CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Wednesday, February 28, 2007




Da: “il Manifesto” del 18 febbraio 2007

Incompatibile con i Veleni di Totò
Massimo Giannettì Palermo

Gioacchino Genchi, ex leader del movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita, tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68, con quel «tipo strano» che frequentava le assemblee del collettivo della facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel «tipo strano» che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è infetti diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi, dirige da diversi armi l'importante «Servizio 3», quello che si occupa della tutela dall'inquinamento atmosferico.

L'ex infiltrato - peraltro reo confesso - nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha deciso che per «ordini superiori» Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel Servizio. Senza curarsi minimanente della legge (la numero 241 del '90 sui procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale, ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede. «Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi - è la stata sua intimazione scritta - le si chiede di consegnare immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso». Dalle parole è poi passato ai fatti.

Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo posto di lavoro, Tolomeo • che come avrete già capito è uno che gli «ordini superiori» li esegue davvero alla lettera - ha infatti cominciato lui stesso a sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer.

Ma non è finita, perché Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche abbastanza manesco, la l' 11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.

Perché e per conto di chi?

Adesso tutta questa storia è nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi - contro la cui rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati di base e politico regionali - si è subito rivolto per difendere i propri diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello che abbiamo raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito quell'«ordine superiore» come a lui stesso confidato a Genchi?

Date le caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili, ma Tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia della polizia, a parte i metodi, al 99,9 % non ha alcun legame con l'epurazione dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio - è bene sottolinearlo - che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche che operano nell'isola che per lo stesso potere politico siciliano. Le origini della rimozione di Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il «Servizio 3» da fui diretto stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti.

Tra questi la clamorosa chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e più inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune industrie del mattone catanesi che impastavano ceramica con i fanghi tossici dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine (Italcementi) per l'uso de Pet Coke come combustibile per alimentare gli impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di Palermo.
Insomma, di interventi scomodi il direttore del «Servizio 3» ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo, come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Milazzo, Augusta e Priolo. Ma gli indizi maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori
dì rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzate a tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle pressioni del governatore.

A Genchi il piano rifiuti di Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato.

E infatti non lo ha mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant' è che nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero.

Il no del «Servizio 3» alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera - preliminari per l'avvio dei cantieri - tende semplicemente ad applicare le normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini I quattro inceneritori - previsti a Palermo, Paternò, Augusta e Casteltermini - oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti prodotti in Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico;

con l'entrata a regime dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive «tollerata ma non auspicate» per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di abitanti.

Inoltre, conto gli inceneritoli c'è l' opposizione dei sindaci dei luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute dei cittadini, per legge, vanno ascoltati. «Per queste ragioni - dice Genchi - abbiamo ritenuto che i quattro inceneritori sono' incompatibili con il territorio e con le popolazioni)).
Verdetto già scritto

E' il verdetto che il responsabile del «Servizio 3» ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi non ha fatto in tempo ad emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è stato per la seconda volta fatto 18 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla direzione del Servizio.

Ma nel settembre 2005 il governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato Genchi dal Servizio 3, il problema per gli «intoccabili 4» sarebbe stato definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco, evidentemente.

Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è rutt'altro che chiusa. Sono cosi tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa come andrà esattamente a finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandì di gara (gran parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate del gruppo Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto Ronchi del '92; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, «gravi illeciti» sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli Fu infatti l'ex ministro di An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo;

Era il mese di giugno del 2006, quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno di permanenza del Governo Berlusconi a Palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori.

Ma i nulla osta, come peraltro fecero notare tecnici dello stesso ministero a Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti ì termini di legge, Erano cioè passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte ne avevano fatto richiesta

La normativa prevede che tali risposte devono essere invece date «entro 90 giorni».
Le autorizzazioni sulle emissioni di gas serra sono dunque ^(illegittime» e in quanto tali andrebbero annullate.

Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pieluigi Bersani (sviluppo economico). È arrivata invece la «sospensione per 60 giorni; dei cantieri intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro.

Ed è proprio
tà concreta che la decisione ultima sulle autorizzazioni per le emissioni tomi di nuovo a Palermo, e precisamente al Servizio antinquinamento di via La Malfa, ossia nello stesso luogo da cui era stata madestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima rimozione di Genchi Totò Cuffaro toma così a tremare.

È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a suo dire, di non aver fatto un «buon lavoro sospendendo l'anno prima Genchi per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la direzione del Servizio 3, dove da questo momento in poi - siamo alla fine del 2006 - si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per .scatenare la seconda guerra preventiva temuto responsabile del «Servizio 3». È una guerra lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva l'8 gennaio, quando Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente rimosso dall'incarico.

Al suo posto ora c' è un geologo, Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna preparazione sui nuovi compiti che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto secondario. La cosa più importante è che sia "persona assolutamente affidabile" per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro


MANIFESTO 18 FEBBRAIO 2007

Tuesday, February 27, 2007













D.Lgs. 3-4-2006 n. 152
Norme in materia ambientale.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 14 aprile 2006, n. 88, S.O.
212. Albo nazionale gestori ambientali.

1. È costituito, presso il Ministero dell'ambiente e tutela del territorio, l'Albo nazionale gestori ambientali, di seguito denominato Albo, articolato in un Comitato nazionale, con sede presso il medesimo Ministero, ed in Sezioni regionali e provinciali, istituite presso le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura dei capoluoghi di regione e delle province autonome di Trento
e di Bolzano. I componenti del Comitato nazionale e delle Sezioni regionali e provinciali durano in carica cinque anni.
2. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio sono istituite sezioni speciali del Comitato nazionale per ogni singola attività soggetta ad iscrizione all'Albo, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, e ne vengono fissati composizione e competenze. Il Comitato nazionale dell'Albo ha potere deliberante ed è composto da diciannove membri di
comprovata e documentata esperienza tecnico-economica o giuridica nelle materie ambientali nominati con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e designati rispettivamente:
a) due dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, di cui uno con funzioni di Presidente;
b) uno dal Ministro delle attività produttive, con funzioni di vice-Presidente;
c) uno dal Ministro della salute;
d) uno dal Ministro dell'economia e delle finanze
e) uno dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti;
f) uno dal Ministro dell'interno;
g) tre dalle regioni;
h) uno dall'Unione italiana delle Camere di commercio industria, artigianato e agricoltura;
i) sei dalle organizzazioni maggiormente rappresentative delle categorie economiche
interessate, di cui due dalle organizzazioni rappresentative della categoria degli autotrasportatori e due dalle associazioni che rappresentano i gestori dei rifiuti;
l) due dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
3. Le Sezioni regionali e provinciali dell'Albo sono istituite con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e sono composte;
a) dal Presidente della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura o da un membro del Consiglio camerale all'uopo designato dallo stesso, con funzioni di Presidente;
b) da un funzionario o dirigente di comprovata esperienza nella materia ambientale designato dalla regione o dalla provincia autonoma, con funzioni di vice-Presidente;
c) da un funzionario o dirigente di comprovata esperienza nella materia ambientale, designato dall'Unione regionale delle province o dalla provincia autonoma;
d) da un esperto di comprovata esperienza nella materia ambientale, designato dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio;
e) da due esperti designati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative delle categorie economiche;
f) da due esperti designati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
4. Le funzioni del Comitato nazionale e delle Sezioni regionali dell'Albo sono svolte, sino alla scadenza del loro mandato, rispettivamente dal Comitato nazionale e dalle Sezioni regionali dell'Albo nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti già previsti all'articolo 30 del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, integrati, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, dai nuovi componenti individuati ai sensi, rispettivamente, del comma 2, lettera
1), e del comma 3, lettere e) ed f), nel rispetto di quanto previsto dal comma 16.
5. L'iscrizione all'Albo è requisito per lo svolgimento delle attività di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, di raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi, di bonifica dei siti, di
bonifica dei beni contenenti amianto, di commercio ed intermediazione dei rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi, nonché di gestione di impianti di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi e di gestione di impianti mobili di smaltimento e di recupero di rifiuti, nei limiti di cui all'articolo 208, comma 15. Sono esonerati dall'obbligo di cui al presente comma le organizzazioni di cui agli articoli 221, comma 3, lettere a) e c), 223, 224, 228, 233, 234, 235 e 236, a condizione che dispongano di evidenze documentali o contabili che svolgano funzioni analoghe, fermi restando gli adempimenti documentali e contabili previsti a carico dei predetti soggetti dalle vigenti normative.
6. L'iscrizione deve essere rinnovata ogni cinque anni e costituisce titolo per l'esercizio delle attività di raccolta, di trasporto, di commercio e di intermediazione dei rifiuti; per le altre attività l'iscrizione abilita alla gestione degli impianti il cui esercizio sia stato autorizzato o allo svolgimento delle attività soggette ad iscrizione.
7. Le imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti, le imprese che effettuano attività di intermediazione e di commercio dei rifiuti, senza detenzione dei medesimi, e le imprese che effettuano l'attività di gestione di impianti mobili di smaltimento e recupero dei rifiuti devono prestare idonee garanzie finanziarie a favore dello Stato. Tali garanzie sono ridotte
del cinquanta per cento per le imprese registrate ai sensi del regolamento (CE) n. 761/2001, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2001 (Emas), e del quarantapercento nel caso di imprese in possesso della certificazione ambientale ai sensi della norma Uni En Iso 14001.
8. Le imprese che esercitano la raccolta e il trasporto dei propri rifiuti non pericolosi come attività ordinaria e regolare nonché le imprese che trasportano i propri rifiuti pericolosi in quantità che non eccedano trenta chilogrammi al giorno o trenta litri al giorno non sono sottoposte alla prestazione delle garanzie finanziarie di cui al comma 7 e sono iscritte all'Albo nazionale gestori ambientali a seguito di semplice richiesta scritta alla sezione dell'Albo regionale territorialmente competente senza che la richiesta stessa sia soggetta a valutazione
relativa alla capacità finanziaria e alla idoneità tecnica e senza che vi sia l'obbligo di nomina del responsabile tecnico. Tali imprese sono tenute alla corresponsione di un diritto annuale di iscrizione pari a 50 euro rideterminabile ai sensi dell'articolo 21 del decreto del Ministro dell'ambiente 28 aprile 1998, n. 406.
9. Le imprese che effettuano attività di gestione di impianti fissi di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi, le imprese che effettuano le attività di bonifica dei siti e di bonifica dei beni contenenti amianto devono prestare idonee garanzie finanziarie a favore della regione territorialmente competente, nel rispetto dei criteri generali di cui all'articolo 195, comma 2,
lettera h). Tali garanzie sono ridotte del cinquanta per cento per le imprese registrate ai sensi del regolamento (CE) n. 761/2001, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2001 (Emas), e del quaranta per cento nel caso di imprese in possesso della certificazione ambientale ai sensi della norma Uni En Iso 14001. Le garanzie di cui al presente comma devono essere in ogni caso prestate in base alla seguente distinzione:
a) le imprese che effettuano l'attività di gestione di impianti fissi di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi devono prestare le garanzie finanziarie a favore della regione per ogni impianto che viene gestito;
b) le imprese che effettuano l'attività di bonifica dei siti e dei beni contenenti amianto devono prestare le garanzie finanziarie a favore della regione per ogni intervento di bonifica.
10. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, di concerto con i Ministri delle attività produttive, delle infrastrutture e dei trasporti e dell'economia e delle finanze, sentito il parere del Comitato nazionale, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto, sono definite le attribuzioni e le modalità organizzative dell'Albo, i requisiti, i termini e le modalità di iscrizione, i diritti annuali d'iscrizione, nonché le modalità e gli importi delle garanzie finanziarie che devono essere prestate a favore dello Stato. Fino all'emanazione del predetto decreto, continuano ad applicarsi, per quanto compatibili, le disposizioni del decreto del Ministro dell'ambiente 28 aprile 1998, n. 406. Il decreto di cui al presente comma si informa ai seguenti principi:
a) individuazione di requisiti per l'iscrizione, validi per tutte le sezioni, al fine di uniformare le
procedure;
b) coordinamento con la vigente normativa sull'autotrasporto, in coerenza con la finalità di cui
alla lettera a);
c) trattamento uniforme dei componenti delle Sezioni regionali, per garantire l'efficienza
operativa;
d) effettiva copertura delle spese attraverso i diritti di segreteria e i diritti annuali di
iscrizione.
11. Con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, sentita la Conferenza Stato
regioni, sono fissati i criteri generali per la definizione delle garanzie finanziarie da prestare a
favore delle regioni.
12. È istituita, presso l'Albo, una Sezione speciale, alla quale sono iscritte le imprese di paesi
europei ed extraeuropei che effettuano operazioni di recupero di rottami ferrosi e non ferrosi,
elencate nell'articolo 183, comma 1, lettera u), per la produzione di materie prime secondarie per
l'industria siderurgica e metallurgica, nel rispetto delle condizioni e delle norme tecniche
nazionali, comunitarie e internazionali individuate con decreto del Ministro dell'ambiente e della
tutela del territorio. Sino all'emanazione del predetto decreto continuano ad applicarsi le
condizioni e le norme tecniche riportate nell'Allegato 1 al decreto del Ministro dell'ambiente 5
4
febbraio 1998. L'iscrizione è effettuata a seguito di comunicazione all'albo da parte dell'azienda
estera interessata, accompagnata dall'attestazione di conformità a tali condizioni e norme
tecniche rilasciata dall'autorità pubblica competente nel Paese di appartenenza. Le modalità di
funzionamento della sezione speciale sono stabilite dal Comitato nazionale dell'Albo; nelle more di
tale definizione l'iscrizione è sostituita a tutti gli effetti dalla comunicazione corredata
dall'attestazione di conformità dell'autorità competente.
13. L'iscrizione all'Albo ed i provvedimenti di sospensione, di revoca, di decadenza e di
annullamento dell'iscrizione, nonché l'accettazione, la revoca e lo svincolo delle garanzie
finanziarie che devono essere prestate a favore dello Stato sono deliberati dalla Sezione regionale
dell'Albo della regione ove ha sede legale l'impresa interessata, in base alla normativa vigente ed
alle direttive emesse dal Comitato nazionale.
14. Fino all'emanazione dei decreti di cui al presente articolo, continuano ad applicarsi le
disposizioni già in vigore alla data di entrata in vigore della parte quarta del presente decreto.
15. Avverso i provvedimenti delle Sezioni regionali dell'Albo gli interessati possono proporre, nel
termine di decadenza di trenta giorni dalla notifica dei provvedimenti stessi, ricorso al Comitato
nazionale dell'Albo.
16. Agli oneri per il funzionamento del Comitato nazionale e delle Sezioni regionali e provinciali si
provvede con le entrate derivanti dai diritti di segreteria e dai diritti annuali d'iscrizione, secondo
le previsioni, anche relative alle modalità di versamento e di utilizzo, che saranno determinate
con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio di concerto con il Ministro
dell'economia e delle finanze. L'integrazione del Comitato nazionale e delle Sezioni regionali e
provinciali con i rappresentanti di cui ai commi 2, lettera 1), e 3, lettere e) ed f), è subordinata
all'entrata in vigore del predetto decreto. Sino all'emanazione del citato decreto, si applicano le
disposizioni di cui al decreto del Ministro dell'ambiente 20 dicembre 1993 e le disposizioni di cui al
decreto del Ministro dell'ambiente 13 dicembre 1995.
17. La disciplina regolamentare dei casi in cui, ai sensi degli articoli 19 e 20 della legge 7 agosto
1990, n. 241, l'esercizio di un'attività privata può essere intrapreso sulla base della denuncia di
inizio dell'attività non si applica alle domande di iscrizione e agli atti di competenza dell'Albo.
18. Le imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti sottoposti a procedure
semplificate ai sensi dell'articolo 216, ed effettivamente avviati al riciclaggio ed al recupero, e le
imprese che trasportano i rifiuti indicati nella lista verde di cui al regolamento (CEE) 259/93 del 1
° febbraio 1993 non sono sottoposte alle garanzie finanziarie di cui al comma 8 e sono iscritte
all'Albo mediante l'invio di comunicazione di inizio di attività alla Sezione regionale o provinciale
territorialmente competente. Detta comunicazione deve essere rinnovata ogni cinque anni e deve
essere corredata da idonea documentazione predisposta ai sensi dell'articolo 13 del decreto
ministeriale 28 aprile 1998, n. 406, nonché delle deliberazioni del Comitato nazionale dalla quale
risultino i seguenti elementi:
a) la quantità, la natura, l'origine e la destinazione dei rifiuti;
b) la rispondenza delle caratteristiche tecniche e della tipologia del mezzo utilizzato ai
requisiti stabiliti dall'Albo in relazione ai tipi di rifiuti da trasportare;
c) il rispetto delle condizioni ed il possesso dei requisiti soggettivi, di idoneità tecnica e di
capacità finanziaria.
19. Entro dieci giorni dal ricevimento della comunicazione di inizio di attività le Sezioni regionali e
5
provinciali prendono atto dell'avventa iscrizione e inseriscono le imprese di cui al comma 18 in
appositi elenchi dandone comunicazione al Comitato nazionale, alla provincia territorialmente
competente ed all'interessato.
20. Le imprese iscritte all'Albo con procedura ordinaria ai sensi del comma 5 sono esentate dall'obbligo della comunicazione di cui al comma 18 se lo svolgimento dell'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti sottoposti a procedure semplificate ai sensi dell'articolo 216 ed effettivamente avviati al riciclaggio e al recupero non comporta variazioni della categoria, della classe e della tipologia di rifiuti per le quali tali imprese sono iscritte.
21. Alla comunicazione di cui al comma 18 si applicano le disposizioni di cui all'articolo 21 della legge 7 agosto 1990, n. 241. Alle imprese che svolgono le attività di cui al comma 18 a seguito di comunicazione corredata da documentazione incompleta o inidonea, si applica il disposto di cui all'articolo 256, comma 1.
22. I soggetti firmatari degli accordi e contratti di programma previsti dall'articolo 181 e dall'articolo 206 sono iscritti presso un'apposita sezione dell'Albo, a seguito di semplice richiesta scritta e senza essere sottoposti alle garanzie finanziarie di cui ai commi 8 e 9.
23. Sono istituiti presso il Comitato nazionale i registri delle imprese autorizzate alla gestione di rifiuti, aggiornati ogni trenta giorni, nei quali sono inseriti, a domanda, gli elementi identificativi dell'impresa consultabili dagli operatori secondo le procedure fissate con decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, nel rispetto dei principi di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. I registri sono pubblici e, entro dodici mesi dall'entrata in vigore della parte quarta del presente decreto, sono resi disponibili al pubblico, senza oneri, anche per via telematica, secondo i criteri fissati dal predetto decreto. Le Amministrazioni autorizzanti comunicano al Comitato nazionale, subito dopo il rilascio dell'autorizzazione, la ragione sociale dell'impresa autorizzata, l'attività per la quale viene rilasciata l'autorizzazione, i rifiuti oggetto dell'attività di gestione, la scadenza dell'autorizzazione e successivamente segnalano ogni variazione delle predette informazioni che intervenga nel corso della validità dell'autorizzazione stessa. Nel caso di ritardo dell'Amministrazione superiore a trenta giorni dal rilascio dell'autorizzazione, l'impresa interessa ta può inoltrare copia autentica del provvedimento, anche per via telematica, al Comitato nazionale, che ne dispone l'inserimento nei registri.
24. Le imprese che effettuano attività di smaltimento dei rifiuti non pericolosi nel luogo di produzione dei rifiuti stessi ai sensi dell'articolo 215 sono iscritte in un apposito registro con le modalità previste dal medesimo articolo.
25. Le imprese che svolgono operazioni di recupero dei rifiuti ai sensi dell'articolo 216 sono iscritte in un apposito registro con le modalità previste dal medesimo articolo.
26. Per la tenuta dei registri dì cui ai commi 22, 23, 24 e 25 gli interessati sono tenuti alla corresponsione di un diritto annuale di iscrizione, per ogni tipologia di registro, pari a 50 euro, rideterminabile ai sensi dell'articolo 21 del decreto del Ministro dell'ambiente 28 aprile 1998, n.
406. I diritti di cui al commi 8, 24 e 25 sono versati, secondo le modalità di cui al comma 16, alla competente Sezione regionale dell'Albo, che procede a contabilizzarli separatamente e ad utilizzarli integralmente per l'attuazione dei medesimi commi.
27. La tenuta dei registri di cui ai commi 22 e 23 decorre dall'entrata in vigore del decreto di cui al comma 16.
28. Dall'attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.


