CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Friday, May 25, 2007

La strage di Capaci La memoria sbiadita nei luoghi del delitto

Mercoledì, 23 Maggio 2007








La memoria sbiadita nei luoghi del delitto

Pietre, lapidi e villette a schiera la memoria sul luogo del delitto

Operai al lavoro per ripulire e sistemare in vista delle manifestazioni

C´è chi conserva il masso di dieci chili che l´esplosione scaraventò nel giardino di casa





Emanuele Lauria



La striscia d´asfalto che quel dì di maggio si agitò come la coda di un serpente impazzito oggi ospita una lunga fila di automobili. Incolonnate sotto il sole da Carini fino a Capaci, teatro dell´eccidio, dove gli operai della Bono Costruzioni, ditta appaltatrice dell´Anas, passano rapidi colpi di bitume ai bordi dell´autostrada per concludere i lavori e consentire che le autorità celebrino l´omaggio alla memoria. Qualcuno suona il clacson, qualcuno sbuffa dentro i finestrini.

Poi il passaggio veloce davanti alle steli inaugurate tre anni fa dall´ex ministro Lunardi davanti a un gruppo di giovani che gli contestavano l´ormai celeberrimo invito a «convivere con la mafia». Sul luogo della strage Falcone, quindici anni dopo, l´interrogativo sembra un altro. «Il punto non è: convivere con la mafia. Il punto è: come far sopravvivere il ricordo», dice Pietro Puccio, ex sindaco di Capaci dal ‘94 al ‘96 che fa da cicerone laddove si consumò uno dei più tragici eventi della storia repubblicana. Le steli con i nomi delle vittime dell´eccidio hanno preso il posto di quel pezzo di guard-rail colorato di rosso, che per anni è stato il tetro memento dell´attentato. C´è una piazzola di sosta, sul lato monte dell´autostrada, pronta ad accogliere le corone di fiori dei rappresentanti delle istituzioni, e le fondamenta sono state restaurate con una pietra simil-tufo, giallo paglierino. Hanno addirittura messo un´elegante grata di ottone davanti alla canaletta dove i macellai di Cosa Nostra piazzarono i mille chili di tritolo che fecero saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca e i tre uomini della scorta.

Attorno all´albero di carrubo fatto piantare nel 1994 fervono i preparativi per le manifestazioni organizzate da Libera di don Ciotti e dal Siulp, fra le quali il dibattito con il presidente della commissione antimafia Francesco Forgione, il procuratore Francesco Messineo, il prefetto Giosuè Marino e il questore Giuseppe Caruso. Cinquanta operai del Comune di Isola delle Femmine (nel cui territorio è avvenuta la strage, ma pochi lo sanno) e quelli dell´Ato rifiuti hanno lavorato sin dalle prime ore del mattino per ripulire il cosiddetto «giardino della memoria» e una mano l´hanno data anche i dipendenti privati del vicino cementificio. C´è un centinaio di sedie blu, vuote, nuovissime, ci sono 50 piantine ancora nei vasi. Il set è pronto: è il giorno dell´anniversario, su questo terreno a valle dell´autostrada tornano riflettori e telecamere. E poi? E tutto intorno? «Inutile negarlo: nei confronti di queste manifestazioni è venuta meno l´attenzione della gente, anche la spinta propulsiva delle associazioni antimafia non è più la stessa. Siamo qui, sul luogo della strage, ma potremmo tranquillamente essere a Molfetta o a Bardonecchia», ancora Puccio. Accanto a lui, appoggiata su una transenna di legno, Enza Costantino, del gruppo scout Capaci 1, una giovane che ha partecipato a tutti gli anniversari. «Cosa c´è di diverso? L´albero cresce, forse anche la saggezza e la consapevolezza. Ma la sensazione che la commemorazione stia diventando quasi un´abitudine esiste. E bisogna far fatica per vincerla». Per fortuna che ci sono donne come Enza, che ci sono le facce meno note della retorica delle celebrazioni, a dare un senso di continuità all´azione antimafia. La sua associazione ha avuto in concessione per 3 anni un appezzamento di terreno confiscato al boss Nino Troia, che partecipò alla strage di Capaci. «Lo inaugureremo a giorni», annuncia sorridente la ragazza. E guarda avanti, oltre il giorno della memoria.

