CONTRO L'ARROGANZA DEL POTERE:

PER LA LEGALITA', PER LA PARTECIPAZIONE, PER LA TRASPARENZA. PER IL CONFRONTO,PER LA CONDIVISIONE, PER L'INCLUSIONE, PER LA SOLIDARIETA', PER LA PROGETTUALITA', PER LA REALIZZAZIONE, PER L'ACCOGLIENZA, PER IL RISPETTO








Saturday, September 30, 2006

ITALCEMENTI 2004 28 OTTOBRE IL CONSIGLIO COMUNALE SCONFESSA IL RESPONSABILE UTC ARCH Giambruno IL SINDACO E LA SUA GIUNTA NO ALL'ELETTRODOTTO SI ALLA SALUTE Forum - Guida Sicilia


ITALCEMENTI 2004 28 OTTOBRE IL CONSIGLIO COMUNALE SCONFESSA IL RESPONSABILE UTC ARCH Giambruno IL SINDACO E LA SUA GIUNTA NO ALL'ELETTRODOTTO SI ALLA SALUTE Forum - Guida Sicilia


ITALCEMENTI 2004 28 OTTOBRE IL CONSIGLIO COMUNALE SCONFESSA IL RESPONSABILE UTC ARCH Giambruno IL SINDACO E...









Isola Pulita: Isola delle femmine Pulita nella LEGALITA’

DEMOLIRE E CONFISCARE LA LEGGE C’E’

Spronare gli amministratori a rimboccarsi le maniche, agire da buoni padri di famiglia e ram-mentare il programma elettorale, senza piangere addosso, per le manovre che il governo e la regione mette in atto per ridurre sempre più le uscite e diminuendo nel contempo i trasferimenti. Vogliamo parlare dell’abuso edilizio cronico, elevato a sistema? Quante costruzioni illecite sono state registrate e che dimostrano l’inerzia dell’amministrazione ingenerando così un legittimo affidamento sulla liceità dell’operato di cittadini disonesti. La legge sui suoli stabilisce che, per ottenere il diritto di edificare, modificare, demolire un immobile, il cittadino ha l’obbligo di chiedere all’autorità comunale la licenza edilizia, versare un contributo per le spese di urbanizzazione e una quota calcolata sui costi di costruzione dell’opera. Senza la licenza edilizia, il Sindaco, con ordinanza, ingiunge la demolizione della costruzione, confisca l’area occupata e la acquisisce al patrimonio del Comune. Considerato che la legge c’è, attribuisce ai Comuni le com-petenze nel campo dell’edilizia e offre gli strumenti atti a reprimere gli abusi, non si direbbe che nei comportamenti omissivi degli amministratori sia configurabile il reato di omissione di atti d’ufficio, che consiste nella violazione dell’obbligo giuridico di compiere un certo atto imposto dalla legge? Sulla casa gravano tante imposte inoltre la pressione fiscale è enormemente aumentata negli ultimi anni. Perché dunque il cittadino onesto deve assistere e tollerare il fenomeno generalizzato dell’abuso edilizio causato da inerti e colpevoli pubbliche istituzioni?
P. C.
Abusi edilizi finanziamenti ai comuni per demolire

Al via il Fondo per demolizioni opere abusive 50 milioni di euro per i Comuni che abbatteranno gli abusi edilizi 23/03/2006 -
Con la Circolare n. 1264 del 2 febbraio 2006, la Cassa Depositi e Prestiti ha reso noti i criteri per la ripartizione del Fondo per le demolizioni delle opere abusive.L’articolo 32, comma 12, della legge 326/2003 sul condono edilizio, prevede che la Cassa Depositi e Prestiti metta a disposizione 50 milioni di euro per la costituzione di un Fondo di rotazione a beneficio dei Comuni, per sostenere l’abbattimento delle opere costruite abusivamente.Il finanziamento è concesso ai Comuni in forma di anticipazioni, senza interessi, sui costi relativi agli interventi di demolizione delle opere abusive anche disposti dall'autorità giudiziaria e per le spese giudiziarie, tecniche e amministrative connesse. I Comuni devono restituire le anticipazioni, comprensive della relativa quota delle spese di gestione del Fondo, in un periodo massimo di cinque anni, utilizzando le somme riscosse a carico degli esecutori degli abusi.Le modalità di restituzione sono fissate da un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, emanato il 23 luglio 2004, che prevede un termine di 60 giorni dalla data di riscossione dei costi di demolizione.Anche se il Comune non ottiene il pagamento delle spese di demolizione da parte dei responsabili degli abusi, deve comunque restituire la somma alla Cassa ddpp entro cinque anni. La Cassa Depositi e Prestiti ha, inoltre, predisposto un Contratto di Anticipazione e il modello per la delega di pagamento.


UN’ESCURSIONE A RAFFO ROSSO AREA DI
PROTEZIONE AMBIENTALE
ai sensi della Direttiva CEE, recepita in Italia dal Decreto Presidenziale 357 dell’8.9.97, esistono delle aree di protezione ambientale: Codice sito SICITA20023 Raffo Rosso

L’ARPA VISITA RAFFO ROSSO dove l’ITALCEMENTI esercita attività estrattiva del calcare, ora concentrata esclusivamente nell'area Sic ITA 20023 Raffo Rosso dove esistono habitat prioritari.

http://isolapulita.blogspot.com/2006/09/la-prima-volta-del-petcokesi-la-prima.html

Il mese di gennaio del 2006, il personale ARPA, si è presentato presso lo stabilimento Italcementi per un sopralluogo al deposito di combustibile solido (pet-coke) in località Raffo Rosso e delle verifiche sull'impianto e sui relativi punti di emissione in atmosfera.

Sono state presentate ed acquisite l'autorizzazione edilizia del Comune di Isola delle Femmine del 5/4/01 relativa alla realizzazione del deposito completa di relazione descrittiva del deposito redatta dall'ing. Enzo Denti per conto di Italcementi s.p.a. e del nulla osta della Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali.

Il sito è situato in un'area precedentemente oggetto di attività estrattiva. In particolare il pet-coke viene depositato in una parte dell'area lunga circa 150 metri e larga 40 metri il cui fondo è stato impermeabilizzato con 50 cm circa di argilla. La zona si presenta su due lati (sud e ovest) con una quota superiore di circa 1 metro rispetto al resto, sul lato est confina con una vasca di raccolta acque e a nord risulta limitrofa una parte ad un altipiano ed una parte vicina ad una scarpata.

Sui lati sud e nord dell'area di stoccaggio sono posti degli irrigatori a pioggia.
Sembra sia stato constatato che l'area esterna confinante con l'area di stoccaggio non è stata impermeabilizzata in alcun modo e presenta un terreno di tipo calcareo.

Le acque di percolamento dovrebbero essere convogliate all'interno della vasca esclusivamente grazie alla pendenza del fondo del sito di stoccaggio. Tale vasca è collegata tramite una stazione di pompaggio ad un serbatoio. Tale sistema, a circuito chiuso, alimenta l'impianto di irrigazione e l'impianto antincendio. Un sistema di galleggianti dovrebbe garantire che il livello delle acque non superi i margini della vasca.

In una zona non impermeabilizzata a sud del sito di stoccaggio si nota molto chiaramente un cumulo di argilla di colore scuro presumibilmente contaminata da pet-coke. Tale materiale, secondo quanto affermato dalla Italcementi, è stato asportato dal sito di stoccaggio e momentaneamente stoccato in quella zona, in attesa di essere ridepositato sul sito di provenienza.

Complessivamente nell'area sud-ovest sono presenti alcune pozze d'acqua e varie quantità di pet-coke sparse sul terreno.

Nei cumuli di contenimento, attorno alla zona di stoccaggio, è presente del materiale che in alcune zone risulta di colore scuro, probabilmente contaminato da pet-coke.

E’ stato inoltre evidenziato che nella zona ad est, limitrofa alla vasca di raccolta acque, uno straripamento dell'acqua stessa sull'area circostante non impermeabilizzata. In particolare questa zona, che si estende fino alla scarpata nord, presenta evidenti segni di contaminazione quali il colore del terreno molto scuro in maniera compatta ed estesa in tutto lo strato superficiale, oltre a diversi pezzi di pet-coke.
La scarpata confinante a nord con l'area di stoccaggio presenta due conglomerati di pet-coke.
L'area sottostante la scarpata si presenta attualmente coperta da vegetazione per cui non è stato possibile valutare eventuali contaminazioni della zona.
Sempre a nord a ridosso dell'altopiano si osserva una contaminazione del terreno, esterno all'area di stoccaggio, favorito attualmente dalle cospicue piogge e dalla mancanza dei cumuli di contenimento su questo lato dell'area di stoccaggio.
Successivamente si è effettuato un sopralluogo presso i punti di emissioni, camini le cui emissioni sono in relazione all'utilizzo di pet-coke all'interno dello stabilimento, al fine di valutarne il contesto e predisporre tutte le fasi preliminari all'esecuzione delle successive misure.
Dal sopralluogo di cui sopra si evidenzia:

1) i punti di prelievo relativi ad alcuni camini, presentano difformità nella direzione del flusso rispetto a quanto riportato nelle relazioni di analisi relative ai campionamenti effettuati dalla Italcementi nell'ottobre 2005;

2) che il posizionamento del tronchetto di prelievo non risulta idoneo al fine di garantire condizioni di flusso rappresentativo durante il campionamento.