http://www.pi.camcom.it/uploads/030_d152.pdf

http://isolapulita.splinder.com/

Monday, February 26, 2007




UN'AZIENDA CLASSIFICATA COME INSALUBRE PER LEGGE DEVE AVERE IL SUO INSEDIAMENTO FUORI DEL CONGLOMERATO URBANO


Depositi insalubri: problematica appartenenza al novero delle industrie insalubri (*)

ottobre 1999
di SILVANO DI ROSA (**)
Consulente Legale Ambientale – esperto A.N.E.A.

SOMMARIO:
Premessa; – 1. Oggetto della trattazione ; – 2. Tendenze opinabili; – 3. Analisi critica delle tesi contrapposte; – 4. Negazione di una «Presunzione di escludibilità» dei depositi; – 5. Conclusioni.

Premessa
Abbiamo già avuto occasione di specificare1 come – nell’ambito della
disciplina delle industrie insalubri – il termine “industria” non debba
essere considerato in senso stretto, bensì secondo un’ampia accezione,
essendo idoneo a riferirsi, in ugual modo, a qualsiasi attività2 (non solo
industriale) che – in sostanza – possa dar luogo ad occasioni di pericolo3.
Una recente decisione del T.A.R. Toscana4 può, da sola, riassumere tutta
la questione, andando dettagliatamente a specificare che:

«Il concetto di industria utilizzato dal Legislatore nell’art. 216 T.U.
27 luglio 1934 n. 1265, a norma del quale vengono effettuate le
classificazioni delle industrie insalubri di prima e seconda classe,
non attiene esclusivamente all’attività umana diretta alla produzione di beni mediante procedimenti di carattere artificiale, ma si riferisce sostanzialmente a tutte quelle attività che, modificando la situazione socio-ambientale del territorio, possono dar luogo ad occasioni di pericolo per l’igiene e la salute pubblica…».


Se, con una tale statuizione, si dovrebbe poter dare per scontato che anche un’attività artigianale, ove ne abbia i requisiti, possa (rectius: debba) considerarsi come industria insalubre5, un discorso a sé stante – invece – deve essere riservato alle attività di deposito; le quali, per quanto normalmente enumerate negli elenchi delle industrie insalubri fino ad oggi approvati, hanno destato (a nostro avviso ingiustamente) molte perplessità circa la relativa appartenenza a tale novero e, conseguentemente, tutta una serie di dubbi verso la possibile qualificazione di tali fattispecie come industrie insalubri a tutti gli effetti.

1. – Oggetto della trattazione

La questione che vogliamo esaminare, quindi, non consiste
tanto nel fatto che i depositi siano stati, o meno, enumerati negli elenchi
approvati con i vari decreti ministeriali (questa è un’evidenza innegabile!!),
quanto che dottrina e giurisprudenza, nonostante il contenuto di tali
elencazioni, non abbiano – molto spesso – visto di buon occhio il
classificare e considerare come “industria insalubre” una attività di “mera
detenzione di sostanze e/o prodotti”.

Nel vigente elenco delle industrie insalubri del 19946 sono 10
le voci che contemplano attività di deposito7, di per sé, classificabili come
insalubri; delle quali riteniamo opportuno riportarne l’elenco per fornire un
quadro aggiornato della situazione: deposito di formaggi (IIa – B – 26),
deposito di frutta e verdura (IIa – B – 27), deposito di grassi (IIa – B – 28),
deposito di mangimi semplici di origine animale e chimico industriale (IIa – B
– 41), deposito di ossa e sostanze cornee (Ia – B – 91), deposito di pelli
fresche (Ia – B – 92), deposito di piume, mezze piume e piumini - materiale
già bonificato - (IIa – B – 46), deposito di rifiuti solidi e liquami (Ia – B – 100),
deposito di rifiuti pericolosi (Ia – B – 101), deposito di stracci (IIa – B – 52). In
altre 69 voci, dello stesso elenco vigente8, l’attività di deposito viene
esplicitamente segnalata, quantomeno, come una delle fasi la cui
attuazione determina – comunque – l’insalubrità dell’azienda (anche se
fosse soltanto quella la fase dell’attività svolta in relazione a certe sostanze,
prodotti o materiali); fra queste voci, a titolo meramente esemplificativo e
non esaustivo, è possibile evidenziare le attività di «deposito di…: aceto (IIa
– B – 3), acido cianidrico (Ia – A – 7), acido cloridrico (Ia – A – 8), acido
solforico (Ia – A – 16), budella (Ia – B – 16), cloro (Ia – A – 53), esplosivi (Ia –B
– 50), fosforo (Ia – A – 67), gas compressi e liquefatti (Ia – B – 62), gas tossici
(Ia – A – 70), idrocarburi (Ia – B – 70), mercaptani (Ia – A – 81), oli essenziali
ed essenze (Ia – B – 87), nitroglicerina (Ia – A – 91), solventi alogenati (Ia – B –109), sostanze chimiche classificate come pericolose (Ia – A – 107)9, zolfo (Ia –
A – 115), ecc., ecc. …»

C’è subito da notare come una tale presenza di attività di
deposito non possa certo dirsi una novità, visto che fin dal primo degli
elenchi delle industrie insalubri10si riscontravano voci quali: «depositi di
ossa» e «depositi di spazzature», enumerati fra le industrie insalubri di
prima classe; così come «depositi di baccalà» e «depositi di pesce»,
ricompresi fra quelle di seconda. Analoghe indicazioni si sono, poi,
succedute nel tempo all’interno degli elenchi posteriori; così che, mentre
nel vigente elenco sono complessivamente 79 le voci di insalubrità che – in
qualche modo – contemplano la fattispecie oggetto del presente lavoro,
nell’elenco anteriormente vigente, approvato con il D.M. sanità 2 marzo
198711, erano 77 le voci – fra quelle di prima e quelle di seconda classe –
che interessavano anche (o soltanto) attività di deposito. Nell’elenco ancora
precedente, approvato con D.M. sanità 19 novembre 198112, le voci riferite
ad attività di deposito erano complessivamente 23. Erano, invece, 22 le
voci che si riferivano all’attività di cui trattasi, presenti nell’elenco di cui al
D.M. sanità 23 dicembre 197613.

2. – Tendenze opinabili

Tutto questo non è stato, in ogni caso, sufficiente ad impedire che si
creassero, ugualmente, delle “correnti di pensiero” tendenti a considerare
i depositi come “non classificabili” nel novero delle industrie insalubri.
Non vorremmo ripeterci sul concetto di pericolosità delle industrie
insalubri14 e sul fatto che questa debba considerarsi non già “in astratto”,
bensì “in concreto”15 – quantomeno per l’esercizio di poteri prescrittivi
e sanzionatori da parte dell’ Autorità amministrativa –, ma è proprio
prendendo atto di come le industrie insalubri vengano trattate (in ragione
della loro pericolosità) sia dalla legge sanitaria sia dalla legge di pubblica
sicurezza, che si arriva ad inquadrare l’origine del problema che ci sta a cuore. Il «Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza» approvato con R.D.
18 giugno 1931, n° 773, ed attualmente vigente, disciplina con il proprio
art. 6416 alcuni aspetti delle industrie insalubri; questo, nonostante che la
materia sia esaustivamente e simultaneamente trattata anche
dall’altrettanto vigente art. 216 del T.U.LL.SS. del 193417. Le disposizioni
contenute nel citato art. 64, circa le predette attività, continuano perciò
ad essere “fuori posto” e non esistono dubbi circa l’effettività di una tale
duplice trattazione, perché l’art. 64 si interessa proprio di insalubrità e
non di incolumità. Di quest’ultima si occupa, invece, il precedente art. 63
dello stesso T.U.LL.P.S., che riguarda gli opifici, gli stabilimenti ed i depositi
di sostanze che presentano pericolo di scoppio o di incendio (fenomeni,
effettivamente, più attinenti ed affini all’aspetto dell’incolumità). Già in altra
sede18 abbiamo avuto modo di dimostrare come l’articolo 64
T.U.LL.P.S. debba considerarsi abrogato “ai fini delle industrie insalubri”.
Ciò non toglie che TORREGROSSA19, confermando tale abrogazione per
«esigenze di armonia e di certezza dell’ordinamento giuridico», arrivi a precisare
come ciò valga solo per le attività produttive insalubri, ma non per
i “depositi insalubri o pericolosi”, la cui disciplina20 – a sua detta – resta
interamente devoluta ai regolamenti locali o, in difetto di questi, ai provvedimenti
del Sindaco adottati o adottabili in forza – proprio – dell’art. 64
T.U.LL.P.S.; il quale, pertanto, pur se limitatamente a tali fattispecie, dovrebbe
considerarsi ancora in vigore21. Tale autore fornisce un’unica precisazione
(attenuativa della drastica scelta prospettata) consistente nel
fatto che il deposito possa considerarsi insalubre a condizione che presenti
un nesso funzionale con una industria insalubre; in tal caso prevarrebbe
nuovamente la disciplina sanitaria e l’attività di deposito tornerebbe a
poter essere considerata industria insalubre, in quanto strettamente connessa
con un’attività produttiva insalubre. A nostro avviso, invece, non è
affatto necessaria l’esistenza di un tale nesso funzionale e ci apprestiamo,
di seguito, a fornirne le motivazioni Quello appena illustrato è soltanto uno dei casi in cui le attività di
deposito vengono viste – di per sé – “non classificabili” come insalubri. Altre
sono le fonti che, analogamente, vorrebbero escludere tali tipi di attività
dall’applicazione della disciplina in esame. Basti pensare che GIAMPIETRO22,
riguardo al provvedimento di classificazione delle industrie insalubri,
afferma che esso è un atto dovuto, riguardante: «…la semplice lavorazione
di certe sostanze23, ma non la sola attività di deposito o di stoccaggio
(di dette sostanze) senza trasformazione della materia prima». A
conferma di ciò lo stesso autore, in altra collocazione24, richiama il T.A.R.
Lombardia25 che, in maniera apparentemente accomunabile, nega la
classificabilità come industria insalubre di un deposito di rottami di autoveicoli.
Ma v’è dell’altro, giacché questo non è il solo autore che aderisce
alla tendenza di cui stiamo parlando.
Possiamo invero richiamare anche DE MARCO 26, il quale non si fa scandalo di indicare che: «…il presupposto dell’insalubrità è stato escluso laddove non si riscontra lavorazione ma soltanto deposito di determinate sostanze: significativa al riguardo (secondo tale autore) è la pronuncia del T.A.R. Veneto27 che ha preso in esame il caso di un privato commerciante, il quale deteneva in deposito oli
minerali nonché gas auto e benzina, appunto per venderli; …il Collegio ha
riconosciuto la illegittimità di qualunque provvedimento…inteso a classificare
tali depositi fra le industrie insalubri…». A completamento di una
rappresentanza chiaramente schierata contro l’iscrizione dei depositi fra le
attività insalubri, ci è possibile riportare anche un estratto della massima
che scaturisce da una decisione del T.A.R. Piemonte28, da cui risulta:
«…E’ illegittima l’inclusione fra le industrie insalubri di prima classe di un
impianto di deposito e stoccaggio di bitumi, nel quale non viene compiuta
alcuna attività di produzione, trasformazione di materia prima o, in genere,
di lavorazione industriale, non attagliandosi alla fattispecie il riferimento
normativo di cui all’art. 216 T.U.LL.SS., che espressamente prevede
la classificazione di manifatture o fabbriche».