E meno male che c´è gente come un (rigorosamente anonimo) agente di scorta sardo, che questo lavoro faceva già nel 1992 delle mattanze, e che oggi è qui, sotto il carrubo, senza nascondere la commozione: «Mi sono intenerito, stamattina, nel vedere la rappresentazione teatrale realizzata dai bambini della scuola elementare Crispi con i pupi siciliani, che hanno messo in scena la figura di un poliziotto dolce e comprensivo. Sapere che nelle scuole si diffonde questa cultura è un motivo per andare avanti». E quest´anno Libera e il Siulp hanno deciso di dedicare un appuntamento, nel calendario delle manifestazioni, esclusivamente agli uomini delle scorte. «Spesso, purtroppo, queste figure che hanno pagato a caro prezzo la dedizione al loro lavoro sono finite ai margini delle celebrazioni ufficiali», dice Giuseppe Scaletta, membro del direttivo del sindacato di polizia.

E allora, sì, l´esigenza è quella di tenere alta la memoria. E magari di non fare appassire i simboli, come quelle cinque palme piantate all´inizio dell´abitato di Capaci, in occasione del primo anniversario della strage, che oggi vivacchiano aggredite dalle erbacce. Lo stesso giardino della memoria è un´oasi verde solo un giorno su 365. «Sì, stamattina l´abbiamo trovato in pessime condizioni - afferma Scaletta - Su impulso di Tina Montinaro (la vedova di uno degli agenti ucciso il 23 maggio ‘92) abbiamo presentato un progetto per gestire noi quest´area e renderla fruibile tutto l´anno».

La campagna fra Capaci e Isola non è più la stessa, 15 anni dopo. Le villette si sono moltiplicate, fino a costituire una sorta di villaggio della legalità, con stradine ordinate che portano tutte i nomi dei caduti di mafia. Via Chinnici, via Montinaro, via Di Cillo. In una delle case più vicine all´autostrada abita Francesca Inzerillo: «Erano appena cominciati i lavori, quando ci fu l´attentato. Si fermò tutto per qualche mese - ricorda - perché l´area fu posta sotto sequestro, ma decidemmo comunque di restare qui: dopo aver atteso per 18 anni la concessione edilizia, non ci sembrava proprio il caso di ricominciare la trafila per costruire altrove. Come si vive all´ombra delle steli? Come in altri posti, l´importante è non fermarsi alla contemplazione dei simboli e fare ciascuno la propria parte. Io lavoro come animatrice della cultura della legalità al Comune di Isola, nell´ambito di un progetto europeo. Faccio promozione nelle scuole». E pazienza se i colleghi della Inzerillo in altri centri vicini si occupano della riconversione ad uso sociale dei terreni confiscati alla mafia: lei non può farlo perché - questo è il paradosso - Isola delle Femmine, il comune entro i cui confini è avvenuta la strage Falcone, non è ancora in possesso di un solo bene appartenuto a Cosa Nostra. Capaci, qualche chilometro più in là, ne ha una ventina. L´unica abitazione che già esisteva nel maggio del ‘92 è quella dei coniugi Frassica-Riccobono, oggi in ristrutturazione. Al campanello risponde la madre di lei, una gentile signora tedesca di nome Bruna. Mostra come un trofeo una pietra di dieci chili che l´esplosione fece piombare nel giardino della villa. «La teniamo come ricordo», afferma sorridente, prima di salutare e sparire dietro le tendine della cucina.



http://www.andreavolpe.net/G/Falcone/Il%20giorno%20della%20memoria.htm





http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/09/bilancio-2007-permessi-costruire.html









Sunday, May 20, 2007

ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOTTOSTANTI ALLA RICHIESTA DELLA “ITALCEMENTI S.p.a.” di Isola delle Femmine

ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOTTOSTANTI ALLA RICHIESTA DELLA “ITALCEMENTI S.p.a.” di Isola delle Femmine


Il Comitato Cittadino Isola Pulita  ritiene necessario iniziare la seguente esposizione con una considerazione di rilevanza fondamentale:

anteporre a qualsiasi ragionamento di carattere normativo, tecnico ed economico il principio costituito della tutela della salute dell’individuo che, come è ben noto, non conosce ragioni superiori all’interno dell’ordinamento giuridico.

Con il presente parere, difatti, non si ha la pretesa di scovare soltanto elementi negativi che giustificherebbe un giudizio di diniego assoluto all’ampliamento  della cementerai quanto, piuttosto, di non far dimenticare, a tutti gli organi preposti alla realizzazione, gestione e controllo dell’opera auspicata, che tutte le norme, che disciplinano le attività in gioco, sono subordinate ad una ratio di natura indefettibile, e cioè :  la salvaguardia della salute sia del singolo che dell’ambiente in cui egli svolge la sua esistenza.