I rappresentanti dell’ARPA comunicano all’Azienda che quanto prima , inizierà un ciclo di campionamenti e misure ai camini di emissione. Pertanto, sembra sia stato richiesto alla Italcementi di predisporre:
1) un calendario di attività dello stabilimento, da far pervenire preventivamente al Dipartimento ARPA, che consenta di effettuare le misure ed i campionamento nelle "condizioni di esercizio più gravoso" così come previsto dal D.M. 12/07/1990, nell'arco di tempo interessato pari a circa otto ore per ciascun camino;
inoltre è stato richiesto alla Italcementi di predisporre, l'adeguamento dei punti di prelievo dei camini E21, E23 ed E25 a quanto previsto dalle norme UNI.

I rappresentanti dell’ARPA hanno richiesto ala Italcementi di fornire dei documenti relativi:
1) lo stralcio planimetrico relativo all'area del deposito di pet-coke;
2) i controlli analitici effettuati sui pozzi 1 e 2 ubicati all'interno dello stabilimento in dirczione nord ed ad una distanza di circa 1000 m rispetto il deposito del pet-coke;
3) eventuale documentazione presentata dalla Italcementi in corso di richiesta di autorizzazioni varie attestante l'utilizzo di pet coke quale combustibile solido utilizzato all'interno dello stabilimento.

In occasione dei sopralluoghi sono stati effettuati dei rilievi fotografici.
http://isolapulita.blogspot.com/2006/09/la-prima-volta-del-petcokesi-la-prima.html

Friday, September 29, 2006




LA PRIMA VOLTA DEL PETCOKE!
Si! È la prima volta che si parla di PETCOKE, a parlarne è l’ARPA. La ditta Italcementi ha sempre parlato in maniera generica di CARBONE o POLVERINO DI CARBONE.

Ci sembra opportuno, qualora sia necessario, evidenziare alla Italcementi, che il carbone naturale ha caratteristiche chimico-fisiche e contenuto dì inquinanti (qualitativamente e quantitativamente) diverse dal pet-coke; quindi non si tratta di un problema esclusivamente lessicale, bensì dell'impossibilità di prescrivere tutti gli accorgimenti atti a tutelare l'ambiente dall'impatto causato da una sostanza (pet-coke) avente un carico inquinante diverso rispetto a quella segnalata (carbone o polverino di carbone).

Ma entriamo nel merito di quanto l’ARPA sembra aver rilevato a seguito del sopralluogo presso la Italcementi di Isola delle Femmine

Il giorno 6 dicembre 2005 il personale ARPA e della Provincia Regionale di Palermo, si è presentato negli stabilimenti della Italcementi di Isola delle Femmine, con lo scopo di effettuare delle verifiche sull’impianto e sui relativi punti di emissione in atmosfera.
Il perito chimico della Italcementi ha illustrato il processo produttivo ed i relativi punti di emissione in atmosfera.
Dal canto suo il personale dell’ARPA, presa visione delle autorizzazioni alle emissioni, nonché dei documenti tecnici prodotti dalla Ditta allegati alla richiesta di autorizzazione integrata ambientale, ha evidenziato:
1) Una modificazione nell’identificazione di alcuni punti d’emissione rispetto ai decreti autorizzativi (P.E. E1 e E10);
2) Inoltre si constata che viene utilizzato il petcoke quale combustibile d’alimentazione del Molino Crudo 3 (P.E. E14- macinazione d’argilla, sabbia e calcare per la produzione di farina) e del forno 3 (P.E. E35- forno di cottura di farina per la produzione di clinker).

A tal proposito la Italcementi S.pa. dichiara che il petcoke viene trasportato dal porto di Palermo trimestralmente, mediante automezzi e stoccato all’interno dell’ex cava denominata Raffo Rosso; da qui raggiunge attraverso automezzi il Capannone Materie Prime dello stabilimento dove subisce un processo di macinazione (P.E. E21) e stoccaggio in sili (P.E. E15, E22, E23) prima dell’utilizzo di cui sopra.
A richiesta del personale dell’ARPA la Italcementi non è in grado di fornire la documentazione tecnica allegata ai decreti autorizzativi sopraelencati, né di indicare quali fossero i combustibili autorizzati, nè la data d’inizio d’impiego del petcoke; si evidenzia altresì che la natura del combustibile utilizzato non è indicata nei Rapporti di Prova relativi alle misure periodiche delle emissioni in atmosfera effettuate dalla Ditta;
3) le modalità di gestione del petcoke non vengono citate nei decreti autorizzativi ex DPR 203.88 e non sono descritte nelle relazioni annuali prodotte dalla Italcementi sul contenimento delle emissioni diffuse;
4) il D.A. 187.17 del 4.4.97 prevede per il P.E. E50 relativo al Molino Cotto 3 (macinazione clinker, perlite, gesso, calcare) il monitoraggio in continuo delle polveri, ossigeno, ossidi d’azoto e ossidi di zolfo, mentre in atto viene effettuato il monitoraggio in continuo esclusivamente delle polveri; la ditta dichiara che gli altri parametri non sono presi in considerazione in quanto il processo avviene a freddo e il fornello è flangiato. Non viene esibita alcuna comunicazione da parte della ditta relativa a tale variazione, né si è a conoscenza di una revisione dei provvedimenti autorizzativi precitati;
5) la ditta effettua attività di recupero rifiuti costituiti da refrattari nella linea di produzione clinker (p.e. E14, E16, E17, E35), e di gessi chimici da desolforazione nella produzione di cemento nel molino cotto 3 (P.E. E50). Di quest’attività di recupero non viene data evidenza nelle relazioni analitiche relative ai punti d’emissione.
Il personale dell’Arpa richiede che la Italcementi invii presso gli uffici dell’Arpa i documenti di cui sotto:
a) copia di tutte le documentazioni tecniche allegate ai decreti autorizzativi sopraelencati, oltre a quelle fornite in occasione dei sopralluoghi effettuati dal Dipartimento ARPA di Palermo in data 15.3.05 e 24.6.05;
b) schede tecniche e ventagli caratterizzazioni analitiche delle materie prime e dei combustibili utilizzati;
c) scheda tecnica del forno 3 con relativa potenzialità;
d) relazione sulle attività di recupero rifiuti che indichi i periodi d’utilizzo dei rifiuti e la quantità degli stessi a partire dalla comunicazione d’effettuazione attività di recupero;
e) schema di processo del ciclo produttivo completo, quantificato nei flussi di massa, e con le indicazioni dei punti d’emissione e dei relativi impianti d’abbattimento;
f) relazione sulle procedure di manutenzione dei sistemi d’abbattimento messe in atto dalla Ditta;
g) che la Italcementi effettui le verifiche in campo previste dal D.M. 21.12.95, dandone comunicazione agli enti in considerazione che le ultime risalgono ad ottobre 2004;
h) copia del verbale relativo alla conferenza dei servizi tenutasi in data 22.2.99 relativa al protocollo aggiornato di gestione del sistema di controllo in continuo delle emissioni installato presso la Italcementi.
Da parte del personale dell’ ARPA si evidenzia il permanere di quanto verificato e verbalizzato nel sopralluogo del 13.10.2005
http://isolapulita.blogspot.com/2006/09/il-tempo-passa-le-emissioni-restano-il.html
relativo allo stoccaggio e movimentazione a mezzo di gru a ponte di materiale pulverulento all’interno del capannone materie prime (petcoke, clinker, argilla, perlite, gesso, sabbia, calcare) (adiacenze P.E. E43 ed E45), (parzialmente aperto sul lato Trapani) con la produzione d’emissione diffusa. A tal proposito si richiede alla Italcementi quali verifiche siano state effettuate al fine di valutare l’entità delle emissioni prodotte, e di produrre documentazione scritta.

Il Capo Servizi Primari della Italcementi dichiara che in data odierna in occasione del sopralluogo presso il capannone materie prime il carroponte operava in zona argilla e che quindi vista la posizione dei verbalizzanti non s’intravedeva materiale polverulento in sospensione.
Si richiede alla ditta che quanto richiesto venga fatto pervenire entro il termine di giorni 15 Il Capo Servizi Primari evidenzia che all’atto del sopralluogo risulta
assente il Responsabile dello stabilimento, e che per motivi di servizio il Perito Chimico della Italcementi si è dovuto allontanare al momento della stesura del verbale.



http://www.teleoccidente.it/home/players/TOnews.htm

Thursday, September 28, 2006

Il tempo passa le emissioni restano!