Sembra non sussista alcun dubbio sulla compattezza di un simile
“fronte di fuoco”, così come – riguardo alle tre sentenze appena esposte –
pare non esistano dubbi sul fatto che queste contengano degli elementi, fra di loro, comuni. Il primo elemento è quello di aver preso in esame casi
di attività di deposito; l’altro è che, essendo tali, non vengono considerate
attività riconducibili al novero delle industrie insalubri.

3. – Analisi critica delle tesi contrapposte

A nostro avviso tali sentenze sono state mal interpretate o scorrettamente
generalizzate; se non altro, riteniamo che le relative motivazioni
siano state espresse in maniera non del tutto consona o rispondente allo
specifico caso trattato! L’affermazione, apparentemente saccente, trova
pieno conforto nella realtà dei fatti, in quanto esiste – per ciascuno dei casi
esaminati – una spiegazione logica e, soprattutto, “diversa” da quella
(posta a fondamento degli annullamenti) consistente nell’esclusione di tali
fattispecie dal novero delle industrie insalubri per il solo fatto di: “essere
un’attività di deposito”. Riassumendo brevemente la questione, vogliamo
ricordare che i casi sopra richiamati riguardavano: un deposito di rottami
di autoveicoli29, un deposito di oli minerali, gas auto e di benzina30, ed un
deposito e stoccaggio di bitumi31. Effettivamente concordiamo sull’aspetto
sostanziale della “inclassificabilità” di queste attività come industrie insalubri!
Ma la ragione di una tale esclusione deve essere attribuita a motivazioni
ben diverse da quelle addotte dai giudici o, quantomeno, da quelle
“in tal senso” interpretate e riportate dalla dottrina che ne ha fatto uso
e/o richiamo.

Il deposito di rottami di autoveicoli non poteva, in effetti, essere
classificato come insalubre, per quanto indicato al n° 107 delle attività di
prima classe di cui al D.M. 19 novembre 1981, perché l’esatta enunciazione
di tale voce era: «Deposito e demolizione di autoveicoli…»32. Per
questo caso, quindi, è lo stesso elenco ministeriale (allora vigente) a fornire
un preciso motivo di esclusione; prevedendo necessariamente
l’abbinamento, e quindi la compresenza, di due diverse attività fra di sé
collegate: il deposito connesso con un’attività di demolizione. In assenza
di una tale concomitanza non si verifica quella necessaria “stretta corrispondenza”
fra l’attività realmente svolta ed il tipo astratto enumerato
nell’elenco, venendo così a mancare l’elemento imprescindibile senza il
quale non è possibile dar seguito ad una corretta classificazione. E’ questa
mancanza di conformità fra realtà concreta e fattispecie astratta che
non poteva consentire l’emanazione di un legittimo provvedimento comunale
di classificazione nei riguardi dell’attività esaminata. Appare pertanto
evidente come «questa carenza» sia la vera causa dell’annullamento del
provvedimento di classificazione comunale, cui ha dato seguito il Giudice lombardo, e non certo il mero fatto che si trattasse di una attività di deposito
(come invece si è lasciato intendere in più occasioni).
In merito al caso del deposito di oli minerali, gas auto e benzina,
si possono fornire due spiegazioni distinte. Per un verso è evidente che tale
attività non potesse essere classificata come insalubre, a causa della
mancanza di corrispondenza fra l’attività di deposito di gas auto e la voce
n° 127 di prima classe dell’allora vigente D.M. 12 febbraio 197133. Difatti,
la fattispecie astratta indicata nell’elenco con tale numero, menzionava:
«Gas tossici dell’elenco allegato al regio decreto 9 gennaio 1927,
n°147…»34, fra i quali non può certo ricomprendersi il “gas auto”. Allo
stesso modo, tale realtà (all’esame del Giudice veneto) non poteva essere
ricondotta all’elenco ministeriale neppure per il tramite dell’altra voce di
prima classe n° 53: «Benzina: produzione e lavorazione»35; questo perché
– all’epoca – il mero deposito di benzina non era specificato fra i tipi di attività
classificabili come insalubri. E’ chiaro, quindi, quale sia stato il vero
motivo dell’annullamento di tale classificazione da parte del T.A.R.: quel
tipo di deposito non era ricompreso fra le fattispecie astratte dell’elenco36,
e l’amministrazione locale ha errato nel cercare di ricondurvelo, travisando
e tracimando dalle specifiche indicazioni riguardanti le fasi: «produzione
e lavorazione», che erano chiaramente indicate “a margine” di questa
voce nel testo dell’elenco a quel tempo vigente. Sempre nell’ambito dello
stesso giudizio di fronte al Giudice veneto, appare diversa la situazione riguardante
il deposito di oli minerali, perché, in tal caso, la condotta del
comune non ci risulta affatto censurabile, ed è contro la decisione del tribunale
amministrativo (limitatamente a questo caso specifico) che occorre
“puntare il dito”. A ben vedere, infatti, per gli «oli minerali» era effettivamente
prevista la specifica voce di insalubrità di prima classe n° 166, la
quale, non avendo alcuna particolare indicazione “a margine”, circa le fasi
ritenute insalubri, doveva intendersi estesa a tutte le fasi dell’attività in
questione37. Quindi, la riconducibilità dell’attività di deposito di oli minerali
al tipo astratto allora contenuto in elenco38, non poteva certo essere
scartata se non sull’errato presupposto secondo cui “i depositi” (come categoria
astrattamente individuata) sono sempre e comunque esclusi dalla classificazione in oggetto.

Questo nostro ricercare meticolosamente dei “motivi di censura” alternativi
e diversi da quelli indicati dai Giudici amministrativi, o a questi attribuiti
dalla dottrina che a tali decisioni si è rifatta, non deve essere scambiato
per un cocciuto tentativo di volersi procurare la ragione “a tutti i costi”,
in quanto il vero intento è solo e soltanto quello di perseguire una
puntuale e rigorosa applicazione delle “regole” all’epoca vigenti; senza,
d’altronde, aver disconosciuto che, delle tre voci di insalubrità utilizzate
dal comune per la classificazione dell’attività di cui trattasi, le prime due
fossero indubbiamente scaturite da scelte rivelatesi del tutto errate.
Per quanto riguarda il terzo caso (quello esaminato dal T.A.R. Piemonte),
l’errore commesso dall’amministrazione comunale consiste
nell’aver voluto classificare il deposito di bitumi, riconducendolo alla voce
n° 52 di prima classe del D.M. 12 febbraio 1971. E si tratta proprio di
un errore, perché, di seguito alla dizione «Asfalti e bitumi naturali, scisti
bituminose» – a margine di tale voce – era indicata la precisazione “preparazione
e lavorazione”; quindi, proprio nell’elenco ministeriale (allora vigente),
veniva esplicitamente statuito che solo queste fasi dell’attività dovevano
considerarsi insalubri e non quella di mero deposito. Ancora una volta,
perciò, la vera ragione, cui è riconducibile la decisione del Giudice piemontese,
consiste nella mancata corrispondenza dell’attività in esame con
la dicitura dell’elenco ministeriale39, e non certo nell’aver fatto riferimento
all’aforisma: «…i depositi non sono mai attività insalubri».

4. – Negazione di una «Presunzione di escludibilità» dei depositi

Dopo questi indispensabili chiarimenti le decisioni sopra indicate
appaiono fortemente ridimensionate, non tanto nel risultato sostanziale
da queste prodotto, quanto riguardo alle ragioni che ne sono state causa;
potendo sostenere di aver eliminato da tali ragioni la “presunzione” di escludibilità
delle attività di mero deposito. Di conseguenza è giunto il
momento di cercare di smantellare definitivamente il pregiudizio secondo
cui la “lavorazione di certe sostanze” sia il “requisito minimo” (necessario
ed indispensabile) per poter considerare, o meno, una certa attività
come “insalubre”; riducendo in tal modo al silenzio anche l’affermazione,
che normalmente ne discende, secondo cui: «…in assenza di tale fase, il
riferimento normativo di cui all’art. 216 T.U.LL.SS. non si attaglia
all’attività oggetto d’esame, in quanto la norma espressamente prevede la
classificazione di manifatture o fabbriche»40.
Che nel 1934 si parlasse solo di manifatture e fabbriche, ma non di depositi (e stiamo volutamente trascurando quanto già detto riguardo al
primo elenco delle industrie insalubri del 1895), è un fatto estremamente
logico, perché rispondente e adeguato alla mentalità del tempo ed al grado
di evoluzione normativa cui, allora, si era pervenuti. Il periodo in cui nasce
il vigente T.U.LL.SS. (testo unico delle leggi sanitarie) vedeva come –
pressoché – unica fonte di inquinamento: l’industria e l’attività produttiva;
quindi non c’è (e non c’era) ragione per cui, all’epoca, ci si dovesse riferire
– in maniera esplicita e puntuale – a qualcosa di diverso da essa. Se questo
valeva allora, oggi, secondo una necessaria interpretazione evolutiva
(che – logicamente – deve essere utilizzata, sol pensando alle modifiche di
“livello esponenziale” compiutesi in tutti i campi), ciò che bisogna considerare
importante non è tanto “l’essere attaccati in modo eccessivo alle espressioni
letterali del legislatore del 1934”, quanto il prendere atto e riconoscere
l’esistenza di una progressiva individuazione – operata da parte
del Consiglio superiore di sanità – di quali siano quelle entità che risultano
potenzialmente insalubri; senza potersi permettere di considerare “salubre
per forza” una certa fattispecie (che non lo è) per il solo fatto che non
risulti specificamente qualificabile come “attività produttiva”.
Ma “frugando bene” e “strizzando gli occhi”, per vedere le cose in maniera
più adeguata, possiamo accorgerci che non occorre neppure questo sforzo
interpretativo, perché non è affatto vero che, nel 1934 (ma neppure nel
1895), con l’indicazione generica «manifatture o fabbriche» si volessero escludere
alcune attività di deposito. Anche stavolta è bene chiarire che
non si tratta di una nostra petulante forzatura, ed a sostegno di questa
affermazione è possibile citare MACCOLINI41 il quale osserva come, già
nell’elenco ministeriale di cui al D.M. 12 luglio 191242, fossero comprese
«attività che nulla avevano a che fare con industrie meccaniche e chimiche,
come, ad esempio,… i depositi di ossa, di spazzatura, di baccalà e
pesce, e di stracci…». A queste è possibile aggiungere – da un nostro attento
esame di quel longevo decreto – anche i «depositi di fiammiferi di fosforo
» ed i «depositi di solfuro di carbonio». Considerata tale evidenza ci
sembra opportuno riutilizzare una citazione fatta da tale autore, a conferma
del fatto che “la forma non può travolgere la sostanza” in quanto «la
ragione è figlia del fatto e non il fatto figlio della ragione». Se questo non
bastasse, ricordiamo ancora una volta come nel primo elenco delle industrie
insalubri del 1895, sia possibile riscontrare la presenza di attività di
deposito, confermando come non ci possano essere dubbi sulla logicità di
tali inclusioni, stante l’evidenza di come queste attività siano – allora come
oggi – causa e fonte di insalubrità.

5. – Conclusioni

A questo punto, richiamando semplicemente tutto quanto finora indicato, e ricordando che è ormai chiaro come anche le attività artigianali,
commerciali e di servizi, se ricomprese tipologicamente negli elenchi, non
possono che considerarsi delle industrie insalubri, non v’è ragione di poter
trattare in maniera diversa le attività di deposito, a condizione che siano,
anch’esse, fedelmente riconducibili ad una delle voci dell’elenco ministeriale
vigente. Se non risultassero abbastanza convincenti sia la precisazione
fatta (in tal senso) dal Ministero della sanità: «…si riferisce a tutte
le fasi della lavorazione, ivi compreso il deposito…»43, sia una timida indicazione
da parte della giurisprudenza44 (secondo cui, ai fini della
classificazione, è «…sufficiente…la fase di immagazzinamento e
dell’estrazione di grassi vegetali…»), dovrebbero sicuramente esserlo le 79
le voci di insalubrità, contenute nel vigente elenco ministeriale del
settembre ’94, che – in modo esplicito – prevedono come insalubre anche
la fase di deposito. L’evidenza e la logica, ormai, dovrebbero essere
risultate sufficienti a debellare ogni tentativo di gretto accostamento a
certe espressioni letterali sopra viste (giustificate solo in bocca al
legislatore d'altri tempi); una cui tenace ed ottenebrata applicazione, oggi,
non può che considerarsi conseguenza (e quindi vittima) di una lettura
figlia di un campo visivo sicuramente ristretto ed inadeguato.
.
***
(**) DOTTORE IN GIURISPRUDENZA
CONSULENTE LEGALE AMBIENTALE
MEMBRO A.N.E.A. n° 335
silvanodiros@email.it silvanodiros@yahoo.it