Se ne ricava che la violazione delle norme che presiedono e che regolano la possibilità di esercitare questo tipo di produzione industriale, pregiudicherebbe interessi di carattere talmente primari che, qualunque risarcimento futuro, non restituirebbe in alcun modo il mal tolto.

Premesso quanto sopra, ecco i punti che si intende analizzare con lo spirito non dell’esperto in materia quanto del cittadino preoccupato e desideroso che tutto sia conforme al giusto e per conseguenza alle normative giuridiche legali.

  1. Riferimenti normativi posti a tutela della salute
  2. Aspetti relativi all’impatto ambientale e necessità di un progetto definitivo per una completa valutazione
  3. Connessione con le specifiche normative di urbanizzazione del Comune di Isola delle Femmine
  4. Considerazioni conclusive  

PUNTO 1

Chiaramente l’analisi riguarda le disposizioni strettamente riferibili alle attività produttive nel cui ambito rientra la Italcementi S.pa.
In tale direzione occorre partire dal T.U.LL.SS. (Testo unico delle leggi sanitarie) risalente al 1934, tutt’oggi in vigore ed al Regolamento generale sanitario del 1901, dal cui combinato disposto dagli articoli 216 e 101_105, richiamati e confermati dal D.M. della Sanità del 5 settembre 1994, è dato ricavare l’elenco ancora oggi vigente delle “industrie insalubri”.

Recita l’art 216 del T.U.LL.SS.:
“le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in latro modo pericolose alla salute degli abitanti sono indicate in un elenco diviso in due classi;
la prima comprende quelle che debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontano dalle abitazioni;
la seconda quelle che esigono speciali cautele per la incolumità del vicinato…”

In omaggio alle disposizioni normative sopra citate si evidenzia che rientrano nella prima classe (parte 1°, lettera B n 33) le industrie che producono cementi.

Si faccia bene attenzione: l’elenco di cui si discute, che classifica le industrie insalubri, è tassativo e non è suscettibile di ampliamenti o riduzioni ad opera di alcun soggetto giuridico, ad eccezione, ovviamente, del medesimo organo ministeriale che lo ha stilato, in tal senso si è espressa tutta la giurisprudenza, sia di legittimità (per tutte: 6216/1994) sia amministrativa ( per tutte: TAR 1981/2999, 1987/1476).

E’ stato addirittura affermato IL PRINCIPIO PER CUI TALI ELENCHI, NON SOLTANTO NON POSSONO ESSERE DISATTESI DAI COMUNI MA, anche, che le PRESCRIZIONI contenute in seno ad essi devono trovare applicazione nei confronti delle industrie già esistenti all’atto dell’emanazione del Decreto Ministeriale.

Dall’anzidetto ne discende come logico ed obbligato corollario:

“che la Italcementi, siccome industria che produce cemento, e quindi vapori, gas ed altre esalazioni, deve essere considerata in virtù della normativa sopra richiamata, di tipo insalubre, con la giuridica conseguenza che in nessun caso potrebbe e dovrebbe allocarsi nelle vicinanze di centri abitati, data la notevole potenzialità della medesima a causare eventi dannosi irreparabili per la salute degli abitanti;
disattendendo il suddetto ci si trova, e ciò lo si può affermare con molta schiettezza, contro legge:
specificamente contro l’art 216 del T.U.LL.SS., gli art 101 e seguenti del Regolamento sanitario e i Decreti Ministeriali che nel tempo sono entrati in vigore, i quali ad oggi hanno sostanzialmente ricalcato le definizioni di cui sopra esposto”

Un’ultima annotazione che chiude l’analisi del 1° punto attiene all’impossibilità, nel caso tale obiezione volesse essere avanzata, di potere ridimensionare le caratteristiche di tali industrie definite “di tipo insalubre” con dei semplici o complessi che siano adeguatamente finalizzati ad eliminare i pericoli di tali attività produttive.

In altri termini qualunque cautela venga realizzata potrà solo apparentemente ridurre i rischi, in quanto basterebbe soltanto un danno, un malfunzionamento temporale della produzione, ed ecco che riaffiorerebbe il pregiudizio per gli abitanti.

Alla luce delle considerazioni che precedono ci si chiede come mai una industria di tal specie si trova a stretto contatto con scuole, alberghi, abitazioni civili, locali pubblici, impianti sportivi e dulcis in fundo, guardia medica! ?