IL 13 OTTOBRE 2005 LA VISITA DELL’ ARPA E DEI CARABINIERI ALLA ITALCEMENTI DI ISOLA DELLE FEMMINE A SEGUITO DI SEGNALAZIONI PER PRESUNTO INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Il giorno 13 ottobre, il personale ARPA su comunicazione del Direttore Generale ARPA del 26.9.05, si è presentato, unitamente al Comandante della Stazione Carabinieri di Isola delle Femmine, negli stabilimenti Italcementi di Isola delle Femmine, al fine di effettuare delle verifiche in relazione alla segnalazione di presunto inquinamento atmosferico prodotto dalla Italcementi s.p.a. nel mese di agosto e successivamente nel mese di settembre 2005.

Gli episodi supportati da documentazione fotografica fornita dai carabinieri si sono verificati in prossimità rispettivamente, dei P.E. E61, E62, E63, ed E64 (estrazione/alimentazione sili muniti di filtri a tessuto) in data agosto 2005, e del P.E. E43 (depolverizzazione scarico clinker a capannone-I camerine) munito di filtro a tessuto.

Il direttore pro-tempore dello stabilimento, evidenzia che periodicamente vengono svolte operazioni di controllo ed eventuale manutenzione su tutti gli impianti ed in particolare, di recente, sugli impianti relativi ai P.E.

Vengono acquisite, da parte del personale dell’ARPA, copie delle date in cui sono state effettuate tali ispezioni da personale della Italcementi spa e copie delle attività effettuate.

Dall’esame dei certificati di analisi, forniti dalla Italcementi, relativi alle misure periodiche alle emissioni effettuate nel periodo 15/23 marzo 2005, non evidenziano superamenti rispetto ai valori prescritti, mentre i dati relativi ai campionamenti effettuati in data settembre-ottobre 2005 non sono ancora disponibili.

Per quanto concerne l’incidente relativo al mese di Settembre il Direttore della Italcementi, dichiara:
che in data 11/9/2005 si sono verificati problemi tecnici sull’impianto (P.E. 43) consistenti, nello specifico, nella rottura di alcune maniche filtranti con conseguente aumento della polverosità emessa.
L’incoveniente è stato evidenziato a seguito di una segnalazione esterna e l’impianto è stato fermato, con conseguente blocco della polverosità, in un tempo inferiore ad un’ora.
Successivamente si è proceduto al ripristino funzionale del filtro.

Dell’avvenuta esecuzione di queste operazioni vengono la Italcementi spa fornisce una serie di documenti:
1) Programma giornaliero dei lavori eseguiti dalla ditta manutentrice CEM Montaggi spa in data 12/9/2005;
2) Scheda segnalazione anomalia sala C con la controfirma dell’esecuzione lavori;
3) Copia del modello di comunicazioni interne ed esterne del sistema di gestione ambientale.

Il maresciallo della stazione dei carabinieri di Isola delle Femmine evidenzia che la foto dell’incidente avvenuto nel mese di settembre è relativa al giorno 9/9/2005 così come dichiarato dal Sig Marcello Cutino autore delle foto relative;

Il Direttore della Italcementi riferisce che in quella data (9/9/2005) non risultano dagli atti ulteriori problemi tecnici relativamente all’impianto in oggetto (E43); pur tuttavia risulta agli atti una segnalazione esterna effettuata dal Sig Marcello Cutino relativamente ad una polverosità notata a valle dello stabilimento risolta con la chiusura dei portoni al frantoio Clinker.
Di questa segnalazione e del relativo intervento viene fornita copia del modello di comunicazioni interne ed esterne del sistema di gestione ambientale.

Per quanto concerne l’incidente relativo al mese di Agosto, l’Azienda dichiara che in data 9/8/2005 sono stati evidenziati alcuni problemi tecnici relativi agli impianti PE E62 (intasamento di uno scarico del filtro), che sono stati risolti nell’arco del turno lavorativo. Dell’evidenza di tali inconvenienti vengono fornite dalla Italcementi spa i seguenti documenti:
Esercizio di sala centralizzata relativo al giorno 9/8/2005

Successivamente il personale dell’ARPA ha proceduto ad un sopralluogo presso gli impianti in oggetto effettuando anche rilievi fotografici.

In atto si evidenzia che all’interno del capannone materie prime (Petcoke, Clinker, Argilla, Perlite, Gesso, Sabbia, Calcare) (adiacenze P.E. E43 ed E45) viene effettuato stoccaggio e movimentazione a mezzo gru a ponte di materiale pulverulento che produce una emissione diffusa. Si evidenzia altresì che parte del capannone risulta aperto verso l’esterno come da rilievi fotografici.

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http://www.girodivite.it/Isola-Pulita-ma-parliamo-dello.html
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http://www.step1magazine.it/v2_forum.php?action=read_topic&id=8651
http://www.intopic.it/find.php?lookingfor=italcementi
http://www.vglobale.it/NewsRoom/?News=2593&ref=
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http://www.granrifiuto.com/visualizza.asp?cod=202
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Thursday, September 21, 2006

1964 23 GENNAIO ORE SIRMIONE DEL GARDA Muore BENEDETTA BIANCHI PORRO

BIOGRAFIA
di Benedetta Bianchi Porro
di Walter Amaducci 



Sabato 8 agosto 1936, alle ore 15,30, nasceva a Dovadola Benedetta Bianchi Porro, figlia di Guido, ingegnere idraulico, (1899-1985) e di Elsa Giammarchi (1912-2004). Guido aveva già un figlio di sei anni, di nome Leonida. Dopo Benedetta la coppia ebbe altri quattro figli: Gabriele (1938), Emanuela (1941), Corrado (1946) e Carmen (1953). 
A causa di un’emorragia la neonata apparve in grave pericolo, per cui la mamma le conferì d’urgenza il Battesimo in casa con acqua di Lourdes, rito che venne ripetuto sub conditione il 13 agosto nella chiesa della SS. Annunziata di Dovadola.
In novembre Benedetta fu colpita da poliomielite: la gamba destra restò più corta e più sottile costringendola all’uso di scarpe ortopediche. Rimase zoppa per tutta la vita. «Porto i calzoni lunghi da uomo e tutti mi guardano» scriveva a nove anni. 
Fin da piccola era più riflessiva e molto più equilibrata rispetto ai suoi coetanei, capace di considerazioni profonde, anche se perfettamente compatibili con altri lati vivaci. Testimonia sua mamma che anche la sua concentrazione nello studio era così: «Appena tornava da scuola apriva la cartella e tirava fuori i libri. Poi si stendeva a bocconi sul pavimento e si metteva a studiare. Leggeva con la faccina seria, corrugando un poco la fronte, senza mai distogliere lo sguardo dai libri. Ma quando finiva di studiare ridiventava bambina e si scatenava a giocare con i fratelli».
Aveva una sensibilità fortissima, e tuttavia non si ripiegava a commiserarsi. Se la chiamavano la zoppetta replicava che era la pura verità. Ma quella menomazione, le pesava sempre più man mano che cresceva. Ai suoi genitori faceva una grande pena e una compassione analoga suscitava in tutti quelli che le volevano bene. Un handicap che motivava il suo esonero da educazione fisica a scuola, che la rendeva impacciata negli spostamenti, che sul piano estetico da grande l’avrebbe marchiata irrimediabilmente, non poteva limitarsi a un puro fatto fisico. I tentativi fatti di pareggiare le gambe non ebbero, in un primo tempo, possibilità di attuazione. Dovette anzi rassegnarsi a mettere il busto, necessario, umiliante e doloroso. 
Il 9 luglio 1949 la tredicenne Benedetta scrive nel suo diario:

«Stamattina ho messo per la prima volta il busto, che pianti! Mi stringe forte forte sotto le ascelle e quasi mi leva il fiato costringendomi a stare con le spalle indietro. Mi pare ora quasi di constatare di più le cause della mia disgrazia: prima ero sempre spensierata e mi credevo quasi uguale agli altri ma ora… che precipizio ci separa… non potrò mai avere le gambe uguali e se non portavo il busto sarei diventata gobba! Ma nella vita voglio essere come gli altri forse più… vorrei poter diventare qualche cosa di grande… quanti sogni, quante lacrime, quanta nostalgia e malinconia povera Benedetta!»
Questa ragazzina di tredici anni… vorrebbe poter diventare qualche cosa di grande. È una ragazza vera, che si vuole bene. Non è mica facile volersi bene. È facile essere egoisti, ma l’egoista non sta facendo il proprio bene, anzi: quando siamo egoisti ci stiamo demolendo con le nostre mani.