(*) Pubblicato in «L’Amministrazione Italiana», 1999, fasc. 10, pag. 1370 – 1379; in www.leggiweb.it (nella sezione articoli del «MENÙ PRINCIPALE»)
1 DI ROSA SILVANO, Industrie insalubri, ma non solo industrie, in «L’Amministrazione Italiana», 1999, fasc. 5, pag. 750 – 760.
2 TAR Lazio, Roma, sez. II, 28 settembre 1992, n° 1924, in «Rivista giuridica dell’Ambiente», 1993, fasc. n° 3/4, 534.
3 TAR Sicilia, Palermo, 4 luglio 1984, n° 1357, in «Trib. amm. reg.», 1984, I, 2901; TAR Lombardia, sez. II, 29 dicembre
1987, n° 629, in «Trib. amm. reg.», 1988, I, 425.
4 TAR Toscana, sez. I, 24 novembre 1998, n° 665, in «Trib. amm. reg.», 1999, I, 233.
5 TAR Liguria, sez. I, 27 novembre 1998, n° 549, in «Trib. amm. reg.», 1999, I, 156.
6 Approvato con D.M. sanità 5 settembre 1994, pubblicato sul S.O. alla Gazzetta Ufficiale n. 288 del 12 dicembre 1994.
7 Di cui 5 di prima classe e 5 di seconda classe.
8 Di cui 67 di prima classe e 2 di seconda classe.
9 Per quanto concerne questa specifica voce si rimanda al precedente lavoro: DI ROSA SILVANO, Anche un effuso può essere classificato come pericoloso – Come abituarsi ad un errore consolidato –, in «L’Amministrazione Italiana», 1999, fasc. 4,
pag. 589 – 596.
10 D.M. Interno 21 aprile 1895, «che approva l’ Elenco delle Industrie Insalubri compilato dal Consiglio superiore di Sanità ».
11 Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 74 del 30 marzo 1987.
12 Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 337 del 9 dicembre 1981.
13 Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 9 del 12 gennaio 1977.
14 Vds. DI ROSA SILVANO, Pericolosità delle industrie insalubri: astratta o concreta ? –PRIMA PARTE –, in «L’Amministrazione Italiana», 1998, fasc. 12, pag. 1816 –1828; DI ROSA SILVANO, Pericolosità delle industrie insalubri:
astratta o concreta ? – SECONDA PARTE –, in «L’Amministrazione Italiana», 1999, fasc. 1, pag. 115 – 126;
15 Cfr.: TAR Campania – Napoli –, sez. III, 24 febbraio 1999, n. 530, in «Trib. amm. reg.», 1999, I, 1504.
16 art. 64: «Salvo quanto è stabilito dall’articolo precedente, le manifatture, le fabbriche e i depositi di materie insalubri o
pericolose possono essere impiantati ed esercitati soltanto nei luoghi e con le condizioni determinate dai regolamenti locali.
In mancanza di regolamenti il Podestà provvede sulla domanda degli interessati. Gli interessati possono ricorrere al Prefetto che provvede, sentito il consiglio provinciale sanitario, e se occorre, l’ ufficio del genio civile».
17 Approvato con R.D. 27 luglio 1934, n. 1265 «Testo Unico delle leggi sanitarie», pubblicato nel S.O. alla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia 9 agosto 1934, n° 186.
18 DI ROSA SILVANO, Pericolosità delle industrie insalubri: astratta o concreta ? – PRIMA PARTE –, in «L’Amministrazione Italiana», 1998, fasc. 12, pag. 1822
19 TORREGROSSA Giovanni, voce Industrie pericolose, rumorose e insalubri, in «Enciclopedia Giuridica», Treccani, Roma, 1989, vol. XVI, pag. 1, punto 1.1.
20 Sostenendo implicitamente che tali fattispecie non rientrino fra le tipologie di cui al primo comma dell’ art. 216 del T.U.LL.SS.
21 Ed è a questa particolare situazione che è probabilmente opportuno ricondurre qualche sporadica decisione del giudice amministrativo che richiama ancora oggi tale norma in materia di industrie insalubri. Cfr. TAR Toscana, sez. I, 15 settembre
1990, n° 793, in «Trib. amm. reg.», 1990, I, 3938.
22 GIAMPIETRO Pasquale, Rassegna critica di giurisprudenza amministrativa sugli interventi ambientali ed igienico sanitari
delle autorità locali, in «Regione governo loc.», 1985, (5), 47.
23 Secondo l’autore considerata requisito minimo perché si configuri la fattispecie dell’industria insalubre.
24 GIAMPIETRO Pasquale, Rassegna di giurisprudenza amministrativa e penale sulle industrie insalubri (classificazione, disciplina,
poteri del sindaco, ecc.) - parte prima -, in «Comuni d'Italia», 1986, n° 12, 1664.
25 TAR Lombardia, Milano, sez. III, 25 ottobre 1983, n° 10, in «Ragiusan - Rass. giur. Sanità», 1984, fasc. n° 4, 136.
26DE MARCO Ignazio, Attività insalubri, inquinamento e giurisprudenza dei T.A.R., in «Foro amm.», 1976, II, 514, I° cpv.
27 TAR Veneto, 26 febbraio 1976, n° 213, in «Trib. amm. reg.», 1976, I, 1352.
28 TAR Piemonte, 6 novembre 1979, n° 501, in «Trib. amm. reg.», 1980, I, 86.
29 33Utilizzata per la classificazione da parte del comune, in quel caso specifico.
34 Come altrettanto fa oggi la voce di prima classe A 70 dell’ elenco approvato con il D.M. 5 settembre 1994.
35 La voce corrispondente nel vigente elenco ministeriale è la Ia B 70 «Idrocarburi: frazionamento, purificazione, lavorazione,
deposito (esclusi i servizi stradali di sola distribuzione)»
36 Oggi avremmo una situazione diversa, perché – salvo il caso si tratti di un servizio stradale di sola distribuzione – anche il
mero deposito di benzina è considerato e ricompreso fra le attività insalubri, e quindi è classificabile come tale.
37 Come chiaramente indicato dalla giurisprudenza e dalle direttive ministeriali: Cfr. TAR Liguria, 4 maggio 1978, n° 207, in
«Trib. amm. reg.», 1978, I, 2744; ed anche Circolare 23 settembre 1971, n° 162, Ministero della Sanità - Direzione Generaledei Servizi di Igiene Pubblica Div. VI, pag. 8, punto 1); e la Circolare 19 marzo 1982, n° 19, prot. n° 403/8.2/459, Ministerodella Sanità - Direzione Generale dei Servizi di Igiene Pubblica Div. III, pag. 4, punto 1).
38 Cosa che oggi non è più possibile, perché la corrispondente voce dell’elenco vigente Ia B 88 contiene le specificazioni«lavorazione, rigenerazione» e non la fase di «deposito».T.A.R. Lombardia, Milano, sez. III, 25 ottobre 1983, n° 10 (Vds. nota 25).30 T.A.R. Veneto, 26 febbraio 1976, n° 213 (Vds. nota 27).31 T.A.R. Piemonte, 6 novembre 1979, n° 501 (Vds. nota 28).32 Come altrettanto risulta essere oggi, nel vigente elenco ministeriale approvato con D.M. 5 settembre 1994, alla voce Ia C09.
39 Quindi un errore sostanziale e generale che inficia sempre e comunque un provvedimento di classificazione, qualsiasi sia
il tipo di attività che ne risulti oggetto.
40 TAR Piemonte, 6 novembre 1979, n° 501, in «Trib. amm. reg.», 1980, I, 86.
41 MACCOLINI Roberto, commento a: Avicoltura "industria" insalubre , di Cacciavillani Ivone, in «Nuova Rassegna», 1974, I, 43.
42 D.M. Interno 12 luglio 1912, «che approva l’ Elenco delle Industrie Insalubri in riguardo al loro isolamento».
43 Circolare 19 marzo 1982, n° 19, prot. n° 403/8.2/459, Ministero della Sanità - Direzione Generale dei Servizi di Igiene
Pubblica Div. III, pag. 4, punto 1).
44 TAR Liguria, 8 novembre 1979, n° 386, in «Trib. amm. reg.», 1980, I, 210.

http://www.ilcaso.it/acustico/d.pdf

http://isolapulita.splinder.com/

AZIENDE INSALUBRI
Le aziende insalubri sono definite nel Testo Unico delle Leggi Sanitarie (RD n 1265/34) come "le manifatture che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in altro modo pericolose alla salute degli abitanti". Le categorie di aziende che devono essere considerate insalubri sono incluse in un elenco diviso in due classi sulla base delle sostanze chimiche utilizzate, dei processi produttivi e dei materiali prodotti. La prima classe comprende quelle che devono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni, la seconda comprende quelle che esigono speciali cautele per la incolumità del vicinato. Un'industria che sia iscritta nella prima classe, può essere ammessa nell'abitato qualora l'industriale provi che il suo esercizio non reca nocumento alla salute del vicinato.
Possono essere considerate potenziali aziende insalubri alcune tra quelle appartenenti alle categorie riportate nelle tabelle seguenti. Le tabelle riportano la dislocazione geografica delle attività industriali produttive ed anche la ripartizione per settori di produzione. I dati sono ricavati dalle richieste alle emissioni in atmosfera presentate presso la provincia di Arezzo - Assessorato Ecologia ed Ambiente, Servizio Ecologia e Ambiente ai sensi del D.P.R. 20/88. In base a tale decreto tutti gli impianti che possono dar luogo ad emissioni in atmosfera sono tenuti a presentare all'autorità competente, domanda di autorizzazione corredata da una relazione tecnica contenente la descrizione del ciclo produttivo, le tecnologie adottate per prevenire l'inquinamento, la quantità e la qualità delle emissioni[9].
Risulta evidente come la maggior concentrazione di attività industriali sia localizzata a Levane ed a Bucine; il settore maggiormente presente è quello calzaturiero, anche se con aziende di dimensioni abbastanza ridotte. Segue il settore della falegnameria, con relativa costruzione e vendita di mobili; allo stesso livello (come numero di aziende) sono le autocarrozzerie. Il comparto orafo, che così grande rilevanza detiene nell'ambito provinciale, è qui abbastanza limitato e conta solo 3 aziende.

Pericolosità delle industrie insalubri: astratta o concreta?
di Silvano di Rosa (*)
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SOMMARIO:
PARTE PRIMA – 1. Premessa ; – 2. Una duplice trattazione; – 3. Insalubrità e pericolosità; – 4. Tassatività degli elenchi; – 5. Finalità e scopo della classificazione; – 6. Prime conclusioni.
PARTE SECONDA – 7. Presupposti della classificazione ed atti preliminari: due visuali diverse ; – 8. Verso la conclusione: per l’astrattezza; – 9. Concretezza della classificazione; – 10. Un falso problema.

Parte Prima

1 – Premessa
Con l’impiego del binomio: industrie insalubri, si indicano, normalmente, quelle fattispecie soggette agli effetti derivanti dalle previsioni normative di cui all’art. 216 del Testo unico delle leggi sanitarie del 1934(1) ed agli artt. 101-105 del Regolamento generale sanitario del 1901(2). La correttezza dell’utilizzazione di tale combinazione terminologica è riconfermata dalle stesse rubriche dei decreti ministeriali con cui sono stati approvati i relativi elenchi (cinque in questi ultimi trent’anni); le quali, tutte, riproducono la locuzione: «Elenco delle industrie insalubri di cui all’art. 216 del testo unico delle leggi sanitarie». Ciò vale anche per il decreto del Ministero della sanità 5 settembre 1994, con cui è stato approvato l’elenco tuttora “vigente”.

2 – Una duplice trattazione

A ben vedere, però, l’ art. 216 del T.U.LL.SS. recita:

«Le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in altro modo pericolose alla salute degli abitanti sono indicate in un elenco diviso in due classi.
La prima classe comprende quelle che debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni; la seconda quelle che esigono speciali cautele per la incolumità del vicinato…omissis…».

Sembrerebbe quindi necessario – per amor di completezza – passare dall’uso del binomio, inizialmente citato, alla terna: industrie insalubri e «pericolose». Questo completamento, però, risulta essere fonte di potenziali disguidi e fraintendimenti che la normativa, vigente e passata, ha corso e corre il rischio di creare(3). Difatti la contemporanea trattazione di queste fattispecie, sia nell’ambito delle leggi di pubblica sicurezza che di quelle sanitarie, ha dato vita ad una antinomia, la quale ha assicurato ai posteri un elemento di disaccordo che, invece, sarebbe stato facilmente prevedibile ed evitabile. C’è chi ha affermato che le disposizioni concernenti le industrie insalubri e pericolose previste dalla legge sanitaria e dalla legge di pubblica sicurezza, si “completano vicendevolmente” (4) e – addirittura - chi ha cercato di “giustificare” la necessità di questa contemporanea trattazione da parte delle due discipline(5). ARDIZZONE, riportando queste tesi, or ora indicate, non concorda con nessuna di esse(6), anche se poi si limita a considerare e definire “perlomeno inopportuna” una duplicazione di previsioni legislative riguardo alla stessa materia. E su tale inopportunità non ci sono dubbi; concordando pienamente con lo stesso autore che il precipuo scopo perseguito dalle leggi di pubblica sicurezza è: «il mantenimento dell’ordine pubblico, la sicurezza e l’incolumità dei cittadini, e la tutela della proprietà» e che, con esso, “stride” la presenza di disposizioni che riguardano la tutela della salute pubblica. Quello che più ci sembra rilevante notare è come altri autori, giustamente, arrivino a superare questa fase di mera “critica passiva” (limitata a considerazioni di inopportunità), ponendosi in maniera attiva di fronte a tale questione e propendendo verso un’ implicita abrogazione delle norme di pubblica sicurezza riguardanti le industrie insalubri. Tutto ciò appare molto importante, in ragione del fatto che l’antinomia in questione, con i problemi ad essa connessi, è stata conservata, tal quale nel tempo(7), fino al «Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza» approvato con R.D. 18 giugno 1931, n° 773; dove – ancora oggi - continuiamo a trovarci di fronte ad una disposizione, inserita nel proprio art. 64(8), che si occupa delle industrie insalubri, nonostante che la materia sia esaustivamente e simultaneamente trattata dal vigente art. 216 del T.U.LL.SS. del 1934. Le disposizioni contenute nel citato art. 64, circa le predette attività, continuano perciò ad essere “fuori posto”, perché tale articolo è situato nel corpo del T.U.LL.P.S.: Capo VI – Delle industrie pericolose e dei mestieri rumorosi e incomodi –, Titolo II - «Disposizioni relative all’ ordine pubblico ed alla incolumità pubblica»(9). Si tratta quindi di disposizioni che si trovano in un “contenitore” dove non si rileva mai un accenno ad aspetti sanitari, che possa giustificare un “contenuto” riguardante l’insalubrità derivante da manifatture, fabbriche e depositi. D’altronde non ci sono dubbi, per la dottrina(10), sul fatto che l’ art. 64 tratti proprio di insalubrità e non di incolumità; di quest’ultima, infatti, si occupa il precedente art. 63 (T.U.LL.P.S.) che riguarda gli opifici, stabilimenti e depositi di sostanze che presentano pericolo di scoppio o di incendio (fenomeni più attinenti ed affini all’aspetto dell’incolumità).
Sarebbe semplice risolvere la questione in maniera schematica, come fa SABATINI(11), ricorrendo ad un frazionamento fra industrie insalubri (considerando tali soltanto quelle di cui all’art. 216 T.U.LL.SS.), industrie pericolose (quelle concernenti i prodotti esplodenti di cui all’ art. 63 T.U.LL.P.S. (12)) ed infine “altre” industrie pericolose. Questa tripartizione, un po’ semplicistica, non fornisce però alcun sostegno che chiarisca il normale impiego fatto, anche in ambito sanitario, della dizione industrie insalubri e pericolose. Più acuta ci sembra, pertanto, l’osservazione di RINAUDO(13) che, facendo riferimento a due diverse fattispecie di pericolosità, connette la prima alle «cause di pericolosità violente» e la seconda a quelle «in altro modo pericolose per la salute degli abitanti»(14). Si arriva così, in maniera più appropriata, a discernere fra una pericolosità per l’ incolumità (la cui tutela è affidata alle leggi di pubblica sicurezza(15)) ed una pericolosità per la salute (salvaguardata dalle leggi sanitarie oltre che da quelle ambientali). Questa appare una buona impostazione per trovare la soluzione al problema che stiamo affrontando, ma non può ancora considerarsi completamente risolutiva, per due ordini di ragioni:
1°) il contenuto dell’ art. 64, pur essendo nella disciplina di pubblica sicurezza, si riferisce chiaramente all’ insalubrità;
2°) nell’ ultimo inciso del secondo comma dell’ art. 216 del T.U.LL.SS. si parla di “incolumità del vicinato”.
Si mantiene, quindi, viva e concreta quella confusione terminologica, a cui l’intuizione del precedente autore cercava astrattamente di porre rimedio; con essa, inoltre, rimane ancora inalterato il problema del necessario “strabismo”, conseguente al doversi rivolgere contemporaneamente ad entrambe le discipline dislocate in ambiti così diversi; difetto di parallelismo scomodo ma indispensabile a permettere una visione complessiva della regolamentazione della materia.
Per buona sorte, a fronte di chi(16) ha continuato a “sostenere”, o perlomeno a “tollerare”, la vigenza di due norme consimili(17) - ubicate all’interno di due testi unici aventi finalità nettamente distinte - una diversa e nutrita compagine(18) sostiene, invece, in più modi, che la fattispecie delle industrie insalubri debba essere regolamentata esclusivamente dall’art. 216 T.U.LL.SS. e non anche dall’art. 64 T.U.LL.P.S.. Secondo PALUMBO(19) e PERRIS(20), infatti, «gli articoli 64 e 65(21) del T.U. leggi di P.S. del 1931 devono ritenersi implicitamente abrogati, avendo le norme del T.U.LL.SS. del 1934 rielaborato completamente la materia». Anche RINAUDO(22) e FUZIO(23) riportano tesi dirette all’abrogazione delle disposizioni di cui trattasi, ad opera del sopravvenuto Testo unico delle leggi sanitarie del ‘34. In una segnalazione di LAZZARI(24) si parla di un “infortunio del legislatore”, in quanto l’autore osserva che l’intera materia delle industrie insalubri era già compiutamente regolata dal previgente T.U. delle leggi sanitarie del 1907; quindi lo era ancor già prima dell’entrata in vigore dell’attuale T.U.LL.P.S. 773/1931. Non meno interessanti appaiono due considerazioni di CICALA(25), le quali convergono nella conclusione finale secondo cui l’art. 64 del T.U. leggi di pubblica sicurezza è stato abrogato dall’art. 216 del T.U.LL.SS.. Questo autore è critico nei riguardi delle affermazioni di certa dottrina(26) che vorrebbe considerare ugualmente sottoposte alla disciplina dell’art.64, quelle attività che non siano riconducibili ad alcuno dei due elenchi(27) previsti dall’art. 216 T.U.LL.SS.. Un tale assunto comporterebbe che i titolari di dette attività, definibili “non insalubri” per la legge sanitaria, dovrebbero comunque presentare domanda al Sindaco ai sensi dell’altra disciplina (vale a dire dell’art. 64 sopra citato). L’autore osserva che, in tal modo, si creerebbero delle conseguenze «contrarie all’ equità» in quanto il titolare di una attività “ufficialmente riconosciuta come insalubre” dal Ministero della sanità, che omettesse di fornire il dovuto preavviso di cui all’ art. 216 - 6° comma - T.U.LL.SS., sarebbe punito con una lieve pena pecuniaria, mentre invece il titolare di una attività “non ufficialmente classificabile come insalubre” per le leggi sanitarie (quindi presumibilmente e ragionevolmente meno pericolosa per la salute) che realizzasse la stessa omissione riguardo a quanto previsto dal secondo comma dell’ art. 64 T.U.LL.P.S., verrebbe punito (per il coordinato disposto degli artt. 64 e 17 T.U.LL.P.S.) con una pena anche detentiva: arresto fino a tre mesi. Questo appare inaccettabile secondo l’autore ed anche da parte di chi scrive. Il secondo inciso di CICALA perviene ugualmente alla conclusione che il T.U.LL.SS. del ‘34 ha sottratto le industrie insalubri alla disciplina del T.U.LL.P.S. del ‘31, pur rilevando - a livello di perplessità - che, ciò nonostante, l’art. 64 in questione sia stato espressamente menzionato dall’art. 19, punto 12, del D.P.R. 24 luglio 1977, n° 616, in relazione al trasferimento ai sindaci dei poteri, in esso, attribuiti ai prefetti.
Risolutivo della questione appare il contributo di TORREGROSSA(28), il quale conferma il risultato delle tesi sopra esposte, ma vi perviene, acutamente ed in maniera ineccepibile, non ricorrendo a “ragioni di equità”, bensì sulla scorta del fondamentale principio che ripudia il verificarsi di conflitti circa l’ambito di applicazione delle norme. Innanzi tutto l’autore “minimizza” sul bisticcio terminologico rilevato fra il primo ed il secondo comma dell’art. 216 T.U.LL.SS., riconducendo l’inciso «incolumità del vicinato» al concetto, dominante nel primo comma, della «salute degli abitanti». Poi, con estrema razionalità, rileva la prevedibile situazione di palese incertezza che si verificherebbe, ove dovesse essere confermata la concorrente competenza, di organi “diversi” (quali il Ministero della Sanità ed il Sindaco), a determinare l’includibilità o l’escludibilità di una certa “tipologia produttiva” dal novero delle industrie insalubri. Tanto è vero che, mentre è logico che l’attivazione di una industria, riconducibile al tipo astrattamente ricompreso nell’elenco predisposto dal Consiglio Superiore di Sanità ed approvato dall’omonimo Ministero, possa essere vietata dal Sindaco(29), sussistono invece delle fondate esigenze di armonia e di certezza nell’ordinamento giuridico, che non consentono di ritenere esatta, e quindi ammissibile, la situazione reciproca. Di conseguenza, non è plausibile che una industria “non ricompresa nell’elenco di quelle insalubri” (30) possa invece - nella realtà dei fatti - essere ugualmente ritenuta “insalubre”, e, perciò stesso, vietata dal Sindaco ai sensi dell’art. 64 del T.U.LL.P.S.. Ribadiamo, quindi, che deve ritenersi esclusa per il Sindaco la possibilità di dichiarare come insalubre (in netto contrasto con la statuizione del Consiglio Superiore di Sanità) un determinato tipo di attività non compresa negli elenchi ministeriali e, di conseguenza, impedire l’insediamento nel centro abitato di aziende riconducibili a questo tipo.
Sono quindi le predette «esigenze di armonia e di certezza dell’ ordinamento giuridico», che debbono far considerare abrogato il citato art. 64, la cui vigenza procurerebbe le possibili conflittualità prima indicate.
Complessivamente possiamo quindi optare per l’ avvenuta abrogazione dell’art.64 del T.U.LL.P.S. e per la conseguente esclusiva trattazione della materia delle industrie insalubri da parte della disciplina sanitaria che da esse prende il nome. La necessità di una tale precisazione, non trova fondamento nel mero fatto che la citata antinomia continuerebbe a creare dei problemi di strabismo affaticante(31), ma, come evidenziato, ci sono a monte dei veri e propri aspetti sostanziali, a garanzia dei quali non si può che protendere verso l’ unicità di disciplina.