Senza dimenticare che l’ente comunale di Isola ha continuato nel tempo (quasi sino ad esaurimento di terreno disponibile), come se nulla fosse, a rilasciare concessioni edilizie e piani di lottizzazione per strutture da edificare a meno di 50 metri dalla citata industria.

Perché, infine, se un singolo individuo decide di costruire deve sottostare a tutta una serie di vincoli, dato che tutta la zona ove si trova la Cementeria è vincolata dal 1964 dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali e Paesaggistici della regione Siciliana, mentre la predetta industria potrebbe, in disprezzo dei suddetti vincoli, addirittura realizzare la ipotetica torre “eiffel isolana

PUNTO 2

Pur considerando la superiore motivazione di carattere primario non ci si può sottrarre dall’analizzare gli effetti che un’eventuale ampliamento di siffatta misura avrebbe nei confronti dell’ambiente circostante.

E’ noto che la valutazione dell’impatto ambientale di un’opera altro non ha che il preciso fine di verificare il complessivo impatto di un progetto sul sistema ambientale;
chiaramente non si pretende, anche se esso costituisce il nostro auspicio, di avere in riferimento al progetto (che peraltro non esiste in nessun atto) un impatto ambientale “zero” ma, quanto meno, delle percentuali minime che in comparazione con le esigenze soddisfino, senza deturparlo, l’ambiente.

Per questa ragione la normativa prevede che lo studio di impatto, prospettato a cura del proponente e, quindi, della Italcementi (nel nostro caso specifico) prenda in esame TUTTI gli elementi utili al suo inquadramento all’interno del territorio che la circonda ( sia in termini di previsioni programmatiche che in termini di relazioni con le diverse componenti ambientali).

Per ottenere ciò occorre che lo studio sull’impatto ambientale sia, ai sensi dell’art 2 del DPCM 27/12/1988, corredato dai seguenti quadri di riferimento:
1)       quadro di riferimento programmatico che, ex art 3 del suddetto D.P.C.M., deve obbligatoriamente comprendere:
a)      la descrizione del progetto in relazione agli stati di attuazione degli strumenti pianificatori, di settore e territoriali, nell’ambito quali viene inquadrato il progetto stesso;
b)      la descrizione dei rapporti di coerenza del progetto con glim obiettivi perseguiti dagli strumenti pianificatori, evidenziando, con riguardo all’area interessata:
  • le eventuali modificazioni intervenute in corrispondenza alle ipotesi di sviluppo assunte a base delle pianificazioni;
  • l’indicazione degli interventi connessi, complementari o a servizio rispetto a quello proposto, con le eventuali previsioni di realizzazione;
c)       l’indicazione dei tempi di attuazione dell’intervento e delle eventuali infrastrutture a servizio e      complementari;
d)      la descrizione dell’attualità del progetto e la motivazione dell’eventuali modifiche apportate dopo la sua originaria concezione;
e)      le eventuali disarmonie di previsioni contenute in distinti strumenti programmatori quadro di riferimento progettuale che, ex art 4, della citata disposizione, dovrebbe constare di due distinte  parti trattanti i seguenti aspetti:

nella prima parte:

·         si precisano le caratteristiche dell’opera progettata, con particolare riferimento a:
-          la natura dei beni e/o servizi offerti;
-          il grado di copertura della domanda ed i suoi livelli di soddisfacimento  in funzione delle diverse ipotesi progettuali esaminate, ciò anche con riferimento all’ipotesi di assenza  dell’intervento;
-          la prevedibile evoluzione qualitativa e quantitativa del rapporto domanda-offerta riferita alla presumibile vita tecnica ed economica dell’intervento;
-          l’articolazione delle attività necessarie alla realizzazione dell’opera in fase di cantiere e di quelle che ne caratterizzano l’esercizio;
-          i criteri che hanno guidato le scelte del progettista in relazione alle previsioni delle trasformazioni territoriali di breve e di lungo periodo conseguenti alla localizzazione dell’intervento, delle infrastrutture di servizio e dell’eventuale indotto;

nella prima seconda parte si descrivono:

-          le caratteristiche tecniche e fisiche del progetto e le aree occupate durante le fasi di costruzione e di esercizio;
-          l’insieme dei condizionamenti e vincoli di cui si è dovuto tenere conto nella redazione del progetto e in particolare:
-          le norme tecniche che regolano la realizzazione dell’opera;
-          le norme e le prescrizioni di strumenti urbanistici, i piani paesistici e territoriali e piani di settore;
-          i vincoli paesaggistici, naturalistici, architettonici, archeologici, storico-culturali, demaniali ed idrogeologici, servitù ed  altre limitazioni alla proprietà;
-          i condizionamenti indotti dalla natura e vocazione dei luoghi e da particolari esigenze di tutela ambientale,
-          le motivazioni tecniche della scelta progettuale e delle principali alternative prese in esame, opportunamente descritte, con particolare riferimento a:
a)      le scelte di processo per gli impianti industriali, per la produzione di energia elettrica e per lo smaltimento di rifiuti;
b)      le condizioni di utilizzazione delle risorse naturali e di materie prime direttamente ed indirettamente utilizzate o interessate nelle diverse fasi di realizzazione del progetto e di esercizio dell’opera;
c)       le quantità e le caratteristiche degli scarichi idrici, dei rifiuti, delle emissioni in atmosfera, con riferimento alle diverse fasi di attuazione del progetto e di esercizio dell’opera;
d)      le necessità progettuali di livello esecutivo e le esigenze gestionali imposte o da ritenersi necessarie a seguito dell’analisi ambientale;
e)      le eventuali misure non strettamente riferibili al progetto o provvedi menti di carattere gestionale che si ritiene opportuno adottare per contenere gli impatti sia nel corso della fase di costruzione che di esercizio;
f)        gli interventi di ottimizzazione dell’inserimento nel territorio e nell’ambiente;
g)      gli interventi tesi a riequilibrare eventuali scompensi indotti sull’ambiente, quadro di riferimento ambientale da suddividere in due sezioni distinte:
             2)  quadro ambientale: finalizzato alla descrizione delle componenti ambientali del sito interessato      dagli impianti (corrispondente a quanto indicato nel comma 2 dell’art 5 del DPCM);
a)   stima degli impatti: finalizzato alla individuazione e caratterizzazione degli impatti generati dagli impianti (corrispondente a quanto indicato nel comma 3 dell’art 5 del DPCM);

il quadro di riferimento ambientale deve quindi:
b)       definire l’ambito territoriale – inteso come sito ed area vasta – e i sistemi ambientali interessati dal progetto, sia direttamente che indirettamente, entro cui è da presumere che possono manifestarsi  effetti significativi sulla qualità degli stessi;
c)       individuare le aree, le componenti ed  i fattori ambientali e le relazioni tra essi esistenti, che manifestano un carattere di eventuali criticità, al fin di evidenziare gli approfondimenti di indagine necessari al caso specifico;
d)       documentare gli usi plurimi previsti dalle risorse, la pluralità negli usi delle medesime e gli ulteriori usi potenziali coinvolti dalla realizzazione del progetto;
e)       documentare i livelli di qualità preesistenti all’intervento per ciascuna componente ambientale interessata e gli eventuali fenomeni di degrado delle risorse in atto.

L’analisi di cui sopra deve essere effettuata con riferimento alle componenti ed ai fattori ambientali di cui agli allegati I e II del DPCM.

Secondo quanto previsto dal DPCM 27 dicembre 1988 (art 5 comma 3), per la stima degli impatti, in relazione alle peculiarità dell’ambiente interessato così come definite a seguito delle analisi di cui al comma 2 dell’art 5 del DPCM, si deve:
-          stimare qualitativamente e quantitativamente gli impatti indotti dall’opera sul sistema ambientale, nonché le interazioni degli impatti con le diverse componenti ed i fattori ambientali, anche in relazione ai rapporti esistenti tra essi;
-          descrivere le modificazioni delle condizioni d’uso e della fruizione potenziale del territorio, in rapporto alla situazione preesistente;
-          descrivere la prevedibile evoluzione, a seguito dell’intervento, delle componenti e dei fattori ambientali, delle relative interazioni e del sistema ambientale complessivo;
-          descrivere e stimare la modifica, sia nel breve che nel lungo periodo, dei livelli di qualità preesistenti, in relazione agli approfondimenti di cui al presente articolo;
-          definire gli strumenti di gestione e di controllo e, ove necessario, le reti di monitoraggio ambientale, documentando la localizzazione dei punti di misura e i parametri ritenuti opportuni;
-          illustrare i sistemi di intervento nell’ipotesi di manifestarsi di emergenze particolari.       
         La successiva valutazione condotta dalle Autorità competenti (in questo caso la Regione              Sicilia), è espressa tenendo conto della:
a)      necessità dell’impianto;
b)      motivazione delle scelte localizzative;
c)       motivazioni, criteri, condizionamenti e vincoli che hanno guidato la scelta progettuale.    