Benedetta era una bella ragazza, fine, molto attenta anche alla cura della sua immagine. Anche i suoi celebri orecchini rientravano in questa volontà di perfezione. I suoi fratelli la chiamavano Ava Gardner! Ma proprio per questo risaltava ancora maggiormente lo sgorbio della sua gamba. Quando le regalarono la bicicletta assaporò una gioia incontenibile, la stessa che provava nuotando. La gioia di essere uguale gli altri.
Nel 1951, mentre era a lezione di pianoforte, avvertì capogiri e tremiti alle mani e in seconda liceo, due anni dopo, i primi sintomi della sordità.
La sordità fu una sorpresa molto amara. Più di una volta fu oggetto di reazioni divertite da parte dei suoi compagni. Fu terribile. Poteva significare l’emarginazione progressiva dalle relazioni coi suoi simili, l’isolamento. Cominciò a veder vacillare la possibilità di progetti per il futuro, sentì ancora più acutamente la corsa del tempo accanto a lei e il bisogno di sfidare quel tempo implacabile.
Scelse il campo di battaglia a lei più congeniale, quello degli studi. Il suo ambiente familiare aveva favorito la sua predisposizione alla lettura e allo studio, come ogni suo interesse verso le svariate forme della bellezza e dell’arte. Ingaggiò una corsa contro il tempo: durante l’estate del 1953, saltando la terza liceo, preparò l’esame di maturità classica e il 6 ottobre ottenne il diploma con la media del sette e mezzo. Era pronta ad iscriversi all’università. Aveva appena diciassette anni.
Avrebbe desiderato fare Medicina, ma suo padre riteneva quella facoltà troppo impegnativa e la convinse a scegliere Fisica. Lo spettro della matematica, che già in passato l’aveva perseguitata, incombeva di nuovo su di lei. Non aveva alcun senso sottoporsi a una simile penitenza e decise di cambiare. Tornò al suo primo sogno di Medicina e i suoi genitori si mostrarono molto più accondiscendenti di quello che si sarebbe immaginato. Si buttò nello studio con entusiasmo.
Ma il suo corpo doveva fare i conti con la sordità e con stati di spossatezza crescenti. La convinsero ad andare da uno psicanalista, nella convinzione che i suoi disturbi di udito potessero avere spiegazioni a quel livello, anche se nel frattempo risultava assai più utile il corso che frequentava alla scuola per sordomuti.
Ma i suoi fastidi non erano provocati soltanto dalla sordità. Faceva sempre più fatica a camminare e non aveva definitivamente rinunciato all’idea di farsi pareggiare le gambe. Il progetto andò in porto il 12 luglio 1955 quando fu ricoverata nella Casa di Cura “Villa Igea” di Forlì per l’accorciamento del femore sinistro di tre quattro centimetri. Ad operarla fu il professor Gui.
Tutto questo non le impediva di studiare e dare esami. Con avventure e disavventure tutte da raccontare. Un giorno la mamma trovò sul comodino dell’ospedale un biglietto nel quale Benedetta si scusava per l’assenza: era andata a dare un esame all’università! 
Il 25 giugno del 1955, proprio prima dell’intervento alla gamba, le capitò l’incidente dell’esame di Anatomia umana: era l’esame più impegnativo del primo biennio e l’aveva preparato con lunghi mesi di studio. Scese tremando le gradinate della grande aula ad anfiteatro che era gremita di studenti e si avvicinò al microscopio; mise a fuoco e identificò immediatamente il preparato istologico del vetrino. 

L’assistente, che la conosceva, le rivolse alcune domande per iscritto e lei rispose con sicurezza. Poi le fecero cenno di presentarsi al professore per la parte teorica dell’esame, già di per sé difficile e impegnativa. Quando il professore le rivolse la parola Benedetta non riuscì a capire niente. Rossa di vergogna e di confusione cercò di spiegargli la sua situazione di sordità; lo pregò di avere pazienza e di rivolgerle le domande per iscritto. «Che pazienza e pazienza! Chi ha mai visto un medico sordo?» sbottò il docente. E scagliò con violenza il suo libretto universitario contro la porta. 
Mentre avveniva questo i suoi compagni stavano reagendo con grandi risate. Anna, la sua domestica e amica che la accompagnava, raccolse il libretto, umiliata e addolorata quasi più di lei. Benedetta decise di informare la mamma solo la mattina dopo. Com’era da aspettarsi mamma Elsa si indignò come una belva e ottenne di farle ripetere l’esame. Lo ridiede l’undici novembre superandolo con 23/30. Il professore si era rifiutato di interrogarla, ma alla fine le strinse la mano.

Ma per la salute stava arrivando il peggio…un peggio che era già all’opera da anni, solo che i medici non l’avevano identificato. Quando cominciò a percepire dei disturbi alla vista che finirono per concretizzarsi in una piccola ulcera corneale, Benedetta riuscì da sola a diagnosticare il suo male. Naturalmente nessuno le voleva credere. Era una malattia molto rara, terribile e inesorabile: il morbo di Recklinghausen chiamato anche Neurofibromatosi diffusa
Si tratta di tumori che colpiscono i centri nervosi e progressivamente spengono la capacità ricettiva dei sensi. Il risultato finale è la paralisi dell’organismo e la sua totale insensibilità. Senza alcuna possibilità di poterli contrastare in maniera risolutiva. Si possono rimuovere certi noduli, ma sempre e solo per rimandare la disfatta. Dovette effettuare molti ricoveri, interventi complessi e dolorosi. Talora anziché migliorativi risultarono controproducenti o ebbero effetti collaterali devastanti.
Il 27 giugno del 1957, ad esempio, la operarono per la prima volta alla testa per asportare un nodulo dal nervo acustico. Quando si risvegliò dall’anestesia avvertì al viso qualcosa di strano; se lo toccò e si rese conto che per sbaglio il chirurgo, prof. Augusto Beduschi, le aveva leso il nervo facciale: aveva la metà sinistra del volto paralizzata. 

Potete immaginare l’imbarazzo del chirurgo, il giorno dopo, quando andò a scusarsi. Ma Benedetta cercò di sdrammatizzare: «Mi dia la mano e stia sereno! È una cosa che può succedere: non è mica il Padre eterno lei!»
Quegli interventi non potevano essere risolutivi, ma andavano fatti. I parziali recuperi venivano presto sommersi da nuovi episodi o manifestazioni del male. Comparvero ad esempio dei disturbi atassici, cioè di mancanza di coordinazione dei movimenti muscolari. Faticava a mantenere l’equilibrio, provava la sensazione di vertigini; fatto sta che per poter camminare doveva appoggiarsi al bastone. E anche a questo si accompagnò una buona dose di vergogna.
Ma la peggiore di tutte le prospettive, per lei, era l’eventualità di diventare pazza. Se c’era un pensiero capace di angosciarla era quello. In ogni caso, giorno dopo giorno, mese dopo mese, proseguiva la sua demolizione. Dopo l’udito perdette anche il tatto, l’olfatto, il gusto. Divenne cieca. Le furono asportati tutti i denti. Non poteva neppure piangere. Il suo corpo rimase completamente paralizzato. Ma con un’eccezione: la mano destra le fu risparmiata e così pure la voce. Così in quello che avrebbe potuto diventare un castello inaccessibile, rimase un pertugio sufficiente per entrare ed uscire.
Mentre si avvicinava l’appuntamento con quella cecità inevitabile si chiedeva come avrebbe potuto fare a comunicare con gli altri una volta rimasta completamente cieca e sorda. E pensò all’alfabeto muto. Non poteva vedere, poteva solo sentire la sua mano e il suo braccio che opportunamente manovrati o disposti secondo le posizioni dell’alfabeto muto trasmettevano alla sua mente le varie lettere. Si trattava di unirle in parole e frasi e il gioco era fatto. Col suo filo di voce, debole e roca, poi rispondeva.
Perdette completamente la vista nel 1963. Quel fatto segnò il compimento della svolta iniziata alcuni anni prima, nel febbraio del 1959 quando aveva conosciuto Nicoletta Padovani. Quattro anni dopo le avrebbe scritto rammentando il primo giorno che si erano parlate: «Per uno strano presentimento, capii che tu mi avresti aiutata, non solo all’università, ma nell’altra Università: quella vera: quella di Dio».
Si sentì debitrice a Nicoletta di quel passaggio radicale dalla sua religiosità rigorosa accompagnata da una morale altrettanto intransigente ad una fede come incontro vivo, reale, con Gesù Cristo che le consentiva l’accesso al Padre e glielo faceva sperimentare in ogni istante della vita. Non ebbe bisogno di rinnegare i suoi grandi autori preferiti da Pascal a Dostoevskij e agli altri grandi scrittori russi, da Shakespeare a Leopardi: con i suoi amici era bello e fecondo confrontarsi sui loro scritti. Essi dilatarono le sue domande di senso e di verità, le fecero intravedere barlumi di risposta. Ma questa fontana dissetante l’aveva già a disposizione da anni ed era la Sacra Scrittura, erano i grandi santi come Agostino, Francesco, Teresa di Lisieux, Francesco di Sales. Nicoletta le fece da guida in questa riscoperta. Le lettere di San Paolo diventarono una miniera d’oro, e così S. Agostino. Fu una riscoperta.
Quando ad esempio rilesse le Confessioni di S. Agostino si accorse nettamente di questo salto di qualità che la sua percezione registrava. Scrisse a Maria Grazia, il 1° ottobre del 1960: «Mi sono messa a rileggere un libretto (“Le confessioni” di S. Agostino) che lessi a scuola in 2° liceo durante filosofia e che a quel tempo non mi aveva fatto molta impressione (tra l’altro mi ha colpito l’insulsaggine delle mie noterelle di allora). È stata un’idea luminosa perché è un libretto pieno di cose sublimi; lo conosci?».
Grazie a Nicoletta si verificò in lei questa presa di coscienza che un po’ alla volta riuscì a fare coincidere fede e vita. In seguito, grazie ai suoi amici di Gioventù Studentesca, anche la sua esperienza della Chiesa assunse una concretezza e una bellezza straordinarie. 
«Dio ci fa capire man mano quello che vuole da noi e quello che dobbiamo fare» scrisse una volta. E furono le altre persone che l’aiutarono a decifrare i fatti della vita.
È lo stile di Dio, è il suo metodo. Come accadeva a Maria di cui Benedetta era devotissima. Non c’era Gabriele come consulente fisso accanto a Maria. Di solito anche lei apprendeva da altri: dalla cugina Elisabetta, dai pastori di Betlemme, dai vecchi Simeone e Anna… dai fatti stessi che le capitavano e che magari la costringevano a riflettere per trovare il bandolo della matassa, come annota Luca: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore».
«Ho tanto desiderio di salire, ma la montagna verso l’alto è faticosa, e se Lui non mi prende la mano per aiutarmi, io non riuscirò più a fare passi, e la sosta non la voglio, perché è sempre pericoloso infiacchirsi». Queste parole le scrisse a Roberto il 13 maggio del 1963. Poco più di un mese prima, il 4 aprile, gli aveva fatto una raccomandazione precisa: «Scegli un confessore stabile, maturo e poi cerca di andare sempre da lui a consigliarti. Non cambiare: conoscendoti saprà meglio guidarti».
Benedetta desiderava guarire. Se la medicina appariva impotente poteva riuscirci il miracolo. Per questo si recò a Lourdes. Il primo impegno è togliere o alleviare la sofferenza e il dolore. È il primo impegno verso gli altri e verso se stessi.