Sempre da un punto di vista sostanziale deve, ormai, risultare inequivocabilmente chiarito (nonostante gli impicci ed i bisticci terminologici rilevati) che la “pericolosità” riferibile alle industrie insalubri non può essere confusa con altro; essendo stata ben precisata l’opinione che riconosce come oggetto di tale minaccia la “salute degli abitanti” (32) e non la loro incolumità. Con ciò non si intende sostenere che fra l’incolumità(33) e la salute(34) non possano esistere punti di convergenza, ma è certamente opportuno che questi due termini – entrambe qualificativi di “stati di fatto” dell’uomo - non vengano usati come sinonimi e si mantengano destinati a rappresentare due fattispecie, non contrarie ma diverse, per le quali l’ambito delle rispettive tutele è opportuno si ritrovi in discipline altrettanto diverse. Con la premessa appena fatta si può quindi affermare - pur se a mero titolo esemplificativo - che dell’incolumità resterà garante l’art. 63 del T.U.LL.P.S. (35), nonché il citato D.P.R. 17 maggio 1988, n° 175 (concernente i rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali(36)), riservando la tutela della salute all’art. 216 del T.U.LL.SS. (ovviamente nell’ambito della tutela igienico sanitaria connessa con le attività insalubri). A questo punto non dovrebbero più sorgere dubbi o nascere equivoci in merito all’uso di certi termini, tanto da potersi avvalere con tranquillità della locuzione integrale: «industrie insalubri e pericolose», senza temere fraintesi.

3 – Insalubrità e pericolosità
Trattando delle industrie insalubri risulta conseguenza piuttosto logica che i parli di insalubrità e pericolosità; per questo è opportuno dedicarsi a tali termini in maniera più attenta e specifica.

Per quanto concerne l’ insalubrità, TORREGROSSA(37) rileva giustamente che «…il t.u. sanitario non contiene un concetto di “insalubrità”, alla stregua del quale valutare il grado di tollerabilità e quindi la misura del pregiudizio ammissibile alla salute del cittadino», quindi, attingendo dalle più comuni ed aggiornate fonti linguistiche(38), non possiamo che attribuire a tale termine il normale significato di «mancanza di salubrità» e quindi considerarlo come una caratteristica di ciò che è insalubre. E’ insalubre ciò che è nocivo alla salute e che, pertanto, non è salubre. Ai fini pratici dell’argomento trattato, e dopo i chiarimenti anzi visti, l’insalubrità e la pericolosità delle attività ricomprese nell’elenco ministeriale possono essere usate come sinonimi; questo per il fatto che tali industrie vengono definite insalubri o in altro modo pericolose per la salute.

L’aspetto della pericolosità delle industrie insalubri - sia in dottrina che in giurisprudenza - è oggetto di una diatriba, di portata non indifferente, instauratasi fra due diverse correnti di pensiero in rotta di collisione. Da una parte si sostiene e si fornisce rilievo ad una presunzione di pericolosità, come qualità normativamente predeterminata, da considerare e valutare in maniera astratta (39) (soprattutto riguardo alle industrie insalubri di prima classe ed al procedimento di classificazione delle industrie insalubri); mentre secondo un altro filone - che invece non rinuncia a calare saldamente il fattore pericolosità nella concretezza del singolo caso e ritiene non logico che ad un’imputazione teoria possa riconoscersi maggior valore che alla realtà(40) - deve prediligersi una logica estremamente concreta(41) (soprattutto nei riguardi delle industrie insalubri di seconda classe e dell'adozione di provvedimenti o della valutazione della tollerabilità connessa alle attività insalubri).
A nostro avviso, però, per la diversità delle posizioni sopra indicate, non solo è possibile trovare degli elementi di chiarimento, ma – addirittura – si può giungere ad una “transazione”, visto che - in fondo - si tratta di “un falso problema”.

4 - Tassatività degli elenchi.

Per meglio introdurre questo aspetto della pericolosità, nelle due contrapposte concezioni – “astratta” e “concreta” – sopra viste, non è possibile trascurare un’altra questione ad essa connessa: la tassatività o meno dell’elenco delle industrie insalubri. Occorre premettere che l’orientamento - dottrinario e giurisprudenziale - prevalente si rivolge a tal riguardo in senso favorevole. Ne costituisce un esempio RINAUDO(42) il quale, nel ribadire che la disciplina delle industrie insalubri (ad eccezione dell’ art. 217 T.U.LL.SS) trova applicazione limitatamente alle industrie inserite negli appositi sub-elenchi approvati dal Ministero della sanità, afferma che l’elenco in questione ha «carattere tassativo», nel senso che tutte le “limitazioni” previste dall’art. 216 T.U.LL.SS. valgono esclusivamente nei riguardi di quelle attività in esso elencate. L’autore conforta e supporta tale tesi mettendo in evidenza come: le garanzie di cui è circondata l’emanazione dell’elenco, la particolare procedura di formazione, nonché la possibilità della revisione periodica, appaiono incompatibili con una tesi che attribuisca all’elenco stesso solo un carattere «indicativo». Ma non basta; l’intervento dell’autore si spinge fino ad arginare le apprensioni di coloro che temono i “limiti” connessi ad una «classificazione aprioristica» (conseguente ad un elenco ritenuto tassativo), ricordando che all’autorità amministrativa locale, competente in materia, non mancano certo gli strumenti(43) per intervenire comunque, anche nei confronti di attività risultate concretamente insalubri ma non riconducibili ad alcun tipo concretamente inserito nell’elenco.
Pur se conforme, appare un po’ meno ferma la posizione assunta da RABAGLIETTI(44), il quale, basandosi anch’egli sulle garanzie di cui è circondata l’emanazione dell’elenco e sul fatto che il terzo comma dell’art. 216 T.U.LL.SS. statuisce che esso «serve di norma per l’applicazione delle presenti disposizioni», si sente quasi “vincolato” a sostenere la tesi affermativa che attribuisce a tale elencazione un «valore assoluto» e quindi tassativo. Ne consegue che, di fatto, accondiscende alla logica secondo cui le industrie inserite in ciascuna delle due classi, debbono ritenersi “pericolose” solo in ragione di tale collocazione. La perplessità latente dell’autore si rende manifesta quando, nonostante l’adesione dovuta all’evidenza di fattori concomitanti, egli qualifica come “strano” che una “classificazione a priori” (45) possa avere più efficacia della stessa realtà. Quest’ultimo dubbio però, per quanto giustificato, trova comunque una risposta adeguata ed esaustiva nel fatto che la tassatività dell’elenco non ha alcun risvolto pregiudizievole pratico(46).

Tornando a trattare “a pieno” dell’aspetto della tassatività dell’elenco, la giurisprudenza appare molto determinata nell’affermarla. Basti pensare che, piuttosto recentemente, la Cassazione(47) si è espressa in maniera inequivocabile a favore della tassatività: «Il D.M. 2 marzo 1987(48) elenca, classifica, e definisce le industrie insalubri; nessun altro atto si richiede perché un’industria “sia ritenuta tale”, nessun ulteriore provvedimento accertativo o dichiarativo è necessario oltre all’inquadramento fatto per definizione ministeriale…». Ed oltre al Supremo Giudice ordinario, anche il Giudice amministrativo(49) percorre la strada della tassatività con una decisione la cui massima termina in questo modo: «Gli elenchi……non possono essere disattesi dai Comuni, i quali sono tenuti a rispettare la classificazione(50) imposta, e tutti gli effetti previsti dal Legislatore, anche nei riguardi di industrie già esistenti all’atto dell’emanazione del decreto ministeriale». Continuando in questa ridotta rassegna giurisprudenziale non si può omettere il T.A.R. Campania(51), che afferma in maniera non meno lapidaria: «L’individuazione, a norma dell’art. 216 T.U.LL.SS., delle attività industriali insalubri o pericolose, quale effettuata nell’apposito elenco approvato con decreto ministeriale, è tipica e tassativa e pertanto non suscettibile di ampliamenti, in base a criteri di analogia, ad opera dell’amministrazione comunale»(52). Appare sicuramente preferibile l’indicazione fornita da quest’ultimo giudice rispetto a quelle di altra giurisprudenza(53) che, sostenendo implicitamente la derogabilità dell’elenco, ammette come legittima l’assimilazione di una lavorazione atipica (cioè non ricompresa a livello tipologico nell’elenco) con altri tipi di lavorazioni ivi collocate, sulla base del presupposto che presentino “analoghi” inconvenienti di insalubrità. Non ci sembra proprio il caso di concordare con quest’ultima tendenza eccessivamente elastica; anche perché non si riesce ad intuire quale sia il motivo valido che possa mostrare come preferibile il ricorrere ad un estemporaneo provvedimento di “classificazione analogica”, quando la questione relativa ad una lavorazione insalubre atipica, può, quasi sicuramente, essere risolta, o perlomeno affrontata, per il tramite dei vasti poteri riconosciuti, al Sindaco, in forza del citato art. 217 T.U.LL.SS.; il cui impiego è svincolato dalla classificabilità o meno dell’attività in esame.

Rimanendo sempre sul binario della “tassatività”, appare opportuno precisare che, a cominciare dall’elenco delle industrie insalubri approvato con D.M. 12 febbraio 1971, accanto a (o meglio: a margine di) molte delle voci di insalubrità che - in esso - individuano i tipi di attività ricompresi nelle due classi, è stata inserita una “specificazione” che si riferisce ed indica (quando e se apposta), in maniera “tassativa”, addirittura qual’ è la «fase», di quel certo tipo di attività, che deve considerarsi insalubre. Questo è indiscutibilmente importante, perché, come ben precisa il Ministero della sanità(54): «L’indicazione della lavorazione o della sostanza, riportata nell’elenco, senza alcuna “precisazione” si riferisce a tutte le fasi della lavorazione, ivi compreso il deposito; mentre invece le voci d’insalubrità per le quali sono riportate “particolari indicazioni” si intendono limitate (o meglio: si intendono insalubri limitatamente) alle sole fasi citate». E’ chiaro che, in tal modo, l’indicazione di una specifica fase, o di un particolare utilizzo(55), a fianco di una voce di insalubrità, deve far considerare insalubre tale tipo di attività, non nel suo complesso, ma solo e limitatamente a quanto indicato nella specificazione effettuata “a margine”. Può quindi verificarsi (ad esempio) che l’inserimento di un certo tipo di sostanza nell’elenco ministeriale, determini la classificabilità come insalubre di un’impresa - presente sul territorio - solo se presso questa si effettui la “produzione” di quella sostanza, oppure solo se questa venga manipolata con certe “modalità”, e non in altri casi, quali (ad esempio) il deposito o il mero impiego. Tali indicazioni di dettaglio non possono che offrire conferma della chiara natura tassativa dell’ elenco in questione.
5 - Finalità e scopo della classificazione.
Corollario di un esame della pericolosità delle industrie insalubri è sicuramente l’aspetto della finalità della relativa classificazione. In occasione della emanazione di un nuovo elenco ministeriale(56), il BORTOLOTTI (57) si è espresso nei riguardi della classificazione delle industrie insalubri, precisando che essa: «…non deve essere fine a se stessa, esaurendosi in un mero adempimento burocratico, ma deve costituire la premessa, e quindi l’occasione, per un’organica ed efficace azione di rinnovamento e di ripristino di una situazione ambientale più o meno compromessa nelle diverse parti del Paese». Pur se tale espressione trova vita agli inizi degli anni ’70, quello indicato dall’autore non può certo considerarsi, neppure oggi, uno scopo di poco conto, né tanto meno, ormai raggiunto. Ma, oltre a quest’ultima affermazione, ben altro può aggiungersi riguardo allo scopo della classificazione: «Il provvedimento di classificazione… è finalizzato esclusivamente ad inquadrare i diversi impianti industriali operanti sul territorio… nell’una o nell’altra voce dell’elenco tipologico delle attività ritenute in astratto insalubri con provvedimento di competenza ministeriale…»(58), «…la classificazione operata dai competenti organi comunali dà luogo soltanto ad una presunzione “iuris tantum” di insalubrità o pericolosità»(59). A completamento possiamo anche attingere alla decisione del Consiglio di Stato 31 marzo 1989, n° 208, e rimarcare che tale Giudice, ribadendo la “finalità conoscitiva” dell’istituto della classificazione, considera qualsiasi «verifica preventiva sull’impianto» (oggetto di classificazione) come “estranea” agli obiettivi perseguiti dal provvedimento della giunta comunale. Obiettivi che non consistono nell’andare a contestare all’industriale l’esercizio di una attività recante un concreto nocumento alla salute pubblica, bensì che si prefiggono il mero fine di indicare e formalizzare un fatto: quella classificata è una attività “astrattamente ritenuta nociva” dalla normativa vigente; attività per la quale “potenzialmente” si rendono necessari taluni accorgimenti che l’industriale potrebbe già aver adottato, ma che in ogni caso non influiscono sul giudizio di pericolosità che l’ elenco ministeriale riferisce a quel tipo di lavorazione.