Lo studio d’impatto ambientale, per come ampliamente evidenziato, è un fondamentale supporto finalizzato alla scelta, tra tutte le possibili alternative, dell’ipotesi migliore ma, per poter esprimere un parere sugli interventi proposti, è assolutamente indispensabile disporre di un progetto definitivo e conoscere i criteri che hanno condotto il proponente a scegliere l’alternativa progettuale sottoposta a procedura di V.I.A.

Nel nostro caso specifico non  risulta che  la Italcementi abbia formalizzato, depositandolo nelle opportune sedi, un progetto definitivo dell’opera di ampliamento.

E poiché disporre dell’adeguata documentazione progettuale è requisito indefettibile per poter valutare in concreto tutti gli aspetti che non possono non essere oggetto di considerazioni nell’iter dell’istruttoria del procedimento volto a raggiungere un provvedimento definitivo ( di accoglimento o di diniego), se ne può concludere che, sin quando non saremo in possesso di tale documentazione, né noi del comitato né alcun organo con mansioni di decisione potrà esprimere una reale valutazione sull’argomento in questione.

Tutto ciò perché uno studio sull’impatto ambientale di qualsiasi opera, ancor più se trattasi di una industria di siffatte abnormi caratteristiche, deve fondarsi sull’analisi dettagliata di progetti definitivi (e non mere proposte), che permettano di considerare le fasi di costruzione, l’esercizio e la dismissione dell’impianto, deve altresì contenere informazioni esaustive sul tipo e sulla provenienza delle materie prime e dei combustibili impiegati nel processo, sulle emissioni, scarichi e rifiuti nelle diverse fasi di realizzazione e di esercizio dell’opera ed infine sulle eventuali misure di mitigazione.

Come è agevole desumere dal complesso delle considerazioni di fatto e di diritto che precedono si potrà concludere questo secondo punto in esame affermando che fin quando la Italcementi non dimostrerà, attraverso la presentazione di un concreto progetto, che contenga e spieghi tutti i requisiti testè descritti, né noi come comitato Isola Pulita né tanto meno  gli organi amministrativi competenti saranno in grado di valutare la effettiva incidenza di tale ampliamento rispetto all’ambiente circostante.


Punto 3 :

Occorre permettere, come criterio generale, che il livello di accettabilità di un progetto dipende sempre dalla sua rispondenza agli obiettivi di tutela e di riequilibrio perseguiti dagli strumenti di governo del territorio;
parziale difformità rispetto a tali previsioni, per essere accettabili, devono essere motivate da esigenze tecniche ed imprescindibili ed adeguatamente compensate da interventi moderativi studiati ad hoc;
tali interventi devono essere realizzati contestualmente all’avvio dell’attività di cantiere.

Ci si chiede se l’ipotesi di ampliamento dell’impianto prevista nell’area immediatamente accanto a dove si trova quello attuale sia oppure non in conformità od in contrasto con le norme del P.R.G. doi Isola delle Femmine e con gli indirizzi della pianificazione del territorio.

A cura del Comitato Cittadino Isola Pulita di Isola delle Femmine


 http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/09/video-intervista-ai-carabinieri-del-noe.html

Wednesday, May 09, 2007

La favola lugubre di Pallavicini-Pálinkás

Torino Corso Traiano 3 luglio 1969 sciopero alla FIAT di MIRAFIORI 


La favola lugubre di Pallavicini-Pálinkás




PISA. Adriano Sofri lo ha definito una delle migliori penne d'Europa. Certamente Clemente Manenti è più noto altrove che in Italia. Ha 65 anni, un fisico minuto e ossuto e lineamenti nobili che fanno il paio con la sua schiva riservatezza. Lo tradisce solo lo sguardo. Due occhi chiari, sornioni e sorridenti che sembrano presi in prestito da un bambino buono e allegro. Il suo passato militante è lontano e non solo nel tempo. Erano i primi anni settanta quando si diceva che era il "ministro degli esteri di Lotta Continua". 


Di quell'esperienza gli è rimasta una vocazione nomade e una passione per i temi internazionali - con molte analogie con Alex Langer che ha ben conosciuto e tradotto - che a tutt'oggi perdura e che lo fa vivere, girovago europeo, prevalentemente tra la Germania e l'Italia ma senza stancarsi di guardare e frequentare il resto.