Gesù era un guaritore e chiese ai suoi discepoli di fare lo stesso: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità» (Matteo 10,1).
Dal 24 al 31 maggio 1962 dunque fu a Lourdes in pellegrinaggio con l’Unitalsi. L’ultimo giorno guarì miracolosamente Maria Della Bosca, una ragazza di ventidue anni di Tirano. Guarì perché proprio Benedetta l’aveva incoraggiata ad avere fede, quando si era trovata accanto a lei a pregare davanti alla grotta dell’Apparizione.

Benedetta rimase molto turbata, scossa. Anche lei era andata a chiedere la guarigione: perché le era stata rifiutata? Fu proprio la fede a farle riconoscere il criterio di Dio che supera il nostro. «Egli agisce sempre per il nostro bene» scrisse con rinnovata certezza a Nicoletta dopo quei fatti. E nella lettera successiva le confermò questa sintonia con la volontà di Dio che stava maturando in lei: «Sai, tempo fa cercavo Dio, ma mi agitavo come in un vestito troppo stretto, ora va liscio».
Ebbe certamente dei momenti di avvilimento con la sensazione di essere inutile. Li aveva avuti nella sua adolescenza, come tanti suoi coetanei, e anche da più grande man mano che i suoi progetti si infilavano in un vicolo cieco. Arrivarono anche i momenti terribili della disperazione accompagnati dal pensiero del suicidio: gettarsi dalla finestra del suo appartamento, a Milano. Ma poi quel vicolo fu invaso da una luce splendida e vide che non era affatto cieco. Quando capì che era veramente importante per Dio, e che tutto quello che donava a Lui – con gioia o con fatica – diventava oro, la paura si dileguò. Poté tornare qualche volta, come tentazione, come prova, solo per essere superata prontamente.
Come prova.

Clive Staples Lewis nel suo libricino dal titolo Diario di un dolore afferma che le prove non servono a Dio, perché lui ci conosce bene, sa già come siamo. La prova serve a chi dice di amarlo per verificare se è proprio vero e fino a che punto.
Ma serve anche a chi vive accanto al ‘provato’ perché gli offre un’occasione di schierarsi e di scommettere sulla bontà di Dio. Quando Maria Grazia le scriveva «Sei il volto stesso della speranza» non faceva solo l’elogio di Benedetta, ma rivelava qualcosa di sé, della propria speranza che si specchiava in quella dell’amica e ne traeva forza.

Sofferenze tuttavia non solo rivelatrici, ma in sé utili e vantaggiose. A lei come purificazione, a tutti come redenzione. 

Nicoletta conosceva bene l’esistenza delle sue turbolenze e le scrisse delle parole indimenticabili: «Non ti angustiare se ti sembra di ribellarti: a Dio non importa! Lui sa. Ricorda che quando sembra di non credere più abbastanza, è allora che siamo con Cristo in Croce per riscattare il mondo. “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Vorrei soffrire un poco al tuo posto. Ma davanti a questo mistero enorme Lui vuole solo il nostro “sì”. Non importa se lo diciamo male».
Siamo con Cristo in Croce per riscattare il mondo. La teologia paolina illumina Benedetta: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa». (Colossesi 1,24) 

Il significato è chiaro: Cristo ha portato con sé sulla croce i dolori e le sofferenze di ogni uomo dando ad esse un valore redentivo, di “corredenzione”: offerte insieme alle sue al Padre, esse sono “salvifiche” per l’offerente e per tutti coloro a beneficio dei quali sono offerte. 
Come le preghiere. Chi crede sa che l’intercessione continua di chi vive in clausura va a beneficio reale di tante persone, vive e defunte. Questo vale per ogni preghiera di intercessione. S. Teresa di Gesù Bambino divenne patrona delle Missioni per questa duplice offerta, di preghiera e di sacrificio, a beneficio dei missionari.

Le parole di Benedetta al ritorno dal secondo viaggio a Lourdes furono: «Ed io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che conservarlo. È stato questo il miracolo di Lourdes, quest’anno». 

Non desiderava star male. Benedetta voleva stare con Dio, stare bene con Lui, senza che niente diventasse talmente importante o talmente terribile da interporsi tra lei e Lui. Perché la gioia di star bene con Lui non era e non è paragonabile ad altre!
Don Elios Giuseppe Mori, il 12 settembre del 1960 le scriveva: «Non misurare la tua vita col metro della sofferenza, pensando che abbia valore solo quello che ti costa. Il valore di ogni cosa è l’amore. Cerca di amare Dio coi sentimenti di una figlia. Quando stai bene, gli sei vicina come quando stai male; cerca in un caso come nell’altro di volere bene al tuo Padre celeste».
Infatti Benedetta non riteneva che quella fosse l’unica via di santificazione. Sua sorella Manuela, era ballerina del teatro alla Scala di Milano. Tutta la famiglia ne andava fiera fin dai suoi primi anni. Bimba bellissima, bionda con gli occhi verdi, era abile nella danza, tanto da meritarsi a otto anni, per la sua performance nell’operetta Fior di loto, non solo gli applausi dal pubblico del teatro di Ravenna ma tutto l’entusiastico apprezzamento di Benedetta e dei familiari; era il fiore all’occhiello della famiglia Bianchi Porro. La sua bellezza e la sua bravura erano attributi così evidenti che nessuno poteva metterli in discussione e Benedetta per prima era felice di avere una sorella come lei.
Quando alla fine di febbraio 1963 fu operata e perse completamente la vista, Benedetta stette molto male e padre Graziano dei Camilliani celebrò la S. Messa nella sua stanza all’ospedale. Terminata la celebrazione congedò gli amici che si erano radunati intorno al suo letto, ma volle che si trattenesse per un attimo proprio una delle ballerine della Scala, la Lilli, cioè Liliana Cosi. Le premeva comunicarle un messaggio a cui teneva molto, un messaggio valido per lei e per tutte le sue colleghe, Manuela compresa: «Ricordati Lilli, che si può essere santi ovunque ci si trovi».
I primi sei mesi del 1963 furono mesi di passi ardui, ma decisivi. 27 febbraio: importante intervento chirurgico. 28 febbraio: definitiva perdita della vista. 1 marzo: per l’aggravamento delle sue condizione di salute Benedetta riceve il sacramento dell’Unzione degli infermi. 15 aprile, lunedì dell’angelo: si sposa la sorella Manuela. Sperimentando un momento di abbandono, anche se di pochi attimi, Benedetta assapora l’amaro contrasto tra la sua vita imprigionata e quella di chi sta coronando i suoi sogni. 24-30 giugno: compie il secondo pellegrinaggio a Lourdes con l’Oftal. «Mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo» fu il risultato finale di quel percorso serrato.
La sofferenza non le aveva spento l’amore per la vita, la capacità di gustare le bellezze del creato. Indimenticabile quella scena della mano che sente il calore del sole e ne gusta tutta la magnificenza. «I giorni passano nell’attesa di Lui, che io amo nell’aria, nel sole che non vedo più, ma che sento, ugualmente, nel suo calore, quando entra attraverso la finestra a scaldarmi le mani; nella pioggia che scende dal cielo per lavare la terra».