La finalità della classificazione delle industrie insalubri è, pertanto, quella di «segnalare un rischio»; di indicare e formalizzare una pericolosità potenziale i cui effetti concreti, nella realtà, potrebbero già essere stati ridimensionati o limitati dal titolare dell’azienda, grazie all’adozione di accorgimenti e speciali cautele a ciò finalizzati.

6 – Prime conclusioni
Su quest’ultima affermazione, circa la finalità della classificazione di cui trattasi, la giurisprudenza si spacca e, prendendo strade diverse - in netta contrapposizione -, in parte si limita a riconoscere tale considerazione come vera, in parte trae ulteriori e diverse conclusioni che - senza gli opportuni chiarimenti – capovolgono la concezione stessa. Lo studio di due sentenze del T.A.R. Lombardia – Sezione Brescia – ha consentito di avere conferma di una tale “Scissione”, e proprio con tali decisioni del Giudice amministrativo inizierà la seconda ed ultima parte del lavoro, dedicata a concludere la questione che, a ben vedere, può dirsi sorta solo a causa di “un falso problema”.

Parte Seconda

Introduciamo questa seconda ed ultima parte con due sentenze del Giudice amministrativo per la Lombardia – sez. Brescia – che, al di là delle massime ufficiali con cui di norma vengono caratterizzate, contengono entrambe un’attestazione – indice di un conseguente convincimento – il cui commento ci permetterà di fornire una risposta efficace al quesito principale che, in origine, ci siamo posti ed abbiamo condensato nel titolo del presente lavoro.
7 - Presupposti della classificazione ed atti preliminari: due visuali diverse.
Le sentenze sopra riportate lasciano chiaramente capire che l’individuazione dei presupposti e degli atti preliminari alla classificazione delle industrie insalubri, è correlata e dipende dal «come» venga considerato tale istituto:
“concreto” e “legato ad accertamenti della effettiva e reale pericolosità delle aziende”, oppure,
“astratto” e “teorico”.
Sono due visuali che portano a conclusioni completamente diverse e che appartengono proprio a quelle due correnti di pensiero, anzidette(62), che si contrappongono in maniera tanto ferma e determinata da aver provocato l’impiego del termine “Scissione”.
Prendendo avvio dal filone che predilige la “concretezza” (tesi B/b) possiamo trovare GIAMPIETRO(63) che riporta la conclusione cui è pervenuto il T.A.R. Piemonte(64), in base alla quale: «…il provvedimento comunale con cui un’azienda venga iscritta (o meglio: classificata) tra le industrie insalubri di prima classe… è illegittimo laddove si limiti a prendere atto dell’elenco(65) delle industrie operanti nella circoscrizione comunale, predisposto dagli uffici comunali, e dia immotivatamente per certo che la classificazione effettuata “rispecchia” la reale situazione di fatto, omettendo ogni indagine analitica e di riscontro con i relativi indici di tollerabilità(66)». Sempre lo stesso autore(67) richiama anche il Giudice amministrativo per la Lombardia(68), citandone una decisione dal cui contenuto è rilevabile che: «Nella delibera impugnata, invero, viene dato immotivatamente per certo che la classificazione operata rispecchi la reale situazione di fatto, senza alcuna indagine analitica e di riscontro con i relativi indici di tollerabilità……a tal riguardo si imputano alla ricorrente, lavorazioni ed uso di sostanze che… non corrispondono… a quelle effettivamente impiegate». Con questa decisione si comincia ad intravedere cos’è che deve essere considerata come vera e concreta questione preliminare alla classificazione. Occorre però pazientare ancora, prima di trarre conclusioni che potrebbero risultare affrettate ove trascurassimo l’enunciazione di altri numerosi punti di vista rilevati e rilevanti a tal riguardo. Altra giurisprudenza, difatti, amplia ulteriormente il dettaglio della questione, arrivando a statuire che il provvedimento di classificazione debba essere preceduto da: a) «…una indagine analitica della situazione di fatto e dall’obiettivo riscontro del superamento degli indici di tollerabilità…»; b) «…adeguati accertamenti tecnici dai quali risultino con evidenza la pericolosità e la nocività per la salute dei cittadini delle materie impiegate…»(69); c) «…una puntuale e concreta verifica della effettiva portata pericolosa e nociva per l’igiene pubblica dell’attività stessa…»(70); d) «…previ adeguati accertamenti tecnici, diretti a verificare la pericolosità della lavorazione svolta e l’ effettiva corrispondenza dell’attività ad una di quelle prefigurate nell’ elenco contenuto nel decreto ministeriale…»(71). Anche quest’ultimo inciso ci avvicina a ciò che riteniamo sia la soluzione della questione; ma non possiamo tacere altre posizioni (forse più esasperate), come quella assunta dal Giudice amministrativo emiliano, secondo cui deve considerarsi: «…illegittima, per inadeguatezza della motivazione, la classificazione di uno stabilimento come industria insalubre, nel caso in cui dal provvedimento non si evince come l’ Autorità sia pervenuta a delimitare numericamente il tasso di emissione di particelle inquinanti, in quanto tale dato, importantissimo per la stessa salute della popolazione…, dovrebbe essere evidenziato dal puntuale referto di un tecnico che attesti una ponderata e seria valutazione della situazione ambientale e delle possibili influenze sulla popolazione stanziata nell’abitato»(72), oppure come quella che scaturisce dalla decisione adottata dal T.A.R. Sicilia(73), dove si afferma: «…la mancanza dell’accertamento previsto dalla legge n. 615 del 1966, da parte dell’apposito Comitato regionale…rende illegittimo, per mancanza di presupposti, il provvedimento del Sindaco(74) sulla classificazione delle industrie insalubri…». E, rimanendo nell’ambito di questa “fazione”, può considerarsi riepilogativa e sintomatica – del concetto che la caratterizza – la decisione del T.A.R. Lombardia(75) che così si esprime: «Per la classificazione di un’attività produttiva come insalubre di prima classe non è sufficiente la astratta includibilità dell’attività medesima fra quelle indicate nell’elenco ministeriale, essendo invece necessaria una “previa, puntuale e concreta verifica della effettiva portata pericolosa e nociva per la salute pubblica” dell’attività da classificare».

A questa tendenza, che abbiamo definito “concreta”, se ne contrappone un’altra decisamente antitetica (che considera la classificazione come istituto prescindente dalla reale pericolosità e quindi, in tal senso, “astratta”) e ravvisabile –nelle forme più decise – in certe pronunce della Corte di Cassazione(76), fra cui si evidenzia quella che afferma: «La riconducibilità - in via generale ed astratta - di un certo tipo di attività industriale all’elenco delle industrie insalubri, predisposto dal Consiglio superiore della Sanità, fonda un giudizio presuntivo di pericolosità dell’attività stessa, essendo in tal senso del tutto irrilevante il difetto di formale classificazione della lavorazione da parte della competente autorità comunale»(77). Su tali basi si arriva addirittura alla conclusione che, per considerare “insalubre” una certa attività, sia (non solo necessario, bensì) sufficiente, il suo “inserimento tipologico” nell’elenco ministeriale. Secondo una tale logica appare addirittura fuori discussione la necessità di qualsiasi atto preliminare alla classificazione (sia esso fondato su basi concrete o soltanto su considerazioni astratte), dal momento in cui lo stesso provvedimento della giunta comunale risulta, in un certo senso, “facoltativo”.
Rimanendo nell’ambito di questo secondo filone, pur approdando a delle posizioni “meno estreme” (78) di quella ora vista, si ha ugualmente conferma, anche da parte della giurisprudenza amministrativa, che: «Nel procedere alla classificazione delle industrie insalubri, il Comune non è tenuto ad indicare quale tipo di inquinamento sia imputabile all’una o all’altra industria…»(79), in quanto «…L’inclusione di una fabbrica o manifattura nell’elenco previsto dall’art. 216 T.U.LL.SS. importa, ex lege, il “carattere insalubre” dell’attività (astrattamente) considerata, essendo stato - tale “carattere nocivo” - valutato una volta per tutte all’atto di tale inclusione; di conseguenza non si rendono necessari particolari accertamenti tecnici volti a determinare, di volta in volta, la nocività per l’abitato di un’industria inclusa in quell’elenco…»(80). In senso del tutto analogo è possibile richiamare anche l’espressione del Consiglio di Stato(81) che considera qualsiasi verifica preventiva, sull’impianto oggetto di classificazione, come “estranea” agli obiettivi perseguiti dal provvedimento di classificazione della giunta comunale, e ritiene quindi inutile l’effettuazione di “indagini” sulle caratteristiche dei singoli impianti produttivi. Sulla stessa linea si ritrova altra giurisprudenza la quale – addirittura – ritiene che la classificazione: «…non necessita…di particolare motivazione, né di approfonditi accorgimenti tecnici»(82) e «…non abbisogna di approfondita istruttoria, né di specifica motivazione…»(83), fino a giungere al punto di poter considerare la deliberazione della giunta comunale: «adeguatamente motivata con richiamo, oltre che al decreto ministeriale di cui all’art. 216 R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, al censimento effettuato sotto il controllo dell’Ufficiale sanitario ed all’esame del fascicolo relativo all’attività svolta dalla ditta in questione»(84).
In ogni caso, a parziale bilanciamento di quanto affermato con quest’ultima statuizione, la dottrina(85) ricorda che, la classificazione di cui trattasi, a volte, comporta l’esercizio di una discrezionalità di tipo tecnico e pertanto, in tali occasioni, deve essere congruamente motivata.

8 - Verso la conclusione: per l’astrattezza
Arrivati a questo punto è possibile trarre le nostre conclusioni al riguardo ed evidenziare la presenza di qualcosa di logico e di fondato in entrambe le tendenze; le quali necessitano soltanto di limitati chiarimenti per rivelarsi, in fondo, non così agli antipodi come, apparentemente, potrebbe sembrare. Pertanto, di fronte al dilemma «astratta o concreta», è possibile affermare che la classificazione delle industrie insalubri (e quindi anche la pericolosità a queste riconducibile in tale fase) può essere qualificata in entrambi i modi; ma ciò acquista senso solo fornendo maggiori dettagli ed individuando con esattezza i rispettivi ambiti di riferimento.
A tale scopo è necessario confermare – subito – che un’attività in esercizio, o in fase di avvio, nel territorio comunale, per poter essere classificata come insalubre, non deve essere soggetta ad alcun accertamento circa l’effettiva pericolosità o il relativo tasso di inquinamento ad essa attribuibile; tale operazione, pertanto, deve proprio considerarsi, del tutto legittimamente, astratta e teorica(86). Se infatti è vero, secondo quanto riportato da GIAMPIETRO(87), che «l’inserimento di un certo tipo di attività nell’elenco ministeriale assolve solo alla funzione di segnalare in via generale le potenziali fonti di rischio, e che tale “potenzialità” deve poi essere verificata e valutata attentamente in sede locale», è altrettanto vero che ciò vale esclusivamente nei casi in cui ci si rivolge nei confronti di un’azienda (ad esempio classificabile insalubre di prima classe) per valutare la possibilità di consentirne o meno la permanenza nell’abitato. Oppure vale, analogamente, quando una certa realtà produttiva entri nel “mirino” della pubblica amministrazione, la quale voglia e/o debba valutare se tale realtà sia sufficientemente isolata nelle campagne, o se sia necessario sottoporne la prosecuzione all’adozione di determinate speciali cautele, o addirittura consideri necessario inibirne l’attivazione. E’ in relazione a queste ultime ipotesi che “sicuramente” occorre una verifica concreta della pericolosità effettiva dell’azienda; verifica che invece non appare necessaria per dare attuazione alla fase di classificazione, la cui natura ed il cui scopo è già stato illustrato.
La classificazione quindi appartiene ad una fase astratta; così che può considerarsi fondamentalmente errato quanto contenuto nel parere ulteriormente riportato da GIAMPIETRO(88), dove si legge: «…l’industria, con gli accorgimenti tecnici prescritti, perde le “caratteristiche” di industria molesta e nociva e pertanto il suo insediamento può considerarsi compatibile…». Questa concezione risulta essere profondamente sbagliata, perché l’ industria che abbia adottato certi accorgimenti tecnici – o speciali cautele – che l’abbiano resa meno inquinante, o meno pericolosa, o meno nociva per l’ambiente esterno ed il vicinato, non perde affatto le «caratteristiche» di industria insalubre. Si potrà dire che le abbia “ridimensionate”, “attenuate”, poste “sotto controllo”, rese “poco rilevanti”, ma ciò non toglie che le caratteristiche “potenziali” di insalubrità continuano a persistere sempre. E’ infatti sufficiente che uno dei sistemi installati a contenimento delle proprie emissioni nocive subisca un guasto, o che si verifichi una sua diminuzione di efficienza, perché l’industria torni immediatamente a risultare ciò che non è mai cessata di essere: «una industria insalubre, potenzialmente pericolosa per il vicinato ed in tal senso classificabile, che aveva “limitato” i propri e tipici influssi negativi verso l’esterno, grazie all’adozione di nuovi metodi e speciali cautele». Una lavorazione o attività che ha le caratteristiche per essere ricondotta ai tipi di attività elencati nell’elenco ministeriale è – e deve continuare ad essere considerata – “potenzialmente insalubre” anche dopo l’adozione di speciali cautele, perché non può dirsi che essa abbia eliminato la «fonte» dell’insalubrità, ma solo e soltanto che abbia limitato e contemperato – anche drasticamente – quegli effetti conseguenti all’insalubrità che, diversamente, si sarebbero ripercossi verso l’esterno.
Se – ad esempio – un’azienda viene classificata insalubre per l’impiego di sostanze pericolose il cui uso è previsto, dall’elenco ministeriale, come “sufficiente” per considerarla tale, non è certo l’installazione di potentissimi e sofisticati impianti di abbattimento o di depurazione che elimina la “fonte del rischio”; in tal caso, infatti, l’impiego della sostanza pericolosa permane immutato, ed essendo esso la “causa” della classificabilità dell’azienda, anche questa permane tal quale (pur se l’azienda, in tal modo, non determina alcun concreto effetto negativo o nocumento verso il vicinato). E’ solo con l’eliminazione dell’uso di quella sostanza pericolosa che le cose potrebbero cambiare; risultando, a quel punto, eliminate (insieme alla sostanza) anche le condizioni necessarie e sufficienti per la classificabilità – come insalubre – dell’azienda. Non altro!