Ne scrive con ogni scusa, in italiano e in tedesco, e se lo si legge - in Italia è possibile soprattutto su "Diario" - si scopre che l'acutezza del suo pensiero, mutuata con la calma olimpica che è oggi la principale caratteristica del suo carattere, produce analisi di straordinaria profondità e lucidità.



Giovedì scorso ha presentato a Pisa la sua ultima fatica, "Ungheria 1956. Il cardinale e il suo custode" pubblicato da Sellerio, nella sobria saletta dell'Ets, con un'introduzione di un giovane storico, il puntualissimo Giuseppe Marcocci, e una prolusione appassionata di Piero Sinatti (mercoledì 31, alle ore 18, il libro sarà presentato a Livorno, alla libreria Gaia Scienza, con gli stessi relatori).

Il tema, come si sa, anche in Italia, tormentò - probabilmente prima e più di ogni altro - il rigoroso conformismo di un partito filosovietico procurando i primi forti sussulti con strappi laceranti e insanabili.



Il libro non racconta la storia, epica, di un popolo che credette possibile scegliere un proprio governo liberamente e fu schiacciato: spulcia. Spulcia soprattutto tra gli attori minori. Un lavoro da storiografo che accede a documenti e testimonianze inedite ma che lascia la Storia in sottofondo, come contesto, e si impernia su una piccola storia praticamente ignota. Quella del custode del titolo. Un buon soldato Sc'vèik senza ridere. Una storia vera che potrebbe essere uscita dalla tenera fantasia di Gogol o dall'ambiguo amore per il doppio di Pirandello.

Come in una fiaba lugubre si racconta che carceriere del primate ungherese, da otto anni prigioniero dei comunisti, è un marchese di origini italiane che aveva rinnegato il suo stato di nobile e le sue radici per poter aderire al regime come ufficiale dell'esercito. Addirittura, per risultare più credibile anche a se stesso, cambia il suo nome (Andrea Pallavicini) in un più consono Antál Pálinkás.

Il destino, però, farà sì che sia proprio lui ad eseguire l'ordine di scarcerazione del cardinale Josef Mindszenty. Il segno più forte - ma brevissimo - della rivolta in atto: la sua libertà duro quattro giorni. Il custode, già rinnegato in proprio, sarà smascherato e accusato, dal risorto regime, di essere un traditore rinnegato. Sbandierare le sue origini straniere e la sua condizione aristocratica risulterà funzionale alla pantomima comunista che lo additerà come esempio di ‘nemico del popolo'. Pallavicini/Pálinkás pagherà con la vita quel che la sorte gli aveva destinato.

Clemente Manenti ci racconta così, attraverso bagliori di umanità e di crudeltà, la banalità del male. (da. gua.)


CLEMENTE MANENTI, "Ungheria 1956. Il cardinale e il suo custode" Sellerio, pp. 268, euro 10 

http://ricerca.gelocal.it/iltirreno/archivio/iltirreno/2007/01/28/LT3PO_LT304.html


Volantino a commento degli scontri di Corso Traiano (To) del 3 luglio 69 scritto dall'Assemblea operai-studenti di Torino il 4 luglio

Era sciopero ieri a Torino. Uno sciopero simbolico nelle intenzioni dei sindacati: un comizio qua, una raccolta di firme là, e basta. Ma per gli operai era una giornata di lotta vera, un'occasione per portare la lotta anche fuori dalla fabbrica, per unire l'esperienza dei cinquanta giorni di lotta a Mirafiori a quella degli altri operai, della popolazione dei quartieri, degli studenti.
E' di questa lotta, della sua capacità di continuare e di rafforzarsi, che Agnelli e il suo governo hanno paura.

Alle tre di pomeriggio migliaia di operai e studenti si uniscono davanti A Mirafiori per partire in corteo. Poliziotti e carabinieri - schierati a migliaia fin dalle cinque di mattina - vengono scatenati contro di loro, senza preavviso e senza motivo. Manganelli, calci di fucile, bombe lacrimogene, arresti: non manca niente. Gli operai reagiscono. Il corteo si forma di nuovo e parte. In Corso Traiano nuove cariche della polizia, ancora più violente. Si pesta alla cieca, dagli scioperanti agli abitanti del posto, ai ragazzini. Ma la violenza bestiale dei padroni non fa paura: la risposta è la violenza sacrosanta degli sfruttati. Ai fucili, ai manganelli, ai lacrimogeni e ai caroselli si risponde con le barricate, con il fuoco e con le pietre. Sono gli operai, i giovani e i ragazzi del quartiere, le donne e gli studenti. Sanno che è ora di mandare al diavolo i padroni e chi li difende, e sanno di averne la forza. Poliziotti e carabinieri, questi eroi capaci di picchiare a sangue un ragazzino solo - com'è successo ieri - scappano. Lividi dalla paura.