Stava dettando quelle parole con un filo di voce perché tutto il suo corpo era paralizzato e insensibile, tranne che in quella mano risparmiata dalla paralisi, con la quale riusciva a comunicare con l’esterno. 
«Io penso: che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili); come la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio per questo!». Riuscire a vedere le meraviglie di Dio dietro la scorza provocatoria del male e del dolore è un’abilità che solo Lui può dare.

È il caso di ribadire la sua sensibilità straordinaria, che la rendeva capace di assaporare in maniera elevata tutte le bellezze e le gioie ma anche di percepire il dolore in forme altrettanto acute. A tale proposito scrisse a Maria Grazia: 

«Chissà perché spesso si sente dire che più si è intelligenti e più si apprende, meno si è felici. Non è vero, invece; non c’è felicità senza la coscienza di essa; anzi, la coscienza della mia propria felicità mi inebria e mi dà attimi di vera estasi spirituale». A Manuela, qualche anno dopo, avrebbe scritto con toni di struggente nostalgia, ripensando alla sua infanzia quando alla domenica la mamma portava i suoi bimbi a San Mercuriale: «Come eravamo felici, allora!! E non sapevamo di esserlo».
I suoi ultimi mesi furono intensissimi di relazioni e di corrispondenza. Le sue lettere dettate alla mamma e quelle che riceveva ‘tradotte’ da lei si susseguivano ad un ritmo incalzante. 

Sentiva in maniera acutissima la responsabilità del tempo che le era stato assegnato: doveva sfruttarlo fino in fondo.
Ancora in prima media, aveva composto un tema dal titolo L’orologio, che l’insegnante aveva giudicato così: “non si può dare un voto perché è un’opera sublime”. La morale era limpida: «dovremo rendere conto a Dio del tempo che lui ci ha dato come un dono prezioso. Se ogni sera pensassimo a questo, faremmo un uso migliore delle nostre giornate, e forse non sciuperemmo neppure i minuti».

Poche ore prima di morire le fu letto l’atto di offerta di S. Teresa con espressioni come «… Vi ringrazio, mio Dio, di tutte le grazie che mi avete concesse, in particolare di avermi fatto passare per il crogiolo della sofferenza…»

Da più giovane aveva scritto: «sono triste e vuota perché tutti i miei ideali sono ancora così lontani ma io ho bisogno di una meta più vicina da raggiungere». E invece il desiderio riuscì a dilatarsi e la meta poté innalzarsi grazie alla preghiera, come esercizio del desiderio! Non c’era niente di più urgente, di più importante per lei. La sorellina Carmen sapeva che su tutto poteva cedere con lei, ma non sul tempo dedicato alla preghiera. E mentre pregava diventava ostensorio inequivocabile della presenza di Dio: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». 
Benedetta ci ha confermato come «l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» come dice la Gaudium et spes e riprende la Salvifici doloris. Benedetta aveva ripetutamente contemplato questa verità centrale nell’immagine evangelica del chicco di frumento che per portare molto frutto deve morire, e soprattutto nello svuotamento di Gesù stesso, il Figlio di Dio che muore sulla croce. L’esempio evangelico del chicco di grano era stato riespresso in modo efficace dal poeta indiano Tagore nella leggenda del mendicante e del re, riferita il 18 ottobre 1963, giornata missionaria, da Carmen che l’aveva sentita da un frate in chiesa, durante la predica. Pochi attimi prima di morire a Benedetta tornò in mente quella leggenda e sussurrò alla mamma: «Ricordi... la leggenda? La leggenda, ricordati…». Seguirono poche altre parole. L’ultima fu: «Grazie».
Era il 23 gennaio 1964, alle 10,40. La morte l’aveva raggiunta nella sua casa bianca dalle persiane verdi, a Sirmione sul lago di Garda. Una rosa bianca, fiorita proprio quella mattina nel giardino di casa, venne interpretata da Benedetta come un “dolce segno”, come la conferma dell’incontro ormai imminente con il suo Signore. 
Il 24 gennaio, alle ore 16 ebbero luogo i solenni funerali a Sirmione, con un lungo corteo che accompagnò la bara, portata a spalle per tre chilometri, fino al cimitero delle Colombare. Il giorno seguente la salma di Benedetta venne trasferita a Dovadola e tumulata nella tomba dei nonni materni nel locale cimitero. Cinque anni dopo, il 22 marzo 1969 ci fu la traslazione della salma di Benedetta alla Badia di S. Andrea in Dovadola e la collocazione dentro un sarcofago sormontato da un altorilievo in bronzo di Angelo Biancini. Sul sarcofago sono incise le parole di S. Teresa di Lisieux: «Non muoio, ma entro nella vita».
I primi contatti con la Congregazione dei Santi per aprire la Causa di beatificazione di Benedetta furono presi dal postulatore incaricato, padre Bernardino da Siena, nel 1971. La professoressa Anna Cappelli, anima del gruppo degli Amici di Benedetta sorto di recente, seguì da quel momento ogni passo dell’iter che approdò il 12 dicembre 1971 all’apertura della Causa nella cattedrale di Forlì.
Dovettero però trascorrere cinque anni prima che potesse aver luogo la solenne apertura del “Processo cognizionale per la causa di canonizzazione” della Serva di Dio Benedetta Bianchi Porro, evento che si svolse il 25 gennaio 1976 nel duomo di Forlì, sotto la presidenza del vescovo Giovanni Proni. La chiusura del processo fu celebrata l’anno seguente, il 19 giugno 1977, sempre nella cattedrale di Forlì.
Il 23 dicembre 1993 Giovanni Paolo II promulgò il Decreto sulla eroicità delle virtù di Benedetta Bianchi Porro, confermando il parere unanime e positivo della Congregazione per le cause dei Santi. Benedetta venne così dichiarata Venerabile. 
Rileggiamo e meditiamo la poesia di Rabindranath Tagore che tornò alla mente di Benedetta nei suoi ultimi istanti di vita. Il contenuto è squisitamente evangelico. Se l’uomo si ritrova nel dono di sé, quando Dio gli offre la possibilità di farlo in forma fecondissima e perfetta, gli sta offrendo il più prezioso dei regali.
Ero andato mendicando d’uscio in uscio  lungo il sentiero del villaggio,  quando il tuo cocchio dorato apparve in lontananza come un magnifico sogno  e mi chiesi chi fosse questo Re di tutti i re! Le mie speranze crebbero, e pensai che i brutti giorni fossero passati, 

e rimasi in attesa di doni non richiesti,  di ricchezze profuse da ogni parte.
Il tuo cocchio si fermò vicino a me.  Mi guardasti e scendesti sorridendo. 
Sentivo che alfine era arrivata la fortuna della mia vita.
Poi, all’improvviso, mi stendesti la mano  chiedendo: « Che cos’hai da darmi? »
Quale gesto regale fu il tuo!  stendere la mano a un mendicante per mendicare! 
Rimasi indeciso e confuso. Poi estrassi dalla mia bisaccia  il più piccolo chicco di grano e te lo offersi.
Ma quale non fu la mia sorpresa  quando, finito il giorno, vuotai la mia bisaccia per terra e trovai un granellino d’oro nel mio povero mucchio! 
Piansi amaramente e desiderai di aver avuto il coraggio di donarti tutto quello che avevo.

«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,24). Questa parola di Gesù si è realizzata pienamente in Benedetta, desiderosa di diventare qualche cosa di grande, e pervenuta a tale meta per una strada non prevista, non cercata ma riconosciuta, accettata e percorsa fino in fondo.
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Giovanni 15,16).