9 - Concretezza della classificazione
In che senso, allora, abbiamo sostenuto che la classificazione può dirsi anche “concreta” ? La risposta, in parte, già traspariva da alcuni punti delle massime(89) inizialmente citate e così può riassumersi: «Esiste, e deve doverosamente essere attuata, anche una fase – preliminare alla classificazione – caratterizzata da accertamenti concreti e rigorosi, precisando però che questi non sono rivolti a stabilire la pericolosità dell’attività in questione, ma sono diretti soltanto ad accertare se l’azienda in esame eserciti concretamente quelle lavorazioni, o usi ed impieghi effettivamente quelle sostanze o quei materiali che la rendono riconducibile ai tipi enumerati nell’elenco ministeriale». Questo è l’accertamento scrupoloso, dettagliato ed indispensabile che deve “concretamente” precedere la classificazione. Se l’attività in esame esercita solo “nominalmente” una certa lavorazione – il cui tipo è inscritto nell’elenco ministeriale –, oppure se utilizza “solo apparentemente” una sostanza o un materiale riconducibile all’elenco, ciò deve risultare concretamente dalla fase istruttoria(90) del procedimento amministrativo attraverso il quale si genera il provvedimento di classificazione. In tal caso, l’attività in esercizio, o in fase di attivazione, non può e non deve essere classificata come insalubre, nonostante che astrattamente possano esserci elementi che la facciano sembrare tale; questo perché è l’accertamento concreto sull’attività realmente svolta che deve prevalere sull’astratta apparenza, dimostrando in tal modo che non sussistono i presupposti, necessari e sufficienti, per poterla considerare – neppure “potenzialmente” – fonte di rischi per il vicinato.
Nel caso in cui, al contrario, da tale fase procedimentale risulti una concreta corrispondenza fra l’attività esercitata (o esercitabile) e uno dei tipi di cui all’elenco ministeriale vigente, allora l’azienda sarà, e dovrà essere, classificata e considerata “potenzialmente insalubre e pericolosa”; questo a prescindere dalla sua concreta pericolosità. Di conseguenza, si procederà alla classificazione anche nel caso in cui l’azienda abbia provveduto ad adottare tutte quelle cautele ed accorgimenti che la rendano innocua, in quanto questi ultimi potrebbero successivamente venir meno facendone così riconcretizzare l’insalubrità. Insalubrità che, tramite tali accorgimenti, era stata – solo temporaneamente – confinata in una mera dimensione astratta, senza che mai potesse dirsi del tutto eliminata.
L’accertamento concreto e preventivo deve pertanto essere rivolto solo al riscontro dell'effettiva riconducibilità, dell’attività svolta, all'elenco ministeriale delle industrie insalubri. Di questo ce ne fornisce piena conferma anche il Ministero della sanità(91) il quale, nell’indicare che: «…la classificazione delle lavorazioni insalubri non può e non deve rimanere fine a se stessa esaurendosi in un mero automatismo burocratico(92)», precisa la necessarietà di un «…esame specifico e puntuale (il quale) non può essere realisticamente effettuato - in dettaglio - che dall’autorità locale». Il Ministero prosegue affermando: «E’ evidente che qualora da tale esame risulti che le cause d’insalubrità potenziale, che “hanno determinato” l’inclusione dell’attività nella Ia classe dell’elenco, sono state eliminate o quantomeno ridotte in termini accettabili(93) si applica il caso previsto dal 5° comma dell’art. 216 T.U.LL.SS.». In tal modo, anche il vertice sanitario dell’amministrazione statale, lascia intendere che lo specifico e puntuale esame da realizzare in sede locale riguardo alla effettiva pericolosità, appartiene ad una fase successiva e svincolata dalla classificazione, la quale, di per sé, necessita solo e soltanto dell’accertamento concreto dell’effettiva corrispondenza dell’attività svolta con i tipi enumerati nell’elenco.
Nell’effettuare la classificazione (cioè nel dare concretezza ad un mero censimento delle attività svolte nel territorio comunale(94), senza effettuare alcun accertamento della reale pericolosità delle aziende(95) ma solo della corrispondenza della realtà in esame con il contenuto astratto dell’elenco) il Comune svolge un’azione di carattere conoscitivo e ricognitivo(96), per la quale non è richiesto quel bagaglio di nozioni tecniche che costituiscono invece il patrimonio degli organi incaricati di intervenire (con le loro prescrizioni, sui singoli impianti) per finalità “diverse” da quella della classificazione di cui trattasi.

10 – Un falso problema
Da tutto questo discende che l’individuazione – effettuata dal Giudice amministrativo per la Lombardia(97) – di due tesi contrapposte(98), a nostro avviso (in forza di tutto quanto sopra delineato e precisato), risulta in realtà costituire un “falso problema”, in quanto si tratta di due filoni giurisprudenziali che, solo in parte, si rivolgono alla stessa situazione e che, pertanto, indubbiamente divergono nelle proprie conclusioni; non potendosi queste ultime (date le diverse origini) adattare pienamente ad una stessa fase di quello che potremmo definire: «rapporto di un’impresa nei confronti della pubblica amministrazione».
Partendo dalla seconda tesi (B) che è quella condivisa dal Tribunale lombardo, non ci sono dubbi sul fatto che essa sia sicuramente da perseguire e da assecondare anche riguardo alla classificazione, ma solo per quanto concerne la sua “prima parte” (a), dove si afferma che l’inserimento di un determinato tipo di attività nell’elenco ministeriale assolve alla «mera funzione di segnalare le potenziali fonti di rischio». La restante parte (b) di tale tesi, solo erroneamente può dirsi adattabile e riferibile ad un procedimento di classificazione, in quanto “altre” sono le azioni – di natura ben diversa – che costituiscono terreno fertile per una sua corretta applicazione; azioni (come già visto ed esemplificato) da cui possono scaturire atti limitativi o inibitori nei riguardi delle aziende. Sono questi ultimi i provvedimenti che sicuramente necessitano e, quindi, devono essere preceduti da una verifica concreta della pericolosità per la salute pubblica; proprio come indica la seconda parte (b) di questa seconda tesi (B) in esame. E sbaglia quella giurisprudenza che traspone la necessità di questo tipo di verifica concreta, andandola a situare a monte dell’atto di classificazione; il quale, ripetiamo – ancora una volta – ostinatamente ma necessariamente, non ha il potere di ledere direttamente alcuna attività, se non nel senso di confermare – verificandola in concreto – una corrispondenza fattuale della realtà produttiva in essere, con quanto astrattamente statuito come pericoloso ed insalubre da parte del Consiglio superiore di sanità. Statuizione che neppure il difetto di una classificazione (causato dall’eventuale inerzia del comune) potrebbe cancellare; a meno che non si voglia porre in discussione la competenza, del predetto Collegio, a determinare astrattamente ciò che può nuocere, o meno, alla salute pubblica.
Passando all’esame della prima tesi (A), si può osservare come sia soltanto questa ad essere precipuamente e completamente riferibile all’atto di classificazione ed al relativo procedimento di formazione (così come ai necessari, quanto limitati, atti preliminari). Atto classificatorio che, giustamente, secondo tale filone giurisprudenziale, è considerato un atto vincolato (nell’ an e nel quomodo) all’elenco ministeriale; senza che tale qualificazione comporti problemi di sorta, non avendo sull’azienda alcun’altra diretta conseguenza se non “la stessa” che a questa deriva dall’inserimento del suo tipo nell’elenco ministeriale. Conseguenze, quelle derivanti dall’iscrizione e quelle scaturenti dalla classificazione(99), del tutto analoghe fra di loro (pur se provenienti da interventi fatti a livelli diversi), che possono – per esempio – costringere il titolare di una attività insalubre di prima classe a dover dimostrare quali siano le speciali cautele adottate, al fine di poter permanere in centro abitato. A tal proposito occorre comunque evidenziare che, anche nel caso si riscontrasse necessaria una tale costrizione, questa non può che essere considerata una conseguenza giusta e logica, perché, se c’è corrispondenza fra tale attività e il tipo inserito nell’elenco ministeriale, non ci sono dubbi sul fatto che questa sia “potenzialmente” un’attività insalubre. Come tale, deve adoperarsi per limitare i propri effetti caratteristici, senza con ciò voler sostenere che tale attività sia anche sicuramente dannosa, in concreto, per il vicinato. Se in concreto non lo è, ciò dipende dal fatto che l’industriale ha impiegato speciali cautele per renderla tale, ed è quindi giusto che lo dimostri(100); come, a quel punto, è altrettanto giusto che l’azienda possa rimanere in centro abitato, perlomeno finché tali cautele permangono e continuano a risultare sufficienti. A riconferma di quanto sostenuto, deve evidenziarsi che questa conseguenza (o costrizione), or ora indicata a titolo esemplificativo, non è però “causata” dalla classificazione effettuata a livello locale, bensì – in automatico – dalla corrispondenza (che con tale provvedimento si evidenzia) fra la realtà e il precetto astratto contenuto nell’ elenco, il quale, a sua volta, è direttamente connesso con la previsione normativa contenuta nel quinto comma dell’ art. 216 T.U.LL.SS..
A questo punto non è quindi difficile dare ragione ad entrambe le tesi, tanto da considerarle per niente contrapposte, a condizione che esse (o le parti in cui appaiono fittiziamente suddivisibili) vengano correttamente collocate, riferendole a due momenti(101) che sono, temporalmente e sostanzialmente, diversi.
L’accortezza che bisogna avere è la seguente: alla classificazione si può rivolgere tutta la “prima tesi” (A) e solo la prima parte (a) della “seconda tesi” (B); agli eventuali provvedimenti restrittivi (successivi ed indipendenti dalla classificazione) si deve rivolgere solo la seconda parte (b) della “seconda tesi” (B). Fare confusione in questa applicazione, vuol dire creare – ex novo – un problema inutile e far nascere delle effimere contrapposizioni; ma, soprattutto, significa andare ad aggravare inutilmente un procedimento amministrativo, effettuando accertamenti che non servono per la fase procedimentale relativa alla classificazione, e questo, per legge, non può trovare alcun legittimo riscontro pratico.

Appunto per questo possiamo affermare che, a ben vedere, la reale pericolosità – astratta e concreta – deriva dall’errata prassi di anteporre a certi istituti giuridici – destinati ad avere una specifica e tipica funzione – degli accertamenti che, invece, sono necessari solo e soltanto in momenti procedimentali diversi da quelli per cui tali istituti sono stati “pensati” dal legislatore.

http://www.tuttoambiente.it/comm/industrie.html


3. AZIENDE INSALUBRI

1) Le aziende insalubri di I° classe presenti all’interno del perimetro urbano, e quindi limitrofe alle abitazioni, possono rimanervi solo a condizione che venga dimostrato che stanno adottando metodi e/o cautele tali da non arrecare danni alla salute dei vicini (R.D. n° 1265 del 1934).
2) Gli interventi sulle aziende insalubri di I° classe presenti nelle zone residenziali sono ammessi solo a condizione che vengano utilizzate tecniche tali da non arrecare danni alla salute dei vicini (R.D. n° 1265 del 1934).

3. AZIENDE A RISCHIO O INSALUBRI

a. Si prescrive la non ammissibilità di aziende a rischio d’incidente rilevante.
b. Si prescrive la non ammissibilità di aziende insalubri di classe I; in alternativa, per le piccole e medie imprese che possono tornare a vantaggio della popolazione locale, offrendo possibilità di lavoro e/o servizi necessari senza imporre lunghi spostamenti, si prescrive di adottare tutte le misure necessarie per promuovere l’espansione in maniera armoniosa e compatibile con le esigenze di protezione dall’inquinamento all’interno del tessuto urbano. (validità: tutte le utoe, escluse quelle destinate ad attività produttive, e comunque lontane da insediamenti abitativi).
Impugnazione per via amministrativa della classificazione delle industrie insalubri.
di Silvano Di Rosa

«Impugnazione per via amministrativa della classificazione delle industrie insalubri.
In Toscana una decisione tutta da riconsiderare !!»


(già pubblicato in «L'Amministrazione Italiana», 1998, fasc. 10, pag. 1468 – 1477)

Abbiamo già avuto modo di trattate dell' attualità della disciplina delle industrie insalubri ed oggi, a maggior ragione, possiamo ancor più consolidare il corretto impiego di tale sostantivo. Ce ne fornisce motivo ed occasione l' elenco dei nuovi procedimenti amministrativi da delegificare, accluso come “parte integrante” al disegno di legge varato dal Governo alla fine di luglio u.s.. Si tratta del «disegno di legge per la delegificazione», previsto dall' art. 20.1 della legge 15 marzo 1997, n.59, con cui si individuano 48 procedimenti amministrativi destinati ad essere disciplinati esclusivamente per il tramite della via “regolamentare”. Fra tali procedimenti, nell' elenco riportato su IL SOLE 24-ORE, al terzo posto viene indicato quello concernente la «Classificazione delle industrie insalubri» di cui al R.d. 27 luglio 1934, n. 1265.

Mantenendosi nell' ambito di tale disciplina, anche in questa occasione, intendiamo affrontare un tema che, come vedremo, dovrebbe risultare attuale e stimolante; con un particolare (ma non esclusivo) riferimento al territorio toscano. Difatti l' argomento in oggetto coinvolge sia i privati, titolari di aziende che divengono oggetto di classificazione come industria insalubre, sia le stesse amministrazioni comunali che, in ossequio alla citata disciplina, provvedono in tal senso. Ci stiamo riferendo al provvedimento di classificazione che compete alla giunta comunale in forza di quanto disposto dall' art. 102 del R.D. 3 febbraio 1901, n.45; ma è nostra intenzione “puntare i riflettori”, con intensità del tutto particolare, sui mezzi di impugnazione ad esso relativi; dovendo, per motivi di spazio, dare per scontata la conoscenza delle cognizioni di base della disciplina inizialmente citata.

... O m i s s i s ...



Fra le altre cose, in conclusione, si tratta di capire quale sia la «versione» che, oggi come oggi, sia giusto e corretto offrire a quelle aziende che risultino interessate dal provvedimento di classificazione di cui in oggetto (quella più logica o quella ufficialmente vigente in Toscana ?). E' una alternativa che ci sembra giusto affrontare e risolvere, nel tentativo di fornire delle certezze ai soggetti interessati ed evitare che le imprese non siano, arbitrariamente, private di un loro sacrosanto diritto, né, tantomeno, rischino di «cacciarsi» in situazioni per queste pregiudizievoli. Senza un chiarimento ufficiale della questione, non è possibile avere la certezza di quali siano le indicazioni più corrette ed i consigli più appropriati da fornire a tali aziende.

Ritenendo che non vi sia ragione di dubitare sul fatto che le impugnazioni per via amministrativa continuino ad avere un proprio significato ed una precisa ragion d'essere, appare veramente auspicabile una pronta revisione della decisione di cui in oggetto, con cui si riaprirebbe ufficialmente la possibilità, per le aziende interessate da provvedimenti di classificazione, di presentare i relativi ricorsi gerarchici impropri al Presidente della Giunta regionale, essendo, quantomeno, ingiusto negare alle aziende un ulteriore mezzo di tutela loro spettante “per legge”: una chance in più.