Arrestano vigliaccamente gente isolata, come al solito. Ne porteranno in questura più di 150, nella stragrande maggioranza giovani operai.

In Corso Traiano e nelle strade vicine la lotta dura per sei ore. E intanto scoppia in altri punti della città con la stessa forza: in Piazza Bengasi, a Nichelino, in Corso Moncalieri.

E' la prova dell'unità e della solidarietà operaia: ed è la prova della maturità che la lotta ha raggiunto a Torino, rovesciandosi dalla fabbrica su tutta la città.

Uno a uno gli strumenti con cui i padroni ci controllano vanno a farsi fottere. In fabbrica è finito il tempo di ricatti di guardioni e capi, e degli imbrogli dei sindacati. Fuori è finito il tempo della paura della polizia, o delle menzogne dei giornali e della radio (oggi abbiamo visto tutte le menzogne dei giornali, dalla "Stampa" a "L'Unità"). La nostra lotta si rafforza, si organizza, si estende, a Torino come in tutta Italia. E' questo che mette in crisi il governo dei padroni, e li costringe a fare i duri. Ma dietro quel ghigno duro c'è una smorfia di paura, come sulle facce dei poliziotti di ieri. Noi ieri abbiamo imparato una cosa importante: che la forza è dalla nostra parte e che possiamo vincere. Non da un giorno all'altro certo, ma con una lotta lunga e continua. La giornata di ieri ha segnato in questa lotta una tappa fondamentale. Ora andiamo avanti:

1- Intensificando la lotta all'interno della fabbrica, iniziandola dove ancora non si è aperta. Contro le truppe dei sindacati e padroni, per le nostre richieste:

* rilascio degli arrestati, ritiro dei licenziamenti;
* aumenti salariali forti e uguali per tutti e abolizione delle categorie;
* siamo e vogliamo essere uguali;
* lotta contro i ritmi bestiali e gli straordinari.

2- Collegandoci con i compagni delle altre fabbriche e con la popolazione dei quartieri proletari, quella stessa che già ieri ha saputo unirsi per rispondere all'aggressione poliziesca.

LA LOTTA CONTINUA

In fabbrica ci siamo noi e non i poliziotti, e magari li mandassero dentro a provare cosa vuol dire lavorare alle linee. Ci siamo noi, con le nostre armi, dallo sciopero, all'assemblea, al corteo.

RENDIAMO PIU' DURA E GENERALE, SUBITO, LA LOTTA IN FABBRICA IN TUTTE LE FORME POSSIBILI.

RIUNIAMOCI TUTTI, PIU' NUMEROSI CHE MAI, NELLA GRANDE ASSEMBLEA OPERAI E STUDENTI DEL SABATO POMERIGGIO, ALLE 16.00 A PALAZZO NUOVO DELL'UNIVERSITA' (VIA SANT'OTTAVIO 8, ULTIMA TRAVERSA A SINISTRA DI VIA PO, PRIMA DI PIAZZA VITTORIO). L'ASSEMBLEA SETTIMANALE E' LO STRUMENTO PIU' IMPORTANTE DELLA NUOVA ORGANIZZAZIONE PROLETARIA CRESCIUTA NELLE GRANDI LOTTE DI QUESTI MESI, GLI OPERAI DELLE DIVERSE FABBRICHE, GLI STUDENTI, GLI ABITANTI DEI QUARTIERI POPOLARI, SOPRATTUTTO I GIOVANI, DEVONO PARTECIPARE TUTTI.
cicl. in proprio 4 luglio 1969, operai e studenti
http://www.nelvento.net


http://www.chicago86.org/archivio-storico/lotte-operaie-anni-60-70/rivolta-di-corso-traiano/76-la-lotta-continua.html

1968,CORSO TRAIANO, DEAGLIO ENRICO, DIARIO, FIAT, LERNER, LOTTA CONTINUA, MANENTI CLEMENTE,  Padova, PALAZZO NUOVO,,PISA, POTERE OPERAIO EMILIO VESCE, SELLERIO, SOFRI ADRIANO, TONI NEGRI,TORINO, UNGHERIA, VALDARNO,


















http://isolapulita.blogspot.com/2015/08/blog-post_6.html


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