Sito Pubblicato in data: 16/07/2010 da: Walteramaducci            Data ultimo Aggiornamento: 20/09/2016 ore 19:20










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LA BUGIA E’ UNA MEZZA VERITA’


Il giorno 19 corrente mese sul sito del Comitato Cittadino Isola Pulita ha ricevuto da parte dalla Direzione della Italcementi di Bergamo il messaggio di cui sotto.
Siamo costretti a precisare qualora vi sia la necessità che: i contenuti espressi e pubblicati nel nostro spazio: www.isolapulita.it è frutto di un lavoro comune di discussione, dibattito, condivisione, scelte ed azione di tutti i componenti del Comitato Cittadino Isola Pulita. Ciò che ci accomuna in questo percorso è la volontà di difendere la Salute dei Lavoratori della Italcementi, il loro futuro lavorativo, la salute dei Cittadini Isolani Tutti. La qualità dell’ambiente il futuro turistico economico di Isola è la nostra ipotesi di lavoro attivo che siamo determinati a condurre.

Caro blogger segue sempre il suo blog sul nostro impianto di Isola delle Femmine (http://www.isolapulita.blogspot.com/). Penso le possa essere utile per completare l’informazione ricevere la nota che abbiamo mandato all’ANSA nella giornata di ieri proprio sul tema del pet-coke.
Cordiali saluti.
L’azienda dice (di solito preferiamo così senza citare i nomi):
Il pet-coke che deriva dalla raffinazione del petrolio è un combustibile consentito dalle norme e il più utilizzato negli impianti di produzione del cemento in tutto mondo. Il processo di produzione del cemento ne garantisce la corretta combustione. La conferma ci viene dal sistema di monitoraggio in continuo 24 ore su 24 e dalle periodiche misurazioni di tutte le emissioni dell’impianto che sono sempre risultate nettamente al di sotto dei limiti consentiti. In merito alla diffida al suo utilizzo per l’impianto di Isola delle Femmine sappiamo di aver rispettato tutte le norme e la legislazione vigente. La diffida dell’Assessorato all’ambiente della Regione Sicilia è costruita su un elemento puramente formale che non ha nulla a che vedere con la salute pubblica ma solo con una discordante interpretazione delle autorizzazioni già in nostro possesso. La cementeria di Isola ha sempre utilizzato pet-coke alla luce del sole. Siamo sempre stati chiari e trasparenti nei confronti di tutte le autorità sia nazionali, regionali e locali indicando nella nostra documentazione i corretti riferimenti alle norme in vigore. Proprio per questo abbiamo fatto ricorso al TAR pur sospendendo immediatamente il pet-coke come previsto dalla diffida. Stupisce l’atteggiamento dell’Assessorato, tenuto conto che lo usiamo in tutti gli altri nostri impianti con le stesse modalità autorizzative senza che nessun altra Regione ci abbia mai fatto osservare nulla in merito
Direzione Centrale Comunicazione e Immagine Italcementi Via Camozzi, 124 24121 Bergamo tel. 035 396 945 fax 035 396 017

LA REPUBBLICA DEL 19.9.2006:

“La cementeria inquina Isola”
“Le emissioni dell’Italcementi di Isola delle Femmine sono inquinanti e cancerogene”. Per questo motivo l’assessorato regionale al Territorio ha diffidato l’azienda, dopo che lo scorso anno alcune associazioni ambientaliste avevano presentato un esposto. Secondo la perizia dell’ARPA “ l’azienda di Isola delle Femmine causa variazioni della qualità dell’aria per gli inquinanti emessi in atmosfera, modifiche all’impiantoe al ciclo produttivo senza preventiva autorizzazione, utilizzo del petcoke, sottoprodotto della lavorazione del petrolio, come combustibile”: La diffida dell’assessorato arriva dopo che lo stesso provvedimento era stato preso dal Comune di Isola. “La ditta –si legge nella diffida- non ha indicato i combustibili autorizzati né la data di inizio di impiego del petcoke. La natura del petcoke non compare nei rapporti di prova relativi alle misure periodiche delle emissioni in atmosfera e le modalità di gestione non sono citati nei decreti autorizzativi”

DUE GIORNI DOPO ...........
LA REPUBBLICA DEL 21.9.2006:

“Isola delle Femmine Fumo alla Italcementi esposto in Procura”
Una nube di fumo nero, proveniente dai capannoni della Italcementi di Isola delle Femmine, si è alzata in cielo provocando il panico tra i residenti. Dopo la diffida dell’assessorato Ambiente all’azienda, gli atti sono già stati trasmessi in Procura”
http://www.teleoccidente.it/home/players/TOnews.htm
http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=637
http://www.balarm.it/forum/viewtopic.php?t=3294&highlight=
www.invisibile.135.it
http://www.girodivite.it/Isola-Pulita-ma-parliamo-dello.html
http://www.borsarifiuti.com/annunci/offerte.phpsc?c=/GARWER/categorie/0CC-EC9-935
www.step1magazine.it
http://www.intopic.it/find.php?lookingfor=italcementi
http://www.vglobale.it/NewsRoom/?News=2593&ref=
http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=5
http://www.granrifiuto.com/visualizza.asp?cod=202
http://www.risorsetiche.it/presentazione_sito.php?id_sito=132
http://isolapulita.ilcannocchiale.it/
http://www.ilvaldinoto.net/
http://www.mupa.it/blog/19
http://www.vglobale.it/VG/Linklania.php?=&p=3
http://www.intopic.it/find.php?lookingfor=petcoke
http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=637
http://isoladellefemmine.italynet.it/news.htm

Wednesday, September 20, 2006

Catania, mistero 11 settembre

 

Catania, mistero 11 settembre

Una linea telefonica non attiva. Usata solo nelle due notti prima delle Torri: decine di chiamate tra Maine e Afghanistan



Catania, mistero 11 settembreUna linea telefonica che non doveva funzionare. Ma dove qualcuno è riuscito a infilarsi. E in due sole notti ha fatto decine di telefonate internazionali, per poi tornare nel silenzio. Una normale truffa? Una clonazione per caricare la bolletta altrui? Le cose si complicano quando si guardano le date: le chiamate sono avvenute soltanto il 9 e il 10 settembre 2001. E se si esaminano i paesi oggetto delle telefonate, allora si capisce di essere finiti nel bel mezzo di un vero intrigo. Alla vigilia dell'attentato alle Torri Gemelle, da quella linea formalmente non attiva vengono contattati l'Afghanistan, l'Arabia Saudita, il Bahrein. Soprattutto viene chiamato il Maine, la contea degli Stati Uniti dove Mohamed Atta e i suoi compagni stavano per lanciare l'attacco. Due notti di traffico frenetico, che disegnano la mappa del terrorismo fondamentalista, poi più nulla. Finché una serie di controlli incrociati hanno portato a riscoprire la vicenda, oggetto ora di un'indagine condotta dalla Digos e delle attenzioni dell'intelligence italiana e statunitense.


A cinque anni dall'evento che ha cambiato la storia, spunta un mistero tutto siciliano. Reso ancora più fitto dalle caratteristiche della linea: una vecchia Isdn che viene considerata a prova di clonazione. E dal fatto che l'azienda titolare dell'utenza si trova a poca distanza dall'aeroporto di Sigonella, la più grande base americana del Mediterraneo e cuore della guerra elettronica contro l'organizzazione di Osama Bin Laden. Insomma, l'episodio accaduto nella Etna Valley, in quella fetta della Piana di Catania strappata agli aranceti dalle industrie hi-tech, ha tutti gli ingredienti della spy story. Una storia che potrebbe confondersi nella grande rete telematica che ha reso la Sicilia occidentale un 'ombelico del mondo' virtuale, dove si intrecciano i cavi a fibra ottica delle principali dorsali della comunicazione mondiale, con un gomitolo sotterraneo che conta quasi cento chilometri di cavi. 

Al centro di questo enigma c'è una linea telefonica Isdn mai installata completamente. Iscritta nel distretto telefonico di Catania, la linea è rimasta sempre in 'silenzio'. Fino al 9-9-2001 e alla notte successiva. Muta da mesi, e poi mai più utilizzata, nello spazio di due notti la linea generò un incredibile volume di traffico internazionale. Nessuna chiamata in arrivo. Solo contatti in partenza: un paio collegarono il cuore della Sicilia al Maine, la regione degli Stati Uniti dove, secondo le ricostruzioni dell'Fbi, pernottarono Mohamed Atta e altri dirottatori prima di imbarcarsi all'aeroporto di Portland per poi entrare in azione. Quegli scampoli di telefonata verso gli Stati Uniti, però, sono parte minoritaria del traffico. La gran parte delle chiamate mise in contatto l'utenza con Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrein ed altri emirati del Golfo. Erano conversazioni vocali o flussi di dati? Impossibile stabilirlo. 

L'utenza era stata richiesta qualche mese prima da un gruppo imprenditoriale della provincia di Catania, presumibilmente una costola aggregata al Consorzio area di sviluppo industriale. Il contratto stipulato prevedeva che l'utente avrebbe avuto in dotazione un impianto Isdn. Il canale venne attivato, ma le dotazioni necessarie affinché l'azienda potesse utilizzasse la linea non vennero mai fornite: quel canale non poteva funzionare. Sembrerebbe certo che non l'abbia potuta utilizzare l'azienda che l'aveva commissionata. Le uniche 'telefonate' contabilizzate, poi, sono proprio quelle registrate nelle due fatidiche notti.