Silvano Di Rosa
Consulente Legale Ambientale in Vinci (FI)
silvanodiros@email.it

06/12/2002
RICORSO AL T.A.R. del 7 maggio '99 - Comitato San Pietro (Trascrizione stralcio del ricorso al T.A.R. presentato dal Comitato di San Pietro in data 7 maggio ’99)


AVANTI AL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO

REGIONALE PER IL VENETO
RICORSO CON ISTANZA SOSPENSIVA

Promosso da:
ASSOCIAZIONE-COMITATO CIRCOSCRIZIONALE DI SAN PIETRO DI ROSA’
, nella persona del Presidente pro tempore Sig. Stefano Zulian, con sede in San Pietro di Rosà, rappresentato e difeso congiuntamente e disgiuntamente dagli Avv. Gabriella terziari, del Foro di Bassano del Grappa, e Avv. Antonio De Paoli, con domicilio eletto presso lo studio del secondo in Dolo, Via Matteotti, 9/A,
CONTRO COMUNE DI ROSA’, in persona del Sindaco pro-tempore Dott. Didonè Giovanni, con sede in Rosà (VI), piazza Serenissima;
REGIONE DEL VENETO, in persona del Presidente della Giunta Regionale On. Dott. Giancarlo Galan, con sede in Palazzo Balbi Dorsoduro – Venezia e con domicilio eletto presso l’Avvocatura dello Stato in Piazza san Marco 63;
CONTRO INTERESSATA: ZINCHERIA VALBRENTA S.R.L. in persona del legale rappresentante, Via Rossigni 19, Rosà;
PER L’ANNULLAMENTO, PREVIA SOSPENSIVA DELL’EFFICACIA,
nelle more di causa, della delibera:
Delibera della Giunta Regionale 23 febbraio 1999, n. 479, pubblicata nel Bollettino Ufficiale della Regione del Veneto il 16.03.99 – n. 23, avente ad oggetto: approvazione del progetto di variante al Piano Regolatore del Comune di Rosà (VI) adottato con delibera consiliare n. 72 del 5.6.1997
***
FATTO

A) IL COMITATO DI SAN PIETRO

Il Comitato Circoscrizionale di Quartiere denominato “San Pietro” si è costituito nel febbraio 1995, a seguito di votazione popolare tenutasi in data 19 febbraio 1995, aperta a tutti gli abitanti maggiorenni della frazione di San Pietro, siccome convocata dai soci fondatori nel gennaio dello stesso anno;
il Comitato si è rinnovato, dopo la prima scadenza quadriennale, in data 21.3.199, e le nuove cariche, unitamente alla relazione finale ed al bilancio economico, sono state comunicate al Comune di Rosà con nota pervenuta in data 8.4.199;
il Comitato San Pietro, in relazione al provvedimento oggi impugnato, ha stilato un documento di ferma protesta, a nome della popolazione interessata, che si ritiene opportuno allegare quale doc. 11;
- va infatti premesso che il problema della variante della quale in questa sede richiede l’annullamento, è una delle questioni più scottanti, per le gravissime conseguenze che ne derivano, che il Comitato e la popolazione tutta della frazione si sia trovata ad affrontare negli ultimi anni, in una lunga e defatigante, oltre che per ora vana, battaglia, portata avanti nelle sedi e con gli strumenti più aperti, attraverso assemblee, raccolta di firme ritualmente protocollate e tentativi di incontri con l’Amministrazione Comunale; questa peraltro, sul punto, ha sempre mantenuto un atteggiamento reticente, contrario agli stessi principi e finalità codificate nello statuto comunale, agli artt. 2 e 42, atteggiamento sfociato, con le modalità che più avanti si diranno, nell’approvazione della variante: mai come in questa occasione si può dire che la voce della popolazione locale è rimasta inascoltata, sia dall’Amministrazione Comunale che dalla Giunta Regionale, cui la situazione era stata tempestivamente comunicata con trasmissione delle cinquecento firme di cui al doc. 13 di cui sopra.


A) B) L’OGGETTO DEL PROVVEDIMENTO IMPUGNATO
Il provvedimento ha per oggetto la creazione di un nuovo insediamento produttivo di circa mq. 147.500 nell’area compresa fra via Pacelli, via Brega e via del Lavoro, in zone “Prese” nella Frazione San Pietro.
Tale variante al P.R.G. era stata una prima volta respinta, in data 14.04.97 dal CORECO, a causa di irregolarità sul metodo di discussione ed approvazione delle tavole.
In data 05.06.1997 essa veniva riadottata, con delibera n. 72 assunta dal Consiglio Comunale, in seconda seduta, con la presenza di soli quattro consiglieri su ventuno.
La variante prevede la creazione di una vasta area industriale di espansione, da attuarsi mediante Piani per Insediamenti Produttivi ai sensi dell’art. 27 L. 865/71 e dell’art. 14 della L.R. 61/1985; l’intervento ricomprende circa mq. 10.500, che erano destinati nel P.R.G. ad attrezzature di servizio per le zone produttive e ad impianti tecnologici e speciali, e altri mq. 137.000 di zona agricola, caratterizzata, per la parte a ridosso di Via Brega, da un elevato frazionamento fondiario.

B) C) I LUOGHI
La chiamata in questo giudizio, in qualità di controinteressata, della Società denominata Zincherai Valbrenta S.R.L. non è, evidentemente, frutto del caso; la ditta, come la stessa denominazione conferma, svolge attività altamente dannosa per la salute, ed i cittadini di San Pietro hanno sempre dovuto, da tempo, contrastare gli effetti perniciosi.
L’azienda è attualmente sita, dopo aspre battaglie anche legali a suo tempo condotte, in zona adeguatamente distante dal centro abitato e tale, nonostante tutto, da consentire l’attività nel rispetto della normativa vigente: infatti, nonostante l’opinabile decisione dell’Amministrazione Comunale di trasformare il sito residenziale, l’area è scarsamente abitata, è sicuramente lontana dalle zone più popolose, è in sostanza “isolata nelle campagne e tenuta lontana dalle abitazione”, come doveroso per le manifatture o fabbriche insalubri di prima classe;
L’area interessata dal futuro insediamento industriale, caratterizzata da ampia forma rettangolare, è invece compresa tra Via Pacelli, Via Brega e Via del Lavoro, ed è molto prossima al centro della frazione, alla chiesa, ai luoghi di ritrovo sociale; trattasi di zona in buona parte agricola in proprietà di privati, tra cui la stessa Zincherai Valbrenta.
La viabilità è quella caratteristica dei paesi agricoli, conseguentemente anche la struttura stradale e la recettività di traffico ne sono caratteristiche; lungo le tre vie summenzionate, abbastanza strette, si erge una serie di abitazioni, con ingressi pedonali e carrai a raso; l’immagine è ben lungi da quella, caratteristica, delle zone industriali, percorrendo le cui larghe strade, spesso di nuova costruzione, si nota solo il continuo susseguirsi di capannoni industriali ed insegne; al contrario, proprio Via Brega, Via Pacelli e Via Pellico, costituiscono i tre lati di una centuriazione romana perfetta, ben conservata e con le case tutte attorno; l’assoluta inesistenza di una rete viaria sufficientemente ricettiva al traffico pesante, di adeguate infrastrutture, di parcheggi, marciapiedi e quant’altro possa mettere al sicuro l’incolumità delle persone, sono circostanze ben note all’Amministrazione Comunale ed a questa, comunque, fatte presente in più e più occasioni: l’impatto ambientale, vero e proprio stravolgimento, sarebbe di proporzioni formidabili sol che si ponga mente all’entità (oltre 140.000 mq.) della zona industriale prevista, tuta con destinazione D.1.: aziende insalubri; la presenza di una zincherai, oltre che di tutta una serie di altre attività industriali ed artigianali, nel cuore di un centro abitato quale è quello in questione, risulta incompatibile con lo stato dei luoghi, con la sicurezza e la salute dei cittadini interessati. Nessuna comparazione di interessi può essere stata operata dall’Amministrazione: oppure, se operata, è evidente la prevalenza accordata ad interessi particolaristici piuttosto che a valutazioni di interesse pubblico, buona amministrazione, ed opportunità.
Sembra perfino superfluo accennare al problema dell’inquinamento atmosferico ed acustico che la presenza della galvanica e la portata del traffico comporterebbe in loco; vi si fa cenno sempre con riferimento alle proporzioni della variante, alle sue conseguenze ambientali, alla inadeguatezza delle strutture, alla presenza di case e di zona agricola e, non ultima, alla assoluta inopportunità della scelta dell’amministrazione, che non ha tenuto conto, come avrebbe ben dovuto fare, che una zona industriale esiste già, ed è sovrabbondante rispetto alle esigenze locali.
Una buona parte della zona di futuro insediamento industriale è di particolare interesse archeologico essendo stati raccolti proprio in loco “… dati molto più ricchi, rispetto al 1998, sulla presenza di un’area frequentata e strutturata, di dimensioni ancora sconosciute, in un’epoca compresa perlomeno dall’età romana al quarto-quinto secolo dopo Cristo, e forse fino al sesto-settimo”. Con l’avverbio “perlomeno” ci si vuol riferire alla presenza di numerosi ciottoli ed incisioni “di aspetto alfabetico”, raccolti in superficie e, per la prima volta quest’anno, in contesto stratigrafico sepolto, anche se non datato. …. In altri termini, ci si trova di fronte ad un vero e proprio “enigma”, reso raro dalla presenza proprio di manufatti così particolari come i ciottoli incisi – decorati …
La zona si inserisce pertanto in un più ampio contesto di interesse archeologico, significativo per la storia del bassanese, in cui San Pietro si colloca come sito primario nella centuriazione Cittadella – bassano; la circostanza è ben nota al Comune di Rosà che, oltre ad aver contribuito alla realizzazione del testo sopra menzionato, ha inserito un disco votivo paleoveneto, risalente al II – I sec. a.C., rinvenuto in zona, nell’affresco parietale del Municipio, laddove sono ricordati o momenti importanti della comunità rosatese, con ampio rilievo da parte della stampa locale;
dei reperti archeologici, l’Amministrazione fa ampio sfoggio nell’atrio del Palazzo Comunale e nelle pubblicazioni periodiche;
la stessa Soprintendenza Archeologica per il Vento, con sede a Padova, in Via Aquileia, nella persona del Dott. Luigi Malnati in risposta ad un’interrogazione parlamentare presentata dall’On. Elisa Pozza Tasca così concludeva: “… la zona in questione, se sarà destinata a nuovi impianti produttivi o comunque ad interventi che ne alterino l’attuale stato di area agricola, dovrà essere preventivamente indagata con indagini archeologiche estensive …”.
C) D) GLI EFFETTI DEL PROVVEDIMENTO IMPUGNATO
L’effetto immediato della variante consiste:
a) a) nel trasformare in industriale la zona agricola “Prese”;
b) b) nel trasformare in residenziale parte dell’attuale zona industriale nella quale sorge, tra le altre attività, la Zincherai Valbrenta S.r.L., altamente inquinante;
c) c) nella conseguente incompatibilità (per effetto della “mutazione “ operata con la variante), della permanenza delle attività industriali, e della stessa galvanica, nella zona divenuta residenziale;
d) d) nella conseguente necessità di trasferimento delle attività industriali, e della stessa galvanica (sempre per effetto della “mutazione” operata con la variante) nella zona divenuta industriale, e destinata integralmente ad aziende insalubri, ma di fatto densamente abitata e priva di strutture ricettizie adeguate;
e) e) nella devastazione del sito archeologico; a tutela dell’interesse al mantenimento del sito ed alla prosecuzione delle ricerche, oltre che degli interessi già esposti nel presente ricorso, è stato presentato da parte dei coordinatori delle ricerche, in proprio e quali rappresentanti legali dell’Associazione Gruppo Storico e Archeologico di Rosà, altro ricorso avanti all’Intestata Autorità, del quale si allega copia;
f) f) nel deprezzamento dei fondi e delle case limitrofe a causa del traffico e dell’inquinamento ambientale, atmosferico ed acustico portati dall’insediamento industriale e dalla presenza della zincheria; a tutela degli interessi dei privati cittadini proprietari e residente di fronte ed a lato del futuro insediamento, oltre che degli interessi già esposti nel presente ricorso, è stato presentato da parte di numerosi cittadini altro ricorso avanti all’Intestata Autorità, del quale si allega copia. Gli effetti a media e lunga scadenza, lungi dal portare sviluppo e ricchezza, non saranno che danni totalmente irreparabili.
………….
Per quanto sopra esposto, ritenuto, motivato e documentato, si chiede che Codesto Ecc.mo Tribunale voglia, previa sospensiva del provvedimento impugnato ed in epigrafe descritto, pronunziare l’annullamento.

Bassano del Grappa – Venezia, lì 7 maggio ‘99
Avv. Gabriella Terziari Avv. Antonio De Paoli

http://www.campodellerogge.com/news/news.asp?id=1270


Sistema aziende insalubri
L’obiettivo é quello di ridurre la presenza nell’ambito del territorio comunale di
aziende insalubri o di mitigarne l’impatto sul territorio e sulle risorse di esso, oltre quello di
allontanare dal centro abitato attività industriali particolarmente pericolose, in riferimento al T.U Leggi Sanitarie n°1265 del 27/7/1934., al D.P.R. 175/88 e dalla L.137/97, nonché dalle recenti Direttive europee in materia.
Le misure che possono essere prese sono:
- incentivare anche con interventi di ristrutturazione urbanistica la fuoriuscita dal
territorio comunale di aziende con un alto tasso di insalubrità presenti all’interno del tessuto insediativo, oppure il trasferimento delle stesse in ambiti esterni ai centri abitati;
- mitigare con opportune misure di messa in sicurezza gli effetti sull’ambiente di
aziende insalubri non delocalizzabili;
- non consentire l’accesso all’interno degli insediamenti produttivi esistenti di nuove aziende soggette alla disciplina del D.P.R. n° 175/88 e di industrie insalubri di I Classe 21 (D.M. 05.09.94 e successive modifiche)


Il comune di Tribiano studia nuove regole per le aziende insalubri

Un provvedimento indispensabile in modo che gli insediamenti industriali ed artigianali non abbandonino, lentamente ma in maniera ineluttabile, il comune di Tribiano. E’ questa la ratio che ha convinto il sindaco Renato Mazzetti a portare la discussione in seno al consiglio comunale, tenutosi lo scorso mercoledì, riguardo l’opportunità di cambiare la norma regolamentare, datata 1991, che al momento impedisce la collocazione sul territorio comunale delle cosiddette “industrie insalubri di prima classe”. Fermo restando il divieto assoluto di installazione nuove attività a rischio di incidente rilevante, per quanto concerne invece le “insalubri di prima classe” (classificate in una legge dello Stato risalente al 1934) si è pensato di introdurre una norma che ne consenta l’insediamento, o l’ampliamento di realtà già esistenti, nelle varie zone industriali (Tribiano ne vanta almeno quattro distinte) a una distanza minima di 150 metri dai centri residenziali. Presente in consiglio il dirigente dell’Arpa (Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente) dottor Mario Trinchieri che insieme al consulente comunale per l’ecologia dottor Battaglia, ha chiarito ai presenti la situazione che verrà posta in essere in caso di approvazione delle nuove regole: «Insalubre è un termine antipatico e che crea giustificata apprensione nei cittadini. In realtà nel novero delle industrie insalubri di prima classe rientrano moltissime attività. Certo, nell’elenco ci sono le chimiche e le galvaniche, ma “insalubri di prima classe” sono definite anche le officine meccaniche, le carrozzerie, le trancerie, financo i magazzini di frutta e verdura e di stoccaggio del pesce. Non entro nel merito della discussione politica, da tecnico posso affermare che non esiste un reale aumento del rischio di impatto ambientale. La situazione di Tribiano è ampiamente e costantemente monitorata dall’Arpa». Al termine dell’intervento di Trincheri, il dibattito si è surriscaldato. Le minoranze hanno imputato scarsa lungimiranza all’amministrazione, già preannunciando il proprio voto contrario: «Mi sembra un provvedimento intempestivo e fuori da ogni logica - ha tuonato il capogruppo di Alleanza Nazionale Franco Lucente -. Qualche giorno fa mi è stato chiesto un parere informale, e ho risposto che ci avremmo pensato solo se fosse stato possibile introdurre un accordo che obbligasse tali aziende di nuovo insediamento ad assumere una percentuale di lavoratori tribianesi. Mi par di capire che la cosa non sia possibile, quindi escludo nella maniera più assoluta di poter appoggiare un discorso del genere».
Stessa linea per il gruppo della Rana, guidato dall’ex vicesindaco Guido Bassi: per le nuove norme, che saranno votate nel prossimo consiglio comunale, si prospetta dunque un percorso ad ostacoli.