosi. Ma forse (non lo so con certezza) il 2 agosto il pullman numero 37, quello che Agide Melloni deviò provvidenzialmente, restaurato, ha fatto il suo ingresso in piazza Maggiore. Qualcuno l’avrà riconosciuto e qualcun altro avrà detto: ma cosa ci fa quel vecchi autobus? Siamo tornati indietro di vent’anni?


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Documenti
Bologna, 2 agosto 1980
A cura dell'Associazione familiari delle vittime strage di Bologna

Bologna, 2 agosto 1980
A cura dell'Associazione familiari delle vittime strage di Bologna

Bologna, 2 agosto 1980
A cura dell'Associazione familiari delle vittime strage di Bologna

2 agosto 1980
Dalla relazione della Commissione Parlamentare sul Terrorismo.

In Rete
Un archivio storico-giornalistico frutto del lavoro di due cronisti, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi, che "raccoglie documenti di cui è accertata la provenienza e di cui viene sempre citata la fonte" sulla strage di Ustica del 27 giugno 1980 e su quella alla stazione di Bologna del 2 agosto dello stesso anno. In costruzione una nuova sezione dedicata alle bombe del 1993 a Roma, Firenze e Milano.
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su La Repubblica del 02/08/2007




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