Alla fine del 2001, l'azienda si vide recapitare una bolletta salata. Una cosa incredibile: la linea non era mai diventata operativa. L'azienda protestò con l'operatore, dimostrando di non avere ottenuto la completa istallazione dell'impianto: cosa subito riscontrata dalla divisione clienti business che ha provveduto a cancellare la bolletta dimenticata. Sul piano amministrativo la vicenda si chiuse. E quelle telefonate finirono nel dimenticatoio. Ora, però, quella linea telefonica è nel mirino degli investigatori antiterrorismo del capoluogo siciliano. Che vogliono vederci chiaro su quelle due notti intere passate al telefono e soprattutto intendono capire il senso di quelle chiamate verso Stati Uniti e i paesi del mondo arabo alla vigilia dell'attacco all'America. 

A distanza di cinque anni il tentativo di ricostruire l'episodio è un percorso impervio: strada in salita che condurrà gli investigatori in una sorta di gara a tappe. Gestita nel massimo segreto. Il traffico misterioso sarebbe transitato su una delle linee Isdn richieste a Telecom dal Consorzio area di sviluppo industriale - zona n: una dozzina di utenze, allacciate nello stesso periodo. È importante ricostrire tutte le fasi dell'installazione, per individuare possibili falle sfruttate per inserirsi nella linea. E poi sarà compito dei consulenti informatici completare la mappa dell'incursione e stabilire con quali modalità venne sfruttata la linea telefonica nelle due notti chiave per il piano dei dirottatori quaedisti. 

Le Isdn (acronimo di integrated services digital network) ormai superate dallo sviluppo tecnologico, sono linee digitali a doppio canale multinumero. Le informazioni 'scorrono' sulla linea sotto forma di codici numeri in sistema binario per poi essere aggregate in forma digitale grazie a una borchia. Per questo, il segnale che corre sulle linee isdn non è intercettabile. È una linea che non può essere clonata, semmai può essere utilizzata da postazioni esterne mediante l'installazione di una borchia lungo un punto qualsiasi del tracciato della linea, oltre che sul punto terminale.

Le Isdn sono considerate estremamente versatili: consentono anche il trasferimento di chiamata e, grazie al secondo canale di cui dispongono, sono utilizzabili per conversazioni a tre. In questo caso è anche possibile che una connessione generi una conversazione tra due interlocutori connessi alla linea principale: la linea può essere stata usata come ponte. Di questo collegamento, però, non potrebbe essere restata alcuna traccia. 

E questo complica le indagini. Un episodio per alcuni versi analogo accadde a Palermo sempre in coincidenza con l'11 settembre. In quel caso, una sommaria indagine venne compiuta dal Sisde che analizzò i tabulati relativi ad alcune telefonate che collegavano il capoluogo siciliano a paesi del mondo arabo. Nonostante la coincidenza con la vigilia dell'attacco a New York, non venne neppure aperta un'indagine ufficiale poiché, considerata la vastità della comunità musulmana residente in Sicilia occidentale, quel traffico venne reputato non sospetto. 

Ben diverso il caso della Etna Valley, che potrebbe inserirsi in quel labirinto di segnali sulla ragnatela europea che era a conoscenza del piano contro il World Trade Center. Come Abu Dahdah che veniva intercettato a Madrid mentre spiegava di "avere preparato qualcosa che sicuramente piacerà. Siamo entrati nel campo dell'aviazione e stiamo per tagliare la gola agli uccelli". E come il presunto leader qaedista Abu Saleh che fece arrivare ai suoi compagni detenuti a San Vittore una busta con dentro la cartina di una celebre gomma da masticare, con il ponte di Brooklyn sorvolato da un aereo. 

Un messaggio criptico prima dell'11 settembre, che solo più tardi è stato compreso nella sua terribile allusività.



http://espresso.repubblica.it/internazionale/2006/09/14/news/catania-mistero-11-settembre-1.1433







Il Comitato Cittadino Isola Pulita COMUNICA:


DIFFIDA REGIONE A ITALCEMENTI ISOLA FEMMINE/ANSA PER L'ARPA EMISSIONI SONO INQUINANTI. L'AZIENDA, TUTTO IN REGOLA (ANSA) – PALERMO 18 SETT
"Le emissioni dell'Italcementi di Isola delle Femmine sono inquinanti e cancerogene". Per questo motivo l'assessorato regionale al Territorio e all'ambiente ha diffidato la ditta, dopo che lo scorso anno alcune associazioni ambientaliste avevano presentato un esposto. Secondo la perizia dell'Arpa "l'azienda di Isola delle Femmine causa variazioni della qualità dell'aria per gli inquinanti emessi in atmosfera, modifiche all'impianto e al ciclo produttivo senza preventiva autorizzazione, utilizzo del petcoke, sottoprodotto della lavorazione del petrolio, come combustibile".
La diffida dell'assessorato arriva dopo che lo stesso provvedimento era stato preso dal Comune di Isola, dove il comitato cittadino "Isola pulita" ha sollecitato le autorità ad attivare tutte le procedure per salvaguardare la salute di lavoratori e cittadini.
Il comitato ha intenzione, inoltre, di monitorare e verificare le connessioni tra il rapporto dell'Arpa e le patologie più diffuse sul territorio: neoplasie e malattie della tiroide. "La ditta - si legge nella diffida - non ha indicato i combustibili autorizzati nè la data di inizio di impiego del petcoke. La natura del petcoke non compare nei rapporti di prova relativi alle misure periodiche delle emissioni in atmosfera e le modalità di gestione non sono citate nei decreti autorizzativi". Qualche giorno fa, dopo il provvedimento della Regione, i senatori Tommaso Sodano e Giovanni Russo Spena hanno presentato un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Ambiente per avere informazioni sugli interventi di bonifica da apportare sul sito e sui rimedi per tutelare la salute degli abitanti di Isola. "Il petcoke - scrivono i senatori nell'interrogazione - è responsabile dell'emissione in atmosfera di idrocarburi policiclici aromatici, vanadio e nichel. L'Arpa ha rilevato la presenza di questi inquinati. Ma quel che è più grave è che le polveri sospese nell'aria, in base alle diverse quantità, possono provocare diverse malattie nell'uomo, allergie, malattie respiratorie e perfino tumori". Secondo il rapporto dell'Arpa, l'Italcementi dal 1987 fa uso di petcoke, mentre in tutti i sopralluoghi la ditta ha utilizzato la parola "carbone".
"Da parte della Italcementi - si legge ancora nell'interrogazione - non è stato mai comunicato, e quindi mai autorizzato, l'uso del petcoke come combustibile. La ditta inoltre non ha mai fatto analisi sulle concentrazioni di idrocarburi policiclici aromatici, vanadio e nichel emessi nell'atmosfera".
Queste emissioni avvengono all'interno e all'esterno del capannone dove si effettua lo stoccaggio e la "movimentazione" del combustibile."Oltretutto parte del capannone è aperto verso l'esterno - continuano i senatori - con conseguente rischio di contaminazione. Tutte queste sostanze possono provocare vari disturbi allergici e respiratori, ma soprattutto tumori".Residenti e ambientalisti chiedono dunque controlli più severi: "L'Italcementi ha sempre utilizzato il petcoke senza gli accorgimenti necessari per evitare che questo materiale di disperdesse nel terreno – in una nota del comitato cittadino Isola Pulita si afferma-Nella località Raffo Rosso viene stoccato il petcoke ma per la conformazione morfologica del terreno, per presenza di condutture naturali, è facile supporre un inquinamento del terreno e delle falde acquifere".
Per l'Italcementi "la diffida dell'assessorato all'Ambiente è costruita su un elemento puramente formale che non ha nulla a che vedere con la salute pubblica ma solo con una discordante interpretazione delle autorizzazioni già in nostro possesso".
La ditta respinge qualsiasi accusa anche sulle analisi delle emissioni: "Il pet-coke che deriva dalla raffinazione del petrolio è un combustibile consentito dalle norme. La conferma ci viene dal sistema di monitoraggio attivo 24 ore su 24 e dalle periodiche misurazioni di tutte le emissioni dell'impianto che sono sempre risultate nettamente al di sotto dei limiti consentiti".
L'Italcementi ha fatto ricorso al Tar pur sospendendo immediatamente il petcoke come previsto dalla diffida.
"Stupisce l'atteggiamento dell'assessorato - conclude la ditta - tenuto conto che lo usiamo in tutti gli altri nostri impianti con le stesse modalità autorizzative senza che nessun altra regione ci abbia mai fatto osservare nulla in merito". (ANSA).


Comitato Cittadino di Isola delle Femmine
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